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giovedì 31 dicembre 2020

Secondi pensieri (438)

zeulig


Demiurgo – Il Dio di Platone è Platone: il mentore, il filosofo secondo Platone, colui che dà le forme - chiama il modo e lo definisce.


Filosofia – Si compone (costruisce)? S’intuisce? Il lascito platonico o aristotelico, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Kant, Hegel, gli stessi asistematici Kierkegaard, Schopenhauer, Heidegger, autori di dozzine di pagine di riflessioni al giorno, con una vita pratica peraltro densa di impegni, personali, politici, professionali (insegnamento), e distrazioni, ne fanno un lavoro quasi enciclopedico. Ma, certo, non senza impennate, o colpi d’ala.


Idee – Sono essenza e verità, immutabile? Modello archetipo, fondamento della conoscenza? Soggettive e oggettive, finite e infinite, fisiche e concettuali? O non sono un prodotto, un derivato – la verità stessa non è un prodotto, derivato, le verità?

Idea, in fondo, è vedere: quanto di più adattabile della vista, in tribunale, nell’escussione dei testi, e anche fuori, tra gli arbitri di calcio, le giurie, i voyeurs, l’occhio della cine- e telecamera? Sono quelle di Cartesio, un composto, mobile, sia quelle avventizie (esterne) che le fattizie opera dell’ingegno) e le innate.
L’intuizione è un derivato, di un linguaggio, una tradizione (più tradizioni), una società, una storia.  Volubile anche, per il giudizio perennemente attivo, all’opera, instancabile, in milioni, miliardi, di combinazioni. La natura è certamente molto limitativa, ma anche l’intelletto è condizionato.
 
Sono le idee modello del reale – quelle che danno la forma, definiscono. Delimitano, ma essendo limitate, delimitate: le idee cambiano, non solo in politica.


Immortalità – L’immortalità dell’anima è la fonte e il dispositivo della morale. Della dialettica male\bene, di una distinzione. Non c’è altro fondamento  che il darwinismo, che non è propriamente una legge morale – homo homini lupus.
 
Innatismo
– C’è, in innumerevoli forme. Non nel dispositivo platonico, dell’anima e le idee. Ma tutto si radica.  
 
Intellettuale – È di massa: è - ha una funzione - in rapporto alle masse. Mentre la psicologia profonda delle masse, ormai è dimostrato, è fascista. Dello stesso fascismo che ha inventato le avanguardie, con Pareto, Mosca e Ortega y Gasset - che fascisti non sono ma l’intraprendente Mussolini, che li ha messi a frutto, se l’è appropriati: le élites, notabili per censo e anche intellettuali.
Le avanguardie non potevano non piacere a Stalin, che nel 1935 forgiò l’intellettuale dei Fronti popolari, l’utile idiota pronto a illustrare il partito non suo. Il suo Compagno di strada è traduzione di Mitlaüfer, che sa di gregario.


Le masse sono specchio delle élites, sosteneva Ortega y Gasset, aspettano di essere plasmate da spiriti superiori. Vengono dal lessico di Weimar gli intellettuali, quelli che denigravano la dissidenza e l’originalità, intellettuali-massa.
Un’élite camuffata da egualitaria, lo dice Allan Blom. Che sfrutta l’egualitarismo, si può aggiungere, e lo devitalizza.
È una forma di potere, il potere intellettuale, che è esclusivo. Il potere si esercita con l’esclusione. E l’intelligencja è una maniera di esclusione.

Simmel lo fa sociale: “L’uomo puramente intellettuale è indifferente a tutto ciò che è propriamente individuale”.  Fu “operatore” in una parte del Sessantotto, adiacente a “Tempi Moderni”, a iniziativa di Cesare Garboli. Una sorta di salariato. Ma senza funzione se non per il prodotto: giornalista, redattore editoriale, pubblicitario. Fu detto anche Intellettuale Collettivo. “Organico”, orrenda parola, è di Gramsci. Fu Mitlaüfer a metà degli anni 1935 con i Fronti Popolari, “indipendente di sinistra” col partito Comunista nel dopoguerra.


