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mercoledì 1 aprile 2020

Cronache virali

La stampa cinese commenta l’esplosione della pandemia in America ribadendo quanto già scritto dell’Italia: Europa e Stati Uniti hanno sprecato la finestra temporale aperta dalla Cina a Wuhan,  dissipando in misure lente e inefficaci i “primi 50 giorni”, durante i quali è stato possibile (in Cina) rallentare e circoscrivere l’epidemia.
È ormai riconosciuto dai giornali a Pechino che Wuhan è diventata un focolaio d’infezione estesa per le resistenze delle industrie locali ai primi tempestivi interventi di quarantena. Specie dell’industria del tempo libero, che non  voleva rinunciare ai lunghi e dispendiosi festeggiamenti del capodanno cinese.
Per riaprire, il mercatino di strada, tre chioschi, carne, pesce e ortofrutta, ha dovuto mettere in campo un ingegnere\architetto per il progetto, un geometra esperto delle pratiche comunali, un suo contatto al Comune esperto del Dcpm di Conte e delle delibere della sindaca Raggi, nonché l’operaio del Comune addetto a fare, a mano, le strisce gialle, di camminamento, di delimitazione, di posizionamento, di pagamento. Nonché affittare le opere provvisionali: una rete di recinzione dell’intero mercatino, e i pilastrini con catene per bloccare il passaggio di auto e moto ai due lati stradali. Hanno speso 280 euro, l’uno. Che non recupereranno nelle tre settimane di prevedibile ulteriore quarantena. Ma temevano di perdere la clientela.
I mercati rionali coperti invece sono stati liberi di operare, perché previsti dal Dcpm di Conte, anche in affollamento.

Letture - 415

letterautore

Alloglossia – L’uso di una lingua straniera come esercizio di stile. È il caso di Jhumpa Lahiri con l’italiano. Lo è stato di Beckett col francese. Di Milton con l’italiano. Di Joyce con l’ italiano, il triestino, il tedesco

Arcadia – È “invenzione” di François-Séraphin Régnier Desmarais, uomo di chiesa e diplomatico francese del secondo Seicento (come diplomatico trattò a Roma la questione della Corsica), esperto latinista,  autore di poesie anche in italiano, che vefe passare come di Petrarca. Le sue traduzioni in italiano da Anacreonte modellarono il gusto arcadico. Tradusse in italiano anche, lascando il lavoro incompiuto, l’ “Iliade” – la traduzione forse migliore per ritmo, in endecasillabi sobri, efficaci.

Brexit – In letteratura avrebbe molte sorprese. Stevenson, Walter Scott, Conan Doyle, i più popolari scrittori inglesi sono scozzesi. O Cronin. O Burns e Muriel Spark. E Adam Ferguson, Adam Smith, Hume. Boswell. Frazer. O gli innumerevoli irlandesi: Swift, Sterne, Yeats, Wilde, Shaw, Joyce, Beckett. Anche Bram Stoker.

Céline – Vale per lui quello che il non amichevole Gide disse delle “Bagattelle per un massacro”, il pamphlet antibellicista, e antisemita, del 1937. “Non è la realtà che dipinge Céline: è l’allucinazione che la realtà provoca”. La realtà di Céline: “Céline eccelle nell’invettiva. L’aggancia a qualsiasi cosa. La juiverie qui non è che un pretesto”. Vomitava su tutto, in effetti.

Sartre fu céliniano della prima  ora. “La nausée”, la sua prima opera, un racconto-romanzo, scritto nel 1932, l’anno del “Viaggio” di Céline, fu riscritto, un paio di volte, dopo la lettura del “Viaggio”, pubblicato nel 1938, e si apre con una citazione “L’Eglise”, il dramma satirico che Céline aveva scritto prima del “Viaggio” e pubblicato un dopo il successo del romanzo”: “È un ragazzo che non ha nessuna importanza collettiva, è solo un individuo”. È un apprezzamento che il dominus ebreo della commediola, Yudenzweck, capo di Bardamu-Céline alla Società delle Nazioni, rivolge al giovane medico suo sottoposto. “La nausea” si legge meglio infatti in chiave céliniana – benché sempre di lettura impervia.

Italo-greci – Usava per molti scrittori greci scrivere in italiano nelle isole joniche e a Creta. Qui i più rinomati sono, nel Cinquecento, i fratelli Cornaro, Andrea e Vincenzo. Nel’Ottocento si segnalano a Zante il poeta, e per un periodo segretario di Foscolo, Andrea Calvo o Calbo, e poi  Dionisios Solomòs, stimato rinnovatore della letteratura neogreca.

Italo-slavi – Come oggi gli anglo-indiani, plurime generazioni ci sono state di scrittori slavi in Dalmazia che scrivevano e pubblicavano in italiano. Brugnolo, “La lingua di cui si vanta Amore”, ne fa un elenco minimo: i cinquecenteschi Savino Bobali Sordo (Sabo Bobalijević Glušac), Lodovico Pascale (Ludovik Paskalić), e Domenico Ràgnina (Dinko Ranjina), e i secenteschi Francesco Ghetaldi (Frano Getaldić), e Igazio Giorgi (Ignjàt Đurđević).

#metoo – Era parte della morale, o precettistica, della Controriforma. “Il valore della verginità, solennemente riaffermato dal concilio di Trento”, scrive Giorgia Alessi ne “II gioco degli scam­bi”, “fu tutelato, negli orientamenti giuridici dell’Italia post­tridentina, attraverso la sanzione penale: non solo la deflorazio­ne violenta, ma persino la seduzione avvenuta con il consenso della sedotta, vennero qualificate ‘stupro’ ed inserite tra le vio­lazioni più gravi della convivenza civile”.

Prebistero – Viene in uso per prete, oggi diminutivo e quasi offensivo – specie nei proverbi e le aggettivazioni, che restano. Sacerdote era l’opzione già in uso. Ma richiama il sacro. Presbitero invece richiama l’anzianità (“il più anziano), per età o solo morale (intellettuale, culturale).

Rilke – Provò con l’italiano, oltre che col francese. Con due brevi componimenti:
La Nascita del Sorriso
Vinse il Dio quella chi sola al mondo
Ebbe la fonte nel suo angelico viso.
Cantimi, inclita musa, il primo giocondo
Quello, nostro ancora, raro sorriso.
(Novembre 1920)

Dimmi, uccello, sempre vai
lí dove il cuore ti porta?
Mai non t’inganni
mai non cedi al vento?
Io spesso, su queste ali
dell’alma vado incerto.
L’Angelo inoccupato
d’una fanciulla chi dorme
verso un punto del cielo
torna il mio cuor.
(Agosto 1924).

