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sabato 5 gennaio 2019

Lo scandalo dello scandalo - o dell’ipocrisia

Leoluca Orlando contro Salvni? Sì, ma come falso scopo, per puntare Mattarella. La (vecchia) Dc non si corregge - Orlando ne è la quintessenza, il fucilatore di Falcone e altri onest’uomini, per micragnose questioni di potere.
Un distinto flair di ipocrisia ritorna in politica e nei media. All’insegna del politicamente corretto, che però non esime. Ogni anno il bilancio di previsione viene approvato la vigilia di Natale, o di Capodanno, con voto di fiducia, cioè “al buio” si direbbe a poker. Ma solo quest’anno il giudice Valerio Onida, che pure ha ottanta’anni buoni, trova la pratica disdicevole. Un caso eccezionale, della vecchiaia che risveglia la memoria invece di ottunderla? Ottimo, ma perché i costituzionalisti non fanno i garanti della Costituzione a tempo pieno?
Si fa scandalo della partita italiana che si gioca in Arabia Saudita, perché le donne non possono entrare allo stadio insieme con gli uomini, ma separatamente. Fino a qualche giorno fa, invece, si apprezzava il reame saudita perché sta infine liberalizzando la condizione femminile – fino a un anno fa le donne  non potevano entrare allo stadio e basta. Le donne ora possono prendere la patente. E perfino, cosa inaudita, mostrare il volto – fino a qualche mese fa dovevano uscire velate di nero intrasparente dalla testa ai piedi.
Si “fa scandalo” e basta, cioè, giusto per dirsi “siamo i migliori”: è la colpa, grande, del politicamente corretto - disinvoltura e lavarsi le mani. Che però non aveva scena aperta, non in Italia, e ora invece sì. Non per puritanesimo, per opportunismo.
Tutti sanno che i Comuni fanno a gara per creare centri di accoglienza – di concentramento, per quanto mansueto – per gli immigrati. Centri che sono quello che dice Salvini. Creati per l’appalto dei 35 euro al giorno per immigrato che il governo deve spendere. Che non sono molti, sono una dotazione modesta, ma allora la gara per accaparrarseli è tanto più turpe.
Ci sono epoche storiche definite per il sottogoverno. Un tempo era la sanità pubblica. Poi l’ecologia, soprattutto il business elettrico, e la raccolta differenziata dei rifiuti. Ora, su tutto, il Terzo Settore, per tutti i servizi che lo Stato e i Comuni non sanno svolgere, appaltati ai privati, associazioni senza fini di lucro ma purtroppo anche senza competenze, messe su a beneficio degli associati e di qualche dipendente: droga, poveri, senzatetto, assistenza domiciliare, e da alcuni anni l’immigrazione. Aprire un centro di accoglienza vale alcuni posti di lavoro, e questa è tutta la politica.
Sull’immigrazione sono disponibili esperienze ormai secolari, affinate, responsabili, per agevolarla e contenerne i guasti. Specie in quella intercontinentale, negli Usa, in Australia, in Canada. Con le richieste di manodopera, i visti, i contingenti, i ricongiungimenti familiari. In Europa non si può fare. Neanche nei paesi che da più tempo hanno sofferto l’inverno demografico e la necessità dell’immigrazione, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania. I ricongiungimenti familiari – tutti quei bambini che viaggiano soli o con madri sole? I visti d’ingresso a personale più o meno qualificato? Una politica di trasporto dell’immigrato con visto, in sicurezza e a costo accessibile?
Basta dire, dirsi, che l’Africa è un continente di miserie e di terrore. Il vecchio atteggiamento razzista, della superiorità, ricoperto di buona volontà. Senza mai non solo non sapere o non volere imparare, ma nemmeno ipotizzare che l’africano è uno come noi, forse più agile di corpo e di mente perché meno ingolfato da zuccheri e carboidrati. Che conosce le leggi e le sa – o non le vuole – applicare. Che ha qualche scopo nella vita, che non sarà quello di fuggire.
Il decreto sicurezza non si sa ancora nemmeno cosa implichi. Si dice che aumenterà il numero degli immigrati irregolari. Mentre rientra nella politica dello scoraggiamento, che sola ha avuto successo – nel 2018, da metà anno, gli imbarchi avventurosi si sono dimezzati, 150 mila in meno.
O la tratta degli schiavi è potente, più intelligente e abile dei “belli-e-buoni” dell’accoglienza? Tenuta da africani, sicuro. L’Italia, relativamente nuova all’immigrazione, a partire dagli anni 1970, per prima cosa ha avuto l’immigrazione di prostitute nigeriane, che non si faceva coi barconi di notte, da quel lontano paese era impossibile, ma in aereo con i visti. Con centri di smistamento a Roma, a via Tacito, e a Livorno. L’africano vuole fatti, anche lui, non sorrisi – di compatimento.

Il mondo com'è (364)

astolfo


Indoeuropei – Venivano dall’Artico?
L’indoeuropeismo, o dell’arianesimo, è l’“invenzione” che è probabilmente il legato peggiore della cultura tedesca all’umanità e alla stesa Germania. Di uno scientismo tanto meticoloso quanto abborracciato. A partire da metà Settecento, nel quadro dell’incipiente mentalità dei primati nazionali a metà Settecento. Fino a farne l’indogermanico in linguistica negli anni 1920 in Germania, a opera di due linguisti austriaci, Alois Walde, professore a Kōnigsberg e Breslavia, e Julius Pokorny, professore a Berlino e Zurigo – specialista questi piuttosto di un indo celtico. Ma subito poi scopertamente razzista con Hitler- seguito da Mussolini, che pretendeva a una sorta di “indolatino”. Un sostrato linguistico-culturale che non solo si è voluto razziale, ma si mostra superficiale e inconsistente pur con i tanti studi.
Gli studi più attendibili sono sul sanscrito. Che anch’esso  stato ed è “curvato” a secondo dei nazionalismi. Ma il progetto è politico, di politica culturale – perché l’indoeuropeo nasce a progetto. La creazione dell’“arianesimo” si fece tra Oxford e Gottinga, l’università anglo-tedesca, “Georgia Augusta”, appositamente costituita, a metà Settecento -  con facile traino poi di letterati e pensatori, tra essi Coleridge e Carlyle, sull’onda anche della riscossa romantica contro la democrazia ugualitaria della Rivoluzione.

