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sabato 17 ottobre 2009

Il Sud entra al cinema

Ritorno a Tornatore, prima che a Bagheria. Il regista celebra la memoria della memoria. Con le stesse facce di “Cinema Paradiso”. E con lussuose citazioni dal vivo, questa volta, non nei fotogrammi ritagliati dalle pellicole che “si rompevano”. È l’esercizio in cui Proust primeggiava prima della “Recherche”, che in letteratura si chiama pastiche, e dunque ha una sua dignità narrativa. Col rispetto della diversità della Sicilia – che è per un siciliano un’altra maniera, ma non quella stereotipa.
C’è Leone, naturalmente, a sua volta il re del pastiche al cinema, e tutti quanti: Germi, De Sica (la Madè è tanto Loren “ciociara”), Rosi, Scorsese, i più simpatetici, e anche i visionari Fellini e Bergman. Una ricostruzione lieve, malgrado la lunghezza. Anche dove il passato è forte, come nelle stragi dei sindacalisti. Con alcune pesantezza non smaltite dell’odio-di-sé meridionale: negli anni Cinquanta le strade nei paesi del Sud erano già asfaltate, con le fogne e l’acquedotto. Ma col coraggio di far recitare il drammone a tutti i comici su piazza.
Per la prima volta al cinema è il vero linguaggio meridionale, che è l'irrisione, tanto amabile quanto insopprimibile, come sbucciare la realtà senza rompere la buccia: la fame scacciata col profumo del grasso, il libro che la capra s’è mangiato, la sorella ribelle che del ceffone lamenta la caduta dell’orecchino. Nonché, amabilmente, l’inconsistenza del Pci, che in Sicilia in particolare è finito nel nulla – era finito ben prima della caduta del Muro. Un film anche di genere nuovo in Italia, quello dei film americani sul Sud, dove magari si corre ma senza le ansie, la competitività, le depressioni della civiltà urbana o nordica.
Un film insomma con molte frecce all’arco, che quasi tutte vanno a segno. Nuovo e ambizioso, che scorre semza mai una pesantezza. Ma un po’ dovunque nei giornali che si leggono, compreso il “Foglio” per snobismo, cinque stelle vanno al Brad Pitt un po’ sadico di Tarantino (che si diverte anche lui a rifare, ma Enzo Castellari...), e perfino all'ennesimo Allen, e tre sole, a malincuore, quando non due, a Tornatore. Perché è prodotto e raccomandato dal “nemico”, Berlusconi. La cosa non gli ha fatto male, dato che ha vinto al botteghino, almeno per cinque settimane. Che però potrebbero non essere sufficienti, e mezza Italia è in ansia, trattiene il respiro, prega perfino, perché ciò avvenga.
Nei due cinema in cui “Baarìa” è stato visto, al Forte dei Marmi e a Prati a Roma, nessuno peraltro rideva. Neppure nelle scene di mero contenuto comico: Gullotta nella bagnarola, il comizio di Placido, il matrimonio, il libro che la capra si mangiò, etc. Un pubblico presumibilmente borghese, di “buona borghesia”, quello che legge i giornali, non si è sentito di partecipare al film, perché il buon borghese non può apprezzare Berlusconi. Si capisce che il paese sia demoralizzato – cioè non si capisce, vedendo “Baarìa”.
Giuseppe Tornatore, Baarìa

La levità entra in letteratura

“Si prova un avangusto acido, quando si taglia un limone per mangiarselo”. C’è la prova dell’attesa, in questo piccolo capolavoro che più non si legge, forse per essere Xavier fratello di Joseph, il teorico cattolico della controrivoluzione negli anni 1790, neppure in questi tempi di pura reazione. È roba per un “modesto lettore”. Un viaggio tra lo specchio, “quadro perfetto”, e il letto, che “è una culla, è il trono dell’Amore, è un sepolcro”, in quarantadue capitoletti quanti furono i giorni di arresti domiciliari che l’ufficialetto subì per un duello: “Avrei voluto inventare uno specchio morale, ma non si può”. Senza sorprese, a parte una Torino tripudiante, inimmaginabile seppure nel Carnevale. E la capacità di raccontare il nulla, tra le piccole cose e le grandi questioni - una insistente anticipazione, sulle tracce di Sterne, di Savinio e di tanti altri sguardi in superficie: il libricino ha introdotto la levità in letteratura.
Xavier De Maistre, Viaggio attorno alla mia camera

Problemi di base - 19

spock

Chi non ha nulla da dire, perché lo dice?

È nata prima l’audience o prima la tv?

Perché si paga l’abbonamento tv e invece non si è pagati?

Perché un euro ne costa due?

Che questione morale è, se è immorale?

Perché non c’è una rivista francescana di gossip, con tanti nudi?

Perché ci sono tanti giudici a Napoli, dove non c’è la giustizia?

Perché John Elkann vuole distruggere la Juventus?

Perché credere a Massimo Ciancimino?

