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sabato 20 aprile 2019

Più Usa in Cina, più subordinata la Ue


Ci sarà più Europa o più America in Cina al termine dei negoziati che Trump ha aperto con Pechino? Più America, è inevitabile. È il senso vero dei lamenti europei sul protezionismo di Trump, e il lato debole dell’Europa. Verso la Cina e verso gli Stati Uniti.
La trattativa è a tre, in realtà, con l’Europa terzo incomodo silente. Ma dipendente. E dalla Cina forse più che dagli Usa – la Grmania sicuramente, e quindi economie come qualla italiana.
La triangolazione la Ue ha impostato classicamente, col documento delle “quattro Cine” con cui confrontarsi:  un partner commerciale, un partner negoziale, un concorrente, un rivale. Un po’ alla maniera cinese, ma dottrinale, e forse solo burocratica: il documento dice solo che l’Europa non ha una leva nel rapporto con Pechino.
A meno di un fallimento tra Usa e Cina, improbabile perché nessuno dei due lo vuole,  il mercato cinese sarà inevitabilmente più aperto alle importazioni dagli Stati Uniti, e aperto infine, dopo vari sotterfugi, ala “industria finanziaria” americana, banche, banche d’affari, assicurazioni eccetera.A danno, evidentemente, dell’Europa, che ha un’offerta, di merci e servizi, analoga e concorrente a quella americana.
L’Europa è in ulteriore difficoltà per aver concesso alla Cina in passato libertà totale d’investimento. Anche nelle infrastrutture. Al contrario degli Stati Uniti. La presenza cinese in Europa è diventata in pocchissimi anni, la più importante presenza straniera. Dopo quella americana, ma con questa in ritiro (General Motors, Ford eccetera), mentre quella cinese è in ascesa rapidissima e sostanziale. Dall’acquisto della Pirelli al rilancio della Volvo e al 10 per cento di Deutsche Bank.

Classe operaia fuori mercato con l’auto elettrica


Con l’elettrico sparisce il metalmeccanico. Il settore di punta dei paesi industrializzati, in Europa e le Americhe, sia per il valore della produzione che per l’occupazione e quindi la distribuzione del reddito.
Sono cifre rispettabili che vanno a sparire. L’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, calcola 3,4 milioni di addetti nel vecchio continente. Più qualche milione di meccanici, addetti alle riparazioni. Quattro milioni di addetti che avranno poco o niente da fare. Sono – erano nel 2016 – 935 mila in Germania, 213 mila in Francia, 184 mila in Polonia, 172 mila in Romania, 168 mila nella Repubblica Ceca, 162 mila in Italia, 155 in Gran Bretagna, 152 mila in Spagna, 93 mila in Ungheria, 72 mila in Slovacchia.
Secondo il sindacato tedesco, il motore elettrico ridurrà l’occupazione dell’80-90 per cento. L’industria automobilistica è meno radicale, ma dà lo stesso riduzioni importanti. La Volkswagen del 30 per cento nell’insieme. L’Acea del 60 per cento nei comparti powertrain (propulsione e trasmissione), ricambi, manutenzione.
In Italia le regioni più colpite sarebbero Lucania e Molise. Non molto in valori assoluti, avendo 8 mila e 2.800 occupati rispettivamente, ma sì come quota dell’occupazione complessiva, il 36 e il 24 per cento. In Germania potrebbe finire la leadership economica del Sud: della Svevia (Mercedes, Porsche), con 150 mila addetti, e della Baviera (Audi, Bmw), con 150 mila – il 28 per cento dell’occupazione complessiva in entrambe le regioni.

Il futuro dell’Italia era al confino


Roberto Bui fa di Ventotene, il confino mussoliniano dei politici, il laboratorio del futuro. Ingegnoso, e ben prospettato.
I personaggi sono tanti, c’era solo da pescare, Mussolini avendo concentrato sull’isola l’intelligenza della nazione: socialisti, anarchici, utopisti, europeisti, futuri partigiani promotori della Repubblica, tutti di carattere e capacità. Il ragionamento è semplice: nell’isola incuba il futuro, mentre l’Italia sonnecchia torpida. Col rischio melassa, ma il plot sa rinvigorire il tutto.   
Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, pp. 344 € 18,50

venerdì 19 aprile 2019

La semiologia tribale del professor Grasso

La telecronaca di Juventus-Ajax del romanista Caressa e dellinterista Bergomi, che cercano come tutti i telecronisti di tenere alto lo share, la partecipazione degli spettatori (juventini), disturba il professor Aldo Grasso, che professa la semiologia dell’informazione e scrive cose così:
Mentre Caressa e Bergomi non hanno fatto che sottolineare l’intraprendenza dell’Ajax e la confusione Juventus. Il professore non ha seguito la telecronaca?
Il professore decreta anche, a proposito di Juventus-Ajax: “Il rigore non c’era”. Mentre c’era – ce n’erano due - e si vede. Lo hanno visto tutti. Eccetto lui: dunque non ha seguito la telecronaca che censura.  
Il professor Grasso ce l’ha con Caressa in realtà per la precedente telecronaca, di Juventus-Atlético Madrid, una partita che effettivamente è stata combattuta su livelli epici. E questo lo disturba, perché è torinista. Ma è anche piemontese, non può dire male di una squadra di Torino, e l’odio lo scarica sul telecronista.
Il torinista in questo caso è subito ripreso e rilanciato dal “Napolista” – che così si rifà oggi dell’ennesima sconfitta del Napoli (sottinteso: la colpa è di Caressa). È la semiologia tribale, del calcio e della comunicazione.   

Rallenta la Cina, si ferma la Germania

Il rallentamento dell’economia tedesca – e di quella italiana al carro tedesco – è l’esito del rallentamento dell’economia cinese, ormai da un anno e mezzo. Con uno sfasamento di due trimestri, il rallentamento cinese si è tradotto nel rallentamento tedesco. Che ora si aggrava: in attesa dello sblocco dell’impasse sino-americano, l’economia tedesca potrebbe non crescere quest’anno.
La Germania ha con la Cina un interscambio commerciale di 180-200 miliardi di dollari. Tre volte quello dell’Italia. Più dell’interscambio con gli Stati Uniti, 160 miliardi nel 2018. Huawei, di cui (in teoria) si contesta la primazia nel nuovo sviluppo della telefonia mobile, il G 5, in quanto azienda di Stato cinese, è da anni stabilmente insediata in Germania, con laboratori di ricerca e centri di produzione. Duisburg, dove Xi è stato in visita già cinque ani fa, è da quasi dieci anni l’hub ferroviario della Cina in Europa: l’80 per cento del traffico ferroviario della Cina con l’Europa fa capo allo scalo tedesco.
La Cina è il secondo centro di produzione di Volkswagen-Audi, per un investimento che in quindici  anni ha superato i 15 miliardi. E dovrebbe raddoppiarsi nel decennio fino al 2018 per la produzione di almeno 12 milioni di vetture elettriche e di un rete diffusa di colonnine di ricarica. La Cina è anche il maggior mercato di vendita Volkswagen. Bmw, per dare un’idea dell’impegno, ha investito in una fabbrica in Cina quattro miliardi di dollari, la Basf dieci.