L’“indogermanico” di Walde è stato costruito germanizzando le radici sanscrite. In parallelo, si svolge la “ricerca” – si è svolta, oggi desueta – per tirare fuori gli ariani e il sanscrito dalla scura, se non negroide, penisola indiana. Fino a farli venire dal circolo polare artico, da poco sotto. Uno studioso veneziano, Franco Rendich, professore emerito di Ca’ Foscari, pubblica da qualche tempo pubblicità a due pagine sui giornali per contestare l’“indogermanico”. Salvo poi fare capo a B.G. Tilak, il protonazionalista indiano di fine Ottocento, animatore dell’ala intransigente del partito del Congresso, che si dilettava si astronomia e stabilì “La dimora artica nei Veda”. Libro che introduce così, facendo riferimento a un suo “studio” precedente, “Orione, o ricerche sull’antichità dei Veda”: “Dimostravo anche che le citazioni astronomiche indicavano con sicurezza che l’equinozio di Primavera aveva avuto luogo nella costellazione di Mriga, ossia Orione, circa 4500 anni a.C., durante il periodo degli Inni vedici, e che esso si spostava verso la costellazione delle Krittica (o Pleiadi), circa nel 2500 a.C., al tempo in cui venivano composti i Brahmana”. Astrologia.
Ma l’astrologia non scoraggia Rendich, che si paga le costose pagine di pubblicità per ricordare che “i carotaggi ultimamente effettuati in Groenlandia allo scopo di controllare i cambiamenti climatici avvenuti nelle zone artiche negli ultimi 11 000 anni hanno accertato che intorno al 4\5 mila a.C., in un’epoca interglaciale, il clima era stato mite”. E dunque: “Ciò ha confermato la tesi di Tilak”, il quale aveva visto giusto nel collocare l’antica patria dei nostri antenati vedici in una zona artica”. Che il prof. Rendich situa “nell’estremo nord della Siberia” – generando il dubbio che anch’egli non sia al soldo di Putin? – “alle stesse latitudini della Groenlandia”.

Censura – La ricerca casuale sul web di un post di questo blog, “Hanno fatto nero Heidegger” non ha prodotto alcun risultato. Questo blog si pubblica su una piattaforma Google, blogger.com, ma Google, che trova tutto, anche senza virgolette, anche con errori di battitura - anche su antiit.com trova tutto, con virgolette e senza - questo post no, non lo trova. Cioè non lo nega, lo elenca, ma fa in modo che non si legga – al suo posto “escono” altri quattro, o cinque, post: una recensione, due rubiche, etc. Non è un caso e c’è un perché.
Scorretto nel galateo Google è quel “fatto nero”, politicamente scorretto (non si può dire “nero”)? È probabile. Ma l’esito è di altro tipo: è come se non si potesse dire che l’antisemitismo non c’è anche se non c’è. Perché in “Hanno fatto nero Heidegger”, una recensione degli ultimi “quaderni neri” del filosofo tradotti, si spiega che non c’è l’antisemitismo per cui gli stessi “quaderni” sono diventati famosi (famigerati) - e lettura quasi necessaria anche se da esecrare: un stratagemma editoriale?
C’è una censura vigile su google. Veloce evidentemente e superficiale, poiché i post fluiranno a migliaia al secondo. Ma con criteri anche abbastanza evidenti: sì ai siti apertamente antisemiti, dalla Papuasia alla Norvegia, nel nome della libertà di espressione, no a una critica che possa intaccare in qualche modo la compattezza dell’antisemitismo, la sua virulenza. Che sembra paradossale e lo è. Ma è sconcertante – è quasi una riprova dei “Savi di Sion”, il libello che fondò l’antisemitismo contemporaneo.

Mosé – L’ultima ermeneutica biblica lo colloca attorno al 3.500 a.C., quindi a ben prima dell’Egitto dinastico, dei faraoni, organizzato. Può ben essere allora quello che Freud voleva, un generale egiziano. Ma non un disertore: un capopopolo. Con la conseguenza però che gli ebrei sarebbero una tribù egiziana.
Di fatto molta storia ai bordi del Mediterraneo è da rivedere, non solo quella greca.

Nazionalismo – Ha cambiato segno – vorrebbe – non da ora: non più offensivo, imperialista, ma difensivo. Corrado Alvaro perplesso lo rilevava già nel 1952, recensendo un film sulla guerra di Libia, “La donna che inventò l’amore”, da un romanzo di Guido da Verona: le “sollecitazioni” di orgoglio”, dopo la guerra distruttiva del 1940, scriveva sul “Mondo”, “urtano contro una realtà che ognuno sente istintivamente: quel tempo è passato, e per riportarlo a noi bisognerebbe che l’Italia vincesse una guerra contro gli Stati Uniti, la Russia, il mondo mussulmano, l’Europa”. Improbabile. Anche allora.
Il pubblico non reagisce, nota lo scrittore: “Intuisce che sognare un’Italia grande a chiacchiere per riavere in casa un energumeno impotente, sarebbe l’ultima delle umiliazioni”.   

Roberto – Fu la sigla tentata in Italia per popolarizzare l’asse con la Germania e il Giappone: il  tripartito Roma-Berlino-Tokyo. “Roberto” Mussolini propagandava in 150 milioni di uomini – che gli sembravano molti, evidentemente, ma equivalevano agli Usa, 132 milioni, 180 con la Gran Bretagna, molto meno che la popolazione dell’Unione Sovietica, 190 milioni.


