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sabato 6 marzo 2021

Il mondo com'è (423)

astolfo

Analfabetismo di ritorno – È un problema, fra tutti i paesi più industrializzati, soprattutto dell’Italia, di gran lunga più grave che negli altri paesi più ricchi. L’ultimo “Survey of Adult Skills” dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati, per la valutazione delle competenze nella popolazione adulta, relativo agli anni 2015-2016, dava per l’Italia due milioni di analfabeti, 13 milioni di semianalfabeti, che sanno firmare ma non capiscono quello che leggono, e 13 milioni di analfabeti di ritorno. Poco meno della metà della popolazione. È un dato costante nelle rilevazioni dell’alfabetismo: l’Italia mantiene una sorta di record negativo quanto ad “analfabetismo funzionale” o “analfabetismo di ritorno”
Il mondo si può dire alfabetizzato. Una indagine Unesco dà il mondo alfabetizzato, cioè scolarizzato, all’85 per cento – dati del 2015. Gli analfabeti calcolando in 757 milioni. Distribuiti per lo più in Africa, Asia e America Latina. Ma per un decimo, circa 80 milioni, europei: in questo caso non analfabeti integrali, senza cioè alcuna istruzione, ma “funzionali” o di ritorno”. E di questi 80 milioni, il numero più elevato, circa 28 milioni, si calcolava in Italia, il 47 per cento della popolazione.
Per analfabetismo funzionale o di ritorno si intende “l’incapacità di servirsi della lettura, la scrittura e la capacità di calcolo per il proprio sviluppo cognitivo e per quello della comunità”, del gruppo familiare, di lavoro, e sociale in cui si vive, benché si siano frequentate le scuole dell’obbligo. Secondo la definizione del rapporto Piaac (Programme for the International Asssessment of Adult Competencies), sempre dell’Ocse, sono persone che non riescono a “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
Le stime del rapporto Piaac sono più precise, riguardano la popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni, le classi di età “produttive”. Con numeri quindi più contenuti nel totale della popolazione, ma ugualmente pesanti. Solitamente, l’analfabetismo di ritorno funzionale si registra per le cassi di età più elevate. Ma in Italia riguarda anche i giovani; uno su sei, il 17 per cento degli italiani fra i 15 e i 30 anni, non capisce ciò che legge.
In particolare, ciò viene in risalto nei social: la ricerca Ocse ha rilevato che una parte dei giovani italiani anche più larga di questo 17 per cento non è in grado di leggere “tra le righe” di un testo, di capirne il significato implicito. Sia alla ricezione che nell’eventuale intervento o risposta: si ha difficoltà a elaborare un pensiero critico o compiuto sul testo che si intende commentare.
L’ultimo “Human Development Report”, sulla “popolazione che manca di capacità di lettura funzionale”, dell’Unpd, United Nations Development Programme, è vecchio del 2009 e riguarda il decennio 1994-2003. È il primo segnale del ritardo italiano, poi cristallizzato nelle successive ricerche. Il rapporto registra da un minimo in Svezia, il 7,5 per cento, al 47 per cento dell’Italia. A seguire, ma con percentuali molto più basse, sono i paesi a forte immigrazione: Gran Bretagna, 21, 8 per cento, Stati Uniti, 20,0, Belgio (area fiamminga) e Nuova Zelanda, 18, 4, Australia, 17,0, Svizzera, 15,9, Canada, 14,6, Germania, 14,4.
Una ricerca dell’Istituto Carlo Cattaneo per la Fondazione Feltrinelli, di fine 2018, “Istruzione e futuro: un gap da colmare”, conferma il problema italiano: il 98,6 per cento degli italiani è alfabetizzato, ma sfiora il 30 per cento la quota di cittadini tra i 25 e i 65 anni con scarse capacità di comprensione, lettura e calcolo. Il Cattaneo prova a individuare la causa del fenomeno, e la trova nella scarsa o nulla meritocrazia: la perdita di “capitale umano” è “sia causa che effetto di un sistema economico il cui premio per la competenza è nettamente minore che in altri Paesi”. Un handicap pesante, spiega la ricerca Feltrinelli-Cattaneo: “Una bassa scolarizzazione determina costi a livello individuale: esclusione sciale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà”. In aggiunta pesano “i costi sociali propriamente definiti: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute”. E “i costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività”.
 
Bronte – Le fucilazioni ordinate da Bixio nel 1860 contro i contadini e i liberali borghesi che reclamavano la distribuzione delle terre infeudate, fu un risarcimento dovuto da Garibaldi agli inglesi? L’ipotesi è adombrata da Carlo Levi nel capitolo “Bronte” dei suoi racconti di viaggio in Sicilia, “Le parole sono pietre”, là dove spiega che la rappresaglia di Bixio fu pretestuosa. C’erano stati eccessi – incendi, assalti alle persone – ma erano stati domati. “Agli occhi dei contadini di Bronte la conquista garibaldina non poteva avere che un senso:  il possesso delle terre, la libertà dal feudalismo”, questo il presupposto della rivolta, guidata da avvocati liberali. Ma “Garibaldi, pressato dal console inglese di Catania timoroso per le sorti della Ducea, mandò Nino Bixio a rimettere ordine Nino Bixio giunse a cose già calme, dopo che un altro garibaldino, il colonnello Poulet con una compagnia di soldati era già pacificamente entrato in Bronte. Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo, fucilò immediatamente i capi della rivolta”. Cinque fucilazioni, compreso il pazzo del paese. Levi conclude con una coda velenosa - come a dire: “quello che non avevano fatto i Borboni fece Bixio, o Garibaldi”: “Tra essi un avvocato, Nicolò Lombardo, un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del ’48”.
Garibaldi, legato al governo inglese per via massonica, era stato favorito allo sbarco a Marsala, dalla presenza nel porto delle navi da guerra inglesi “Argus” e “Intrepid”. Una presenza non casuale: le due navi erano state fatte salpare da Palermo, incrociare per più giorni al largo di Marsala, ed entrare in porto, impedendo il cannoneggiamento da parte delle batterie borboniche di terra, tre ore prima dell’arrivo dei Mille. 
Bronte era da 60 anni ducea di Nelson, della discendenza dell’ammiraglio. “Questo feudo, ottenuto dal cinico ammiraglio inglese per aver versato il sangue dei giacobini rivoluzionari napoletani (egli personalmente impiccò all’albero della sua nave l’ammiraglio Caracciolo), fu sempre difeso dai suoi discendenti con la repressione e il sangue” - Vincenzo Consolo, nella presentazione all’edizione corrente di “Le parole sono pietre”.