Dietro Putin Khomeini - cronache dell’altro mondo (32)

C’è stato Khomeini prima di Putin, e Reagan prima di Trump, un attore sconosciuto più outsider del miliardario spaccone. Il rapporto Mueller, “c’è stata interferenza ma non collusione”, da parte di Putin e i suoi hacker, riporta alla memoria il 4 novembre 1980, con Teheran in festa, malgrado la guerra sanguinosa in corso cn l’Iraq, perché uno sconosciuto candidato repubblicano, Reagan, un attore fallito, aveva sconfitto il presidente in carica Carter. Khomeini festeggiò il voto come una sua vittoria: i cinquantadue impiegati e funzionari tenuti in ostaggio, con un aiutino di Allah quando Carter aveva tentato di liberarli con gli elicotteri, ne avevano causato al sconfitta. Poi Reagan fu più duro ancora di Trump: licenziò, liquidò il settore pubblico, si fece fare gli scioperi più lunghi della storia, fece la guerra a Grenada, che forse non esiste, e ed è finito venerato, un dio nell’olimpo americano. C’è una logica nella democrazia Usa che sfugge a ogni logica.
La deputata somala naturalizzata americana Ilhan Omar, che appena eletta derubrica i terroristi dell’11 settembre  a “persone che hanmo fatto delle cose”, è attaccata da Trump con un video, in cui lei stessa viene accostata alle immagini dell’11 settembre. Scandalo. Scandalo perché Trump ha risposto a Omar. Il mondo dev’essere filo-islamico, e pazienza, ma filo-somalo?
Trump fa mettere sotto inchiesta il capo dell’Fbi, per avere avviato tre anni fa, durante la campagna elettorale 2016 per la presidenza, voci e ipotesi poi confluite nel Russiagatae. Il capo dell’Fbi è un repubblicano, autorizzato all’inchiesta dai giudici di sorveglianza, anche loro repubblicani. Repubblicani anti-Trump, che volevano bloccarne la nomination alle primarie? L’America è nata prima della Dc.

Giovani, siate giovani

Un’esortazione pasquale ai giovani. Ma pasquale per caso: non nel segno della resurrezione, il mistero della festa. Una predica lunga e grigia, forse in omaggio al sinodo che a ottobre il papa ha convocato sui giovani oggi – “Esortazione apostolica postsinodale ai giovani e a tutto il popolo di Dio” è il sottotitolo. Raccogliendo i suggerimenti, dice, del sinodo. Che però non si vedono: una pastorale religiosa che è solo etica, e perfino laica, poveramente, scolastica. .
Gaetano Piccolo nella presentazione ha contato 58 volte la parola cuore, una ogni tre pagine. Cristo vivente è l’amico, quello che fa la strada assieme a noi. Perché ciò che è vivo si muove, contro l’inerzia e la rassegnazione. Come se i ragazzi mancassero di amicizia, e di iniziativa – il papa, o il sinodo, li crede veramente bamboccioni?
Si comincia con una modesta rassegna di tutti i giovani delle Scritture: David,  Salomone giovane. Cristo giovane, la chiesa giovane, la giovane Maria, le ragazze di Nazaret, i santi Giovanni, Sebastiano, Domenico Savio – con la notabile esclusione di san Luigi Gonzaga, e di santa Maria Goretti. Come incitamento a non abbattersi, se la scuola è difficile, il lavoro è difficile, i genitori sono difficili, la società è difficile. Una predica povera, di sociologia minore e minuta, da paleo maestro di scuola. “Siate buoni”, diceva Filippo Neri, “se potete”, il papa toglie l’inciso arguto, e dice: “Siate giovani”. Perché no.
Francesco, dal vivo, è vispo ed estroso. Ma quando fa il papa si camuffa: oltre che col francescanesimo, si copre coi predicozzi. Voleva veramente “aggiornarsi”, e aggironare la chiesa sui giovani? Ci vuole studio.
Francesco, Christus vivit, Paoline, pp. 188 € 2,50

giovedì 18 aprile 2019

Pasqua non di resurrezione

Si fa in solitudine il giro delle sette chiese a Trastevere il giovedì santo. Non s’incontra nessuno a San Francesco a Ripa, a santa Cecilia e a san Crisogono. Letteralmente nessuno. La basilica di Santa Maria si anima per due gruppi di turisti, che rapidi fanno le foto ed escono. Le Santa Maria, dell’Orto, della Scala e dei Sette Dolori, sono chiuse.
Usavano i Sepolcri in chiesa il giovedì santo, ma non ce n’è più traccia. Pavimenti a cera, sedie ordinate, e nient’altro. 
Il silenzio è anche totale, nemmeno campanelli, né campane - l’unico suon si avverte a mezzogiorno, la cannonata dal Gianicolo, sorda.
Che la penitenza non sia stata anticipata dal venerdì? Wikipedia dice di no. Forse la Pasqua non c’è più neanch’essa: era la festa della Resurrezione, mito (mistero) centrale di ogni fede.
Fuori del lavaggio dei piedi, non c’è più religione.

Ma anche il lavaggio, lo fa solo il papa, e giusto per la tv.

Ombre - 459


“E liberaci dalla vita eterna amen”: la pagana “Repubblica” celebre con Silvia Ronchey la Pasqua: “Secondo l’uomo che predicò in Galilea, e che le fonti chiamano Gesù…”. Un giornale del 1819? 

Commovente è invece la stessa “la Repubblica” che fa pagine e petizioni perché radio Radicale non sia chiusa. Il giornale che più di tutti ha tradito e avversato tutto ciò che la radio e il partito Radicale hanno rappresentato – giusto la smorfia che la sola parola provocava in Berlinguer.

