Cerca nel blog

sabato 8 ottobre 2022

Fame senza fine attorno a Mps

Non si finisce di spolpare Mps: l’aumento di capitale richiesto per la riprivatizzazione del gruppo non è diverso dai tre precedenti, dei terribili anni 2010, di un dissesto che ha bruciato 18 o 19 miliardi. Arrivate alla scadenza, tra otto giorni, le banche collocatrici riducono gli impegni di sottoscrizione dell’inoptato, e provano a passarli ai partner industriali del gruppo, l’assicuratore Axa e il gestore Anima. I quali naturalmente chiedono in cambio condizioni di miglior favore per vendere agli sportelli del gruppo polizze e fondi. A spese della gestione bancaria.

Si capisce da questi (prevedibili) sviluppi che Unicredit si sia ritirato in buon ordine dall’ipotesi acquisizione del gruppo senese. Poiché il problema non sono i suoi conti, migliorati e migliorabili, ma il viluppo di interessi, soprattutto politici, che continuano a stritolarlo.

Come Mps, malgrado una buona gestione e una presenza ottimamente divisa sul territorio, non riesca a uscire dalle sabbie mobili, sembra incomprensibile. Ma solo se non si sa che è preda sempre della politica. Che è stata ed è “bianca”, fino a Renzi e dopo, e non “rossa” come si suppone.

Quando Scalfari avviò la fine del Monte dei Paschi

C’era, e c’è, la Dc, di sinistra, dietro la foglia di fico del presidente Mussari mandato da D’Alema, e l’ingenua telefonata del segretario diessino Fassino (“Abbiamo una banca”), a capo della disavventura senza fine del Monte dei Paschi. Avviata dietro le quinte da Giovanni Bazoli,  l’avvocato-banchiere creatore di Intesa - di cui il vescovo di Brescia, per il quale Bazoli inizialmente lavorava, diceva che “ha un pelo sullo stomaco alto così”.

Il 17 aprile 2005 Scalfari apriva per conto di Bazoli la questione, in un incongruo postscriptum a un articolo sulla crisi di governo chiesta dalla Dc di Follini, e da Fini, contro Berlusconi, “Una crisi degna dei racconti di Gogol” (l’articolo si può leggere online). Fingendo di prendere posizione a favore dell’opa dell’olandese Abn Amro su Antonveneta e dello spagnolo Santander su Bnl, nel nome del mercato, Scalfari apriva il fuoco contro il governatore della Banca d’Italia Fazio, reo di promuovere cordate nazionali per le due banche sotto tiro. “Se le manovre guidate dal governatore sboccassero in altrettante Opa più favorevoli agli azionisti delle banche contese, non ci sarebbero obiezioni di merito anche se non rientra nei compiti della Banca d' Italia di discriminare gli operatori europei non italiani”, scriveva. E aggiungeva: “Ma qui non si tratta di contro-Opa, bensì di cordate camuffate ma assolutamente evidenti”.

Scalfari meglio di ogni altro sapeva che senso dare al “mercato”, quello che lui voleva dire non è quello che ha detto – è anche legittimo far fallire le opa, e non necessariamente con un’altra opa più favorevole. Scalfari avviava la caccia a Fazio, vecchio “popolare”, avversario di Bazoli, pur esso Dc ma di sinistra: gli aveva consentito di creare Intesa, ma ne aveva bloccato l’acquisizione di Generali – col 4 per cento del gruppo assicurativo in capo a Banca d’Italia. Bazoli apertamente aveva criticato e criticava il ruolo che Fazio si assumeva come Banca d’Italia nell’assestamento bancario – tanto più dopo il passaggio alla “banca universale” (credito commerciale e a medio e lungo termine) decretato dall’America di Clinton un decennio prima.

Scalfari concludeva chiamando a raccolta le forze del futuro Pd: “Aggiungo e sottolineo, un’opposizione consapevole avrebbe dovuto far sentire energicamente la sua voce in difesa del mercato, delle sue regole, degli azionisti e soprattutto dei principi della libera concorrenza tra imprenditori europei. Il fatto che ciò non sia avvenuto con la dovuta energia suscita in noi stupefatta preoccupazione”. E partì la caccia, ferale, della “opposizione consapevole” a Antonveneta.    

Saltato Fazio, Abn Amro si compra subito Antonveneta. Pagando un ottimo prezzo agli azionisti della banca del Santo, 26,50 euro. Due anni dopo Abn Amro finisce in mano a Santander, Royal Bank of Scotland, e Fortis, un gruppo belga, e nello “spezzatino” che ne segue Antonveneta va al Santander. Che in poche settimane la rifila a Mps per nove miliardi, cifra monstre nel canone di valutazione europeo. Malgrado un passivo che a fine 2011 ammonterà, fatte infine le dovute valutazioni, a diciotto miliardi, quindici dei quali per “crediti vantati da terzi” – erano otto nel 2008, Mps dall’affaire Antonveneta in poi, dove molti compagnucci della parrocchietta si erano locupletati, nel Veneto, in Spagna e in Toscana, non si è saputo più gestire (la miscela politica dissolutrice è la stessa del partito Democratico, che nasceva in parallelo con Mps-Antonveneta).

Cronache dell’altro mondo – bianco, rurale (226)

C’è un ritorno di simboli, bandiere, memorie, gadget confederati, in tutta l’America, non solo negli Stati del Sud che fecero la guerra civile contro Lincoln. Se ne trovano tracce anche nel Nord, in Michigan, in Pennsylvania e ovunque. La nostalgia dei “valori” confederali non è più legata al Sud, a un’area geografica: si diffonde per razza, istruzione, religione. È l’esito di una ricerca sui “Simboli Confederati” di due istituzioni, E Pluribus Unum e Public Religion Research Institute.

Il fatto è emerso nelle polemiche sollevate dalla cancel culture, o “riforma”. Il contrasto a questa posizione è stato perfino più veemente a Nord che negli ex stati confederati. Il sentiment tuttavia prevalente sulla Confederazione è che essa entra nella eredità culturale del Sud, non nella divisione razziale.

Nei riguardi della “riforma” (la distruzione dei monumenti pubblici confederati, o il loro confinamento in un museo) si trovano identiche posizioni a favore e contro al Sud e al Nord: a favore il 22 per  cento al Sud e il 25 per cento altrove contro il 17 per cento al Sud e il 20 per cento altrove -  l’altro 50 per cento è indeciso, un po’ di qua, ma non convinto, un po’ di là. La conclusione dello studio è che i valori degli americani bianchi rurali del Sud hanno contagiato gli americani bianchi rurali del Nord. Ma questo, si aggiunge, “è solo un pezzo di una eredità regionale ricca, cosmopolita e multirazziale, che ha formato la musica, il cibo e la cultura dell’intero paese”, malgrado gli “stereotipi di bandiera”.