 
Juju – Un luogo o un albero, un cespuglio, un fiore, o anche solo un oggetto, viene tuttora considerato sacro in molte parti dell’Africa, e per molteplici occasioni. V.
http://www.antiit.com/2014/08/il-mondo-come-183.html
La pratica è stata mantenuta fino a tutto l’Ottocento dai neri americani originari del golfo di Guinea.  Nella condizione di schiavi e anche di liberi. A lungo gli afroamericani praticarono un sincretismo di religione rivelata, compresi i testi sacri, soprattutto la Bibbia, e di animismo: mentre praticavano i riti cristiani, li accompagnavano con riti africani. Tra questi le riunioni all’aperto, in quel che chiamavano arbor church, una radura in mezzo ad alberi considerati sacri, le invocazioni alternando ai canti, e ai movimenti del corpo.

astolfo@antiit.eu

Quando il comico non fa ridere, una tragedia

Mettere insieme Abatantuono,  De Sica, Finocchiaro, Ghini, Paolo Rossi, una scasata vecchia band  sconosciuta, che un boiardo russo adora, con una Stefanenko cattivissima, genere Spectre da 007, e non far ridere nemmeno una volta, nemmeno sorridere, è certo un’impresa.
Sarà il #metoo, di cui Brizzi è stato vittima innocente, comunque letale? Non si spiega altrimenti.
Fausto Brizzi, La mia banda suona il pop, Sky Cinema

venerdì 5 marzo 2021

Letture - 450

letterautore

Brancati - Catania, nota Carlo Levi a passeggio per la via Etnea, ama le “tipizzazioni”, che dice “una delle tendenze dell’ellenistico spirito catanese”: “C’è, pare, chi passa il suo tempo a creare nella realtà dei tipi, influenzando e foggiando, secondo un suo piano, qualche sua vittima, per il solo piacere di poterla descrivere”.
Leni non nomina Brancati, ma il riferimento è calzante. E non è solo nella tradizione etnea, Verga giovane incluso, o nello spirito ellenistico. Lo stesso “Gattopardo”, l’impianto del romanzo, è eversivo (e non conservativo!) in questa vena, antropologica, linguistica, come un’irrisione rattenuta, impietosita.
È una forma espressiva comune pure in Calabria, ‘a zannella, dagli antichi zanni: la beffa, l’ironia, il sarcasmo, con una vena malinconica, distruttiva, nemmeno tanto sottile. Comune per la comune latinizzazione, quindi in sintonia con i Fescennini - lo “spirito ellenistico” di Carlo Levi è vago, ne resta fuori l’area magno greca più influente, Locri-Crotone-Sibari-Metaponto-Taranto?
Questo prima che, in Calabria e in Sicilia, un più severo criterio morale s’imponesse alla scrittura, per il peso dominante esercitato da Sciascia e da Alvaro.
 
Classico
- È in origine l’ “appartenente alla prima casse dei cittadini”. Da qui, spiega il vocabolario, il senso traslato di opera di prim’ordine.
 
Epistolografia
– Un marchio - un mezzo - di realtà, prima che di immortalità (ricordo, memoria)? Leggendo il “Periplo dell’Africa” di Emilio Cecchi nel mezzo dei social, la finale colpisce, a proposito di Melville (“Giacchetta bianca”, col racconto dell’“arrivo della posta a bordo”) e delle navigazioni lungo l’Africa del Quattro-Seicento, che s’immortalavano in cippi e lapidi qua e là, sotto cui spesso venivano lasciati plichi di lettere, a futura memoria, le “pietre postali”: “Un mondo così grande, vigoroso  pieno d’avventura e d’emozione; forse anche perché andava avanti con tante poche lettere”, riflette Cecchi: “A forza di telegrafo, di posta aerea, di espressi e di radio, come l’abbiamo fatto diventare trito, prosaico, piccino. I derelitti di cui scriveva Melville a caro p rezzo si disputavano corrispondenza di seconda  mano, tanto per respirare tra le sue pieghe un sentore di vita e d’affetti famigliari. Quando si considera bene, essi rimettono in onore l’epistolografia”. Oggi che tutto sembra istantaneo per tutti, il modo è più “facile”?
 
Eros
– È “il fioco lume di un’immensa luce” in Plotino, “Enneadi”, VI, 7, 33.
 
Famiglie
– “I poeti, vivi o morti, creano seri imbarazzi nelle famiglie”, notava Leonardo Sinisgalli nel 1969. Tornando a Montemurro, Potenza, dove era nato e cresciuto, trovava: “Mia sorella ha trasformato la mia casa natale in un gallinaio”.
Nello stesso viaggio, avendo manifestato l’intenzione di omaggiare Roco Scotellaro visitandone la casa a Tricarico, fu sconsigliato dall’intraprendere il lungo viaggio, ottanta km di pessime strade, perché la casa i nipoti avevano dato in affitto, disperdendo oggetti e carte le carte.
 