Salvini che critica Raggi sembra quello che spara sull’ambulanza. Ma cosa c’è dentro l’ambulanza Roma? La metro più chiusa che aperta, sporcizia attorno ai cassonetti che nessuno svuota, sui marciapiedi e ovunque, dipendenti comunali allo sbando, vigili, uscieri, impiegati, più menefreghisti dell’immaginabile. E le famose buche. Con la pretesa di farsi pagare dall’erario alcuni miliardi di debito, senza nemmeno uno straccio di buoni propositi.

È sorprendente la finta ingenuità della sindaca. È sorprendente che sia creduta: la tigna sullo stadio non dice nulla, e la ferocia nel governo del sottogoverno? I 5 Stelle tacciono. Sapranno che non c’è nulla da salvare. Tanti criticano, ma il silenzio del partito che governa la capitale è fragoroso.

“La Var è solo tecnica, che può falsare la vita”. “La Var è un  moltiplicatore di arbitri, non un taglio”. “Più rallenti un’azione e più la cambi”. Mario Sconcerti infine, il decano dei giornalisti sportivi, capisce di che si tratta. Non c’è nemmeno bisogno di rallentare o accelerare, qualsiasi modesto regista tv cambia l’azione con l’illuminazione e il taglio. Ma il giornalismo dei “paglietti” è invincibile: si guarda “La Domenica Sportiva” e viene da soffocare. Stupidità non è. Oppure sì?

Non c’è più vita, c’è la carriera
Non c’è più dialogo, c’è il social
Non c’è più speranza, c’è l’odio
Né la curiosità o il desiderio
La timidezza è scomparsa c’è la forza
E sapere non importa, basta ghignare
Minacciare, insultare, starnazzare
Non c’è più ieri né domani, c’è l’oggi
sterile, cui mogi ci assoggettiamo.

In un mese l’Inps di Tridico, il neo presidente 5 Stelle, ha ricevuto  800 mila domande di reddito di cittadinanza, ne ha esaminate 640 mila, ne ha accolto il 75 per cento, 480 mila, le pagherà a fine aprile. In tempo per le elezioni europee il mese dopo - più 200 mila domande che verranno vagliate sempre per fine mese, saltando feste e ponti. Un miracolo. Bisogna fare elezioni per far lavorare l’Inps. Oppure distribuire soldi, magari con la scusa della povertà.

“I titoli azionari non apprezzano i governi più attivi dal punto di vista legislativo, in quanto possono cambiare le regole e creare vincitori e vinti (ciò scoraggia la propensione al rischio). Lo stallo, invece, riduce questo rischio e favorisce l’inerzia governativa a beneficio dei titoli azionari. Come sta succedendo in Italia in questo momento”, Ken Fisher, presidente di Fisher Investments, “Il Sole 24 Ore”.
Brutale ma sincero: il segreto del governo minimo, o instabile, comunque “in stallo”  – la contro-governabilità, direbbero Carl Schmitt e il professor Miglio paleo leghista.

Alonso e Vettel hanno vinto molto, anche con team di terz’ordine. Poi, alla Ferrari, non hanno vinto nulla. Ci sarà un motivo.

 “Sono fragile”, confida Louis Garrel, marito di alcune mogli importanti, e regista fi film anche di successo: “Ci sono giorni in cui mi sembra di averla inventata io, l’ansia”.

Dopo gli esercizi spirituali di modesti, per quanto giganteschi, politici del Sud Sudan in guerra fra di loro, il papa si butta a baciarne i piedi. Si butta per modo di dire, ha problemi a piegarsi, peggio  a rialzarsi. Sembra uno sketch comico, e lo è: non c’è bisogno dell’anticlericalismo, provvede il francescanesimo finto del papa gesuita.
I politici sudanesi sono capataz di eserciti del nulla, che si combattono per nulla – non c’è niente per cui combattere nel  Sud Sudan: guerrieri duri e puri.

I politici del bacio di Francesco sono i giganti nubiani che Leni Riefenstahl, la regista del nazismo,  amava immortalare. Sulla regista attempata il loro fascino si può capire. Ma sul papa Franncesco, che visto la domenica di persona in piazza san Pietro è vispo e contento, nient’affatto preoccupato?

Inquinamento da carte e cartoni? Sembrerebbe impensabile ma a Roma c’è. Carta e cartoni, il materiale più facilmente e da lungo tempo riciclato, si raccolgono a Roma ogni due, tre mesi, dopo aver svolazzato fuori dai cassonetti, per strada, sui marciapiedi, dentro gli androni. Non inquinano propriamente, non sprigionano sostanze malefiche, ma marciscono e sporcano. A opera dell’appaltatore (ong? cooperativa?) che si è sostituito a Mafia Capitale, dopo averla denunciata.
Ci saranno anche questi appalti nello scontro tra la sindaca e Bagnacani, amministratore delegato, ex, di Ama?

Giulia Bongiorno , avvocato di celebri assoluzioni, già deputato di Alleanza Nazionale, ora senatore della Lega, può dichiarare a “la Repubblica: “Non sono una donna di destra”. Ha anche imposto il controllo dei dipendenti pubblici con le impronte digitali: una misura di libertà.

La storia identitaria


Figlia di Vittorio Foa e di Lisa Giua, Anna Foa è storica dell’ebraismo, in Europa e in Italia, nonché di Giordano Bruno e altri eretici. Dopo che, di famiglia laica e non ebraica, se non per l’ascendenza paterna, ha deciso di “recuperare l’ebraismo”, nella forma sionista, anche in Israele, per qualche tempo patria d’elezione. Qui fa una memoria familiare minuta, a volte inviluppata. Ma di personalità  anche forti. Dello zio Renzo soprattutto, il fratello maggiore della madre, allegro, scanzonato, anarchico, che sfugge a Mussolini passando in sci in Francia, e poi muore nella guerra di Spagna, forse nella liquidazione comunista degli anarchici. Del padre Vittorio naturalmente, resistente sanguigno e longevo – col futuro suocero, il professore di chimica Michele Giua, si ebbe da Mussolini le condanne al carcere più dure, quindici anni l’uno (per il professore ne erano stati richiesti ventidue). Per aver detto qualcosa ma fatto niente – la storia vera del fascismo che “ha fatto cose buone” va riscritta, l’Italia si perdona facilmente.
Un racconto molto identitario, come è dei nuovissimi selfie, poco storicizzati. Anche se propone casi di identità fallate. Leo Levi, il musicologo klezmer, che in carcere aggrava la posizione di Vittorio Foa, è anche l’animatore a Torino di un gruppo sionista, cui partecipa entusiasta la zia Anna, sorella maggiore di Vittorio: traditore in tutto. La stessa zia Anna che, brillantissima al liceo, viene tolta dalla scuola perché ha rifiutato il matrimonio proposto dai genitori. E lascia sfuggente invece il ritratto della madre, Lisa Giua Foa, forse il personaggio più poliedrico. Una che a diciott’anni va a scalare il Cervino, contro il divieto dei genitori, che si fa scaricare dal treno le armi di cui è staffetta per la Resistenza da un soldato tedesco, che lavora con Togliatti a “Rinascita”, che scrive in russo e in inglese, che capisce prima degli altri, e senza bisogno dell’Ungheria, cosa non va nel Pci.
Anna Foa, La famiglia F., Laterza, pp.175 €16

