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sabato 7 maggio 2022

Ombre - 614

Prosegue la farsa dei sequestri di ville e yacht dei ricconi russi, gli oligarchi. Per la gioia delle annunciatrici tv elette a giornaliste. Senza base giuridica, una dichiarazione di guerra, un delitto, un profumo di delitto, un procedimento giudiziario, un’accusa, solo le indicazioni dei servizi americani. Che però non pagano – sono sequestri conservativi, in attesa una qualche colpa, che intanto esimono i proprietari dalle spese (personale, mantenimento) e le accollano al sequestratore.

 

E i servizi italiani, che pure ci sono e costano, anche loro? Non sanno nulla delle ville e gli yacht degli oligarchi russi? Si potrebbe sostituirli con un abbonamento alle spie americane.  

 

L’Oms stima in 15 milioni i morti di covid nei due anni – un milione solo negli Stati Uniti. Sono molti, sono pochi? Sono tre volte le cifre ufficiali comunicate dai vari Stati.

 

Lia Quartapelle torna dall’Ucraina: “I colleghi ucraini ci hanno portati alle fosse comuni, dove sono stati rinvenuti resti di 173 persone, il 95 per ceto aveva segni di torture…. Ci hanno raccontato degli stupri di massa organizzati come arma di conflitto etnico per scoraggiare le donne a fare figli e ad avere una normale vita familiare. Delle razzie nelle case: i soldati russi hanno rubato scarpe, giocattoli, televisori, non hanno lasciato nulla. Fino a un milione di ucraini sono stati deportati in Russia e ridotti in schiavitù”. Ma dove le prendono – Quartapelle è responsabile Esteri del Pd?

 

È imbarazzante l’eulogio che “la Repubblica” tributa al battaglione Azov, che è all’origine della guerra: l’accolta di nazifascisti d’Europa e d’America che per sette anni ha combattuto i russi del Donbass, per odio etnico. Sarà proprio vero che alla sinistra, a quella che si proclama la sinistra, resta solo la destra?

 

Paolo Rumiz si sveglia dal suo villaggio sloveno e apre infine un occhio al suo giornale sugli slavi, la questione irrisolta delle tribù slave, sulla balcanizzazione continua, sulla guerra

https://www.repubblica.it/cultura/2022/05/05/news/ucraina_raconto_paolo_rumiz_requiem_per_leuropa_continente_schiacciato_fra_due_mondi-348270992/

Con molte cose spiacevoli sull’Europa – in un “Occidente”, va aggiunto, nozione da tempo, da Clinton, quanto mai ambigua. Ma Rumiz legge il suo giornale?

 

“Dal Primo Maggio arrivano dalla Russia 90 milioni di metri cubi di gas contro i 60 precedenti”. Contro la Russia l’Italia si premunisce, con la Russia: le sanzioni al rovescio – magari si premunisce a prezzo maggiorato.  

 

“Al ‘Financial Times’ c’è un allarme che si avvia quando nella home page del sito le firme femminili e quelle maschili non sono bilanciate”, Virginia Stagni, head of business development allo stesso “Ft”. È un merito? Un vantaggio, una trappola, una prigione?

 

Al 90mo è fatta, il City del figurino Guardiola ha vinto, il bolso (tutti noi) Ancelotti ha perso, si spegne la tv, intollerabili le celebrazioni di sceicchi rapaci e allenatori antipatici. Mentre il meglio veniva dopo, due gol in un minuto per il pareggio, e un terzo, di Benzemaaaa, per la vittoria. Quale squadra italiana, fuori Champions al 90mo, sarebbe rientrata a furor di gol?

 

Cancelo, colonna della Nazionale portoghese e del Manchester City, uno che sa fare tutta la fascia destra, è stato un anno all’Inter, poco usato, e uno alla Juventus, un po’ più tollerato che a Milano (lo sponsorizzava Cristiano Ronaldo) ma non molto. Il calcio italiano non capisce niente di calcio.

 

Il papa si offre di andare da Putin, in pellegrinaggio, mirabile dictu.  In effetti ci lascia a bocca aperta.

Poi dice il patriarca russo Kyrill “chierichetto di Putin”. Cioè? Fa l’influencer? Pure Lui? E cosa vende?

 

Le sanzioni al patriarca russo Kyrill, che non ha beni, sono forse una delle mille trovate delle mille agenzie pubblicitarie inglesi e americane che ogni giorno fanno la nostra guerra su giornali e tg. Come se qualcuno volesse mettere in ridicolo Ursula von der Leyen, la combattiva presidente della Commissione europea, che articola le sanzioni. Ma si possono pensare anche come la meccanica condizionata degli addetti europei alle sanzioni, che sanzionano tutto ciò che è russo. Tutto meglio che faticare – pensare, studiare.

 

O non saranno state le sanzioni al patriarca uno sgarbo al papa? Ma se sono trovata di agenzia pubblicitaria, la campagna comincia a perdere colpi.

 

Più conseguente l’università di Perugia che, in stile francescano?, ha dato al patriarca una laurea honoris causa e ora cogita di ritirargliela – anche i francescani sono militanti, a cominciare dal papa. Ma, a Perugia, l’università per stranieri?

 

Draghi conferma quanto questo sito è andato spiegando da tempo: che boicottava l’ecobonus, col divieto (tramite Cdp, cioè tramite il suo fedele Franco, ministro del Tesoro) a Bancoposta di scontare anticipatamente il credito, e con lo stop and go all’applicazione della legge – tre mesi, sei mesi, no tre mesi, no le case famigliari, si, no.

 

Resta incomprensibile perché Draghi abbia scelto Strasburgo per denunciare, con l’ecobonus, l’ingovernabilità della spesa pubblica italiana. Può essere il riflesso condizionato del banchiere, che non riesce a stare dietro alle furbate della spesa pubblica. Ma è quasi “disfattista”, andarlo a raccontare a un’assise internazionale.

 

Draghi ha detto peraltro quello che si sa: che il governo è lui e Franco, i due tecnici – i due tecnici banchieri, ce ne sono altri nel governo, Cartabia, Cingolani, Colao, ma non contano. La cosa è nota, e non fa scandalo. Ma assumerla come fa Draghi, al Parlamento europeo, non è incostituzionale? Un governo che non risponde alle Camere.

 

Il “Financial Times” denuncia la Svizzera per i conti russi. Che invece si sa che sono a Londra, quelli che contano. Si vede che qualcuno era rimasto indietro. In gergo mafioso si direbbe un avvertimento.

 

L’avvertimento riporta alla memoria le campagne che il “Financial Tines” e l’“Economist” fecero negli anni 1970\1980 contro gli “gnomi” svizzeri. A cui, picchia e mena, sono riusciti a sottrarre i conti ricchi - i conti sono rimasti fiduciari anche a Londra, e esentasse, e la City il rifugio più sicuro per i capitali sporchi. Liberalismo oblige, la morale anglosassone è ferrea.

 

Kiev è diventata luogo di gite, politiche. Non c’è politico americano democratico, ora anche europeo, che non si accia un selfie a Kiev. Due minuti di notiziari tv assicurati. E l’Occidente è tutto qui, con la democrazia. Si dirà la guerra la scoperta dell’Ucraina.