Giallo
– Imbroglia il lettore, secondo Vladimir Nabokov, nella prefazione preposta all’edizione italiana del racconto “Il dono”: “Il tessuto del racconto imita quello della narrativa poliziesca, l’autore però smentisce qualunque intenzione attribuitagli d’imbrogliare, mettere in imbarazzo, beffare o altrimenti ingannare il lettore”-
 
Libro – “I libri sono i nostri vecchi”, U. Eco, “Perché i libri allungano la vita” (in “La Bustina di Minerva 1990-2000”).
“Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimé) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto” – id.
 
Marx – Ironicamente – ma non del tutto - è “quell’acido borghese in pantaloni vittoriani a quadri, autore di Das Kapital, frutto dell’emicrania e dell’insonnia” –V. Nabokov, “L’occhio”, 36.
 
Occidente – Titolo: “Anziano e «pulito», perché l’Occidente è più esposto al virus”. Occhiello: “In Europa e nelle Americhe il rischio di morire per il Covid-19 è superiore di 15 volte a quello che si registra altrove”, - “La Lettura”, 28 febbraio.
L’occidente è troppo pulito, pensare?
 
Scozia – È la riserva di caccia per gli inglesi ricchi e\o nobili, scriveva Orwell, dopo avere scacciato gli scozzesi dalle Highlands, per farne boschi da cervi – da caccia al cervo. Nel lungo saggio critico-satirico “Giorni felici” (“Such, such were the joys”) sul sistema educativo inglese nelle scuole private, scritto nel 1946. Sul sistema classista snobistico. La Scozia, il parco, il castello, la riva del 

fiume privata per la pesca sicura al salmone, la caccia, è il massimo della distinzione sociale. Più dell’automobile, Daimler o Rolls Royce, della residenza, Knightsbridge o Kensington, del cuoco, del sarto.
 
Totalitarismo – Nuoce alla letteratura, secondo Orwell, “La prevenzione della letteratura”: “La letteratura talvolta è fiorita sotto regimi dispotici, ma, come spesso si è specificato, i dispotismi del passato non erano totalitari” – erano “solitamente o corrotti o apatici o di apparenza liberale”, al riparo di “religioni che considerano, accettano, l’imperfezione”. “E comunque, è più o meno vero che la prosa ha raggiunto i suoi livelli più alti in tempi di democrazia e di libertà di parola”.
Più vero per la prosa che per la poesia? La Russia ha avuto Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstòj sotto gli zar, e nulla di lontanamente analogo nei settant’anni sovietici. Ma ha avuto i poeti degli anni 1920 1930, e poi Pasternak.  
 
Traslitterazione – Può non essere innocua: la trascrizione in un alfabeto diverso dall’originale può indurre a variazioni significative, vere e proprie “traduzioni libere” o “a senso”. Gian Carlo Calza, cultore del “Libro de tè”, il classico di Okakura Kakuzo, lo spiega in avvertenza: “Okakura traslitterava (in inglese, n.d.r.: viveva in America) da lingue asiatiche (giapponese, cinese, sanscrito, avestico, arabo) utilizzando spesso la forma giapponesizzata e rendendo oggi complesso risalire ai nomi o termini originari”. Calza li trascrive secondo le modalità attuali, ma “riportando in nota la versione di Okakura nella sua prima occorrenza, anche quando la discordanza sembri essere più un refuso che non una traslitterazione ormai desueta, come nel caso di Sun of Heaven (Sole del Cielo) per Son of Heaven (Figlio del Cielo, titolo degli imperatori cinesi e giapponesi)”.

letterautore@antiit.eu

Il giallo postmoderno, 1906

Una storia inverosimile condotta con maestria, una sorta di postmodern agli inizi del Novecento - è il romanzo del debutto di Wallace, 1906.  Rifacendosi agli ingredienti di Conan Doyle, ma senza i manierismi dei tanti polizieschi enigmistici “all’inglese”: si sa che l’attentato dei “quattro giusti” ci sarà, ma come ci si arriva è la storia. Il ministro che vuole rispedire gli oppositori rifugiati a Londra al regime dittatoriale del loro paese di origine deve morire un certo giorno a una certa ora, ma come?
Con un gioco anch’esso postmoderno fra i media - allora i quotidiani a sensazione - e gli eventi.
Edgar Wallace, I quattro giusti, Mondadori, pp. 173 € 14

giovedì 4 marzo 2021

Ombre - 552

Le dimissioni di Zingaretti da capo del Pd – “qui si parla solo di poltrone” – sanciscono ciò che si sapeva, che il Pd è un partito democristiano con voti (ex) comunisti. Che il compromesso storico è stato portare i voti comunisti alla Dc – già dai governi di Andreotti, col sostegno di Berlinguer (Berlinguer coefora di Andreotti…). Un Dc l’avrebbe dato per scontato, un Franceschini, un Delrio, un Renzi naturalmente (che potrebbe anche riprendersi il partito, non subito, dopo la sconfitta elettorale, o per il Quirinale), combattere per il potere, in base ai rapporti di forza, senza scandalo.  

La Sapienza a Roma è la migliore università al mondo per gli studi classici – “Classics and Ancient History” nelle graduatorie internazionali. Lo è da alcuni anni ma non lo sapevamo. Perché non è privata – la Bocconi, la Luiss?
 
Dieci Stati americani, informa incidentalmente “la Repubblica”, non hanno mai adottato l’obbligo della mascherina, e un’altra decina ha dismesso o sta dismettendo l’obbligatorietà. Non c’è stata un’azione concertata a livello mondiale e continua a non esserci, su come fronteggiare insieme la pandemia, una concertazione che pure non sarebbe stata difficile. La globalizzazione è solo produttiva – un modo per attingere alla forza lavoro senza prezzo asiatica.
 
Si forma alla regione Lazio, presieduta da Zingaretti, segretario del Pd, una giunta Pd-5 Stelle che ha come obiettivo primo di impedire la riconferma della sindaca 5 Stelle Raggi al Campidoglio a maggio – se si voterà. Ottima mossa di Zingaretti – se riuscirà a trovare un candidato a sindaco al posto di Raggi. Ma i 5 Stelle?
 