Sirene – Le vide Colombo, nel primo viaggio, nei Caraibi: “Le tre sirene elevavano i loro corpi sopra la superficie dell’oceano, e benché non fossero così belle come si rappresentano nelle pitture, il loro viso rotondo aveva nettamente forma umana”. Claude Lévi-Strauss opina in “Tristi tropici” che fossero dei lamantini, dei trichechidi – che però non sono belli.

Voltaire – Mangiapreti, fu anche, o si atteggiava, cattolico, pio. Fra i destinatari delle 178 lettere di lui rimaste scritte in italiano figurano sacerdoti, frati, gesuiti, teologi, cardinali, e due papi, Benedetto XIV (tre lettere) e Clemente XIII. Con Benedetto, persona di grande cultura, lo scambio fu intellettuale.  A Clemente XIII Voltaire mandò, congiuntamente alla nipote Mme Denis, sua amante, la richiesta di una reliquia di san Francesco, per una chiesa che “Francesco de Voltaire” intendeva edificare “nelle vicinanze della herezia”. Le reliquie furono mandate, la chiesa fu edificata, e Voltaire vi prese anche la comunione, per dare “un esempio edificante” ai popolani suoi vicini.

letterautore@antiit.eu

Contro il secolo della psicoanalisi

Trecentocinquanta pagine di contestazioni a Freud. Anche solide. Anche di senso comune. Del metodo di ricerca: il caso singolo, nemmeno indagato, è un pretesto. Dell’elaborazione. Delle troppe “verità” – conclusioni, assiomi. Dell’epistemologo ritenuto il più fine del secondo Novecento – in guerra peraltro con Popper, primo Novecento, e con tutto il positivismo, cui ascrive Freud.
L’inconscio dinamico, freudiano, “acquisisce i suoi contenuti in gran parte dalla rimozione inconsapevole di idee originariamente presenti in una certa forma nella coscienza”. Ma come ? Nel sogno? Con le associazioni libere? “Metodi” troppo casuali – da gioco di società. L’inconscio cognitivo basta e avanza, e sottrae ogni credibilità all’inconscio pasicoanaltico: “Nell’inconscio cognitivo regna dappertutto una grande razionalità, che presiede ai processi computazionali e associativi con cui vengono risolti i problemi posti dalla memoria, dalla percezione, dal giudizio e dall’attenzione” Anche se il contenuto di desiderio dell’inconscio” fa si che “esso operi in maniera altamente illogica”. Inoltre, “nell’inconscio cognitivo non giocano alcun ruolo né l’espulsione dalla coscienza di idee e ricordi, né la censura selettiva operata al loro ingresso nella coscienza”.
Grünbaum non si ristampa perché ha fatto troppi danni – al business? È da dubitare, l’analista è un dogma, anche se si limita ad ascoltare. Costa, ma è come un social, non si può fare a meno di chiacchierare. Del proprio subconscio, poi, con rimozioni e colpe e tutto, è un delirio.
“Che prospettive si delineano per il futuro della psicoanalisi nel XXI secolo?” Grünbaum si cautela – siamo nel 1984 - con lo psicoanalista Meehl. Ma per ribadire la sua condanna, di lungo corso: “Avremo un secolo in cui la psicoanalisi potrà essere accettata o rifiutata, soprattutto sulla base delle opinioni personali di ciascuno. Se questo accadrà, la mia previsione è che essa sarà lentamente, ma ineluttabilmente, abbandonata, sia in quanto prospettiva terapeutica sia in quanto teoria della psiche”. Non sembra il caso: accettato o rifiutato, e benché non guarisca, il business marcia: l’“aiutino” psicologico, di uno che ti sta ad ascoltare, è sempre pregiato, anche se non scientifico, anche se ascolta distratto – come fargliene una colpa, troppi casi.
Adolf  Grünbaum, I fondamenti della psicoanalisi.

martedì 31 marzo 2020

Problemi di base del nulla bis - 551

spock
“È impossibile immaginare il nulla – il nulla è un’impossibilità”. Bergson?

Il nulla è logico?

O è più logico, il meno arbitrario – cioè non è logico?

“Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo”, Steven Weinberg?

“Chi non abbia mai, per così dire, gettato lo sguardo nell’abisso del Nulla assoluto, finisce fatalmente col perdere di vista il carattere eminentemente positivo  della consapevolezza che esiste qualcosa, anziché il nulla”, Max Scheler, diplomatico e filosofo?

“Vi lamentereste  anche se non ci fosse niente”, SidneyMorgenbesser?


“Un’entità reale è superiore a una immaginaria”, sant’Anselmo di Canterbury (d’Aosta)?

spock@antiit.eu

Informazione virale

Dalle cronache di malasanità, tra morti e ruberie, al sistema sanitario modello mondiale.
Un sistema sanitario che in dieci anni ha ridotto di un terzo i posti letto in ospedale, da 298 a 192 mila. Per effetto del patto di stabilità, ma di più e con più lena per fare posto alle cliniche private: i posti letto in ospedale sono passati da 9,1 a 8 in Germania, da 7,0 a 5,9 in Francia, da 4,7 a 3,8 in Italia.
Specialmente smantellate le strutture e le attrezzature per la terapia intensiva – nonché i dispositivi di protezione individuale di medici e infermieri. L’Italia è arrivata al coronavirus con 5.300 posti letto di terapia intensiva, utilizzati prima del contagio al 50 per cento (cioè distribuiti male). La Germania ne contava 28 mila, utilizzati all’80 per cento. In rapporto agli abitanti, la Germania contava 0,3 posti di terapia intensiva per mille abitanti, la Francia 0,12, l’Italia 0,09.
I posti letto per malattie infettive erano prima del coronavirus 2.738, tutti pubblici, utilizzati al 90 per cento.  

