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mercoledì 23 settembre 2020

Il problema è Salvini

Il centro-destra non cresce più, anzi è andato sotto ai sondaggi. Per il problema del dopo-Berlusconi: con quale leader? Con le Europee l’anno scorso la leadership è passata a Salvini, che con la Lega è andato poco sotto il 40 per cento, con molti voti anche nel Centro-Sud. Sembrò un risultato straordinario, che avrebbe fatto della Lega la nuova Dc, il nuovo Grande Centro. Che era poi l’ambizione dichiarata di Bossi, il creatore della Lega, al suo primo voto nazionale, nel 1994: cacciare la Dc, prenderne il posto. Ma Salvini non è Bossi, per temperamento e per cultura. Ha gestito la leadership in questo anno e mezzo fino a dimezzare i consensi al suo partito. Creando malumori, nell’elettorato, e all’interno della coalizione.
I candidati del centro-destra  in Puglia e in Toscana, che erano dati dai sondaggi testa a testa col Pd al governo, non sono andati oltre il 40 per cento. I salviniani hanno boicottato Fitto in Puglia, e i berlusconiani la leghista Ceccardi in Toscana – è andata in minoranza perfino al suo paese, Pontassieve, di cui è anche stata sindaco.
Potrebbero avere pesato gli scandali giudiziari a carico della Lega che sono stati aperti in varie sedi sui giornali alla vigilia del voto. Ma non è il tipo di azione che impensierisce l’elettore leghista, che vota principalmente contro. Di più potrebbe avere pesato la sterilità della politica di Salvini dopo le Europee. Fuori dal governo. Senza un progetto, o una proposta forte di qualche tipo. Logorato sulla immigrazone, e sul risentiimento.
L’effetto è diffuso nel suo stesso partito e tra gli alleati. Che si sentono maggioranza nel Paese e probabilmente lo sono (crisi economica, lavoro, pensioni, immigrazione, governano anche quindici regioni su venti, e molte città (anche Roma e Milano, virtualmente), ma non sfondano. Troppi errori in poco più di un anno

Sartre in Italia, di cattivo umore n po’ gaio

“Il turista è un uomo di risentimenti. Uccide”. Ma la cosa non è così drammatica, è un libro di viaggio.
Esumati e annotati da Arlette Elkaïm-Sartre, figlia adottiva e titolare dell’eredità intellettuale, sono i materiali del libro sull’Italia che Sartre coltivò a lungo nel primo dopoguerra, e poi non completò – o forse sì: un manoscritto esisteva, che non si trova. “Frammenti” è il sottotitolo, che Arlette ha collazionato in quattro gruppi: Napoli, Capri, Roma, Venezia. Questa molto estesa, una prima stesura di un saggio, benché un po’ erratico, fra prime impressioni, idiosincrasie personali, accensioni improvvise. Su Napoli due pagine, stereotipe. Sette su Capri, senza riserve, anzi sorprese ed entusiaste, memore probabilmente di un precedente soggiorno, nel 1934, in compagnia di Simone de Beauvoir – questa vacanza italiana è invece in compagnia di Michelle Vian, la moglie di Boris (e a Roma anche, nota Arlette, di J.-L.Bost: Jacques Laurent Bost, giornalista, era amico di Sartre e amante di Simone de Beauvoir).
È un viaggio di vacanza - dopo il lavoro impegnativo su Genet. Che Sartre prova a elaborare da  turista controvoglia. Questo probabilmente è stato uno dei progetti: fare il “viaggio in Italia”, eponimo del turismo, come un baedeker anti-turismo. Segue comunque le tracce scontate, le immagini già note di ogni luogo, Napoli, Capri e Venezia, dove entra citando “Barrès e Thomas Mann, “la morte a Venezia”. Solo di Roma dà tratti personali, originali – per un senso suo della storia, probabilmente, poiché mostra sempre un italiano incerto, che non gli deve avere facilitato il contatto con i luoghi.
Uno svago? “Viva la letteratura disimpegnata”, scriveva qualche tempo dopo il viaggio alla compagna Michelle: “Tornando, mi rimetto alla deliziosa, alla buona Italia”. La curatrice dà più peso al progetto, ricordando che Sartre lo disse anche “la «Nausea» della mia maturità”. Nel senso, spiega Arlette, che “il Turista come Roquentin cerca il segreto delle cose”. Nella “Nausea” la Contingenza, qui il Tempo, “uno dei grandi temi di queste pagine”. Ultimo, dice ancora la curatrice nella premessa, come “ultimo cacciatore di sogno, di bellezza o di senso, ultimo e incerto rampollo di una stirpe che passa per Montaigne, Chateaubriand e Valéry Larbaud. È infine il testimone della fine della Storia – decadenza della Borghesia e Rivoluzione o fine dell’umanità con la bomba atomica” – ma la storia allora non finiva, semmai culminava.
La regina Albemarle del titolo la curatrice prospetta immaginaria patrona interiore, irrelata al nome storico - la contea o ducato di Albemarle, nome latino e inglese di Aumale in Normandia. Ma forse “ultimo” sta solo per turista fuori stagione, quando la stagione è finita – allora a ottobre era finita.
Il modello sembrano essere gli “Städtebilder” di Walter Benjamin, le sue fortunate immagini di città, a partire da Napoli “porosa”. Perciò forse questo Sartre bizzarro – ma come suole perentorio: niente del fluido, ipotetico, suggerito e suggestionante, di Benjamin. Gli interni romani dice “vuoti”. È contro “il verticale”, le città vorrebbe piatte. Ma nulla di memorabile, a parte il desiderio di entrare nei luoghi, d’immedesimarvisi. A Venezia come se si avesse sempre vissuto. Ci ha anche pensato al suicidio, crede di ricordare, una notte del 1934, nel primo viaggio, in compagnia di Simone de Beauvoir. Ma, appunto, non si libera di se stesso. Il compito si limita a svolgere facendo di Venezia una “Amsterdam del Sud”, oltre che di Napoli una città di gaglioffi. O in lodi sperticare: “Il mondo veneziano è finito e illimitato come l’universo di Einstein”. Quando non è riduttivo, sempre di Venezia, “Questo labirinto per lumache, che conserva le sue misure e le sue velicità del XVImo secolo”. Imbronciato spesso. Anche per altri motivi. Il teorico, appena sei anni prima, dell’impegno, così lo irride a Venezia: “Tutti militano oggi, è la regola: ho visto vecchie carcasse sfinite reimpegnarsi per dieci anni  nell’«Arte per l’Arte» per militare contro l’«Arte impegnata». Si è militante o miliziano o militare” – è l’effetto compagnia della  divertente Michelle? Anche un po’ stufo. Ma a Venezia si ricorda di essere stato felice. E a Roma “leggero”, così si dice da Venezia: “Ebbene sì: a Roma ero più leggero. Meno colpevole. Roma può anche essere deliziosa e mai mi stanca”.
Un libro – un viaggio? – confuso, instabile. Del turista che si nega. Ma, di più, di Sartre. Che ha immagine monolitica, ma era di suo confuso e instabile, quasi di programma – la variegata dispersa produzione ha pure un senso, di teatro, narrativa, filosofia, reportages, politica, vita sociale, memorialistica. Uno che gli piaceva andare a cento allora – lo nota anche qui, nella morta Venezia: “È la ragione che fa New York, città così dura per tanti aspetti, malgrado tutto rassicurante: vi si vive a cento all’ora”. Così almeno la vede, per poi dire: “Che follia mi ha infilato, proprio me, saltando da Nizza (a prendere Michelle, n.d.r.) a Roma in aereo, da Roma a Venezia in treno rapido, tutto vibrante ancora della mia velocità, che follia mi ha infilato in questo labirinto per lumache…”.
Un po’ anche stregato – dalla compagnia? dal ricordo? dalla città? “A Roma, in mezzo alla commedia, ero io stesso commediante. A Venezia, in mezzo a un miraggio, mi sento miraggio io stesso”. Nel passo contro l’impegno proseguiva: “E in questa società militare, il cittadino non sa fare a meno di queste eccitazioni leggere e costanti, di queste irritazioni superficiali il cui compito è di mantenerlo in un cattivo umore un po’ gaio”.   
Jean-Paul Sartre,
La regina Abemarle o l’ultimo turista, Il Saggiatore, pp.189 € 21
 

martedì 22 settembre 2020

“Signora mia!” al potere

A Roma solo Centro Storico-Prati e Parioli-San Lorenzo hanno votato NO. Quelli che pensano, la vecchia classe dirigente. Ma Roma è delle periferie: è tutto sì a Tor Sapienza, al Prenestino, al Tiburtino e, purtroppo, alla Garbatella. È l’odio del “potente”, che si esprime contro il Parlamento, dei “vaffanculisti”, queli che non pagano le tasse e nemmeno il contributo al partito.  Si vogliono i 5 Stelle sbandati, ma la loro pancia è sempre piena, il livore non ragiona. A Tor Bella Monaca e Torre Angela hanno votato in pochi ma tutti per il sì, tre su quattro.
Sono periferie privilegiate, privilegiatissime (si veda l’analogo a Milano, Torno, Londra, Parigi…). Nell’edilizia, nei trasporti, nei servizi: sanità, verde, spazzatura, scuole – nuove e  nuovissime. Ma sempre a lamentarsi: “Rubbeno, signora mia!”. Quelli, quelle, che postano sorci e maiali quando non “sono al governo”, e ora che “sono al governo” li fanno scomparire mentre invece ora circolano veramente, vivi. Quella della “Raggi forever”, l’insipienza della presunzione. E quasi tutti-e non hanno mai pagato una tassa, non sanno cos’è. L’antipolitica è feroce, una bestia selvaggia.

Appalti, fisco, abusi (184)

Lo Stato ha una convenzione per la corrispondenza con le Poste, che però sono anche una banca. La commistione tra i due servizi crea enormi disservizi sul lato corrispondenza, invii e ritiri – un pratica bancaria non prende secondi o minuti, ma decine di minuti e anche ore. I due servizi andrebbero separati, se non nei locali nella ripartizione degli sportelli. Le Poste sono o dovrebbero essere un servizio e non una condanna per l’utente.
 
La regola è chiara: “Il presente plico deve essere consegnato possibilmente al destinatario. Se questi è assente può essere consegnato a persona di famiglia che conviva anche temporaneamente con il destinatario o a persona addetta alla casa o al servizio di essa, purché il consegnatario non sia manifestamente afflitto da malattia mentale e non abbia età inferiore ai quattordici anni. In mancanza delle persone suindicate il plico può essere consegnato al portiere dello stabile o a persona che, vincolata da rapporto continuativo, è tenuta alla consegna della posta al destinatario”. Cioè, è impossibile non consegnare la raccomandata. Ma il postino non lo fa: suona solo una volta, e il più delle volte nemmeno – il secondo lavoro urge. L’Antitrust ha multato Poste Italiane per questo, ma di poco – niente rispetto ai danni che Poste provoca.
 