mercoledì 17 aprile 2019

Secondi pensieri (382)

zeulig


Cultura di massa - Lungo il percorso per visitare San Pietro, un flusso ininterrotto di visitatori che entra dalla porta sinistra ed esce dalla destra, dopo l’uscita incontra una mostra a ingresso gratuito, su un dipinto di Leonardo, molto segnalata, con striscioni e teleri giganti. Ma pochissimi entrano, il genere insegnanti, in pensione. Nemmeno per dare un occhiata, vedere di che si tratta. La cultura di massa non esiste, è l’incultura?
Il turismo è ben cultura di massa. E porta a scoprire nuove realtà, anche se in modo superficiale, limitato. O non piuttosto ne è la curvatura? La sterilizzazione della naturale curiosità, oltre i limiti della propria conoscenza.
Leonardo è comunque un nome. Ma non un nome da social, e dunque non esiste. La cultura di massa è una limitazione della cultura, non una frontiera che comunque si apre, sia pure per uno spiraglio.

Eternità – Non ha prima né dopo. È l’immortalità che Pavese fa declinare a Calipso in “Dialoghi con Leucò”: “Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante”. Con un sottinteso, però, di speranza – fiducia, serenità: “Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va?”, Calipso chiude le obiezioni di Odisseo.

Identitità – leghismo, sovranismo - L’insorgenza è identitaria – non da ora, ma ora dilagante, “giustificata”. In un filone chiuso, esclusivista. Accorto, “furbo”, tra i lombardi, quasi un partita di dare e avere. Ingenuo, ridicolo, tra i veneti, nella forma e nella sostanza – con le targhe stradali doppiate in dialetto, che è il più italiano dei dialetti.
C’è un ritorno del nazionalismo ottocentesco, cessati i vincoli unitari del dopoguerra, della guerra fredda, dei blocchi. Nel senso della ricostituzione di una consistenza etnica, propria. È l’appropriazione della tensione terzomondista, della riqualificazione dei reietti, sulla scia dell’“Orfeo nero” di Sartre, e di Frantz Fanon: i subaltern studies, le afroamericane “radici”, l’ebraismo sionista, divisivo, impositivo, il cosmopolitismo critico di Jumpa Lahiri (La nuova terra” – “Unaccustomode Earth”) - che trova pratica in Italia, nell’adozione dell’italiano, lingua marginale ma forse neutra, da parte di molti scrittori stranieri. Ma più cauto (circospetto) politicamente: la deriva leghista (esclusivista), il veteronazionalismo sionista, catalano, albanese, fiammingo. Dell’identità come isola, affermazione esclusiva e impositiva, imperialista. Anche attiva, e comunque passiva: solidarietà identitaria oltre ogni limite,assortita di jngoismo e degli otto-novecenteschi primati.   

Quotidianeità – Il peso dell’ananke è in funzione inversa dell’attività. Dei carcerati. Dei pensionati, della sindrome da depressione. Si fanno tante più cose indigeste, inutili (la burocrazia), irritanti, faticose, in tanta maggiore quantità e e minore perso o fatica quanto più si è impegnati in un’attività necessaria (il lavoro, l’impegno), se non soddisfacente. Con tanta più leggerezza.
È uno degli effetti della prigione, nelle memorie che se ne leggono. E delle vecchiaie. È il paradosso eleatico di Achille e la tartaruga, della freccia del tempo al ralenti.

Sessantotto – Un movimento borghese, da tutti i punti di vista. Una contestazione borghese della borghesia.
Un’autorivoluzione? Centripeta, introspettiva. Nel senso del tutto è permesso, e tutto è buono e tutto è giusto sì. Ma non tutto: il politicamente corretto è il suo esito. Una rivoluzione perbenista, anche nella trasgressione, ludica, lirica (nel senso proprio: cantata).

Statue – Sono oggetto di passione erotica, sotto l’estetica. Una passione nella quale s’intersecano due filoni tematici del pensiero debole, arrivato cioè alla conclusione che la filosofia, essendo narrazione, è fantasia (passione, gioco, paura, sogno, bugia): quello erotico, forma parossistica della curiosità secondo la no­ta formula “senza erotismo niente pensiero”; quello antiqua­rio, o culto delle pietre, della cartapecora, delle rovine — accu­mulate ai piedi dell’angelo nel quadro di Paul Klee, ma anche senza angeli —, che è al centro dell’ultrametafisica: l’essere ac­cade, è cioè in briciole, e ne abbiamo illustrazioni celebri a ope­ra di Elias Canetti, il cui stimato sinologo professor Peter Kien non ama tanto i libri come quando vanno a fuoco, e di Bruce Chatwin, con quell’imprevedibile Utz il cui amore per le sta­tuette di ceramica si realizza quando può distruggerle. Marcel Schwob fa dire all’Attore di “Spìcilège” che l’amore riguarda non essere umani ma statue e marionette: allo stesso modo di don Chisciotte, il quale pretendeva che le marionette di maestro Pe­dro fossero vive, gli uomini vivrebbero l’amore come uno spet­tacolo. Altre intersezioni di questi due vettori danno la filoso­fia del bovarismo di Jules de Gaultier e Georges Palante (una certa dose d’intelligenza provoca nell’animale umano un’eb­brezza speciale, per cui il mondo delle idee è il mondo dell’amo­re libero) e la teoria di J.K. Huysmans secondo la quale non esi­stono corpi nudi ma corpi svestiti dall’occhio umano — una de­riva dell’idealismo.