Perché il libro più diffuso, dopo la Bibbia, è Mein Kampf? Prima di Dan Brown.

spock@antiit.eu

venerdì 16 ottobre 2009

Il tradimento degli intellettuali

È lunga la lista delle questioni in cui gli studi sono rimasti indietro in Italia, anzi fuori dalla realtà: l’indigenza della cultura politica è perfino sorprendente, non si penserebbe mai di una scienza che possa essere così vecchia (antiquata, faziosa, subdola) e incancrenita. Poco male, non è per denaro. Per partito preso qualche volta, o per abitudine. O per incapacità, capita. Ma è diffusissima, se contagia gli stessi presidenti della Repubblica, che per istituto si circondano dei migliori consiglieri su piazza. E puzza di ipocrisia, tanto è indigente.
A un elenco anche breve, le assurdità appaiono in effetti incredibili.
La riforma è impossibile delle istituzioni soprattutto perché la impedisce la cultura: le università, gli scienziati della politica, gli scienziati della Costituzione. L’Italia, paese vivo malgrado le prefiche a loro volta molto scientifiche, sguscia, s’assottiglia, si rigonfia, si adatta, riesce a spuntarla, attraverso i referendum, i regolamenti, le leggi elettorali, la decretazione, e la scienza non se ne accorge nemmeno: parla della Costituzione come se fosse ciò che era – che non peraltro si sa.
In particolare il plebiscitarismo. In Italia di matrice Usa, quindi anche nobile, rispettabile. Nelle leggi elettorali locali con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti, della Provincia e della Regione. Mentre il presidente del consiglio si elegge ancora indirettamente, ma il suo nome è indicato nelle liste parlamentari, e negli apparentamenti. È dal voto plebiscitario che, a ritroso, si costituiscono e si animano le forme politiche intermedie, i comitati, i circoli, le primarie.
Dove le primarie si fanno, per il presidente o segretario del partito Democratico, sono un mero show pubblicitario gratuito, ma sono presentate e avallate come il vero criterio di selezione democratica. Non sanno gli scienziati della politica che le primarie hanno un senso per indicare un candidato nazionale, non un capo partito? Il quale invece dev’essere espresso dal partito? Lo sanno.
Incredibile è l'indigenza degli studi su Max Weber e su Montesquieu, che basterebbe leggere. È incredibile la leggerezza con cui l’etica si lega al protestanteismo, per dire che l’Italia è corrotta, solo l’Italia, e talvolta – non sempre, sennò che sinistra siamo – che l’Italia non è nemmeno capitalista. O l’assurda argomentazione della divisione dei poteri.
Il giornalismo è paurosamente schierato, per interessi non dichiarati. E, dal punto di vista politico, che qui interessa, unicamente per il “non governo”, o il governo mediante la crisi. Che lascia piena discrezionalità ai padroni, dell’opinione e degli affari. I 14 conflitti d’interesse che avevamo documentato sul “Mondo” sedici anni fa, al momento della “discesa in campo” di Berlusconi, sono più numerosi ma non peggiori di quelli dei suoi concorrenti sui giornali e le tv, che però non si documentano.
Compresi quelli del gruppo spagnolo Prisa (“El Paìs”), che da maggio ha in atto una campagna per costringere Berlusconi a comprarsi la sua rete tv e i suoi debiti. Mentre Murdoch (Sky, “Wall Street Journal”, Times,” Sunday Times”, e indirettamente “Guardian” e “Independent”) è impegnatissimo ad affondare la sfida di Mediaset al comodo monopolio Sky sulla tv a pagamento – e, uomo di estrema destra, fa la fronda a sinistra a Berlusconi.
L’insegna è dichiaratamente ipocrita dei fatti separati dalle opinioni, anche questa sopravvissuta solo in Italia. Dove è presentata come ricetta inglese o americana, di due giornalismi cioè che più faziosi non si può immaginare, dichiaratamente.
Tutto sempre all’insegna dell’emergenza, la priorità, la guerra, per condurre al rinvio, e giustificarlo – la politica della crisi. Pretendendosi impegnati alla riforma. Ma questa è già la più larga disonestà intellettuale.

Ombre - 31

Il “Times”, cioè i servizi segreti britannici, dicono che gli italiani hanno pochi morti in Afghanistan perché pagano i talebani. Poi si dice l’onorabilità inglese.

Scalfari propone che il capo del Pd sia quello che riceve più voti, anche se sotto quota 50 per cento, propone cioè Bersani. E Franceschini, che può vincere solo al ballottaggio, si adegua. Cioè si arrende. A Scalfari?
Alle primarie che hanno senso solo per eleggere un capo nazionale, uno che si rivolga a tutti, non un capo partito. Che invece dev’essere espressione di un partito. Ma chiedere a questa sinistra di uscire dall’ipocrisia è troppo, in essa anzi si celebra.

La Lega vuole il Veneto, rischiando di perderlo, contro il berlusconiano Galan, che invece lo assicurerebbe alla destra. Lo vuole nel nome delle piccole patrie, del federalismo, dell’autonomia. Da Roma, dove la candidatura leghista si concorda (ce ne devono essere due a Nord)? O da Varese, dove si deciderà il candidato? Non si è mai abbastanza soli.

