Cerca nel blog

giovedì 26 novembre 2020

Ho visto Maradona

Invece che il “santo subito” va ora “ho visto Maradona”. Col sottinteso, anche dei mangiamadonne professi. E la voglia viene di associarsi al coro, avendolo di fatto visto Maradona, giocare, il folletto di tante imprese memorabili sul campo, anche sleali. Ma allora senza aureola. Fu all’infausto Mondiale italiano, 1990.
Alla prima  a San Siro, Argentina-Camerun, l’inno argentino fu fischiato dai milanesi, e questo rese Maradona subito, prima ancora del calcio d’inizio, più simpatico – il pubblicò fischiò l’inno perché Maradona aveva fatto vincere al Napoli qualche scudetto che le milanesi agognavano. Ma sul campo fece poco o niente di buono, notevole solo per le proteste. L’arbitro francese Vautroux s’impegnò: espulse due camerunesi, e diede sei minuti di recupero (fu per quei tempi, e per molto tempo, un record). Ma non bastò: l’Argentina doveva andare a passeggio e invece perse.
E capitò in semifinale all’Italia. Secondo incontro, al San Paolo di Napoli, male illuminato, il campo stava in fondo  come un catino di dannati, era di luglio ma sembrava di gelo, e la tribuna stampa era invasa da moltitudini, per lo più femminili, per lo più robuste, ce ne stavano due e tre per postazione, accavallate, quando la tribuna si aprì ai giornalisti, per vedere anche loro Maradona. Non tifavano, ma non ci fu molto da tifare: un tifo muto, minaccioso, due ore di silenzio, di paura. Nel catino seimilluminato la zazzera di Maradona si distinse quella notte solo per la tipica tattica argentina, la litigiosità - innervosire l’avversario, anche sulle rimesse laterali. Finì male per l’Italia, che senza Maradona aveva giocato sempre bene e col favore del pubblico, ma poi anche per Maradona.
Nel mezzo c’è un Maradona per sentito dire, dal direttore del “Vesuvio”, le notti d’inverno freddolose e solitarie in albergo in cui bisognava coprire la chiusura del mega siderurgico di Bagnoli. Fu inevitabile che Maradona capitasse in conversazione, e il direttore, che la stagione morta al tempo di Maradona poteva riempire con un piano di argentini, parenti o consoci dell’asso, ancora non si capacitava: “Vede, lì”, e accennava al piano ammezzato, dei bar e salotti, “erano di casa i peggiori camorristi”. Non si capacitava che niente succedesse, in quel viavai, nessun controllo, nessuna indagine.

Calvino pop

Frammenti, messi insieme per aficionados. Ma buoni a chiedersi: quando è che la scrittura è significante. Non quella ordinaria, o burocratica, o giornalistica, ma d’invenzione. E quanto è libera l’invenzione, illimitata? A giudicare da molti frammenti, no.
Subito l’assurdo, il comico dell’assurdo, che farà testo a Parigi negli anni 1950, Vian, Ionesco, Adamov e, a quota intellettuale, Queneau, che Calvino sentirà di adorare. Il rifiuto della politica, da ritroso, o “spostato”, misfit. La guerra pure è già perfetta - la guerra come la vede Calvino, che è come la vede in contemporanea, all’insaputa di Calvino, Fenoglio – nell’apologo del 1946 o 1947, “Come un volo d’anatre”: insensata. 
Poi ci sono le favole e gli apologhi politici, per i giornali di partito e no. L’ultimo e più famoso apologo, “La gran bonaccia delle Antille”, 1957, mette in scena la politica come la vedeva il Pci, anche se Calvino ne era uscito: la Dc e il Pci si fronteggiano come nel Cinquecento l’Invincibile Armada e la flottiglia dell’“ammiraglio Drake”, senza però un gesto ostile, in assenza di vento. L’unico testo che Calvino stesso riprenderà, nel 1979, riproponendolo come il racconto dell’“immobilismo”.
C’è molto e c’è poco in questa raccolta di testi sparsi. Minori, se Calvino stesso non li ha ripresi. Ma alcuni ricordano il tempo in cui era felice di raccontare, non  se ne vergognava, e la lettura ne beneficia. Collazionati da Esther Calvino, la vedova, rintracciati tra le carte sparse, alcuni non pubblicati, altri pubblicati su riviste non accessibili e non ripresi da Calvino successivamente, una trentina abbondante di testi.
 “Si scrivono apologhi “in tempo d’oppressione” è la “presentazione” del 1944 – un breve scritto  “presumibilmente all’inizio del 1944”. Ma gli apologhi sono due o tre, sugli undici “pezzi” datati tra il 1947 e il 1958. Aprono la raccolta otto “raccontini giovanili”, degli anni di fine guerra, 1943-1945.  La completano quattordici racconti e dialoghi.
Citati, di cui si riporta la recensione, è entusiasta soprattutto di quest’ultima sezione, testi scritti e pubblicati tra il 1968 e il 1984. Che trova di “una fantasia lussureggiante che non ha nulla dell’ars combinatoria”, il tasto su cui più pigiava Calvino in quegli anni, “ma è sempre quella generosa immaginazione naturale, quella fecondità polimorfa e quasi vegetale, che egli ha avuto in dono nascendo”. Alla rilettura, si direbbe (nei testi narrativi: “La decapitazione dei capi”, “L’incendio della casa abominevole”, “La glaciazione”) una fase disinvoltamente pop – alla Baricco, per intendersi.
Italo Calvino, Prima che tu dica «Pronto», la Repubblica, pp. 270 € 8,90

mercoledì 25 novembre 2020

Cronache dell’altro mondo – separato (81)

Scott Thurow, sempre in tema di “due Americhe” - “La Lettura”, 22 novembre: “Posso affermare che, anche se il cliché delle «due» Americhe è rozzo e troppo semplicistico, è spesso anche sorprendentemente accurato”. E ne dà esempio di cose viste e ambienti vissuti, in Florida d’inverno, tra i pensionati ricchi di Naples, a casa a Evanston, vicino Chicago, sede della Northwestern University, in un quartiere liberal, affluente, integrato, e per qualche settimana, per il raccolto (venti acri boschivi, di cui Thurow ha mantenuto la proprietà), nel Wisconsin, proprio a Kenosha, che è stata al centro dei tumulti razziali quest’anno - un mondo chiuso, questo, non solo agli immigrati: “Non amano gli insediamenti recenti, e la gente di città come noi. Sono trent’anni che abbiamo questa casa e nel raggio di due miglia conosco solo quattro famiglie”.
Le due Americhe sono divise dalle armi, tra chi ne usa e abusa, grazie alla decisione della Corte Suprema nel 2008 che sancisce il diritto alla difesa personale, e chi no – ma anche i Thurow ultimamente si sono armati. E dalle abitudini alimentari: “Si riesce a predire in modo piuttosto preciso la composizione politica di un distretto vedendo se in esso ci sono più Whole Foods, i supermercati di alimentari biologici, di proprietà Amazon, o Cracker Barrels, le catene di ristoranti che servono cucina campagnola”. Semplice: “Le nostre fazioni politiche derivano da culture distinte, con interazioni limitate”.
Arthur Ashe, grande tennista degli ani 1970, Stan Smith che nei primi 1970 vinceva gli slam, lo ricorda così con Gaia Piccardi sul “Corriere della sera”: “A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio, e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità”.
Ashe Stan Smith lo ricorda ancora così: “Marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale. Un leader nato”.

Pavese era un altro

Duecento pagine di paratesto - l’ambientazione d’epoca di Angelo d’Orsi, storico della cultura, l’introduzione corposissima di Francesca Belviso, l’ultima, e da qualche anno unica, pavesiana, una nuova testimonianza di Lorenzo Mondo, che per primo pubblicò il taccuino, nel 1990, alcune delle reazioni a quella prima pubblicazione, di Natalia Ginzburg et al., scandalizzate o esplicative, i fac-simile del taccuino - per ventinove foglietti sparsi, scarsamente riempiti, due-tre frasi per foglio, denominati editorialmente “diari segreti”, “intimi”, eccetera, espunti dai diari postmortem, “Il mestiere di vivere”, perché dubbiosi, sulla guerra, il fascismo, l’antifascismo, in un paio di punti anzi critici, di un antifascismo imbelle. Una riesumazione alla ricerca di un succès de scandale, certo. Ma quanto queste poche note non propongono di una diversa lettura, storica e non politica, della guerra, e del nazifascismo? Pavese, si dice, non aveva senso politico, ma aveva bene il fiuto della storia, e il metro.
Un paio di appunti tentano di leggere la storia, della “guerra dei dittatori invece che dei popoli”. In altri Pavese apprezza chi combatte e muore in guerra, compresi quelli di Salò (del Mussolini di Salò apprezza anche il programma), mentre lui se ne sta a “rivedere bozze”. Riflette anche sull’opzione di farsi volontario in guerra, siamo tra il 1942 e il 1943, per dirsi poco animoso. L’idea di portarsi volontario nella guerra d’Abissinia era della sorella Maria, un modo per uscire dal confino a Brancaleone in Calabria, la “morte civile” – sarà poi scelta la domanda di grazia, che portò alla liberazione, era passato un anno dei tre della condanna.  Sarà Maria a dare nel 1962 il taccuino a Lorenzo Mondo. Mondo ne parla con Calvino, lasciandogli l’autografo, che andrà perduto. Ma ne aveva fatto una fotocopia, che ritrova nel 1990, e pubblica su “La Stampa”, con l’assenso delle nipoti dello scrittore, Cesarina e Maria Luisa.
La pubblicazione è un torto alla memoria dello scrittore? Sembra più la chiave per arrivare a una personalità complessa. Pavese emerge da questa e altre pubblicazioni, nonché dalle (rare) revisioni critiche (non è più amato dagli studiosi: troppo asintotico?), un gigante della cultura e della scrittura dei suoi anni. Non lo scribacchino dimesso e l’impiegato delle poste alla Grande Cultura einaudiana, quale lo si tratteggia. Pavese è morto di 42 anni, quella che lascia è una produzione immensa, di scrittura e di politica editoriale.
Il taccuino confligge col mito della Resistenza. Che è incontrovertibile, l’Italia in qualche modo abbandonò il fascismo nel 1943. Ma va applicato con juicio, può essere grottesco. In un paese comunque a larga componente fascista – anche dopo l’abbattimento di Mussolini e l’instaurazione della Repubblica, di obbedienza volentieri “cieca e assoluta”, solo cambiando, in parte cospicua, bandiera. Di Pavese, a valle di questo “taccuino”, altri scritti intanto si cominciano a proporre, che ne fanno un altro, gli danno spessore. La traduzione, impervia ma cocciuta, della “Volontà di Potenza” di Nietzsche - della compilation nietzscheana di Elisabeth Forster-Nietzsche. Con  uno studio “matto e severo” del tedesco solo per il gusto di poterla affrontare, tale fu l’entusiasmo. Per l’Amor fati  che ricorre nel “Taccuino” - “ci vuole l’amor fati di Nietzsche”: “Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale (Pavese aveva vissuto a lungo di traduzioni, dall’inglese, oltre che di supplenze d’insegnamento, anche di inglese, n.d.r.) era l’impulso del subcosciente e entrare in una nuova realtà. Un destino. Amor fati”. E la tesi di laurea su Walt Whitman, pubblicata due anni fa, “Interpretazione della poesia di Walt Whitman”.
La tesi – questa è la parte nota, canonica, della biografia di Pavese – fu rifiutata dal relatore, Federico Oliviero, perché improntata a estetica crociana, e quindi “scandalosamente liberale per l’età fascista”, come dice wikipedia. La recuperò Leone Ginzburg, coteaneo di Pavese (più giovane di un anno) e già docente di russo, con cui il futuro scrittore era in sintonia in politica, liberalsocialista, che gli trovò come relatore Ferdinando Neri, titolare di Letteratura francese – un cattedratico ben addentro nelle gerarchie fasciste, all’Istituto nazionale di cultura fascista e all’Accademia delle scienze. È già in Whitman, nella lettura di Whitman, il riferimento del taccuino alla “nazione” come comunità si sangue, di guerra (“Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci”): la guerra è nel naturalista Whitman “la triste e insieme corroborante necessità del pioniere”.
Una quercia. Molto di Pavese evidentemente è da scoprire, a partire dai tagli ai diari, pubblicati dopo la morte come “Il mestiere di vivere”. Ma un quercia solitaria. Sembra impossibile che uno lavori per sedici anni in un’azienda, sempre al centro dell’attività, fin dagli inizi, e sia uno isolato, ma è il suo caso, di uno che non era abbastanza, in ogni piega degli eventi, del “partito”, affidabile, “in linea”.
La morte di Giaime Pintor, compagno apprezzato di lavoro in Einaudi, citata in nota come un fatto specialmente doloroso, introduce anche la dimensione bellica e politica che ancora non si vuole recuperare del fascio-nazismo, che va ben oltre gli interrogativi di Pavese. Giaime Pintor, giovane germanista, partecipava ancora nell’ottobre 1942  alla conferenza annuale a Weimar dell’Unione degli scrittori europei voluta da Goebbels, con Baldini, Cecchi, Falqui e il germanista Farinelli per la parte italiana.
Cesare Pavese, Il taccuino segreto, Aragno, pp. CXXVI+129
€ 25