Racconto semplice contro il potere, anche della tradizione

Un omaggio al cinema nel cinema, magari commosso, è il senso del film che più ha colpito i critici. E invece no, niente è cervellotico in Panahi. Il racconto è piano, alla sua maniera ormai canonica, di inquadrature schematiche, lineari, senza effetti, con attori che recitano il loro ruolo, non fingono, non bluffano, compreso il regista, che fa se stesso. Di una condizione esistenziale proibitiva, vecchia e nuova, povera e ricca, sotto l’apparenza ordinaria, nella remota montagna al confine con la Turchia come a Teheran. Un racconto semplice, avvincente, e terrificante: di stoltezza, e di violenza. Sotto la cerimoniosità del linguaggio, nelle tradizioni di cui nessuno più sa il senso come nei centri – che non si mostrano, si accennano – del potere “rivoluzionario”.

Panahi personalmente ne ha ampia materia. Lui stesso condannato in Iran già nel 2010 a sei anni di carcere per “attività di opposizione”, con divieto di scrivere e tanto meno di girare film per venti anni. Liberato su cauzione dopo due mesi, reimprigionato a luglio, finito di montare questo film apparentemente girato fuori Iran, con la sua regia via zoom, sulla base della vecchia condanna, per avere protestato contro l’arresto immotivato di due registi. Il film dentro il film è appunto quello che si fa in simili casi, si gira in un paese straniero, magari di frontiera.

Non si ragiona con gli ayatollah, è un regime pervasivo, non politico. E non si ragiona col popolino su cui gli ayatollah si poggiano. Anche della minoranza azera, al Nord al confine con la Turchia, alla quale lo stesso Panahi appartiene, gente semplice di montagna, cerimoniosa come tutti, e superstiziosa, crede agli orsi e non solo, e violenta.   

Al modo di Panahi, senza polemica o accuse, mostrando le cose, un racconto anche sugli inganni della tradizione, e della stessa religione. Il regista viene trascinato in una Stanza dei Giuramenti, dove non c’è bisogno di dire la verità, gli viene spiegato basta giurarla – la dissimulazione (taqyiia) è sempre onesta nell’islam. Un film con cui il regime di Teheran, non fosse tanto rinchiuso su se stesso, avrebbe sicuramente potuto vantare il premio Oscar 2022, bastava candidarlo.

Jaafar Panahi, Gli orsi non esistono

venerdì 7 ottobre 2022

La Germania è tornata

L’“Economist” - per una volta non citato dai media - paragona la Germania un riccastro che arriva in Bmw a una coda per il cibo, si prende tutta la pentola, e fa “marameo, babbei!”. Ma senza arrivare a tanto la decisione della Germania di sussidiare con 200 miliardi, cifra enorme, l’industria e i consumi, a fronte del rincaro dell’energia e non solo, e di fare da sé nel mercato dell’energia di fronte alle incertezze e debolezze degli altri membri della Ue, è molto più della solita visione tedesca della stessa Ue, come occupazione residuale dei suoi governanti. Dopo la Zeitenwende dichiarata sei mesi fa, il cambiamento epocale, con la moltiplicazione delle spese militari, il fondo da 200 miliardi per sostenere l’industria e i consumi in Germania è un atto decisamente sovversivo degli equilibri in essere. Per il vulnus alla concorrenza, con un così enorme aiuto di Stato. E per il marameo, questo vero, al processo decisionale europeo, cioè all’Europa.

L’altro fattore nuovo è che il governo Scholz decide senza nemmeno consultarsi prioritariamente, o discutere, nemmeno con la Francia.

Quando Berlino sceglieva la Russia

“La Germania rilancia il gas e la Russia” era titolo di questo blog il 31 maggio 2011, undici anni fa:

“Per il gas. E per la Russia. La rinuncia tedesca, del governo di Angela Merkel d’accordo con le opposizioni socialdemocratica e verde, al nucleare entro dieci anni raddoppierà il consumo di gas naturale e le importazioni dalla Russia. Il conto è stato subito fatto all’Eni, che sul gas e sulla Russia ha puntato da tempo, e alle tedesche Ruhrgas e Basf-Wintershall.

“Per alimentare 20 Gigawatt di potenza in dieci anni non c’è ricorso possibile alle fonti cosiddette rinnovabili – in realtà a forte consumo di materiali e di risorse naturali (terra, acqua) – ma solo al gas naturale. Che è pronto ad arrivare, dalla Russia. A fine anno sarà pronto il gasdotto Nord Stream, dalla Russia alla Germania via Baltico, che un anno dopo avrà una capacità di trasporto di 55 miliardi di mc. di gas. Più di tutto il gas che la Germania già importa. Di proprietà della russa Gazprom, e di Ruhrgas, Basf-Wintershall, del gigante francese Gdf-Suez e dell’olandese Gasunie.

“L’abbandono del nucleare in Germania non è di oggi. Il governo socialista-verde del cancelliere Schröder l‘aveva annunciato nel 2000, e dopo qualche mese tradotto in legge: prevedeva l’uscita dal nucleare entro il 2020. La cancelliera Merkel, costituendo il suo nuovo governo con i liberali, ha sospeso il 25 gennaio dell’anno scorso quella decisione. Ora l’ha confermata, limitandosi a far slittare la chiusura di diciotto mesi, quanto è durata la sospensione, al 2022.

“Nessun dubbio che la cancellazione del nucleare significa un ricorso accresciuto al gas: si tratta di alimentare il 27 per cento dell’energia elettrica consumata, e non c’è altra fonte di energia. Le cosiddette rinnovabili non potrebbero sopperire nemmeno tra mezzo secolo ad alimentare tale potenza. Oggi ci vorrebbero mille ettari di pannelli fotovoltaici per 1.000 MW (un ventesimo del totale), ammesso che la Cina possa e voglia produrre gli inquinanti pannelli in massa a basso costo. E comunque l’energia da fonti rinnovabili ha un costo tale da mettere fuori mercato l’industria manifatturiera tedesca, a meno d’incentivi pubblici. Che però in quelle dimensioni e a quel fine, non più di ricerca e innovazione, sarebbero illegali, ai termini della concorrenza europea.

“Nessun dubbio che il gas sarà russo. Anche se la Germania accusa già una sorta di dipendenza dalla Russia, importandone per il 42 per cento del fabbisogno (l’Italia è al 28 per cento). Anche la Germania si porrà nella situazione dei paesi dell’Est europeo, che dipendono dalla Russia per oltre il 50 per cento del gas consumato. A questo ha lavorato lo stesso cancelliere socialista Schröder una volta fuori dal governo, in qualità di consulente di Gazprom, il gigante russo del gas.

“Il progetto alternativo alla Russia, denominato Nabucco, è invece sempre in ritardo. Dopo dieci anni di preparativi. E benché sponsorizzato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti in funzione dichiaratamente antirussa, per ridurre la dipendenza dal gas russo. Il progetto è ufficialmente pronto da due anni, approvato dai governi e dai parlamenti dei paesi interessati, Turchia, Romania, Repubblica Ceca, Austria, e finanziato. Per l’importazione di 25-30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Che però non si trovano: in principio il gas dovrebbe venire dall’Iraq, l’Azerbaigian, il Turkmenistan e, dopo la “primavera”, dall’Egitto.”