Il Sudan è nominato alla Commissione Diritti Umani dell’Onu. Da dove potrà passare da accusato ad accusatore, e alzare il tiro contro Israele a Gaza. Il Vaticano tiene aperta la questione dei diritti umani in Sudan, che ne è il più feroce trasgressore, con eccidi, e ora crocefissioni. Ma Israele non ama il Vaticano, cui non cessa di addossare la colpa dell’Olocausto. Le tre confessioni del Libro si ritengono superiori, per fede e cultura. E per saggezza?

È incredibile che Massimo Ciancimino soggioghi giudici, giornali e televisioni con l’incredibile storia del “papello”. E anzi ne produca uno palesemente contraffatto senza essere incriminato per calunnia. Ma è il modo d’essere della giustizia in Italia: si giustifichino Mancino, Amato, Rognoni, Borsellino che non si può più difendere, i carabinieri. Più nomi eccellenti possono trascinare nel fango, più i giudici diventano attivi, efficienti, risoluti.

Una sera “Striscia la notizia” spiega che Mara Majonchi s’è tolte le occhiaie col botulino. La mattina dopo Mara Majonchi parla a lungo alla radio per dire che lei mai. La sera “Striscia” fa un lungo sevizio con la stessa Majonchi presso uno “specialista” del botulino, che non si pronuncia. La terza sera “Striscia” consegna il tapiro alla Majonghi, che fa una lunga scena simpatica, e le confessa che lo specialista era un attore. Come non detto? No, un senso la vicenda ce l’ha: sta per uscire un libro della Majonchi. Non viene detto, ma alla fine della inutile sceneggiata i dieci milioni di spettatori di “Striscia” se ne ricorderanno vedendo il libro in liberia. Dopo essersi sorbite mille tirate contro la pubblicità occulta.

Fabio Cannavaro è colpevole non colpevole di doping. Cioè non si dopa, ma si dice che è accusato di essersi dopato, ingiustamente certo. Oggi come cinque anni fa, quando l’Inter e la Rai lo mostrarono sorridente con la flebo. Cannavaro al Real Madrid non ha dato ombra, alla Juventus sì, e questo è un primo fatto.
Ma poi uno pensa: perché Cannavaro e non un altro, magari della stessa Juventus? Si vede che Cannavaro in qualche modo c’entra. È invece no, è Cannavaro e non un altro perché Cannavaro è il miglior calciatore napoletano su piazza. E questo non va giù a Napoli: alla napoletana Procura del calcio oggi, e ai giornalisti napoletani della Rai, vecchi e nuovi, dello sport e dei tg, chi più furbo, chi più aggressivo, che volevano seppellirlo cinque anni fa. Prima che i giudici – napoletani – non trovassero di meglio per affossare la Juventus. I napoletani sono le prime vittime di Napoli – leguleismo, concussione, corruzione, e la violenza illimitata della “legge”.

I cinque di Oslo danno a Obama, che non ha fatto nulla per meritarselo, il premio per la pace che negarono più volte a Giovanni Paolo II, che invece l’aveva più che meritato. Ma non si può dire che fanno Kuturkampf, luterano, massonico, quello che sia. Perché è una parola tedesca?

“Repubblica” sintetizza domenica le paginate che il “New York Times”, il “Financial Times”, “Le Monde”, “The Guardian” e “El Paìs", il circuito del modesto supplemento settimanale del “Nyt” che ancora infesta le pagine del quotidiano romano, hanno scritto sabato contro Berlusconi. C’è un buco vistoso nei resoconti. Che però si conferma negli originali: benché prolissi, nessuno dei giornali menziona, nemmeno come ipotesi, nemmeno come tesi di Berlusconi (che per il cosiddetto giornalismo anglosassone sarebbe d’obbligo), quello tutti in Italia sanno e credono, che i giudici sono in Italia ingiusti e persecutori. Nessuno dei cinque grandi giornali: quindi non è per caso, non per trascuratezza.

Berlusconi accusa il “Corriere della sera” di faziosità. “Repubblica”, che documenta minutamente le intemperanze di Berlusconi, sorvola. Invidia? Il giorno dopo Scalfari sbrana il “Corriere” dicendolo servo di Berlusconi – anche se, sarà l’età, non scalfisce.

La ministra Gelmini ha ordinato ai bidelli di pulire le scuole, e i bidelli non hanno protestato. Non che si sappia, non ci sono girotondi, la Cgil non ha portato i milioni in piazza, neppure un cobas si è fatto vivo.
Che non ci siano più i bidelli? Impossibile, tutti li vediamo e li paghiamo nelle scuole, che aprono le porta la mattina e le chiudono all’una, per il resto fanno crocchio, fanno la spesa (a turno, è vero) e fanno il mercatino, per gli insegnanti, la signora preside e qualche mamma, di abbigliamento, di oggettistica, e di preziosi.
No, il problema è che ci facevano i ministri precedenti, da venti o trent’anni a questa parte. Falcucci, Berlinguer, Fioroni, l’efficientissima Moratti?