La tempesta di Serra, dolce

Una “Tempesta” da camera. In un angolo del grande palcoscenico, sotto un cono di luce, in costumi diafani e toni sommessi, la tragicommedia del potere Alessandro Serra risolve in funzione battesimale, rigenerativa, dalla violenza e l’odio, nel perdono. Un adattamento dello stesso Serra, con parole e tempi centrali tratti da Montaigne, riflessivi. Giusto il monologo di Gonzalo, il consigliere onesto di Prospero, il duca mago di Milano esiliato nell’isola, sulla docietà ideale – beni in comune, violenza esclusa, potere disciolto, anche nel raporto con la natura.
Una “Tempesta” filosofica. Ma sulla funzione del teatro, più che sui destini umani – “un inno al teatro fatto con il teatro” lo dice Serra. Un mondo di pura fantasia, il teatro, eppure tanto reale, per la fisicità della parola, del gesto, le luci, le scene, per la magia che accende illusioni vive, pur tra le flebili voci. La “Tempesta” canonica del resto termina col monologo di Prospero, per chiedere nient’altro che il pubblico liberi gli attori.
Le voci Serra fa qui flebilissime, in diminuendo – come la scena, in dimmering. Eccetto che per i cattivoni, Antonio fratello di Prospero e il re di Napoli, e per la comparsate “napoletane”  di Stefano e Trinculo, i marinai ubriaconi. E per Calibano, eretto a contrasto gigantesco, scuro, tonitruante – una prova di forza e di malleabilità di Jared McNeill. Con esibizione anche nuda dei tre, in movimento e in gestualità inequivoche, come è di chi vuole “fare le scarpe” all’altro – una primissima forse in teatro.   
Una “Tempesta” di Serra, regia, scene, luci, suoni, costumi. Cui lavora almeno dal 2015, in vari cantieri teatrali. Shakespeare prendendo a pretesto, da “editare” (riscrivere, interpolare, adattare). Sul solco del precedente Shakespeare dello stesso regista-autore, il “Macbettu” in sardo, “ispirato a Shakespeare”.
William Shakespeare, La tempesta, Teatro Argentina Roma

venerdì 6 maggio 2022

Gli affari non vanno male in guerra

La guerra non fa male agli affari. Non ai trader e importatori di petrolio e gas, che si erano ricoperti, ampiamente, già prima che l’invasione dell’Ucraina cominciasse , al coperto di quotazioni di colpo triplicate. Così pure per gli operatori dell’agroalimentare: non ci sono strozzature nei rifornimenti, ci sono congrui aumenti di prezzo, a titolo cautelativo.
Anche per le banche non sembra andare male. Unicredit ha dimezzato a causa della Russia l’utile netto del primo trimestre rispetto al 2021. Ma Intesa annuncia la riduzione di un quarto degli utili netti attesi – in percentuale quindi la metà della rettifica al ribasso operata da Unicredit (Piazza Affari registra le due contabilità al rovescio, Intesa crolla, Unicredit recupera, ma non fa testo, non economicamente).  Dovrebbero seguire le francesi Société Générale, la più esposta in Russia, con Bnp Paribas e Crédit Agricole, ma, si ritiene, anch’esse con tagli meno radicali di Unicredit.
Sulla decisione del gruppo ora gestito da Orcel avrebbe pesato la volontà del nuovo amministratore delegato di fare la pulizia più ampia possibile col suo primo bilancio. Orcel conferma peraltro il piano di buy-back, e il mercato gli crede.

In Ucraina il mercato delle madri surrogate

Badanti, e madri in affitto, questo era l’Ucraina per noi. Sembra preistoria, o fantascienza, ma questo era l’Ucraina per gli italiani, e le italiane, prima dell’invasione russa. Un paese di donne.
Il ruolo di badanti le ucraine, robuste e lavoratrici, condividevano con rumene, moldave, bulgare. Quello delle madri in affitto, invece, esercitavano in proprio: era una sorta di industria nazionale, praticata e agevolata da molte agenzie di intermediazione – questo mercato, a differenze dalle badanti, era ricco.
Il 22 luglio 2020 l’onorevole Carfagna, vice-presidente della Camera, depositava un progetto di legge, di un solo articolo, che estendeva le pene per il reato di surrogazione di maternità (la reclusione da tre a mesi a due anni di carcere e una multa da 600 mila a un milione di euro) anche a chi vi ricorreva all’estero. Il giorno dopo il quotidiano cattolico “Avvenire” spiegava: “In Europa il mercato di elezione per le coppie eterosessuali è l’Ucraina, dove commissionare un figlio a una delle decine di agenzie di intermediazione può costare dai 30 ai 50 mila euro, di cui circa 15mila finiscono nelle tasche della madre gestante”.
Due settimane prima la stessa onorevole Carfagna aveva chiesto in un’interrogazione parlamentare se erano stati concessi permessi speciali, contro i divieti alla circolazione decretati per il coronavirus, a coppie italiane rimaste bloccate a Kiev, dove si erano recate a prelevare i figli nati con maternità surrogata.

Cronache dell’altro mondo – istruttive (182)

Il presidente Biden ha deciso di abbuonare (cancellare) i debiti degli studenti verso il governo federale, circa 1.600 miliardi di dollari. Una misura popolare, così ritiene Biden, che dovrebbe risollevarne le quotazioni ai sondaggi, giacché interessa 43 milioni di persone. Ma è una decisione  che incontra una larga opposizione, da destra, da parte dei Repubblicani, e da sinistra, all’interno del partito di Biden, Democratico.
L’opposizione repubblicana Biden può agevolmente superarla, perché il provvedimento allo studio non dovrebbe passare per il Congresso, dove al Senato il partito Repubblicano ha potere di blocco.
All’interno del partito Democratico la misura è risentita come una prevalenza dei professionisti, dei ceti medi urbani professionali, su tutte le altre priorità del partito. In coincidenza con l’accusa dei Repubblicani che il partito Democratico rappresenta gli interessi finanziari e intellettuali, anche all’interno del partito di Biden c’è risentimento: si sostiene da più parti che conta ormai soltanto il “partito dei laureati”, di “piccoli ma influenti blocchi di attivisti”.

Il governo delle provvidenze – o Draghi l’andreottiano

C’è l’inflazione, il denaro si fa caro, e si prospetta l’ennesima crisi del debito - lo spread è già a 200 punti. Ma Draghi moltiplica le provvidenze – l’ex banchiere centrale guardiano inflessibile del valore della moneta. Ora duecento euro per tutti, sotto i 35 mila euro di reddito, compresi i percettori del reddito di cittadinanza – ufficialmente un milione e mezzo, tra pensionati e persone in età attiva.
Dopo i tanti “ristori” a pioggia, e bonus di vario tipo, vacanze, cultura, etc, ora un sussidio senza criteri, a pioggia.
Non si era mai visto tanto spreco del denaro pubblico, non nella deprecata Prima Repubblica. Dove si rubava, ma era un delitto.
Il sussidio di 200 euro è annunciato per “combattere l’inflazione”. O non per irrobustirla?
Draghi dice di non voler entrare in politica. Ma voleva diventare presidente della Repubblica. E ora fa esattamente politica, anche se minuscola, alla Andreotti – Andreotti, finalmente presidente del consiglio, tolse la tassa sul sale (cinquanta anni esatti, quasi giorno per giorno).

Cronache dell’altro mondo abortive – (181)

Non c’è una legge federale negli Stati Uniti che regoli l’aborto. L’aborto si pratica terapeuticamente sulla base di una decisione della Corte Suprema nel 1973 su un caso specifico, Roe vs. Wade, che ora la stesa Corte potrebbe rivedere o anche rovesciare. Sulla base del parere già pubblicato di uno dei giudici della Corte, Samuel Alito, il quale spiega che la Costituzione americana non lo prevede.
Il parere pubblicato del giudice Alito – fatto senza precedenti nella storia della Corte, che rende note solo le decisioni - non è ritenuto influente. Non è nemmeno un parere, è una bozza di parere. E si sa, non da ora, che la Costituzione americana, 1787, non elenca le libertà e i diritti civili - non avrebbe potuto, e non è delle leggi costituzionali elencare nel dettaglio le libertà e i diritti da proteggere. Ma si sa che la Corte suprema è oggi a maggioranza conservatrice. 5 a 4, o forse – in tema di aborto - 6 a 3.
La pubblicazione della bozza di parere del giudice Alito sarebbe intesa a promuovere una legge federale che serva da orientamento sicuro agli Stati. I Repubblicani hanno sempre lamentato che nei decenni 1950-1960 il partito Democratico ha fatto uso della Corte Suprema quale organo legiferante, sostituendola al potere legislativo propriamente costituzionale - nasce da qui il richiamo della bozza del giudice Alito.