Hanno dell’incredibile la velocità e lo spiegamento di forze con cui la pubblicistica (agenzie, social) neo democristiani fanno dell’ipermoroteo Conte il capo dei socialisti europei. Sono ingordi, vogliono tutto. Non gli basta Draghi a palazzo Chigi.
 
Il professor Parisi, fisico eminente, presidente dei Lincei, spiega che siamo nella terza ondata della pandemia da covid, dati matematici alla mano (“picco tra due settimane”), e una quarta è in arrivo. Un disastro? Taglio basso del “Corriere della sera”, a pagina se, di giro, che non lo veda nessuno. È giornalismo? O il professore è un cialtrone, ma allora perché intervistarlo?
Non bisogna disturbare il manovratore, il nuovo governo è tutti noi, vinceremo?
 
Col generale Figliuolo alla regia vaccini, l’evento del secolo è controllato, se non dominato, da un trio di Potenza: la ministra dell’Interno Lamorgese, il ministro della Sanità Speranza, e il generale Figliuolo alla Logistica. Potere a Potenza sa di ovvio. Ma è una impossibile congiunzione astrale.
 
Ci sarà un generale a palazzo Chigi? Dopo i “tecnici” di Scalfari. Dopo i generali commissari di ogni cosa, dalla sanità alle autorità portuali. È possibile: il numero dei generali è cresciuto enormemente, pur essendo l’Italia formalmente in pace col mondo: si diventa ora generali anche a  quarant’anni, non ci sono brigate da comandare ma il titolo fa stipendio. Fa anche massa: si diceva todos caballeros, si dirà tutti generali?
 
Dunque, Wall Street valuta Tesla 660 miliardi di euro. Quanto valuta Toyota, Volkswagen, General Motors, Stellantis, Ford, Mercedes e Bmw insieme. C’è una ragione? Sì, l’inaffidabilità delle Borse, un enorme, incredibilmente ricco, e raccomandato, gioco d’azzardo.
 
Grillo, che sembrava il più eversivo dei politici montanti, e per questo forse è stato votato, si affida a Conte, che è il più democristiano dei neo politici, proprio moroteo – attendista, trasformista, di destra-e-di-sinistra. Quella italiana è la democrazia del gambero: non si fa in tempo a compiangersi che si sta peggio.
 
Arrivato a Milano, sbarella pure Bertolaso, l’ex capo della Protezione Civile che seppe avviare la ricostruzione all’Aquila dopo il terremoto: vuole risparmiare le dosi di vaccino sui settantenni per privilegiare “le fasce più giovani e produttive”. L’aria di Milano fa così male?
I settantenni Bertolaso ha proposto di lasciare indietro nella vaccinazione per un sentito elegante, lui stesso essendone uno. Ma perché parlare tanto, invece di organizzare e accelerare, di fare queste vaccinazioni?  

Il supergiallo di serie B

Un Chandler programmato per la serie B? Travolta e Morgan Freeman, ambientazioni di sogno, lussi, un nugolo di belle donne in bei ruoli, Alice Pagani, Famke Janssen, ambigui quanto è giusto, e tre registi, per una parodia?
Non c’è altra spiegazione, per un Marlowe macchietta, e un John Houston in nero, padre cattivissimo. Potrebbe diventare un cult.
George Gallo, Francesco Cinquemani, Luca Giliberto, La rosa velenosa, Sky Cinema

mercoledì 3 marzo 2021

Problemi di base letterari - 624

spock

“Il dramma è poesia, il romanzo prosa”, V. Woolf?
 
“Il poeta è sempre nostro contemporaneo”, V. Woolf?
 
“Scrivere richiede una enorme quantità di energia”, Ian McEwan?
 
“Non c’è espiazione per Dio, né per i romanzieri, nemmeno se fossero atei”, id.?
 
“La riflessione soccorre gli artisti incerti, quando non c’è alcun ostacolo l’arte regna e crea”, Plotino?
 
“La letteratura in prosa è il prodotto del razionalismo, dei secoli protestati, dell’individuo autonomo”, G. Orwell?
 
“La poesia porrebbe sopravvivere in un’età totalitaria, la prosa non avrebbe altra scelta che tra silenzio e morte”, id.?

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo - bellicose (97)

Biden come Trump, contro tutti eccetto che con l’Iran. Più oltranzista di Trump con Russia e Cina.

Biden ha promesso niente guerre in Medio Oriente, in prima linea o per procura, ma non intende fermarle. Eccetto che con l’Iran: bizzarramente possibilista, nello Yemen e sull’atomica, solo col regime più irreducibilmente antiamericano. Affascinato forse, da buon credente, dai sai degli ayatollah. Ha voluto grande rumore attorno a un miniraid aereo contro una base Hezbollah in Siria, la forza armata siro-libanese armata e controllata da Teheran – un raid senza danni. Ma lascia lo Yemen all’Iran e stacca la spina all’Arabia Saudita, l’avversario principale degli ayatollah nel mondo arabo. Fingendo che il presidente iraniano moderato Rouhani conti qualcosa.