Saviano rimette in circolo l’onore. Berlusconi rilancia col rispetto – vuole rispetto, eccetera. Ricomponendo il serial di maggior successo della televisione il giovedì, o il venerdì, “L’onore e il rispetto”, sul Canale 5 di Mediaset. Che non lavorino entrambi per la stessa causa, il padrone di Mondadori e Mediaset e lo scrittore di Mondadori?

Due avvocati britannici borderline, un fiscalista e un amministrativista, Drennan e Mills, che trattano-controllano i grandi clienti stranieri nei paradisi fiscali del Regno Unito, si scrivono, si telefonano, e infine si recano a testimoniare alla Procura di Milano contro Berlusconi, uno dei loro grandi clienti. Perché non sono incriminati nel Regno Unito? Perché indirettamente tesimoniano contro Blair.
Chi dei due è dei servizi segreti? O tutt’e due?

Luca di Montezemolo crea qualcosa, non si capisce se un movimento o una fondazione, Italia Futura. Lo fa con un personaggio rispettabile, Andrea Romano, ma per “rifondare” la sinistra, con un “piano quinquennale”. Forse perché Romano ha lavorato anche alla fondazione di D’Alema? Si possono ancora dire queste cose?
Nessuno peraltro ricorda che un anno e mezzo fa, per le elezioni, LdM aveva già fondato un movimento, col suo socio Diego della Valle, e l’onorevole Tabacci, qualcosa con la Rosa al centro, di cui poi non si ebbe eco, né un voto.

L’Eni trabocca di gas, anzi tratta con Gazprom per non dover prendere altro gas. Edison, cioè la supernuclearizzata Electricité de France, si appresta a immettere sul mercato altre diecine di miliardi di metri cubi di gas. Ma il governo vuole le centrali nucleari, entro il 2013. Che non si faranno perché nessuno lo consentirà. Ma il governo perché le vuole?

L’immigrato è l’uomo nero, ma della burocrazia – del non saper che fare. La cosa è già nota dal Capitano di Koepnick, una delle storie più popolari di Germania. Il calzolaio di Tilsit che non può avere il permesso di risiedere a Berlino perché non ha un lavoro stabile, e non può avere il lavoro perché non ha il permesso di soggiorno. Finché non si fa lui stesso legge, comprandosi un’uniforme di capitano da un rigattiere di Potsdam.…

I francescani ad Assisi fanno manifestazioni di grido e passerelle di personaggi celebri, da Vasco Rossi a Hugo Chàvez, con re, magnati e vedettes cine-televisive. Sarà lo spirito francescano, dare scandalo nel senso del gossip – “aggiornato” come da Concilio?

giovedì 15 ottobre 2009

Un regime assoluto di polizia giudiziaria

Si dice “l’indipendenza della magistratura” ma è, di diritto e di fatto, un regime di polizia, gestito dai giudici. Dai giudici in quanto capi della vera polizia, quella giudiziaria. Che ha il potere di “uccidere”, moralmente certo, mandando in carcere, qualche volta anche i delinquenti. Talvolta dopo avere ascoltato di un persona ogni escandescenza, per messi e perfino per anni, specialmente degli incensurati e di ogni persona per bene – bisogna ascoltarla per anni per trovarla in colpa.
Si è già scritto in questo sito: “La magistratura in Italia è un potere esecutivo, e uno assoluto e feroce: l’indipendenza dei giudici è in Italia l’arbitrio della polizia”. L’indipendenza dei giudici è di fatto l’arbitrio. È una delle cinque piaghe dell’Italia, e merita un approfondimento. Tutti sanno nei fatti che lo è: i processi si fanno in piazza, a senso unico, con l’impossibilità per l’imputato di difendersi. Se non in processi tardivi, lenti, mai chiari o definitivi. Con garanzie per la difesa ridotte anche nel processo al minimo. Se non, ultimamente, nella forma della prescrizione, che libera il giudice prima che l’imputato, sul capo del quale permane invece il dubbio.
Non è chi non veda l’enorme impiego di uomini, strumenti (per intercettazioni, pedinamenti, documentazione), e risorse finanziarie, per indagini minori, alcune senza risvolti penali, ma di interesse dei magistrati. Di interesse personale. Che si dice volentieri politico, ma di politico non ha nulla: è corporativo nel migliore dei casi, e quasi sempre solo di carriera. La litigiosità dei giudici per uno scatto d’anzianità è prodigiosa e illimitata. La prescrizione, la forma di giudizioprevalente, è peraltro la peggiore forma di condanna e la più praticata in Italia, con processi che si trascinano per decenni, senza nessuna ragione se non l’ignavia dei giudici. Ignavia in senso proprio, poiché si riposano molti giorni la settimana, e in senso poliziesco, poiché si evitano l’obbligo di una sentenza, e tanto peggio per l’accusato.
Quello dei giudici è anche un potere assoluto, senza alcun controllo di merito, e a ben guardare neppure di forma. Il controllo dovrebbe essere infatti esercitato dagli stessi giudici, e questo, che nella pubblicistica viene definito riduttivamente un conflitto d’interesse, cozza contro uno dei fondamenti della democrazia, che è equilibrio e controllo. L’organo istituzionale di controllo, il Csm, è espressione dello stesso apparato giudiziario. E il solo controllo ammesso, quello degli stessi giudici in tribunale, è pregiudizialmente corrivo (inarrivabile ma non eccezionale il caso dei giudizi in serie del giudice Gritti a Milano nei primi anni 1990) e mai risolutivo, se non nel senso della condanna. Non ci sono praticamente assoluzioni in Italia – chi le vanta, Andreotti, Mannino, dopo quindici-venti anni di processi, lo fa a denti stretti, non è andato oltre la vecchia “insufficienza di prove”.