La succitata è la regola della “Notificazione degli atti giudiziari\amministrativi”. Una regola importante, perché dalla consegna, dai termini, discendono conseguenze importanti, di valori, scadenze, obblighi. La mancata consegna a domicilio in particolare annulla, quatro volte su cinque, la riduzione di legge del 30 per cento dell’ammenda pagata entro i cinque giorni dalla notifica (la raccomandata non consegnata risulta “notificata” dopo qualche giorno).
 
Una raccomandata costa sei euro alla Posta – e non viene consegnata. E tre euro, anche meno, con uno spedizioniere – che la consegna. Ma non ha valore legale: gli atti giudiziari\amministrativi (le multe) devono viaggiare con le Poste.
Perché gli “atti giudiziari\amministrativi” devono viaggiare con Poste Italiane? È il costo di Poste Italiane alla base dell'abnorme costo di notifica delle multe, 15 euro, trentamila lire?.
 
Unico tra i servizi pubblici, dalla chiesa al bar, l’ufficio postale è sbarrato agli utenti. Che devono aspettare fuori, e non dentro, come sarebbe e dovrebbe essere possibile, col dovuto distanziamento. Ora che comincia a piovere e vengono i malanni, immobili in piedi per ore sotto l’acqua, Poste Italiane sono passibili di denuncia. Ma nessuna associazione dei consumatori lo fa: la protezione è totale.
 
Oltre che con gli uffici sbarrati, Poste Italiane lavora con personale ridotto, del 30 per cento: sono aperti quattro sportelli – quando sono aperti – su sei, sei su dieci negli uffici più grandi. Lavorano comodamente da remoto, a non consegnare la Posta?

Il Sud Europa trae pochi benefici dall’euro

Un miracolo di generosità e onestà – e un caso rincuorante di buona vecchia politica, che non ha paura degli isterismi alla “signora mia!” (“Pietà non l’è morta”, non ancora, in qualche posto dell’Europa, anche se, certo, bisogna rifarsi ai canti della Resistenza, semi-clandestini). Un appello aggiornato alla solidarietà europea per la ricostruzione dopo il crollo del 2020. Un appello del presidente della Banca centrale d’Olanda. Argomentato e appassionato. Contro l’apparente logica dei “frugali”, Olanda compresa, che recalcitrano ai vincoli di solidarietà.
Il cinquantenne governatore, a capo della banca centrale da dieci anni, forse l’ultimo socialista, spiega a lungo, sornione e documentato, con foto e diagrammi, come le economie con conti pubblici forti alla nascita dell’euro vent’anni fa, compresa l’olandese, si sono avvantaggiate dell’euro. Mentre per le economie allora indebitate, come quella italiana, il cambio rigido ha implicato degli svantaggi. Di costo unitario del debito comparativamente aggravato. E di produttività comparata necessariamente arrancante, non potendosi più giovare dell’adeguamento del cambio  – Klaas dice “molti svantaggi”. Per questo motivo, sottintende, se non per un moto di solidarietà, conviene “emergere dalla crisi più forti insieme”, il titolo che ha voluto dare alla alla cosiddetta lectio HG Schoo, la conferenza annuale che si tiene a Amsterdam in memoria del pedagogista e giornalista Hendrik Jan Schoo.
Il primo ausilio visivo che Knot mostra è la nave dei migranti. Il secondo è un grafico dei benefici annui dell’euro per ogni paese: si parte dal Lussemburgo, con 20 mila euro, poi l’Irlanda, con 15 mila, e poi Olanda, Belgio, Austria, Danimarca “tra 6.000 e 10.000 euro ogni anno” – per l’Italia si scende sui 2-3.000. “Anche se mettiamo nel conto il contributo olandese al bilancio europeo, ci sono ancora vantaggi sostanziosi di benessere per l’Olanda”. Moltiplicati dal cambio: un euro è nato come duemila lire, e pari a un fiorino, mentre prima dell’euro ci volevano due, tre e anche sei fiorini per mille lire. Un anti-euro non saprebbe dire meglio, ma Knot sa farne un punto di forza pro-Europa.
I paesi del Sud Europa hanno troppo debito – è il quarto grafico? Ce l’avevano prima dell’euro, e per quanto abbiano rimediato con sacrifici (le cosiddette riforme, e per l’Italia un bilancio primario,  al netto degli interessi sul debito, ogni anno da quasi trent’anni in attivo) sono sempre in difficoltà. D’altra parte, spiega sorridendo, “gli italiani hanno una bella espressione per questo: «se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola»” - in italiano. La realtà è questa e bisogna fronteggiarla al meglio – bisognava ridurre il debito prima dell’euro.
Al centro della presentazione il quinto sussidio visivo: la copertina del settimanale “EW-Elsevier Magazine” (il settimanale che Schoo portò al successo…) di fine maggio, che fece scandalo in Italia, “Non un centesimo in più per l’Europa meridionale!”, con la coppia olandese che fatica e quella italiana sdraiata al sole all’ora dell’aperitivo. Che Knot presenta con questo commento: “L’Europa meridionale trae relativamente poco beneficio dall’euro”. Non c’è ragione al risentimento: “Se mettiamo in dubbio l’etica del lavoro degli italiani, un paese dove il lavoratore medio lavora quasi 300 ore all’anno in più dell’olandese”, la deriva è pericolosa per gli stessi olandesi.
Disponibile in inglese sul sito della Banca centrale olandese – con traduzione simultanea in italiano.
Klaas Knot, Emerging from the crisis stronger together
https://www.dnb.nl/nieuws/nieuwsoverzicht-en-archief/speeches-2020/dnb389989.jsp

lunedì 21 settembre 2020

Diamoci un senso

Parlare a nuora perché suocera intenda. O è viceversa: parlare alla suocera perché nuora intenda? Ma alla suocera di chi, essendo in età? Del proprio figlio? Cioè alla madre della nuora, perché la nuora intenda? Nel presupposto che la madre riferisca tutto alla figlia, cosa che avviene di rado. O bisogna parlare alla suocera della nuora? Ma la suocera della nuora è la propria moglie: non sarebbe meglio parlarle direttamente?

Letture - 433

letterautore

Fenoglio- Lorenzo Mondo, che lo ha per primo e a lungo pubblicato postumo, ne apprezza con Gnoli sul “Robinson” “il rigore morale”: “Un rigore attinto dagli scrittori puritani inglesi. Amava «Cime tempestose» e adorava Coleridge di cui tradusse «La ballata del vecchio amrinaio»”.

La conversazione Mondo conclude con un ricordo: “Ho sofferto davanti alla sufficienza con cui Norberto Bobbio parlava di Pavese e Fenoglio”.
 
Francese
– È lingua femminile? Anatole France, “Le crime de Sylvestre Bonnard”, si dice attraverso il personaggio: “La voce delle signore di Francia è la più gradevole al mondo. Gli stranieri, come noi, sono sensibili al suo fascino”. Con un testimone a sorpresa: “Filippo di Bergamo ha detto, nel 1483, di Giovanna la Pulzella: «Il suo linguaggio era tanto dolce quanto quello delle donne del suo Paese»”. Filippo, o Filippino, di Bergamo è il dimenticato autore di uno “Speculum regiminis”, un primo trattato di sociologia politica, in prosa e in versi, un best-seller del secondo Trecento malgrado il altino, che andò presto a stampa. 
 
Italia – Gor’kij da Capri la vedeva così, “Racconti d’Italia”, 1910 circa: “Qui sono sopraffatto da una leggerezza mentale; qui vien voglia di scrivere dei vaudevilles, sì, dei vaudevilles con canzonette.  Qui la vita non è reale. È un’opera. Qui non si pensa, si canta: Romeo, Otello e tanti eroi del genere. È stato Shakespeare a crearli. Gli italiani sono incapaci di scrivere tragedie. Qui non avrebbero potuto nascere né Byron né Poe”.
Gor’kij ha vissuto in Italia circa vent’anni, dal 1906 al 1913 a Capri, dove ospitò tra gli altri un paio di volte Lenin ,e dal 1921 al 1933 a Sorrento. A Capri organizzò pure una scuola politica per fuoriusciti. E scrisse “Racconti italiani”. Ma non padroneggiava l’italiano. Molti privilegiano l’Italia come una colonia: se l’aria è buona, costa poco, e si è serviti.
 
“È dissimetrica” invece per Sartre, che scrisse molto della sua vacanza a Roma, Napoli e Venezia nel settembre del 1951 (duecento pagine sono nel volume “La regina Albemarle o l’ultimo turista”), in compagnia felice di Michelle Vian, la moglie di Boris Vian, a proposito della piazzetta San Marco a Venezia e delle due colonne, quella col leone di bronzo e quella con san Teodoro: “Sono dissimmetriche come la piazza San Marco, come tutto in Italia, ed è la dissimmetria che amiamo” – a Ruskin che la lamentava dà del “pederasta”.
Ma anche, velocemente, il filosofo trova gli italiani, “drogati, dopati”, per via dei carboidrati di cui si nutrono.
O silenziosi. Sì: aspettando a Venezia il vaporetto in compagnia di “dodici ragazzetti miserabili che tornano a casa con le cartelle”, “rotte e sporche”, li trova “gai ma non troppo gai. Un po’ rumorosi all’inizio, poi si calmano, ricadono in questo silenzio italiano di cui non è mai veramente parlato, silenzio di emigranti fatto di fatica e fatalismo, di pazienza anche”.
 
E disinvolta – anche Sartre scopre in Italia la disinvoltura, come già Ernst Jünger a proposito di tedeschi e italiani. Sia a Napoli che a Roma e a Venezia: “Le donne italiane hanno conservato il naturale di Stendhal. Ammiro come sanno entrare al ristorante, al dancing. Le nostre cercano un atteggiamento. Loro no. Gli uomini pure. Quando vedo un uomo severo dai capelli pettinati con austerità e che gioca alla noia distinta dei forti, l’uomo d’azione al riposo, penso che è un francese. Nove volte su dieci ho ragione. Visti dall’Italia, come facciamo nordico!”
 
“Accessibile”, la dice ancora Sartre: “L’Italia è all’aperto. Accessibile a tutti. Il passato è nelle pietre”.
E non provinciale, ma per un motivo preciso Ci vuole centralizzazione e predominanza della captale, in breve unità, perché ci sia provincia. Provincia di che: Milano, Firenze, Roma?” Poi la risolve così: “Mezza provincia, mezza principato” (“L’Italia è un’altra cosa. Che deve spiegarsi da sé. Mezza provincia, mezza principato”).
 