martedì 24 novembre 2020

Problemi di base (608)

spock

“Se ci si offrisse l’immortalità sulla terra, chi accetterebbe questo triste dono”, Rousseau?
 
“Non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno, vivere è morire”, F. Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”?
 
“Ce ne sono infiniti, di infiniti”, F. Pessoa, “Faust”,
 
“Non si evade dall’ieri”, Samuel Beckett?
 
“Unica legge è la mancanza democritea di ogni legge”, Thomas Mann?
 
“Ti amavo incostante, che avrei fatto fedele”, Racine, “Andromaca”?

spock@antiit.eu

Misterioso Platone

“La pratica del testo filosofico, dapprima nel contesto scolastico e poi nel percorso del singolo lettore, non gode in Italia di particolare fortuna”. Nemmeno altrove veramente. La premessa è sincera, ma tanto più suscita curiosità – perplessità – la promozione del giornale attraverso un’antologia di filosofia. Il primo tassello di una vera e propria storia e antologia della filosofia europea, che con cadenza settimanale, per 45 uscite, un anno, arriverà fino a Deleuze. Una scommessa, un atto di coraggio, un’imprudenza?
Distribuire gratuitamente 270 mila copie, tante il “Corriere della sera” ne ha tirate oggi, di un’antologia di Platone allargherà la platea dei lettori, o almeno la fidelizzerà, dopo anni ormai di abbandoni? Oltre a essere opera promozionale, comunque benemerita, anche della filosofia. O non si utilizza il quotidiano e l’edicola, per quanto entrambi in crisi se non moribondi, per vendere libri a meno prezzo, sia pure indigesti come possono essere quelli di filosofia? Il gadget ha ucciso prima l’edicola e poi, in concorso con i social e la rete, il giornalismo. Ma è un’opinione.
Un’antologia di Platone è semplice e difficile. Semplice perché si può pescare in ben trentasei opere tramandate, corpus corposo, pur considerando che ha vissuto in buona salute fino agli ottanta anni, e un lusso: ben 34 dialoghi tramandati, più l’“Apologia di Socrate” e il volume delle lettere – prima di Heidegger il corpus filosofico più sostanzioso. Difficile perché il “padre della filosofia”, discepolo di Socrate il saggio, maestro di Aristotele il logico, è - vuole essere - sfuggente. Discepolo, oltre che di Socrate, anche di Cratilo (Eraclito) e di Ermogene (Parmenide). Contesta i miti di cui abbondano Esiodo e Omero come “racconto del falso”. Ma di suo, postulando correttamente la verità in movimento, la dialettica, fa un ricorso straordinario al mito, in punti nevralgici del suo discorso. “Come un canale espressivo affine all’oralità dei dialoghi, ma con la peculiarità di tradurre in immagini il discorso articolato in concetti” (Radice) – tipo oggi la graphic novel.
Platone fra tutti si propone come un ottimo inizio, popolare, stante l’esoterismo del suo insegnamento scritto. Non nel senso della stranezza, ma della circolazione ristretta, orale, discutibile, che riteneva l’unica buona, delle sue idee. Le quali, scritte, si fissano, pretendono di fissarsi, con l’interminabile serqua dei cosa ha detto veramente Platone. Un metodo buono anche per i semplici curiosi, non addetti: niente attrae più del mistero.
Radice provvede un’ampia introduzione alle tematiche di Paltone, e una nota biografica. L’antologia puntando sull’“idea delle idee” - la parte forse meno attraente per un pubblico largo, ma certo più onesta, platoniana: origine e carattere delle idee, Dio e il mondo, la conoscenza, la natura umana, il principio oltre le idee. Quest’ultimo ci rimane estraneo, perché non trasmissibile, non a giudizio del misterico Platone, non per iscritto. Ma non distante da concetto del Bene – e del Giusto e del Bello – al vertice del mondo ideale. Il mondo delle idee e idealizzabile. Consolante, forse.    
Roberto Radice,
Platone, Corriere della sera, pp. 206, gratuito col quotidiano

lunedì 23 novembre 2020

Appalti, fisco, abusi (189)

Banco Bpm ritorna dopo tre anni su un conto corrente chiuso inviando una lettera dettagliata con allegato un assegno. L’oggetto è “comunicazione rimborso”: “Dalle analisi e dai riconteggi fatti sul rapporto a suo tempo aperto presso la nostra Banca, è risultato un credito suo favore”. L’assegno è di € 0,15 (quindici centesimi). La causale è: commissione per bonifici.
Efficienza? Gli soverchiavano quindici centesimi, dopo tre anni? Non potevano chiudere la contabilità? Nessuno sorveglia la posta in uscita? E la emissione di un assegno, non genera altra contabilità? Si capisce l’Abi, l’associazione delle banche, quando sostiene che le banche hanno costi operativi troppo alti, che la redditività è un decimo di quelle francesi.
 
Roma e Lazio, le società calcistiche, hanno già a Roma – potrebbero avere con un solo cenno – uno stadio di proprietà, l’Olimpico e il Flaminio. Con molte infrastrutture annesse per il merchandising. Ben serviti dai trasporti urbani. Centrali, quindi utilizzabili nei giorni infra-partite. Ma non li vogliono: vogliono una struttura nuova, fuori città: vogliono gli stadi per “valorizzare” certe aree, con grosse cubature, lasciando le spese di urbanizzazione alla municipalità.
 
Si abbattono pini centenari o poco meno lungo la via Appia a Roma per costruire una pista ciclabile. Nel quando di un progetto di “Riqualificazione”. Che è invece una lunga catena di appalti, che la sindaca Raggi deve affidare a ditte “specializzate”, cioè amiche dei 5 Stelle. Che non hanno nulla a che vedere con la mobilità, né naturalmente con la riqualificazione – non si “riqualifica” eliminando la vegetazione.  
  
Da quando è a proprietà cinese niente più funziona in Wind – ex Infostrada ora WindTre. Né l’assistenza, delocalizzata in Albania, liquidando i vecchi Infostrada-Enel. Né l’amministrazione, che fattura a caso, non molto, un euro-due in più sullo stesso canone ogni paio di bollette. Né il servizio tecnico: il cellulare è più volte nella giornata offline, il fisso-internet senza linea. Prendi i soldi e scappa è la ricetta asiatica, già coreana, ora cinese.

Cronache dell’altro mondo – razzista e non (80)

Filadelfia, l’ex capitale degli Stati Uniti, la capitale del business ferroviario che “fece” gli Stati Uniti d’America,  la città più grande e la capitale “morale” della Pennsylvania, quella che nel 2016 ha sancito la vittoria di Trump, e ora la sconfitta, Shelley Costa Bloomfield, biografa di Poe, che vi trascorse gli anni più fertili e meno agitati, chiama “la cucina dell’America” nel primo Ottocento, sempre prima in tutto – un po’ come Torino in Italia. In mare la rivolta degli schiavi sulla nave spagnola “Amistad”, in terra “primi parchi pubblici, scuole pubbliche, parafulmini, pompieri volontari, assicurazione contro gli incendi, ospizio-laboratorio per i poveri, ospedale, scuola di medicina, facoltà di legge, consultorio gratuito per i poveri, compagnia teatrale, istituzione scientifica, spedizione  Artica, Società anti-Schiavitù, Congresso degli Stati Uniti”.
Ma è stata anche la città, al Nord degli Stati Uniti, dove il sentimento anti-abolizionsita è stato forte, tanto quanto l’abolizionismo. La Società Americana  Anti-Schiavitù fu fondata a Filadelfia, e all’inizio del 1838, celebrava la centomillesima adesione. Ma in primavera, in reazione al matrimonio multiculturale, ampiamente pubblicizzato, di Angelina Grimké, leader della Società Anti-Schiavitù, una vasta folla a più riprese attaccò la Pennsylvania Hall, che era stata appena inaugurata come luogo pubblico di discussione, finché non la rase al suolo, malgrado la resistenza delle forze di polizia.