Lettura – È pratica solitaria. È, come la riflessione, la maniera con cui la solitudine si fa sociale, comunicazione, scambio.
 
Libertà – È anarchia. Il liberale è benpensante, possessivo, passatista, ma queste sono le concrezioni della sua lunga permanenza al potere, che ne fanno un conservatore. Il pensiero liberale, che poi è il principio della libertà e la sostanza della borghesia eterna, è l’individualismo, il contrario cioè della conservazione e della proprietà, e insomma l’anarchia.
Il Vaticano e i comunisti hanno accettato perfino Hitler, ma mai il liberalismo, e questo spiega tutto: la libertà non si addice alle masse. È cibo troppo raffinato.
 
PlatoneQuantum mutatus ab illo”, leggendolo – quanto non è i suoi innumerevoli, minuti, commentatori.
 
Populismo – Ritorna, da un secolo ormai, o da due, per la concezione del mondo come guerra civile globale, e questo per effetto di una teologia secolarizzata? Sulla matrice trinitaria della storia di Gioacchino da Fiore, secondo la quale, dopo il regno del Figlio succeduto a quello del Padre, l’umanità è in attesa del Terzo Regno, della salvezza in terra. Da qui la mitizzazione degli impulsi e gli ideali delle masse. Le quali sono però inette a Dio, senza teologia né morale.
 
Potestas in populo, si è sempre saputo: senza consenso non c’è potere. Ma il fatto – il problema – è che ci sono gli intellettuali, o avanguardie, e ci sono le masse. E il consenso non è un dato, è genere acquisitivo, si vuole manipolato. Che il popolo, insomma, è sostanza evanescente.
Ciò si può arguire a contrariis, per tutti, su un brano di Sartre, la prefazione nel 1972 a Michèle Manceaux, “Le Maos en France”: “Lo spontaneismo dei maoisti significa semplicemente che il pensiero rivoluzionario nasce dal popolo e che il popolo solo lo porta, con l’azione, al suo pieno sviluppo. Il popolo non esiste ancora in Francia: ma dappertutto dove le masse passano alla prassi, sono già il popolo”. Solo i lavoratori possono costituire “una società morale”, una società cioè “in cui l’uomo disalienato possa trovare se stesso nei suoi veri rapporti con il gruppo”. O anche prima: “La violenza rivoluzionaria è immediatamente morale perché i lavoratori divengono i soggetti della loro storia” – ai maoisti Sartre attribuiva “una prassi anti-autoritaria”.
 
Sensibilità –Sartre la vuole legata all’intelligenza, sorgente dell’intelligenza - niente intelligenza senza sensibilità: “La sensibilità e l’intelligenza non sono separate”, anzi “la sensibilità produce l’intelligenza, o piuttosto è la stessa intelligenza” (Simone de Beauvoir, “Conversazioni con Jean-Paul Sartre”. Cui arriva per gradi, nel cosiddetto processo di formazione: “Pensavo (e lo penso tuttora) che si ha una sensibilità, e che il lavoro dell’infanzia, dell’adolescenza, era di rendere astratta e comprensiva, e ricercatrice, questa sensibilità, in modo da farne a poco a poco una ragione d’uomo, un’intelligenza applicata a problemi di ordine sperimentale”. Senza sensibilità, “un uomo razionale, occupato da problemi teorici è un’astrazione”.
 