Le statue sono a metà fra le ombre e la realtà nell’apologo plato­nico della caverna. Sono le ombre di statue. O di marionette, dipende dalla traduzione - la filologia è ardua: appena un decen­nio prima dei fatti narrati l’accusa di traduzione errata aveva valso alla Sorbona la condanna a morte al tipografo platonista Etienne Dolet, ex allievo di Pomponazzi a Padova. Insom­ma il cinematografo odierno. Sono la “Statue ìntérìeure” di Fran­cis Jacob, “scolpita fin dall’infanzia” e “modellata per tutta la vita”, una sorta di angelo custode severo: sarà di pietra il Commendatore che terrorizza don Giovanni, e l’amante che sghignazza dalla tomba nel racconto di Ann Radcliffe. “Ave della nostra conoscenza”, mobili e immobili, “mani piene di terra e terra piena di mani”, o anche “zoccolo duro del lieve desiderio, nel profondissimo delirio di Michel Serres, “Statues”, le statue sono le cose, grandi assenti della storia, della lingua, della filosofia e della scienza umane, precedono la lingua, de­marcano l’ominità (paletti della storia?), testimoniano una tri­plice stabilizzazione, del soggetto con l’oggetto e la morte, le nostre idee vengono dagli idoli, lo dice la parola stessa, e infatti ne rimbalzano, come dei revenants“menhir, dolmen, crom­lech, cairn, piramide, pietre tombali, casse da morto che mima­no mia mamma la Terra, oggetti muti, statue sollevate o fanta­smi in piedi, risuscitati dalla cassa nera, quando si rompe il co­perchio che abbiamo creduto di abbassare per sempre, cippi, ef­figi di marmo, granito o gesso, rame o bronzo, acciaio, allumi­nio, materiale composito, piene, dense, pesanti, immobili, mas­se segnaposto indifferenti al tempo, bucate, trapanate, cave, ri­divenute scatole, vuote, leggere, bianche, mobili, motori auto­mobili che errano nel tempo indifferenti ai luoghi, portando i vivi”.

Sono manifestazioni di manierismo, sostiene Piero Camporesi: “L’erotismo barocco, ben sapendo che la costanza era ‘folle virtù’, coltivava un’inclinazione feticista per l’oggetto immobi­le, silenzioso, immutabile”. Simmel dice invece che le statue sono figure “concrete ideali”, ossia “l’idea di una vita determi­nata resa concreta”, ma che per questo danno l’idea di una “so­litudine infinita”.

L’amore ideale scende talvolta deliberatamente all’amore di sé. Francisco Quevedo, poeta massiccio e chiacchierone, imma­gina un uomo che si delizia in un bagno di polvere di marmo e diventa statua. Di Pigmalione si racconta una versione in cui l’artista s’innamora dell’opera sua, una statua d’Afrodite – poi chiamata Galatea, nel Settecento.

Uguaglianza – Non c’è niente di più iniquo che il trattamento uguale di persone diverse”, Thomas Jefferson.

Wieland, Cristoph Martin – Svanito nella memoria è questo raro illumini­sta tedesco, uscito perdente dallo scontro con il romanticismo e con le sette segrete - per questo in ombra? Conciliava ragione e natura. E ragione e immaginazione: “Sembra curioso che due inclinazioni tra loro così contraddittorie come l’attrazione per il meraviglioso e l’amore per la verità siano ugualmente naturali, ugualmente essenziali per gli uomini, ep­pure è così”.


zeulig@antiit.eu

Il clandestino in me

Un’autoanalisi. Un esercizio in scorticatura – usava. In un mondo estremo – una sorta di non luogo, nel remoto Burgenland austriaco, che l’Ungheria reclama (in parte lo ebbe, un secolo fa, alla spartizione dell’impero austro-ungarico, con un referendum, organizzato dalle truppe di occupazione alleate, che erano italiane). E poi è subito Frankenstein. Un nulla che decide tutto dalla sua inconsistenza.
Il protagonista innominato vi converge, alla ricerca, dice, delle radici familiari che però non cerca e probabilmente non ci sono,  e ci sta come in un deserto, benché comodamente in pensione.Tra incubi ingovernabili. Ma con un nulla di fatto. Un’esercitazione, come quando al campo militare si fa bum con la bcca. Senza vittime: una sorta di esame di coscienza – si chiamava così, c’era ancora il catechismo – a 25 anni. L’età di Tamaro quando lo scrisse. Proiettandosi in un innominato lui? Una carrellata in soggettiva, allo specchio.
Con molto senno, sul lato magisteriale. “La grazia del pensiero infantile” (pensiero?). “Io sono un clandestino” – che però non è una bella parola, è vittimisitica, con i clandestini veri in mezzo. “Il sentimento della morte mi accompagna da sempre”. Subito prima è stato un bambino turbato di “”scorgere sotto il frastuono le trame sottilissime della solitudine”.  Un bambino che finge di “di essere un bambino, più per delicatezza che per ipocrisia”. Proponendosi, sempre bambino, di “ignorare le bassezze del destino”. Preoccupandosi subito dopo “perché in vita non ho avuto mai la capacità di definirmi, o forse non l’ho fatto soltanto per vigliaccheria”.
Nella formula del romanzo di formazione, ma apodittico, non incerto o ansioso: “Il sole, trasversalmente, tagliava ogni figura”… Lo salva l’onomastico, invece del barbaro compleanno – “il regalo”, il vecchio oggetto familiare, “è dell’onomastico”.
È l’esordio di Susanna Tamaro, allora ventireenne, regista neo diplomata a Cinecittà. Che però non trovò editori, benché sponsorizzata da Claudio Magris per ragioni tribali. Poi venne il debutto con “Vai dove ti porta il cuore”. Il recupero viene adesso che Tamaro non scrive più. Per aficionados, per completare la raccolta.
Susanna Tamaro, Illmitz, Bompiani, remainders, pp. 124 € 4,20

martedì 16 aprile 2019

Letture - 381

letterautore


Italia – Si direbbe allo stadio finale dei “Principi della scienza nuova” di Vico, di quella finale delle sue velocissime metamorfosi storiche – alla “degnità LXVI”: “Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze”.