La fratellanza socialista, faziosa

L’antisocialismo degli ex Pci è sempre vivo, una forma di imprinting del livore. Le librerie Feltrinelli tuttora “non prendono” libri che in qualche modo facciano la storia del partito Socialista, a meno che non siano i soliti trucidi repertori anti-Craxi. “La Repubblica”, che per quarant’anni non ha smesso un giorno nel vituperio di ogni cosa socialista, per quanto morta, dacché nel 1978 l’ex socialista Scalfari l’appaltò al Pci, solo da poco ha capito che la guerra era finita, col film di Amelio – un comunista legato al produttore socialista Saccà. Mauro, che “la Repubblica” ha diretto per un ventennio dopo Scalfari, dal 1996, e sa quindi di che si tratta, la prende sul leggero, quasi sul ridere. Il racconto che ha organizzato per il centenario del Pci, l’anno prossimo, e si presentava pesante, ha alleggerito, in aneddoti e scemenzuole – in certi punti sembrano cronache alla “Don Camillo”. In una prospettiva sempre polemica, ma non pretestuosa: la chimera della solidarietà socialista. Che è invece faziosità, assassina: la frenesia divisoria, un po’ trinariciuta (“nessuno è più socialista-comunista di me”), un po’ bambinesca.
Uno scissionismo colpevole, che ha lasciato l’Italia, unico paese a democrazia compiuta, occidentale, senza un partito socialista. Di una sinistra politica del lavoro, dell’istruzione, della sanità, della previdenza, del reddito dei cittadini meno fortunati o meno protetti, delle masse. Mauro ne rappresenta il punto estremo, la scissione comunista nel 1921. Non nel vuoto, in una fase storica in cui il fascismo si riorganizzava minaccioso, già squadrista, dopo l’insuccesso al voto nel 1919. Il presupposto non è falso, e quindi la lettura brillante non è falsata. Se non per la sottovalutazione della carica dirompente che la rivoluzione bolscevica, perché ci fu una rivoluzione bolscevica, esercitò in Italia, tra i socialisti italiani (Mussolini compreso) – in Italia come in Germania.
A Mauro per vent’anni direttore de “la Repubblica” si dovrebbe chiedere: da che pulpito viene la predica? Ma, poi, la colpa non è dei media, per quanto di parte, e oscuramente tali. Il socialismo era nato trent’anni prima ed era vissuto in Italia su base composita. Occupando senza particolare merito un’area vasta dei bisogni. Si direbbe una costruzione intellettuale, di professionisti. Ma senza un’ideologia o un programma. Niente marxismo né altra dottrina. Un partito che vive di adattamenti, di molte identità e di nessuna. Localista e statalista, cooperativista e tradeunionista, riformista (gradualista) e massimalista, pacifista e bellicista. L’unico marxista al congresso costitutivo di Genova, nel 1892, Antonio Labriola, nella corrispondenza non fa che deriderne l’identità, e la capacità critica. Che riduce a quella di “frati ignorantelli”, che davano del “ciarlatano” a Marx, salvo proclamarsi “marxisti in un giorno”. Sette gruppi senza amalgama distingueva Labriola, e le divisioni resteranno: il Partito operaio lombardo, gli emiliani dei tre deputati Prampolini, Agnini e Maffei, il vecchio Partito rivoluzionario romagnolo di Costa, le cooperative, “i nascenti Fasci di Sicilia”, “gli anarchici anemici e  i mazziniani convertiti”, “un certo numero di letterati rivoluzionari eclettici”. Il “partito senza libri” che Gramsci lamenterà nel 1923.
Grande fu l’attrattiva, nel 1918-1919, della rivoluzione bolscevica. Lenin sarà il dominus, seppure da remoto, del congresso di Livorno, col richiamo a creare un partito comunista d’Italia. Non era un mercimonio, naturalmente, ma nemmeno un diktat, Mosca era ben lontana. Era forte l’attrattiva, ed era ideale – anche su Gramsci, quanto di più lontano dal nerbo leninista. Mauro, corrispondente da Mosca al crollo del sovietismo, sottovaluta questa fascinazione. Che, seppure ferale per la democrazia in Italia un anno e mezzo dopo, e poco incisiva poi , nell’Italia repubblicana, pure ha consentito per mezzo secolo una forte identità politica.
Ezio Mauro, La dannazione, Feltrinelli, p. 192, ril. € 18

domenica 22 novembre 2020

Cronache dell’altro mondo – classista 2 (79)

“I due principi cardine credo debbano essere l’uguaglianza e la conoscenza. Non è automatico che vadano d’accordo tra loro, ma sarebbe bello riuscire a unirli. Naturalmente sono due principi  universalistici, quindi sono l’opposto della cultura identitaria che si è affermata nella cultura politica e accademica americana”. Franco Moretti, “Robinson”, 21 novembre. Nell’opinione pubblica, nei media.
Scott Thurow, “La Lettura”, 22 novembre: ci sono due Americhe, “l’America uno, che è anche la mia tribù, è la coalizione degli abitanti delle città, che comprendono grandi quantità di minoranze razziali, sindacalisti ed elettori con istruzione universitaria, in particolare donne”, quelli che hanno eletto Biden, “poi ci sono gli Altri americani”, prevalentemente rurali, o deindustrializzati, “prevalentemente bianchi”.
“Gli Altri americani adorano Trump. Lo vedono come un anticonformista che dice quello che pensa, che è spesso brutale ma ha comunque una personalità piena di vigore. Si identificano con il suo sentirsi profondamente defraudato w  si preoccupano poco del danno che fa alla democrazia, perché pensano che il sistema politico sia corrotto e non abbia fatto nulla per persone come loro”.
“Sospetto peraltro che quel che gli Altri americani apprezzano di più in Trump è che noi – la stampa americana, gli intellettuali, gli istruiti che gestiscono le leve del potere nella nostra società, le élite come amano chiamarci – odiamo Trump. Questo dà loro enorme piacere, perché è noi che odiano”.

Letture - 440

letterautore

Best-seller – “Se non tutto quello che ha successo sopravvive, quasi tutto ciò che sopravvive aveva avuto anche un grande successo di pubblico” – Franco Moretti, sul “Robinson” con Gnoli. Per esempio Morselli o Manganelli?
Ma lo stesso Moretti sta lavorando “a un saggio sui «best-seller perduti» dell’Ottocento, romanzi che ebbero una popolarità enorme e ora nessuno più ricorda”. O autori? Notari, Pitigrlli, Guido da Verona, Salvaneschi, Liala? 
 
Citazione – “Citare brani è estrarre aculei da un porcospino”, Marianne Moore di E.Pound.
 
Dumas – De Sanctis, già ministro della Pubblica Istruzione, e ora direttore del quotidiano  “L’Italia”, 1863, attaccò Dumas con asprezza sostenendo che aveva scritto “Il conte di Montecristo” sfruttando il lavoro di “un esercito di schiavetti”. La critica all’uso francese, dei “negri” dei romanzieri di successo, era già in vigore. Ma De Sanctis attaccava Dumas, in quanto concorrente, fondatore e direttore del quotidiano di Napoli “L’Indipendente”, che godeva allora di discreta fortuna, con seimila abbonati. Dumas rispose facendo pubblicare su “L’Indipendente” un articolo di Pier Angelo Fiorentino, il collaboratore che, secondo De Sanctis, era il vero autore del romanzo – Croce si impegnerà successivamente a respingere le accuse a Dumas, di De Sanctis e altri, di sfruttare gli scritti altrui, di collaboratori o altri autori (plagi).

Gazza ladra – Origina da Stendhal, che per primo raccontò di una povera innocente impiccata a Palaiseau per un furto di posate d’argento, portate via invece da una gazza. Una delle prime opere della Restaurazione: sia il dramma di Théodor Badouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, “La pie voleuse ou la servante de Palaiseau”, 1815,  sia dell’opera di Rossini, 1817.

Grecia – “Troviamo nella Grecia ciò che ci manca, non ciò che contiene realmente” – la Grecia nascosta, “dietro ogni riga della sua letteratura” – V.Woolf, “Non sapere il greco”.
 
Imperfetto – Il tempo della tristezza, Proust lo dice in nota già nelle “Giornate di lettura”, il saggio con cui nel 1905 presentava “Sesamo e i gigli”, la sua antologia di discorsi e scritti di John Ruskin: “Confesso che un certo uso dell’imperfetto dell’indicativo – di questo tempo crudele che ci presenta la vita come qualcosa di effimero insieme e di passivo, che, al momento stesso in cui traccia le nostre azioni, le bolla d’illusione, le annienta nel passato senza lasciarci, come il perfetto, l’illusione dell’attività – è rimasto per me una fonte inesauribile di misteriose tristezze”. .
 
Le Monde – Dumas lo cita nel suo giornale di Napoli “L’Indipendente” come “foglio consacrato agli interessi marittimi, e molto ricercato dai marinai”.
 
Lettura – Dilatata da Calvino (“Se una note d’inverno un viaggiatore”) nell’atto solitario per eccellenza, quindi inconclusivo, e il tratto relazionale per eccellenza di Cartesio: “La lettura dei buoni libri è come una conversazione con le persone più oneste dei secoli passati che ne sono stati gli autori”.
A Proust si attribuisce l’aforisma “il lettore legge se steso”, o qualcosa di analogo, tanto più succulento per essere dell’autore-più-autore. In effetti è un lettore poco condiscendente: “La lettura non saprebbe essere assimilata a una conversazione, fosse col più saggio degli uomini”, è il succo delle “Giornate di lettura”.  È un piacere solitario (ma c’è per Proust un piacere non solitario?): “Ciò che differisce essenzialmente tra un libro e un amico, non è la loro più o memo grande saggezza, ma la maniera con cui si comunica con loro, La lettura, al contrario della conversazione, consiste per ciascuno di noi a ricevere comunicazione di un altro pensiero, ma restando soli”.
 
LoggiaLoja nel portoghese delle ex colonie, preziosa nel tratto sovietico delle indipendenze, in Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, o valuta nel romanzo sovietico di Simenon, “Les gens d’en face”, 1933, tratto dal vero, è termine “franco”, italiano, per emporio, per stranieri, dove tutto si trova, “tutto quello che si trova in Europa”, se si paga in valuta straniera – si trovava e si pagava quando l’Europa c’era, anche se non contava.
 
Natale – Lo celebra Hannah Arendt, ebrea, senza figli, ma capace di una lettura cristiana della vita, “Vita activa”: “Il miracolo (è) la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui sono capaci in virtù dell’essere nati… è questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la «lieta novella» dell’avvento: «Un bambino è nato per noi»”.
 
Padre - Filumena Marturano lo ricorda, ma per averlo cancellato – come tutti i De Filippo, del resto. Gli Abba cantano “Mamma mia!, la ragazza cacciata di casa a 16 anni che non sa con chi ha fatto la figlia.
 
Silvio Pellico – Si leggeva ancora al tempo di Proust a scuola – almeno lui così ricorda, in “Gornate di lettura”, di averlo letto quando era in “sesta”. “Le mie prigioni” come un libro per ragazzi.
 