Cronache virali

In Lombardia il numero più alto di vittime del coronavirus per 100 mila abitanti: 41. Madrid segue con 23.
Un ospedale nuovo a Londra, per 4 mila letti, in una settimana, uno nuovissimo, mura comprese, a Wuhan in dieci giorni, uno ricavato dai locali della (ex) Fiera in quindici, e non ancora funzionante. Ma basta per annunciare il primato di Milano. Servirà al rilancio immobiliare dell’area.
Si poteva fare meglio? Come no, spiega Giorgio Parisi, fisico eminente, presidente dell’Accademia dei Lincei: bastava far fare la quarantena in luoghi appositi, invece che in casa, a infettare familiari e condomini. Come aveva fatto la Cina – e Roma prima di essere sommersa da Milano.
Il cane sì, anche tre volte al giorno, con accompagnatore-i, il bambino no, nemmeno in carrozzina, coperta. Lamorgese e Gabrielli tassativi difendono la salute – del cane o del bambino?
Non c’è più l’italiano-a di Londra che dice meraviglie in confronto con l’Italia. In compenso c’è l’italiano di Berlino, anche di Parigi, che dice come tutto lì fila liscio, senza burocrazie, senza intasamenti, cure perfette, soldi subito. Un paradiso.
Harry Potter in tv all’ennesima replica ha battuto Camilleri in prima ma senza Montalbano. Con Montalbano, benché all’ennesima replica, Camilleri si riprende il primo posto in prima serata tv, Harry Potter viene secondo. In due si prendono la metà della audience: c’è bisogno di un po’ di pace, cioè di giustizia.

Sculacciando l’autore

La donna a ore rigoverna in dettaglio. Ogni tanto frustata dal padrone di casa. Ma senza lamenti. Forse un sogno, per lettore-analista – ma non pagato?
Dell’inutilità della scrittura fredda, dello sguardo – “ricercata”.
Delle traduzioni inutili, per accattivarsi l’agente (“un Philip Roth per dieci Coover”)?
Robert Coover, Sculacciando la cameriera, Guanda, pp. 65 € 6

lunedì 30 marzo 2020

Tremonti contro Draghi

Contro Draghi, che oggi sembra fare l’unanimità come salvatore della patria, scaglia due pesanti accuse l’ex ministro del Tesoro Tremonti in una dettagliata intervista  con Andrea Indini sul “Giornale”. Senza nominarlo ma individuandolo con chiarezza, in due punti chiave: della competitività internazionale, e della crisi italiana del debito.
 Nell’ottobre del 2008, come ministro dell’Economia e delle Finanze italiano, ho scritto alla presidenza di turno europea, al ministro Lagarde, una lettera. In quella lettera, scritta mentre la crisi stava esplodendo, c'erano un punto generale sul bisogno di regole per l’economia e un punto particolare europeo sull’esigenza di un Fondo salva Stati per gestire la crisi. Punto primo: in sede G20 il governo italiano proponeva di stendere, insieme all'Ocse, un trattato multilaterale denominato “Global legal standard” (Gls). Il senso era: si deve passare dal free trade al fair trade. Non basta che a valle il prezzo di un prodotto sia giusto (free trade), è necessario che a monte ne sia giusta anche la produzione, rispettosa di tante altre regole (fair trade). Ad esempio, all'articolo 4, si era scritto: regole ambientali ed igieniche. Il trattato fu votato dall’Ocse ma questa filosofia politica fu battuta dal “Financial stability board” (Fsb), ispirato dalla finanza come dice il nome stesso”. 
Del Financial Stability Board era parte, per l’Italia, Draghi.
Al secondo punto della lettera “il governo italiano faceva notare che nei trattati europei non cera la parola crisi. Trattati che erano stati tutti scritti in termini progressivi e positivi dove il bene era la regola e il male era l’eccezione non prevista. Si iniziò, quindi, sulla base della nostra proposta, la discussione sulla crisi e sulla necessità di introdurre un fondo anti crisi. Alla fine, una notte, fu invitato in Eurogruppo un notaio per incorporare con strumenti di diritto privato il primo fondo europeo. La logica della discussione, in quelle lunghe notti, era: sopra serietà, pur se non austera, nel fare i bilanci nazionali, sotto solidarietà per chi andava in crisi e, in mezzo, il fondo europeo come piattaforma da cui lanciare gli eurobond. Sugli eurobond ricordo l'articolo scritto sul Financial Times da me e Juncker”. 
Poi tutto si è rotto quando è esplosa la crisi della Grecia... “Al tempo ero presidente dei ministri dell'Economia del Ppe. Quando Juncker chiese di usare il Fondo salva Stati per salvare le banche, risposi: ‘Potrebbe, ma a patto che la contribuzione nazionale al fondo non sia basata sul Pil, come giusto nella funzione salva Stati, ma sul rischio, come giusto nella funzione salva banche. Sulla Grecia le banche tedesche e francesi erano a rischio per 200 miliardi di euro, l’Italia solo per 20. L’ipotesi del passaggio nel calcolo dal pil al rischio innescò la crisi. Qualche giorno dopo esplosero gli spread e fu spedita la lettera Bce-Bankitalia del 5 agosto”. 
La lettera, che doveva essere riservata e fu resa pubblica, portando  l’Italia al quasi fallimento, fu firmata per la Banca d’Italia da Draghi.
Segue nell’intervista una coda velenosa, che assimila Draghi a un quisling: “Obiettivo di queste manovre non era solo prendere i nostri soldi per salvare le loro banche ma anche mascherare gli altrui vizi di sistema e, passando dal calcolo sul Pil al calcolo sul rischio (“dal calcolo sul rischio al calcolo sul Pil è probabilmente la redazione giusta - n.d.r.), evitare di far venir fuori la vera causa della crisi, una crisi bancario-sistemica che era più nel Nord che nel Sud dell’Europa”. 

Secondi pensieri (414)

zeulig
Contratto sociale – L’idea di Rousseau è la più sottile di ogni concezione politica: il contratto è l’accettazione, latente e continua, di ogni individuo di far parte di un certo gruppo, anche se in minoranza o in dissidio. Non è però la regola della democrazia – si può accettare anche la tirannia.
È un principio di identificazione, e la misura della stessa.

Dio – È la più grande invenzione: dell’Inventore Universale.
È il cervello umano all’ennesima potenza - collere incluse, anche manesche. Non è altrimenti pensabile.
È il vecchio animismo, con i libri di storia e filosofia – e con Einstein.

“L’unica immagine di Dio è l’uomo vivo”, Giovanni Gennari?