La realtà aumentata, dopo la quasi morte

Racconti liberi di Primo Levi subito dopo il (ritardato) successo del racconto di Auschwitz e dopo, quindici “divertimenti di fantascienza”. Liberi dalla memoria, come lui stesso spiega nel risvolto della prima edizione. Quindi narrati in un primo momento con qualche senso di colpa. Ma poi, dice, si è reso conto che sono, sempre filtrati dal ghigno di Rabelais, non del tutto dissimili, figurando tutti nel “sonno della ragione”. Solo che qui i “mostri” sono benevoli, e anche sorridenti, o meglio invitano al sorriso. Dietro lo scudo di Rabelais, ancora lui, dove dice “perché non credere all’inverosimile”?, e “non lo dice anche il Proverbio XIV di Salomone, «Innocens credit omni verbo»”?

Primo Levi aveva ambizione e vena letteraria, narrativa. Qui se ne giustfica, come di una pausa, di una follia passeggera, ma la pausa saranno stati i lunghi anni dell’internamento, della sopravvivenza, della testimonianza dell’internamento e della sopravvivenza. Poi ha fatto vari tentativi epr liberarsene, e questo è il primo. Che l’editore però, e cioè Italo Calvino, gli ha consigliato di pubblicare sotto pdeudonimo (venne fuori un inconsulto “Damiano Malabaila”) per non “disturbare i lettori” – i lettori di “Primo Levi”. D’immediato successo all’uscita, nel 1966, senza sorpresa, non da parte dei lettori. Ma non “collocato” dalla critica, oltre che dall’editoria: si finse che non fosse Primo Levi, anzi non si recensì nemmeno, essendo i racconti comunque lontani anche dal canone della fantascienza (cui presiedevano Fruttero e Lucentini, transfughi da Einaudi in Mondadori proprio per curare la fantascienza). In questa riedizione, in una collana sontuosa di “classici”, sopperiscono Martina Mengoni e Domenico Scarpa.

Una grande cultura di formazione emerge. Di richiami al “Genesi”, benché da ebreo laico, a Rabelais naturalmente, a Aldous Huxley, che si leggeva molto ai suoi anni verdi, a Raymond Queneau, di moda nel dopoguerra, specie col suo “presentatore”, Calvino. In una scrittura semplice, e sorprendente ancora oggi: sono racconti che, leggendoli a occhi chiusi, trascurando il destino tragico dell’autore, sono gai, affascinanti, profetici. L’ultimo racconto, “Trattamento di quiescenza”, vede l’età della pensione in rapporto con la fantasia o il sogno: quello che oggi si chiamerebbe di “realtà aumentata”:

Primo Levi, Storie naturali, Einaudi, pp. XIV-280, € 20

giovedì 6 ottobre 2022

L’Europa residuale

Si può ritenere il bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto. Come del resto è sempre il caso con la Ue. Alla fine l’Unione E uropa ha ricomposto sempre i cocci. Con Draghi sull’euro, dopo averlo mandato in malora (e con esso la Grecia e anche l’Italia). Dopo essersi litigati i vaccini anti-covid ha creato una strategia di contrasto comune. E anche ora, che sulla tragedia della guerra ha messo in atto il solito jeu des dupes, il solito giochetto dei furbi, l’imbroglio, troverà un’intesa, sul gas e forse anche, chissà, su che farsene della Russia. Domani magari troverà pure una politica anti-inflazione, come ha fatto contro il covid, e contro la recessione. Ma per ora fa finta che non ci siano.

Di fatto, e non da ora, sia il bicchiere pieno o vuoto, l’Unione Europea è residuale. Lo è per gli europeisti – uno Spinelli ne sarebbe angosciato. Si pretende una federazione, ma è solo un riempitivo. Non si fa nulla senza la Germania, e questo è tutto. Senza contare che la Germania non sa essa stessa che vuole fare: decide tutto e il suo contrario, è capricciosa - ha buttato tra i rifiuti cinquant’anni di Ostpolitik, e forse non lo sa nemmeno.

Il fatto non è senza conseguenze. Usa dire anti-europeo chi denuncia questa Europa residuale - sovranista, nazionalista, populista. Ma l’anatema verbale non cambia la cosa, non la migliora.

Il cammino dell’Europa unita era cominciato con una Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Avventurosa per la parte energia (il carbone in cambio dei minatori…. fino a Marcinelle) ma una Comunità effettiva e efficace, marciante, settant’anni fa.

La guerra Ue è civile

Per l’Unione Europea la guerra è – è stata finora – civile: tra fautori e contrari a un calmiere (il price cap) dell’energia. Guerra civile è concetto che non si può allargare troppo, ma la Ue funziona così. Il calmiere, si sa, non è una buona soluzione: di applicazione difficile, può creare disarmonie invece di impedirle o controllarle. Ma per un solo prodotto e fra soggetti così agguerriti, in quanto grandi consumatori, potrebbe funzionare.

A Bruxelles si calcola che il costo delle fonti di energia, petrolio, gas, carbone, è prossimo al 10 per cento del pil – più del doppio, per avere un’idea, del costo per gli Stati Uniti, fermo al 4,5 per cento. Nell’arco dell’anno, non solo quindi nei mesi della guerra, mille miliardi di dollari in più sono pagati dalla Ue ai fornitori di energia, Russia, Norvegia, Algeria, Stati Uniti, rispetto al 2021.

Ma si decide di non fare niente. Per nessun’altra ragione che l’omaggio al mercato – anche se sconvolto dalla guerra russa all’Ucraina. In realtà perché alcuni paesi dell’Unione si proteggono meglio degli altri, per una migliore distribuzione degli approvvigionamenti, o semplicemente perché hanno più disponibilità con cui pagare. Sembra strano, ma è – è stato finora – così: la concorrenza fra paesi europei gioca a favore del caro-energia, e dei profitti di guerra.

Enigmatico Gogol’, ucraino di Russia

Una raccolta di testimonianze in vece di una biografia. Sugli aspetti più problematici della personalità di Gogol’, scrittore tanto diretto nella sua vena creativa, specie quella comica, quanto impervio come personaggio. Uno dei tanti grandi scrittori russi ucraini. Per ucraino ritenuto, sempre in senso apprezzativo, dai suoi interlocutori di questa antologia, tutti russi: ha “un’aria da ucraino malizioso”, è ricco di “quel particolare umorismo che appartiene soltanto ai piccoli russi”, è di “inimitabile umorismo ucraino”. Di quando gli ucraini erano “piccoli russi”. Uno che scrive il russo meglio di come parla l’ucraino – “parlava abbastanza bene l’ucraino”, ricorda il suo servo ucraino Nimčenko.