Scrittura islamica - L’elogio della scrittura veniva recitato ancora di recente da Federico Zeri, nelle lezioni milanesi, 1985, poi raccolte in “Dietro l’immagine”, 268: “Sarebbe troppo lungo spiegare come la scrittura islamica sia una vera e proprie creazione dello spirito, disciplinata da procedimenti molto complessi. Come si vede in certi monumenti, ma anche in piastrelle e maioliche, si tratta di una scrittura che risulta da una ricerca matematica. Tralascerò di diffondermi su calcoli che presiedono alla creazione  di queste lettere, come di certi motivi ornamentali che appaiono in alcuni tappeti e in alcune maioliche. Basterà dire che si tratta di serie matematiche, a loro volta rapportate a delle coordinate cartesiane. Un procedimento estremamente complicato, che riveste significati, insieme, mistici e simbolici”.
 
VinoNei quadri fiamminghi c’è sempre il vino in tavola o nelle coppe in segno di reale accordo. Per un matrimonio concordato, una vendita, un acquisto, una promessa. Perché è scuro e fa contrasto, ma c’è anche il vino bianco, spumeggiante – come nella pittura francese dei luoghi di piacere naturalmente, specie dopo l’impressionismo.

Voce – Il tratto d’unione universale, la diceva Vernon Lee, nei racconti e negli studi della ricezione italiana, tutta particolare, della musica, con fenomeno di “traudire”, anche tra ambienti non comunicanti, o “intraudire”, mentre si è affaccendati, si pensa e si fa altro.
La voce è il fiore della bellezza era Zenone. E Montaigne, secondo il quale la voce fa vedere, oltre che udire, la poesia. 


letterautore@antiit.eu

Illeggibilroust

Una prima prova della prosa che sarà della ”Ricerca”: assottigliata, convoluta, barocca ma fredda – fino alla “lettura” finale di Venezia, della basilica e della Piazetta, con una zeta. Con la coscienza-rivendicazione di fare opera di scrittura, di voler essere Grande Autore, nella critica-dileggio, parecchio inventata, di un Coleridge dalle grandi qualità ma “caso patologico” della mancanza di volontà.
Del saggio in sé, premessa perfida a “Il sesamo e i gigli”, la raccolta di Ruskin peraltro dallo stesso Proust curata, vale quanto scritto a suo tempo, alla traduzione presso Feltrinelli:
http://www.antiit.com/2016/10/il-piacere-della-lettura-e-il-ricordo.html
Alla rilettura il saggio è la prova generale della “Ricerca”: della prosa a onde, lo sciabordio, e del tempo (della vita) come ricordo, dilatabile a volontà, di ciò che è stato – vogliamo che sia stato – o avrebbe potuto essere – o vorremmo ora che fosse stato. Compresa la lettura: le letture sono diverse per ogni tempo o circostanza, e “ciò che esse lasciano soprattutto in noi è l’immagine dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte”.
Alla rilettura in originale balza evidente, una gragnuola di pugni benché di mano leggera, la costruzione complicata della frase, spesso artificiosa, come esercizio di bravura.  Con parentesi logiche tra parentesi logiche, e subordinate sotto subordinate. Una prosa, si direbbe, del rinvio.
Comincia con una frase lunga una pagina. Continua col linguaggio puntiglioso, tutto incisi, che farà la “Ricerca”. Con il mondo dell’infanzia, pieno di nonni, zie, cugini, la “brioche benedetta”. E riferimenti volutamente ordinari - comuni, nazionali, identitari – come a sottolineare un futuro di grandezza: pranzi domestici e merende, con ricette da custodire, orti, villeggiature estive, campane, chiese, tutto ciò che fa la famiglia francese minuta, anche se bene ordinata. Ma come campo di esercitazione, niente affetti o passioni. La panoramica della camera del ragazzo, ora l’adulto che ricorda, è una frase lunga quattro pagine, con sei punti e virgola, senza che se ne ritenga un’immagine qualsiasi - la “lettura” sono le abitudini di lettura del ragazzo Proust. Sul corto raggio l’impressione risultante è precisa: un scrittore puntiglioso per programma più che per le occorrenze della memoria come si suole dire, aperto sempre a un’altra parentesi, alla specifica di una specifica, tanto da riuscire inafferrabile. La “musichetta” ci sarà, c’è, avendo tempo e voglia di rilevarla, ma come un basso continuo, a nessun effetto, se non la distanza, la distrazione - lui stesso lo dice qui divagando su Gluck, di cui apprezza i recitativi invece delle arie. Proust è un care-demanding, uno che chiede attenzione e benevolenza, ma allontana. Non per caso, con studio.    
C’è anche lo snobismo della lettura: “I letterati restano, malgrado tutto, le persone  di qualità dell’intelligenza, e ignorare un certo libro, una certa particolarità della scienza letteraria, resterà sempre, anche in un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale. La distinzione e la nobiltà si danno anche nell’ordine del pensiero, in una specie di framassoneria di usi, e in un retaggio di tradizioni”. Con una recensione di Gautier, sul finale, entusiasta e ironica, e una stroncatura di Musset – accanto a Fromentin.
A cura di Matteo Noja, col testo francese a fronte.
Marcel Proust, La lettura, La vita felice, pp. 131 € 9
Journées de lecture
, Folio, pp. 81 € 2


sabato 21 novembre 2020

Il mondo com'è (415)

astolfo

Gulag – I campi di lavoro forzato nella Russia sovietica sono durati fino al 1960 – ma “colonie di lavoro forzato” furono tenute aperte, nelle aree polari, fino a perestrojka inoltrata, il regime di relativa liberalizzazione inaugurato negli anni 1980 da Gorbacov, fino al 1987. Vi passarono 18 milioni di russi e assimilati. Tutti “traditori del popolo”, trockijsti, antipartito, categoria che sempre si rinnovava, a ogni mutamento di equilibri politici a Mosca, e chi aveva nome germanico, polacco, baltico, cosmopolita (ebraico), tutti spie, “nazionalisti”, più i soliti sovversivi, destrorsi, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, emigrati. I campi a “regime speciale” erano situati nelle aree più remote o impervie, alcuni vicini o sopra il Circolo polare, Pečora, Intra, Vorkuta, Kolyma.
I detenuti a “regime speciale” avevano impresso un numero sulla pelle, indossavano una “uniforme” a strisce, non potevano avere nessun contatto col mondo esterno. Tutto per creare una massa lavoro di schiavi, “fino a esaurimento” – alla morte. Nel 1950 erano due milioni e mezzo, uno in più del 1945. Erano addetti alle miniere polari e alle grandi opere: la ferrovia Bajkal-Amur e quella transpolare, il canale Mosca-Don, la metropolitana di Mosca, l’università della stessa capitale, di cui costruirono gli edifici più alti e più belli.
 