"Repubblica" all'ultimo respiro

Tregua oggi nell’assalto di Scalfari a Ferruccio de Bortoli, ma la battaglia non finisce alla prima schermaglia, il direttore del “Corriere della sera” ne è convinto e l’ex direttore di “Repubblica” pure. Anche se l’esito è aperto, e potrebbe essere letale per il quotidiano romano: nessuno si è mai salvato dalla durezza di Scalfari, ma questa volta, si dice, è diverso. Si spiega anche così la strana inversione di ruoli: che Scalfari attacchi il “Corriere”, che dopotutto sta dalla sua parte politica, mentre Berlusconi, accusando il giornale di lesa maestà, in realtà lo difenda.
Scalfari ha sempre amato giganteggiare sulle spalle di avversari poderosi, Cefis, Craxi, Berlusconi. Il direttore del “Corriere della sera” non è della stessa pasta, anzi ne rifugge, nella polemica più volte ha voluto sottolineare la sua onestà, e tuttavia non è una vittima facile. Scalfari può pure contare nella proprietà del “Corriere” alleati ligi, Della Valle, Bazoli, Merloni, ma non gli sarà facile questa volta perché non si tratta di affossare de Bortoli, ma di rilanciare “Repubblica” sulle spalle del “Corriere della sera”. Nessuno dubita a Milano che questa sia la partita.
Il giudizio, dentro e fuori il “Corriere”, è anzi sferzante: “Repubblica” è un guscio vuoto, in tutte le sezioni, con una redazione demoralizzata, decimata per la terza volta in cinque anni, in calo irresistibile di lettori e di readership, tale che, non fosse per Berlusconi, non avrebbe più alcun prestigio – certo è difficile fare sessanta pagine ogni giorno con un fotografo sardo, anche se si muove come un ninja tra i paradisi fiscali, e una escort pugliese. Ma per questo si ritiene che l’assalto di Scalfari sarà tanto più velenoso e ultimativo: ha creato un grande giornale e se lo ritrova inerte. De Bortoli, che nell’ultima replica ha sollevato l’argomento “pubblicizzazione” di “Repubblica”, decisa a favore esclusivo di De Benedetti, ha sorvolato sulle reale natura dell’operazione, come i lettori di questo sito sanno, ma potrebbe costringersi a fare uso anche lui del curaro.

L'etica della Dc

La dottrina del diritto democristiana: come smarcarsi dalla chiesa - c'è ancora la Dc, dunque.
Gustavo Zagrebelsky, Contro l'etica della verità, Laterza, pp.VIII, 171, € 6,90