Un’antologia (con una infelice copertina di Gogol’ sul letto di morte) che si rende necessaria, spiega Giovanni Maccari che l’ha ideata e curata, perché Gogol’ resta un personaggio enigmatico, inafferrabile ai biografi, per più aspetti. Nato e cresciuto male, e per tutta la vita poi, ancorché breve, fino ai 43 anni, un disadattato, ma narratore superiore. Come farsi compagnia con gli amici e estimatori di Gogol’, anche critici, non potendosi il personaggio riassumere.

Ragazzo povero, trasandato, anzi sporco, benché di famiglia con titoli nobiliari, ucraino (“piccolo russo”) più che russo in ambiente russo e russofilo, istruito in un collegio imperiale come quello di Puškin grazie a una borsa di studio imperiale. Più rilevante nell’ottica di oggi, è che è un ucraino che si impone innovando la lingua letteraria (l’uso) russo. Che ammaliò le sue ospiti nobildonne vegliarde nel primo incarico di istitutore, con la cura di un bambino down, raccontando la “notte ucraina” e il gopak, la danza contadina ucraina. Che da Puškin e ogni altro letterato russo di nome ebbe protezione, e dal poeta anche l’aneddoto “Anime morte” e del “Revisore”, i suoi due capolavori.

Dov’è l’enigma Gogol’? Uno sempre angosciato dalla povertà e d alle malattie che finirà per parlare con Dio. E per questo ancora più inquieto, continuamente in fuga. Per un senso di inadeguatezza, e forse di insofferenza per il relativo isolamento: Gogol’ raggiunge presto la fama, al debutto con i racconti, ma non l’agiatezza economica, e vive di amicizie. Ma sempre bizzarro, e misterioso. Bugiardo compulsivo, e impecunioso sempre e importuno, sempre nel bisogno, di sotterfugi e di miracoli, e non riconoscente. Ma “ipersensibile, e molto delicato” (Aksakov). Se a questo si aggiunge l’insoddisfazione, lunga una dozzina d’anni, per la seconda parte del “poema”, “Le anime morte”, che brucia almeno tre volte, si comincia ad avere un quadro dei nodi del personaggio. Gogol’ ha 27 anni quando lascia la Russia, dopo il successo, e lo scandalo politico, del “Revisore”, nel 1834, e 43 quando muore, nel 1852.

Circondato da molto affetto, sia a Mosca che a Pietroburgo, è e resta anaffettivo, pur fra tante preoccupazioni che si crea per la madre e le sorelle, concentrato sull’opera. Tutti saranno sconvolti dalla morte di Puškin, lui no, che probabilmente è stato il massimo beneficiario della generosità del poeta, con raccomandazioni, presentazioni, patrocinio letterario, e spunti per i capolavori. Unicamente impegnato nell’opera, nel “poema”. Eroe – per inquadrarlo nell’attualità, della lotta all’ultimo sangue tra russi e ucraini - equivoco ugualmente degli slavofili (Gogol’ coltiva la realtà e la tradizione) e degli occidentalizzanti (ne fa la satira).

Italianofilo, fin dalla prima poesia pubblicata, prima di abbandonare la poesia, “Roma”. Che sarà poi un lungo racconto, il suo ultimo, denso di colore – o meglio un lungo articolo, rimaneggiamento, a memoria di Aksakov (p. 179), del “suo racconto italiano ‘Annunziata’, di cui ci aveva letto l’inizio”. Quando decide di lasciare la Russia, dopo aver fiutato molte città in Europa, decide per Roma. Parla, e scrive anche, in italiano, apprezza Belli, ma non si integra con la città - non una sola testimonianza italiana su Gogol’, in questa come in altre raccolte biografiche: il suo mondo è sempre l’asse Mosca-Pietroburgo, nella corrispondenza fluviale – di cui qui una parte è esumata.

La raccolta prova, se non a elucidarne il mistero, a renderne la complessità, osservando l’enigmatico Gogol’ come usa per i documentari sulla natura, attraverso “una serie di fototrappole” – “nella speranza di sorprenderlo quando non sa di essere visto”. Le fototrappole sono le “testimonianze” dei contemporanei, amici e nemici. Non però precise come la fotografia, e non si sa quanto attendibili, non prevenute. Insomma, un viaggio avventuroso attorno all’enigma Gogol’. Soprattutto godibile: il personaggio era e si voleva fuori dall’ordinario.

Giovanni Maccari, a cura di, Nikolaj Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto, Quodlibet Compagnia Extra, pp. 458 €19

 


mercoledì 5 ottobre 2022

Quanto ci costa il mercato

L’Europa ha smantellato trent’anni fa ogni protezione “sistemica”, nelle produzioni primarie come negli approvvigionamenti primari, per esempio del gas, nel nome del mercato, e del vantaggio dei consumatori. In Italia questa “Europa” è stata realizzata da Draghi, in qualità di direttore generale del Tesoro, “padrone” delle grand utilities. E gestita politicamente - perversamente – dagli ex comunisti del partito Democratico, dell’ora capo della sinistra anti-sistema Bersani. Senza nessun vantaggio dei consumatori, il fatto ormai è acquisito e non contestato, né in prezzi né in qualità - tutti i servizi sono costosi e inefficienti, tutti i beni di consumo sono più che costosi. Ma non se ne parla.

Se ne parla oggi perché il fatto è ricordato da Franco Bernabé, il presidente di Acciaierie d’Italia che è stato il presidente della privatizzazione dell’Eni, a proposito del problema gas: “Negli anni Ottanta e Novanta l’assetto del mercato era molto più solido: in Europa c’era una grande produzione interna di gas e le forniture dall’estero erano gestite da tre o quattro grandi compratori che erano in grado di negoziare da posizioni di forza con Gazprom o con l’Algeria”. Bruxelles ha voluto “smantellare il sistema dei grandi approvvigionatori che avevano garantito per decenni disponibilità e prezzi competitivi del metano”: l’Unione europea “ha riformato il mercato rendendolo competitivo dal lato della domanda senza poter influire su quello dell’offerta. I grandi compratori sono stati smantellati, la struttura si è indebolita. E questa situazione non è rimediabile”, non domani.

 

Il mondo com'è (454)

astolfo

Angela Merici – Una santa che è una protofemminsita del ‘500. Non era suora e non voleva suore, ma volle attivare per le donne fuori dal convento la possibilità di operare da sole, senza dover contrarre matrimonio, o sotto la protezione paterna o comunque maschile – i conventi, anche quelli femminili, erano soggetti ai cappellani e ai vescovi. Al modo delle “beghine” delle Fiandre, ma senza – che si sappia – conoscenza di questo movimento.

Non fu educata in convento e non fece mai vita monacale. Da terziaria francescana fu attiva in opere di carità dentro la società. Nel 1533 fondò un suo ordine, ma senza obbligo di reclusione conventuale, anzi di proiezione nella società. Un ordine di donne vergini, cioè senza obblighi patriarcali – “dimesse” di sant’Orsola proprio perché senza l’abito monacale. Dedicato alla formazione femminile, ma nel senso della autonomia di giudizio e di mezzi, non della consueta preparazione delle giovani donne al ruolo matrimoniale, di economia domestica. .