Lazzarone - Protagonista del primo Dumas napoletano, “Il corricolo”, 1836, gli deve l’immortalità, un tentativo di definizione lungo quattro pagine: il lazzarone non ha padrone, non ha leggi, è al di fuori di tutte le esigenze sociali, dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare: lui, invece, quando è stanco di riposare lavora. Lavora, ma non di quel lavoro del Nord”, in miniera, nei campi, sui tetti e sui muri, “bensì di quel lavoro giocondo, spensierato, trapunto di canzoni e di lazzi, sempre interrotto dalla risata che mostra i suoi denti bianchi, e dalla pigrizia che rilascia le sue braccia; di quel lavoro che dura un’ora, una mezz’ora, dieci minuti, un istante…”.
E “che cos’è questo lavoro? Dio solo lo sa”.
 
Napoleone – Italiano anche per Conan Doyle, ma per motivi particolarissimi (“Through the Magic  Door”, cap. IX): “Napoleone lasciò un legato in un codicillo del testamento a un uomo che aveva tentato di assassinare Wellington. Ecco qui di nuovo l’italiano medievale! Non era più corso di un inglese che nato in India si dica indù. Si leggano le vite dei Borgia, degli Sforza, dei Medici, di tutti gli appassionati, crudeli, tolleranti, amanti dell’arte, despoti di talento dei piccoli Stati italiani, inclusa Genova, da dove i Bonaparte erano emigrati. Qui in un solo colpo si ottiene la vera discendenza dell’uomo, con tutte le stigmate chiare su di lui – la calma fuori, la passione dentro, lo strato di neve sopra il vulcano, tutto ciò che caratterizzò i vecchi despoti della sua terra nativa, gli allievi di Machiavelli, ma elevati a genio”.
 
Roma – Sartre a Roma a settembre del 1951 è ossessionato dal “vuoto della casa romana”. In visita da Carlo Levi a palazzo Altieri in piazza del Gesù  non fa che rilevare il vuoto, del palazzo, e dell’appartamento, “l’insaziabile vuoto romano”, sotto il bric-à-brac, “lo spazio puro” – “L.  è il primo Romano che non mi sembra avere il gusto del vuoto”.. Il “vuoto” interno come opposto al pieno delle strade, dei vicoli, la vera casa dei romani, “saloni-salotti intimi dove si può passeggiare, senza essere fuori posto, in pantofole e giacca da camera” (“Visita a Carlo Levi”, in “La regina Albemarle o l’ultimo turista”). Anche se, aggiunge (“Un parterre di cappuccini”, nella stessa raccolta), “questa città di terra è più sola in mezzo alle terre che una barca sul mare”.
Ma a Roma Sartre dà un’identità fissa. Anche sotto la pioggia: “Sotto la pioggia, tutte le grandi città si rassomigliano, Parigi non è più a Parigi, né Londra a Londra: ma Roma resta a Roma”. Per un motivo semplice: “L’Antichità vive a Roma, di una vita odiosa e magica, perché le si è impedito di morire del tutto per tenerla in schiavitù” – un “ordine “ delle rovine “conservato dall’alcol dell’odio cristiano”. 
Città “lucida”, la dice anche Sartre: “Roma si contorce su se stessa, si vede, si guarda da tutte le parti, è una città di lucidità come New York: perpetuamente si fa il punto”.

 
Stenterellesco - Gadda lo irrideva di comuni amici, andando in gita in fregola nello spider col giovane Parise, due non toscani. All’ombra però di Carducci, pure nostalgico oltre che toscano, che “Davanti a san Guido” biasima(va) “la favella toscana, ch’è si sciocca\ Nel manzonismo de gli stenterelli”.

letterautore@antiit.eu

Nostalgia di Gerusalemme città aperta

“Sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia dal cuore a pezzi”. Amos Oz, 76  anni quando scriveva questo pamphlet, ha una memoria lunga, una memori diversa. Del mondo e di Gerusalemme, cioè di Israele. “Tutti i miei parenti, sia per parte di padre sia per parte di madre, erano degli europei devoti”, è la second frase: “In sostanza, dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e varie culture; nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa”. Erano in Israele per compiere un pellegrinaggio, cercare un ritrovamento. Senza preclusioni o esclusioni, Gerusalemme era una città già abitata. Parlavano tolstojano, si sentivano dostoevskjani, un po’ maledetti, vivevano nella nostalgia cechoviama di “Mosca” – “che poteva essere Berlino, o Parigi o Varsavia o chissà che altro”.
Oz sempre celebra nostalgico la sua Gerusalemme, dove è nato nel 1939. Da genitori variamente emigrati, dalla Russia alla Polonia e in Israele. Sempre e comunque indefettibilmente europei. Come tutti i parenti e conoscenti. Anzi, gli unici “europei d’Europa”, mentre gli altri si dividono per etnie – detto per celia, ma non senza fondamento: due tribù in Cecoslovacchia, cechi e slovacchi, più una terza di cecoslovacchi, “cioè noi”, nove diverse in Jugoslavia, più unn jugoslava, “cioè noi”, tre in Gran Bretagna ma una sola di britannici, “cioè noi”.… Con un padre “in grado di leggere sedici o diciassette lingue”, undici delle quali parlava correntemente, “sebbene con un forte accento russo”, e la madre sei o sette.
La storia di Israele lo ha deluso, e il ricordo scherzoso conclude amaro: “A dove apparteniamo, dunque? Forse non apparteniamo affatto”. Ma, criticato e anche osteggiato, non rinuncia a chiedere la pace, “un compromesso”. Prova anche a svelenire l’impasse odierno. Sintomatico vuole l’aneddoto, che racconta lungamente, della notte prima dell’attacco nelle guerra vittoriosa dei Sei Giorni. Una lite continua al campo, tra generali, ufficiali, graduati e soldati semplici del reparto, su ogni insipido argomento: in Israele piace litigare. Ma dalla sua operosa vita, più lunga di quella di Israele, deriva solo incomprensioni e delusioni. Tra queste quella di aver perduto la sua città. La sua Gerusalemme non riconoscendo più in quella post-1967, abbattuta e accresciuta. Un tempo e una città in cui le tribù e le fedi convivevano, sebbene fossero del tipo esclusivo, che ognuno pensava di averne l’unica: “In ogni quartiere si pregava in modo diverso, si parlava una lingua diversa, e ci si abbigliava diversamente”. Però “comunicavano”: una città a più anime, non in guerra.
Oz resta uno che non si è adattato alla nuova Gerusalemme, capitale d’Israele. La sua Gerusalemme è un’altra. Richiamato nell’esercito nella guerra dei Sei Giorni, ha visto e poi documentato molte cose che non gli sono piaciute. E tuttora non sa entrare nei panni dei “coloni israeliani in Cisgiordania”.
Ma non dispera. Saprà bene che il piatto rotto non si ricompone, ma non dispera di un compromesso – sono gli anni di Nethanyahu, che pure dovrebbero finire: “Il compromesso è considerato una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. Dove c’è vita ci sono compromessi”.
Una proposta di buona volontà, debole. Anche se è vero: “Il contrario di compromesso non è integrità, e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione, devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”.
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, pp. 78 € 7





domenica 20 settembre 2020

Problemi di base #metoo made in Usa - 595

spock

Il tabù del sesso è puritano o anti-puritano?
 
Liberatorio o oppressivo?
 
Le americane sono vergini o virago?
 
Non si potrebbe salvare Ovidio in qualche forma di lgbtqiapk?
 
Nessuna vergine americana è mai disturbata da una donna, solo da uomini?
 
Woody Allen è colpevole di non essere andato a letto con Kate Winslet – basta a condannarlo?
 
C’è l’obbligo per i registi a Hollywood di farsi le attrici, o di non farsele?
 
E per le registe?