Machiavelli – Ebbe, fra i tanti commentatori, Campanella e Vico simultaneamente anti e pro. Campanella nell’“Atheisumus Triumphatus”, nelle poesie e in altre scritture, offeso, sdegnato, dal poco o nessun conto che Machiavelli pragmatico faceva della morale, che Campanella per qualche tempo voleva universale, provvidenziale, umana. A Machiavelli rimproverando specificamente di amare “la parte più che il tutto e più se stesso che la specie umana”. Anche Vico fu ambivalente, spiegava Roberto Esposito nel suo primo saggio, “La politica e la storia. Machiavelli e Vico”, quarant’anni fa. Vale per Vico l’osservazione che un altro suo studioso, Marco Vanzulli, premette a un saggio analogo: “L’importanza di Machiavelli per il pensatore napoletano è già evidente per la critica di cui è costantemente fatto oggetto, e gli autori che Vico attacca con accanimento costituiscono tutti, a diverso titolo, dei riferimenti fondamentali del suo pensiero. Machiavelli è in buona compagnia, Hobbes, Spinoza, Cartesio…”
E tuttavia entrambi si ponevano come continuatori, se non successori, dell’opera di Machiavelli. Del disboscamento della società politica. In Campanella nell’utopia. Di più, più specificamente, in Vico, il cui titolo principale è esattamente “Principi di Scienza Nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni”. Al culmine di quali eleva lo Stato a principio regolatore. E, soprattutto, la morale vuole assorbita nella politica. Il bene comune essendo il bene supremo.

Mare – È solitamente l’orizzonte aperto, mobile, l’ignoto, l’avventura – l’“Odissea”. Dominique Fernandez, “La Société du mystère”, ne fa la summa al rovescio, come di una distesa inerte, così lo vuole sentito dal suo personaggio, il pittore Bronzino, quando per la prima volta sbuca sul mare “dalle belle colline toscane”: “Una distesa d’acqua senza limiti, un paesaggio senza disegno né struttura, invariabile, monotono, stiracchiato fino all’infinito, questa successione di onde che si ripetono e vengono a morire, allo stesso posto, tutta questa uniformità mi sembrò insipida”.

Mitteleuropa -  È l’Est continentale, fatto “di pianure, di montagne, di case, di luoghi in cui si sta ben coperti, di alberghi a poco prezzo nei quali ci si lava la faccia e le mani nel lavandino”. Che finiva “dove cominciava l’acqua, qualsiasi acqua, qualsiasi mare” - Claudio Magris,”Lezioni di musica” (in “Tempo curvo a Krems”).
“Occidente, occiduo, occidentale”, a un mitteleuropeo sbucato a Trieste evocavano, continua Magris narratore, “la solitudine oceanica” . Erano anche una musica, “che sentiva sussurrare come una sirena in quelle dolcissime consonanti palatali”.

Statue – Hanno generato un filone consistente nella letteratura d’evasione, in forma di amore delle statue – amore passionale, animato.
Il  filone più consistente è stato quello mariologico, innestato sulla raccolta, voluta da Gregorio Magno, delle veneri, le giunoni e le diane di Roma antica dentro il Colosseo. Tutti quei marmi fibrillarono nelle fantasie del popolo cristiano in fidan­zate, mogli, madri e madonne. Registrata nel “De Gestibus Regum Anglorum” con cui Guglielmo di Malmesbury tentò nel 1125 di edificare una storia inglese, la raccolta di san Gregorio trapassò nei repertori narrativi di ogni tronco letterario euro­peo; fino all’“Urania” di Giovanni Pontano, alle odi leggere di Piron, al filosofo sensualista Condillac, il quale immaginò una “statua psicologica” fatta di marmo sensibile, e a Prosper Mérimée - c’è una prevalenza di francesi.
Di Mérimée, amico stretto di Stendhal e suo esecutore testamentario, molti sono i casi. In “La Venere d’Ille” un giovane alla vigilia del matrimonio, mettendosi in libertà per fare sport, appende l’anello destinato alla fidanzata al dito di una statua e l’indomani è trovato morto nel letto nuziale. In “Lokis” un giovane muore nel letto nuziale tra le due fidanzate, una donna e una statua “dagli occhi di tigre”. E in “Il viccolo (sic!) di madama Lucrezia, in una storia fulminante dentro la narrazione prolissa: un milord, archeologo dilettante a Tivoli, s’inna­mora di una statua che “ogni notte si animava a suo profitto”, ne viene strangolato, impaziente gli subentra un altro baronet­to isolano.

Non infrequenti sono stati, dopo Gregorio, gli innamoramenti mistici delle statue della Madonna e dei santi. Ultimo Vincenzo Consolo con santa Rosalia, “una fanciulla sensuale di marmo bianco, quasi carnacino”. Animare le statue è però ambizione suprema in letteratura, che quindi abbonda di marmi. Esempla­re la quinta delle sfrenate elegie romane di Goethe: “E non mi erudisco mentre spio le forme dell’amabile seno, guido la mano giù per i fianchi? Solo allora intendo il marmo...”.
Rilanciato in tempi vicini dalla scrittrice irlandese di porno leg­gero “Sally Mara”, il topos aveva naturalmente posto d’onore tra “I ballisti” di Luciano, impropriamente detti falsari o amanti del falso. Ma si ride poco con le statue. A parte Luciano e “Sal­ly Mara”, si registra un epigramma dell’“Antologia greca”: “Il dottor Marco porse ieri i suoi servigi a una statua di Giove, e la divinità, benché sia di pietra, sarà sepolta oggi”.

Il rapporto corpo-statua, una somiglianza, un destino, è il tema sinfonico del “Fauno di marmo”, il romanzo di Nathanael Hawthorne che inaugurò il filone mitico del genere cosmopolita ed ebbe forma plastica al cinema nel 1919 nelle fattezze di Elena Sangro, la Piacente che risveglierà D’Annunzio vecchiarello al­le geometrie del Triangolo e del Cerchio, sorpresa dovutamente celebrata in versi, nel “Poema segreto”. Ma il “bellissimo di Sa­lem”, fondatore della letteratura americana, disapprovava che gli scultori, in pieno secolo XIX, sbozzassero marmi nudi.