Tempo – “Un’immagine mobile dell’eternità” in Platone, “Timeo”.


zeulig@antiit.eu

Il narratore felice - prima della (cattiva) politica

Dopo la raccolta dei “Racconti” in tre volumi, una scelta degli stessi, operata da Paolo Di Paolo. Sono racconti che durano alla rilettura. Opera tra le più solide del secondo Novecento.
La narrazione si conferma la parte più felice della scrittura di Tabucchi. Che, chissà, avrebbe dato anche di più e meglio col genere allargato, dopo l’ottimo esito del suo primo e unico romanzo, “Sostiene Pereira”, ma s’ingolfò nella politica bugiarda di “Mani Pulite” - tanto sdegno (per vent’anni…) a nessun esito.
Antonio Tabucchi, Che ore sono da voi?, Feltrinelli, pp. 256 € 17

mercoledì 30 dicembre 2020

Ombre - 543

La conferenza stampa del presidente del consiglio Conte è da latte alle ginocchia – sì, però, vedremo, aspettiamo  per tre ore. Il solito pilatismo avvocatesco, ma specialmente stonato in questa pandemia. Che nessuno dei giornalisti intervenuti fa rilevare – tutti a puntino, con la loro domandina preregistrata. Si fa una conferenza stampa per la propaganda – pubblicità redazionale.  
 
Mediobanca consiglia a Unicredit una fusione. Non la consiglia, la fa prospettare necessaria dal suo “ufficio studi”. Lo stesso che ne sconsiglia l’acquisto ai risparmiatori-investitori in Borsa, se non a prezzo più basso – ne predice-preconizza il ribasso. Per conto dei suoi clienti-padroni francesi, p.es. Bnp Paribas? Questo non si dice, e sarebbe invece l’informazione più importante.   
 
I morti sono un terzo in più di quanto il governo calcola, avverte l’Istat, 84 mila dal primo febbraio a fine novembre, in più rispetto alla media del periodo corrispondente negli anni precedenti. C’è stata una moria generale, a prescindere dal coronavirus? L’avremmo saputo – avremmo dovuto saperlo. Non è una discrepanza statistica, è un vero e proprio occultamento dei contagi e della letalità.
 
Inverosimile il tasso dei contagi nel Veneto, al 30-40 per cento dei tamponi. Cioè: non ci avevano detto la verità, né dei contagi (che non s’impennano in un giorno), né delle attività che sottostanno ai contagi. Nella regione che si voleva modello anti-pandemia.
Ma, stranamente, nessuno ne chiede conto – come già in Lombardia: è l’effetto Lega - abbiamo comunque ragione, e attaccatevi?
 
Inverosimile anche che il tasso di positività (positivi per tampone) raddoppio in due-tre giorni.  Abbiamo dati raccolti a caso? Non c’è uniformità, e perché? Avere – e dare - cifre precise non è il primo dovere del governo? Il governo ce li ha ma non li dice?
I media perché non se lo chiedono?

La verità è che l’Italia ha il più gran numero di morti per coronavirus in rapporto alla popolazione, 121 su 100 mila abitanti. Ed ha un numero altissimo di morti in rapporto ai contagi, il 3,5 per cento - fanno peggio solo Messico (8,5 per cento) e Iran (4,5). Per una sanità costosissima ma da Terzo mondo per qualità.

Un bilancio di previsione che il Senato deve votare a scatola chiusa, in un paio d’ore. Un bilancio di migliaia di elemosine a pioggia, vecchio – eterno? -  stile clientelare. Un bilancio in debito di almeno venti miliardi. Con molte spese senza copertura. Su cui il presidente della Repubblica non ha nulla da ridire.
È più di una crisi politica, di governicchi “comici”, che sanno solo regalare soldi che non hanno – di governi di cacicchi. È anche costituzionale: niente spese senza copertura?
 
Fa scandalo la Germania che si compra i vaccini a parte, prodotti in Germania, coi soldi suoi - a parte dalla Ue. Perché?
Si ha – si propaganda - l’idea che la Ue sia una federazione, mentre non lo è. Non è nemmeno una confederazione – non ha statuto politico, non ha costituzione. Ha poteri burocratici esagerati, che usa in modo assurdo (leggi: come dice la Germania). È, cioè, il peggio di tutto. 
 
Ma non è solo la Germania che fa per sé: un po’ tutta l’Europa si governa come meglio crede. Solo in Italia Bruxelles è maestra di scuola e carabiniera. Da imbe(ci)lli, i media come le istituzioni – i famosi araldi del vincolo esterno.
 