mercoledì 14 ottobre 2009

Il mercato dell'informazione

C’è chi fornisce le notizie, in segreto, e chi le riceve, è questo il ritratto dell’informazione in Italia. Malinconico, in questo l’Italia è sicuramente malata: la formazione dell’opinione pubblica, che è lo snodo centrale della democrazia, è in mani occulte. Il mercato dell’informazione non è il campo della verità, in cui fatti, eventi, persone vengono rilevati e analizzati, magari con errori, ma in buona fede, bensì un jeu de dupes, una fregatura. Leggendo il giornale bisogna sempre chiedersi: chi dà le notizie, a chi, per quale motivo, e che notizie sono?
Ci sono notizie e “notizie”. E queste solo alcuni hanno, cioè hanno ricevuto: non sono rese pubbliche, come si dovrebbe con le notizie, e come avviene per ogni altro fatto o evento, ma vengono offerte a interlocutori privilegiati, affidabili se non complici. È il famoso mercato dei dossier, le “notizie” fabbricate per un fine: da Fabrizio Corona e Lele Mora per le 71 testate di gossip, da gente che rimane nell’ombra per i dossier politici, di cui però si sa che sono giudici, politici e ufficiali in carriera. Da gente di onore quindi, ma per fini che non possono, in nessuna ipotesi, essere onorevoli.
Non è una novità. Questo è sempre avvenuto nella cronaca giudiziaria, e da qualche tempo dilaga nei migliori giornali, insieme con la cronaca giudiziaria. Ma è sempre stato negato, proprio per non essere pratica onorevole. Ora Ferruccio de Bortoli ne dà agghiacciante, onesta, conferma. Nelle risposte lunedì e oggi agli incredibili attacchi dei concorrenti saprofitici (i personaggi che si fanno forti dell’autorevolezza altrui), il direttore del “Corriere della sera” contesta in particolare l’accusa “di aver nascosto la notizia di Patrizia D’Addario poi diventata famosa in tutto il mondo”. E spiega: “Non è così. Intanto, è stato uno scoop del «Corriere». Certo, l’abbiamo pubblicata con la dovuta cautela e tutti (i) punti interrogativi di una vicenda ancora oggi poco chiara. Altri due giornali, che l’hanno avuta prima di noi, non l’hanno pubblicata”.
“Avuta” la D’Addario? No certo, la “notizia”. Che dunque è stata offerta. L’italiano nello sdegno è venuto traballante, si fa confusione tra i generi e, nel genere femminile, tra la notizia e la D’Addario. Ma non si può pensare che il “Corriere” abbia “avuto” la D’Addario, ha avuto la “notizia”. Che era stata offerta ad altri due giornali (“Stampa” e “Repubblica”, n.d.r.). Da chi? Con che criterio (perché in prima battuta a quei due giornali e non ad altri)? Con quali garanzie di affidabilità?
Il fatto che il “Corriere della sera” avesse recepito e pubblicato la “notizia” in prima pagina era stato subito rimarcato da questo sito: non poteva trattarsi, come voleva l’articolo, della confidenza spontanea di una prostituta di Bari, un giornale di Milano, il più importante, non se ne sarebbe occupato. La notizia, ora lo sappiamo ufficialmente, non si trovava per strada, è stata offerta singolarmente, recapitata. È stata anche pagata? C’è un mercato dei dossier? E se non è stata pagata in euro con che? La credibilità, forse.
Resta poi sempre da accertare da chi e perché il “Corriere della sera” ebbe a fine 1994 la famosa “notizia” di reato a Berlusconi, che, infondata, servì a buttarne giù il governo appena eletto. Quella è sempre il culmine di questo mercato delle notizie. Anche perché sicuramente non è stata pagata.

La fine della sfida Usa a Mosca - e alla Ue?

L’abbandono dello scudo antimissile è l’abbandono netto della strategia antirussa, da parte dell’America, e forse pure di quella anti-Ue. Lo scudo è stato lo strumento principale, ma non il solo, di una politica ventennale degli Stati Uniti contro l’Ue al momento in cui diventava una potenza economica, e contro la Russia che riemergeva come impero nazionale dalla dissoluzione dell’Urss, impero ideologico. Lo ha accompagnato una relazione speciale con alcuni paesi ex satelliti, la Polonia, l’Ucraina, la Repubblica Ceca, la Georgia, e un’azione costante di disturbo della Ue, nei rapporti con l’Est Europa, nell’approvvigionamento di gas, nella stabilizzazione dell’euro. Con un lavoro puntuto di prevenzione di ogni ipotesi di apertura eurorussa, sia politica che meramente economica.
L’azione di disturbo continua sui rapporti economici, e per l’approvvigionamento energetico. Il governo italiano è praticamente costretto da Washington ad adottare un piano di centrali nucleari, mentre ai grandi giornali, “New York Times”, “Wall Street Journal”, “Washington Post”, si fa montare la guardia contro i gasdotti dalla Russia, Blue Stream, Soth Stream, Nord Stream. Ma ciò riguarda ancora l’Europa, e non più la Russia. È finita ogni azione di sabotaggio contro Mosca.
L’apice di questa azione di disturbo fu la Lettere dei Dieci paesi dell’Est in appoggio agli Usa nella guerra all’Iraq. Accompagnata dalla fantasmagorica ipotesi di Nuova Europa, giovane, innovativa, che avrebbe isolato la Germania e la Francia nell’opposizione alla guerra. Mentre era tenuta vigile l’attenzione sui diritti umani nel Caucaso sul Caspio. Ora le molteplici sfide che pone Teheran, e la stessa guerra nell’Arco della crisi, Irak, Afghanistan, Pakistan, hanno suggerito probabilmente il nuovo indirizzo dell’amministrazione Obama. Non specialmente interessata all’Europa, che non vi ha alcun ruolo, ma non ostile. E interessata invece alla Russia.
Un secondo passo atteso è l’ammissione della Russia nella Wto, l’organizzazione del commercio mondiale, dalla quale è stata tenuta pretestuosamente fuori, già ai negoziati che si sono aperti ieri a Ginevra. I motivi per l’apertura a Mosca sono solo evidenti. Obama ne ha bisogno in Iran, per risolvere in qualche modo onorevolmente la questione nucleare. E di più ne ha bisogno in Asia, dall’Afghanistan alla Cina.
È un’evoluzione anche obbligata, perché la Russia di Putin è tornata global player. Con gli stessi trucchi di prima, se sono veri gli avvelenamenti di spie e gli assassini di attivisti civili, non sono cioè invenzioni, in tutto o in parte, della feroce campagna mediatica di Washington e Londra. Ma con uno strumento non contestabile, le fonti di energia invece del sovietismo. Con le forniture di gas e petrolio Mosca ha già creato un’area eurorussa, con Italia, Germania e Francia. E ora si allarga a Oriente, con la Cina.