spock@antiit.eu


L’amore amato

“Cominciò con un colpo di fulmine, tutto sesso, sazietà e silenzio. Dal caffè degli specchi, nelle vecchie Halles, a casa di Marta, la mano nella mano, i corpi che si strusciavano, si sfregavano, si eccitavano. Allora usava così. Oggi il quartiere è riservato, c’è lo shopping, masse di persone che si soddisfano con le cose. Allora amarsi faceva scandalo e tenerezza. Furono amori violenti, appena chiusa la porta, sfrenati, lenti, lunghi, ripresi, è incredibile la carica che i corpi contengono, ogni centimetro, ogni fibra, ogni poro, ogni pelo, ogni goccia segreta. Prima di riemergere la domenica mattina come ubriachi al Marais, al sole che era luminoso anche se forse non c’era, caldo, amico, ai croissant croccanti, al caffè bollente, agli sguardi d’invidia o solidali, gli occhi fissi negli occhi, carichi di dolcezza e di promesse, prima che ripartisse per il suo paese”.
Di quel primo incontro ricordo tutto, come i buoni attori di teatro conoscono le pieghe di Amleto, di Desdemona. Le sue mai elastiche, tale era l’elettricità che sprigionavano e la sapienza nell’avvolgere il mio corpo, il corpo solido e agile insieme, che attirava come un forno caldo, lo sguardo ora scrutatore ora assente in un suo profondo turbamento, disponibile, instancabile. Si dice che sia l’occhio scuro a dare queste sensazioni, rispetto alla svagatezza di noi chiari, ma è invece l’attenzione, o l’intenzione, amare l’amore, che fa la differenza col resto dell’umanità, con chi è afflitto da altri pensieri, primo fra tutti non spendersi. Ci siamo scritti poco, allora usava scriversi, telefonato ancora meno, quando il telefono ha soppiantato la posta, ci siamo trovati sempre.
“Ci siamo ritrovati ovunque, direi quasi senza dircelo. A Parigi, per una settimana fervorosa di chiacchiere, visitando mostre, ristoranti scelti con le guide, caffè, librerie, io in albergo, lei dalla sua amica, sempre provvidenzialmente assente. A Firenze una lunga vacanza di passeggiate per le colline in primavera, allora ancora si poteva, per le gallerie, le trattorie, le fabbriche artigiane, e amori quieti, coniugali. In Corsica una vacanza selvaggia di navigazione in solitario, tanto mare, tanto vento, tanta rinvigorente stanchezza. A Milano e a Francoforte per lavoro, tra appuntamenti al minuto pieni di cose precise, un ritrovarsi fraterno e molte chiacchiere in gruppo, il lavoro stimola competizione e sociev-lezza. O quella volta stregata in Sicilia, nel mese di maggio, senza pause e senza tempo, tra spostamenti veloci in auto fra i luoghi della molteplice civiltà, in cui non smisi un minuto di sentire il suo sesso ardere attorno e lavorarmi dentro, su per ogni fibra, una frenesia, un desiderio che si moltiplicava ed esplodeva nei momenti d’intimità senza consumarsi”.
Cosa facesse non lo so. L’ho sempre saputo, ma la sua attività non era importante, non saprei definirla in dettaglio. Si muoveva nei paesi nordici, sono il suo mondo. Quando ha lasciato Copenhagen per Stoccolma, dove ha creato lo studio di design, siamo stati insieme per un lungo periodo. Io viaggiavo su Londra, Amsterdam, Bruxelles, per l’attività finanziaria che allora esercitavo, e sempre lo ritrovavo come a casa. Non soffriva il riserbo e la lingua, anzi diceva che gli svedesi parlano con molte vocali come gli italiani, né il clima grigio e umido, e apprezzava il silenzio perché, diceva, “si può sempre pensare che sia filosofico”. Egli stesso ama passare lunghe ore in contemplazione, silenzioso. “Ma non penso”, si schermisce, “lascio passare il tempo”. Apprezzava perfino la cucina, con la solita osservazione distensiva: “I napoletani hanno insegnato anche a Stoccolma l’uso dei sapori e della frutta”.
“Abbiamo fatto lunghe corse per le autostrade di tutta Europa, con macchine ora scattanti ora comode e silenziose, ora enormi ora minime. E sempre, dove si è potuto, al vento. Lo spider, anche il cabriolet, moltiplica le vibrazioni della corsa, come un cavallo vero senza rompere la schiena. Quelli inglesi hanno pure il rombo. Che come l’aria inebria,  intensifica la voglia di piacere e di godere. Una volta in Svizzera, all’aperto in una trattoria su un poggio in montagna esposto al sole, lungo l’autostrada del San Bernardino, un giorno tiepido, fu tale lo stimolo nervoso e l’intesa che abbiamo fatto l’amore senza toccarci. Non è esibizionismo, mi creda, o rigurgito senile di oscenità. Né è una visione il ricordo che ne ho, che ho vissuto. È, era, un modo d’essere. Le sue sensazioni erano le mie, ne sono certo, non mi sono mai sbagliato. Non c’erano stacchi nella nostra intimità, malgrado i lunghi intervalli, la relazione era governata da un’occulta regia con sincronia perfetta”.
I primi tempi è stato per un periodo a Roma, dove l’ansia si pose inevitabile del “che fare?”, delle decisioni che non avrei saputo prendere.  Ma anche in quello stato d’animo la voglia d’amare non è mai stata incrinata. L’ultima volta abbiamo sciato sul Matterhorn, lunghe passeggiate di fondo, poiché le ginocchia non tengono più, ma i nervi, la meccanica del cervello, sono sempre in funzione. Cotti dal sole e dal freddo, su e giù per i sentieri fuori pista, tra schnaps e le chiacchiere ripetute sui destini del mondo. Anche se non ho mai capito la passione per la politica. Preferisce la montagna, si sta bene sul solido. Anche a lui il mare piace, l’acqua, i colori, la luce, la brezza, ma diffidandone.
“Era divenuta manierata, in pubblico e anche in privato, un atteggiamento che gli italiani prendono, ho notato, per difendersi dall’età. Per difendersi, con gli anni, dagli altri. Era divenuta, diceva, grassa come una buona vichinga. Ma queste osservazioni sono sempre state fra di noi niente più che un tentativo di ancorarci ai fatti e alle cose comuni, al linguaggio di tutti. Un anticlimax di cui talvolta si ha bisogno contro la tensione che il rapporto a due isolato acuisce. Non ricordo un litigio, malgrado la passione a volte furiosa, la diversità di formazione, di opinioni, di esperienze. Perché litigare, che senso ha? Il piacere è stato sempre rinnovato di ritrovarsi”.
La stanchezza lui l’annegava nei suoi silenzi filosofici, io nella solitudine istintiva. Chi era, chi era stato, chi ero io, sì, forse è un problema, ma non ci ha preso più di occasionali puntualizzazioni. Come ogni altra divagazione utile a scaricare la tensione, amarsi può essere a momenti soffocante. Sul tono del fiabesco e per il piacere della narrazione: s’è fatto una divisa di evitare il marcio della vita e credo che abbia ragione, non c’è bisogno di esibire miserie. L’amore è anche questo, darsi il profilo migliore.
“È così che la notizia della sua morte non apre drammi, mi creda, e non ne aprirà. È un’emozione che non sconvolge il mio, il nostro, assetto. Neanche l’annuncio ritardato, e solo a quanto sembra per motivi pratici, che lei mi dà mi amareggia. Quello che aveva da dirmi l’ha detto a me. Sa come ci siamo conosciuti al caffè degli Specchi, o come si chiamava, delle Halles che non ci sono più? Come se ci conoscessimo. E così sarà ora, dopo, lei non mi ha lasciato. Ci saranno altri appuntamenti, non so quando per la solita vecchia abitudine dell’informalità, questa lettere potrebbe esserne uno, ma non mancheranno”.                
 
Piegò le carte, la lettera dello sconosciuto, l’appunto della madre, e decise di non dire nulla al padre. Le storie pesano sempre, di rammarico, d’invidia, anche se passate. La lettera sembrava interminabile, come se altri lunghi pezzi fossero rimasti fuori, non letti o rimossi, avvolgente. E qualcosa c’era sempre ancora da leggere:
 “Non mi sento deprivato. Aveva marito, figli? Non è cosa che mi turbi, né avrebbe avuto per noi mai rilievo. Non ci sono questioni pratiche possibili, non c’era un mio e un suo, neanche nelle cose. Non so se questi sono argomenti validi per le leggi del suo paese ma così è. L’identificazione esclude il possesso. E anche l’addio. So che non mancherà il nostro prossimo incontro, non abbiamo bisogno di definire i dettagli”. 
 

Ci sono presenze irreali.
 

I misteri del sesso, e di Camilleri

“La Repubblica” continua a promuoversi nel week-end prendendo a saccheggiare una terza raccolta di Camilleri, “Le vichinghe volanti e altre storie d’amore di Vigata”. Sollazzevoli come le precedenti, ma nella sofferenza. La tentazione – la tentazione del prete - che è bella e brutta. E l’orrore del sesso, esiste pure quello – incrociato col puttaniere che finisce in odore di cornuto. Insomma, non si ride.
Queste storie più delle precedenti pongono il quesito: donde l’appeal? Montalbano è i suoi straordinari film – lo stesso Camilleri glielo rimprovera, nell’ultimo “Riccardino”. Ma i racconti di Vigata? Fatto sta che il quotidiano evidentemente ci guadagna.
Andrea Camilleri, In odore di santità
Le somiglianze, la Repubblica, pp. 44 + pp. 45, gratuitamente col giornale

sabato 19 settembre 2020

Non c’è che dire al centenario del Pci – la sinistra scomparsa in Italia

Non si annuncia niente per i cent’anni del partito Comunista Italiano, il prossimo 21 gennaio. Un convegno, una ricerca, una testimonianza, una revisione. Un film, un documentario. Niente, di un partito che ha condizionato la storia della Repubblica. Con l’errore tragico di una partito che si è legato all’Urss di Stalin e Breznev, contro di fatto l’Italia. E con la guerra di Berlinguer a qualsiasi sinistra che non fosse lui – a favore di Andreotti e poi, dopo aver governato con Andreotti, resuscitando l’ambigua “questione morale” della Destra Storica.
Ma c’è anche il dissolvimento di una forza politica di sinistra in Italia, caso unico in Europa – il Pd è solo una (piccola) Dc. Di più, si è arrivati al voto popolare di sinistra che si riversa, al meglio, su Grillo (al meglio per modo dire, Grillo è sodale di Farage e altri parafascisti, da Maduro al Donbass), oppure sulla destra radicale dichiarata, la Lega e l’ex Msi – i flussi del voto popolare e operaio sono impressionanti.
Il fatto è che non è crollato solo il Pci, col Muro. È crollata ogni impalcatura politica, di appartenenza o di studio. Questo è curioso: niente Pci niente politica? Il fatto è che il Pci aveva  monopolizzato le coscienze, che ora sono sterili, non sanno più pensare – studiare, capire, immaginare, proporre, programmare. Se non il ridicolo liberalismo (di fatto liberismo, sudditanza agli interessi, i più sordidi) di Luigi Berlinguer o Bersani. O l’oltranzismo (nientismo, di fatto populismo) dei De Masi, Saviano et al., su immigrati, mafie, giovani, ambiente, di quelli che non sanno cosa vogliono ma lo vogliono tutto e subito.
Cessato il Pi non c’è più intellettualità. Che era presunzione e algore, ma anche fibrillazione di idee, e comunque un minimo di discussione. Il partito Socialista nacque in Italia nel 1892 dall’incontro fra il Partito Operaio Italiano di dieci anni prima e gli intellettuali milanesi che ruotavano attorno a Turati. Ora non solo non c’è un Partito Operaio Italiano ma non si pensa più: cosa dire, in effetti, al centenario?

Secondi pensieri - 429

zeulig

Das Geviert – Zaccaria propone la traduzione “uniquadrato”. Dei quattro elementi in gioco, terra, cielo, uomini, dei, in coappartenenza ma insieme in “chiara differenza”. Avvertendo che “usualmente significa «quadro» o «figura quadra», ma anche «appezzamento di forma quadrata». L’orto, giusto lo Heidegger campagnolo.
 
Filosofia tedesca
– La Francia aveva “la tradizione di una scrittura filosofica semplice e chiara”, la famosa clarté, “che nel Novecento si sarebbe perduta. Colpa dell’infatuazione di Sartre e compagnia per l’oscura filosofia tedesca. Husserl, Heidegger….”. Lo dice Onfray, polemista, ma è vero. È anche singolarmente avulsa, senza testa, senza radici – a parte i presocratici, che si tirano ovunque, frammentari e di lingua elastica. Una filosofia per programma aporetica – nel senso generico, non scettica.
 
Intelligenza artificiale
– Dopo un secolo di tentativi di una “teoria del tutto”, senza riscontri, la fisica, spiega a “La Lettura” un fisico teorico e divulgatore britannico, Jim Al-Khalili,, “conviene confidare in acceleratori di particelle più potenti, sì. O rassegnarci magari al fatto che il cervello sia arrivato all’estremo delle sue possibilità e serva un’intelligenza artificiale”. Una contraddizione, che il cervello umano possa crearsene uno artificiale in grado di superare i suoi limiti, i limiti del creatore, e renderlo obsoleto. È il racconto del golem. O più modestamente di “E.T.”, di “Odissea nello spazio”, del “Truman Show”. Un errore logico, grossolano. Mentre – ma questo si sa – gli acceleratori sono solo macchine per spendere (molti) soldi - come lo spaziale: una sorta di industria della ricerca, a nessun fine, né pratico (utile) né di ricerca,  giusto prendersi la fetta più grossa possibile dei finanziamenti pubblici, gli scienziati pensano anch’essi big business.
 