Schlageter – Albert Leo, riemerge periodicamente come eroe nazionale in Germania, che pure non ne celebra molti – non  ha il gusto della celebrazione.
A Natale del 1922 Raymond Poincaré, altrimenti benemerito per il franco omonimo, con cui stabilizzerà nel ‘26 la moneta, rifugio tuttora solido ai ricchi del mondo malgrado la svalutazione decretata nel ‘36 dal socialista Blum, smantellava l’Europa. Chiedendo la condanna della Germania alla Commissione per le riparazioni, da lui costituita a Parigi. Per la mancata consegna di 200 mila pali del telegrafo previsti dai trattati di pace. Ora, non si può dire che l’Europa è finita per i pali del telegrafo, ma così è.
Per la Befana Poincaré scoprì la Germania inadempiente pure per il carbone. E invase la Ruhr, lasciando i tedeschi senza carbone e senza ferro.
Gli alleati si sfilarono, incaricando il delegato Usa Dawes di concorrere al Nobel con un piano di ricostruzione della Germania - cui il cav. Mussolini, fresco presidente del consiglio, contribuì con ben 800 milioni. Ma a Berlino intanto destra e sinistra avevano deciso il boicottaggio nella Ruhr e la ricostituzione dell’esercito, vietata da Versailles, al coperto di società sportive, di reduci, di lavoro. La Germania aveva scelto la repubblica per essere accettata tra le democrazie, ma ne fu respinta. Sotto accusa andò quindi la stessa repubblica, il voto a Hitler sarà una presa d’atto: si può pure dire che la Germania resistette dodici anni a Hitler, fino al ‘45. 
La Germania affrontò spavalda il gelo, ma la resistenza passiva le costò quaranta milioni di marchi oro al giorno di mancata produzione, il marco si ridusse a un miliardesimo di dollaro, Hitler emerse a Monaco col
putsch fallito. I militari puntarono la semiclandestina “Organizzazione Consul” contro i separatisti della Renania, in quanto filofrancesi, e scatenarono i gruppi armati, di cui il tenente Albert Leo Schlageter era animatore. Arrestato dai francesi, Schlageter fu fucilato il 13 maggio ‘23. Nell’occasione fu arrestato anche Harro Schulze-Boysen, il futuro animatore dell’“Orchestra Rossa”, la Rote Kapelle, sceso da Kiel quattordicenne a combattere l’invasore. Schlageter era stato già in contatto in Slesia con l’entità segreta O.C.. E con agenti inglesi, che lo incitavano a far fuori i “negri bianchi” della Commissione interalleata, e a combattere i polacchi.
Karl Radek ne rivendicò la figura, “pellegrino del nulla”, all’esecutivo dell’Internazionale comunista il 20 giugno: “Durante il discorso della compagna Zetkin ero ossessionato dal nome di Schlageter e dal suo tragico destino. Egli molte cose ha da insegnarci, a noi e al popolo tedesco. Non siamo dei romantici sentimentali che dimenticano l’odio di fronte a un cadavere, e neppure dei diplomatici. Schlageter, il valoroso soldato della controrivoluzione, merita da parte nostra, soldati della rivoluzione, un omaggio sincero. Noi faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa comune, non diventino dei Pellegrini del Nulla”. Lo poteva, i camerati di Schlageter ne imputavano la morte al governo Cuno, espresso dal Centro cattolico e dai Democratici. Ma loro stessi avevano assassinato Rathenau, l’uomo che aveva organizzato la Germania nella dura guerra, un patriota, che però da ministro di Weimar aveva firmato la pace di Versailles. Tutto il capitolo va riscritto.
Schlageter piacerà anche a Giaime Pintor. Era una specie di condottiero: comandava un gruppo d’assalto nei paesi baltici all’inizio del ‘19, contro i russi e i polacchi, e contro la Novemberrevolution. I tenenti che non accettavano la sconfitta comandavano anche battaglioni e reggimenti, erano dei capi. Una storia dimenticata, la guerra per bande in Germania, che solo si legge in Yourcenar, nel trucido “Colpo di grazia”. Farà da modello a quella tentata in Italia nel ‘45, mal riuscita malgrado i tanti morti, e in Grecia: il terrore viene con la pace, dopo le crociate, nella belle époque, dopo il Vietnam.
I Freikorp, gruppi volontari, impedirono alla Russia bolscevica d’incorporare la Germania, ha stabilito nel 1975 la Repubblica federale. Gustav Noske, l’esperto socialista di difesa e antisovversione, li sosteneva, benché fossero illegali. La Repubblica federale stabilì nella stessa occasione, nel 1975, che l’assassinio di Liebknecht e Rosa Luxemburg da parte dei Freikorp fu “un’esecuzione conforme alla legge marziale”. C’era confusione: Jünger in quegli anni scriveva per i nazionalisti “Standarte” e “Vormarsch”, stendardo, avanzata, e per “Widerstand”, la resistenza – Werner Lass, suo condirettore a “Vormarsch”, ex Freikorp, sarà del resto comunista.
La fine di Schlageter non è chiara. Fu catturato in un attentato fallito alla ferrovia di Düsseldorf. Ma forse è stato venduto. Era andato volontario nel ’14, lasciando gli studi, sul fronte baltico e in Slesia. Aveva continuato la guerra nel dopoguerra, nei Freikorp. Il corpo fu sottratto alla morgue di Düsseldorf da Viktor Lutze, il capo locale delle SA, compagno della prima ora di Hitler, e sepolto al paese d’origine, Schönau im Wiesental, nel Baden, fuori della zona occupata. Ogni anno si celebrava la data della fucilazione, il 26 maggio. I francesi hanno distrutto nel ‘45 il monumento eretto nel ‘34 alla Golzheimer Heide presso Düsseldorf. La celebrazione del decennale della morte, nel 1933, fu fastosa, con l’inaugurazione di un momento sulla Zugspitze e un discorso di Heidegger, rettore di Friburgo. Si rappresentava uno “Schlageter” per il compleanno di Hitler, autore l’espressionista Hanns Johst, il futuro presidente dell’Accademia Tedesca di Poesia contro il quale Brecht aveva lasciato la poesia per il teatro. È il dramma che alla scena prima, atto primo, reca il celebre avvertimento: “Quando sento la parola cultura, levo la sicura al mio Browning”.
Schlageter aveva fatto gli stessi studi, un paio d’anni dopo, nelle stesse scuole di Heidegger, il collegio Sankt Conrad di Costanza, ribattezzato Liceo Schlageter nel ‘36, il ginnasio Bertholds di Friburgo – Benjamin studierà a Friburgo con lo stesso Rickert con cui Heidegger si sta laureando, differenza di tre anni. Il futuro eroe della resistenza nazista era audace e pio, animatore del Falkenstein, circolo di studenti bravi alla spada, e dei gruppi cattolici, ferventi contro il Kulturkampf, le leggi anticattoliche prussiane. Dal fronte manifesta l’intenzione di farsi prete, “dopo aver pregato e cercato il sostegno dello Spirito Santo e della Madre divina”.
Heidegger ne fece un modello germanico, opposto “all’oscurità, l’umiliazione, il tradimento”. Un precursore posteriore: “Donde gli è venuta questa durezza della volontà, capace di far sorgere nell’animo ciò che più è grande e lontano? Studente di Friburgo, studente tedesco, sappilo, provalo, quando sulle piste e i sentieri entri nei boschi e le valli della Foresta Nera, culla di questo eroe: nella pietra originaria, nel granito, sono tagliati i monti tra i quali il figlio di contadini è cresciuto”. Suggerì agli studenti una Völkische Kameradschaft Schlageter, l’associazione Schlageter, e nel suo nome fece giurare le matricole a fine anno, sul “Mein Kampf”.
Nel 1973 il cinquantenario della fucilazione di Schlageter si è celebrato in sordina perché il giovane tenente era bandiera del “bolscevismo nazionale”: nel ‘19 in Slesia disegnò d’allearsi con l’armata a cavallo del generale rosso Budjenni per stritolare la Polonia, “la colonia più solida dell’Occidente”. Schlageter è uno dei santi laici che la Germania canonizza ai tornanti della storia, Friedrich Staps, l’attentatore di Napoleone a Vienna nel nome della Rivoluzione, Karl Sand in preparazione del Quarantotto, l’assassino di Kotzebue – di cui Dumas ha scritto la storia che nessun tedesco ha scritto. Sa di Schlag, razza, di buona pasta, di buona lana, uno dei nomi che sono un destino. E fu fatale a molti che avevano combattuto la guerra civile fino al ‘23, nel Baltico e altrove, già a sedici, quindici anni, come Staps e Sand e lui stesso. La carriera criminale di Rudolf Höss, adolescente soldato di ventura in Iraq, combattente dei Corpi volontari nella guerra per bande, cominciò con l’assassinio del maestro Kadow, sospetto traditore di Schlageter. L’inventore delle camere a gas era fatto così: da bambino andava a Lourdes, a Auschwitz volle giardinetti, biblioteca, orchestra, anche il bordello - ma niente cappelle. Höss massacrò Kadow a colpi di mazza, gli tagliò la gola, e lo finì a pistolettate. “Schlageter era mio buon camerata”, si difese al processo, “con lui ho sostenuto tanti duri combattimenti nel Baltico e nella Ruhr, insieme abbiamo lavorato dietro le linee nemiche in Slesia, e battuto gli oscuri sentieri del traffico d’armi”. In tribunale perché il complice Jurisch l’aveva denunciato al giornale socialista Vorwärts, temendo di essere eliminato a sua volta.
Schlageter non è solo, nazionalista e bolscevico. Si può anzi dire storia nota, anche questa, la staffetta partigiana che amoreggia col biondino SS, gli ebrei salvati dai cristiani, e i papi comunisti, in petto. Si può dire il sinistr-destr anzi usuale, non solo nell’addestramento in caserma. È il “Destra e sinistra” di Joseph Roth, che è morto nel ‘39. È Merlino, il fascista anarchico di Piazza Fontana, il nazimaoismo planetario. Era l’entrismo, al tempo del partito Comunista di Togliatti.
Il feroce Ernst von Salomon prima del mite Roth l’ha raccontato nel ‘30, nel best-seller che abbagliò Cantimori, “I proscritti”. E Giaime Pintor fece tradurre a Einaudi nell’inverno del ’40 in cui rinnovò la casa editrice, quando da sottotenente fu membro a Torino della Commissione per l’armistizio con la Francia, che lo zio generale Pietro presiedeva, con “stupenda sovraccoperta illustrata a colori” del pittore Guttuso – i compagni riconoscenti gli dedicheranno la cellula del Partito alla liberazione, molto attiva, c’erano pure Pavese e Calvino.
 
Sfrondati – Cardinale Sfrondati è il nome di una collezione d’arte importante e famosa. Opera del cardinale Paolo Emilio Sfrondati, nipote del papa Gregorio XIV, che avviò la collezione con due opere di Santa Maria del Popolo a Roma, la Madonna della Seggiola e la Madonna del Popolo (di cui ora non si trova più l’originale), due opere di Raffaello. La collezione divenne presto famosa, per l’ampiezza e soprattutto per la qualità delle opere – “era gigantesca ed era famosa in tutta Europa”, attesta Federico Zeri, “Dietro l’immagine”, p. 85. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, altro grande collezionista, che gliela invidiava, mandò degli emissari a Roma per studiarla, e studiarne l’acquisto. Tra i pezzi eccezionali, oltre Raffaello, “L’amore sacro e l’amor profano” di Tiziano e “La predica del Battista” di Veronese. Fece anche restaurare Santa Cecilia a Roma, dove poi sarà sepolto, con l’annesso convento.
La collezione fu racconta dal cardinale Sfrondati nel palazzo Spada a Roma – oggi sede del Consiglio di Stato. Fu poi dissolta dallo stesso cardinale (per grande parte confluì ai Borghese, nella galleria Borghese): in età, aveva avuto una crisi religiosa, insieme col cardinale Baronio, il discepolo di san Filippo Neri e storico dei santi.
I cardinali Sfrondati e Baronio sono negli annali della chiesa anche per avere sostenuto, nell’ultimo conclave cui hanno partecipato, nel 1605 (maggio 1605, un conclave si era tenuto anche a marzo, ma il papa eletto, Leone XI – Alessandro de’ Medici – era morto dopo 25 giorni), il futuro santo Roberto Bellarmino. Che però non fu eletto, si disse, perché era gesuita.

astolfo@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – Trump aveva ragione (78)

Non molti anni fa l’Oriente si vedeva nel coolie, che trasportava merci in spalla, e nel risciò, il biciclo con cui un uomo alla stanga trasportava merci e persone. Ora niente di questo è visibile e nemmeno immaginabile a Singapore o a Taiwan – nonché ad Hanoi -  e non perché l’ordine sociale lo impedisce, come nella madrepatria continentale dopo Mao, ma perché le tre Cine sono i ricchi del pianeta. Si sorpassano invece a Roma – o si viene sorpassatati da – giovani che portano pizze e altri pesi su biciclette traballanti, per mezzo euro, un euro, a consegna, e per la vergogna si chiamano rider, all’inglese, cavalieri.
Ci sono effetti deleteri della globalizzazione. Che ha prodotto più ricchezza. Ma l’ha spostata, verso l’Asia governata con lo scudiscio, e verso i ceti parassitari in Europa e in America, di importatori e delocalizzatori. Che sono venditori in patria, grazie alla posizioni di rendita che hanno maturato, di beni di consumo a caro prezzo, per produrre i quali niente corrispondono ai consumatori\utenti, in retribuzioni e commesse.
La globalizzazione è imbattibile, senza sindacati e senza leggi, orari di lavoro estensibili, paghe ridotte. Ma nell’interesse, in Europa e Stati Uniti, di pochi mercanti – la borghesia compradora che fino a ieri si disprezzava.
Fa pena Trump, che esce a ritroso dalla Casa Bianca, recalcitrante. Come un tennista sconfitto al tie-break che non si dà pace e fa notte alla rete – se non è un furbastro, che vuole negoziare l’uscita. Ma Trump è soprattutto una spia, quello che il re nudo l’ha detto nudo, e un reagente. Delle due cose che ha eretto a muro. La globalizzazione produce povertà nei paesi ricchi, molta, e moltissime incertezze e paure.  L’America è classista, come nessun altro paese – non più – in Europa, e quindi nell’Occidente.
Questo è ridicolo detto da un affarista, ma è un fatto. Che non lo dica chi dovrebbe, la stampa liberal, è una conferma, di un classismo talmente radicato da essere pieno di sé.
La lettura quotidiana dei giornali e periodici di New York, la stampa liberal, e compresa la “Washington Post”, non registra un solo articolo, uno solo, sulle donne e sui giovani che fanno due e tre mestieri - anche a New York, tutti lo vedono - per qualcosa che si possa dire una paga giornaliera. O sulle campagne e sulle aree industriali, che occupano i quattro quinti dell’America, che stanno tornando all’età della pietra. Sulle vittime, pure tanto visibili, della globalizzazione. Dei ricchi importatori di città, con le loro coorti mediatiche.  Dei ceti urbani professionali. Specie di quelli che possano vantare un quarto razziale, ex africani, ex indiani, ex cinesi, ex latinos, quelli dei diritti, così pieni di sé, con carnet  di rivendicazioni alti come grattacieli.
Non si vede perché i giovani in Europa debbano portare pesi, solo perché il mondo – il “mercato” – lo fa la borghesia parassitaria. I ricchissimi, influentissimi, anzi dominanti, riccastri delle mediazioni e le importazioni delle “scarpe schifose” della Lidl, che una stampa compiacente – si spera prezzolata - fa oggetto di culto. A fronte dei guasti la reazione è semmai blanda. Lo chiamano populismo ma è classismo, semplice, netto - e liberal, progressista.