astolfo@antiit,eu

La salvezza viene da Sarchiapone


Creata (ricreata) per il Natale del 1974 – poi rivista per il Natale Rai del 1977 - l’opera di De Simone, sui testi fine Seicento di Andrea Perrucci, con l’aggiunta, un secolo dopo, del personaggio chiave di Sarchiapone, continua d andare in scena come ogni Natale a Napoli a opera di Peppe Barra –con Rosalia Porcaro ora nei panni già della madre Concetta Barra, nel ruolo comico proprio di Sarchiapone, “barbiere pazzo e omicida”.
È il racconto del viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme, per il censimento. Per ridare vivacità all’aneddoto pio e all’oratorio classico, Perrucci vi introdusse una vena eroicomica, grazie al linguaggio misto, che al dialetto nelle sue forme più vivaci, anche scurrili malgrado la sacertà, intervalla la lingua accademica, arcadica. 
Un ripescaggio geniale, come i suoi tanti della tradizione napoletana, di De Simone. Che da fine musicologo accompagna l’azione scenica con parti cantate e ballate su melodie e ritmi tradizionali. Con una curiosa sovversione: l’opera teatrale si era data ogni anno per l’Avvento liberamente nella Napoli presunta bacchettone e clericale, in una parola borbonica, mentre venne censurata dall’Italia laica risorgimentale - che non aveva a cura tanto la morale quanto la religiosità popolare che si coagulava nella rappresentazione? La boicottò, e nel 1899 la proibì – Benedetto Croce ne dette l’annuncio perplesso: “Debbo segnalare la fine di questa secolare tradizione, perché in questo Natale 1899 il prefetto di Napoli, Conte Cadronchi, l’ha spezzata proibendo d’ora innanzi la recita natalizia, per ragioni di ordine e decenza pubblica”.
Nella rappresentazione Belfagor, Satana e ogni altro obiettore fanno di tutto per impedire il viaggio a Betlemme. Ma l’Arcangelo Gabriele veglia, e con lui due napoletani veraci, Strazzullo, scrivano e gabelliere, e Sarchiapone, gobbo, “barbiere pazzo e omicida”, maestro nell’arte di arrangiarsi.
Roberto De Simone, La cantata dei pastori, Teatro Politeama, Monte di Dio, Napoli

venerdì 4 gennaio 2019

Secondi pensieri - 372

zeulig

Curiosità – È del presente e del futuro come del passato. Forse  qui con più forza - “Ulisse oppone la curiosità alla novità”, nota S.Tesson del curioso per eccellenza, “Un’estate con Omero”,137. Ma è vero di Ulisse come di ognuno: ci sono novità che non incuriosiscono, e si sono curiosità non legate alla novità.
Anzi, la curiosità è più viva di fatto per il passato: la storia, le storie. Per come il passato è passato, e più per come avrebbe potuto essere, o come si potrebbe riconformare.

Destino –  È l’ordine naturale delle cose. Un ordine che non è ordinato e non è naturale. Non della natura quella che conosciamo. Nell’antichità sconosciuta anche agli dei – fino al Cristo gli dei stessi sono elastici.
È il presupposto e il fondamento della religione. In entrambe le sue forme, dell’ineluttabile e del casuale: l’impossibilità della libertà – o della libertà come interstizio, conquista continua, parziale, infima, tra illusioni e delusioni.

Immaginazione – È, si vuole, in guerra ancora più produttiva che nella vira ordinaria – nella poesia, l’arte, la creatività. Si può anche dire che è quella che decide le guerre. Le tribù tedesche tenevano in scacco i forti romani, organizzati, corazzati, mettendo in prima linea una bella fanciulla, per eccitare nelle loro schiere i più giovani e forti. I tedeschi sono poi diventati lanzichenecchi, mercenari, ma devono avere mantenuto questa sapienza, che la guerra si combatte entusiasti, almeno per un secolo fino alla sconfitta nel 1945. Con la voglia di farla più che con le armi. La forza di Hitler era l’immaginazione delle masse - caso non raro nella storia, è di Napoleone, Giovanna d’Arco, Alessandro Magno - per un decennio fino al ‘42. I russi hanno sconfitto i tedeschi per lo stesso motivo, perché alcuni di loro ne condividevano la risolutezza.

Orientalismo – È nozione e fatto imperialista – Edward Said? Certo, tutto nell’imperialismo è imperialista. Ma non imposto con le armi, non sempre e non necessariamente, o col denaro. Semmai per via di conoscenza, e non sempre facile o abborracciata: storiografia, archeologia, filologia, etnologia, antropologia.
Del resto l’imperialismo non è stato solo occidentale: l’Oriente ha anche vinto e a volte conquistato l’Occidente. Ma non ha “inventato” ( pensato, classificato, categorizzato) un “occidentalismo”.
Un differenza  di categorie mentali, sicuro, senza segni di più o meno. Ma allora un orientalismo  non proprio discriminante – semmai da correggere, aggiustare, sintonizzare.

Paura – È l’occupazione-preoccupazione più sentita e diffusa  dell’epoca. Non da ora, ma ora prevalente. Non un sentimento ma quasi un’arte. Che lo scrittore Alvaro nel 1952 trovava già un mestiere, un affare – allora a proposito del proliferare di “film avveniristi terrificanti”: “Una delle occupazioni più redditizie del nostro tempo è quella di impresario di paure. Più sono confortanti le scoperte della tecnica e della scienza, più grandi sono le possibilità di vivere meglio, e più tutti si affannano a incutere terrore”. Quel “tutti” essendo uno scivolone nel modo di dire, lo scrittore si corregge continuando: “Giacché è comune l’atteggiamento profetico, facciamo una profezia anche noi: i posteri rideranno di un tempo come il nostro in cui si accumulano terrori per tutto quanto è nuovo, prodotto del genio dell’uomo, conforto, speranza, da inorgoglire qualunque epoca più gloriosa dell’umanità”
L’unica aporia della profezia è che i posteri non sono più generazionali, come usava, ma vanno probabilmente per secoli – la “profezia” di Alvaro, del 1952, è già di settant’anni fa, e ancora aspetta la generazione critica. Ma anche questo Alvaro aveva presente, e infatti prosegue: “Ma un simile atteggiamento di fronte alla vita  non potrà provocare che una insensibilità ai mali, alle sventure, ai disastri, che purtroppo sono fatali nel viaggio della civiltà, e questo sarà davvero fatale. Si cerca il fascino delle cose vietate e degli incubi. L’umanità vi si potrebbe anche buttare a capofitto”.
Più innovazione, più marcia in avanti, più genio, più diffuso, e più paura: la morfologia della paura è un circolo vizioso.
La storia registra i terrori dell’Anno Mille. Non per altro, per la scadenza, un numero che in sé è fatidico. Il Duemila è stato superato senza patemi, ma l’angustia, non rapportata più alla “scadenza”, al dato epocale, permane: vogliamo farci paura.