Gli ayatollah hanno rapito e fatto rapire molti americani, a partire dal personale d’ambasciata nel 1980, hanno ucciso e fatto uccidere oppositori inermi, anche negli Stati Uniti, hanno un’economia parallela che si fa beffe delle eterne sanzioni americane, armano e gestiscono forze terroriste in Medio Oriente, come gli Hezbollah, e si arrogano per disprezzo l’elezione del presidente americano, nel 1980 contro Carter, a novembre contro Trump.
È per questo che Biden crede agli ayatollah? Di cui non subodora la forza politica - la scaltrezza?  Non è il solo: sono quarant’anni e passa che gli Stati Uniti non capiscono nulla – apparentemente - degli ayatollah, pur disponendo del meglio dell’iranistica, e di molte spie dentro l’Iran. Come a dare ragione al loro feroce antiamericanismo, incapaci di comprendere il linguaggio levantino, pure esplicito in questo caso, non subdolo.
Biden ha dato via libera all’Iran nello Yemen in omaggio ai diritti umani, sanzionando cioè l’Arabia Saudita sui diritti umani. Ma non li protegge dove sono insidiati dall’Iran, in Yemen con gli Houthi, in Libano con Hezbollah – e all’interno dell’Iran.
Lo stesso in Russia, dove invece si è eletto protettore dell’opposizione politica; un atto d’imperialismo non mascherato, che copre con i diritti umani. Nel mentre che scopre – fa infine scoprire dalle innumerevoli agenzie di spionaggio – che l’85 per cento delle grandi imprese cinesi nel mercato mondiale è di proprietà o a controllo statale, del partito Comunista Cinese.

Festa triste a Sanremo

Sarà sicuramente storica la 71ma edizione del festival della canzone italiana. Per il senso di vuoto, insistito, lungo, di ore, che le canzoni sottolineavano. Per un mini pubblico artefatto, di facciata. Risuonavano cave anche le gag più riuscite.
I dodici milioni di telespettatori che hanno seguito la performance di Amadeus e Fiorello, quasi la metà di tutto il pubblico tv, ne manterranno sicuramente il ricordo: non c’è un’immagine celebre per immortalare l’evento, come fu un anno fa quella dei camion militari con le bare a spasso per l’Italia, ma la tristezza è stata impressionante. Come una lunga risata in un lutto inalterabile. Un’eco del vuoto.
Rai 1,
Festival di Sanremo

martedì 2 marzo 2021

L’Europa va meglio fuori della Ue

Sulla velocità di risposta alle crisi, Londra ora unanime giudica opportuna la Brexit, la sottrazione ai ritardi della Ue. Il programma di vaccinazioni è stato ampiamente anticipato ed esteso rispetto al continente e funziona. Come già nella crisi bancaria e del debito, che Londra aveva potuto gestire da sola, essendosi tenuta fuori dell’euro e dell’unione bancaria.
Sul continente, invece, la Ue incompiuta, né federazione né confederazione, è il bersaglio dei cosiddetti sovranisti, di chi ci sta dentro pretendendo di starne fuori: la Polonia, l’Ungheria, il Front National, la Lega. Degli stessi cioè che si oppongono alla sua istituzionalizzazione.
Nessun processo politico, nemmeno quelli rivoluzionari di massa, si è mai fatto all’unanimità. L’Europa non è unanime, e ciò malgrado è anche in surplace. Da qui tutto il problema del progetto europeo - il sovranismo. Ma anche tanti vincoli, forse già troppi, per i paesi aderenti.  Di un organismo, o entità, che non può o non sa decidere e pretende che altri non lo faccia. Una situazione nella quale è solo necessario che gli Stati prendano iniziative.

Una Unione Europea evidentemente conviene. Ma non per tutti, è evidente, e non in ogni caso. Non nelle crisi, quando più ce ne sarebbe bisogno. E si parla di crisi in tempo di pace.

L’Europa tra due sedie

Non federazione. Nemmeno confederazione, con un forte decentramento ma comunque con un governo centralizzato. Nemmeno, di fatto, costellazione germanica, o nordica, quale si pretende e viene risentita. L’Unione Europea balbetta quando deve prendere decisioni immediate e radicali: sulla pandemia un anno fa come è stato in precedenza per le crisi economiche, bancaria (2007) e del debito (2011).
Le altre grandi aree, Usa e Cina, ben o mal governate che si dica, sono invece reattive alla crisi. Lo hanno dimostrato con la forte capacità di ripresa nelle crisi del 2007 e del 2011, a tassi doppi (tripli nel caso della Cina) rispetto alla quasi immobilità europea. Dove gli Stati ci sono, comunque agiscono. E mostrano di sapere fronteggiare la pandemia con decisione, sia per i vaccini sia per la ripresa a V dell’economia, mentre l’Europa è in ritardo sensibile. La stima dei danni che il virus ha inflitto all’economia nel 2020 il Fondo monetario dà doppia per la Ue, meno 7,2 per cento, rispetto agli Stati Uniti, meno 3,4.
Diverso il passo anche nel rimedio alla pandemia: i vaccini. Gli Stati Uniti sono molto avanti, sia nel procurement che nella somministrazione, rispetto all’Europa – gli Stati Uniti di Trump, che in Europa si ritengono male amministrati.

Cronache dell’altro mondo al declino (96)

 Il declino dell’impero americano c’è già stato nel 1971, con l’inconvertibilità del dollaro in oro, nel 1973, con le guerra del Yom Kippur, e la (prima) crisi petrolifera, nel 1975, col ritiro dal Vietnam, nel 2001, con l’attacco aereo a New York e Washington, nel 2007 con la crisi bancaria.
Al cinema il declino dell’impero americano è opera del 1996 di Irene Bignardi. E dieci anni prima tema di un film dallo stesso titolo girato nel Canada francofono – l’impero americano è sempre stato negato in Francia, fin dalla Liberazione, nel 1945: il primo di un ciclo, seguito da “Le invasioni barbariche” e da “La caduta dell’impero americano”.
Ora, soprattutto nei lockdown, ma anche prima, vediamo in tv, sui personal, i tablet, i cellulari e ogni dove, tutte serie di provider americani, Hbo, Netflix, Amazon, Disney. Qualcuna anche sul declino americano.