 

Ordini religiosi militari – Hanno ordinamento militare gli ordini religiosi creati a metà Cinquecento. Sull’esempio degli ordini religiosi cavallereschi legati alle Crociate, i Cavalieri Templari, Ospedalieri, del Santo Sepolcro, etc. Angela Merici nel 1533 ottiene il beneplacito a un ordinamento delle sue suore laiche, che chiama “Dimesse di sant’Orsola”, come quelle che avevano abbandonato i conventi e l’uniforme dele Orsoline, introduce il grado di “colonnelle” per le superiori di quartiere (delle singole sezioni di attività), e di “governatrici” per le nobili cui erano delegati i compiti di amministrazione e la protezione politica. Ignazio di Loyola l’anno dopo fondò i gesuiti col grado di Generale – ora “preposito generale”, o “papa nero” -  per il capo della congregazione.

Gli ordini religiosi cavallereschi, dei quali restano le tracce nel Sovrano Militare Ordine di Malta, e nell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, furono alcune decine, specie nel Due-Trecento.

 

Terre rare – Entro il 2025 sarà necessario aprire almeno 384 miniere, o “complessi di estrazione e trattamento”, di grafite, litio, nickel e cobalto. Questo solo per soddisfare la domanda di batterie per veicoli elettrici, in base ai programmi varati in Europa e negli Stati Uniti. È l’esito di una ricerca di una società londinese specializzata nell’analisi del settore minerario, Benchmark Minerals. Nel caso che si attui una vera politica di riciclaggio delle batterie esauste, il bisogno di nuovi siti minerari si ridurrebbe a 336.

È uno scenario di sviluppo che si presenta minaccioso perché la produzione di “terre rare” è costosa e inquinante. Questi minerali si definiscono terre rare non perché rare, ma perché associate in minime quantità ad altri minerali da cui è necessario separarle con imponenti quantità di acqua, e con enormi residui rocciosi o terrosi non utilizzabili.

Per la grafite, che oggi si produce in 72 miniere, prevalentemente in Cina e in Africa, sarà necessario aprire altri 97 siti (nell’ipotesi zero riciclo), di capacità estrattiva media di 56 mila tonnellate l’anno. In aggiunta, si prospettano altri 54 impianti, da 57 mila tonnellate l’anno, per la produzione di grafite sintetica. Gli anodi delle batterie sono realizzati con una miscela dei due tipi di grafite.

Per il litio la previsione è di 74 miniere da 45 mila tonnellate l’anno - riducibili a 59 con una seria attività di riciclo. Per il nickel 72 nuove miniere, d 42.500 tonnellate l’anno. Per il cobalto 62 nuovi impianti, da 5 mila tonnellate l’uno – dimezzabili a 38 col riciclo.


Si tratta di materiali in uso nelle automobili di ultima generazione, ibridi o elettriche. E sempre più in uso nei beni di consumo durevoli, elettronica, informatica, telefonia mobile. Indispensabili nei dispositivi digitali: le proprietà semiconduttrici di questi materiali consentono di modulare i flussi di elettricità. E nella miniaturizzazione dei motori elettrici: a pari potenza, un magnete di terre rare è cento volte più piccolo di un magnete di ferrite.

Attualmente circa l’80 per cento dele “terre rare” usate nell’industria hi-tech e dell’auto è prodotto dalla Cina: 120 mila tonnellate in totale nel 2019, prima del covid. Seguivano l’Australia, con 20 mila tonnellate, e gli Stati Uniti, con 15 mila. Dal 1990 circa fino al 2010 la Cina produceva l’85 per cento delle terre rare in uso, e ne raffinava (procedimento specialmente costoso e inquinante) il 95 per cento.

 

L’amministrazione Biden intende promuovere la produzione domestica di questi minerali, di cui gli Stati Uniti hanno riserve abbondanti, ma ha avuto e ha tuttora problemi a conciliare l’attività mineraria con i vincoli ambientali. Nella Mojave National Preserve, al sud della California, dove una delle principali miniere di terre rare in America è in attività, le acque reflue del primo trattamento minerario hanno comportato una notevole contaminazione radioattiva da torio nei terreni desertici circostanti – il torio viene rilasciato durante l’estrazione.

Gli Stati Uniti erano i maggiori produttori di terre rare fino a fine anni 1980, quando gli investimenti si sono poi praticamente fermati, a fronte dei minori costi cinesi, e senza l’aggravio della protezione ambientale. La Francia, che si ritiene “un gigante minerario dormiente”, secondo l’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, non ne ha praticamente avviato mai l’estrazione.

 

Non solo per i minerali necessari alle auto elettriche, per tutti i metalli rari la produzione è altamente inquinante, sia in miniera che alla raffinazione. Si chiamano rari questi metalli, che in realtà sono diffusi su tutta la terra, perché si trovano associati in proporzione minima ad altri metalli dai quali devono essere separati. Bisogna lavorare sedici tonnellate di roccia per produrre un kg di cerio, che si usa nelle marmitte catalitiche; 50 tonnellate per un kg di gallio, usato nei semiconduttori e le lampade a basso consumo; 200 tonnellate per un kg di lutezio, usato in medicina nucleare. L’estrazione richiede un consumo abnorme di acqua e comporta la frantumazione, la separazione, la raffinazione di tonnellate di roccia inerte. Sono poi necessari più cicli di raffinazione.

 

La “terre rare” propriamente dette in chimica sono un insieme di 17 elementi della tavola periodica, che hanno elevate proprietà elettromagnetiche, ottiche, catalitiche e chimiche. La parte con maggiori applicazioni produttive di un insieme di materiali “rari”, una cinquantina (una lista della Commissione di Bruxelles ne elenca una trentina, oltre ai diciassette canonici): lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio, scandio e ittrio.   

Il litio è il primo degli elementi chimici metallici, e trova applicazioni anche in farmacologia – protegge dalla depressione, altri usi. Il cobalto, importante nella dieta umana e dei mammiferi, componente essenziale della vitamina B 12, presente in tutti i tessuti animali, con concentrazione più alta nel fegato, i reni e le ossa, è diffuso in natura in diversi minerali, ed è solitamente associato al nichel e al rame. Si trova allo stato minerale quasi soltanto, nel quadro attuale delle ricerche, in Cina e negli Stati Uniti. Il nichel, un metallo argenteo anch’esso del blocco del ferro, si accompagna spesso in natura al cobalto – è tossico per l’uomo, per contatto (rubinetterie, gioielli e altr oggetti metallici), fumi di combustibili fossili, sigarette. La grafite è forse la terra rara più diffusa: matite, coloranti, lubrificanti, ceramiche, antiruggini, etc.