Tribù – Lo spirito tribale rinasce nel mondo “aperto”, internettiano. Proprio tribale, non  nazionalista: confuso nelle motivazioni, ma assertivo ed escludente, deciso, non discutibile, violento seppure mascherato per opportunità.
La tribù si forma effettivamente in un mondo senza frontiere. In forma genetica, parafamiliare, ma più per una intesa, di convenienza (opportunità) o idealità. A fine non tanto di essere quanto di escludere. Robusto – e quindi offensivo - per intendersi di difesa: la tribù è imperialista ma per voler essere antimperialista.
Nella storia è il caso dell’imperialismo italiano, del “posto al sole” come una forma di antimperialismo – dall’imperialismo in cattedra peraltro classificato, a specchio, come “imperialismo straccione”.

È un vulnus, una ferita, e non un disegno.    

zeulig@antiit.eu

Orwell fa il povero

Una sociologia più che un racconto o un’esperienza di vita. Ma più una prova narrativa: Orwell voleva essere poeta e scrittore invece che intellettuale e politico, e con questa prima opera, a trent’anni, si confermò nella sua vocazione.
In forma di autobiografia, in realtà la bohème del futuro Orwell, Eric Arthur Blair, a Parigi e Londra è tutta costruita. Di un picarismo urbano con forti connotazioni sociali, e anche qualche tratto, labile, autobiografico, ma soprattutto è d’invenzione. 
Reduce dalla Birmania dove aveva fatto il poliziotto, il futuro Orwell ritornò in famiglia a Southworld nel Suffolk, dove riprese i rapporti con i vecchi compagni di Eton e Cambridge Ma per pochi mesi: presto si stabilirà a Londra, a Portobello Road, per dedicarsi alla scrittura. Da Portobello faceva incursioni nell’East End povero, camuffandosi anche da povero, col nome fittizio di Burton, per raccogliere esperienze e materiali, il suo ideale di narratore allora essendo Jack London, “Il popolo degli abissi”. Dell’East End farà uso nel suo primo saggio pubblicato, “The Spike”, e nella seconda parte di questa sua prima opera narrativa.
Non prose autobiografiche, se non per aspetti minimi, di circostanza, ma reportages in forma di racconto in prima persona. I travestimenti nell’East End dureranno cinque anni. Durante i quali il futuro Orwell fece anche un soggiorno a Parigi, all’inizio del 1928. Patrocinato socialmente e finanziariamente da una zia materna, che vi risiedeva. A Parigi cercò esperienze analoghe a quelle londinesi, partendo dall’alloggio, che prese in ambiente operaio, il quinto arrondissement. Ma vi passò un anno di svolta per le sue ambizioni di scrittore. Lavorò per “Le Monde”, allora giornale politico-letterario, diretto da Barbusse, e per “Le Progrès Civique”, un periodico del Cartello delle Sinistre. Da Parigi pubblicò anche a Londra, sulla rivista “Adelphi”, di John Middleton Murry, il marito di Katherine Mansfield, e Max Ploughman, di orientamento laburista, il saggio “The Spike”, il rifugio, una sorte di mensa-dormitorio Caritas. Che poi, reimpostato e ridotto, includerà nella parte londinese di questo presunto memoir. La quale mostra, con poca finta narrativa, il progetto sociologico. Con una piccola guida ai ripari di Londra per i barboni senzatetto. E un capitolo sullo slang , delle periferie povere e dei mendicanti, la passione neologistica che culminerà in “1984”.
Il soggiorno parigino finì dopo un anno per un’infezione ai polmoni che lo costrinse al ricovero – l’esperienza dell’ospedale diventerà un suo classico nel 1946, quando ne farà materia del saggio suo forse più famoso, “Come muoiono i poveri”, sull’ospedalizzazione nel continente, e sulla “nurse” inglese, la vera anima di un buon ospedale. Dimesso dall’ospedale si scoprì derubato e senza soldi. Da qui l’esperienza, forse inventata, che prende i primi due terzi di questo suo primo libro di narrativa, approntato quattro anni dopo, nel 1932: un lavoro da plongeur, sciacquino, in un ristorante parigino, con molta fatica, sudore e sporcizia, molti italiani – camerieri, maîtres, direttori – e  i russi, normalmente truffatori, allora d’obbligo a Parigi.
Non appetente. Il libro fu rifiutato da molti, tra gli altri anche da T.S.Eliot. Infine pubblicato da un editore giovane, Gollancz, a titolo quasi gratuito – liquidò l’autore con cinquanta sterline. Doveva intitolarsi “A Scullion’s Diary”, diario di uno sguattero. Poi “The Confessions of a dishwasher”, di un lavapiatti. Fu pubblicato col titolo di Gollancz senza echi subito dopo la Befana del 1933.
Una narrativa tra il sociale e il picaresco. Sulla fame, la fame, la fame. Come tesaurizzare cinque franchi o due scellini. Impegnando anche gli stracci. Materiali e situazioni inappetenti. Che tuttavia Orwell riesce ad animare: il debutto non lo segnalerà nella scena letteraria, ma lo confermerà nei suoi propositi. E si può riprendere oggi con gusto, benché senza personaggi o passi memorabili.   
George Orwell, Senza un soldo a Parigi e Londra, Oscar, pp. 240 € 13


giovedì 3 gennaio 2019

La disinformazione


C’è Integrity Initiative, cioè il governo e i servizi segreti britannici, dietro la campagna di stampa contro Jeremy Corbin, il leader del partito Laburista? C’è. Ma Corbyn non è il bersaglio maggiore di questa “Initiative” lanciata il primo aprile 2017 (gli inglesi amano gli scherzi, ma di fatto l’agenzia  sarebbe nata due anni prima) come “un consorzio contro le notizie false”, e rivelatasi diciotto mesi dopo un progetto governativo, del governo conservatore. Con l’obiettivo immediato di contastare Corbyn e il partito Laburista. Ma con una mission più ampia , concordata col Dipartimento di Stato americano e alcuni uffici Nato, affidato e esponenti militari dei servizi segreti britannici, con lo scopo di controllare l’informazione. Ufficialmente per “controbilanciare la disinformazione russa”.
È dai servizi russi d’altra parte che la controinformazione su Integrity Initiative proviene. Si fa la guerra delle spie quando non c’è, non si può fare, la guerra vera? Sì, è un modo per le spie di mantenere il posto. Ma non hanno mai avuto tanto credito, quanto in quest’epoca di pace (non guerra).