Il riferimento alla costituzione potrebbe però aprire la strada alla riconsiderazione, da parte della Corte Suprema, di altri diritti personali avallati in precedenza - matrimonio gay, quote di genere.

Cronache dell’altro mondo - maritali (180)

Nel processo per diffamazione di Johnny Depp contro l’ex moglie Amber Heard, per un editoriale scritto da quest’ultima, in qualità di femminista offesa, sul “Washington Post” contro l’ex marito, lei emerge violenta, molto. I due si picchiavano, ma lui è dovuto andare un paio di volte in ospedale, una volta con un dito quasi staccato. Questo litigio ebbe luogo dopo che Depp aveva chiesto alla moglie d regolare il matrimonio con un contratto economico: Amber Heard, è stato accertato, lanciò contro Depp una bottiglia di vodka, che gli ruppe le ossa del dorso della mano destra e quasi gli staccò il dito medio.
Lo psicologo dell’attrice ha testimoniato che Depp ha fatto “cavity search” sull’attrice, intendendo un’esplorazione digitale della parte intima della donna, e che lei intratteneva relazioni con Elon Musk e con James Franco, l’attore.
Al ritorno dall’Australia, Amber Heard ebbe una relazione con Elon Musk, da lei cercato, che ospitava nell’attico di Depp mentre questi era fuori per lavoro. Musk conferma la relazione - ma secondo lui Heard e Depp erano separati. Il rapporto di Heard con James Franco è invece testimoniato dalle telecamere di sorveglianza nel palazzo dei Depp, al garage, di cui l’attore aveva i codici di accesso, all’entrata, dove lei scese per portarlo su con l’ascensore, e in ascensore, con i due abbracciati.

Ma la storia non è vissuta, in tribunale e fuori, come boccaccesca.

Racconto giapponese, cioè sorprendente per gioco

Il ragazzo che a sedici anni aveva tentato la fuga da casa, da una madre ossessiva, rilegge da signore benestante, tipografo, in un libro che ha appena stampato, il racconto dei fatti sensazionali di cui fu testimone nella scappatella. Tra una bella donna incontrata nella fuga, alla quale si era accompagnato, e un operaio disoccupato in cerca di lavoro, poi trovato morto.
Un cold case da cui la verità emerge, ormai prescritta, senza urti né scosse. Con la sorpresa, Seichō è autore di noir. Ma all’insegna di quella realtà irreale che è il segno della narrativa giapponese di questi decenni, di Seichō come di Murakami, Yoshimoto. Il reale è certo sorprendente, ma la brillantezza sembra a perdere, l’ennesimo esercizio di bravura.
Matsumoto Seichō, Il passo di Amagi, Adelphi, pp. 66 € 5

  

giovedì 5 maggio 2022

Letture - 489

letterautore

Alcol(ismo) – È stato per buona parte del Novecento, e continua oggi, a essere il maggiore propellente delle lettere americane, di maschi e di femmine. Dopo la morfina e l’oppio del primo Ottocento. È come se poetare o scrivere in America avesse bisogno di additivi artificiali. “Mephisto” sul “Sole 24 Ore” limita la lista al solito Hemingway, con l’aggiunta di Bukowski. Ma la lista è lunga: Kerouac, Berlin, Bukowski, Pirsig, Scott Fitzgerald, Faulkner, Dorothy Parker, Truman Capote, Chandler, Hammett, Cheever, Tennessee Williams, Robert Lowell, per limitarsi ai più noti. Come già Poe, e Jack London. 
 
Conversazione
– Stendhal, Svevo, Saba, nota Giacomo Debenedetti (“Il romanzo del Novecento”, 449), erano o divennero “irresistibili conversatori” per uscire dal “deserto letterario” – dalla disattenzione, la mancanza di interlocutori sulle proprie opere. Stendhal “si sentiva giustamente un misconosciuto: ebbe crisi di malinconia con tentazioni suicide”. Nel 1833, undici anni dopo l’uscita, scriveva che “De l’amour” aveva venduto solo 17 copie. E così, “benché timido, si sforzò di rifarsi con successi di conversazione nei salotti letterari” – una forma di “compensazione, di rivincita dei fiaschi (così li chiamava lui, all’italiana) sia letterari che amorosi”. Svevo, afflitto dal silenzio per venti anni, “fu, o divenne, un irresistibile conversatore”: Saba “non cessava di meravigliarsi della sua facoltà di rendere interessanti anche gli argomenti più banali, di dare un avvincente ritmo e sostanza narrativa agli aneddoti più ovvi”. Saba pure era conversatore fluviale, oltre che arguto – anche in casa Debenedetti, come testimoniato da Antonio, lo scrittore figlio di Giacomo.
 
Intermittenze del cuore
– I ritorni occasionali di memorie, che Proust con la madeleine così battezza, Giacomo Debenedetti li trova ampiamente in Alfieri: “Nella ‘Vita’, Vittorio Alfieri racconta esattamente, con la sua scabra e attillata eleganza, come il sapore di certi confetti gli risusciti la figura dello zio che, a lui bambino, regalava quei confetti. Quella figura torna, anzi, proprio con quei particolari secondari ma unici che restituiscono alla persona la sua inconfondibile vita; qui, per esempio, le scarpe dalla punta quadrata che quello zio dell’Alfieri soleva portare, tanto che erano divenute uno dei suoi connotati specifici”.
Debenedetti ricorda che “Benedetto Croce era stato colpito da questo tratto proustiano avanti lettera dell’Alfieri e lo ricordava volentieri nelle sue conversazioni, specie con i lettori dell’Alfieri che fossero anche lettori di Proust” – qualche aficionado del ricordo si trova sempre, e poi il ricordo è ampio, non teme confronti.
 