Entropia – È (anche) social, argomenta Lévi-Strauss, “Primitivi e civilizzati” 47-55: “Le società somigliano un poco alle macchine, e vi sono due tipi di macchine: le meccaniche e le termodinamiche”. Le prime “possono in teoria funzionare indefinitamente con l’energia iniziale”. Le seconde “consumano la loro energia e progressivamente la distruggono”. Le prime propone di chiamare “fredde”, “orologi paragonati a macchine a vapore, che producono pochissimo disordine (i fisici lo chiamano «entropia»)”. Le macchine a vapore vano invece per differenza di potenziale, e le nostre lo ottengono “attraverso forme diverse di gerarchia sociale” – “schiavitù, servitù, divisione di classe”.
Se non che la differenza, più o meno irriducibile, è produttiva: “La società è una macchina e contemporaneamente è il lavoro prodotto da questa macchina. In quanto macchina a vapore essa crea entropia ma in quanto motore fabbrica l’ordine”. L’entropia sociale attiene alla cultura – “la cultura fabbrica l’organizzazione: coltiviamo la terra, costruiamo case, confezioniamo oggetti…”. La società è altro, ma è complementare alla cultura, che causa l’entropia.

L’entropia entra nelle scienze sociali con Gobineau, afferma ancora Lévi-Strauss: “Per primo ha intravisto l’elemento entropia, cioè il disordine, che è un fattore concomitante del progresso e caratterizza in modo essenziale la società”. Ma, situandolo “«naturalmente» il più lontano possibile dalla cultura”, naturalmente per il suo tempo, “lo ha situato nella natura, a livello delle differenze razziali”.

Religione – Si propone il papa a ogni ora del giorno durante il contagio, sulla piazza di san Pietro da ultimo come in un film della serie di Sorrentino (“The Pope Alone” subito bollato sui social), dopo aver detto messa la mattina, e dato la benedizione a mezzogiorno con un fervorino, e si vede, si sa, si sente che è solo, che dice messa e si parla da solo. L’immagine di desolazione rinnovando originaria, della sua passeggiata sul Corso deserto, una giornata livida, verso San Marcello miracoloso. Si propone intercessore della grazia divina, ma con effetto energizzante o deprimente? La funzione della religione non è nella compassione, nelle buone intenzioni, nell’opera buona – quella è di tutto il creato, anche delle bestie, anche degli alberi e dei fiori. del’acqua, del vento.  Della terra.

Schopenhauer - Nietzsche correva troppo. Rohde, l’amico più amato, disse che veniva “da un paese dove non abita nessuno”. O il suo problema è che divenne filosofo avendo letto, rapidamente, Schopenhauer. Il quale invece è stanziale, scriveva ponderoso e immutabile. Pretendendosi Budda, pieno di sorprese: “Coloro che agiscono per fede sono simili a coloro che agiscono per avidità”, diceva cose simili. E:“Coloro che si lasciano guidare dall’intelligenza sono simili a coloro che si lasciano guidare dall’odio”. Come Budda distinguendo sottile: “Nascendo morimur”. La vita è la morte: “La vita migliore è la morte. La morte è il più alto grado di guarigione. La morte è da considerare il vero fine della vita”. Il mondo si preserva distruggendosi. I popoli sono astrazioni, le masse non sono più dei singoli – l’argomento del sorite rovesciato: non sapeva fare le somme. A lui si deve la scoperta che “l’uomo era all’origine un animale nero e pulito”.
L’“Herald” riferì il 16 luglio 1836 che al tribunale di Londra, dopo l’arringa del difensore, l’imputato pianse esclamando: “Non credevo di aver sofferto la metà di quello che ho qui sentito”. Su questo aneddoto Schopenhauer costruì la filosofia del pianto e le passioni. Ma ha fatto di peggio. L’uomo è il sesso, diceva, i genitali il fuoco della volontà. Si basava sulla scoperta dei suoi anni che Venunft, la ragione tedesca, viene da vernehmen, afferrare. Ma è filosofo poco tedesco: non c’è differenza tra coito e polluzione, sosteneva, con entrambi si afferra una ombra. Si riteneva specialista di baci, possedendo una letteratura in tema, e di rapporti intimi, di cui scrisse la metafisica. Volendo ravvivare la natura, che ripetitiva genera tanti uomini quante sono le donne, ideò il sistema variabile a scalare della donna in uso a due uomini, da surrogare via via con una più giovane. Proposta migliore se ne potrebbe ricavare dai cavalli semibradi, tra i quali è diffusa la poligamia ma non la comunione delle giumente: lo stallone, rinchiuso quando la forza monta con una dozzina di femmine coetanee e poi da esse separato, sa ritrovarle alla nuova stagione degli ardori, le infedeltà equine sono rare. Questa gli sfuggì, e d’altra parte soddisfare una dozzina di fedeltà non è impresa lieve.
L’odium figulinum è per Schopenhauer fatale: “Tra uomini è limitato alla sola professione, tra donne riguarda l’intera categoria, giacché esse hanno tutte un solo mestiere”. Ebbe “due bastarde”, confidò, cui fece un paio di bastardi, rimasti ignoti. Ma solitamente riversava l’amore per la madre, confessato a Goethe nel 1815, su serve e prostitute. Una sola poesia d’amore scrisse, per Caroline Jagemann, che però era amante prolifica del duca di Weimar - al quale impose il licenziamento di Goethe. Il 27 maggio 1822, tornando dall’Italia, trovò la sua “principessina” Caroline, detta Medau o Medon, impegnata a fare un figlio, non con lui, ma non gliene volle: si scambieranno doni e biglietti fino in vecchiaia.
Oltre che dell’amore Schopenhauer fu filosofo unico degli spiriti, di cui pure fece la metafisica, nonché della “Metafisica della musica”, sul basso continuo – quello che fa poropò, poropò, poropò, anche se stridulo, di solito alla spinetta. Autore del famoso detto “felicità è non esser nati”, spiega che l’allegria nasce dall’insufficienza della ragione: ridono dunque gli stolti. Tante essendo le “luminose verità” per le quali egli a venticinque anni scoprì di essersi “affaticato tutta la vita”. Per esempio: “Il mondo è una mia rappresentazione, il mondo è la mia volontà”. O: “Dopo di me si potrà andare in larghezza, ma non in profondità”. E: “Se non ci fossero i cani io non vorrei vivere”. Patapùm, patapùm, patapùm, la voluttà di scrivere in prima persona il figlio di Johanna - romanziera famosa, italianista per amore, dell’insegnante di italiano - la esercitò senza limiti, ridando al filosofo l’orizzonte aperto dell’infante. Ebbe un barboncino, cui diede nome Atma, che in sanscrito è tutto, “mondo anima”. Ma sui cani Jean Paul l’ha preceduto, col progetto di appositi bordelli: “Il cane, come l’uomo, ha sempre prurito”. Anche questa non è male: “La storia letteraria è il catalogo di un gabinetto di aborti”. O questa: “La prova prediletta della creazione – di Dio – è che l’esistenza presuppone la non-esistenza”.