Cronache dell’altro mondo 21


“Nuovi studi mostrano che gli esperti sbagliano sull’intromissione del social russi nella politica Usa”, titola in copertina “The Nation”, un sorta di “Manifesto” made in Usa. Che giudica l’intromissione, se c’è stata, “non collegata al voto presidenziale del 2016; microscopica in estensione, impegno e spesa; e giovanile o assurda nei contenuti” – divagazioni disimpegnate per sorreggere una presenza pubblicitaria di basso livello, gadget sessuali, icone russe, oggettistica. 
“The Nation” si basa sugli studi commissionati dall’Intelligen ce Committee del Senato americano a due società di consulenza, di cui questo sito ha dato la sintesi ieri. Gli stessi studi invece il “New York Times” dice apocalittici, per la penna di David Ignatius, uno scrittore di thriller di spionaggio, “Come la Russia ha usato internet per perfezionare le sue arti dark”: “Sembra sempre più come se la disinformazione russa abbia cambiato la direzione della storia americana: nell’elezione del 2016, decisa di stretta misura, il trolling russo può aveve facilmente fatto la differenza”. E il “Washington Post”: “Gli studi descrivono uno sforzo russo sofisticato, a più livelli, per usare ogni strumento disponibile a creare risentimento, sfiducia e disordine sociale”.
Tutto pur di non dire che l’elezione del 2016 è stato l’esito di una politia salariale e sociale ingiusta negli anni di Obama, secondo “The Nation”. Ma c’è un build-up del complesso militare-industriale aerospaziale, bisogna aggiungere, della missilistica. Evidente a Washington nelle attività di lobbying. Che ha bisogno di una minaccia credibile, e punta sulla Russia.
Michelle Goldberg, la voce del “Washington Post”, blogger, autrice di “Sex, Powwer and the Future of the World”, si basa anche su un terzo studio, di tre ricercatori dell’università dell’Ohio. Secondo il quale “credere una storia falsa è stato il motivo per cui molti elettori di Obama nel 2012 non hanno votato per Hillary Clinton nel 2016”. Queste le fake news all’origine dell’astensione: che Hillary Clinton era “seriamente malata” (in effetti ebbe un collasso in campagna elettorale); che da segretario di Stato aveva approvato la vendita di armi a uno Stato islamico (ma in effetti l’aveva approvata, all’Arabia Saudita); che Trump era patrocinato (endorsed) da papa Francesco.




La leggerezza in Rai

Una commedia brillante. In un ciclo ottimista, “Purché finisca bene”. Una rivoluzione in Rai, dopo gli inesauribili lutti che sono – sono stati – la cifra dell’emittente pubblica. 
Una rivoluzione doppia. Una commedia brillante hollywoodiana, cioè bella, in interni e esterni, in costumi e maschere, in aneddoti senza bersaglio, né di partito né di corrente. 
Sarà qui la Terza Repubblica che in politica invece non s’intravede – o in Rai si sono sbagliati? La leggerezza in Rai è senza precedenti, e in controtendenza sullo “spirito del tempo”, ansiogeno. O le ansie sono dei media, il mercato vuole che finisca bene?
Fabrizio Costa, Basta un paio di baffi, Rai 1

mercoledì 2 gennaio 2019

Letture - 369

letterautore


Bibbia – Ha molto del mito greco, è stato detto, rivissuto in una società che ha forte il senso del peccato e della trasgressione, cioè di un punto fermo – il peccato è un’offesa. Un’opinione, peraltro avanzata perlopiù in ambito laico, anticonfessionale. Ma la datazione degli scritti biblici come si conoscono, via via riportata a età sempre più basa, ora al tardo ellenismo, ne rende compatibile l’adattamento.

Casa – Jhumpa Lahiri, che poi sceglierà l’Italia e Roma come sua casa – ma ultimamente sempre meno – nel 2011, in un testo che il “New Yorker” riesuma in una serie sulle “fonti di ispirazione” degli scrittori, scriveva: “Per buona parte della mia vita ho voluto appartenere a un posto, o a quello da dove i miei genitori erano venuti oppure all’America, dispiegata davanti a noi. Quando divenni scrittrice il mio scrittorio divenne casa: non ci fu più bisogno di un’altra”.  La rivista illustra il testo  con una foto che si ama sia della scrittrice bambina in braccio al padre all’arrivo negli States, con accanto la mamma giovane.
La casa quando si perde, non si ritrova? Ulisse ci ha messo un tempo infinito per  ritrovarla, e in che condizioni.

Céline – Molti de moltissimi intervistatori del dopoguerra, ai qual non si rifiutava pur bofonchiando, e coi qual anzi s’intratteneva di gusto (ci sono più intervista col misantropo Céline che con la chiacchierona Alda Merini), lo dicono vestito di stracci. Non propriamente, ma di giacche, maglie e camicie sovrapposte, in disordine, come se avesse freddo e fame. Un profugo. Era la “divisa” del francese sotto l’occupazione - la tarda occupazione, delle sorti non più vittoriose per Hitler: la fame e il freddo. “La gente si scaldava le dita sul bollitore”, ricorda Simenon in “La neve era sporca”, i pochi minuti la mattina in cui il gas veniva erogato: “C’era persino chi metteva sul fornelletto i piedi, o il ventre. E mettevano addosso tutti i loro stracci, tutto ciò che era possibile ammucchiarsi sulle spalle, con le più strane sovrapposizioni”.

Charlot – In alcuni dei film che, tra le tantissime comiche, ha girato agli inizi del suo lavoro nel cinema, a Hollywood tra il 1914 e il 1917, prefigura curiosamente temi attuali. In “L’emigrante” la massa in attesa davanti a Ellis Island, è composta di italiani e slavi. In “Via quieta” una famiglia con dodici figli, emigranti dal Mediterraneo, vive sopra il covo di un gruppo di terroristi, anche loro immigrati, sostenitori dello zar. Storie ordinarie di emigrazione?

