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sabato 15 febbraio 2020

Problemi di base elettorali - 539

spock

“Vedete una donna alla guida dell’Italia?” – Meryl Streep

Ma la guida non è già femminile?

Non abbastanza, dovremmo far cambiare sesso a Draghi?

O anche a Conte, se farà un terzo governo con una nuova maggioranza?

“È possibile guidare l’Italia”? – Meryl Streep

Vedete una donna alla guida dell’America?

L’America in effetti sì, è possibile guidarla, a chiunque, ma perché?

spock@antiit.eu

La sicilitudine come negritudine

Il primissimo “Dialogo con Andrea Camilleri” come dice il sottotitolo. La prima delle interviste-fiume con Camilleri, organizzata dalla stessa Elvira Sellerio, dopo i primi successi a sorpresa del regista-narratore. Con l’aggiunta della recensione, scherzosa ma non del tutto, di Fruttero e Lucentini all’intervista nel 2000. E di un’introduzione di Sorgi alla riedizione che è una biografia vera di Camilleri, seppure in poche pagine. Su alcuni punti non noti o controversi: la famiglia ricca impoverita, il fascismo, il comunismo senza Pci, la non-amicizia con Sciascia, non alla siciliana, il precariato alla Rai, per trenta e più anni, il gusto di bere. E il segreto teatrale della sapienza narrativa, lungamente spiegato, benché semplice.
Il vecchio testo ripercorre i molteplici mestieri di Camilleri, fino a che non diventa Scrittore Importante – inedito fino ai sessanta e passa anni. Di “letture gogoliane” anche lui – come Calvino. Estimatore di Nievo – come Calvino. Infelice per l’ottusità della critica, più che per la superficialità degli editori: per la loro incapacità di leggere l’umorismo, come già di Swift a suo tempo a Londra, ricorda.
L’intervista è il concentrato di molteplici conversazione in una lunga estate. È anche all’origine dei molti miti camilleriani, di molte narrazioni su Camilleri. Per esempio l’incontro con Robert Capa tra i templi di Agrigento nel 1943. Qui c’è anche Andreotti, che s’impegna a procurare al giovane Camilleri un’occupazione – poi eliminato nei successivi libri-intervista. E l’affare Montesi. A lungo si discute di cose siciliane. Perché i siciliani sono, dicono e pensano in un certo modo. Sull’amicizia, la donna, la diffidenza, la suscettibilità, la religiosità (dopo “Il gattopardo” tema obbligato), il siciliano di scoglio e quello di mare aperto. E come tutto che tocca Camilleri godibile.
F & L partono dalla “sicilitudine”, di cui si fa nell’intervista gran parlare, derivandola dalla “negritudine” allora in voga (oggi sarebbe tabù), per divertirsi e divertire sulle “fisse” siciliane.
Marcello Sorgi, La testa ci fa dire, Sellerio, pp. 177 € 13

venerdì 14 febbraio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (416)

Giuseppe Leuzzi
Il “filosofo meridionale” era indigesto a Solmi, che per Einaudi valutava i libri di filosofia. Nella corrispondenza quotidiana con Vittorini, che lavorava per Einaudi ma stava a Milano, Calvino
il 3 giugno 1954 chiede se Giorgio Polverini , una cui proposta si discuteva, di “autobiografia d’un filosofo limitata alla giovinezza”, non sia meridionale: per la valutazione della proposta, dice Calvino, “mi sembra più adatto Renato Solmi”, il quale però “dice che se non è meridionale lo legge, ma se è un filosofo meridionale si annoia”.

Il pittore Ligabue visse da pazzo, considerato pazzo dai compaesani, a Gualtieri in provincia di Reggio Emilia. A Gualtieri era tornato da adulto, da San Gallo in Svizzera, dove era cresciuto, orfano in affido a famiglia contadina. Ma “molte stranezze derivavano dalla sua cultura svizzero-tedesca”, spiega sul “Venerdì di Repubblica” Giuseppe Caleffi, che ne cura la memoria nel locale museo: “Come dormire seduto, immergersi nel fieno e considerare i conigli animali da compagnia e non da pasto”. Questo negli anni 1920.

In Argentina la presidente-ombra Fernandez  Kirchner (non ricandidabile, ha fatto eleggere un suo uomo, un quasi omonimo, Alberto Fernandez) accusa di mafia il predecessore Mauricio Macri, perché figlio di calabresi – lei dice di “italiani” ma il senso è quello. Lo dice da mafiosa, vera.

Dall’Italia risponde polemico a Kirchner il presidente dalla Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, calabrese di adozione – genovese di nascita, ha lavorato in Calabria. Ma la mafia senza confini non è dell’Antimafia?

La donna del Sud
Per molti anni è stata nera, vestita di nero, grinzosa, madre di molti figli. Poi il cliché è sparito. All’improvviso, una trentina di anni fa. Lo ha adoperato ancora Gian Antonio Stella, quando pensava di prendere il posto di Montanelli, robusto antimeridionale, al “Corriere della sera”, ma già cadeva nel nulla.
L’Italia si sarà unificata – per modo di dire: un po’ di più – per effetto del leghismo? O si protegge la donna del Sud, anche lei, per effetto e nell’età dei diritti, contro ogni discriminazione?
“A Sciascia”, ricorda Marcello Sorgi intervistando Camilleri (“La testa ci fa dire”, 115), “capitò di essere quasi lapidato per aver sostenuto, negli anni ’70, in pieno periodo femminista, che in Sicilia il potere più forte era ancora il matriarcato”. E in Calabria, nei 2020, in Campania?
    
La Sicilia a una dimensione
“Questa Sicilia è ormai la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato”. Si pensa alla Sicilia come disponendosi alla partita a scacchi: come combinare, certo in numero infinito di variazioni, “un numero finito di pezzi, ai quali si presenta un numero finito di possibilità”.
Complimentandosi con Sciascia il 10 novembre 1965 per “A ciascuno il suo”, “giallo che non è un giallo”, Calvino estende il discorso alla “Sicilia”. Un mondo scontato – a una dimensione, monocromo, monocorde: “Da un po’ di tempo m’accorgo che ogni cosa nuova che leggo sulla Sicilia è una divertente variazione su un tema di cui ormai mi sembra di sapere già tutto, assolutamente tutto”. Senza ironia, non apparente, ma congedandosi con un beffardo: “Ti lascio a meditare su questa… freccia del Parto, e attendo la tua vendetta!”