Woody Allen ipotizza che Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart. Fu anche seguace del barone von Halberg, che possedeva il segreto delle ciliegie senza nocciolo – il barone asportava a questo fine il midollo al ciliegio e ne fasciava il fusto. La volontà è sempre attiva e decisa, diceva, la conoscenza invece sempre degenerata, tra follia e idiozia. Il brutto della vita, disse anche, è che c’è sempre uno più stupido di te.
A Berlino, dove la fama di Fichte era al culmine, e il potere di Hegel, cercò cattedra con un libro in cui sberleffava Hegel, Fichte e ogni altro. Per dieci anni poi inseguì invano una carriera di docente, sempre a Berlino.
Fece testamento per i mutilati e reduci di tutte le guerre, sotto l’insegna “Date obolum Belisario”. Si credeva nel Sei-Settecento, fino a Goethe, che Belisario, dopo aver restaurato Giustiniano, fosse caduto in disgrazia e sopravvivesse con le elemosine. Il lascito fu deciso nel ‘48 in odio alla rivoluzione, e restò immutato. Schopenhauer era figlio dell’“orgoglioso repubblicano” Heinrich Floris, un libertario che all’amato figlio insegnò il portamento eretto, e per non diventare suddito prussiano lasciò Danzica nel 1793, a quarantesi anni, per ricominciare daccapo a Amburgo, città libera. Aveva ingranato bene Heinrich a Danzica, nel commercio: l’ultima festa per Arthur vi celebrò coi fuochi d’artificio. Arthur nel ‘48 preswtò il cannocchiale a un tenente perché aggiustasse la mira contro i rivoluzionari. E tenne sempre la pistola a portata di mano, da ragazzo a Gottinga fino alla morte. Ai pedoni voleva imporre la destra, “come gli inglesi”, i quali invece, è notorio, tengono la sinistra. E sostenne che il passo agile va con le doti intellettuali, i contadini per questo vanno lenti. Ne scrisse ripetutamente, e nei “Parerga e Paralipomena”, essendo egli un camminatore - figlio della madre, tipicamente, come Nietzsche del padre.
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Scienza – È l’effetto della paura? È ipotesi non peregrina di Louis-Ferdinand Destotuches, in arte  poi Céline, medico epidemiologo, per la Fondazione Rockefelelr e per la Società dele Nazioni, nella sua prima opera letteraria, il dramma satirico “La chiesa”: “In  fondo, la scienza, non è che il tentativo di capire, e se ci teniamo tanto a capire, sono arrivato a pensare, è perché abbiamo paura di tutto”. E fa l’esempio degli animali, in umanizzazione postumana: “Gli animali ad esempio, mica cercano di capire, è che hanno meno paura di noi. Noi abbiamo una strizza tremenda, e dalla nascita fino alla morte non ci molla un momento”.

zeulig@antiit.eu

Il virus colpisce la Cina e il mercato globale

“In ogni caso il coronavirus altera il disegno dell’ingegneria sociale finora applicato al mondo globale”.  Per la riedizione del suo saggio critico sulla globalizzazione di appena un anno fa l’ex ministro del Tesoro cambia gli “Appunti per il futuro” del sottotitolo. In un’edizione aggiornata da una nuova prefazione: “Questa pandemia è il tipico «incidente della Storia». Un precedente, per capirci, è stata Serajevo”. Il virus imporrà “un cambio radicale nel paradigma finora positivo e progressivo della globalizzazione”. Che era, o si mostrava, tutta benefici, e ora non più. A partire dalla Cina, che ne è il pivot e anche il nucleo centrale e condizionante.
Tutto Tremonti rimette in discussione. La marcia gloriosa della Cina come superpotenza mondiale, basata sul commercio invece che sulla guerra: “È facile prevedere che almeno per un po’ di tempo si fermerà l’ascesa della Cina nella costellazione del potere globale”. E la divisione internazionale del lavoro, nella quale ora tutte le “catene di valore” (produzione) mondiali fanno capo alla Cina: i popoli, e quindi gli Stati, impareranno dal virus, più o meno consciamente, che bisogna stare in guardia. E, forse, che il business non è tutto. O meglio: che il business migliore e più redditizio è quello che non abbandona la guardia. 
L’economista Tremonti scrive rotondo, quasi oracolare. Ma sa e ci vede giusto. Per un moto irriflesso, si dava per scontato che nella globalizzazione tutto andasse per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Il virus forse non romperà quella realtà, quel mercato, ma l’incantesimo sì: ora si sa che “niente è sicuro, niente può essere escluso”. E quindi bisogna stare in guardia.
Nel saggio, appena un anno fa, Tremonti vedeva la globalizzazione come una utopia, e la realtà tornata agli anni 1920 della repubblica tedesca di Weimar, reputata per il disordine economico e sociale. Che incubava virus politici estremi. Ora dopo il virus propriamente patogeno, ipotizza un mutamento di psicologia e anche di prospettiva, di fronte al cosmopolitismo degli affari.
Una delle tre profezie del titolo era l’inevitabile crisi di una civiltà che si voglia cosmopolita, una riflessione di Leopardi. Le altre due sono derivate una da Marx: la deriva del capitalismo globale. E una dal “Faust” di Goethe, la cui minaccia, del potere mefistofelico del denaro, Tremonti aggiornava ai poteri digitali.
Giulio Tremonti, Le tre profezie, Corriere della sera, pp. 173, ril. € 16

domenica 29 marzo 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (420)


Giuseppe Leuzzi
Alessia Candito è inviata nella Piana di Gioia Tauro dal “Venerdì di Repubblica” a trovare gli africani morti di virus. Non ce li trova, ma fa lo stesso il richiesto articolo di colore sulle bidonville. Eroico perché, nonché i morti, non c'è neanche il razzismo, nel posto probabilmente più accogliente, e comunque umanamente più civile, verso gli immigrati africani, in tutta Italia.
E forse nemmeno più le bidonville, se non si riesce a fotografarle.

“Il mio vicino ha votato contro di me”, confida a “Io Donna” un volenteroso expat italiano a Londra, desolato dal Brexit. Partono sempre i bastimenti, per terre assai lontane. Ma senza bisogno e per andare al peggio non si era ancora mai visto.
L’interpellato di “Io Donna” è di famiglia leghista, e i leghisti guardano a Nord?