In generale le terre rare non si trovano mai in forma concentrata in questo o quel minerale. Sono diffusi, mescolati, in un centinaio di minerali, sotto forma di ossidi, carbonati, silicati, fosfati, e associati ad altri elementi “non rari”, calcio, ferro, alluminio, etc. I minerali che ne presentano concentrazioni tali da giustificarne l’uso economico si trovano allo stato delle ricerche per l’80 per cento in Cina, per il resto nel Minnesota (Stati Uniti) e in India. La messa in valore delle terre rare è per questo complessa e costosa, gli elementi non presentando mai in concentrazione elevata. E perché convivono nei conglomerati con strette somiglianze fra di loro, chimiche e fisiche, tali da rendere complessa la separazione.


astolfo@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – istruttive (225 )

Biden ha limitato l’abbuono dei debiti scolastici fino all’anno 2010. A quella data finiva il programma Ffel, Federal Family Education Loans, di prestiti agli studenti gestiti dal governo federale – dall’Education Department, il ministero dell’Istruzione, tramite le sue agenzie di prestito. E cominciava il debito gestito dalle banche, anche se con garanzia federale.

La decisione di Biden è venuta in seguito alle proteste delle banche, che minacciavano azioni legali, in quanto deprivate delle commissioni e gli interessi già in bilancio sui prestiti in essere.

Dopo questo provvedimento, l’impatto politico della remissione del debito studentesco sembra scemato, a giudicare dai sondaggi di approvazione del presidente.

Maigret umano

Un “Maigret”, un altro, che di più scontato, Simenon ne ha scritti un centinaio, cinema e tv ne hanno prodotto una dozzina? E invece il prolifico Leconte ne fa uno spettacolo di vera suspense - di curiosità cioè non gravata dall’angoscia: novanta minuti senza un secondo di stanchezza. Grazie a dialoghi asciutti – al cinema molto “detto” si vede – e alla sobrietà di Depardieu, contenuto ora anche dalla stazza enorme, alla Orson Welles.

È un racconto della vita, e le lacrime, delle ragazze di provincia che sbarcano a Parigi, più spesso in fuga da casa, all’avventura. Che naturalmente è amara, piena di insidie. Il film si basa sul caso “Maigret e la giovane morta”. Che è il quarantacinquesimo della serie Maigret, pare, ma che Simenon tratta in punta di penna e quasi con discrezione, malgrado le vicende raccapriccianti.

Molto aiuta il film l’entrata in scena della signora Maigret, che per i cultori delle tante serie simenoniane è una novità, Col lato casalingo del commissario e quasi umano: può bere ma non tirare alla pipa, per un sospetto ai polmoni, rientra a casa per la cena e la notte, e quando è in bassa va al cimitero: con la signora Maigret hanno avuto una figlia, che ora avrebbe l’età delle sventurate che soccorre. Un Maigret umano, oltre che attendista, è una sorpresa piacevole.

Patrice Leconte, Maigret

martedì 4 ottobre 2022

L’Europa delle patrie

Si fa scandalo della Germania che, varando un fondo di sostengo all’industria di 200 miliardi, falsa la concorrenza. Si finge scandalo in realtà, perché questa è la realtà dell’Europa, della Ue: ogni paese ha il suo Tesoro, il suo bilancio e la sua politica economica. La Germania f a notizia perché è l’economia più grande, ma non fa i suoi interessi per la prima volta, e comunque la pratica è comune.

Lo scandalo è dell’opinione italiana: perché editori, direttori e corrispondenti dei media dicono una cosa per l’altra, ma questo non è colpa della Germania.

Una vera unione europea non c’è, e non ci può essere con le regole attuali. La Ue attuale è un po’ più del Mec, ha bene o male un suo bilancio, ma non molto di più. Che per arrivare a una unione bisogna cambiare le regole lo hanno spiegato con chiarezza Macron e Draghi a dicembre, con l’appello pubblicato il 23 sul “Financial Times”, dal titlo “Le regole di bilancio dell’Ue devono essere riformate se vgliamo garantire la ripresa”. Una politica industriale, una difesa comune, e la transizione ecologica non sono fattibili con le regole attuali.

Draghi lo ha poi ribadito a Rimini il 24 agosto: “Non è chiaro come, con le regole attuali, si possa costruire una «sovranità europea»”. Di cui ci sarebbe bisogno specialmente oggi: “Un obiettivo oggi particolarmente importante, alla luce delle condizioni geopolitiche in Europa”, della guerra.

Il cancelliere teedsco Scholz l’ha detto con più chiarezza qualche giorno dopo, il 29 agosto, a Praga, parlando all’università Carolina: ci vuole una difesa europea integrata, “un vero quartier generale europeo”, e bisogna sostituire, seppure con gradualità, il voto a maggioranza invece dell’unanimità, per “un’azione rapida e pragmatica”. Tanto più se si vuolel ampliare la Ue a Ucraina, Moldavia e Georgia, e ai sei paesi del Balcani che ancora ne sono fuori: “Una Unione a 30 o a 36 membri sarà molto diversa dall’attuale”.

L’Europa di oggi è, quando funziona, “l’Europa delle patrie” di De Gaulle. Un disegno unitario ma residuale, ogni paese restando libero di decidere per il meglio.

Diritto europeo e diritto nazionale

Andrea Manzella, già consulente giuridico del presidente Ciampi, e il “Corriere della sera” rimproverano a Giorgia Meloni il disegno di legge a sua firma contro “l’obbligo di osservanza del diritto dell’Unione Europea”. Introdurrebbe una riserva nazionale che rende di fatto l’Unione marginale, se non inerte, per un ritorno sostanzialmente ai primati nazionali, se non a un Italexit.

La riserva identitaria e nazionale, argomenta Manzella, è quanto i governi polacco e ungherese sostengono, e si è già mostrato che non funziona: il diritto di veto blocca l’Unione e la rende suppletiva, improgrammabile.

Manzella però oppone alla riserva nazionale il “gran discorso di Praga” del cancelliere tedesco Scholz. Che invece muove dallo stesso presupposto dei sovranisti: la maggioranza invece dell’unanimità, e quindi un maggiore attivismo unitario, non contrasta con la riserva nazionale, un paese può decidere di fare parte o meno, e in che misura, di un programma specifico.

Scholz questo non lo dice, ma lo ha fatto: prima col riarmo nazionale colossale, col discorso della Zeitenwende, il mutamento epocale, e poi con i 200 miliardi a sostengo del sistema produttivo. Per non dire di Francia, o Olanda, che la riserva nazionale applicano – e impongono - in sede comunitaria di continuo, “normalmente”.  