Vecchia nuova Africa

“L’Africa, se Dio vuole, è il paese senza alfabeti e scritture”. È un riflesso nel solco della “terra incognita”, o “selvaggia”, dell’Africa dominio e testimone della natura dura e pura. Ma è considerazione che, su altre prospettive, venivano facendo – avevano appena fatte – Leiris e Lévi-Strauss, l’antropologia delle diversità.
Nell’estate del 1939, un anno dopo l’America, Cecchi affronta l’Africa. L’Africa portoghese, dal Capo Verde fino al Mozambico, a bordo del piroscafo portoghese “Colonial”. Partenza da Siviglia, con tappe a Capo Verde, San Tomé, Luanda, Città del Capo, Mozambico. E ritorno, si suppone: le corrispondenze che Cecchi ha pubblicato sul “Corriere della sera” sono state raccolte come “appunti” per un libro, di cui, seppure c’è stato un progetto, non ci sono tracce – era intanto scoppiata la guerra.
Si parte con Siviglia. E col mercante fiorentino Francesco Carletti, “il mio concitadino”, che nel 1594 sostò alle isole del Capo Verde. Che verde non erano e non sono, ma desertiche – popolata dai portoghesi con le africane di Guinea, della costa. È vigilia di guerra, ma non si sente.
Il primo impatto è con la diversità. Com’è giusto – oggi si vuole omologare tutto, a fin di bene certo. La butalità del canto locale, a fronte “della capacità d’invenzione polifonica che, in uno «spirituale» di negri americani, dà carattere e voce ad ogni più piccola parte”. L’Africa è tutta un afrore: umida, bagnata, appiccicosa. A volte anche poco africana, il critico viaggiatore non si applica: a San Tomé si sveglia, e si pensa “nel Virginia, nel Carolina del Sud”. Il “pezzo” centrale della raccolta, i “Dansarinos” di San Tomé, che lo affascinano, non gli riportano alla memoria Dioniso e i tanti misteri classici, compresi quelli dela musica e della danza degli antichi greci. L’Africa è un’altra umanità. Ma senza mai una nota di disprezzo o biasimo.
E quando è rondista, ricercato, non smette di raccontare dal vivo, da inviato speciale, di cose viste. La vestizione per la cena del governatore a San Tomé dà corpo alla liquefazione fisica dell’europeo all’equatore. Molto anche riesce a vedere, seppure fuggevolmente. Con l’aiuto di un fotografo compagno di viaggio, col quale la confidenza stabilisce dandogli consigli pratici, da ex presidente della Cines. La verbena, i fuochi d’artificio portoghesi, “una cerimonia” che dura anche tre e quattro ore. L’isolamento dei missionari. La messa sul piroscafo, dal ponte, senza nessun fedele, senza nessuno nemmeno a servire. Nell’economia della miseria le diseconomie del malgoverno. Il Mozambico manca di manodopera, i mozambicani fanno più volentieri i frontalieri con la Rhodesia e col Transvaal a regime inglese, dove guadagnano quel tanto che permetterà loro di sopravvivere, e di pagare la tassa che il governo portoghese esige da ogni vivente.
Un viaggio nelle solitudini e nel silenzio: “Non appariva un’anima; ma di tanto in tanto sentivo tossire qualcuno che non vedevo; ch’è il suono familiare dell’Africa, l’interpunzione dei suoi tremendi silenzi”. Ha un lampo di genio anche, quando ritrova nei volti dei giovani africani “l’origine di una pratica degli scultori egiziani, che davano risalto e turgidezza all’attaccatura dei labbri”.
Un periplo da “civiltà dell’impero”, ma con occhio partecipe, se non critico. In Africa c’era già stato Gide a obiettare , e perfino Céline. Cecchi non lo sa, ma è buon cristiano, ed è curioso. L’odore dell’Africa è ”lugubre e ubriacante”. La povertà va con la bruttezza, e entrambe sconfinano nel caratteriale. La danza e il canto sono poveri, e anzi miserabili. Ma l’approccio è diverso nella spenta letteratura di viaggio italiana: è di cose viste. E si fa leggere, l’Africa c’è – anche ora che è, forse, tutta cambiata. La prosa anche è moderna: spoglia, di cose – il rondista dorme. riafiora
Uno dei pochi libtri di viaggio sull’Africa che ancora si lege – si potrebbe, la riedizione Ricciardi è del 1955, per i settant’anni di Cecch. La prima e unica edizione delle corrispondenze che Cecchi pubblicò al ritorno sul “Corriere della sera”.   
Emilio Cecchi,
Appunti per un periplo dell’Africa

lunedì 1 marzo 2021

Appalti, fisco, abusi (197)

Per realizzare un’opera da 25 milioni con il codice degli appalti in Italia occorrono dieci anni”, è la costatazione del sindaco di Firenze Nardella. Che in alternativa propone “una moratoria”. Di questi tipo: “Si applichino le leggi europee”.
Le buone leggi ci sono, ma non in Italia. Dove il codice degli appalti non è fatto per proteggere dalla corruzione, ma per imporla: non c’è altra via per realizzare un appalto.
 
Unicredit addossa all’ultimo bilancio dell’uscente Mustier un rosso colossale, e non remunera gli azionisti, capofila del “no dividendo” della Bce, ma paga un premio ai dipendenti. In un anno in cui denuncia il crollo dell’attività, in una con la redditività. C’è un senso? Demagogico.
 
Acea può richiedere € 10,47 per “consumi di elettricità nel periodo dal giorno 1\12\2017 al giorno 02\01\2018”. Così, senza giustificazione, non si sa in base a quale rilevazione. Consumi peraltro prescritti, ai termini di una delibera dello stesso 2018 dell’Autorità per l’Energia. Quanto costa a Acea la pratica?
 
Contro la delibera dell’Arera, l’ Autorità per l’Energia, Acea annuncia minacciosa di aver fatto ricorso al Tar, e “si riserva, in caso di annullamento di richiedere il pagamento degli importi, qualora emerga una Sua responsabilità  per il ritardo nella fatturazione”. Una responsabilità dell’utente per un ritardo nella fatturazione?
 