La linea della Lega scende a Sud
“Lo stesso italiano che una volta stentava a campare in Friuli e mandava la moglie a far la cameriera a Roma o altrove oggi disprezza la cameriera venuta dal Sud”, Camilleri lamenta in “Come la penso”, p. 208. Un italiano che stentava anche in Veneto. Poi le cose sono cambiate. Una sorta di effetto palma rovesciato, per il punteruolo rosso e altri malanni che della specie hanno impedito la proliferazione su meridiani sempre più alti, e anzi hanno lasciato campo a una invasione, l’ennesima.
Sono cinquant’anni esatti che Sciascia teorizzava a Giampaolo Pansa sulla “Stampa” la “linea della palma”. Da esotica, la pianta sarebbe diventata familiare sempre più al Nord, col riscaldamento del clima – e intendeva, beato lui: la Sicilia conquisterà l’Italia, e l’Europa. Poi, sia il clima o altro, la palma non cresce più, soppiantata da una pianta leghista, che invece scende dai freddi al Sud.
Il segno dei tempi Giorgio Nisini registra nella plaquette “Corrado Alvaro e Vito Laterza”, la corrispondenza che i due si scambiarono fra il 1952-1956, nel tentativo di Laterza di arrivare agli autori del “Mondo”, nel mentre che chiedeva ad Alvaro nuove idee, proposte, colane. Nisini dice di Alvaro “scrittore calabrese”, di Scotellaro “scrittore lucano”, di Croce “filosofo abruzzese”. Manca di Laterza l’editore pugliese o barese, ma l’effetto Lega è imponente. Ora la Lega si nega, alla ricerca dei voti del Sud, ma parliamo e professiamo il suo linguaggio.

Sicilia
Si diletta ultimamente di lingue inventate. Non bambinesche: seriose. L’inventore più famoso è naturalmente Camilleri, per via della tv. Ma numerosi sono anche i tentativi più studiati, dei letterati  “puri”, Stefano D’Arrigo, Bufalino, Consolo, Bonaviri, Perriera. Si direbbe per istinto o bisogno di ricerca. Ma è insoddisfazione di sé.

È la regione d’Italia più mescolata, di popolazioni e culture: greci, arabi, berberi, normanni, “lombardi” (propriamente detti, e piemontesi, del Monferrato e del Novarese: Insubri), toscani, aragonesi, valenciani, catalani. Spagnoli. E quella dove è più forte il sentimento “nazionale”, la sicilitudine.

La prima volta a Parigi  Sciascia si prende tre influenze di fila, l’una dietro l’altra. Per essersi allontanato dalla Sicilia, secondo Camilleri (“La testa ci fa dire”, 48): “Si sentiva un uomo abbandonato, lontanissimo dalla terra amica in cui erano le sue ardici”.
A Camilleri che premuroso gli aveva telefonato, disse: “Sono iettato ‘cà a Parigi” – “gettato” nel senso heideggeriano, espulso, abbandonato.

Marcello Sorgi, che intervista Camilleri in “La testa ci fa dire”, solleva fra i tanti questo argomento: “Siamo stati in qualche modo educati fin da piccoli a temere l’invidia”. Questo è vero. Cioè, è da temere.

Si rilegge “Il giorno della civetta”, il racconto “poliziesco” pubblicato da Sciascia nel 1961 come un omaggio dovuto – nell’ordine delle cose – del Sud al Nord. Un omaggio familiare, amichevole, tra affini se non consanguinei. Ma con le parti già fatte: un Nord intelligente e onesto, al punto di amare il Sud, un Sud traditore e distruttivo.

“Il giorno della civetta” è un omaggio, anche, alle virtù nordiche. Del capitano dei Carabinieri come di una mentalità. Tanto più magisteriali, eroici, per confrontarsi a un Sud, una Sicilia, già “liquida” o liquefatta – senza sostanza, senza verità.
Il rifiuto di sé Sciascia estende all’Italia, “incredibile” – ma “bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, e “forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia”, nel 1961.

 “La Lega al governo nella Regione Sicilia”. La Lega ha un solo deputato regionale, eletto due anni e mezzo fa in una lista, “Noi con Salvini”, di supporto al candidato del centro-destra alla presidenza della regione. Ma basta uno per qualificare un governo? Forse quello che manca al Sud è la spina dorsale.

Manette a Palermo per un neurochirurgo di fama mondiale, specializzato nella cifoplastica, il trattamento delle lesioni vertebrali – un trattamento che si fa a rischio paralisi degli arti inferiori. Primario oculato, che i suoi reparti, prima a Enna e poi a Palermo, faceva funzionare “come in Svezia”, ordinati e puliti. Gli sono contestate spese per 43.724 euro, in quattro ani, 2013-2016, per l’acquisto di protesi, le cui pratiche amministrative non sarebbe perfette. Su denuncia di fornitori concorrenti di protesi. Poi dice che non c’è la legge in Sicilia.

Non è nemmeno vero che in Sicilia i giudici sono a rischio. I giudici non temono nessuno, in Sicilia. Non si rompono la testa. Questo che ha privato Palermo della neurochirurgia si chiama Maria Cristina Sala.