Le statue delle fontane sono felici, secondo D’Annunzio, “La città morta”: “Esse godono, nel tempo medesimo, dell’inerzia e della fluidità”.
L’amore di Carmide, personaggio di un dialogo pla­tonico, con la statua di Pallade-Arena è il focus del poema a lui intitolato di Oscar Wilde - ce ne sarebbe un altro, la dichiara­zione d’amore della statua a Carmide morto, ma è diluita per ben 25 sestine, su un totale di 111.
Ne “La salamandra e la statua”, fiaba originale di Cristoph Martin Wieland, una delle poche da lui non copiate, la statua è la forma nella quale il druido fa trova­re moglie al figlio.
Il favolista filosofo Wieland era antiromantico. Ma sarà tuttavia proprio la superproduzione romantica ad attingere alle statue con ampiezza: Victor Hugo a 16 anni, Heine nelle “Notti fiorentine”, Eichendorff, “Das Marmorbild”, Nietzsche, “La gaia scienza”, W.E. Yeats, “The Statues”, Henry Ja­mes, “L’ultimo dei Valeri” e “La statua di Giunone”, la giovane Yourcenar di “Denaro del sogno”, Fleur Jaeggy, “Statue d’acqua”.
“La Jongleuse” di Rachilde, disgustata dell’amore fisico, si accoppia con forme di alabastro. “La donna senz’ombra” di Hofmannstahl incontra una statua, uomo, ragazzo, principe, cacciatore, aman­te, sposo, che però c’è e non c’è. Un titolo lapidario, “Les filles de marbre”, commedia di Théodore Barrière, serve al dire e non dire di Proust per addebitare a Odette “amori di quel tipo”, cioè da casa d’appuntamenti.

Marmorei turbamenti extraletterari sono testimoniati dalle so­relle Mancini, le nipoti del cardinale Mazzarino, in personaggi, eu­nuchi o mariti. Mossi probabilmente da quello stimolo che Bal­zac, nel promiscuo “Sarrasine”, ha chiamato “la gelosia delle inci­sioni, dei quadri, delle statue in cui gli artisti esagerano la bel­lezza umana, per la dottrina che li porta a idealizzare”. E che Guy de Maupassant visse eccitato a Siracusa davanti alla Vene­re testé scoperta dal cavalier Saverio Landolina: “È la donna così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole strin­gere. È prosperosa, col seno fiorente, l’anca possente e la gam­ba un po’ forte, è una Venere carnale che si sogna coricata pur vedendola in piedi”.

La memorialistica è inesauribile: “La pas­sione dei marmi è molto, ma molto più rara del sadismo”, spie­ga Mario Praz, dove “rara” evidentemente sta per “comples­sa”. Jurgis Baltrusaitis pone fra le “Aberrazioni” la “pietra figura­ta” o fiorentina, animata da colori e figure, naturali o incise. Ha la passione dei marmi il professor Baldasseroni, antagonista del “Serpente” di Luigi Malerba, che “non potrà volare mai per­ché tende verso il basso”. Il presidente De Brosses al contrario addebitava buona parte della grandezza dei romani antichi alla loro ineguagliata passione per i marmi. I nudi di pietra fiorenti­ni emozionarono perfino l’olimpico Montesquieu. Per le “soa­vissime figure di pietra”, unicamente per quelle, smaniava il marchesino De Pisis. Nella corrispondenza che Mérimée, l’amico di Stendhal, teneva nella sua funzione di ispettore generale ai monu­menti artistici, la donna statuaria che mozza il respiro ritorna frequente.

Statuario è il fantasma della gigantessa di Baudelaire, delle hommasses di Brantòme, e di “Sodoma e Gomorra”. Dove però, in omaggio alla mortemartiana disidratazione del desiderio, indica solo una donna grassa.
Carlo Dossi rimosse l’amore dopo una settimana di frenetico concubinato statuario.
Malaparte invece ebbe una sorpresa: andò a lungo “ogni giorno a fare all’amore con la Lau­rina di Cafaggio, una statua di pietra grigia, senza braccia, le guance rose dal vento e dalla pioggia, affacciata al muro di un orto”, che quando il muro fu abbattuto si rivelò un torso ma­schile. Il suo emulo André Pieyre de Mandiargues, che “mai” fu “così felice come in Italia”, e provava questo stato soprat­tutto con le pietre, inciampò un giorno, in “Marbres ou les mystères d’Italie”, in una grande statua, distesa per terra come cadave­re, che per scienza infusa capì essere “il lettore” — carogna di un dio per il quale “l’autore” era stato creato, ma al pari di lui era morto.
Il caso più famoso riguarda la Giustizia che il mila­nese Della Porta scolpì a San Pietro sul mausoleo di Paolo III Farnese, “tanto bella”, attesta il Belli, “ch’un zignore ingrese ’na vorta un zampietrino ce lo prese in atto sconcio e co’ l’uccello in mano”, talché fu necessario che il Bernini la ricoprisse di sottane.
La Venere Italica, Paolina Borghese, suscitò passioni comuni a Fo­scolo, aFlaubert (“mi si perdoni, è stato da molto tempo il solo bacio sensuale”: il genio grammaticale che aveva paura del cor­po fu visto piangere spesso davanti alle pietre) e al popolo, al punto che si dovette ordinare il trasferimento della statua di Canova dalla romana villa Medici a Firenze, perché “ben spes­so con parole e con gesti dei più scorretti abusata” — tutti evi­dentemente inconsci del carattere “cimiteriale” che Roberto Longhi le attribuiva.
La passione popolare si rinnovò nel 1901, quando venne svelata a Roma la fontana dell’Esedra o delle Naiadi: i rapporti delle guardie regie fanno stato di ripetuti epi­sodi di trasporto emotivo.
Gli archivi ribollono di storie incon­fessabili con il Davide della Signoria, vero Golem fossile.
Nell’antichità la commistione servi anche da mezzo di produ­zione. Sull’esempio di quegli scultori che colarono a lungo i loro bronzi, specie quelli delle divinità virginali, nei calchi dei seni di Teodota, la bellissima fidanzata di Alcibiade.

L’archetipo è in Pigmalione, il conquistatore di Cipro che, offeso dalle voglie delle donne del luogo, se ne fece una di marmo, uguale ad Afro­dite divinità dell’isola, se ne innamorò e secondo Ovidio la in­gravidò – la statua delle “Metamorfosi” sarà detta di Galatea nel Settecento (ma Goethe la chiama ancora diversamente, Elisa). Secondo Robert Graves, “I miti greci”, il latteo simulacro della dea nel suo letto serviva invece a Pigmalione per mante­nersi, principe consorte, sul trono, in analogia con il trucco escogitato da Micol per salvare David dalla follia di Samuele. Boccaccio opina che la donna di marmo in realtà mascherasse un’acerba vìrgunculam.
Ateneo racconta di Cotide, re della Tracia, che, innamorato di un simulacro di Atena, straziava l’amante vera con le unghie a partire dal basso ventre, ma questa redazione del mito non è sopravvissuta nella panoplia dell’amo­re ideale.