Joyce-Freud
– Quanto l’“Ulisse”, il monologo interiore, deve a Freud fu questione dibattuta, già negli anni 1920, e poi nei 1930 – resta ancora anzi irrisolta, materia per ipotesi e deduzioni di studiosi e critici, in assenza di riferimenti concreti (una corposa parte del “Romanzo del Novecento” di Giacomo Debenedetti è dedicato alla questione, la sezione “Italo Svevo” dei “Quaderni del 1964-65”, un centinaio di fitte pagine – Debenedetti propende per il sì, non sa farsi ragione che Joyce non conoscesse Freud o non lo apprezzasse). Svevo, che con Joyce convisse buona parte delle esperienze triestine dello scrittore dublinese, era decisamente contro: Joyce non sapeva dio F rued, se non per sentito dire, e non lo apprezzava. In una conferenza su Joyce tenuta a Milano ai primi di marzo del 1927 (ripresa nei “Saggi e pagine sparse”, la raccolta di Umbro Apollonio del 1954, che più non si è ripresa), è perentorio. Premette di non saper “stabilire il posto che nel mondo delle lettere spetti all’opera del Joyce e (di) scoprire la sua relazione con quanto la precedette”, subito stabilisce, benché in base alla “buona memoria” e non al “senno critico”: “Posso cioè provare che il pensiero di Sigismondo Freud non giunse al Joyce in tempo per guidarlo alla concezione dell’opera sua”. Sa che molto depone in senso contrario, prima ancora dell’“Ulisse”: “Ne resterà stupito”, prosegue, “chi in Stefano Dedalo scoprirà tanti elementi che sembrerebbero addirittura suggeriti dalla scienza psicanalitica: il narcisismo,…. quella a madre adorata che si converte in spettro persecutore, quel padre disprezzato ed evitato, quel fratello dimenticato come se fosse un ombrello, e infine quella eterna lotta in lui tra coscienza e subcoscienza”. Non soltanto: “C’è di più ancora. Non è preso dalla psicoanalisi quel pensiero dei protagonisti che ci viene comunicato all’istante stesso in cui si forma, sregolato, in una mente sottratta ad ogni controllo?” No, questo procedimento, Joyce stesso lo dice, è preso dal “vecchio Edoardo Dujardin che l’aveva applicato trent’anni prima”. Ma sul punto è irremovibile: “In quanto al resto sono io il buon testimonio: nel 1915, quando il Joyce ci abbandonò, ignorava del tutto la psicoanalisi. Egli, poi, in allora era ancora troppo debole nella pratica della lingua tedesca e poteva avvicinarne qualche poeta ma non degli scienziati. Ma allora tutti i suoi lavori compreso l’‘Ulisse” erano già nati”.
Che Freud avesse letto Dujardin? “Les Lauriers sont coupés”, 1886, col suo prolungato monologo, fu un libro famoso – Freud aveva lasciato Parigi già da un anno, ma poteva ben leggere il francese. La querelle sul freudismo di Joyce è curiosa – Debenedetti si perde in congetture per cercare il nesso.
E se Freud, come Joyce, o Svevo nel suo piccolo, forse parte dell’epoca – almeno in parte sicuramente sì, Freud non è un fiore nel deserto.
Svevo, comunque, è tassativo, non ha finito: “Da Trieste egli si recò a Zurigo (1915), la seconda città capitale della psicoanalisi. Senza dubbio egli colà conobbe la nuova scienza e c’è ragione a credere che per qualche tempo più o meno vi aderì. Ma io però mai ebbi la soddisfazione di conoscerlo psicoanalista. L’avevo lasciato ignorante di psicoanalisi, lo ritrovai nel diciannove in piena ribellione alla stessa, una di quella sue fiere ribellione in cui scuote da sé quello che impaccia il suo pensiero. Mi disse: ‘Psicoanalisi. Ma se ne abbiamo bisogno, teniamoci ala confessione’. Restai a bocca aperta. Era la ribellione del cattolico alla quale il miscredente aggiungeva una grande asprezza”.
Nel 1915 Zurigo poteva essere “la seconda città della psicoanalisi”, ma già ben distanziata da Freud.
 
Madeleine
- “un biscotto panciuto e friabile”, Giacomo Debenedetti, “Romanzo del Novecento” 373. Non memorabile, se non in quanto suscita memorie.
 
Roma – È città moderna di non luoghi”. Furio Colombo, visitando a casa all’Eur, il pomeriggio della notte fatale, è rimasto colpito dalla totale mancanza di carattere del quartiere. “Sopra il citofono della palazzina in via Eufrate, all’Eur, c’è scritto «Dr. P. Pasolini». È una strana casa, uno strano luogo per vivere. Guardo davanti e vedo, sopra quella targhetta, la palazzina confortevole, senza stile e senza gusto, che è il condominio dell’Eur, il quartiere residenziale più ambito di Roma. Volto le spalle alla palazzina, e oltre la strada vedo quel vuoto strano e angoscioso che circonda Roma. Un vuoto che non è né città né campagna…”. L’Eur non è il quartiere più ambito di Roma. Ma ha germogliato una forte espansione verso il mare, Fiumicino e Ostia. Roma così, la città più caratterizzata, anche nei sobborghi “pasoliniani”, dietro forse solo a Napoli, si è riempita di “non luoghi”: tutta la città che si è formata nel dopoguerra a ridosso dell’Eu, in direzione del mare, Fiumicino-Ostia. Eur compreso: L’architettura novecentista degli anni di Mussolini, che pure ha costruito quartieri con l’anima, alla Garbatella, a piazza Bologna, a Monteverde Nuovo, ha realizzato all’Eur un “non luogo” inscalfibile. Lo steso carattere ha mantenuto la città sviluppandosi dall’Eur al mare: Infernetto, Torrino, Mostacciano, Spianaceto, Casalpalocco.  
 
Svevo – Era e resta un outsider. Restò ignorato per molti anni, questo si sa. Non si dice invece che scrisse sempre, prima di diventare industriale e non dopo. Finì impiegato di banca ai diciotto anni. Per diciotto anni, fino ai 37, ma perché l’azienda del padre era fallita. Contemporaneamente scriveva: i primi racconti pubblicati su “L’Indipendente”, il giornale filosocialista cui collaborava come “vice”, col nome di Ettore Samigli, per le cronache letterarie e teatrali, “Una lotta” e “L’assassinio di via Belpoggio”, furono dei diciannove-vent’anni. “Una vita”, il romanzo, benché pubblicato da primario editore, Treves (cui Svevo l’aveva proposto col titolo “Un inetto”), ai trentun’anni, ebbe tre segnalazioni, una, sul “Corriere della sera”, per i buoni uffici dell’editore, milanese, e due sui quotidiani triestini, “L’indipendente” e “Il Piccolo della sera”, e non vendette nulla.  Aveva anche una profusa attività d commediografo – scrissi nei primi anni più drammi che racconti - ma nulla è stato mai messo in scena.

letterautore@antiit.eu

Flannery in Georgia, bianca tra i neri

Mary Flannery O’Connor, nel primo viaggio al Nord, a 18 anni, nel 1943, trovò strano nel Massachusetts che nella classe di sua cugina ci fosse un nero, e nella metropolitana di Manhattan voleva sedere tra due cugini, per non doversi trovare a contatto con un nero. Diceva e scriveva “negro”, e non apprezzava James Baldwin. Lasciò cadere il Mary perché  “sa si lavandaia irlandese”. A un intervistatore disse: “Non mi sento capace di entrare nella mente di un negro”. Su questi paletti Elie, commentatore e critico del giornale cattolico americano “Commonweal”, ricercatore all’università gesuita di Georgetown, costruisce un’immagine di Flannery O’Connor da “cancellare”. Se non lo fa antifrasticamente, poiché la scrittrice esce da questo ritratto ancora più vivace di quanto si sapeva.
Flannery O’Connor era nata e ha vissuto in Georgia, dove i neri erano un altro mondo, ma li ha raccontati, non più strambi dei suoi bianchi. A Baldwuin preferiva Cassius Clay (“si parla troppo di odio”): “Cassius è troppo buono per i mussulmani” – “se Baldwin fosse bianco nessuno lo sopporterebe”. Di questo e altro scriveva alla sua amica a New York, Maryat Lee, commediografa, attivista dei diritti civili – una corrispondenza quasi quotidiana. Ed è ben l’autrice, tra i tanti racconti e saggi, di un “The Grotesque in Southern Fiction”. In Georgia è stata letta perfino come il pendant bianco di Martin Luther King, il georgiano più famoso.   
Paul Elie, How Racist was Flannery O’Connor, “The New Yorker”, 15-22 giugno 2020, free online

mercoledì 4 maggio 2022

Appalti, fisco, abusi (219)

È andato a Strasburgo, nientemeno, il presidente del consiglio Draghi per dire che lui l’ecobonus non lo voleva e lo ha boicottato. Un fatto da tempo palese, con gli stop-and-go al provvedimento, in modo da renderlo inapplicabile. Ma un fatto grave, in un paese di diritto: cambia nientemeno la costituzione. Il governo è di due tecnici, Draghi e Franco, il Parlamento e la politica non contano. Col ricatto: altrimenti ve ne andate a casa. Altrove si direbbe un golpe istituzionale. Niente di meno.
 