E la mafia?
A quaranta giorni dall’inizio riconosciuto e dichiarato del contagio si osa dire - “la Repubblica” osa, per l’autorevolezza del suo direttore - che, forse, perché no, bisognerebbe chiudere la Lombardia: “I numeri di contagi e morti mostrano che la regione è un caso a parte. Serve il coraggio di isolarla per due settimane”. Ma con calma.
Il pericolo in questa fase dell’epidemia è la Rivoluzione Nazionale a Palermo, della spesa gratis. Con gli analoghi gruppi militanti di facebook – sempre a Palermo, ovviamente con la mafia.
Anche Giovanni Veronesi  è del parere, su “La Lettura”: che starà facendo la mafia? Le mascherine.
Ma sulle mascherine il Sud non è solo: la concorrenza è forte. Si vede dai tanti articoli di giornale in cui i fabbricanti di mascherine denunciano i concorrenti – non li denunciano direttamente, li fanno denunciare dai giornalisti, tramite i vispi uffici milanesi di pr.
Questa non è mafia naturalmente – almeno ancora no, non è morto nessuno. Ma la rapacità non è da meno.     

Il Sud non fa notizia
Le uniche notizie dal Sud in tempo di virus sono le intemperanze del De Luca di Napoli e di Emiliano a Bari, la spesa gratis dei Gruppi Rivoluzionari di Palermo (sperando che si ripetano, sono singolarmente inattivi), i bambini della scuola materna della stessa Palermo di cui la direttrice lamenta che non  hanno il laptop a casa, nemmeno un tablet (il computer a cinque anni?), e il De Luca di Messina, col sindaco di Bari Decaro, in piazza per il distanziamento. Per le terre incognite il giornalismo ha bisogno di “colore”. Al Sud di eccentricità (follia), e di mafia. Altrimenti il Sud “non fa notizia”.
Molti anni fa, non molti ma si direbbero secoli, l’Iran “non faceva notizia”. Se non per la moglie dello scià, Farah Diba. I movimenti politici contrari al regime imperiale erano numerosi e attivi, dentro e fuori, e i prigionieri politici migliaia, ma non facevano notizia. Poi la Francia (la Francia di Giscard d’Estaing: la massoneria buona?) s’inventò Khomeini, o il primo passo verso l’islamismo al potere, e all’improvviso il regime più stabile e noioso del Medio oriente crollò, con conseguenze che ancora paghiamo, noi e gli iraniani – e gli stessi islamici.
Il Sud ha bisogno di un Khomeini per fare notizia? Di un’interruzione – una sollevazione, un contagio velenoso (i terremoti non bastano più)? Ha bisogno di una scossa, fuori dall’inerzia ebete. E, certo, di una “massoneria” che la imponga, di collegamenti, di uscire dall’isolamento. Che però continua a cercare in Italia, cioè al Nord.
 
La peste a Milano
Non si sa se piangere o ridere di questa peste del 2020 con cui la Lombardia ha infettato l’Italia e mezza Europa. Poiché è così, si comincia ad ammetterlo. Garattini onesto, dall’alto dei suoi novanta anni, il fondatore e presidente tuttora attivo dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” a Milano, pur con un linguaggio prudente e anzi contorto lo spiega a Paolo Berizzi, “la Repubblica”, venerdì:
Estratti:
“Il senso della vita viene prima del senso degli affari. Ma qualcuno, forse, ha invertito le priorità”.
“Se nella nostra Regione i numeri sono così alti è anche perché non hai fermato prima le aziende. E comunque, anche se avevi deciso di tenerle aperte, non hai protetto i lavoratori, che continuavano a spostarsi per andare in fabbrica. Così si sono moltiplicati i contagi”. Non si sono chiuse le fabbriche, spiega l’eminente farmacologo, non si sono protetti i lavoratori, in fabbrica, e nei pendolarismi. 
“Non abbiamo nemmeno protetto chi lavora negli ospedali e nei luoghi di cura, nelle case di riposo, negli studi medici”.
“La mancata attuazione della zona rossa in valle Seriana”, sopra Bergamo, “nonostante l’allarme lanciato dall’Istituto superiore di s anità, fa molto pensare”.
“Alla tutela della salute si è anteposta l’economia, il lavoro, la produzione a tutti i costi”.
Di Bergamo, la sua città: “Il combinato disposto di più fattori l’ha trasformata in un terreno di guerra”. Questi i fattori: “Mancata chiusura del focolaio Alzano-Nembro, e dunque circolazione degli uomini e delle merci. Ospedali e personale non attrezzati… Eventi di massa come la partita Atalanta-Vaencia”. La mancata “mappatura dei lavoratori delle fabbriche” - “Fare i tamponi a tutti i lombardi in questo momento è impossibile, ma bisognava farli a chi, sul posto di lavoro, poteva essere contagioso”.  
Bisogna naturalmente piangere. Ora che ci sono i morti, tanti morti, e anche dopo. Ma la lezione da trarre è inevitabile, e anzi d’obbligo: l’approccio leghista alla cosa pubblica - “ho ragione io, io so e sono più e meglio di tutti, e non rompete” - è sciocco, è perdente,  e nel caso assassino. Per gli stessi leghisti, certo, ma con danni enormi per chi riescono a contagiare, o controllare, senza difese o anticorpi possibili, che sono gli italiani.
Si dice: Milano ha sbagliato per voler lavorare, non per andarsene in Costa Azzurra o ai Caraibi. Non è vero nemmeno questo, poiché se ne sono andati nelle seconde case in Liguria, in Lunigiana e nelle Marche – oltre che in Puglia, Calabria e Sicilia. 
Ma, poi, anche la fuga non è “sistema”. Milano ha sbagliato e sbaglia per il vizio bauscia, del faccio tutto io sbruffone. Che funziona bene per vendere. Meno bene per produrre – bisogna avere antenne, ascoltare, conoscere il mondo. Per nulla in politica: i governi milanesi, da Berlusconi a Monti, sono stati deleteri, per il Sud ma non solo – specie il professore Monti, che ha disseminato patrimoniali su ogni canto della vita quotidiana, anche minimo, dalla bolletta della luce (come farne a meno?), al conto corrente, per continuare a spendere a favore di chi già aveva, deprimendo ogni tipo di spesa e la stessa vita economica.
Non c’è una lezione per il Sud da questo disastro. Se non di capire dove Milano è utile, o può esserlo (saper vendere) e scrollarsi di dosso lo stigma leghista, che tanta parte ha nei suoi disastri. Suoi del Sud. Dalle saghe mafiose dei media alle banche.    