Telecom dopo AZ, l'handicap dell'italianità

Il salvataggio di Telecom Italia si sta risolvendo in un ridimensionamento, ma senza benefici per l’acquirente Telefònica. Tre anni di Telecom, dopo gli assalti dei privatizzatori italiani, del “nucleo debole” Agnelli, di Colaninno e di Tronchetti Provera, non hanno dato nessuna soddisfazione all’ex monopolista spagnolo. Se non il ridimensionamento del gruppo italiano a suo beneficio in Brasile, Argentina e Germania, poca cosa. E non ha fatto nessun bene a Telecom, dove la ristrutturazione industriale e commerciale con cui combatte ogni giorno Bernabé si scontra con la mancanza di capitali: i due soci italiani, Mediobanca (11 per cento, 37 con Generali) e Intesa (11 per cento) stanno lì a guardia di Telefònica, mentre il terzo socio, il gruppo Benetton, si ritiene in via d’uscita, e più che il rilancio garantiscono lo stallo.
Una soluzione Alitalia in grande, all’insegna dell’italianità e dell’incapacità. Col rischio concreto che di Telecom rimanga poco o nulla. Telefònica non ha potuto ristrutturare e risanare. Magari con taglia ma con produzione di valore. Le banche italiane con garantiscono contro il ridimensionamento e non consentono il rilancio. Tipicamente diffondendo la voce che, chissà, Telefònica si accorderà con Berlusconi-Mediaset in Spagna per ingrandire Telecinco con le spoglie dell’odiato gruppo Prisa-El Paìs, e Berlusconi-capo del governo garantirà in Italia via libera alla ristrutturazione Telefònica. Se Mediobanca e Intesa non ci stanno volentieri, perché non lasciano Telecom? Perché ci vuole la soluzione italiana.

La fantascienza dell'ordinario

La sorpresa è nell’ordinario. Ballard è il più avventuroso, e tuttavia testimone, anche lui, dell’aridità della fantascienza - della fantasia? La fantasia della fantascienza è retrattile, monodimensionale, tutto vi è ridotto alla Forza, iperboreo, iperburocrate. Mentre basta un pensiero, anche semplice o non espresso, per mutare le coordinate.
Ballard, Racconti, vol. I 1956-62

Letture - 16

letterautore

Ateismo – Il credente e l’ateo entrambi hanno visto Dio – quest’ultimo anche nella forma dell’agnostico. L’uno se ne ritiene salvato, l’altro abbandonato. “Non credo in Dio perché non l’ho visto”, dice il Caeiro pastore di Pessoa. Ma questo è l’indifferente – c’è il credente per abitudine (consuetudine) e l’ateo per indifferenza (insensibilità).

Dio - È una Differenza, tra pensare e non pensare. Riconoscerlo è atto d’orgoglio, e dunque peccato?, se un po’ ovunque si raccomanda che non ne parliamo.

Immaginazione - È ciò che fa l’uomo, dal pianto al riso. Nelle forme della logica e della fantasia. Che null’altro nella natura contiene.

Logica – È la scienza del non essere. Che è la storia, e l’incoerenza.
Nella logica nulla è reale. Nulla avviene, tutto si dissolve, in perfezionamenti.

Mito - Tutto, a fine Ottocento, era demi: demi-monde (Dumas figlio), demi-vierge (Prévost), demi-ton, demi-regard… Abbiamo avuto il mini, all’epoca del gigantismo (fusioni, incorporazioni, conglomerati). Poi, all’epoca del “piccolo è bello”, abbiamo avuto il maxi. Ora, all’epoca della vergogna, abbiamo l’etica. Piccole mitologie. Il mito è ciò che manca?

Morale - La morale vuole morti. È l’ordine, una forma di. Non c’è ordine senza vittime – esclusi – ma quella della morale è un’esclusione totale (la legge tempra la pena, legandola a stadi del delitto). Quant’è morale la morale?.

Morte – La morte della morte, per nessun motivo, sia pure deludente (l’età, la malattia), altro che il numero, sotto l’atomica o nella camera a gas. Dove morirono, è bene ricordarlo, non tutti gli ebrei, alcuni: i non ricchi e i non maneggioni. Per un credente può non cambiare nulla. Ma la morte della morte è la fine di ogni altro significato della vita.

Norma - È conservativa: è ciò che è stato. E non ha altro potere se non esterno – la forza nel caso della norma giuridica (Kelsen). La sua razionalità interna è la statistica, e la tradizione.
Quella innovativa è la tradizione recente, la tendenza.

Riso – Democrito ride, Eraclito piange. Ma il primo è superbo.