Ma forse una logica c’è.  Dieci euro sono niente, ma moltiplicati per mille fatture fanno 10 mila euro, così, con un’alzata d’ingegno. Per centomila fanno un milione, eccetera. Si chiama mercato libero ma è delle vacche, minaccioso.

Nostalgia della Bellezza

Una serie affollata di riflessioni d’autore sulla bellezza ha accompagnato il passaggio del Millennio: Gadamer, Santayana, Zecchi, Rella, Bodei vi si sono esercitati. Come di auspicio per il nuovo Millennio – che fino ad ora mostra di non volerne sapere. Ma forse è stato solo un tentativo del Novecento, che la Bellezza aveva cancellato, dall’estetica e dall’etica, di recupero alla fine, per farsi perdonare. Niente di che, vista la temperie deprimente, finora, del Millennio. Eco si fa leggere perché i suoi editore, Andreose, Sgarbi, lo hanno rinchiuso in un libro bellissimo, iperillustrato. E i suoi testi non pongono ardui problemi filosofici, o meglio li pongono  ma alla sua maniera discorsiva, da conversatore, sotto forma di didascalie.
Nella ricerca affannosa, attorno a un bene che sembra non trovarsi, Eco si distingue ricorrendo al postmoderno consumo di quanto abbiamo potuto godere nei secoli. Della bellezza s’industria di fermare la storia, e con la magistrale bonomia ci riesce: i suoi libri, questo della bellezza come quello della bruttezza, sono belli, almanacchi preziosi. Evitano anche i lati grigi della cosa, le ansie, il tempo che non c’è, le devastazioni, le morti, perché la bellezza – con la bruttezza bella – non solo vola alto, ma copre e cancella il resto.
Un volume consolatorio. Se il Novecento ha voluto cancellare la bellezza di proposito, di programma, il Duemila sembra farlo nei fatti: guardando fuori dalla fruizione estetica di bellezza se ne trova poca, nei visi, i modi, l’abbigliamento, i linguaggi. Almeno attenendosi al canone noto del bello, di misura, simmetria, regolarità, ordine. Difficilmente oggi si troverebbero la politica e la legge belle, come le trovavano Aristotele, rispettivamente, e Platone.
Savinio diceva la bellezza morta, e con essa quindi anche la bruttezza. Ma non è così: non ci sarà stato secolo più brutto del Novecento, scomposto, irsuto, sudato, nell’arte come nella storia, ed è difficile estrarre una qualche bellezza dal primo Millennio. Se non negli interstizi, nel privato, nel rifiuto del mondo: sarà la bellezza destinata a una diversa tebaide, urbana – o il crisantemo sull’immondizia.
Umberto Eco, Storia della Bellezza, Bompiani, pp.444, ill. € 18

domenica 28 febbraio 2021

Giù le mani dagli untori

Il “Corriere della sera” fotografa in prima pagina “la discoteca e la rissa alla Darsena di Milano” – “un formicaio” (“in città, poi, troppi i locali aperti dopo le 18 e tanti giovani senza mascherina ai tavoli”). La rissa dopo un rave party.
Sabato sera di festa a Milano due giorni dopo la folla dei tifosi a Bergamo assembrati davanti allo stadio per Atalanta-Real Madrid. Memori della folla tumultuante una settimana fa davanti a San Siro per il derby Milan-Inter - niente del genere a Roma, una città dove il tifo è tutto, per Roma-Lazio. Non contenti dei tanti morti seguiti un anno fa all’affollata Atalanta-Valencia.
Questo dopo che è ormai noto a tutti, e comunque sentimento comune, che la seconda ondata del covid-19, così massiccia in Italia, è dovuta ai lombardi in dissennata vacanza in Sardegna, alle Eolie e in Salento. Ma come non detto.
Ieri sera, in contemporanea con la rissa alla Darsena di Milano, a “Otto e mezzo”, su la 7 di Urbano Cairo,  Luca Telese e Lilli Gruber avevano proposto il tema “La colpa è della Lombardia?”, o qualcosa di simile. Ma per dire il contrario. Il panel  era composto dal professor Galli, che da sinistra difende la Lega, dal leghista del “Giornale” Stefano Zurlo, e da Antonella Boralevi, che non vuol sentir parlare di Milano. Tutt’e tre concordi che la colpa è dell’Europa, e di Roma, che non fanno arrivare i vaccini. Concordi anche nel togliere la parola a Telese, che ha il ruolo dell’accusatore. Come da copione?  Gruber sembra divertirsi. Cairo, siamo scemi?
Naturalmente, dire che la colpa è di è sbagliato. Ma ci sono dei mezzi e dei metodi per confrontare la peste, e non si vede perché la Lombardia se ne debba esentare, da un anno ormai.  