leuzzi@antiit.eu

La distruzione della Germania a opera degli Alleati

Niente elaborazione del lutto in Germania dopo la guerra. Dopo la sconfitta, nella distruzione fisica del paese a opera dei bombardieri anglo-americani.
Nel 1997 a Zurigo, in una serie di lezioni, il tedesco Sebald germanista emerito in Inghilterra creò uno scandalo, con la denuncia della gigantesca rimozione: della distruzione selvaggia, a tappeto, catastrofica, delle città tedesche da parte della Raf. Si scandalizzava - e scandalizzò – di non trovarne  traccia nei modi di essere e di fare in Germania a guerra finita, tra le macerie, e nella letteratura.
Lo stesso tema era stato già indagato indirettamente da Enzensberger dieci anni prima, con “Europa in Ruinen”: un’antologia di testi sulla distruzione della Germania per la quale aveva dovuto fare ricorso a scrittori e giornalisti stranieri. Sebald, analizzando i pochi racconti tedeschi dei bombardamenti, di Nossack, Kluge, Kasack, de Mendelssohn, Arno Schmidt, li trova divaganti e inconsistenti - unica eccezione Böll. Non onesti – non dice la parola ma il senso sì: a fronte delle prime testimonianze straniere già disponibili, di Dagermann, Gollancz, Janet Flower, Solly Zuckermann. Da un progetto di quest’ultimo l’edizione inglese, e poi quella italiana, prende il titolo: il progetto di un reportage dalla Germania in rovina nel 1945 richeisto a Zuckermann da Cyril Connolly, per la sua rivista “Horizon”, poi non realizzato.
La stroncatura si vuole letteraria. In originale il titolo di Sebald è filologico, “Luftkrieg und Literature”, guerra aerea e letteratura. Il seminario di Zurigo era di Poetica. Ma è un pamphletpolemico. Molto. Di più nel commento alle reazioni, le lezioni essendo diventate subito pubbliche, largamente commentate. E nel saggio contro Alfred Andersch, lo scrittore italianista, che accompagna le lezioni di Zurigo nella pubblicazione in volume.
Un libro di grande lettura, per la scrittura alla giusta cadenza, che cattura l’attenzione. Sia nelle lezioni di Zurigo che nella replica, e nella stroncatura di Andersch. Ma curiosamente monco, e revisionista-revanscista.   
Il rimosso della guerra, della distruzione della Germania, fisica, materiale, con i bombardamenti a raffica, notturni, volutamente terroristici, Sebald non riesce a spiegarsi. Finisce per imputarlo alla stessa Germania, a una sorta di mentalità o di cultura, di modo di essere. Nell’arco della Beisammensein, della convivialità di rigore, ma senza empatia - prende per vero un racconto di  amburghesi risparmiati dalla Tempesta di Fuoco che il giorno dopo prendono il caffè con le signore sul balcone davanti ai corpi bruciati e alle rovine fumanti. Oppure a un senso di colpa, per le atrocità commesse in guerra. Al meglio, alla guerra intesa surrettiziamente come un lavacro, e al dopoguerra come una rinascita, immemoriale. Ma sempre intendendo la mancata elaborazione del lutto come una colpa. Una nuova, dopo quella nazista – Sebald usa all’inglese fascista e fascismo a preferenza di nazista e nazismo. Senza tenere conto che la Germania nel 1945 aveva i russi a Berlino, che temeva. E si aggrappava per questo agli Alleati, gli stessi che l’avevano bombardata. I quali peraltro ne garantivano nel disastro il funzionamento, evitando epidemie e carestie, con l’ordine, e con corposi finanziamenti.
Questo nella Germania Federale. Quella filosovietica invece - anche di questo Sebald non tiene conto – elaborò anche troppo il lutto dei bombardamenti: ne fece per molti anni il tema propagandistico principale. Arno Schmidt forse non fu efficace, ma Brecht sì. Nell’“Abicì della guerra” dice: “Le nostre città sono solo una parte\ di tutte le città che abbiamo raso al suolo”. Ma molto parla dei bombardamenti alleati. In nota a una delle foto, del primo bombardamento inglese su Berlino, la notte del 10 settembre 1940, dà la colpa della “guerra totale”, dei bombardamenti indiscriminati, agli anglo-americani: “Dal 1940 all’aprile 1945 sulla sola Germania furono sganciate:
peso delle bombe in tonnellate      = 1 300 000
vittime                                            = 500 000
percentuale delle vittime per tonn. = 0, 38”.
Un’altra curiosa discrasia è nell’edizione inglese, curata dallo stesso Sebald, che include due saggi sulla Soluzione Finale, uno su Améry e uno su Peter Weiss. Due da secoli tedeschi che si sono scoperti all’improvviso diversi – è il tema di Hannah Arendt – per le leggi razziste di Norimberga. E hanno avuto, hanno mentre scrivono, difficoltà a capirsi diversi. Di Améry Sebald valuta positivamente, come giusto, il risentimento, di uno che non sapeva, da secoli, di non essere austriaco, prima delle leggi razziste, e dell’Anschluss, l’incorporazione dell’Austria alla Germania nazista. Ma del risentimento ha fatto in precedenza lungo rimprovero a Andersch.
Il libro si legge sempre con interesse. Anche per gli aspetti laterali. La propria infanzia dell’autore in Allgovia, fuori dalle “distruzioni naturali”, fra Tirolo, Voralberg, Baviera e Baden. O le rilettura dell’espressionismo, dei film di Thea von Harbou e Fritz Lang, come mitizzazione della distruzione – “Dr.Mabuse” come una sceneggiatura ricavata dai “Protocolli dei savi di Sion”… Ma chiuso il libro, ciò che resta è un atto di accusa – indiretto, inconscio? - contro i bombardamenti. Che la Germania dopo la guerra non si sia pianta addosso - o anche abbia finto di nulla, se questo fosse il caso – non è titolo di demerito o vergogna. Ciò che solo può indignare – che indigna Sebald, anche se lui non lo sa, o ammesso che non lo sappia – sono i bombardamenti. Il pamphlet si legge quindi, subliminalmente, come un invito al revisionismo storico, sia pure attraverso la letteratura. Una letteratura della distruzione, che rimetta in discussione l’efficacia dell’arma aerea, altro che come arma di distruzione di massa. E le responsabilità politiche e etiche degli Alleati, specie della strategia britannica dei bombardamenti massicci e notturni a scopo di terrorismo. Una revisione che, per quanto spassionata e non nazionalistica, non potrà che essere in contrapposizione, in qualche misura, con quella dello sterminio, dell’unicità di Auschwitz.  
L’invito è certo inintenzionale. Sebald è della specie dei tedeschi anti-tedeschi. Anglomane al punto da fare i pesi a danno della Germania spiegando che l’etica dei bombardamenti è stata invece discussa in Gran Bretagna, ai Comuni, alla camera dei Lord, e nelle stesse forze armate. Dei tedeschi rifiuta tutto, anche il cliché, dice, della Gemütlichkeit, del zum gemütlich Beisammensein, la convivialità bollando di superficialità, solo rumorosa. E lamenta l’uso, ancora dopo la guerra, di dirsi divertiti bis zur Vergasung, gasati. Ma l’invito è nella cosa: le sue pagine sui bombardamenti, di critica a chi non ne ha parlato o non ne ha scritto, sono già una testimonianza. Molto viva: è come se Sebald avesse vissuto quei bombardamenti, benché avesse solo un anno e stesse lontano e protetto, nelle prealpi al fondo della Germania. E restano una richiesta tassativa di riempire il vuoto, di parlarne: di studiare i bombardamenti, anche solo descriverli, nella loro terribilità.
La revisione è comunque inevitabile, facile prevederlo. In Germania e in Giappone. E qualche traccia c’è già, Sebald è solo il primo.
La bizzarria, a un secondo pensiero, è soprattutto sul piano letterario. Alla Germania Sebald rimprovera, nel saggio su Améry qui non compreso, di non avere nichilisti del calibro - a Parigi - di Bataille e Cioran. In realtà, quello che Sebald ha in mente e manca alla Germania è un Céline, di dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale – nome che sicuramente avrebbe vituperato. O anche solo di un Jünger, il fustigatore della “guerra dei materiali”, terribile già nella Grande Guerra, che Sebald invece cita, qua e là, come l’anima nera sotterranea della Germania.
W.G.Sebald, Storia naturale della distruzione, Adelphi, pp. 149, ill. € 16

giovedì 13 febbraio 2020

Ombre - 500

Gli Stati Uniti hanno spiato amici e parenti per tutto il secondo dopoguerra grazie a una succursale svizzera della Cia – fino ai primi del Duemila, agli anni di Bush jr. e Obama, quando lo spionaggio elettronico è subentrato. Lo rivela la “Washington Post”, con documenti probabilmente della stessa Cia: si rivela la cosa, come una minaccia, ma niente sui tanti segreti, per esempio italiani, di quegli anni.