Italia – È orientale più che classica: la “porosità” dell’Italia, la sovrapposizione di più strati culturali, di più storie, è orientata verso Oriente, e dall’Oriente indirizzata, invece che, come si presume, dalla classicità greco-romana. È la tesi di Ernst Bloch nello scritto “Die italienische Deutschfreunflichkeit”, 1925, e in “Italien und die Porosität” dell’anno dopo. Due scritti trascurati in Italia (ma anche, pare, nell’edizione dell’opera omnia di Ernst Bloch), ora riletti da Chritina Ujma, “Zwierlei Porosität. Walter Benjamin und Ernst Bloch beschreiben italienische Städte”. Eccetto che per il breve capitolo sulla “porosità”, in relazione al concetto elaborato da Walter Benjamin e Asja nel soggiorno a Capri nel 1925, derivandolo dalla scenografia-architettura teatrali e applicandolo a Napoli, come forma storica e sociale della città, e del linguaggio, parzialmente tradotto da Valentina Di Rosa in Ramondino-Müller, “Dadapolis”.
In architettura, da cui il termine è derivato -  con estensione successiva al materiale calcareo, tufo, su cui Napoli è piantata – la porosità è mescolanza di forme, per accumuluo, nella storia, nei secoli (Tanja Michalsky, “Naples vertical. Deep holes in a porous city”. “Porosa come la pietra (tufacea, n.d.r.) è l’architettura. Edilizia e attività quotidiane interagiscono nei cortili, le gallerie, le scale”, spiega W.Benjamin elaborando la nozione che Asja Lacis, attrice, aveva tratto dalla pratica teatrale.
A Napoli e nella società italiana, argomenta E.Bloch,  vige “la confusione o commistione di età e di epoche, di classi e di miti”. Cercandone l’origine, vi trova un che di orientale. “Cercando l’origine di tale confluenza e mescolanza, molti pensano volentieri al sole, all’aria aperta; come se questo dovesse spiegare ciò che si oppone alla compostezza classica. Ma i Greci e i Romani avevano lo stesso sole; esso dovrebbe semmai delineare i contorni con maggiore precisione; allora si accorderebbero molto meglio alla porosità la luce e l’atmosfera del Nord Europa. Accade invece il contrario: le suddivisioni, la chiara facciata inglese e la ragione misurata sono proprie del Nord”. Se ne imputa all’Italia la mancanza, o la scarsezza, per un errore storico: il Rinascimento divenne presto Nord- Europeo, mentre in Italia fu soffocato  dalla Spagna e dalla chiesa, con la Controriforma: “Il Rinascimento, il cui compito borghese fu bruscamente interrotto dalla dominazione spagnola e dalla controrifoma, è piuttosto – a nostro avviso – il dirottamente del medioevo arabo-bizantino verso il barocco, e non la rinascita del mondo antico; arte moresca, mai del tutto superata,  barocche sono tuttora le direttive più forti della cultura italiana”.
Su questo abbrivo avventuroso Bloch indirizza la “porosità”, la sovrapposizione di culture e modi di vita, verso Oriente invece che verso la classicità:
“L’Oriente conosce ancora oggi l’intreccio, la concatenazione di tutte le espressioni vitali, caratteri della scrittura, linee della vita, l’arabesco, e come esso conduca dalla casa alla bottega artigiana, al mercato, alla moschea, dall’uno al tutto, dal tutto di nuovo a un punto qualsiasi del percorso.
“Ancora diverso e tuttavia con un’essenza ugualmente non statuaria, il barocco è orientato verso il transeunte, l’espressivo (in it.), verso la trasparenza di ogni fenomeno, verso la capacità di rispecchiamento di ogni monade, affinché essa possa a suo modo rappresentare e contenere l’intero universo.
“Questo barocco non è nemmeno necessariamente «assenza di forma», piuttosto una forma diversa, più profonda, o tale perlomeno da non escludere nessun elemento del caos, come accade invece nell’arte classica: un’aspirazione quindi alla tuttilità (italianismo coniato dall’autore, n.d.r..), arricchita di alelgorie incrociate e la cui radice è il bizzarro”.
 
Villaggio Globale – Il villaggio globale di McLuhan si realizza nella specie orwelliana di “1984”, o meno cattiva di “The Truman Show. Senza l’Autorità esterna impositiva, di controllo, ma nella dipendenza. Nella comunicazione non come compartecipazione ma come controllo – o la comunicazione è controllo più che (prima che) compartecipazione, compassione? Un controllo minuto nell’età della privacy, per ironia: quando cioè si vuole protetta per legge, la privacy si cancella o si sradica, semplicemente.
Si cancella autonomamente, senza padrone o controllore. Senza un controllore con personalità, istituzionale di fatto o giuridica, ma nella stessa funzione: anonima e generalizzata – completa, totalizzante. Senza più tempo, pausa, riservatezza, nemmeno riflessione se non minima, transitoria, superficiale.
Cancella l’area personale, il tempo, il pensiero stesso. Si vive sul modello di un Grande Fratello, poiché la convivenza forzata genera risentimenti. Un mondo – modello di vita - che sembrava pacchiano, commerciale, e lo è, ma dominante e popolare, e senza ombra di critica.

zeulig@antiit.eu

Le sorelle condannate a morte

Cinque sorelle divertite e divertenti sotto un allegro colombario vanno incontro alla morte in serie. Dell’anima, del fisico, delle cose, financo della luce, sempre più ingrigita.
Ogni scena è di morte, il bagno felice in mare, l’amore tra due ragazze (finisce al mattatoio), i sogni, l’amore, il non amore, la salute, la malattia. Pronubi di morte si sanno anche i colombi, che le ragazze affittano per feste gioiose e poi ritornano, simbolo di Venere psicopompa (specie a Erice, dove, forse, si ambienta la storia), che conduce le anime al Tartaro.
Un film che si vuole di autore. Una tragedia sebbene in abiti borghesi, la sventura senza colpa - non per caso nata a teatro? Impositiva, come lo era classicamente, in immagini aggressive.
Emma Dante,
Le sorelle Macaluso

venerdì 18 settembre 2020

Appalti, fisco, abusi (183)

Da giovedì 10, da otto giorni, Unicredit cede ogni giorno in Borsa l’1-2 per cento - oggi oltre il 3 - per un ribasso composto del 15 prr cento. Senza un motivo specifico. Da prima del down di lunedì e martedi su internet banking e le app.
Anche questo down, è solo tecnico? Non è stato spiegato – e di natura tale che ci sono voluti due giorni per rimediare.
 
Si fanno lunghe file all’esterno delle Poste, al caldo, senza ombra, mentre si potrebbe fare la fila all’internto, col distanziamento – le “posizioni” sono segnate, e osservate, nelle chiese, nei cinema, ma alle Poste non si può. Per la sicurezza di chi, se bisogna aspettare al sole per ore?
 
I tempi di ogni pratica si sono dilatati all’infinito alle Poste. Si vede dalla coda a ogni singolo ufficio, ora che bisogna aspettare in fila unica all’esterno: una pratica prende dai tre ai cinque minuti, un tempo eterno.
È anche possibile (probabile) che gli sportelli siano stati ridotto con la scusa del contagio: per la furbata del “lavoro da remoto”, o perché a Poste conviene usare l’orario ridotto?
 
Si passa alla fibra, più o meno obbligati dalla compagnia telefonica, con un peggioramento notevole, nella telefonia e nei collegamenti internet. Sono promessi velocissimi, istantanei, e invece sono lentissimi - in certi momenti (affollamento in rete?) notificano l’offline.
Si parla molto della rete in fibra come se fosse già fatta. Mentre non lo è. E dove risulta in attività è inefficiente. Il deperimento della rete telefonica, in corso ormai da un quarto di secolo, continua. A vantaggio di chi?.
 
Enel fattura per l’elettricità domestica ca 90-100 kW a maggio e giugno, secondo lettura. Poi a luglio e agosto, anche se la casa è chiusa, calcola 110-120. Che moltiplicato per quanti utenti, due milioni, venti milioni, fa una bell’acconto.
È difficile poi, è faticoso, noioso, con perdita di tempo e di energie, tenere il conto dei consumi fra le stime passate e le rilevazioni future, e degli anticipi e le detrazioni in bolletta. Bisogna fidarsi, i chi non dà affidamento? Si può cambiare operatore, ma in peggio? Il mercato libero in Italia è un disastro, per gli utenti.

La colpa è dell’Europa

L’Europa era smarrita già un secolo fa. Non solo in Musil, un po’ ovunque, a seguito della Grande Guerra, così stupida e così bestiale. Ma Musil va più in là: “Tre saggi sull’illusorietà della razza e della nazione” è il sottotitolo. Aveva capito già nei primi anni 1920 che che anche il razzismo andava a distruggere l’Europa.
Musil fu in guerra, a Bolzano, redattore della “Soldaten Zeitung”. Di famiglia nobilitata per il patriottismo - con titolo, Edler, nobile, ancora negli anni di questi saggi utilizzato da Robert. Un patriota, insomma. Funzionario per un paio d’anni dopo la guerra al ministero degli Esteri a Vienna, quindi consigliere governativo, per altri due anni, per gli affari militari. Ma aveva i suoi dubbi, e tra il 1919 e il 1923 li espresse negli scritti qui raccolti – insieme con l’incompiuto “L’uomo tedesco come sintomo”. Tre saggi. Oltre quello del titolo, “Spirito ed esperienza” e “La nazione come ideale e come realtà”.
Un dibattito Musil apre sul nazionalismo, allora all’ombra dell’annosa dialettica tedesca fra Kultur e Zivilisation, che oggi è ampiamente superato – approfondito, svelato (a partire dal diverso significato in tedesco della parola “civiltà”…). Per non dire dell’affannosa ricerca, in ambito austro-tedesco dopo la sconfitta, di colpe o debolezze esogene. Più interessante, coevo o prodromo di molta ricerca filosofica, da Heidegger in qua, è la sua nozione – “teorema” nel linguaggio dell’ingegner Musil – della “assenza di forma” della natura, della specie, della stessa specie umana: “L’esperienza della guerra ha verificato in un immane esperimento di massa che l’uomo può senza sforzo toccare un estremo e tornare indietro senza mutare nella sua essenza. Muta, ma non muta in  sé”. Un involucro da riempire. O della storia da fare.
Con qualche stonatura: “Storico è tutto ciò che non si farà mai da sé. Il suo contrario è ciò che vive”. Vive nel tempo minimo, incalcolabile, invisibile, della vita di ogni essere o in quello della storia? Ma è vero, la storia andando per pezze d’appoggio, che “della cosa nella sua interezza si dà solo il fenomenico: un certo tipo di edifici, di poesie, di sculture, di azioni, di eventi, di forme di vita e il loro evidente essere in stretti rapporti e in mutua appartenenza”. Il resto – la realtà – è indefinitezza.
Si prenda la “specie”, che sembra nozione definibile, circoscrivibile: “La botanica, per esempio, distingue in una porzione di terra così esigua come la Bassa Austria all’incirca tremila forme di rosa selvatica e non sa se queste debbano essere ricondotte in trenta o trecento specie”. E l’uomo? “L’uomo dal 1914 è risultato essere una massa sorprendentemente più malleabile di quanto comunemente ci si attendesse”, per usare un eufemismo. L’illuminismo ci ha illusi, l’idealismo è costruzione arbitraria.
Una riflessione molto datata, anche geograficamente: a Vienna, alla fine dell’impero. Che esso stesso ha provocato, un omicidio-suicidio. Ma un luogo e un tempo dove, curiosamente, i problemi che essi hanno provocato sono addossati al mondo, all’umanità, all’Europa.
La traduzione è a fronte del testo tedesco. Il tutto a cura di Alessandro Ottaviani, lo storico della scienza e della filosofia.
Robert Musil, L’Europa smarrita, Meltemi, pp. 318 € 20

giovedì 17 settembre 2020

Ombre - 530

Stefano Tomassini tenta da giorni su “la Repubblica” di drammatizzare il 20 settembre, “la storica battaglia” per Roma capitale. Mentre il problema con Roma è che è diventata capitale perché lo era – per destino immemorabile. Non ha mosso un dito e non ha cambiato un’acca.
 