Santità – Sante e streghe sono persone simili, e i fenomeni che vivono equiparabili. Malee bene in esse si equivalgono, se non per circostanze esterne e minori, soprattutto l’ignoranza e la povertà (le sante nate in famiglie povere sono recenti, a meno che non fossero “semplici”, un po’ matte). Ciò per non vale per i santi, per i quali il male è il male, e il bene, tutto sommato, il bene.
La differenza sta probabilmente nel fatto che la santità maschile si realizza nel mondo, con le opere, mentre quella femminile è psicologica, introiettiva (visioni, macerazioni, rifiuti). Ma tanto più, allora, per essere il quesito così assolutizzato: c’è un’indifferenza femminile tra dio e demonio? Indifferenza storica, naturalmente, non genetica.

Storia – È la realtà. In più di un modo: le fonti, le cause, buone o cattive, i fini, i sentimenti, gli imprevedibili avvenimenti, e le bugie, le furbizie.

È muta, senza la tradizione e la cultura, è contestualizzazione. Si veda dal turismo di massa, che quando si applica alla storia è indigente. Per un americano del Kansas il Panteon è ammirevole per i volumi, l’altezza e il numero delle colonne, la durata nel tempo. Per l’industriale di Cuneo, persona altrettanto egregia del cittadino del Kansas, il calligrafismo giapponese è semplicemente inchiostro.

Non sarà agli inizi? Ancora corriamo, dopo il Big Bang qualche milione di anni fa – 65 milioni di anni fa c’erano i dinosauri, gli esseri umani solo cinque milioni di anni fa, l’homo sapiens Appena duecentomila anni fa.

Tempo – La stazionarietà è impossibile. Impensabile. Non auspicabile.

Virtù – Solo i ricchi sono – possono essere – disinteressati, generosi, cortesi. E belli, nobili, coraggiosi, voluttuosi.

letterautore@antiit.eu

lunedì 12 ottobre 2009

Le cinque piaghe della politica

La cosa peggiore per un paese è non avere un governo: prevale il più forte, il più violento, il più corrotto.
La seconda cosa peggiore è essere governato dalla polizia. In Italia dai giudici, che nessuno elegge, nessuno controlla, e nessuno può contestare, che dirigono le polizie e condannano senza processo. Che quando si fa è sempre lento, lungo, e incerto, una formalità.
La terza è essere governato dall’uomo più ricco d’Italia, che non necessariamente è il migliore - anzi, la ricchezza è sempre sospetta.
Questa sarebbe la disgrazia terza bis: la terza vera è essere governati dai preti, dai talebani per esempio, o dai khomeinisti. Ma in Occidente questo rischio non c’è: solo l’Italia vi era soggetta, da ultimo con Berlinguer, ma Giovanni Paolo II ha spazzato via, se Dio vuole, il clericalismo, che ora ha difficoltà a rientrare per quanto spregiudicato.
La quarta è avere una stampa scandalistica – Gianni Ippoliti ha contato in Italia 71 testate di gossip, noi ne conosciamo di più, chiunque legge lo sa.
La quinta è la democrazia, che vuole essere regolata.
Se si riscrivesse la Bibbia le piaghe sarebbero queste.

La doppia verità dopo il Pci

“Uno Mattina” va bene se dice a Bersani “questa è casa sua”. Se lo dice a Berlusconi attenta alla libertà.
Se lo dice l’Associated Press è vero, che ci governano le banche, o il Fondo monetario. Se lo dice Tremonti è una sciocchezza, un’aggressione eccetera.
I circoli sociali sono buoni quando contestano il G 8 e Ferrara, cattivi quando contestano Chiamparino e la Bresso.
I testimoni chiesti dalla Procura vanno bene, quelli chiesti dalla difesa no.
La chiesa fa bene se critica Letizia Moratti, sindaco di Milano, male se critica Walter Veltroni, sindaco di Roma.
Il consigliere provinciale di Berlusconi sotto inchiesta a Milano prende una pagina, il ministro di Prodi sotto inchiesta a Potenza un articolo breve. Discriminazione doppia, del ministro rispetto al consigliere provinciale, e dei giudici del Sud – che sono napoletani come quelli di Milano.
Nei giornali che fanno l’opinione qualcuno non si è accorto che il partito Comunista non esiste più, e anzi si vergogna di essere esistito. Ma non sono i giapponesi perduti nella giungla, sono gli amabili servitori dei loro padroni.
De Benedetti ha sempre ragione, Berlusconi sempre torto.
È vero che De Benedetti è uno charmeur, scrive anche sul “Foglio” di Ferrara, di filosofia politica, e gli è simpatico, mentre Berlusconi, col quale Ferrara milita, si capisce che gli è antipatico.
Qui bisogna stare attenti. È vero che De Benedetti impiega 1.200 giornalisti, e Berlusconi solo 800. Ma Berlusconi assume, mentre De Benedetti ogni anno ne licenzia cento. Cioè, propriamente li “sistema”. Con le “provvidenze” di Berlusconi.
Le guerre di Bush sono cattive. Ma se le fa Obama sono buone.
Le rendition di terroristi internazionali - i rapimenti di persona - sono un delitto grave per la Procura di Milano se fatte all’epoca di Bush. Non quelle fatte all’epoca di Clinton e Gore, che le hanno volute.
Che altro?