Il contagio venuto dalla ricchezza
Il coronavirus si è diffuso tra- e da- le regioni ricche: Hubei in Cina, Lombardia, Catalogna, New York, ora Londra.
Dalle metropoli o aree a maggiore densità demografica? Non necessariamente: Seul, Shangai, Hong Kong, Singapore se ne sono tenute fuori.
Anche queste megalopoli, per la verità, sono ricche – anche se meno, forse, di quelle più colpite dal virus. Ma sono ben governate. Democraticamente, non col pugno di ferro, eccetto Shangai.
Dov’è la differenza, allora, che fa una regione più contagiosa? Nella ricchezza, si direbbe, col malgoverno. Che non è solo corruzione, è anche superficialità e supponenza.
Il primato vuole sfrontatezza, e presuppone (concede) superficialità? Perché no.


leuzzi@antiit.eu

Perché c’è qualcosa invece di niente

Un tema allettante: il “giallo” dell’esistenza. Non c’è risposta al quesito, benché l’indagine sia laboriosa, con molti testimoni, anche molto intelligenti, di cui si dà conto per molte lunghe pagine. Ma bisogna saperlo. La “detective story filosofica” del  sottotitolo si legge per questo, pur subodorando che il dénouement non ci sia, con soddisfazione – indigesto, impensabile, un giallo senza svolta finale, ma qui vale il criterio opposto: vediamo come tutti vanno a sbattere.
Il proposito è semplice: “Veloce dimostrazione del perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla, per gente moderna e parecchio impegnata”. Veloce no, Holt interroga numerosi “esperti” o comunque cultori della materia. Per pagine molto lunghe a corpo minuto. Partendo da Leibinz, quello del “migliore dei mondi possibile” che tanto Voltaire si occupò di irridere, in “Candido” e non solo.
E dal presupposto: assurdo io, assurdo un universo senza spiegazioni. Scartando le “cause finali”, che portano sempre “a pessimi esiti” – quelle che facevano ridere Voltaire, del tipo “perché piove?” “per far crescere le piante”, ma questo in primavera, e in autunno? Interpellando “filosofi,  teologi, fisici delle particelle, cosmologi, mistici, e perfino un grandissimo scrittore americano”, che è John Updike, ma anche fisici teorici, matematici, e moralisti, nonché le Scritture.
Il problema è recente. Prima, nella Bibbia, c’era il caso, non il nulla. Sono i primi padri della Chiesa che trovano più conveniente all’onnipotenza di Dio la creazione ex nihilo. Poi imitati dalla teologia islamica. E dal pensiero ebraico medievale  - Maimonide. E resta un problema cristiano, da filosofi cristiani, Holt si fa spiegare da un arguto ateista, Adolf Grünbaum, “il più grande filosofo della scienza vivente” – ora morto, due anni fa: nonché la Bibbia, i greci e gli indiani non se lo pongono.
Heidegger lo ripropone, spiega Holt arguto, nel 1935, al corso accademico da rettore nazista di Friburgo, “sostenendo che «Perché vi è l’essente e non il nulla» è «la più vasta», «la più profonda» e «la più originaria» delle domande”. In realtà il corso estivo del 1935, che sarà poi pubblicato come “Introduzione alla metafisica”, è di oltre un anno dopo la “dimissione” di Heidegger da rettore.
Il libro riepiloga e spiega tutte le ipotesi storiche: “l’argomento cosmogico”, “l’argomento ontologico”, il “multiverso”, il “principio di fecondità”, etc. una casistica énaurme direbbe padre Ubu. Di passaggio Holt, saggista, esperto divulgatore di filosofia, per un periodo “Archilochus Jones” sul web, esplora e ripropone eventi e concetti sorprendenti o trascurati. L’avventura dello zero. Il gesuita di Lovanio che “inventò” il Big Bang nel 1927, Georges Lemaître. L’“insieme vuoto” -  l’insieme delle presidentesse americane. Ma non insegna nulla, la sua è piuttosto una passeggiata tra i divertimenti, seri, di fisici, filosofi, ontologi, teologi, eccetera, tutti quelli che sanno, e non  sanno perché. Però, forse è come dice Max Scheler, “il diplomatico e filosofo tedesco”: “Chi non abbia mai, per così dire, gettato lo sguardo nell’abisso del Nulla assoluto, finisce fatalmente col perdere di vista il carattere eminentemente positivo  della consapevolezza che esiste qualcosa, anziché il nulla”.
Uno degli autorevoli, simpatici, testimoni, Richard Swinburne da Oxford, anche lui epistemologo di rango, semplifica il problema: “Resta il fatto che un universo c’è, mentre potrebbe non esserci stato”. Holt non prende posizione. L’ultima sua parola è “all’apatia cosmica”. 

Jim Holt, Perché il mondo esiste?, Utet, pp. 365 € 16



sabato 28 marzo 2020

Ombre - 506

Inghilterra in ansia per Carrie Symonds, la fidanzata del capo del governo Johnson, positivo al coronavirus. Carrie è in attesa di un figlio, “il sesto figlio ufficiale” di Johnson. I “figli ufficiali” sono dunque sei, di cui solo quattro con la ex moglie, ma quelli effettivi si stimano il doppio.  L’Inghilterra sarà proprio un mondo a parte, se non c’è arrivato nemmeno il femminismo.

Formidabile Crosetti su “la Repubblica”, che il virus racconta con i morti. L’atleta. Il portuale gigante. La principessa di Borbone Spagna, una vita contro il franchismo. Il medico senza protezioni a Foggia. Il pneumologo esperto del virus. L’architetto che ha lasciato Harvard per Wuhan….

Si continua a fingere, ma è sotto gli occhi di tutti che l’epidemia si poteva e doveva affrontare  come in Cina. Nella Cina continentale, comunista. E fuori, a Taiwan, Hong Kong, Singapore, ottime democrazie. Non c’è bisogno di essere comunisti, basta non essere avidi.

La Lombardia è il luogo più infetto dal virus, e quello che ha contagiato i vicini, soprattutto in Emilia. “Se si guarda la distribuzione dei casi in Emilia, si vede che (il contagio) dipende dalla vicinanza a Lodi”. Questo lo potevano vedere tutti dall’inizio, ora lo vedono anche le Autorità.  
Non si può dire che non ci sia un miglioramento.

Non si sa se è la ministra Lamorgese uscita dalla sacrestia o il capo della polizia Gabrielli, ma quel modulo di autocertificazione cambiato ogni tre giorni, l’ultimo con rinvii a dpr e codicilli, e con terribili minacce, è insopportabile. O è per ridere, una imitazione degli spagnoli di Manzoni al tempo della peste?