“Di Maio? Vendeva bibite e ora fa il ministro”. Lo dice Ilona Staller, (ex) pornoattrice, e quindi non ha titolo. Ma perché lo dice solo lei?

Si arresta cinematograficamente Salvatore Nicitra, il “quinto re di Roma”, “da trentanni il boss riconosciuto delle slot machines”, dopo essere stato a capo del mercato della droga a Roma Nord, complice della banda della Magliana. Ma è un titolo di merito, arrestarlo, Nicitra con ben 37 scagnozzi, dopo trentanni?

“È la figura più detestata dai populisti”, spiega Lerner di Soros su “la Repubblica” elogiandone il libro di autoelogio, “Democrazia! Elogio della società aperta”: “Il ricco che sposa ideali progressisti anche quando entrano in contrasto con i suoi interessi”. Ma Soros è in piena attività con i suoi fondi, che non possono essere progressisti.

“Tutte le catene produttive”, o “di valore”, “fanno capo alla Cina” - Stefano Manzocchi, capo Centro Studi Confindustria. La scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo. Tutti i progetti di produzione globale e d’innovazione fanno capo alla Cina. Questa la verità della globalizzazione. Ignota ai più, e non si sa perché.

La Cina è leader dell’economia mondiale grazie alla capacità di programmare indefettibilmente per un mercato di 1,3 miliardi di persone, e all’infusione di capitale pubblico attraverso le aziende di Stato e la banca centrale (modulazione del tasso di cambio, politica creditizia). Cioè grazie al regime monolitico. Il mondo dipende da un miracolo cinese che è legato strettamente a – dipende da – un regime politico dittatoriale.

La Cina sta lì, enorme, e non si nasconde: un regime dittatoriale, i furti di tecnologia, il capitalismo di Stato, senza interessi e esentasse. Ma si fa come se fosse bella-brava-e-buona.

“Detrazioni sull’idraulico, così si combatte l’evasione”: la Cgil scopre dopo un secolo con Landini che l’evasione siamo tutti noi, per i servizi, più che i ricchi. Ma l’Iva sui servizi , al 22 o 23 per cento, non è un furto?

“Irpef  italiana da primato”, titola “Il Sole 24 Ore” una sua ricerca: “In Italia un dipendente con due figli e 35 mila euro di reddito paga circa 6 mila euro, in Francia zero e in Germania arriva a quota 1.150”. Poi dice che l’Italia non  fa figli. Poi dice che l’Italia non funziona.

Come il lontano predecessore Zeman, un altro che le perdeva tutte, l’allenatore della Roma Fonseca ha scoperto che a Roma conviene dare la colpa agli altri delle sconfitte a ripetizione: “La linea degli arbitri non è sempre la stessa” – sottinteso, naturalmente, “favoriscono la Juventus”, “ci danno troppi cartellini”, “non ci danno i rigori. Prima di perdere l’ennesima in casa, col Bologna.
Gli arbitri allungano la vita agli allenatori.

Si celebrano a Saremo le “cover”, i vecchi successi. Belli, e tutti famosi, molto, giustamente, ma tutti o quasi lontani dalla vittoria nelle gare sanremesi cui hanno partecipato – qualcuna perfino bocciata. Come a dire: non prendeteci sul serio.

Il califfato del Vecchio della Montagna

Il califfato nel dodicesimo-tredicesimo secolo. In Medio Oriente, a cavaliere tra Siria, Iraq e Iran. Di fondamentalisti volentieri martiri. Una ricerca appuntita di storia dell’islam che, involontariamente, anticipava negli anni 1950 quanto è avvenuto nel decennio scorso – e ancora  avviene, seppure in ridimensionamento.
È la vera storia del cosiddetto Vecchio della Montagna. Del ridotto tra le asperità al confine tra Siria, Iraq e Iran, attorno a una serie di “castelli”. Creato dai Nizariti, una setta di derivazione sciita-ismailita – a differenza del califfato di al Baghdadi, di derivazione sunnita-wahabita-salafita. Imprendibile, e attivo con pratiche terroristiche, in aree anche remote, come l’Europa, per un secolo e mezzo.
I Nizariti, una setta piccola, furono subito forti per aver creato un loro Stato. Nel quale l’eresia fu talmente radicata, fanatizzata, che nel 1164 potevano proclamare il paradiso in terra, o “resurrezione” (Qiyama). Esentando i fedeli dalla legge, la Sharia, avendoli decretati già in terra a una vita spirituale immortale.
Un libro non semplice, tra teologia e filologia. Non un reportage di fatti diversi, di attentati, suicidi, massacri. Non un film d’azione, il volume è di ricerca accademica, attento a ricostruire il complesso dottrinale del nizarismo, con l’analisi dei testi della setta confrontati a quelli del “nemico”, il mainstream islamico.
Hodgson è lo storico più accreditato dell’islam, benché abbia pubblicato poco e sia morto giovane, di appena 44 anni, nel 1958. Grazie alla sua storia dell’islam in tre volumi, “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization”. Con la quale allarga per primo tra gli studiosi contemporanei lo sguardo dall’islam arabo a quello persiano e indiano. Alla “Persianate Society”, che modellò il pensiero e la pratica dell’islam dal periodo di Mezzo in poi, dal Nono al Tredicesimo secolo.
Hodgson è anche un precursore della moderna “storia mondiale”, fuori dagli schemi dell’“eurocentrismo e dell’“orientalismo”. Contestava in particolare la nozione di “eccezionalismo occidentale”. Spostando la “divergenza” (preminenza) europea dall’Umanesimo, nel Trecento, alla rivoluzione scientifica del Seicento.
Americano, quacchero, fu influenzato da Massignon, il sacerdote orientalista francese, per l’empatia verso l’islam. E da John Woolman, un quacchero del Settecento, per la critica all’eurocentrismo.
Marshall G. Hodgson, L’ordine degli assassini, Adelphi, pp. 522 € 32


mercoledì 12 febbraio 2020

Recessione (86)

Nell’ultimo trimestre del 2019 il pil è diminuito dello 0,3 per cento. Ancora un altro calo e la recessione diventa ufficiale – formale.