Zingaretti si accorda con Conte per far durare il governo anche dopo il referendum e le elezioni regionali, come che vadano. Un’intesa che lascia il tempo che trova – se al referendum il no ribaltasse i pronostici, contro i due partiti al governo, e qualche regione passasse dal Pd al centro-destra, Mattarella non potrebbe non tenerne conto (ci penserebbero comunque i 5 Stelle). M l’“accordo” è presentato da “Corriere della sera” e “la Repubblica” come un atto da statisti: il futuro è assicurato - non quello dei giornali, e si capisce.
 
Carlo Debenedetti più sfrontato che suonato va da Gruber e insiste sulla patrimoniale – che a uno in affari mobiliari come lui gli fa un baffo. Ma non solo: “Io sono cittadino svizzero”, vanta, “e in Svizzera si paga una patrimoniale, con aliquota modesta ma annuale”. Sulla villa di Sankt Moritz, e il palazzo a Lugano. Forse lui non ha casa in Italia, e nemmeno il conto corrente, poiché non sa delle patrimoniali in Italia, modeste ma costanti.
Ma come fa un uomo a essere così tanto virtuoso?
 
I quattro arrestati per l’assassinio a calci e pungi a Colleferro del ragazzo intervenuto in una rissa per difendere un amico godono del reddito di cittadinanza. Benché sui social si raffigurino nei siti più costosi, intenti a bere champagne. Ma questa notizia è stata a lungo confinata ai giornali moderati, i tg Rai e i grandi giornali la trascuravano – anche se i media, si dice, hanno bisogno di sensazioni forti. Il reddito di cittadinanza è di sinistra?
 
“Ma questo non è il Bronx”, “la Repubblica si fa dire dopo l’assassinio a pugni di Willy Monteiro. Il Bronx, a Colleferro?
E nel Bronx ammazzano i ragazzi a calci e pugni, arrivando a freddo, chiamati da un compare?
 
Il pil pro capite scende quest’anno da 29.349 euro del 2019 a 26.481 circa. Il debito pro capite sale da 39.562 euro a 42.079. Ancora uno sforzo, e il debito può raddoppiare il reddito.
 
Dombrovkis, l’ex primo ministro lettone che ha impoverito il suo paese, costringendo all’emigrazione in cinque anni di governo il 12 per cento della popolazione, 250 mila persone su 2,2, riducendo il suo partito, la Dc locale, dal 30 all’8 per cento dei consensi, è il general manager dell’economia europea a Bruxelles. Promosso ora da Von der Leyen anche al Commercio internazionale (leggi: Usa, Cina). La Germania può essere, ancora dopo Bonn e Berlino Ovest, pesante. Se non peggio – una Merkel nell’Ottocento è difficile da trovare.
 
“La svalutazione dei crediti deteriorati fino al 100 per cento in due anni”, disposta dalla Bce un anno e mezzo fa, “è bomba atomica per le banche dopo il Covid”, Alberto Nagel, ad di Mediobanca. Come un anno e mezzo fa nessuno ha sentito. Né in Parlamento, dove se ne parlava, né fuori. I media, si dice, hanno bisogno di sensazioni forti, ma questa evidentemente non lo è. È vero che capire è anche difficile.
 
Saviano, per criticare il partito Democratico (“vi occupate solo di cazzate”, invece degli immigrati), si esprime così su twitter: “Ma andate a cagare, voi e le vostre bugie”. È lo stile twitter o Saviano?

Genova per Cortellesi, grigia e spenta

Paola Cortellesi muta e spenta, in una Genova di vetro e acciaio, sotto una costante luce grigia, e anche inerti. Un debutto che pare sia piaciuto ala creatrice del personaggio, Petra Delicado, ex avvocato ispettrice di Polizia, addetta agli archivi, pluridivorziata e senza passioni. Non proprio brillante nei racconti originari, ma leggendola non si immaginavano, lei e la sua Barcellona, così grigie, o fredde. Lo stesso per Cortellesi, attrice brillante e brillantissima, che si è voluta cimentare nel drammatico: meritava occasione migliore.

Maria Sole Tognazzi, Petra – Riti di morte, Sky Cinema

mercoledì 16 settembre 2020

L’immigrazione come invasione

Alla prima pubblicazione dei quattro interventi di Eco sull’immigrazione, sotto questo titolo  antiit.com dedicava questo commento il 18 maggio 2019:
 “L’intolleranza più tremenda è quella dei poveri, che sono le prime vittime della differenza. Non c’è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodotto, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più pericolosa”. Tutto vero, e non: i ricchi alla Eco forse non sono razzisti, mentre i poveri-poveri hanno altro cui pensare – e la “differenza” non si penserebbe che faccia vittime, piace più che impaurire. Eco sa sollevare la questione, acuto come sempre e bonario, ma confuso. Apocalittico e integrato.
Quattro interventi sono qui raccolti. Due scritti apparsi nella raccolta del 1997, “Cinque scritti morali” (“Quando entra in scena l’altro” e “Migrazioni, tolleranza e intollerabile”, sulle “migrazioni nel terzo millennio”), e due conferenze pronunciate all’estero e non tradotte. Quella di Nimega, il 7 maggio 2012, alla premiazione con la medaglia commemorative della pace di Nimega, intesa come primo trattato di pace europeo, nel 1678-79, una serie di trattati in realtà, dove Eco fu presentato come “vero europeo” dal sindaco Dijkstra, fa una utile distinzione, importante, tra immigrazione e migrazione. Quella di individui, che accettano e fanno proprie le regole del paese che li accoglie, questa di orde o popoli, che fanno l’opposto, “radicalmente trasformano la cultura del territorio che hanno invaso”.
Sul che fare invece subentra la confusione. Nel caso dell’Europa al volgere del Millennio, Eco il fenomeno dice di migrazione: “Il Terzo Mondo bussa alle porte dell’Europa, e entrerà anche se l’Europa non è d’accordo”. L’Europa sarà presto “un continente multirazziale”. Una tesi contestabile, sul piano demografico e territoriale, ma possibile. Subito poi però confonde i piani, dell’analista (storico, demografo, demologo) col profeta o politico. Col paraocchi del politicamente corretto. “Nei prossimi anni ogni città europea sarà come New York o come alcuni paesi latino americani”. Cioè mista, di differenti popoli e culture, che “coabitano sulla base di alcune leggi in comune e di una comune lingua franca, che ogni gruppo parla insufficientemente bene”, ma ognuno separato dagli altri. Si direbbe un’analisi negativa. Tanto più che le orde porteranno fondamentalismi: “Nel corso di un tale processo di migrazione gli europei dovranno fronteggiare nuove forme di fondamentalismo, espresso da differenti culture e religione”. Ma non c’è rimedio. Il rimedio è di accettare tutto, divisioni, fondamentalismi e dispetti reciproci. Assurdo - New York funziona in un paese integrato, altro che se integrato: identitario.
Sempre in questa conferenza, Eco introduce – senza citare Popper – il problema dei limiti alla tolleranza che Popper ha posto in “La società aperta e i suoi nemici”: se l’intolleranza sia da tollerare. L’intolleranza dice naturale: “L’intolleranza ha radici biologiche”, negli animali si esprime come territorialità, nel bambino è spontanea, eccetera. La tolleranza va insegnata, se non come accettazione, almeno come conoscenza della differenza. Ma con un limite. Anzi due. La tolleranza non si estende all’intolleranza. E non deve finire in relativismo: tolleranza “non significa che dobbiamo accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione europea”.  Senza limiti però all’immigrazione, o migrazione.  
A Eco piacevano i manifesti, l’intervento giorno per giorno, l’impegno intellettuale. E l’uso dei suoi scritti come manifesti -  questi sul razzismo dopo quelli sul fascismo “eterno” - non gli sarebbe dispiaciuto. Ma allora come giornalismo di retroguardia, da talk-show: parole semplici, temi semplificati. Col vezzo, benché fosse conciliante di natura, all’opportunismo che ne deriva – molcire il pubblico. Al secondo punto del breve scritto sulle “migrazioni del terzo millennio”, un intervento a un convegno francese, dice – diceva a marzo del 1997: “Trovo più pericolosa l’intolleranza della Lega italiana che quella del Front National di Le Pen. Le Pen ha ancora dietro di sé dei chierici che hanno tradito, mentre Bossi non ha nulla, salvo pulsioni selvagge”. Ma Bossi, ora Salvini, non aveva e ha dietro Milano e la Lombardia – mentre Le Pen padre era razzista professo?
Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La Nave di Teseo, pp. 71 € 7

martedì 15 settembre 2020

Letture - 432

letterautore

Atassia locomotoria – Ne è morto Shakespeare? È la “malattia dei geni creativi” secondo Conan Doyle - “Through the Magic Door”, divagazioni sugli autori prediletti. In particolare, a conclusione del cap. II, la ipotizza per Shakespeare, che muore relativamente giovane, per spiegarne la scrittura da ultimo incerta, tremolante, ricordando che ne avevano sofferto recentemente Heine e Daudet. È lo scoordinamento della funzione ambulatoria, e quindi dei movimenti in generale – che oggi però può sconfina nel Parkinson, e in alcune forme di Alzheimer prima della perdita definitiva della memoria.
 
Lafayette
– Il generale marchese francese, che fu protagonista della Rivoluzione americana e poi di quella francese, fu anche involontario paraninfo della grande letteratura americana. Nel 1824 il presidente Monroe lo invitò a visitare gli Stati Uniti, come preliminare alle celebrazioni dei cinquant’anni dell’indipendenza. Il viaggio fu un trionfo popolare. A  New York, che fece festa per lui per quattro giorni di seguito, Lafayette sollevò tra le braccia un bambino di sei anni, e lo portò con sé per un tratto: Walt Whitman. In Virginia, a Richmond, ebbe come scorta i Junior Richmond Riflemen, tra i quali era il sedicenne Edgar Allan Poe, fresco di accademia militare, indirizzato dall’amato nonno, generale Poe.
 
Italia
– È in sintesi nel Goethe in “Viaggio” a proposito della Campania: “Ora che tutte queste spiagge e i promontori e i seni e i golfi, isole e penisole, rocce e coste sabbiose, colline verdeggianti, dolci pascoli, campagne feconde, giardini di delizie, alberi rari, viti rampicanti, montagne perdute fra le nubi e pianure sempre ridenti, e scogli e secche, e questo mare, che tutto circonda con tanta varietà e in  tanti modi diversi – ora, dico, che tutto questo è presente nel mio spirito, ora soltanto l’Odissea è per me una parola viva”. Una scoperta.
 