Proprio il  ministero dell’Interno, il cuore del paese, non riesce a funzionare, al di là della burocrazia – dello sbirrismo. Con la tragicommedia della Protezione Civile che assegna a destra e a manca milioni di mascherine, tute, respiratori e quant’altro è necessario per evitare il contagio, ma nei magazzini regionali non si trova nulla – nei suoi magazzini, della Protezione Civile.

Non si sa se tra gli immigrati in Italia, asiatici e africani, ci siano contagi da virus – le statistiche non rilevano i luoghi di nascita. Ma l’ipotesi che il virus ammorbi i caucasici è fantastica.
Pur non essendo peregrina: le enormi superaffollate metropoli cinesi lo han evitato, Hong Kong, Singapore, Shangai, o cortocircuitato in fretta, Wuhan.

È guerra tra virologi su cause, modalità, effetti del virus. Propriamente guerra no, non si sparano, ma lotta continua. Però, quanti sono i virologi in Italia? E non si potevano svegliare prima?

Stanno per arrivare, arrivano, sono arrivati i colonnelli dalla Russia in veste di medici e infermieri  contro il coronavirus? I servizi segreti italiani sono all’erta – on rimasti al 1989.

I russi opereranno nell’ospedale da campo degli Alpini a Bergamo. “Colonnelli” forse no, ma un aiuto politico sì: dalla Russia come dalla Cina e da Cuba. La guerra fredda continua in corsia?

A Christine  Lagarde, alla Banca centrale europea, “non frega niente” dello spread, del rincaro del debito dei paesi europei indebitati. Ma per le banche apre un ombrello da centinaia, anche un migliaio, di miliardi. Le banche si chiamano Deutsche Bank e Commerzbank, come dire la Germania. E Société Générale e Bnp Paribas, come dire la Francia cara al suo cuore, di lei Christine. La Banca centrale di chi?

Jonhson e Trump alle corde

Business as usual alla City e a Wall Street, il coronavirus ha solo cambiato i modi di fare affari – la speculazione al ribasso può essere estremamente lucrativa. Ma non per i rispettivi governi, di Johnson e di Trump.
Johnson e Trump sono partiti in linea col partito degli affari. Con l’“immunità di gregge”: muoia chi deve morire, gli affari proseguono come prima. Ma quasi subito hanno dovuto cambiare approccio, e passare alla serrata.
Johnson si parla già di sostituirlo, sarà stato il Nuovo Churchill di un paio di mesi. Trump ha tutti gli indici contro, anche quelli di popolarità, e rischia di affrontare la campagna per la rielezione, fra tre mesi, con l’epidemia ancora in corso.
L’economia va comunque a rotoli, è l’opinione anche nel mondo degli affari non finanziari. Anche, di colpo, per Trump e Johnson. E chiudere la parentesi non sarà agevole.L’economia crolla perché si assottiglia o svanisce il consumo: non si compra e non si comprerà più nulla per un semestre buono. Si produce ancora ma per le scorte, cioè per un costo. Mentre cresce la spesa pubblica, per la salute e la sopravvivenza di chi non ha, che i governi e la mentalità di Johnson e Trump sono i meno adatti a gestire. 

La fine del laissez-faire

La globalizzazione viene in crisi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che sono i paesi che l’hanno teorizzata, voluta e imposta - fin nel linguaggio: non ci sono media immuni. E ne sono i centri nevralgici: Wall Street delle banche d’affari e i fondi speculativi (hedge) che tessono le fila, la City degli avvocati d’affari che le regolamentano – cioè non le regolamentano: le estendono, coprono, adattano. Ma ora l’opinone è che gli interessi costituiti strangolano l’economia, i fondi pensione come quelli speculativi. La pandemia non potrà avere una riposta e un rimedio di “mercato”.
Si disse lo stesso nella crisi del 1007-2008, dopo la quale invece nulla cambiò. Ma quella era un crisi in circolo ristretto, tra banche e banchieri centrali. Che se la sono risolta addossandone i costi agli Stati, senza per nulla sanzionarsi, né mutare le regole. Ora questo non è possibile.
Per una reazione popolare - Trump, outsider della politica, lo è per molti aspetti anche degli affari (banche e fondi). Per una reazione istituzionale, guidata ancora dagli interessi costituiti, ma non puramente finanziari (speculativi). Una reazione si prospetta necessaria da troppi pulpiti: il Congresso, i Comuni, i centri studi, i gruppi d’interesse. E con la recessione globale indotta dal coronavirus diventa probabilmente necessaria, e forse possibile.
Il laissez-faire è britannico (classista), cioè inglese e americano. E negli Usa e in Gran Bretagna uscirà dalla crisi con le ossa rotte, essendo già indebolito. Anche perché sprovvisto delle salvaguardie pubbliche che gli altri paesi occidentali, in qualche modo, si sono preservati.
Nel 2007-2008 il raddrizzamento non fu fatto perché i soggetti interessati erano gli stessi che avevano imposto la crisi. Oggi non sono gli affari i primi attori, ma l’opinione: dopo il blocco produttiva, che sicuramente sarà lungo, le macerie saranno tante che procedere come prima sarà impossibile.

Si apre il fronte cinese

La colpa sarà della Cina, anche se del coronavirus è stata la culla ma non certamente la propagatrice. C’è ora manifesta - c’era già prima, per le denunce di Trump ma non solo - una divergenza d’interessi fra la Cina e il Resto del mondo, essenzialmente l’Europa e gli Stati Uniti. Prima, tutto quello che andava bene alla Cina andava bene al mondo, ora non è l’inverso ma comincia a esserlo.
I sistemi produttivi si sono adattati negli ultimi quarant’anni a fare capo alla Cina e a misurarsi su canoni cinesi. Un mercato enorme, più grande di tutto il Resto del mondo messo insieme, su tutti i segmenti di mercato, dal povero al ricco e ricchissimo. E il metro con cui misurare e contenere i costi. Ora la Cina è solo un concorrente.
Il “virus cinese” è un falso scopo: le batterie sono indirizzate contro la Cina in affari, dopo essere state per anni in linea con essa. Si vuole una quota maggiore del valore aggiunto della globalizzazione – delle “catene di valore” che ora sono cinesi, controllate e determinate dalla Cina.
Si riproduce, in grande, la confrontation con il Giappone degli anni 1980.   
Dal punto di vista del potere, è un’inversione dei ruoli che la crisi della globalizzazione ora comporta: richiedente è l’Occidente, anche se solo per interessi corporate, d’affari. Il mondo aveva assuto un altro equilibrio, e non ce n’eravamo accorti.