Freud – “L’applicazione dei miti greci sule parti genitali”, H. Miller.

Gadda – Potrebbe avere tratto il Maradágal dal film “Una donna tra due mondi” di Goffredo Alessandrini, 1936. Una grande produzione ispirata al romanzo “La bianca signora del Maharascià”, un grande successo del tedesco Ludwig von Wohl – da cui contemporaneamente una grande produzione si traeva in Germania, “Die Liebe von Maharadsha” (protagonista in entrambi Isa Miranda).
Ma non è da dimenticare la filastrocca di Fogazzaro a inizio del “Piccolo mondo antico”: “Ombretta sdegnosa del Missipipì”. Non c’è in Gadda niente su (contro) il “Piccolo mondo antico”, ma rileggendo Fogazzaro non si può fare a meno di scorgervi in filigrana il ghigno beffardo di Gadda – su questo come su ogni altro “lombardismo”.
La filastrocca aveva altro spessore originariamente, ne “La pietra del paragone”, di Rossini e Luigi Romanelli. Che inizia col poeta Pacuvio impegnato in un componimento di grandiosi propositi (“Quest’aria allusiva, eroico-bernesca\ cantar sulla piva dovrà una fantesca\ per far dalle risa gli astanti crepar”), di cui però riesce ad articolare solo il primo verso: “Ombretta sdegnosa del
Missipipì”.

Italiano – Almeno un migliaio di parole italiane ne “Il broker” di Grisham, ambientato tra Vicenza e Bologna, e non un solo errore di compitazione. Un miracolo.
Cioè, un errore c’è, di costruzione: “Possiamo studiare a camminando”. Che può essere un errore di stampa. Ma anche questo è difficile: non ci sono errori di stampa nei libri americani, la correzione delle bozze non vi è stata eliminata come nell’editoria italiana.

Corrado Alvaro ritrova l’Italia e l’italiano infine nel cinema, nel neorealismo. Cosa che la letteratura, scrive recensendo il film “Racconti di Hoffmann”, di Michael Powell e Emeric Pressburger (“Il Mondo”, 1 marzo 1952, ora in C.A., “Al cinema”, 128-129): La letteratura italiana non lo aveva mai fatto, giacché quando si occupò delal vita italiana nei suoi termini originali la rappresentò all’interno, nei suoi drammi e non nel suo scenario. Quando volle portarla su un piano europeo e cosmopolita, ne diede una falsificazione, modellandola su esigenze di altre società e su formule di scrittori estranei”. Il cinema postbellico invece ha rimediato: “Il cinema ce ne ha dato invece una rappresentazione sentimentale, e con tutta la sua formula neorealistica, come mito della spontaneità, umanità, leggerezza. Il «naturel» di Stendhal”.
Il film sui racconti di E.T.A.Hoffmann lo porta anche a una rivendicazione: “È curioso che la leggende italiana in Europa abbia avuto a un certo punto un contenuto estremamente moderno, e che insomma certi presentimenti dell’avvenire sotto la definizione generica di magia, avessero colore italiano”. Con una riserva (o è un apprezzamento?): “Era una geografia ideale. Difatti Hoffmann non fu mai in Italia”.

Rossellini – Predecessore, tra le tante sue intuizioni, anche del docufilm: “Germania anno zero”, “Stromboli”, “Il generale Della Rovere”, “Viva l’Italia!”, e anche “La macchina ammazzacattivi”. E poi nei tanti lavori a scopo dichiaratamente didascalico, biografie e ricostruzioni storiche, per la televisione.

Saperi - “L’Europa crolla perché il sapere è diventato il nuovo nemico”, Pascal Bruckner, “Corriere della sera” di venerdì. L’odio sociale è contro il sapere, vero, non più contro la ricchezza.

letterautore@antiit.eu

La grande isola Mediterraneo


Prendendo alla lettera il nome, non “in mezzo alle terre”, ma “terra di mezzo”, tra distese d’acqua, Amodio e Del Vecchio immaginano il Mediterraneo come un continente-isola. Con pianure, valli, rilievi. E tanti laghi, piccoli e grandi, dove ora ci sono le isole, la Sicilia, la Sardegna, le Eolie, le Baleari, eccetera. In polemica con la tentazione di erigere il mare a muro, nella questione immigrazione. Un posto abitato, condiviso, non una barriera. Un’isola, dove tenersi stretti, Tra l’Oceano Sahara a Sud e il Mare Freddo a Nord delle Alpi.
Amodio e Del Vecchio, architetti, designer, propongono un’idea, non la raccontano. Non c’è una storia, ma poi la storia sì, come farne a meno, è il Mediterraneo. La loro è un’idea di Mediterraneo, non un’utopia: “C’era un tempo in cui una sola terra univa le coste del Mediterraneo. Lunghi e continui erano i cammini che l’attraversavano e molti i viaggiatori che percorrevano le strade”. Ma anche le flotte e gli eserciti – la storia è purtroppo piena di muri e altre barriere, tribali e religiose.
Con varie sorprese grafiche. Scilla e Cariddi una città dai due volti, lo Jonio e il Tirreno. Gibilterra non uno stretto ma un grande volto, girato verso Ovest. E sono gli esploratori, Marco Polo, Colombo,  curiosi di sapere cosa c’era in quale grande massa d’acqua che attorniavano l’isola Terraneo – perché “gli abitanti dell’isola sognavano mondi liberi”.
Un equivoco, anche, più che una utopia. Grande terra, il Mediterraneo di Amodio e Del Vecchio è pur sempre una isola.
Marino Amodio- Vincenzo Del Vecchio, Terraneo, Gallucci, pp. 46, ill., ril. € 15