Comica cosmologica, evolutiva

Dopo quasi mezzo secolo – le comiche cosmiche sono state pubblicate nel 1965, era lecito ancora in Italia fantasticare, sulle ali del boom, quel miracolo mai visto prima nella lunga storia, prima del tutto politico, o  Sessantotto -  durano. Le storie fantascientifiche del signor Qfwfq non appassionano - lo scrittore non vuole, s’interpone e lo strattona a ogni piega, il lettore non deve immedesimarsi, vuole fare un racconto o romanzo contro il racconto o romanzo, e la chiama operazione verità - ma incuriosiscono. Per il misto di scienza e fantasia che di Calvino sarà il trademark. Consentendogli finalmente di evadere dal mondo reale che lo opprimeva – non lo opprimeva, ma lo respingeva, lo faceva assente, lontano. Un “disimpegno” che all’epoca poteva costargli caro, ma che riuscì a imporre, non facendosi atterrare dalle critiche – l’anteprima del libro uscì su “la Fiera Letteraria”, settimanale conservatore. Grazie al pubblico che aveva fidelizzato con la raccolta delle fiabe e con “Marcovaldo”, e soprattutto, dieci anni prima, con la trilogia “I nostri antenati”.
L’immaginazione qui Calvino dispiega, in forma di apologo, in una fantasmagoria geologica e animale che tutto si permette. Avendo l’evoluzione proceduto come le è parso, di fatto senza regole né modelli. Per cui anche il signor Qfwfq può essere stato un dinosauro, come pretende, al capitolo apposito. Erano intelligentoni, anche loro come già i molluschi.
Una divagazione. Che però scorre come una presa in giro dei principi di Sir George H. Darwin, richiamato alla prima riga – che naturalmente non è “il” Darwin: una comica, cosmologica.
Italo Calvino, Le cosmicomiche, la Repubblica-Sorrisi e canzoni tv, pp. 187 € 9,90

venerdì 20 novembre 2020

Ombre - 538

“La Calabria è irrecuperabile”. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra non vuole perdere la battuta, sulla farsa della Sanità in Calabria, e non sa che altro dire. Poi dice che la mafia è invincibile.
 
“Ogni popolo ha la classe politica che si merita”, dice anche il senatore in tema di irrecuperabilità. Questo Morra, grillino genovese come Grillo, laureato a Bari, ha lavorato in Calabria, come insegnante di liceo, ed è senatore della Calabria da due legislature. Mah!
 
Ettore Jorio, amministrativista, professore a Unical, università della Calabria a Cosenza, va in Commissione alla Camera, spiega che il decreto semi-lockdown è fatto male, e che il commissariamento della sanità in Calabria ha funzionato malissimo. Dà le cifre che nel 2008, incaricato di portare in chiaro l’indebitamento della sanità in Calabria, accertò. Solo questa cifra viene ripresa, dall’antipatizzante Stella sul “Corriere della sera”, che ci costruisce sopra quattro colonne di barzellette, per dire: chi ci salverà dalla Calabria?
 
Nell’occasione – è il giorno del terzo o quarto nome sbagliato del governo per la sanità in Calabria - il “Corriere della sera” fa un paio di pagine contro la Calabria. Come a dire: sappiamo di chi è la colpa.
Ma chi legge un giornale che parla tanto della Calabria, anche se male? Milano si diverte così?  
 
“A settembre”, confida ai giornali un infermiere dell’ospedale romano del San Camillo, “qualcosa era cambiato: su 70 ingressi al Pronto Soccorso, 40 erano Covid”. Come non detto.
 
Dove il virus è più letale è in Italia – dopo Messico e Iran: 3,8 morti ogni 100 positivi. Effetto indubbiamente del disordine ospedaliero e dei protocolli di cura. Però si accredita la teoria consolatrice ai che gli italiani muoiono di più perché sono vecchi. E i tedeschi (ne muoiono 1,6), i francesi (2,2), gli spagnoli (2,8)?
 
“Per il Lazio 4 milioni di vaccini”, apre il “Corriere della sera-Roma”, a corpo 36, ben spaziato. Come a dire : ce li abbiamo in tasca, pronti. Poi dentro dice la verità: “”Serviranno 4 milioni di vaccini”. C’è una grande voglia di minimizzare il contagio nel Lazio. In omaggio a Zingaretti’, capo del Pd e presidente della Regione Lazio? Ma i morti e i contagi giornalieri?
 
È per questo che la regione Lazio ha smesso di dare i numeri dei nuovi contagi giornalieri, e dei decessi? Certo, non bisogna alimentare l’allarme. Ma quando è giustificato, e aiuterebbe a osservare le misure di contrasto? Tutto si fa per Zingaretti.
 
Si fa il caso, a Roma, di “un noto vivaio, nella zona di vila Pamphilj, nei pressi di via Aurelia Antica”, in cui il titolare, positivo acclarato, ha nascosto la positività e ha infettato i dipendenti. E i clienti? A questi non si dà nemmeno il nome o l’indirizzo del vivaio – ce ne sono tre nella zona. Che informazione è questa? Divertimento, terrorismo?
 
“la Repubblica” apre “Affari&Finanza” con, a destra, Giovanni Pons, “Il pericolo francese e la difesa dell’italianità”, e a sinistra Rizzo, “I frutti marci del sovranismo”, contro l’emendamento  Pd pro Berlusconi - contro il raider francese Bolloré. Non c’è più Debenedetti al giornale ex di Scalfari, ma Berlusconi è sempre un fantasma.
 
“Attrazione fetale” è il titolo che “Il Sole 24 Ore” dà a una ricerca sulla “natura” dell’omosessualità, che la individua nei geni. Una “diversità” che ora piace soprattutto in ambito omosessuale.  Quando lo disse Rita Levi Montalcini, venti o trenta anni fa, fu insultata come omofoba. La scienza è capricciosa?
 
A Taranto, all’acciaieria, “bruciati in otto anni quasi 50 miliardi”, calcola Bricco, dettagliando, sul “Sole 24 ore”. Di ricchezza non prodotta. Perché l’investimento era sbagliato all’origine, per “la sottomissione della politica alla magistratura”, per i politici commissariamenti incompetenti, perché il mercato è entrato in crisi. Con uno solo si sarebbe pagato un vitalizio, a tutti di dipendenti? Risparmiando a Taranto le morti.
 
Sei mesi di Mes “assolutamente da prendere”, schieramento compatto, “Corriere della sera” e “la Repubblica” in testa, martellamento quotidiano. Poi, all’improvviso, Sassoli da Strasburgo lo dichiara uno strumento dubbio. E il silenzio subentra. Senza spiegazioni.

L’emigrazione, l’avventura

Un repertorio delle dimensioni e i problemi dell’immigrazione italiana dall’unità a oggi, ricostruita con articoli e saggi pubblicati sulla stampa di tutto  mondo dove gli italiani sono emigrati, corredati da una vasta galleria di foto d’epoca. Una storia non felice, anzi specialmente dura.
L’emigrazione è una scommessa, in un orizzonte di speranza – quanti non sono emigrati, nella stessa stabile Europa ora ricca, da una città o una regione a un’altra, tra mondi diversi seppure della stessa lingua? Un segno di vitalità, comunque di iniziativa personale. Per quanto ardue possano essere le sue condizioni, anzi tanto più.
L’emigrazione è stata per quasi un secolo transoceanica, e in lingue e mondi diversi e alieni. Ma la difficoltà è parte dell’atto di coraggio. La durezza viene dallo sfruttamento. Che, non si penserebbe, ma la raccolta testimonia opera per lo più di connazionali. I “padroni”, oggi “caporali”, che condizionavano l’accesso al lavoro, le paghe, la sussistenza (casa, cibo). I “reclutatori”, soprattutto di bambini, nelle campagne remote e misere, del Sud prevalentemente: di bambini “comprati” per poche lire da adibire ai commerci non remunerati e alla piccola delinquenza nelle città e oltremare. Le mafie. Il linciaggio di New Orleans nel 1891, la caccia all’italiano che la raccolta documenta per prima, in apertura, fu la giustizia popolare contro la banda uscita vincente in una guerra di mafia, che in questa guerra aveva ucciso il capo della polizia, e poi si era fatta assolvere da una giuria da essa prezzolata – una mafia strapotente, a New Orleans, nel 1891: la folla che li assaltò nella prigione, e poi con una ricerca tignosa nei loro vari nascondigli in città, era capitanata dal Procuratore Capo.
Una rassegna delle tante emigrazioni, diverse per tempi e, di più, per destinazione. Le destinazioni di diritto inglese, in Gran Bretagna (molti in Scozia…) e nel Commonwealth (Australia, Canada), si caratterizzano per l’accettazione di diritto e di fatto, e una assimilazione rapida. Col “pesce fritto e i gelati” a Dundee, italiani, nel 1928 – o il caffè napoletano, si può testimoniare per esperienza, a Inverness, estremo Nord della Scozia, nel 1960. Gli alti e bassi in Francia, terra di accoglienza e di rifiuto, con la tragedia di Aigues-Mortes, a Ferragosto del 1893, contro gli italiani che abbassavano le paghe nelle saline (mancano le restrizioni, anche in regime di Fronte Popolare, a metà degli anni 1930, che per molti aspetti anticipano le difficoltà e incomprensioni odierne). Gli accordi postbellici, braccia in cambio di carbone, o di petrolio, di cui non si sa che pensare. L’emigrazione così era protetta, censita dai consolati, ma l’occupazione era nelle miniere, dove registrò centinaia di morti. L’emigrazione tutto sommato felice in Sud America, Brasile, e Argentina soprattutto, ma anche Venezuela e Perù, di immigrati presto qualificati e integrati, presto spina dorsale della classe media locale, di agricoltori, imprenditori, allevatori, professionisti.
In cerca di fortuna
, Internazionale Storia, pp. 192, ill. € 14

giovedì 19 novembre 2020

Problemi di base congressuali - 607

spock

Che ne pensa Di Maio di Di Battista?
 
E viceversa?
 
Ma pensano – non sembrerebbe, non fanno che parlare?
 
Hanno il pensiero pesante, come il sonno, come l’acqua?
 
I grillini si sono riuniti, poi si sono separati, e soli ci hanno lasciati?
 
Dice il professor Carlo Galli che i grillini non sono un partito, come lo era la Democrazia Cristiana, ma ne è sicuro?