Le banche che si prospettano all’avanguardia nella gestione dell’ecobonus in realtà si limitano a scontare le fatture dei lavori già quietanzati, presso l’Agenzia delle Entrate. Secondo la vecchia norma, certo, solve et repete. Ma un 10 per cento per lo sconto di un credito, di un debitore così affidabile come lo Stato, non è troppo? L’unico beneficio della legge i due che contano al governo, i banchieri Draghi e Franco, hanno voluto e beneficio delle banche.
 
Una banca di fatto operava secondo i criteri della legge ecobonus, il Bancoposta, che completava le pratiche di finanziamento dell’opera, sula base della relazione tecnica, prima dei lavori, in due settimane. Poi anche in una. Ma presto l’azionista Cdp, ex Cassa Depositi e Prestiti, cioè il ministro del Tesoro Franco, ha detto basta.
 
Un’ora persa in un ufficio Tim e un’ora in uno Windtre, con addetti forse incapaci ma volenterosi, per pagare la bolletta su carta di credito, e niente, le bollette continuano ad arrivare come prima. Le aziende vogliono solo il conto corrente alla Posta: “Siamo spiacenti di informarti che non ci è possibile procedere all’addebito del conto telefonico secondo la modalità di pagamento da te scelta”, è la risposta. Col consiglio: “Vai sulla App o area clienti per pagare con la carta di credito”. Che né la app né l’area clienti invece accreditano.
 
Con le utilities telefoniche funziona solo l’addebito su conto corrente mediante iban. L’addebito cioè immediato, senza possibilità di controllo. Il ricorso a questo tipo di pagamento è stato immediatamente carissimo: subito due bollette a costi quintuplicati. Per recuperare i quali c’è voluto ricorso e una mediazione Agcom. Molti mesi e molte pratiche. Con un rimborso senza sanzioni per il gestore telefonico. Rubare è lecito.

Pasolini anacoreta esibizionista

Una raccolta non remota, del 1995, dell’effimera rivista “Liberal” (Ferdinando Adornato), che sembra però venire da un mondo altro, di linguaggio insignificante. Se non per un Pasolini che si esibisce sempre più personaggio mediatico, in posa, e sempre meno logico, razionale, o realmente appassionato. Odiatore del mondo, già fin dai primi vagiti, nel 1955, che potrebbe essere anche una cosa interessante, ma da maestro di scuola, pedante, insistente, respingente - è anche contro la “scuola di Barbiana”. E non per trauma o carattere, che al contrario tutti assicurano mite.
Commuove retrospettivamente, per l’emozione che proietta la sua fine, come un eccesso di realtà che ricopre a valanga le tante chiacchiere, che però restano zavorra. I giovani sono morti, il mondo è finito, è il neo capitalismo, la civiltà dei consumi, la borghesia. La borghesia a ogni riga. E “io voto comunista ma non sono comunista”. Tutto lecito e anche interessante (vita e convinzioni d’autore), ma ripetuto, per anni e decenni, un tema insonoro e senza variazioni, e segno di una disperazione che non è disperata, per niente, è come a comando e sa di artificioso. Programmatico – “mi si nota di più se…”. Stucchevole.
Si parte col rifiuto delle interviste, dell’autore più intervistato al mondo (al mondo? probabile, impossibile che ce ne sia un altro così). “La cultura umanistica è tradizionale, tipica di una società pre-industriale” – come se ci fosse “tecnologia” senza cultura umanistica. E la crisi a ogni passo, della cultura, la letteratura, la politica, la società. Salvo celebrare con Giovanni XXIII, col papa, “la grande esperienza laica e democratica della borghesia”. Il linguaggio ripetitivo, quasi burocratico, di una subcultura che ha dominato l’Italia per poi dissolversi senza residui, se non le rovine: Pasolini si direbbe qui il poeta dalla lingua di legno.
Qualche verità non manca. “La persona che ha maggiormente influito sulla mia forza creatrice è da identificarsi sicuramente con mia madre”. “Marx ha detto delle cose tremende. Per esempio in materia religiosa. Tutto quello che Marx ha detto della religione è da prendere e da buttar via, è frutto di una colossale ignoranza”. Il suo teatro in versi spiega originato dalla lettura dei “Dialoghi” di Platone. Sa la verità, per quanto incredibile, delle ragazze di periferia, sedici-diciassettenni, nel 1972, prima del delitto del Circeo, ben cinqunt’anni prima dei festini su instagram e della droga dello stupro. Libertino, anche se non del tutto: “Penso che scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista”.
Ma confuso, moralista censore del moralismo. Marx è “spiritualista” e non materialista. “Un piccolo paese non può dare un grande scrittore” – “l’Italia è una piccola nazione, meschina. Lo ripeto: non può dare un grande libro”. “Non leggo più, come Fellini” - nel 1965, o 1966. “Non vado mai al cinema. Trovo il cinema brutto e noioso”.  Con quell’essere religioso, anzi cattolico, anzi sacerdotale, contro il “materialismo ateo e disumanizzante che è alla base del neo capitalismo e che è la sintesi di tutto ciò che è condannato dal Vangelo”. E naturalmente col rifiuto – tattico, strategico?  – della religione. “Il cattolicesimo non ha mai contato a Roma”.  Fa cinema, invece di scrivere romanzi, per “esprimere la realtà con la realtà” – se non c’è niente di più artificioso del cinema. Marxista a ogni riga e, con Fallaci nel 1966, autore già celebrato, ammiratore degli americani, incondizionato. Di estremismo verbale, in ogni circostanza.
Non lusinghiero per Pasolini, il ritratto, involontario, di un’epoca. O forse solo di Pasolini, non si ritrova tanta boria, seppure nella stessa lingua di legno, nei coetanei e compagni di partito preso Calvino, Fortini, Zanzotto, lo stesso Moravia - che, dice Pasolini, lo tiene informato delle questioni letterarie. Un anacoreta a tratti emerge, ma non disperso nella tebaide: al centro della piazza, inamovibile, concionatore.
Pier Paolo Pasolini,
Interviste corsare

martedì 3 maggio 2022

Cronache dell’altro mondo scolastiche – (179)

Si moltiplicano i procedimenti legali e giudiziari, e le censure, contro le scuole che propongono corsi di identità di genere, o praticano la critical race theory, sulle leggi e gli ordinamenti che alimentano il razzismo, ritenuti “concetti divisivi”. Le contestazioni sono molte centinaia, nella maggior parte degli Stati, 37 su 50. Stati in prevalenza centro-meridionali, con governatori repubblicani - ma non sempre. Mentre 17 Stati allargano l’offerta di insegnamento contestata – in due, New York e Washington, sono presenti l’uno e l’altro indirizzo.
La scuola sembra il terreno di battaglia del voto politico di medio termine, per il rinnovo di una parte del Congresso. Una campagna attiva da parte repubblicana, che ha puntato sulla scuola per arrivare a novembre alla maggioranza al Congresso. Hanno acquisito rapidamente visibilità associazioni di contestazione degli ordinamenti scolastici, No Left Turn in Education, fondata a New York da Elana Fischbein, dottore in Scienze sociali, e Parents Defending Education, entrambe fondate nel 2020.
Un sondaggio elettorale dà in prevalenza di orientamento repubblicano le famiglie con figli adolescenti.