martedì 1 gennaio 2019

Il Russiagate si faceva coi vibratori

Hacker e troll russi quanto hanno manipolato le presidenziali americane del 2016? Per lo zero virgola zero qualcosa per cento. E indirettamente: per lo più vendevano (pubblicizzavano) vibratori e altri strumenti per il sesso Lgbt. È la conclusione di due studi sulle intrusioni della russa Internet Research Agency commissionati dal Senato dopo che l’Agenzia a febbraio è stata messa sotto accusa dal Procuratore Speciale Robert Mueller.
L’Ira è un’agenzia russa di clickbait. I clickbait sono contenuti web, notiziole, divagazioni eccetera,  la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile d'internauti, per generare rendite pubblicitarie online” (wikipedia).
Gli studi sono stati commissionati a un Computational Propaganda Research Project dell’università di Oxford, e a una piccola azienda, New Knowledge, formata da tre collaboratori occasionali, in qualità di analisti, del Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano. Entrambi, Oxford e New Knowledge, si lasciano la porta aperta a nuovi incarichi. Il materiale esaminato, dicono, non è indicativo. Mentre, aggiungono i tre di New Knowledge, “la manipolazione del discorso politico americano aveva un budget di oltre 25 milioni di dollari” – che è il budget dell’Ira per il mercato russo e altrove.  
Le conclusioni però sono che l’intrusione Ira sul mercato americano è stata microscopica. I clickbait Ira “riguardavano in misura minima candidati politici”: “All’ingrosso il 6 per cento dei tweet, il 18 per cento dei post Instagram e il 7 per cento dei post Facebook menzionavano Trump o Clinton per nome”, calcola New Knowledge. Gli investimenti Ira sul mercato americano sono di migliaia e non di milioni di dollari, così calcolati da Oxford: 73.711 dollari nei tre anni 2015-2017. Di cui 46 mila su Facebook nel 2015-2016 – la cifra, per dare una dimensione, è lo 0,05 per cento della spesa pubblicitaria su Facebook di Clinton e Trump, 81 milioni. Ed è stata esattamente di 3.102 dollari nei tre stati, Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, che hanno votato inaspettatamente per Trump e sono stati per questo detti vittime della propaganda russa da Hillary Clinton.
Entrambi i consulenti, Oxford e New Knowledge, si spingono a criticare indirettamente Mueller, che nel rinvio a giudizio contesta all’agenzia russa di avere venduto “promozioni e annunci” di prodotti poco cari, tra i 25-50 dollari di costo. “Questa strategia”, nota Oxford, “non è una invenzione per intrigo politico o internazionale, risponde a tecniche in uso nel marketing digitale”. New Knowledge sottolinea che Ira vendeva T-shirts, “oggetti sessuali per Lgbt, e molte varianti di lavori d’arte a tre o cinque pannelli su temi tradizionali, patriottici”.
Senza senso del ridicolo – o per ridicolizzare il committente? – New Knowledge fa anche una  digressione sui tentativi di “attivazione umana” da parte dell’agenzia russa – flashmob, etc.. “Numerosi” sono stati promossi in Florida. Dove però, “non è chiaro se qualcuno si è presentato” in un caso, in un altro “nessuno si è presentato”, in altri si sono presentati “gruppi ragtag”, sciamannati – in uno di questi un video mostra “una folla di otto persone”.

Cronache del’altro mondo 20

Il 90 per cento dei giovani americani, tra i 15 e i 21 anni, soffre di stress.

Andrew Cuomo, che ha vinto di misura le primarie Democratiche per la riconferma a governatore dello Stato di New York, ha fatto sua per prima cosa la proposta della concorrente Cynthia Nixon: la legalizzazione della marijuana. Si combatte e si vince un’elezione con la marijuana.
Non per altro, ha detto Cuomo, legalizzerà la marijuana ma per eliminare una discriminazione: “Le leggi contro la marijuana hanno disproporzionatamente riguardato gli afroamericani e altri gruppi minoritari”. Lo farà non per i benefici di una ricchissima lobby ma per la  giustizia sociale.

“Quando si considera lo stretto margine con cui Trump ha vinto in Michigan e Wisconsin, e la scarsa partecipazione al voto delle minoranze nei due Stati, il tentativo russo di allontanare dal voto può essere stato decisivo”, è il commento dello stratega delle due campagne vincenti di Obama, David Axelrod. Un po’ di paternalista condiscendenza da parte dello stratega bianco. “La partecipazione al voto dei neri è declinata nel 2016 per la prima volta in venti anni”, aggiunge, ma riservandosi prudente: “È impossibile dire che questo è il risultato della campagna russa”.  Perché lo stratega lo sa: l’astensione è l’effetto di retribuzioni in calo, diseguaglianze moltiplicate, e ovunque brutalità poliziesche impunite. Ma Obama è un’icona e questo non si può dire.

Apollo brutto, sporco e cattivo

Apollo si aggirava col coltello in mano invece che con la lira. Malattia, morte, sangue cruento sono le tracce che il dio dissemina. Nei riti e le pratiche religiose. Nella letteratura - quella classica non era nietzscheana, della filologia abborracciata di Nietzsche. Da Omero a Eschilo, dove appare Apollo lutti e pestilenze seguono. Stragi, tradimenti efferati. Apollineo è il dio”simile alla notte”.
“Un approccio sperimentale al politeismo greco” è la traccia del grecista belga, storico delle religioni. Di divinità vittime esse stesse della hubris, non arbitri.
Marcel Detienne, Apollo con il coltello in mano, Adelphi, pp. 326, ill. € 32

lunedì 31 dicembre 2018

Ombre - 445

“Passa la manovra. L’Europa: vigileremo”, è il titolo del “Corriere della sera”. Non c’è analogo altrove, non c’è l’“l’Europa” a ogni virgola, a Parigi, o a Londra, o nei giornali tedeschi, e neanche spagnoli. Si fa in Italia per rendere l’Europa antipatica - per fare un servizio alla Lega? O per non sapere come riempire le pagine? Per provincialismo. L’Europa vigila, certo, che altro può fare.

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, si celebra quale “geniale” organizzatrice di “notti bianche”. Le feste offerte al popolo. Ecco come si eleggono le sindache: loro sono in sintonia col sentimento popolare.

Anche a Roma si fanno preparativi per la notte bianca di Capodanno con cantieri numerosi, grandi, febbrili come mai si erano visti, per nessuna emergenza. Tutto montato e finito in 24 ore. In una città in cui ancora ci sono le recinzioni per i rami abbattuti dal maltempo di febbraio. Dell’anno passato ormai.