C’è nulla di più antico - storico, classico - del nuovo grillino?

spock@antiit.eu

Grisélidis commediante e martire

“Il nero è un colore” suona, oggi, un manifesto. Controcorrente. Una rivolta, “Black lives matter”, contro le morti dei giovani neri americani per mano della polizia.  Ma non è la sola sorpresa: è un romanzo, comincia con un botto, “Ho sempre amato i Neri”, detto da una Bianca, svizzera, e scoppietta come un gioco pirotecnico, colorato, anche cupo. 
“Il nero non esiste” è la terza o quarta frase, non esiste nel senso della diversità. Ma non è un proclama: è la storia di una giovane madre bianca che l’innamorato nero porta a prostituirsi, e lo fa di preferenza con i neri – americani, bisogna dire: caciaroni, cioè, ubriaconi, spendaccioni. E non è la sola sfida: il romanzo è anche degli zigani, belli, forti e generosi.
Grisélidis comincia come un treno, e non si ferma. Un racconto di stenti e prostituzione, per lo più lurida, che sa però rinnovarsi e tenere avvinti. Non disturba nemmeno la sua figura sociale, protagonista nel “Sessantotto” del movimento dei diritti delle prostitute, fondatrice della cassa mutua di settore Aspasie. Tournée narratrice, racconta come pochi. Sa perfino imbastire in tanta degradazione, botte, spaccio, malattie, fame, prigione, sporcizia, stanze luride non pagate, tra i rifiuti, montagne di rifiuti, con i figli dietro, un lieto fine. Sempre con un nero – a volte indiano (dell’India?) e nero insieme. Quello che l’abbandona nel bisogno, dopo essere stato salvato da lei, quello che la picchia e le impone la prostituzione, quelli che se la fanno allegri al bar. Un racconto che più non si fa della derelizione, dopo Victor Hugo. La marginalità – i bassifondi, le borgate – ricostituendo nel fatto razziale. Da irriducibile indomabile suffragetta del “tipo nero”, anche non credibile, tanta è l’abiezione, ma non noiosa.  
Il titolo sembra di oggi, ed è quello che forse ha spinto alla riedizione, ma è del 1974 e già vecchio, ripreso da Martin Luther King e il Black Power, anni 1960 – la paura del nero, del diverso, si allenta per tappe, ed è ora, cinquant’anni dopo, la volta dell’Europa. Di neri si racconta per lo più, mariti e amanti, anche cattivi, e molto cattivi. Nonché di zingari, i pochi sopravvissuti in Germania a Hitler, di cui  Grisélidis è parte – “sono di razza gitana”. Il racconto è invece nuovo e nuovissimo, del genere che si apprezza leggendo.
È un racconto-verità, come usava – del ladro, dell’operaio, del galeotto? Non sembra inventato. Cioè lo è, ma “scritto”, con un occhio al genere, porno, e uno alla prosodia e poetica. Più Genet che “Papillon”: il diario della prostituta come il “Diario del ladro” – il “Santo Genet, commediante e martire” di Sartre. Il racconto non tralascia nulla del repertorio sessuale, il Krafft-Ebing, aggiornandolo anzi, all’“odore aspro della negritudine” e al pene ricurvo dei neri, doloroso uncino. E forse è vero, per minuti particolari. Per esempio “Roma, città aperta”, visto a Monaco, in una sala gremita. Ma riscatta la pornografia. E la noia. La vita di una prostituta, con la coda alla porta i giorni di paga, il sabato, il 30-31, non è varia. Nel racconto sì.
Grisélidis pubblicherà poi altri nove o dieci libri. Qualcuno anche premiato – “Carnet di ballo di una cortigiana” sarà premio Humour Noir in Francia nel 1979. Avvinta all’immagine di attivista della prostituzione in quegli stessi anni 1970, dopo aver scritto il libro, che data 1972-1973: alla radio, alla televisione, nei libri, nelle chiese occupate a Parigi e Lione nel 1975, e ai “convegni internazionali” che naturalmente se ne fecero. Ma narratrice dotata. Nata a Losanna nel 1929, aveva fatto in tempo a sentire gli ultimi hitleriani minacciare il pericolo nero, dei “violentatori delle vostre figlie”. Su questo sfondo mentale procede col suo racconto goloso, tra i liberatori in Germania di colore in Chevrolet.
Cresciuta in Egitto e in Grecia, studi al Liceo Artistico di Zurigo, Grisélidis fa la Modella all’Accademia, ma è presto madre di due figli, e a trentadue anni fugge in Germania con l’amante Bill, un nero americano che ha aiutato a evadere dal manicomio di Ginevra – in realtà con tutti i crismi dottorali, purché ne liberasse la Svizzera. È l’inizio del racconto, che sarà di cose vissute e viste. Scappa anche perché l’assistenza sociale vuole toglierle i due figli che già ha, di padre violento svanito. L’autobiogafia si svolge tra l’occupazione americana, la ricostruzione tedesca, avventurosa e tignosa, tra sessuomani invariabilmente deviati, e la vita confinata ai margini. Tra le cantine del jazz e i piccoli traffici, il sesso nelle sue peggiori declinazioni subendo ogni notte, mentre i figli dormono. E ciò malgrado l’amore sessuato con un uomo, con un nero, con costanza perseguendo, invariabilmente ingannevole e violento. Eccetto, forse, l’ultimo.
Una vita “maledetta”. Nei due sensi, anche in quello letterario. della bohème nel secondo Novecento. Nel senso della riuscita di una bohème iperletteraria: questo è un racconto che si recupera, l’autrice resterà pure marginale, il libro no. O anche: la sua vita sarà stata il racconto migliore. Se non è Genet in gonnella, narratrice dell’abiezione più che abietta – si riesce a immaginare “la vita è bella” di un ladro, non di una prostituta con la coda alla porta, e i figli nel letto.
Nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, Grisélidis esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza, che ha curata e lasciata, “Mémoires de l’inachevé”. Anche qui, qualche segno lascia. Dalla casa in Svizzera, che ha affittato alla solita ricca americana, per scappare col nero pazzo e sfuggire all’assistenza sociale che vuole prenderle i figli, risultano scomparsi a un certo punto “manoscritti e poesie”. Un cliente l’assomiglia a Elizabeth Taylor, dopo alcuni anni di mestiere infaticabile, tra sberle, pedate e ossa rotte. E beve già il vino rosso in fresco.
Grisélidis Réal, Il nero è un colore, Keller, pp. 320 € 17

mercoledì 18 novembre 2020

Allegri, la colpa è della Calabria

Gramellini, leghista honoris causa, non s’informa su chi ha nominato chi, su Gaudio, sulla Calabria, ma punta il dito, anzi il pugno, a ombrello: “Prosegue la sfida tra Calabria e Perù”, a chi fa peggio, intende:
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/20_novembre_18/calabria-vale-peru-18abcd24-291b-11eb-92be-ccd547aa4d2b.shtml
Gaudio è qualificato, come ricercatore (H-Index 75) e come amministratore, all’Aquila e alla Sapienza. Chiunque va in rete lo sa, Gramellini non se ne cura: Gaudio è calabrese e questo gli basta per insolentire. Non è il solo.
È una sagra di dileggi, nel “Corriere della sera” oggi, sulla farsa del commissario alla Sanità in  Calabria. Ma non contro Conte e l’incredibile Speranza, che devono decidere il commissario. Dopo (non) aver deciso contro il virus. Non tempestivamente, non coi modi e i mezzi giusti. Contro la Calabria.
Cosa non si fa per non dire che il governo è ridicolo, e affronta il virus malamente. O è il leghismo? Il leghismo dilaga – lo stesso presidente f.f. della Regione Calabria è leghista, fervente. Sottotraccia: noi non siamo razzisti, ma la Calabria, proprio….
Ma non c’è solo il giornale di Milano. Il presidente del consiglio Conte, messo al corrente dell’“alto profilo” di Gaudio, che tra l’altro ha un inglese parlato e scritto come un inglese, si esibisce in un: “Mi ha colpito, non sapevo fosse calabrese”. Lui che, invece, in inglese zoppica, ed è pugliese. Questo è l’altra parte dello psicodramma, l’odio-di-sé meridionale, una miniera. 
La sagra anti-Calabria è organizzata al “Corriere della sera” da un direttore napoletano. Che esuma per l’occasione in prima lo specialista anti-Calabria del giornale, l’altrimenti desaparecido Gian Antonio Stella – il “Corriere della sera” ha uno specialista anti-Calabria. Con la volenterosa collaborazione degli informatori di Stella, quelli della Calabria “‘ndrangheta e barzelletta”. E naturalmente del giudice Gratteri di Catanzaro.

Dumas si traveste da Poe

Dumas giallista a Napoli, da Napoli. In compagnia di Edgar Allan Poe, detective sopraffino. Uno dei tanti feuilleton che Dumas dettava - “col cappello fra le mani congiunte dietro la schiena, si dava a passeggiar su e giù fra i tavoli nella camera di redazione e a voce alta, staccando bene le aprole, detta” (Federico Verdinois, uno dei collaboratori) - per il suo giornale “L’Indipendente”, da lui fondato e diretto dal 1860 al 1864. Qui assortito dall’incontro prolungato con Poe, che sarebbe stato suo ospite per alcune settimane a Parigi nel 1832, presentato da Fenimore Cooper, l’autore de “L’ultimo dei Mohicani”, il romanziere del momento, e avrebbe “risolto il caso” – molto alla Sherlock Holmes, ancora di là da venire.
Un caso di assassinio, duplice e bestiale, un massacro, nella camera chiusa. Ma il giallo più appassionante è raccontato in appendice da Ugo Cundari, che ha disseppellito il racconto, pubblicato a puntate, come usava, dal 28 dicembre 1860 all’8 gennaio 1861, e mai ripreso in volume né analizzato dai critici dello scrittore. Un plagio, di E. A. Poe, dei “Delitti della rue Morgue”?
Dumas e Poe sono i principi della querelle sui plagi che ha infettato l’Ottocento, spiega Cundari nei dettagli, i più sospettati e accusati. Ma, poi, non si copia sempre? E Dumas, nell’occasione, non fa di Poe il protagonista del racconto? Con in più la questione: è stato Poe a Parigi nel 1832, come Dumas vorrebbe – e come “I delitti  della rue Morgue” lascerebbe supporre, prima di Dumas nel 1860.
“Un giallo (storico) nel giallo (letterario)”, lo dice Cundari. Che dà credito alla scomparsa di Poe fra il 1828 e il 1832, forse a San Pietroburgo, per arruolarsi nella guerra d’indipendenza dei Greci,  da byroniano fervente – Byron era morto in Grecia, per la Grecia, nel 1824. Una favola inventata da Poe, che James Russell Lowell avallerà nella celebrazione postuma, ma senza riscontri possibili: in quegli anni Poe vive a Boston, pubblica la sua prima raccolta di poesie, byroniana, si arruola nell’esercito, quasi due anni, raggiungendo il grado di sergente maggiore, fa il concorso per West Point e lo vince, infine abbandona l’accademia militare e si costituisce una famiglia a Filadelfia, puntando sul solo lavoro giornalistico-letterario.
La familiarità fra Dumas e Poe Cundari può dare comunque per accertata, stante la comune appartenenza alla “setta massonica e rivoluzionaria americana, la «Society of the Cincinnati”», di cui faceva parte anche Fenimore Cooper – e Alexander von Humboldt, cui Poe ha dedicato “Eureka”.
Alexandre Dumas,
L’assassinio di rue Saint-Roch, Baldini Castoldi Dalai, remainders, pp. 111, ril. € 6,45





martedì 17 novembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (440)

Giuseppe Leuzzi

C’è un Dyonisos Taurokeos. C’è anche, nell’“Aiace” di Sofocle, e a Andros, nelle Cicladi, una Atena Taurobolos, o Tauropolos. Non  si indaga abbastanza il toro onnipresente, nella simbologia e nella toponomastica, in Grecia e nella Magna Grecia, eredità dei Micenei, prima della civiltà greca e quindi della Magna Grecia – dove pure le tracce sono frequenti e anche vistose.
Il Dizionario Italiano Olivetti elenca Taurina (s. femm.), taurinense, taurino (agg.m.), taurisanese, tauriscio, taurite, tauro,taurobiliare, taurobolo, taurocaptasie (sost. femm. pl. – ma di “taurocaptasie, giochi del toro, in Tessaglia tratta a lungo Evans, l’architetto di Cnosso, n.d.r.), taurocolato, taurocolico, tauroctonia, taurocton, taurodesossicolico, taurodontìa.
 