Diabolico “Ocean’s Eleven”

Marinelli non occupa lo schermo come Clooney e Diabolik non è un ladro gentiluomo, è un assassino, ma questa storia fila come “Ocean’s Eleven”. Non conta fare il colpo, conta farlo bene, per quanto difficile e aggrovigliato, in barba ai cacciatori più abili e insistenti. Anche con una storia, per molti, nota e trita – il supereroe delle sorelle Giussani ha ormai sessant’anni.
In una scena levigata digitalmente, ma piena di colori, fisionomie, ambienti. Con corse mozzafiato. In un’epoca remota e presente scandita dalle macchine, Jaguar E, Deesse, Alfa Giulia, anche una Seicento nello sfondo. Senza smancerie, nemmeno con la bellissima Eva Kant. E dialoghi minimi, familiari, servili.
I Manetti si sono divertiti a rifare il genere, con un pizzico di supereroi Marvel – un po’ come Leone col western americano - e divertono.
Manetti Bros,
Diabolik

lunedì 2 maggio 2022

Secondi pensieri - 481

zeulig

Anima – È umana – è sottinteso, e si dice, “anima umana”, “non c’era anima umana”. È ora anche animale? E minerale? Per il politicamente corretto, che si confonde col postumano. Ma si è sempre detto del mondo che è animato.
 
Complotto - Si può ridere del complotto annunciato, ma non troppo. Manifesta un disagio, che comunque permane, e conviene vigilare: se il golpe non c’è, molti però godrebbero che ci fosse.
 
È un disagio che si manifesta con più intensità in questa età di benessere e di diritti senza precedenti nella storia. È un virus dell’abbondanza?   
 
Freud-Jung – Si ripropone inevitabile la maratona di tredici ore tra il maestro (allora) e il discepolo (allora) della psicoanalisi, la volta che Jung si recò a Vienna, con la moglie e con l’allievo Binswanger, e Freud lo invitò a pranzo, da solo, per poi intrattenerlo a conversazione. Nel fumoir, si suppone, Freud non poteva fare a mano del sigaro. Per tredici ore. Che si vogliono di fermenti e creatività, ancora si rivivono come una epifania. Come usa per le estasi e i rapimenti di mistici e santi. Per tredici ore, nel fumo: di chiacchiere? Con che lucidità? Specialmente deprimenti le memorie dell’uno e dell’altro dell’incontro, tra “seduzioni diaboliche” e “attrazioni erotiche”.
Le vite e le psicologie dell’uno e dell’altro maestro sono un ammasso di “contraddizioni” – fanatismi, nevrosi, entusiasmi, depressioni, autodistruzioni, autocelebrazioni. “seduzioni diaboliche”, “attrazioni erotiche”,
 
Potere – Si vuole (dice) totalitario. Mentre non può esserlo, e lo sa: il potere autoritario è autofagico - cannibalizza fino all’autofagia. Il potere al contrario è flessibile, mutevole, adattabile. Nessuna analisi del potere è conclusiva (p.es. Bottomore, Bertrand Russell, Talcott Parsons, Foucault): è un’analisi delle forme del potere, mutevoli, adattabili. Il potere può essere duro, ma sempre dev’essere pervasivo, insinuante, amichevole.
Si dice potere, e s’intende in realtà dittatura. Che è comunque transeunte, adattabile cioè, e in forme diverse, politiche, militari (la forza), religiose, comunicative.
 
È lo specchio opposto della libertà, che è dei più, e sempre s’insinua, anche nelle società meno complesse.
Si esercita con l’esclusione, quindi da connotarsi negativamente. Il potere più feroce è quello politico, che giudica e squarta. Più determinato è nella forma religiosa. Il più furbo, naturalmente, è quello economico, che calcola senza passione. Il più ingiusto è quello intellettuale, o di genere.
Ma in sé non è demoniaco, e anzi si può dire divino. Del divino ha l’essenza, la capacità di essere e di fare – che è sempre un esercizio di potere, anche se non indirizzato a un soggetto suddito o dipendente.  
 
Il potere si dice anche anarchico. Ma solo nel senso che si frantuma: il potere è tanti poteri, fino ai contropoteri. Di fatto è costruttivo: flessibile (frammentario), o mobile, ma costruttivo. Non si costruisce, nella società, nella storia, se non attraverso il potere, esercitando un comando, un potere - più o meno democratico (flessibile) nella sua gestione.
 
Il potere, nessun filosofo ci ha mai dato, perché non c’è una cosa che è il potere. Fuori dalla razionalità, che appunto è povera - ombre, un mondo sotterraneo di pensieri monchi. “Non potendo rendere la giustizia forte, hanno giustificato la forza”, è come diceva Pascal.
 
Storia – “Tutta la storia è un falso, e per conseguenza è inutile”, Paul Valéry.
 
“Il passato mi dà sempre angoscia, mi dà un senso di imprigionamento”, P.P.Pasolini: “Quando il mondo sarà costretto a vivere in modo nuovo, tutto ricomincerà” (intervista con Federico Rosso, “Politica e territorio”, luglio-sett. 1974, ora in “Interviste corsare”): “Non ho nostalgia… Non vorrei rivivere neanche cinque minuti del passato”. Detto da uno scrittore e intellettuale che lamentava sempre e soprattutto il presente. Il presente come abbandono del passato, sradicamento, è forse una pointe da intervista - il bisogno di risollevare a tratti l’attenzione. Ma, in ipotesi, è possibile, e anzi logico, perché il passato – la storia, la conoscenza - dovrebbe liberare (arricchire, spiegare) e non opprimere. Il risveglio all’alba da primo uomo perché non sarebbe l’esercizio della libertà, radicale?
 
Tolleranza – Sta spesso per verità, per evitarsi di esaminare (accertare-accettare) la verità. O della verità come indulgenza (generosità, concessione, regalo). In questo senso Pasolini polemista poteva dire (a Dacia Maraini, “L’Espresso”22 ottobre 1972): “La tolleranza è l’aspetto più atroce della falsa democrazia”. Subito dopo avere esplicitato, senza rilevarlo, un fatto storico: “È la tolleranza che crea i ghetti”.
 
Viaggio – È un’estensione di sé. E una forma di socialità. O è solo un moto compulsivo, da dromomania? Ci sono anche viaggi celebri di sedentari, ma sempre in moto con la fantasia, stanno a casa ma non ci sono.
 
Il viaggio per eccellenza, il primo, omerico, è l’una e l’altra cosa. È un viaggio di ritorno ma non in linea retta, e per il tratto più breve: è come se Ulisse dovesse tornare, e lo volesse anche, ma svogliatamente, ritardando l’evento. Nello stesso tempo è un viaggio che arricchisce, di fantasie, avventure, novità, curiosità, storie, piccole e grandi.
 
È dromomania stanziale anche la curiosità per l’altro, per l’estraneo. Specie in questa epoca di migrazioni, in cui il sopravveniente è più speso remoto e diverso, sotto tutti gli aspetti, fisici e culturali (lingua, linguaggi, sentimenti, sensazioni, modi). Mentre succede a emigrati di lunga data, emigrati definitivi, di restare (volersi) incistati nel gruppo o area di provenienza, paese, città, lingua, cucina, abbigliamento perfino.    

zeulig@antiit.eu

Il virus fa brutti, sporchi e cattivi

Poche scene, poche pose di Malkovich (barbuto, immobile, parlante) distribuite in tutte le scene, ogni quindici minuti un ammazzamento, feroce. Un film svelto (di serie B, C, D ?) sulla lotta dell’uomo contro l’uomo nella pandemia da virus incoercibile. Senza pietà: la persona ricercata che i fucilieri si contendono perché ha gli antigeni del virus è portatrice sana: infetta i suoi salvatori.
È il quinto o sesto esercizio in sopravvivenza negli ultimi trent’anni, al cinema e in tv, con lo stesso titolo. Roba da Anno Mille. Non senza ragione, il millennio è ben già stato funestato da da tre o quattro virus letali. Ma forse è materia non da film svelto.  
Jon Keeyes,
The Survivalist, Sky Cinema

domenica 1 maggio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (490)

Giuseppe Leuzzi

Al Coachella Valley Music and Arts Festival, in California, si sono esibiti dopo David Damiano e i Måneskin, e l’invito a nozze di Megan Thee Stallion (provare per credere), gli svedesi di House Mafia, con divertimento.
Gli House Mafia si erano sciolti e si sono riuniti, la mafia è intramontabile. Un gruppo di tre dj, animato da un Sebastian Carmine Ingrosso, che però è di Nacka, vicino Stoccolma.
 