La Sicilia dipinta

Un libro vecchio ma vivo sul Sud, e onesto - intelligente. Sulla  Sicilia e, di passaggio, la Calabria. Su eventi drammatici: l’assassinio del sindacalista dei contadini Carnovale, il primo sciopero nelle miniere di zolfo. E di colore: la visita al paese natale del sindaco di New York Impellitteri. Con un scrittura applicata e misurata. Con un occhio specialmente felice, anche a distanza di quasi settant’anni.
Carlo Levi fu in Sicilia inviato speciale nel 1951, nel 1952 e nel 1955. Gli scritti poi raccolse in volume, sotto questo titolo, nel 1955.
Un capolavoro di reportage su un f atto di cronaca nera, ben prima di Truman Capote, è la terza parte del volume, il racconto degli incontri con Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, fatto uccidere dai principi Notarbartolo, direttamente o per tramite della mafia. Implacabile accusatrice al processo, assistita da Pertini, in qualità di avvocato del sindacalista socialista. Di grande memoria e imbattibile logica. Eversive allora le accuse di malcostume ai Carabinieri, da parte dello scrittore più che di Francesca Serio, ancora oggi inconcepibili per coraggio.
La seconda parte, 1952, è il reportage dello sciopero dei minatori dello zolfo di Lercara Friddi, e della riforma agraria che (non) si faceva a Bronte, feudo dei discendenti di Nelson. Lo sciopero dei minatori è così sintetizzato da Levi nell’introduzione, tre anni dopo: “Continuò ancora e finì col loro pieno successo”, dopodiché il padrone Ferrara avrà troncata la carriera politica nella Dc per le intemperanze dei suoi “sorveglianti-aguzzini, accusati di maltrattamenti sui ragazzi che lavoravano nella miniera”. Cronache ad effetto.
La prima parte, colorista ma non superficiale, è la cronaca della vista di Impellitteri a Isnello, il paese dove era nato. Giocata sul Sindaco-Messia, giacché la visita capita giusto nella Settimana Santa. E si svolge proprio come un rito. Che una “una voce isolata e acutissima”, entro la folla muta, interrompe a un certo punto: “Vincenzino! Bedduzzo di mamma! I fìmmini di Isnello qua stanno! Guardaci, Vincenzino! – Era una donna vestita col velo nero delle contadine, che protendeva le braccia. La guardai e la riconobbi: era una autorevole deputatessa, componente valorosa del nostro Governo”. Era, a una piccola ricerca, la sottosegretaria Cingolani, che poi si farà avanti in “abito più ministeriale”, per accogliere il Sindaco come Autorità – Angela Maria Guidi Cingolani, Dc, sottosegretario all’Industria, romana, eletta in Liguria, slavista, animatrice nel partito Popolare nel 1919 del movimento per il suffragio femminile, una delle poche donne alla Costituente.
Una sguardo critico nella giusta misura, e spontaneamente, culturalmente, partecipe. Sulla miseria, che confronta Levi ovunque, anche nei momenti di esilarata beatitudine, della luce, della vista, delle maniere, dei linguaggi. Sul “mafioso”. Sulla mafia. Sui duchi, e le duchesse, di mafia. Sulla questione meridionale, che non nomina ma descrive: un uomo in coma, di cui tutti parlano e nessuno si occupa.
Molte note di viaggio resistenti. Danilo Dolci, “l’architetto triestino”. La vecchia statua di santa Rosalia, “la Protettrice” di Palermo, sul monte Pellegrino, “dal collo lunghissimo e dallo strano viso di capra”. Villa Palagonia a Bagheria una “cineseria”: le statue gigantesche, il giardino circolare circondato da un muro, gli alberi contorti. Pippinu u’ Lombardu, “un maestro milanese calato in Sicilia per esercitarvi il suo mestiere”, che fu il primo pentito, caso celebre del 1860, prima di Garibaldi. La visita notturna al fioco lume di una canela al Cimitero dei Cappuccini a Palermo. Le “sciare” pietrificate dell’Etna polverose ancora di fumo. “La nera Catania costruita di fumo”, che è “la più bella città di Settecento”. Trapani, “Assisi del Mezzogiorno”. Il Canale di Sicilia, “il più antico dei mari”. Mentre ad Alcamo non c’è nessun segno di Ciullo d’Alcamo.
Un viaggio sempre in terra conosciuta, senza sdegni, o sorprese fa vergine inconsunta. Dappertutto ritrovando la Grecia. Nelle “tipizzazioni” di cui si gratificano i giovani di Catania, per il gusto  di creare delle figure attorno ala persone. Nella scena del cantastorie nei “giardini incantati di palme” di Palermo, che col solo ritmo di un bastone canta. gli occhi socchiusi come un cantore cieco, lunghissime storie di Ruggero, una “narrazione  senza fine”, a una “folla di popolani, vecchi, bambini” immota. Un viaggiatore colto al Sud.
In sintesi anche uno squarcio della Calabria, al ritorno dalla Sicilia nel 1952: una breve indagine sull’occupazione delle terre semiabbandonate del marchesato, in compagnia di Rocco Scotellaro.
Una prosa pittorica. Una serie di quadri. Su basi politiche solide e non vuote. Carlo Levi non era simpatico – non a Sartre, che pure si ra recato ad omaggiarlo, proprio in quei primi anni 1950. Ma del Sud nel primo Novecento è testimone e cronista esemplare: benevolo (“empatico”) ma acuto, critico – l’unico probabilmente fuori dai cliché della feudalità e della mafia. Da antologia la pagina sul “nero velluto degli occhi” che lo segue a Palermo - gli occhi neri, di uomini  e donne, “di un nero insieme vellutato e lucente”, e “pieni di un fuoco, di nero fuoco sfavillante, teneri insieme e feroci, languidi e miti e drammatici…”. O le pagine sui fuochi d’artificio a Palermo sul mare per santa Rosalia, “due ore continue di fragori e bagliori” – in una Palermo non ancora penitenziale.    
Con intenti scoperti,
  a volte, di costruzione lirica, per un suo personale stato euforico. “C’è qualcosa oggi nell’aria di insolito, di festivo…”. Ma il più del tempo disteso, aneddotico, il Sud lo stimola in questo senso. Ai tanti squarci accumulati nelle corrispondenze altri ne aggiunge nella presentazione. Bellavita, la vacca carissima della Riforma Agraria, “la sola che fa la bella vita”. Il nuovo vescovo di Santa Severina in Calabria, appena sceso da Torino, che ha urgente bisogno di confidarsi col torinese Levi. L’assassinio dell’assassino di Carnevale, avvicinandosi il processo. La caccia organizzata in suo onore da una banda siciliana di briganti-contadini – due racconti in uno, compreso anche come si passa da pacifici a  briganti.
In questa  edizione con una presentazione lirica, cioè piena di aggettivi, di Consolo. Ma Levi è stringato.
Carlo Levi, Le parole sono pietre, Einaudi, pp. XXXV + 158 € 11