Pane al volo
– Si direbbe un “classico” francese. Léo Malet ha – nel romanzo “Il sole non è per noi” – il pane lanciato al volo dentro le celle dalle guardie carcerarie: i più svelti se ne appropriavano, scatenando pori risse con i codetenuti. Guy Bueno, lo scrittore spagnolo, ricordava che il pane veniva lanciato al volo, sempre in Francia, oltre i reticolati dietro i quali erano ammassati i rifugiati spagnoli durante la guerra civile.
 
Papa Francesco
–Richiama il saggio di Corrado Alvaro su Campanella, dove lo scrittore fa del frate un predecessore di don Chisciotte dal vero: “Nel Seicento il Cattolicismo, e la società, si staccarono definitivamente dai concetti classici miracolosamente sopravvissuti fino a quel tempo. Fu la mentalità spagnuola che operò nel mondo, con una mistica mussulmana, tale trasformazione”. Lo richiama all’apparenza senza ragione, se non per quella “mistica mussulmana”. Che però c’è, è operativa.
Il papa argentino è il primo papa ispanico – il primo dopo il papa Borgia, che però era di famiglia italianizzata, e tuttora è riferita in spagna col nome italianizzato.
 
Punto e virgola
- Musil (“Ribellione al maschio”, nella raccolta “Parafrasi”, p.145): “Punto e punto e virgola sono sintomi di regresso – sintomi di stasi. Dunque non si dovrebbe lasciare la sintassi nelle mani di professori fossilizzati”. Di più: “Punto e punto e virgola li scriviamo non soltanto perché abbiamo imparato a fare così, bensì perché pensiamo così. – Questo è il pericolo. Finché si pensa in periodi col punto finale - certe cose non si lasciano dire - al massimo vagamente sentire”. Musil usa invece il trattino? Ma le divagazioni le fa lunghe.
 
Storie personali
– Inventate, esagerate, la biografa di Poe, Shelley Costa Bloomfield, dice genere americano, delle origini – ma poi anche di tutto l’Ottocento, come Mark Twain che lei cita fa dire a Huck del suo libro precedente all’inizio delle “Avventure di Huckleberry Finn”: “Ci sono cose che ha esagerato, ma in genere ha detto la verità”. Un paese giovane, che si era “liberato dal colonialismo e dall’ortodossia”, aveva bisogno di eroismo, scrive Costa Bloomfield: “Frottole e burle erano popolari e geniali… Gli spiriti erano accesi e le esagerazioni abbonda vano. Storie personali si inventavano”.
Al genere sarebbero invece negati gli inglesi, secondo Conan Doyle (“Through the Magic Door”) perché non sono sinceri: “Nessuna autobiografia britannica è mai stata franca, e di conseguenza nessuna autobiografia britannica è buona”. Si può scherzare ed esagerare ma non nascondersi – ci si può nascondere dietro lo scherzo?
 
Toyboy
– “Prestatori del pene” per Gadda. La prostituzione maschile Pasolini eleva - “Supplica a mia madre” (“Poesia in forma di rosa”) - ad amore, seppure senz’anima: “Ho un’infinita fame\ d’amore, dell’amore di corpi senza anima”. Gadda liquidava i toyboy come “prestatori del pene” – i “ragazzotti prestatori del pene», come direbbe Gadda” scrive Bassani a Calvino a proposito della copertina de “Gli occhiali d’oro”, per la quale voleva un De Pisis, una delle gouaches “raffiguranti nudi o seminudi di splendidi ragazzotti ‘prestatori del pene’, come direbbe Gadda”.
 
Trump
– Risuona nella forma della pronuncia, “Tramp! Tramp! Tramp!”, in una delle canzoni più popolari della guerra civile americana – “la guerra più sanguinosa che la razza anglo-celtica abbia combattuto” (A.Conan Doyle). Ma è una canzone di speranza, dei prigionieri di guerra nordisti che si incoraggiano – “tramp” è la sonorizzazione del passo militare, dl passo di marcia.
 
Viaggio - Ha cancellato le differenze. Conan Doyle ricorda con vivido gusto (“Through the Magic Door”) la “Storia d’Inghilterra” di Macaulay, di quando nel Seicento un Londinese in campagna era una stranezza: “Un cockney in un villaggio rurale era guardato come se avesse sconfinato in un kraal di Ottentotti. Lo stesso quando il Lord di un castello del Lincolnshire o dello Shropshire appariva a Fleet Street”, a Londra, “si distingueva alla stessa maniera dai residenti come un Turco o un Lascar” – lascar era un marinaio indiano.

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Ma il fascismo è fascista, non è eterno

Alla prima pubblicazione in solitario della conferenza americana  di Eco, antiit.com dedicava questa lettura il 15 gennaio 2018:

Una conferenza-saggio molto echiana, sfarfallegiante, s’inventa anche l’Ur-fascismo, ma curiosamente superficiale, un assemblaggio di luoghi comuni. Gli studenti della Columbia cui Eco si indirizzava in origine, nel 1995, ne saranno rimasti abbagliati, capendoci poco. Si ripubblica come fosse una premonizione, specie in terra americana. Sulla base dell’elemento “sei” della trattazione, del fascismo come movimento piccolo borghese, di disadattati: “Nel nostro tempo in cui i vecchi ‘proletari’ stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il Fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio”.
Non è il solo ingrediente: sono quattordici. Un guazzabuglio. Senza, curiosamente, l’ingrediente principale e caratterizzante: la negazione della libertà d’opinione e politica. Il fascismo di Eco è nazionalista, con l’indotta xenofobia. Però anche “aristocratico”, “elitista”: “L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico”. E maschilista, machista. Proprio oggi che i capi dei movimento neo fascisti, in Italia, Francia, Germania (e la Birmania? e la Liberia? per dire dei Nobel per la pace) sono donne. Il quattordicesimo requisito del fascismo è la Neolingua, la lingua di legno – quella per la verità che Orwell prese di mira nel sovietismo. Ma oggi la Novella Lingua non è il politicamente corretto, l’insostenibile conformismo di una certa sinistra – da ultimo obamiana - per il resto guerrafondaia, imperialista, monopolista, speculatrice?
Tutto vero, ma anche tutto falso – dire, alla Eco, quasi la stessa cosa. La storia non si semplifica, l’Ur-Freud s’incazzerebbe. “L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti” è la conclusione. Vero anche questo. Ma bisogna vigilare con occhi liberi, senza paraocchi.
Di “eterno” il fascismo non ha nulla, è un movimento politico europeo, del Novecento, tra le due guerre, teorizzato e diffuso dal fascismo italiano. Il franchismo postbellico, o Salazar in Portogallo, che nella guerra fascista fu un pilastro alleato, sono già un’altra cosa. Il fascismo per antonomasia, mussoliniano, italiano, quello che è durato di più, anche se solo un ventennio, e che è stato il più vociferante e presenzialista, era il meno definito e anzi contraddittorio: anticlericale e clericale, innovatore e tradizionalista, rivoluzionario e reazionario, dei ricchi e dei poveri, e fu bellicista dopo essere stato pacifista.
La tradizione è l’elemento fondante e costituente del fascismo, spiega Eco agli studenti newyorchesi. Ma la tradizione di che cosa? Mussolini s’ingegnò di magnificare tutto dell’Italia, da Romolo e Remo a Mazzini, l’impero e le repubbliche, l’imperialismo e la resistenza, le città e le campagne, e i preti con Savonarola e Giordano Bruno. Hitler cancellò duemila anni di storia tedesca per rifarsi ai Nibelunghi. E le avanguardie, nella arti, nelle arti applicate (la pubblicità, per esempio: radio, slogan, manifesti, manifestazioni), l’architettura, l’industria, il mito della tecnica: i fascismi sono più tradizionalisti o più modernisti (sono l’una e l’altra cosa)? E poi: Chateaubriand non è certo fascista, neppure Joseph De Maistre a ben vedere, o Donoso Cortès: perché la tradizione sarebbe fascista – c’è più tradizionalista (colto medievista, professore, collezionista) di Eco? Il culto della guerra e della morte, il culto dell’azione, la rimozione dello Spirito sono più fascisti o più giovanili – per esempio nel terrorismo post-Sessantotto?  Il fascista è razzista per definizione – ma anche quando, come i fascisti italiani, ha il mal d’Africa?  Non tollera il disaccordo: il disaccordo è tradimento. Ma questo è avvenuto più a lungo, e più sanguinoso, nel Pci. “L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale”. A naso? E quanti fascisti ha conosciuto Eco personalmente?
Partendo da una domanda molto echiana, semplice – “tutto è fascismo”, ma che vorrà dire? - Eco si risponde subito alzando i paletti: è storia. E fa le differenze. “Il nazismo era decisamente anticristiano e neopagano”, con un testo sacro che era “un manifesto politico”, “Mein Kampf”. Allo stesso modo, “il Diamat (la versione ufficiale del marxismo sovietico) di Stalin era chiaramente materialista e ateo”. Due sistemi dottrinari, due dittature totalitarie. “Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia”. Poi, invece di dire che il fascismo in senso proprio è un fatto storico preciso, alcuni fatti storici, si perde nei suoi 14 attributi, direbbe Spinoza. Che di fatto sarebbero uno, e ben preciso: un sistema di potere non democratico. Eco diventato anche lui il tuttologo che disprezzava, professore di scienza politica, non sfugge nemmeno al tutto fascismo – fascista dice la New Age, che invece si voleva mite. E Ur- come radice, invece che preistoria? Se è eterno non è fascismo, non è politica. Rigirare le carte, invece, è nel suo piccolo fascismo.
La conferenza-saggio tenuta alla Columbia University di New York il 25 aprile 1995, per commemorare i cinquant’anni della Liberazione dell’Italia, fu pubblicata subito variamente: sulla “New York Review of Books” il 22 giugno, come “Ur-Fascism”, tradotta su “La Rivista dei Libri”, a luglio, col titolo “Totalitarismo fuzzy e ur-fascismo”, ripresa su “la Repubblica” (la seconda metà), il 2 luglio, infine nella raccolta “Cinque scritti morali”, 1999. Riesumata dalla “Nyrb” il 10 agosto 2016, contro Trump, per lo stesso motivo si riedita ora in italiano. Ma letta a distanza, isolatamente, è un centone di luoghi comuni, anche raffazzonato – con uno strano effetto di straniamento: come di un professore burlone, obbligato a tenere egli eterni studenti l’eterna lezione sull’eterno fascismo, nel 2018 come un secolo prima (e che secolo, dopo il 1918).
Umberto Eco, Il fascismo eterno, La Repubblica, gratuitamemnte col giornale

lunedì 14 settembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (436)

Giuseppe Leuzzi

Campania, Sicilia, Calabria, la stessa Puglia, le regioni meridionali registrano tra agosto e questo primo settembre molti più contagi ogni giorno di quanti risultavano nella fase acuta del coronavirus. Il numero dei contagi è effetto del maggior numero di tamponi, probabilmente. Ma anche dei contagi d’importazione: per gli arrivi moltiplicati di migranti all’avventura, per il turismo balneare, e per il nostos, il ritorno dell’emigrato, sia pure per poche ore.  