“Centinaia di manifestazioni” a Roma per la notte bianca, “un migliaio gli artisti coinvolti”. E “suggestive installazioni” sorte in una notte. Come quando si facevano di notte i lavori urgenti, pronti per la mattina, ora si fanno per i circenses.Non è incapacità, è proprio la cattiva volontà che (non) muove le città: gli appalti. Si vede che Raggi ha trovato la chiave buona per tutti: nessun ricorso al Tar.

Si mette l’ecotassa per colpire Alfa Romeo, Jeep e 500. Cioè le macchine italiane. In difesa dell’ambiente? No, di Volkswagen-Audi e di Bmw.

Si diffida sempre della Fiat come della Juventus. Mentre la Fiat non ha un solo giornalista al guinzaglio, e Volkswagen sì. Ha anche deputati e senatori. Nelle passate legislature alcuni d Forza Italia e almeno uno del Pd.

Di Grillo e i suoi non è dato sapere, ma la sua “gestione” degli impianti sportivi – Olimpiade a Roma no, stadio della Roma sì – è sotto gli occhi di tutti. Eccetto che dei Carabinieri e dei giudici.

Carige fa un aumento di capitale da 520 milioni che dopo tre mesi non vale più niente. Zero, zero,  zero qualcosa. Dice che è il mercato. Ma dove sono gli advisor dell’operazione? Dov’è la Banca d’Italia? Dov’è la Bce? O è tutto un imbroglio? E Carige è poca cosa di fronte a dieci miliardi svaniti nel Monte dei Paschi in due anni.

La Procura di Roma indaga le imprese (onlus) che per conto dell’Ama (non) fanno il ritiro dei rifiuti urbani dai cassonetti. Ma con calma. Sono le quattro imprese che non avevano vinto la gara nel 2012 e avevano denunciato la 29 Giugno di Buzzi, vincitrice, per mafia. Facendo felice il Procuratore Pignatone, grande cacciatore di mafia – che di più mafioso di una cooperativa di ex detenuti? Che però la spazzatura la raccoglievano.

Mario Sensini documenta sul “Corriere della sera” l’implosione della Funzione Pubblica: “Tagli a imprese e istruzione, in tre anni 9 miliardi in meno”. E specificamente: “La scuola penalizzata per 4 miliardi, le imprese perdono 5 miliardi di incentivi. Con le deroghe, il costo delle pens1ioni va oltre «quota 100 miliardi». Più fondi per le famiglie ma anche per l’Unione Europea. Meno per immigrazione, beni culturali e soccorso civile”. Non ci saranno più terremoti? Basta e avanza per spiegare la decadenza dell’Italia. Ma come non detto.

Neo realismo Usa, o dell'ebetudine

Visto lontano dal clamore degli Oscar, un film malinconico,  della vita quotidiana in America come ebetudine. Nel Middle West, che negli Usa è il Sud Italia, dove il peggio si produce – il Sud avendovi conservato una sua nobiltà, per quanto perdente. Si dice questo “Tre manifesti” il film della “fine dell’American Dream”, ma è l’ennesimo, ormai non si contano più, ed è del genere demenziale, senza le risate. 
Non il pulp,  alla Leone o Peckinpah. Una sorta di “neorealismo” americano, introdotto nel 1975 da Altman, regista “europeo”, con “Nashville”, e dallo stesso indirizzato sulla stupidità – l’incantamento come stupidità. Una narrazione di forza, la forza dell’onestà. Di comunità confuse, nell’etica, nei generi, di donne virilizzate e uomini femminilizzati, nelle semplici convenienze quotidiane, senza un orizzonte.
Il commediografo irlandese McDonagh non può vederlo diversamente. Come già Wenders, in “Paris, Texas”. E i fratelli Coen con “Fargo” – anche loro americani ben “europei”, nel taglio della fotografia e del montaggio, nei dialoghi, nei “mostri”. Storie non di poveri e i ricchi. Non di cattivi e innocenti, violenti e buoni. Ma poveri, ricchi, buoni, cattivi tutti messi nella stessa rete, della stupidità: bere, cantare, sposarsi, lavoriccchiare, fare a pugni, bruciare, picchiare, essere picchiati. Senza odio e senza scopo.
“Tre manifesti” accumula una serie impressionante di eventi, anche drammatici, e molto drammatici, del niente: stupro, assassinio, tumore mortale, suicidio, incendi, aggressioni. Una sorta di catalogo redigendo dell’insensibilità – stupidità – made in America. Al meglio nevrotica. La vita di paese – di comunità – esibendo in una catena di nullità, imbelle, imbecille.

Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

domenica 30 dicembre 2018

Problemi di base euronei - 453

spock


“La moneta unica non unifica ma differenzia” (Giulio Sapelli)?

L’euro ha annullato l’inflazione o non la nasconde?

Se l’inflazione non c’è, perché i prezzi e le tariffe aumentano?

Nel 2002, con l’euro, “i prezzi raddoppiarono solo in Italia e in Grecia” (Romano Prodi)? E in Germania, e in Francia?

Se la politica di austerità è “stupida” (Prodi), come mai ad alcuni fa bene, a Germania e accoliti?

Perché l’euro benefico ha ridotto in venti anni il reddito disponibile delle famiglie italiane del 4 per cento – poi si dice che non si fanno figli e che l’Italia va all’estinzione?

Si dice euro per non dire Europa, non c’è di meglio?


spock@antiit.eu

Veneto borghigiano


Una raccolta di racconti pubblicata da Feltrinelli quando curava le “voci nuove” e i “franchi narratori” - preistoria editoriale, e letteraria. Ma Gabriella non era un’avventizia. I racconti hanno una cifra letteraria definita più vicini, in chiave veneta a lei contemporanea, anni 1950-1960, a Meneghello che a Parise, di entrambi condividendo una sorta di stupore di fronte alle cose e agli eventi. In un’Italia, anche, ancora borghigiana.
Una raccolta poi rimasta unica. Gabriella restò travolta dal Sud America, dalla politica sudamericana. Ottima retorica, impolitica. Dalle finte geografie della fame, che sono il motore del sottosviluppo – le finte, non la fame.
Gabriella Lapasini, I racconti del borgo