Colpo grosso all’asilo

Un “Ocean’s Eleven” in fasce, o quasi: i pargoletti del nido aziendale mobilitati per sventare l’atroce progetto del Capo di svuotare l’azienda e godersela a Santo Domingo. In una Milano girata a Malta. Con Matilde Gioli e Alessandro Preziosi letteralmente trasformati nei ruoli brillanti, come George Clooney e Julia Roberts nel cult di Soderbegh. E un’inedita carellata di facce infantili quanto mai espressive, prima ancora che nei loro inconsulti dialoghi – un omogeneizzato alla famosa platessa degli incubi (degli adulti e evidentemente anche dei bambini) consente per errore di interloquire con gli infanti del nido. Chiara Noschese fa la maestra “tetesca” d’asilo. Massimo De Lorenzo, scienziato, fa con Preziosi un spassosa coppia di conviventi in età - vittima poi d’amore di Maria di Biase (di “Nuzzo e Di Biase”), i due non belli.

Brizzi dà ritmo a un soggetto geniale di Caudio Amendola e Francesca Neri.

Fausto Brizzi, Bla bla, baby, Sky Cinema

lunedì 3 ottobre 2022

Ombre - 635

Von der Leyen lamenta che ogni paese in Europa faccia per sé, nella crisi energetica. Non tutti evidentemente, la sua Germania, l’Olanda, e pochi altri. Ma non è quello che è sempre avvenuto? Gli europeisti lo sanno, non da ora, non si fanno illusioni sul mercato comune di Bruxelles. E lo sa l’Europa tutta, eccetto i corrispondenti italiani a Bruxelles, che si scandalizzano. Non sanno le lingue? non capiscono? hanno il complesso della Germania? o fanno solo finta?

 

La premier britannica Fuss, scelta da un consesso di notabili, ha potuto debuttare con un regalo fiscale ai ricchi, che ha messo in crisi la sterlina e rinfocolato l’inflazione, senza problemi. Anzi, ora può impedire al re qualsiasi forma di partecipazione alle assise mondiali sul clima al Cairo, anche solo un telegramma. Democrazia?

 

Sono donne due dei quattro poliziotti della buon costume che hanno arrestato a Teheran la ventenne Mahsa Amini, poi morta in loro custodia, perché “mal velata”. Si continua a non capire il ruolo delle donne nell’islam estremista, oscurantista.

 

Si cita la ricostruzione che il “Diario de Mallorca” ha fatto della condanna del padre di Giorgia Meloni per traffico di droga censurando il meglio: che “Franco” si voleva libertario e comunista, e che scontata la condanna si è candidato due volte tra gli autonomisti majorchini. Con l’ipotesi non trascurabile che la figlia, abbandonata due volte, alla nascita e a undici anni, una volta che era andata a trovarlo con la sorella alle Canarie dove si era stabilito, è cresciuta a destra in opposizione a lui.

 

“Titoli del calcio con perdite fino al 90 per cento in 20 anni di Piazza Affari”, calcola Gennai sul Sole 24 Ore”. In effetti a che servono questi titoli in Borsa, se non alle piccole scommesse il sabato sulle sconfitte implausibili della Juventus, della Lazio, e della Roma ora delistata.

 

Modena “la rossa” cambia colore per la prima volta nella storia della Repubblica ed elegge la candidata di Fratelli d’Italia, un avvocato – “non avvocatessa”. Fascismo?

 

Daniela Dondi, neodeputato di Modena (deputato e non deputata?), è “modenese, figlia di modenesi”, e gira la città in bicicletta. Il Pd le opponeva Abubakar Sumahoro, sindacalista – anzi Aboubakar Soumahoro, alla francese, anche se è senegalese. Saggezza?

 

Si lamenta Biden – il presidente degli Stati Uniti: “Avete visto cosa è appena successo in Italia nelle elezioni? State vedendo cosa accade nel mondo? Il motivo per cui mi preoccupo di dirlo è che non possiamo essere ottimisti nemmeno su ciò che avviene qui da noi”. Biden non critica l’Italia, se ne serve contro Trump: la sindrome del fascismo è da non pochi anni americana, Biden ha ragione di preoccuparsi.

 

Fratelli d’Italia sopra il 30 per cento tra operai e commercianti, Pd primo tra gli studenti e i laureati. E fra i minori di 34 anni. Il Pd come partito della speranza, o è solo una turba adolescenziale?

Ma, poi, neanche questo è vero: il primo partito scelto al voto dai minori di 34 anni è il Movimento 5 Stelle.

 

Fratelli d’Italia prende dal 25 al 35 per cento in tutto il Nord e il Centro – eccetto alcune parti della Toscana, e dell’Emilia Romagna, dove si ferma tra il 15 e il 25 per cento. In tutto il Sud, Sardegna compresa, rimane tra il 15 e il 25 per cento.

 

Si celebra – lo fa lui e lo fanno i media – Conte come vittorioso il 25 settembre, quando ha raccolto meno della metà del voto del 2018, dopo avere governato per tre quinti della legislatura. E questo non si capisce. Cioè, si capisce lui, non si capiscono i media: che senso hanno?

 

Non si dice che Giorgia Meloni, probabile prima presidente del consiglio della storia italiana, non ha portato in Parlamento molte donne, anzi poche: appena 50 su 185, tra Camera e Senato, il 27 per cento. Ma non è sola: solo un po’ meno peggio ha fatto il partito Democratico, con un 28,6 per cento, 34 su 107.

 

Non si dice, ma Meloni e Salvini hanno anche fatto di peggio: hanno messo capoliste donne nei collegi plurinominali, e al secondo posto uomini. Una stessa donna in cinque collegi, e cinque differenti uomini: poiché si può essere eletti una volta sola, in caso di successo si ha un solo eletto donna e quattro uomini.


Soprattutto non si dice l’evidenza: il voto del 25 settembre ha ribaltato quello del 2018, del governo poi dei “vincenti”, Lega e 5 Stelle. I 5 Stelle sono passati dal 32,7 per cento al15, 4, la Lega dal  17,4 (raddoppiato l’anno dopo, alle Europee, al 34,3) all’8,8.


“La Germania fa per sé”. Come al solito. Ma non sarà il vero modo di essere della Unione Europea, residua? In Germania non c’è nessuno che gridi alla lesa Europa, la politica è nazionale, e l’Europa è solo una delle sue componenti.

 

Succede del resto per il gas quello che è già successo per il covid, o per la crisi del debito: l’Ue è un foro di discussione, e al limite anche di solidarietà, ma le decisioni sono nazionali, sulla base dell’interesse nazionale. Il bilancio è nazionale, le entrate e le uscite – si fece europea la politica agricola perché tra i Sei “fondatori” era l’interesse della Germania Federale, della Francia e dell’Olanda.  Questa partenza ha forse creato un’illusione – oltre alla nota sperequazione col “Nord”.

 

Si celebra Erdogan, fa tutto lui: tratta con Putin, arma l’Ucraina, si prende Cipro, le isole Egee e il gas, mezza Siria, la Libia, l’Africa. Uno che odia le donne e si pensa imperatore ottomano, con una moneta cartastraccia.