Il Sud non decolla causa unità
Agosto di polemiche sulla destinazione dei fondi “Recovery” stanziati dalla Unione Europea, per la ripresa economica dopo la chiusura. Che Il Sud non ha nei progetti del governo la parte di cui ha bisogno, di cui l’economia nazionale trarrebbe maggiore beneficio – cresce il Nord se cresce il Sud. Che il riterio della “spesa storica” è sbagliato e ingiusto - ripartire cioè i fondi pubblici in proprozione a quanto già stanziato in passato. Che si tarda a, o non si vuole, adottare i Lep, livelli essenziali di prestazione, per tutti gli interventi pubblici, sanità, igiene, istruzione, servizi basici (acqua, elettricità, telefonia, internet, etc.).
Non una nuova “questione meridionale” ma quasi – Svimez, Eurispes, Agenzia per la Coesione si sono molto impegnati, risvegliandosi da un lungo sonno. E tutto giusto, forse. Il criterio della spesa storica è certamente sbagliato dal punto di vista economico prima che sociale: è dare a chi ha, riducendo la capacità di spesa di chi ne ha maggiore propensione, oltre che bisogno. Chi ha è più virtuoso, certo, risparmiatore, ingegnoso, applicato. Ma la spesa pubblica non ha il fine di premiare i “buoni”: ha il fine di uguagliare le condizioni basiche o di partenza, nelle infrastrutture e nei diritti, all’istruzione, alla salute, alla cultura, in una prospettiva di produttività complessiva per tutti, certo, ma nell’eguaglianza. Il criterio adottato nell’Italia leghista, anche se a opera (in particolare nell’istruzione e nell’industria) soprattutto di politici ora Pd, in tutti i settori, dalla sanità all’università, sotto l’apparente neutralità (di fatto non neutrale, né nella sanità né nell’università, questo è chiaro a tutti e non si contesta), ha creato e crea buchi colossali. I dati dei Conti Pubblici Territoriali, pubblicati dall’Agenzia per la Coesione, lo testimoniano.
Ma è questo il problema numero uno del Sud, l’unica regione al mondo che accresce il divario di produzione e reddito con le regioni del paese più ricche invece di colmarlo o comunque ridurlo? Uno sguardo non del tutto distratto nelle realtà meridionali fa nascere l’ipotesi che il Sud non cresce, non abbastanza, a causa dell’unità: il Sud è prigioniero di un assetto di produzione e di consumo che lo marginalizza.
Dappertutto s’incontrano iniziative economiche, produttive, buone, ma che stentano, sempre e comunque. Non producono abbastanza reddito, non subito. Hanno difficoltà a decollare: commerciali (chi ti compra il prodotto?), distributive, finanziarie (le banche vogliono vedere fatturati), promozionali (effetto immagine negativo), legali (le pratiche con la Pubblica Amministrazione, sempre abusive, la concorrenza – una denuncia, se sei un’azienda del Sud, anche più di una, anche anonima, è inevitabile). Con l’handicap aggiuntivo, quindi, di consulenze onerose da spesare.  
La distribuzione non è indifferente. Il supermercato in paese, i tre-quattro supermercati in paese, non vendono gli ortaggi locali, pure più freschi e saporiti, perché si riforniscono-vengono riforniti dai mercati generali, con condizioni di prezzo, pagamento, consegna più favorevoli. Anche, è straordinario, per i prodotti poveri o a basso valore aggiunto, i carciofi, i peperoni, gli asparagi, l’origano, perfino le patate.Non vendono i prodotti agroindustriali locali, formaggi, salumi, conserve,  benché più freschi, di sapore tradizionale, e meno cari rispetto a quelli della grande industria, perché hanno con la distribuzione dei prodotti di marca accordi di lungo periodo e condizioni più favorevoli, di credito, di pagamento, e di immagine del prodotto - che è pubblicizzato, e questo è garanzia di qualità.
Il giovane, la giovane, che avvia una produzione anche la più aggiornata, verde, bio, proprietà organolettiche eccetera, va avanti per qualche tempo, ottiene qualche buona eco, qualche riconoscimento anche, perché no, ma non vende. Non abbastanza per decollare. Non ha tempo, non ha margini. Il processo di accumulazione dentro un’economia matura è breve, rapido, e quindi esige un forte balzo iniziale.
Non è che al Sud manchi l’iniziativa. L’iniziativa c’è, ma muore. Dopo i primi passi. Come un bambino nato prematuro, o anche nato sano, ma subito poi in deperimento, per cause organiche, compreso il latte della mamma – la banca.
Nell’attesa del decollo, è innumerevole il conto delle aziende nate morte, morte poco dopo la nascita, speranzosa, solida, brillante. E a ondate il Sud si depriva delle sue energie migliori: ci mette poco chi ha titolo, capacità, ambizione, a trovarsi un’opportunità senza tanti handicap.
Il Sud stenta, unica area al mondo, perché frenato dagli handicap. Quelli che gli impone, effetto perverso, un’economia nazionale brillante, che di un paese povero ha fatto uno ricco. Un Sud separato avrebbe fatto meglio? Non avrebbe potuto non farlo.
Il Sud non può decollare, ha difficoltà a ingranare, unica area al mondo che perdura da un secolo e mezzo in una situazione di sofferenza, perché è parte senza protezione di un’area ricca, produttiva, integrata nei mercati (commerciale, finanziario). Gli aiuti speciali alleviano la dipendenza ma non ne intaccano il motore: che è appunto questa integrazione.
L’integrazione fa sì che il Sud non abbia tempo. Il tempo necessario per l’accumulazione primaria.
 
Napoli
A Caivano, 37 mila abitanti a un quarto d’ora da Napoli, dove un fratello in moto sperona lo scooter della sorella, perché convive con un trans, e la uccide, la piazza principale, aperta nel 1980 per accogliere i terremotati, battezzata speranzosamen te Prato Verde, è reputata la più grande piazza di spaccio d’Italia. “Qui”, dice al “Corriere della sera” don Maurizio Patriciello, il parroco della ragazza morta, da trent’anni a Caivano, “lo Stato non c’è. No, non cè, e lo può sottolineare… Si soffre, si muore. Per ignoranza, abbandono. Tutti sanno che il Parco Verde è una piazza di spaccio. E cosa succede?” 
 
È la città probabilmente più ricca di storia e arte, palazzi, chiese, dipinti, statue, architetture, archeologie, musei, ma si compiace di “Gomorra” – come già la Sicilia al tempo della “Piovra”, anni 1980, “grande successo mondiale”, grazie al quale si poteva girare l’isola a piacimento senza bisogno di prenotare, e godersi Segesta, Piazza Armerina, Solunto, perfino Selinunte, in solitario. “Gomorra” rende di più, a chi? È il gioco perverso di chi vuole male al Sud? Ha ragione Freud, c’è sempre una merda attaccate a alle scarpe? È il Sud, l’odio-di-sé – l’ipotesi non si può scartare (s’introietta la colpa per il senso di colpa).
 
È la metropoli che si si è comportata meglio nelle fasi acute del coronavirus, rispettosa cioè delle prescrizioni sanitarie, a giudicare dagli effetti. E anche dopo, in questa fase di decantazione, benché aperta al turismo. Hanno retto anche le strutture sanitarie. Quanto pesa su Napoli l’“immagine” Napoli, che per lo più è opera dei napoletani? Si dicevano “maledetti” alcuni poeti, anche grandi, la qualifica incontra.
 
Era greca ancora al tempo di Virgilio, parlava greco. Orazio vi studiò Epicuro alla scuole di Sirone.
Ancora in epoca moderna, Goethe a Napoli scrive: “Ora soltanto l’Odissea è per me una parola viva”.
 
Braudel vagheggiava per Napoli nel 1983 sul “Corriere della sera” il ruolo di capitale d’Italia. Non senza argomenti: “L’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno, qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente”.
 
“Nota caratteristica di Napoli è che quasi tutte le sue glorie sono musicali: Scarlatti (Domenico, n.d.r.), il suo discepolo Porpora, Leonardo, Leo (Leonardo Leo, n.d.r.), Francesco Durante, Pergolese, Paisiello, Cimarosa, e tutti quei maestri che fino a Bellini, a Mercadante uscirono dal Conservatorio di Napoli”, Ferdinand Gregorovius, “Passeggiate per l’Italia”, 1850 ca.
 
“Lavorerio” si dice e si pensa a Milano, dei lombardi. Mentre non c’è di più indaffarato dei napoletani. “Tanto all’interno che all’esterno del palazzo dove vivo”, testimomava trent’anni fa Fabrizia Ramomndoino in apertura al suo “Dadapolis”, l’omaggio a Napoli, “si  fabbrica di tutto: borse di cuoio, dolci, putrelle di ferro, una rivista per studenti universitari, bare di zinco, vestiti, caffè tostato e macinato”.
 
Si cita nelle bibliografie un “Voyage à Naples” di Sainte-Beuve, del 1839, che di Napoli parla poco – parla poco anche di Roma: in tutto, nel suo unico viaggio in Italia, non ci passò un mese – giusto un mese, da metà maggio al 18 giugno. In una successiva “Ecloga napoletana”, tuttavia, uno degli ultimi tentativi di “fare il poeta”, pubblicata a parte e attaccata al “Voyage”, ridicolizza San Genanro, e in genere i riti cattolici.
La Napoli di Sainte-Beuve è studiata in Francia, Napoli non se ne cura – Napoli è anche snob.
 
Fu sempre “violata”, stabiliscono Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller in “Dadapolis”: “Partenope, la vergine, fu violata da Romani, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, Piemontesi, Tedeschi, Americani”. Con un dubbio: “Ma era una vergine o una maîtresse?” Ricordando peraltro che “spesso i peggiori conquistatori di Napoli furono i Napoletani stessi”.
 
Bakunin ci passò quindici mesi, eccezionali. Un’eternità per uno nomade. Da giugno 1865 ad agosto 1857. “Napoli piacque tanto a Bakunin”, racconta il biografo, Pier Carlo Masini, che nella primavera del 1876, poco prima di morire, aveva già deciso di tornarvi definitivamente a finire i suoi giorni”. La sua morte fu celebrata col lutto da molto giovani napoletani che lo avevano frequentato.
A Napoli Bakunin fondò un Circolo dei socialisti rivoluzionari, “che genererà ai primi del ’69 la Sezione napoletana – prima in Italia – dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori”.

leuzzi@antiit.eu