Il Grand Tour, il viaggio italiano di iniziazione alla storia e all’arte dei ricchi e nobili europei, escludeve fino a tutto il Settecento la Magna Grecia e la Sicilia, cioè il Sud: troppo pericoloso. La fama è antica.
 
Sudismi\sadismi
In un soprassalto d’intelligenza Conte nomina Eugenio Gaudio, calabrese, medico, ricercatore e manager, commissario alla Sanità in Calabria. Gaudio rinuncia, o non accetta la nomina. E ha di che. Il “Corriere della sera” non ha trovato di meglio che dirlo “indagato”: “In Calabria tocca a Gaudio (ma è indagato)”, a corpo 36.
Gaudio, con un H-index (misura la qualità della ricerca) elevatissimo, 75, ex preside di Medicina all’Aquila, ex rettore della Sapienza fino all’altro ieri, uno che sa l’inglese come gli inglesi, per il giornale milanese è solo “un indagato”. Per la solita faida tra giudici, a Catania: il Procuratore nuovo contro il Procuratore vecchio, che accusa di avere pilotato l’assunzione della figlia all’università. Gaudio non c’entra, ammesso che il fatto criminoso ci sia stato, ma questo non interessa, basta poterlo dire “un indagato”.
Quello che si dice “un avvertimento”. Che il “Corriere della sera” fa dare opportunamente dal suo corrispondente in Calabria, Carlo Macrì.
 
Sulla stessa linea lo stesso giornale si affida a Marco Demarco, ex direttore del “Corriere del Mezzogiorno”, la sua edizione napoletana,  per ironizzare sul primadonnismo dei politici nella pandemia. Demarco sceneggia De Luca vs. De Magistris, il presidente della Regione Campania contro il sindaco di Napoli (non bene: mette in scena De Luca ma non De Magistris, ma questo è un altro discorso). Niente di più ridicolo, nella tragedia, del presidente della Regione Lombardia e del suo assessore alla Sanità, traffichini, inconcludenti. Ma questo si lascia a Crozza – il “Corriere della sera” sarà sempre dell’opinione del suo segretario di redazione (da Tropea) che a Natale del 1955, al tempo di Mike Bongiorno e “Lascia o raddoppia”, sentenziò: “Se non ne parliamo  noi, non esiste”.
 
Cupole, coppole e spesa storica - un’altra storia
L’insouciance del governo – l’albagia, la supponenza, la disattenzione esibita - sulla Calabria, sulla sanità e il relativo commissariamento, ha buttato la questione in ridere, per cui, vedi Crozza e buon numero di quotidiani, la sanità nella regione è al solito questione di cupole e coppole, mafiose. Mentre il problema è uno solo, e neanche difficile, che un qualsiasi governo, anche mezzo governo, avrebbe affrontato e risolto: la spesa storica.
Che la sanità venga garantita in base alla spesa storica è un abuso e una stupidaggine. Vuol dire che i calabresi, con gran concorso di spese, se non altro per i viaggi, dovranno continuare a correre, per curarsi, a Roma e a Milano. Ma così è – è stato per dieci anni e continua a essere. È un aspetto della ineguaglianza nella distribuzione della spesa pubblica. Non nuova, ma ultimamente aggravata.
Il concetto di spesa storica è lo zoccolo di qualsiasi trasferimento pubblico: “quanto hanno avuto l’anno scorso? aggiungiamoci uno zero virgola”, e la pratica è chiusa. La burocrazia s’acquieta così, altrimenti dovrebbe lavorare: calcolare, decidere. Ma questo semplicemente significa che chi più ha più avrà. Che sembra lapalissiano, e lo è: una sciocchezza. E tutti lo sanno. Compresi i ministri Pd meridionali nel governo a base 5 Stelle, Boccia, Provenzano (ex Svimez, se non lo sa lui) e Speranza, che però non cambiano: la sinistra si vuole aralda indefettibile del Mercato.
Su “basi storiche”, la spesa pubblica complessiva annua per servizi (scuola, sanità, ferrovie, assistenza) e infrastrutture si è così divaricata a dismisura. Va dai 27.874 euro pro capite della Valle d’Aosta ai 9.761 euro della Calabria (la spesa pubblica annua in euro pro capite è calcolata da Eurispes, sui Conti Pubblici Territoriali, come valori medi per il primo Millennio, gli anni 2000-2017). Prima della Calabria vengono per ultime tutte le regioni meridionali: Puglia, Sicilia, Campania, Basilicata, Molise, Sardegna, Abruzzo. In ordine crescente di spesa, ma tutte al disotto abbondantemente della media nazionale dei trasferimenti pubblici, che è stata di 16.697 euro.
A seguire la Valle d’Aosta tra  le regioni privilegiate vengono Bolzano, Lombardia, Lazio e Trento, con oltre 21 mila euro pro capite, Emilia, Friuli e Liguria con oltre 19 mila. Una bella differenza.
 
Si ricicla – senza la ‘ndrangheta?
“Oltre duemila miliardi” di dollari sono stati riciclati dalle grandi banche, Deutsche, l’olandese Ing la francese Société Générale (ma l’elenco è lungo: JPMorgan Chase, HSBC, Standard Chartered, Bank of New York Mellon, American Express, Bank of America, Bank of China, Barclays, China Investment Corporation, Citibank, Commerzbank, Danske Bank, First Republic Bank, VEB.RF e Wells Fargo). Negli anni dal 1999 al 2017. Pur sapendo della provenienza illecita, senza scrupolo.
Non è una novità. Si suppone, si sa, che le banche preferiscono il denaro sporco, ci guadagnano molto di più (il pizzo…), in commissioni, custodia, cambio. La novità è che il riciclaggio è documentato, dai FinCen Files del dipartimento americano del Tesoro, i documenti del Financial Crimes Enforcement Network del ministero, una sorta di polizia finanziaria. Il sito americano di indiscrezioni Buzzfeed ne è venuto in possesso, e li ha pubblicati il 20 settembre, coadiuvato dall’International Consortium of Investigative Journalists, l’organizzazione dei giornalisti d’inchiesta. Sono oltre 200 mila files, che documentano altrettante operazioni sospette.
I giornalisti d’inchiesta hanno accertato anche che la documentazione non ha prodotto nessuna conseguenza - eccetto un crollo temporaneo dei titoli bancari in Borsa il 21 settembre, il giorno dopo la pubblicazione (ma la Borsa ha la memoria corta, l’incidente è dimenticato). Né negli Stati Uniti, che del riciclaggio avevano cognizione documentata da tempo,  né altrove, in Europa, in America Latina, in Asia: né i governi né le banche hanno fatto nulla per arginare il riciclaggio. In Europa non c’è nemmeno un organismo di segnalazione, se non di controllo, alla Bce o altrove (c’è in Italia, alla Banca d’Italia attraverso l’estinto Ufficio Italiano Cambi, ma può agire solo in via giudiziaria, cioè in tempi fuori dal tempo).
Ma anche questo si poteva dare per scontato. Il problema è che questo traffico si svolge senza la ‘ndrangheta. E come è possibile? I servizi si devono svegliare, che ne è della Calabria über alles, al comando del mondo? Aisi e Aise, ancora uno sforzo.
 
Milano
“All’infuori dei polacchi, non c’è nell’intera Europa gente che abbia, in fatto d’invasioni nemiche, la tremenda esperienza degli italiani del Nord” – Guido Morselli, “Contro-passato prossimo”, 95.
 
“La grande pinacoteca di Brera fu fondata dal viceré Beauharnais, che letteralmente sequestrò alle regioni veneta, lombarda, romagnola, emiliana e marchigiana molti quadri che ormai erano avviati a rapida rovina”, F. Zeri, “Dietro l’immagine”, 120. Un francese che non rubava. Ma ben un francese, per pensare Brera.
 
“Non appena  i quadri” di Brera “giunsero a Milano, accadde un fatto che, ai nostri occhi, può sembrare piuttosto bizzarro” , id.: “Una commissione li divise in tre categorie: categoria A, da esporre, categoria B, da tenere in deposito, categoria C, da vendere”. Come categoria C, “insieme a opere di nessuna importanza furono venduti anche capolavori, o pezzi di capolavori”.
Tanto bizzarra la vendita non è, prima dell’arte viene l’avidità.

“Tra poche ore le ambitissime sneaker della catena Lidl saranno finalmente acquistabili anche in Italia a 12,99 euro. Spazio anche a ciabatte, calzini e t-shirt. Tutto in edizione limitata”. Blurb – gratuito? - gigantesco del “Corriere della sera” al discount tedesco di periferia: l’indomani è un pandemonio a piazza Corbetta, mezza Milano si litiga le scarpe e le ciabatte. Indifferente ai contagi e alle ore di attesa.
 
C’è anche chi ne ha fatto incetta, delle scarpe-non scarpe Lidl. Sempre sfidando il virus. All’ora di pranzo le stesse scarpe, colorate ma non utili, erano in vendita su eBay e altrove a prezzi d’affezione. I milanesi si facevano pagare la sfida al virus.
 
In primavera s’infetta di covid mezza Lombardia: Lodi, Cremona, Mantova, Pavia, Brescia e fino a Bergamo. Questo novembre, piena di anticorpi la Lombardia padana, è la volta di Varese e Como. La Lombardia non si priva di nulla, anche a rischi di morire. Ma altrove questa pratica si direbbe colposa.

leuzzi@antiit.eu