Crolla la produzione  a dicembre, - 4,3 per cento. A partire dai settori che più hanno mercato e contraddistinguono l’industria italiana: macchine utensili (-7,7), automotive (- 7,3), legno (-6,6).

La produzione cala in Italia in parallelo col calo dell’attività in tutta Europa, -3,5 in Germania e - 2,7 in Francia. Ma in Italia il calo è più accentuato: non si fanno più investimenti.

Ristagna l’economia in tutta Europa, ferma alle politiche di stabilizzazione e compressione fiscale. Mentre negli Stati Uniti continua a correre, e anche in Cina, malgrado il nuovo virus letale.

L’Istat studia come far valere una crescita dell’economia nel 2019, seppure dello 0,1 per cento. Ma la sostanza è il ristagno, con forti sintomi di debolezza.

La crescita del pil nel 2020,  che il governo prospetta dello 0,6 per cento, prospettiva già irrisoria, sarà al più dello 0,2 per cento nell’ipotesi più favorevole.

Il mondo com'è (395)

astolfo
Bombardamenti - Sono stati e sono, con i velivoli con i missili, l’applicazione e il motore della “guerra totale”, senza più fronti di battaglia, con il coinvolgimento di tutta la popolazione nemica. Non sottoposti finora a revisione critica della loro incidenza e della loro eticità.
Un accenno di critica comincia a farsi strada in Germania, che ne fu speciale bersaglio nel secondo conflitto mondiale,dopo un lungo periodo di autocensura. Dei  bombardamenti alleati, con i celebri episodi chiave della Tempesta di Fuoco di Amburgo e dell’annientamento di Dresda. In totale, è piovuto sulla Germania un milione di tonnellate di bombe, che hanno fatto 600 mila vittime, in 131 città, alcune bombardate più volte  nel corso di 400 mila incursioni. In Vietnam questo record è stato superato, senza effetto, è senza un riesame: la guerra è finita in sconfitta, ma la efficacia dei bombardamenti non è stata per questo messa in dubbio.
Nella Germania Orientale la guerra aerea di annientamento fu subito contestata dopo la fine del conflitto, in funzione anti-occidentale. Per lo stesso motivo il riesame critico fu omesso in Germania Occidentale. Ora si fa strada.
Già Sebald, nella “Storia naturale della distruzione”, 1997, poneva il problema. Addossava alla Germania di Hitler la prima teoria della guerra aerea totale e i primi attacchi. Ma al contempo rilevava, da anglista, lo speciale impegno della Raf negli attacchi aerei massicci notturni, a scopo di terrore, sulle città. Sotto l’impulso di “Bomber Harris” o “Butcher Harris”, il Macellaio, sir Arthur Harris, il maresciallo dell’Aria della Raf, l’aviazione britannica, a capo del Comando Bombardieri. Harris, teorico dei “bombardamenti a tappeto notturni”, a scopo di terrore, era molto influente su Churchill, che invece sui bombardamenti dei civili aveva riserve.
L’equivalente del maresciallo Harris fu nel Pacifico il generale dell’Usaf, l’aviazione americana,  Curtis LeMay. Di LeMay si è persa la memoria. Il suo ex sergente George Wallace,poi governatore democratico dell’Alabama, passato alla storia come “il perdente più influente del Novecento”, per le quattro primarie perse a candidato presidenziale democratico, lo incluse nel suo “ticket” elettorale come vice-presidente nel 1968, ma a nessun effetto. In guerra fu famoso per la teoria che “non ci sono civili innocenti”. In Giappone distrusse in sei mesi 64 città con le bombe incendiarie. Quindi e Hiroshima e Nagasaki con l’atomica. Facendo in totale un milione di morti. Ma professando la verità, non da cinico: “Se non vinciamo saremo criminali di guerra”.

Dei bombardamenti alleati l’Usbus, United States Strategic Bombing Survey, diretta dall’economista J.K.Galbraith, ha accertato a fine guerra l’inutilità militare. Distrussero le città tedesche e gli abitanti ma non l’industria bellica, che anzi, riconcentrandosi, fu più efficiente. Oltre, naturalmente le abbazie, in Italia e anche in Francia.
Galbraith troverà conferma nelle memorie di Albert Speer, l’architetto di Hitler che in guerra fu anche il suo efficiente ministro degli Armamenti: nella prima metà del 1944 la produzione tedesca di cacciabombardieri crebbe malgrado i massicci bombardamenti quotidiani notturni. Fu una gara ugualmente ispirata, ma le fabbriche Usa produssero di più.

I bombardamenti civili sono una novità introdotta dalla Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Che la esercitò in Spagna nel 1936, su Guernica. Il Blitzkrieg  tedesco contro la Polonia fu soprattutto opera dei massicci attacchi aerei – non notturni, mattutini, all’alba. Dopo qualche mese la Luftwaffe produsse lo stesso effetto, di terrore e demoralizzazione, in Francia, nella Francia nord-orientale, col primo fenomeno della popolazione in fuga in massa verso le campagne, mitragliata a ripetizione. Quindi su Coventry e Londra. E su Stalingrado.
Londra Hitler vagheggiava di distruggerla con i bombardamenti. Nelle sue “Memorie” Speer ricostruisce una cena alla Cancelleria nel 1940 in cui Hitler si dilunga sull’annientamento di Londra con le bome incendiarie: “Avete mai visto una mappa di Londra? È costruita così densamente che un solo fuoco basterebbe a distruggere l’intera città, come fece oltre duecento anni fa. Göring appiccherà fuochi su tutta Londra, fuochi dappertutto, con innumerevoli bombe incendiarie di un tipo nuovo. Migliaia di fuochi. Finiranno in un’unica grande fiammata sull’intera area. Göring ha l’idea giusta: gli esplosivi ad alto potenziale non funzionano, ma possiamo riuscirci con le incendiarie: possiamo distruggere Londra completamente”.
Su Londra non successe – era già cominciato il contrasto aereo Alleato. Ma su Stalingrado sì. Nell’agosto del 1942, poco dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica, la Sesta Armata tedesca era già sul Volga. E un attacco aereo notturno concentrato, con milleduecento bombardieri in azione, terrorizzò Stalingrado, piena di rifugiati dalle campagne, causando 40 mila morti. Nell’entusiasmo delle truppe tedesche sulla riva opposta del fiume.