È un referente artistico. Nella “Filosofìa nova” Stendhal lo dice, incontro­vertibile: “Bisogna descrivere l’Apollo del Belvedere nelle braccia della Venere dei Medici nei più incantevoli giardini di Napoli e non un grasso Olandese sopra la sua Olandese in un sudicio mezzanino”.
L’embrione è Pandora, la prima donna, che Zeus fece modellare in argilla. Di questa storia è fervoroso tramite il poeta anti-femminista Esiodo.
La statua fa la diffe­renza, attesta Roberto Calasso analizzando la sbandata di Gio­ve per la copia di Hera, la sacerdotessa dal nome rivelatore di Io.
Si aprono baratri nella misoginia, nel cui amore delle statue si rappresenta la ricerca trepida dell’amore-amante immobile, che tenti e rassereni. Tale l’ateniese Amicleto, il quale, sorpreso a fare l’amore nottetempo con una statua di Venere, così si giu­stificò davanti ai giudici: “Ho voluto amare una pietra, perché so amare, e non sono così vile che ami per essere amato”.

Tedeschi – “I tedeschi sapevano obbedire e catare, che era la stessa cosa, dire di sì” – Claudio Magris, “Il custode” (in “Tempo curvo a Krems”).

Le donne tedesche, le buone mogli di Stendhal e Tacito, si legano ai mariti anche coi soldi: condividono il reddito, che lei lavori o no, e sgonfiano l’imposta progressiva, pagando aliquote marginali più basse, avendo imposto allo Stato lo splitting, la divisione del reddito familiare in due.
E sempre si salvano: la principessa Sofia Carlotta di Braunschweig Wolfenbüttel, sposata ad Alessio, il figlio che Pietro il Grande uccise, finse di essere morta e lasciò che si celebrasse il funerale, mentre fuggiva in Martinica, dove si rifece con valenti coloni francesi.

letterautore@antiit.eu

Il gioco stregato dei troni


Apertura trionfale dell’ottava e ultima serie, in notturna, in contemporanea con la prima americana, in americano sottotitolato, domenica notte, e poi ieri in prima serata, sempre con i sottitoli – la versione italiana va in onda il 22. Seguita da un documentario sulle bellissime location spagnole, di questa serie e delle precedenti, nel golfo di Biscaglia e in Estremadura. Un’autocelebrazione a tutti denti, pare che il mondo non attendesse altro. E pare che questo sia vero, non solo una trovata promozionale. Ma una serie più buia e stravagante delle altre, se possible. Inattendibile e inafferrabile, nel plot e nei personaggi. Sì, impossessarsi del regno, ma di quale regno, sono tutti indistinguibili. Onesto se si vuole, nel titolo originale, “il gioco dei troni”, ma poi?
Una Star War terrestre, senza la suspense interplanetaria e gli effetti speciali. Eccetto qualche dragone volante, che ci azzecca poco. Per di più con  pochi cavalli, anche pochi duelli, e molti dialoghi appiedati, in camera, allusivi, oscuri. Com’è possibile innamorarsene?
È questo il vero mistero del “game”: come mai? Che un centinaio di milioni di persone  non attendessero che questo, 17 e mezzo accertati nei soli Stati Uniti – con 5 milioni di tweet, i dieci più cliccati della domenica sera, e 11 milioni di contatti nel fine settimana? Che milioni di italiani siano stati svegli alle due, le tre di notte per l’anticipo atteso dell’ottava serie? Bisogna rivedere la sociologia: tutti guerrieri e tutte regine, sia pure col trucco.
Guerrieri e regine sono sempre stati i beniamini. Ma senza carattere, e senza attrattiva?
David Nutter, Il trono di spade (The Game of Thrones), Sky Atlantic

lunedì 15 aprile 2019

Come non fare lo scoop


È caduto nel nulla il saggio di papa Ratzinger sulla pedofilia nella chiesa e sulla morale su misura – custom made. Dal Vaticano (il segretario di Stato Parolin e il papa Francesco) affidato al “Corriere della sera”. Uno scoop mondiale caduto nel nulla. Lo stesso giornale anzi lo ha liquidato il giorno dopo come pettegolezzo curiale.
Quel testo affidato a “la Repubblica”, o meglio a Scalfari direttore del quotidiano da lui fondato, sarebbe stato un caso celebre per giorni e settimane. Scalfari avrebbe ascoltato e mobilitato i collaboratori. Allertato i corrispondenti per suscitare reazioni nei rispettivi paesi, pro e contro. Aperto un foro libero di discussione per i lettori – una forma indiretta di mobilitazione. Sollecitato o scoperto vittime e millantatori. Ne avrebbe ricavato un instant book, sicuro bestseller. Lo scoop non nasce da solo, necessita un montaggio.
Fontana non lo sa fare? Probabilmente sì. Ma con altrettanta probabilità il “Corriere della sera” non può dare spazio a questi problemi, a opera di un papa, se non giusto per evitare che il saggio esca su “la Repubblica”. E perché? Problemi di laicità? Ma Scalfari è massone dichiarato. Ci sono divergenze tra le logge, come nelle guerre di mafia?

Alle otto un’altra vita


Dovendo attraversare il centro di Roma a piedi alle otto di mattina a un certo punto sembra di camminare su una distinta curiosa euforia. Si va come in surplace, avanzando senza fatica. Non è la primavera: è bello ma è rigido. E il percorso è lo stesso di tutte o quasi le mattine: Santa Maria della Scala, il ponte Sisto, il Monte di Pietà, i Giubbonari, Campo dei Fiori, Navona, Corso Rinascimento. Luoghi certo fascinosi ma consueti.
Cosa c’è di speciale, oggi, a quest’ora, in città? Non ci sono i mendicanti, che a Roma sono tanti, non ancora, e non ci sono i turisti: forse è questo. Lo stesso percorso alle dieci è di insofferenza, come tutto nella giornata, che a Roma anzi può essere faticosa, molto. .
Mendicanti e turisti non ne hanno colpa, che colpe hanno? Ma è un’altra città. Un altro mondo, un’altra vita, un’altra giornata – sembra quasi di ritrovarcisi.