 

Abdul Hamid, sultano panslavista dell’impero ottomano, “era molto più occidentalizzato: amava l’opera, parlava il francese, leggeva i gialli”, spiega lo scrittore Nobel Orhan Pamuk a “la Repubblica”: Erdogan “ha inventato l’islam politico e l’ha utilizzato strumentalmente per ricattare l’Europa”.

I media italiani prendono regolarmente sbandate, per Angela Merkel per esempio, o Johnson, come per Erdogan. C’è un perché?

Cronache dell’altro mondo – razziste 3 (224)

La sindaca di Chicago Lori Lightfot, afroamericana, citata in giudizio da un giornalista italo-americano, ha accettato extragiudizialmente di ammettere alle interviste anche giornalisti bianchi. L’azione era stata avviata dopo la sua elezione nel 2019, quando la sindaca aveva annunciato che avrebbe dato interviste solo a gironalisti di colore – “black or brown.

Trump chiama “razzista” in un tweet Letitia James, l’avvocatessa afroamericana che è a capo dela Procura di New york, all’ennesima inchiesta cui lo sottopone per evasione fiscale.

Trump aveva detto “razzista” la Procuratrice Generale di New York già a inizio anno, in un comizio in Texas. Nell’occasione aveva accusato di razzismo, oltre Letitia James, gli altri due Procuratori che all’epoca indagavano su di lui: l’avvocatessa Fani Taifa Willis, Procuratore Distrettuale di Fulton County in Georgia, e il Procuratore Generale di Washington Karl Racine.  

Il letto stimola la scrittura

L’avventura, come sempre in prima persona nella narrativa di Ernaux, e carica di desiderio, di una scrittrice in età, negli ultimi cinque anni del Novecento, con un ammiratore che ha trent’anni di meno, poco più che un ragazzo. Un racconto breve, di una ventina di pagine in realtà, ma carico. Sotto un tratto femminista – è “normale” l’uomo in età che si accompagna a una Lolita – che però non disturba, la scrittrice non si giustifica.

Ernaux sarà l’autore che meglio racconta le pulsioni erotiche. Il rapporto simula la realtà – tutte le realtà (gli sguardi, i commenti) di una donna in età che si accompagna a un giovanotto, al mare, al ristorante, al caffè (a Capri) – ma potrebbe solo esprimere una fantasia o un desiderio, del rapporto fisico come un bisogno. Dello scrittore in particolare, lavoratore isolato – “spesso ho fatto l’amore per obbligarmi a scrivere” è l’incipit. Sarebbe un bel Nobel, se lo sarà, anticonformista.

Annie Ernaux, Le jeune homme, Gallimard, pp. 38 € 8

domenica 2 ottobre 2022

La guerra dei cent'anni

L’annessione della parte orientale dell’Ucraina avvia una guerra dei cent’anni. Una nuova, dopo quella storica del Tre-Quattrocento, quando il re inglese si voleva annettere la Francia. Nel mezzo anche questa dell’Europa.

I presunti referendum, e la comunicazione ufficiale che l’Ucraina orientale è Russia, entro cioè i confini della Russia, aprono una guerra senza limiti. Né di tempo né di uso dei materiali: volendo coprirsi per al forma col diritto internazionale, la dichiarazione che l’Ucraina orientale è Russia abilita la Russia a qualsiasi azione di guerra, in difesa del proprio suolo. I referendum e l’annessione hanno solo questo scopo, anche se l’iter giuridico è contestabile, e i territori annessi saranno difficili da difendere.

Si apre con l’annessione una guerra di cui non si vede nessun esito. L’Ucraina naturalmente non può rinunciare ai territori orientali. La Russia può pretendere di fare una guerra di difesa di territori suoi – ritiene di potere, che è la stessa cosa, il diritto internazionale è alla fine solo una pratica tra le nazioni.

La guerra dei cent’anni si aprì nel 1337 perché il re d’Inghilterra rivendicava la corona francese. Fu combattuta fino al 1453 – conclusa solo dopo l’emergere miracoloso di Giovanna d’Arco. Gli inglesi dovettero ritirarsi dalla Francia occupata, ma la guerra lasciò molte tracce. Alcune simili in modo impressionante alle novità di oggi. Fu una guerra in cui si sperimentarono nuove armi, quelle da fuoco per la prima volta – oggi si parla di bombe atomiche “tattiche”, mirate a un obiettivo. Furono usate per la prima volta truppe professionali, a pagamento (i lanzichenecchi, eccetera), come oggi usa. Furono cambiate le tattiche: si fece uso risolutivo della cavalleria pesante, con i cavalli bardati. C’erano anche allora in corso epidemie, la più famosa la “peste nera”, quella di Boccaccio – in Europa dal 1345, in Crimea, al 1453, con venti milioni di morti, un terzo della popolazione del continente. Inghilterra e Francia s’indebolirono molto, lasciando libero campo alla nascente Spagna di Castiglia e Aragona, che dominerà i due secoli successivi: la prospettiva dell’Europa. Oggi in disuso, il 1453, la fine della guerra dei cent’anni, è stata a lungo la data storica di chiusura di un’epoca – anche per la concomitante caduta di Costantinopoli.

Come rubare la Gioconda, e salvare la mamma ancora bambina

Bruno in veste di regista e la sua banda di sodali, Giallini, Gian Marco Tognazzi e Morelli, senza Gassman ma col supporto di Carolina Crescentini, grazie al solito loop spazio-temporale risalgono al 1943, alla Francia occupata, e nei giorni dell’armistizio vanno a rubare ai francesi, sotto il naso dei tedeschi, la “Gioconda”. Per un atto di patriottismo mentre la patria va in sfacelo.

È il terzo atto della trilogia pensata da Bruno nel 2019, con “Non ci resta che il crimine”, seguito due anni dopo da “Ritorno al crimine”. Non è un film del tutto spensierato, e quindi si ride poco. Ma è apprezzabile l’applicazione di Bruno, sceneggiatore di molti film anche seriosi e drammatici, a elaborare un genere demenziale in Italia.

Giallini è in fuga con Crescentini e una bambina figlia di lei, che sono – saranno grazie al loop – sua nonna e sua madre, etc. Morelli è un professore di Scienze Storiche specializzato nel 1943, e quindi in grado di spiegare, anche ai tedeschi, in tedesco, le loro vicende. I tre in fuga s’incontrano, e ne sono salvati, con Pertini, il futuro presidente. E l’“arrivano i nostri” del finale è di “Renatino” (l’altro sodale di Bruno, Edoardo Leo) con la banda della Magliana.

Le trovate sono tante. Ma della vena surreale forse i tempi sono precipitati. Con fughe, inseguimenti, scazzottate alla Bud Spencer, i soliti fascisti muscolari e stupidi, compreso un Mussolini in canottiera, mentre l’irruzione risolutiva di Renatino è piuttosto a capo dei romanisti, degli ultrà della curva Sud – non ci resta che il calcio?  

Massimiliano Bruno, C’era una volta il crimine, Sky Cinema