“Le nostre città sono solo una parte\ di tutte le città che abbiamo raso al suolo”, commenterà Brecht nell’“Abicì della guerra”.
In nota a una delle foto, il primo bombardamento inglese su Berlino, la notte del 10 settembre 1940, Brecht stesso dà però la paternità-responsabilità del bombardamento indiscriminato agli anglo-americani – Brecht, tornato da lungo e proficuo soggiorno negli Stati Uniti a Berlino Est, condivideva la politica anti-occidentale del governo della Germania Democratica:
“Dal 1940 all’aprile 1945 sulla sola Germania furono sganciate:
peso delle bombe in tonnellate      = 1 300 000
vittime                                            = 500 000
percentuale delle vittime per tonn. = 0,38”

Patto Hitler-Stalin – Formalmente patto Ribbentrop-Molotov, dal nome dei ministri degli Esteri di Germania e Urss, fu molto elaborato (dettagliato), benché negoziato e concluso apparentemente di sorpresa e in pochi giorni. E il curioso è che i suoi effetti si estenderanno durante la guerra, a beneficio di Stalin, grazie all’accordo degli Alleati invece che di Hitler.
A Teheran nel 1943 Churchill e Roosevelt riconobbero a Stalin l’annessione dela Polonia orientale, alla quale aveva proceduto a partire dal 17 settembre. Invadendo la Polonia per “proteggere “bielorussi e ucraini”. In base agli accordi Ribbentrop-Molotov.
Le direttive sovietiche per l’attacco del 17 settembre, ora pubbliche, stabilivano il 14 che l’Armata Rossa doveva procedere a “distruggere l’esercito polacco”,  “farlo a pezzi con una offensiva fulmine”, se necessario “avanzare col fucile e la baionetta”, nella “più giusta delle guerre rivoluzionarie”. Sul piano diplomatico e della propaganda, invece, l’intervento si spiegava come “un aiuto fraterno” alle popolazioni ucraina e bielorussa, e annunciavano che l’Armata rossa veniva a “liberarle dai padroni e capitalisti polacchi”. L’1 novembre Mosca dichiarava l’insieme della popolazione, polacchi inclusi della Bielorussia e dell’Ucraina occidentale, e gli abitanti di Vilna cittadini sovietici.
A  luglio del 1941, come primo esito della guerra di Hitler e Stalin, la Galizia, l’area polacca annessa all’Unione Sovietica, fu ricostituita come quinta provincia del governatorato generale della Polonia amministrato dal Wawel di Cracovia dal famigerato Hans Fank. Il 19 gennaio 1943 Stalin ritornava, “a titolo definitivo”, all’incorporazione dell’1 novembre 1939. L’incorporazione veniva riconosciuta da Churchill e Roosevelt a Teheran.

astolfo@antiit.eu

L’Oscar allo squallore

Un aneddoto banale, immagini da mini-serie tv, due lunghissime ore e un quarto, la Palma d’Oro a Cannes e tanti Oscar. Da evitare.
Un film tutto di mano del giovane regista, anche soggetto e sceneggiatura. Di scuola, “italiano”: un terzo commedia all’italiana, un terzo neorealismo, e un terzo Argento-Tarantino - oltre che per la colonna sonora, Gianni Morandi “In ginocchio da te” e arie varie. Ma sconclusionato e squallido.  
Bong non è antipatico, anzi, ma perché caricarlo di premi? E sempre l’assillo: ma i critici che film vedono?
Bong Joon-ho, Parasite

martedì 11 febbraio 2020

Secondi pensieri - 409

zeulig
Derrida – O della dimensione ludica della filosofia. Si può riflettere per giochi (di parole), concatenazioni, scomposizioni, ricostituzioni, e per suoni e tonalità (omofonie, cacofonie), sciarade, affermazioni per interrogative negative? Per ribaltamenti più che per affermazioni? Evidentemente si può. Con che effetto? Una messe abbondante attraverso l’asistematicità. Come contrapposta alla sistematicità.
Una metodologia più o meno produttiva non è dato sapere, il pensiero non si addiziona.
La conoscenza è una tela di Penelope? O meglio una tovaglia fuori misura, che cade da tutti i pizzi? Ingombrante?  

Diavolo - “Astuto e maligno” lo dice san Paolo che ne è l’inventore, benché il male non conosca freno. Avrà disposto per questo di cancellarsi, la territio verbalis prendendo beffardo a prestito dagli Inquisitori, la rimozione verbale: nel Novecento del suo trionfo ha infilato la propria rimozione, è un secolo che non ci sono più diavolerie nel mondo. Tutto, tutto il male, è ora technicality,  anzi algoritmo, con un grosso lento lavoro dietro di dematerializzazione e asintotizzazione.

Filosofia – Brexit, sovranismi, populismi depreca il filosofo Floridi (“la Repubblica, 5 febbraio), senza chiedersi come né perché. Dice che sono colpa della filosofia, che non se ne occupa. Ma lo dice allo stesso modo come lo dicono i media, che non analizzano, solo stigmatizzano – o plaudono. E non si capisce: la filosofia dovrebbe occuparsene per deprecare questi fenomeni, o per spiegarli, spiegandoseli – magari anche deprecandoli? Da che lato è il deficit conoscitivo?
La funzione critica della riflessione è rimasta ancorata all’impegno. Nella forma perfino rigida, irreggimentata, dell’agitprop, bel al di là della “libertà nella responsabilità”, fino alla quale si impegnava Italo Calvino  - che però era, lui stesso lo sapeva, “moralità nell’impegno”, un impegno morale, politico. Una categoria ardua, anche nella sua stagione – Gramsci era prudente in materia. Nello stesso Sartre che la teorizzava e la praticava ha prodotto guasti notevolmente superiori – basti il sovietismo – ai benefici. Sempre a margine della ragione critica.