Nella classifica Eurostat dell’occupazione nella Ue, suddivisa per regioni, gli ultimi posti sono delle regioni del Mezzogiorno. L’ultimissimo è di Mayotte, dipartimento francese d’oltremare (le isole tra Madagascar e Mozambico). Poi però vengono, in questa graduatoria del disonore, la Sicilia (tasso d’occupazione 41,1 per cento), la Campania (41,3 per cento), la Calabria (42). Segue la Guyana francese, quella della Cayenna, e quindi la Puglia (46,7 per cento di occupati). Non c’è niente di peggio, in tutta la Unione Europea, ben 240 regioni censite, del Sud d’Italia.  
Nessun dubbio che si tratti di rilevazioni statistiche non omogenee, per metodologia o per strumentazione – l’Italia è sempre ultima, in queste statistiche Eurostat. Ma non innocenti.
    
Emigrazione istruita e d’impresa
Il grosso dell’emigrazione italiana, prevalentemente giovanile, il 18 per cento, è partito nel 2018 dalla Lombardia, che conta dieci milioni di abitanti – sono numeri vecchi, pre-covid, ma meritano una considerazione. La Sicilia e il Veneto, che contano cinque milioni di abitanti per regione, venivano al secondo e terzo posto, con il 10 e il 9 per cento rispettivamente della nuova emigrazione. L’emigrazione non va col reddito ma con l’intraprendenza.
È un’emigrazione per lo più istruita: tre su quattro dei nuovi emigranti hanno il diploma di scuola superiore. Ma non sono grandi numeri, a meno dei rimpatri: nel decennio 1999-2008 sono emigrati 428 mila italiani, e ne sono rimpatriati 380 mila. Ma sono in forte crescita dopo la crisi del 2007-2008: nel decennio successivo le emigrazioni sono quasi raddoppiate, 816 mila, mentre i rimpatri sono perfino diminuiti rispetto al decennio precedente, in tutto 333 mila.
I tassi di emigrazione per l’estero più bassi, in rapporto alla popolazione, sono delle regioni meridionali: Campania, Puglia e Basilicata – 1,3 per mille abitanti. Sicilia e Abruzzo si pongono un gradino più sopra, con un 2,4 per 1.000 abitanti.
 