Identità – È isolana? È più forte nelle isole, in Inghilterra come in Sicilia o in Sardegna – e anche gli Stati Uniti si possono considerare, benché continentali geograficamente, isolani, avulsi dal contesto nel quale si sono localizzati e di cui hanno distrutto ogni connotato, nonché nello stesso continente che li ospita.
Ma nelle isole poi si sottodistingue. Un inglese non è uno scozzese, tanto meno un irlandese. Un texano non sarà mai un californiano, o un newyorchese. Anche la Sardegna è divisa, in lingue e culture, se non in tribù. Mentre la Sicilia, la regione italiana più caratterizzata e isolana, è stata il melting-pot italiano per eccellenza. Ricca, di acqua e sole, e poco abitata, ha avuto i fenici, molti greci, gli arabi e i berberi, i normanni, che hanno introdotto molte maestranze “lombarde” (anche di Lomellina e Monferrato, e dell’Appennino ligure), molti toscani con gli Svevi, e la poesia siciliana, e naturalmente aragonesi, catalani, valenciani. Più gli spagnoli di Carlo V, che non si sono mischiati però hanno comandato. Che cos’è la sicilianità (la sicilitudine si può capire, è una nostalgia)?

Minoranza – È la condizione, personale e sociale, più protetta nel’età dei diritti. Donna, nera, lesbica, così la romanziera americana Alice Walker carica la protagonista del suo romanzo d’epoca “Il colore viola”, per dire sfigata in quanto vittima: perseguitata dai bianchi in quanto nera, dagli uomini neri in quanto donna, e da uomini e donne di ogni colore in quanto lesbica. Indirizzandosi, in forma epistolare, a Dio per comprensione e protezione. In realtà protetta da questa condizione - anche da una valutazione critica del romanzo-saggio di cui è attrice.
Le maggioranze, di ogni tipo e quantità (nazionali, etniche, religiose, culturali, produttive, etc.) si trovano nella condizione non di dover concedere qualcosa, poco o molto che sia, in base ai criteri basilari di eguaglianza e giustizia, ma di doversi difendere. È qui la radice della regressione politica, il fenomeno che si indica col generico plurimo populismo, in Europa e in America come in Asia, tra i caucasici e gli asiatici come tra gli africani.
La società si vuole compatta, benché articolata. Generosa, comunque giusta, con le minoranze, ma non da esse disarticolata. Non in forme assolutiste. La minoranza è peraltro diffusiva: germinativa, anche partenogenetica. Da questi due presupposti si genera il movimento anti-minoranze, come di difesa.
La combinazione di incondizionalità e moltiplicazione è inevitabile che generi una difesa, maggioritaria, e quindi più o meno esclusiva. Si celebrano, negli Stati Uniti e altrove, processi non sulla base di una colpa, o responsabilità comunque accertata, ma di diversi assetti, razziali, sociali, sessuali, perfino di età, che potrebbero\dovrebbero determinare una colpa, a carico del più forte, o meno debole.

Opinione pubblica – Scontata “l’insincerità sistematica delle pretese fonti d’informazione e dei leader dell’opinione pubblica”, Thorstein Veblen, “Teoria dell’impresa”, 1899, la dice conservatrice: “L’insincerità dei giornali sembra essere, nel complesso, di tendenza conservatrice”. Anche quando si vogliono progressisti. Nel presupposto che il “progressismo” sia per la verità – il bene, l’ottimo.

Rimozione – Perché non sarebbe parte dell’istinto di sopravvivenza, piuttosto che esercitarsi, più o meno subdolamente, come pulsione? Non storicizzabile, nell’individuo come nel gruppo.
Una Grande Storia delle rimozioni porterebbe a questa conclusione. Degli imperi come delle decadenze, delle chiese, delle nazioni, delle identità, tribali, etniche, nazionali, sociali. Si è fatto grande caso (sintetizzato da W.G.Sebald nella “Storia naturale della distruzione”) della rimozione radicale che la Germania ha operato, con moto inconscio (non detto) collettivo, della sua propria distruzione nell’ultima guerra, per quanto radicale e luttuosa. Alla mancata elaborazione del lutto  sovrapponendo anzi un’operosità instancabile, benché in condizioni di deprivazione estreme. Una rimozione a fin di bene.
La stessa Germania offre il caso opposto, della mancata rimozione. Successe nella precedente sconfitta, nella Grande Guerra, e portò a un revanscismo esasperato.   

Storia - La storia è avvincente dopo Lessing, diventando, per essere educatrice del genere umano, superflua quando l’uomo è maturo.
O comincia con l’accesso dell’uomo alla maturità, e allora apre una prospettiva infinita: scrivere la storia è approssimare la perfezione – la fine della storia – approssimando la verità. Avventura appassionante, rigettare la verità per consentire all’uomo di vivere, in qualche modo.

Verità - Importa a Dio, e da questo punto di vista è nota. Per l’uomo è un perturbante, dirà Freud, impedendo la tolleranza, che vuole ragione, e ne svia lo sviluppo.

zeulig@antiit.eu

Calvino editor di malavoglia, applicato e inconcludente

“Io del resto sono di quelli che se avessero visto un manoscritto di Svevo non si sarebbero accorti d’avere a che fare con uno scrittore”. Calvino è – forse patologicamente - scostante, alieno alla confidenza, ma brillante. E gran lavoratore - il complesso del primo della classe: legge, chiosa, scheda, consiglia, nel mentre che svolge il lavoro di fatica redazionale. E onesto, anche generoso. Con una vena, al fondo, gogoliana. Ma la raccolta è a rileggerla chiusa, grigia.
Più animata nei pregiudizi. Contro il bilsungsroman in particolare - oggi Calvino impazzirebbe, tra tutti i selfie ¸e gli Schopenhauer teen-ager. O Anatole France, “scrittore che detesto”. Henry Miller, “odio H. Miller”. “Kerouac lo trovo retorico, non mi piace”. Bachelard, “vacuità spiritualistica, truccata da materialismo”. Contro il toscano: “A me la parola fattore dà ai nervi, perché mi ricorda la Toscana e le Veglie di Neri”. Contro i francesi: “Il mio odio verso la critica francese sta diventando viscerale” - salvo riconoscersi entusiasta in una paginetta di François Wahl che presenta nel 1960 il racconto “L’avventura d’un poeta” in traduzione. Contro Camilo Cela, il futuro Nobel - in effetti misterioso: “Una delle persone più vacue e insopportabili della letteratura internazionale”. Nel 1965 è reduce una “una lunga campagna contro le «presentazioni» nella Liberia di Roma, come tipo di manifestazione ormai logoro e stracco” – altro impazzimento oggi.
Un Calvino perfino umorale, per quanto controllato. Anche negli errori. Tonino Guerra scambiato per scrittore “sociale”. Malerba per uno che “racconta contadini”... A p. 441 loda alla “gentile signorina” Antonella Santacroce le riviste letterarie, il porto dei giovani. A p. 442 scrive alla tarduttrice tedesca: “Non leggo nessuna rivista perché trovo che è tempo perso”. Contro i “romani”: “Come ci ha tarpato le ali”, scrive il 14 gennaio 1964 a Parise, “(a te, a me, a tutti), il trionfo del verismo romano-piccoloborghese” – “(ma sono stati tutti fregati, Moravia per primo, anche se non se ne rendono conto)”. Ma sempre come di chiesa, in odore di sacrestia.
L’indaffaratissimo scrittore-redattore-dirigente è partecipe ma castrante - perfezionista. Un po’ ipocrita, ma il giusto. Di poche parole, lo dice Fruttero nela presentazione, ma espansivo sulla carta.
Con una certa platea, almeno in questa raccolta: provvido di anamnesi circostanziate, di lunghe pagine, con corrispondenti sconosciuti ma familiari, con i quali si dà il tu. Cioè di parrocchia, anche dopo l’abiura del 1956? Quelli che non ne fanno parte sono tollerati di mal’animo, Bassani, Cassola, perfino Gadda, e Ortese, giusto perché fanno vendere. Del centinaio di corrispondenti qui registrati non resta nessuno, tranne, per una o due lettere, Domenico Rea. Presto peraltro stanco, dopo il matrimonio, della “vita letteraria”: “Da un po’ di tempo in qua leggo solo libri di astronomia”, scrive il 13 maggio 1965 a Rea, “la vita letteraria è come la vita militare. Finché si è giovani si può sopportare”.
Forse vittima, si direbbe con lui, della mediocrità imperante. A Wahl, che a Parigi fa l’editore, spiega nel 1962: “Cerchiamo di pubblicare il meno possible, roba buona in giro non ce n’è”. Ma quell’anno uscivano altrove Arbasino, Tobino, “Il clandestino”, premio Strega, Arpino, “Una nuvola d’ira”, Bianciardi, Bassani, “Il giardino dei Finzi Contini”, Volponi, “Memoriale”, Dacia Maraini, alcuni passati inutilmente da Einaudi.
Vittima, più probabile, dell’aria di sacrestia. Ma: per un falso scopo? Calvino non era un trinariciuto. A un certo punto lo dice anche: “La nostra generazione”, scrive l’11 gennaio 1965 al compagno De Jaco, “si è ritrovata vecchia da un momento all’altro”, al momento della verità disvelata nel 1956, e sorpassata  in “questo nostro tipo di letteratura con tutti i suoi piani morali e politici e lirici e di osservazione oggettiva d’interiorità”. Forse l’abito resta sacramentale, seppure non più fondamentalista.
La stessa scelta e il montaggio non sono innocenti – la raccolta esce nel 1991, ma è già da tempo progettata, ricercata presso i tanti interlocutori, e ordinata. Cone un monumento a ai “vecchi bei giorni”. O è il lavoro editoriale, che si denuda male.
Fa immalinconire, nel mentre che il volume lo celebra, il lavoro editoriale – la scoperta del genio. Quell’essere e non essere, e i contorcimenti attorno alla scintilla, all’arte, al genio. Che editor migliore di Calvino si può immaginare, con tutta la zavorra della casa-chiesa? Ma la realtà è che la casa editrice funziona attorno al commerciale, ai promotori, a quelli che sanno, che fiutano, cosa vende e cosa no - e agli autori, quando ne capita uno buono. La buona editoria è commerciale, quella che sa vendere, attenta a estrarre il meglio dal “mercato” - il genio viene da sé, dai lettori.
Un po’ di Calvino comunque c’è, la raccolta è voluminosa. Il socievole misantropo in qualche modo si manifesta, libero di esserlo. E di amare Nievo: “Le «Confessioni» sono uno dei miei libri preferiti, e scopro sempre che fruttificano nelle mie pagine senza che me ne accorga”. “Liberato” si dice dopo il 1956, da “eremita del socialismo”, dopo la parziale abiura dal partito – o un po’ prima, l’insubordinazione era nell’aria?: “Odio Galv. D.V.” osa scrivere a giugno di quell’anno, Galvano Della Volpe, massima autorità filosofica del Partito, del materialismo. Concetto che a maggio del 1957, a Franco Fortino orfano inconsolabile, dice e ribadisce, a ogn capoverso: “Viviamo un’epoca buia”, e cos’altro si voglia, ma “in questa situazione io sto benissimo, devo dire, e mi abbandono finalmente a una totale misantropia che scopro corrispondere pienamente alla mia natura”.
È l’unico aspetto che abbia ancora interesse: una raccolta su e di Calvino. Un reperto biografico. Com’era la letteratura quando non c’erano i funzionari editoriali e i redattori? Molte lettere d’ufficio a Vittorini, che stave a Milano. E richieste di aiuto a Cocchiara, quando prepara la raccolta delle fabe italiane. Il lavoro editoriale è – per Calvino, in Einaudi, in quegli anni - tanto puntiglioso, professionale, quanto vacuo: forse nessuno dei titoli qui trattati si conserva. Prima del 1956, e anche dopo. Qui E-S Einaudi. – Vittorini finirà per rifiutare anche Lampedusa.
Un libro che su eBay va molto, quota sui 100 euro. Ma non si ristampa negli Oscar. Non senza ragione: la rilettura certifica un deserto, dell’impegno. Di buone intenzioni, ma allora poco perspicue – intelligenti. L’impegno è una passione e non un esercizio critico. L’effetto è del catalogo storico Einaudi: di quegli anni si salva poco, e solo quello autoprodotto, Pavese, Calvino, forse Natalia Ginzburg. Primo Levi è uno scocciatore. Sciascia assunto in trono dopo un decennio buono di assiduo corteggiamento, per aprirsi un varco verso il liberalradicalismo.
Il titolo è preso da un’intervista a “Mondo Operaio”, il mensile del Psi, nel 1979.
Italo Calvino, I libri degli altri

lunedì 10 febbraio 2020

Problemi di base giudizievoli - 438

spock 

Dal decreto al milleproroghe, la giustizia per ridere?

Senza vergogna?

Perché la giustizia di piazza è invece di qualche giudice?

Di partito, di affari?

Paga lo stato – lo Stato siamo noi – l’errore giudiziario, con gli interessi, dieci e venti anni dopo, mentre il giudice ha fatto carriera a cieli aperti?

Non c’è nessuno che chieda conto ai giudici di quello che fanno?

Ma, allora, non c’è più posto in paradiso, tutto pieno di giudici?


spock@antiit.eu