Messina, fasti e miseria
Il nome ritorna con la birra, che però ora si fa a Massafra, in Puglia, invenzione di Heinecken. Solo notizie meste da alcuni anni, o forse decenni: ruberie e mafie, piccole e meno piccole. Da Messina, città a lungo illustre, e solo illustre, che in Sicilia è – era – un po’ un’eccezione. La storia va così, ondeggia, ha cicli. Ma Messina ha fatto un salto, e non sembra aver toccato il fondo. Vi si raccolse la crociata del 1192, che riunì i regnanti d’Europa. Quattrocentocinquanta anni fa, poco meno, fu la base dove don Giovanni d’Austria raccolse le flotte cristiane per la battaglia di Lepanto – Cervantes, ferito a Lepanto, fu curato a Messina (perdette l’uso della mano sinistra). Ora è un pontile d’approdo dei ferries da e per il continente.
Il futuro cardinale Bembo, nonché futuro amante di Lucrezia Borgia, il normalizzatore della lingua, dal 1492 al 1494 studiò il greco a Messina, con il famoso ellenista Costantino Lascaris (1434-1493). Vi si recò con l’amico e condiscepolo Angelo Gabriele. Arrivarono a Messina il 4 maggio 1492. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati e scienziati messinesi, fra i quali il Maurolico (1494-1575), e la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542), che lo aveva seguito e gli stette vicino per tutta la vita. Tornato a Venezia, collaborò con Manuzio per la pubblicazione nel 1495 della grammatica greca di Lascaris, Erotemata, che con Gabriele avevano portato da Messina.
Mark Twain, in crociera nel 1867, arriva alle due di notte allo Stretto di Messina, d’inverno, ma “il chiaro di luna”, scrive, “era così brillante che l’Italia da un lato e la Sicilia dall’altro si vedevano così distintamente come se non fossero separate che dalla larghezza di una strada”. La cittadona oggi informe dei ferries Twain dice fiabesca: “La città di Messina, di un bianco di latte, stellata e scintillante di lampioni, era uno spettacolo fatato”.
Fa grande caso Dumas nelle sue opere più tarde - specialmente ne “I garibaldini”, dove lo ritrova tra i sobborghi marinari (allora) di Messina, dai nomi beneauguranti di Paradiso, Pace, Contemplazione - del capitano Arena, persona e personaggio del suo romanzo di viaggio “Lo speronare”, un messinese, insieme col giovane militare francese esule De Flotte: un siciliano dal “volto buono, sempre sereno, anche nella tempesta”.
Antonello non vi fu fiore solitario – anche se questo non si studia. Commissionò Caravaggio. Ospitò nel Seicento la grande collezione – la più grande probabilmente d’Europa – del principe Ruffo della Scaletta, un calabrese dei conti di Scilla sposato a Messina. I Ruffo furono grandi collezionisti: lasciarono a Scilla, la casa madre, oltre 1.500 tele. Con opere di Raffaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata dal principe Tiberio. Che alla morte lasciò al figlio Guglielmo 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele. Aveva cominciato don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – dal nome di un feudo messinese della moglie. Committente tra i tanti di Rembrandt e Artemisia Gentileschi, che protesse alla triste fine. Collezionista di Rubens, Bruegel, Mattia Preti, Poussin, Borgognone, Salvator Rosa.
La città è stata luogo privilegiato delle lettere. Eco forse delle prime Crociate, alcune partirono dal suo porto anche prima del 1192, e dei poemi che le accompagnarono. Tra essi, committenti i nuovi padroni, i Normanni, la “Chanson d’Aspremont”, che diede il nome alla montagna caabrese di là dallo Stretto, trasportandovi il ciclo carolingio, con la liberazione di Reggio (“Risa” nel poema) dai Saraceni. E successivamente nella novellistica. A partire da Boccaccio, con la novella “Lisabetta da Messina”. E una Camiola senese, nel “De Mulieribus claris” che è invece di Messina, una Caméola o Camiola Turinga, figlia di un Lorenzo di Turingia e di una nobildonna messinese, della famiglia Bonfiglio, detta senese per via del marito, dal quale ereditò una grossa fortuna, che dispose poi a fini filantropici. La storia di Boccaccio piacque a Bandello, che ne fece il tema della 22ma delle sue novelle. E a Shakespeare, che dalla traduzione francese del Bandello trasse il tema di “Molto rumore per nulla”, ambientando la commedia a Messina.  C’è Messina anche in Molière. In un apologo Diderot elogia “un calzolaio di Messina”, che del laboratorio fa corte di giustizia. Schiller ha una “Sposa di Messina”. Vittorini “Le donne di Messina”. Fino all’“Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, 1975 – qui finisce la storia.
“Eufemio da Messina” è opera – una tragedia – di Silvio Pellico prima della prigione: Eufemio, turmarca della flotta bizantina, accusato per gelosia di avere sposato una monaca, si ribella e finisce dal sultano di Tunisi. Nietzsche ha “Gli idilli di Messina”. Nietzsche a un certo punto s’imbarcò a Genova, come Colombo proclamandosi Liberator Generis Humanorum, su un cargo per Messina, dove sbarcò in barella, mezzo morto, per decretarla, come già Sorrento e poi Roma, sua città ideale: “Questa Messina è proprio fatta per me”.
È “patria dei barbieri” per Soldati, della rasatura a mano libera. Più spesso torna nella letteratura tedesca, Schiller appunto, Goethe, Jünger, Lenz, etc.: per essere stata forse patria di Evemero, per il quale gli uomini sono dei, o luogo di raccolta di crociate e flotte, che sempre portò buono ai cristiani, o perché si pronuncia facile. Per molti era toponimo succedaneo, per chi andava a Taormina, per i quadri viventi di von Gloeden, e non aveva il coraggio.
De Amicis vi iniziò la breve carriera militare, sottotenente. Melville vi assistette alla prima del “Macbeth”, ancora incompiuto, diretta da Verdi. Fu l’ultima ad arrendersi ai Savoia, dopo Gaeta, il 13 marzo 1861. Ma era stata la prima a sollevarsi nel 1848. Emerson ricorda che “in un giorno di pioggia tutte le vie si accesero di ombrelli rossi”. Era stata la città che per prima aveva chiesto la Costituzione nel ’48, finendo per dare il nome al Re Bomba, Ferdinando II delle Due Sicilie, che la distrusse per due terzi, raccapricciando l’Europa.
Messina ebbe anche una delle prime università italiane. Pascoli, che ci abitò con la sorella Mariù, per insegnarvi all’università, ne mantenne ricordo ottimo: “Io ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”, scriverà qualche anno dopo, il 10 luglio 1910 a Ludovico Fulci – deputato radicale di Messina per vent’anni, mazziniano, docente di Diritto Penale.
Oltre a Pascoli, e Debenedetti, altre personalità vi hanno insegnato: Salvemini, Galvano Della Volpe, Alessandro Passerin d'Entrèves, Amaldi, la serie è lunga, Giuseppe Renzi, Concetto Marchesi, Eugenio Donadoni, Giuseppe Cocchiara, l’etnologo dietro le “Fiabe italiane” di Calvino, Marialuisa Spaziani. Una università di grandi numi, fino a Salvatore Pugliatti, insigne giurista, amico di Quasimodo, e di Giorgio La Pira – ma è già di un altro mondo.
Nietzsche a Messina, dopo il mal di mare, nel lungo viaggio da Genova su un mercantile a vela di cui era il solo passeggero, doveva passarci la vita o almeno un anno. Resistette solo pochi giorni, tre settimane esatte, dal 30 marzo al 21 aprile 1982, ma bastanti per comporre “Gli idilli di Messina”. Se ne allontanò avvilito dallo scirocco, ma qualche settimana dopo, l’8 maggio, da Locarno scriverà a Rée: “Ancora scirocco intorno a me, il mio grande amico, anche in senso metaforico; ma alla fine penso sempre: senza lo scirocco sarei a Messina”.
Pochi mesi prima della morte, nell’inverno 1881-1882, Wagner aveva risieduto a Palermo, con Cosima e le figlie, mentre componeva il “Parsifal” - una cui prima stesura avrebbe debuttato a Bayreuth in estate. Finito il soggiorno, passò da Messina, negli stessi giorni in cui c’era Nietzsche. Arrivò l’11 aprile, preceduto da un annuncio sulla “Gazzetta di Messina”. Ci passò due notti. Passeggiò per la città, visitando il Duomo. Mentre Cosima e le figlie visitavano il monastero di san Gregorio per il polittico di Antonello – secondo Paul Rée “la seconda figlia (Blandine?) si sarebbe fidanzata con un conte siciliano”. Che faceva Nietzsche in quei giorni, nell’albergo in piazza Duomo dove era sceso, dove sicuramente ci sarà stata eccitazione per la visita del compositore molto illustre? Non si sa. Ma dieci giorni dopo lasciò la “città del destino”: è stato lo sciocco oppure Wagner invadente di chiara fama ad allontanarlo?
Curioso è anche che la guida alla Sicilia del console tedesco a Messina, August Scheneegans, che onorò Wagner al passaggio, faccia posto, luogo per luogo, alle citazioni o altre forme di interesse di autori tedeschi, e per Messina si limiti a citare Goethe (“Nausicaa” nel “Viaggio in Italia”) e Schiller (“La sposa di Messina”), ma non l’autore degli “Idilli”, che pure era stato in città nel suo consolato. Messina non era la città del destino, Nietzsche stesso lo confessa alla partenza. Scrivendo a Gast ai primi di marzo lo spiega senza lo scirocco: Nausicaa lo attira, “un idillio con le danze e tutto lo splendore meridionale di quelli che vivono al mare”, ma “alla fine del mese vado alla fine del mondo: se lei sapesse dov’è!”.
Il “larario” di Heius a Messina, attesta Cicerone, la collezione domestica di immagini votive, aveva un Cupido di Prassitele, un Ercole di Mirone, e due Canephorae, le “portatrici di cesto” (dell’abbondanza) nelle processioni greche. È messinese Giuseppe Sergi, fine folklorista (1841-1936), cui si deve la scoperta che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. L’ultimo guizzo ha avuto con Stefano D’Arrigo, negli anni della signora Carlyle. Successivamente Ceronetti diventò “corrispondente dal Piemonte” della “Gazzetta del Sud”, il giornale di Messina, per il quale ventenne si spacciò per giovane antropologo, discepolo o parente di Lévi-Strauss – “non mi credettero, ma feci lo stesso molte corrispondenze”.
Ma qualcosa era nell’aria. “Vista dal ferry boat che attraversa lo Stretto dal continente, Messina appare una piccola città portuale ragionevolmente prospera, con alcuni grandi moderni palazzi di uffici, soprattutto banche, sul lungomare, e con ville graziose di media grandezza distribuite sulle colline dietro la città. L’impressione è falsa. Messina è di fatto una città morta”. È la silhouette che della città disegna Margaret Carlyle, “The Awakening of Southern Italy”, 1962. Avendoci vissuto in quegli anni per fare le scuole, non si può che testimoniarlo: era città gradevole. Che fosse morta però non si vedeva. Sarà accertato qualche anno dopo, quando la città e la gloriosa università riusciranno anche a imbruttirsi, nello squallore. La storia come freccia può andare al rovescio.

leuzzi@antiit.eu

L’irrealtà dei sentimenti, lombarda

La necrofilia resa attuale, in virtù della teorica della Scapigliatura lombarda, dell’indistinzione fra “reale” e “immaginario”. L’amante vuole l’amata a riposare “sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Chi parla è un giovane professore di medicina, viennese, che pregusta con gli amici il godimento che avrà di una bellezza intravista in un caffè – Vienna ci vuole per il caffè, o all’epoca per lo sciovinismo.
Ma il saggio di bravura del Boito junior non è questo fluttuare al caffè, viene dopo. L’anatomista diventa a sua volta immaginario-reale, il morto amante: “La figura di quel giovane mi era sembrata sinistra. I vetri sugli occhiali nascondevano lo sguardo, i capelli giallicci scendevano sulle spalle; ma quel moto giovanile mi fece l’impressione del viso di un morto (rabbrividisco!), di un morto che dica: t’amo!”.
Si trascura la Scapigliatura, nel filone leghista della critica letteraria,  da Dionisotti al compianto Paolo Mauri. Che invece è proprio lombarda, non è imitazione, non c’è l’analogo in altra letteratura contemporanea. Un concentrato di realtà-irrealtà. Non pratica - quella c’è, del “lavorerio” e dei “dané” o “ghèi”: quella dei sentimenti.  
Camillo Boito, Un corpo