Si fa la Brexit come se fosse un sopruso o un’alzata d’ingegno britannica. Mentre è la presa d’atto di una Ue burocratica, nel nome di non si sa quale norma o idea: fastidiosa, opprimente, assurda. Si dice tedesca ma, più che altro, di teutonica burocrazia.
 
Panebianco spiega lungamente domenica sul “Corriere della sera” che solo il Pd può governare, la destra non c’è, non è europea, etc. Lunedì “La Lettura”, il settimanale del “Corriere della sera”, ripropone per i duecento anni della morte “Napoleone, modernizzatore e populista”. Il sogno è una sinistra bonapartista - era il regime sovietico. Il meglio della democrazia? Degli studi politici?
 
Il professor Panebianco argomenta che non c’è Europa al di fuori di Angela Merkel, perché “in Germania e nelle democrazia nordiche al seguito ci sono gruppi entro i rispettivi establishment
che da tempo accarezzano l’idea” di dare un calcio nel sedere all’Italia. “Al seguito” della Germania è da presumere. Bisogna abbozzare dunque, il vecchio appeasement. Bella Europa, democratica.
 
“Il governatore della California Gavin Newson, lamenta “The Nation”, “sta per fare di Alex Padilla il primo senatore latino, per occupare il seggio lasciato da Kamala Harris, il solo senatore donna nera”. Harris, indiana di origine, obietterebbe: colorata può servire, in epoca di minoranze, ma nera sicuramente non per una indiana.
 
“Condanno sia il neoliberismo sia il populismo”: è fermo come roccia l’arcivescovo di Milano Delpini con Cazzullo. Si direbbe uno d’altri tempi, pieno di certezze. Senza più armi ma ben temibile. È sempre una chiesa che condanna.
 
Sbagliano molto l’arbitro La Penna e il Var Mazzoleni di Juventus-Fiorentina. Tutto a danno della Juventus, come si vedeva, peraltro senza problemi, su Sky. Un caso? Non può essere, è una delle certezze del calcolo delle probabilità.
Lo stesso fanno Doveri e Irrati in Juventus-Atalanta – con più mestiere. Il calcio-scommesse è morto? Deve vincere Milano?
 
S’agghiommera la giustizia napoletana sul calcio, che controlla in Procura e nei Tribunali: il giudice Sandulli, romano napoletano, sbaglia in appello la motivazione della sentenza su Juventus-Napoli.
Oppure l’ha sbagliata apposta, per farsela rigettare all’ultimo, definitivo, grado di giudizio?
Si dice che Napoli è morta, ma è ben viva: tanta squallida furba protervia è inimmaginabile, ma è ben reale.

I romei traditi da madre Grecia

Ritagli, frattaglie. Otto rimasugli del Camilleri greco – greco di Turchia, trapiantato in Germania. Un paio del suo “Montalbano” Charitos – sposato, con figlia e genero, e cucina domestica – svogliati. Gli altri sono appunti - le “rotte dei migranti” che l’editore vanta nel sottotitolo non ci sono. Ma il racconto lungo “Tre giorni”, che prende la metà dell’antologia, merita: è una primizia, straordinaria.
Un racconto sui greci di Istanbul – Costantinopoli, “la Città”. Sui “romei” – romani. Una delle tre o quattro grecità distinte: di Turchia, della Grecia continentale, di Creta, di Cipro. Un racconto vivace. Straordinario perché è un mondo di cui non si parla mai. Turchizzato o meno ma comunque sempre estraneo ai turchi – anche prima dell’islamizzazione forzata imposta da Erdogan. Straordinario anche perché è colto in un momento in cui è la grecità a minacciarlo: l’avventurismo del vescovo Makarios a Cipro, contro i turchi isolani, con la formazione di un gruppo terroristico antiturco, l’Eoka. Il racconto è una cronaca del 5-8 settembre 1955, dell’attentato alla residenza di Kemal Atatürk a Salonicco, del tempo in cui vi era stato in esilio, e del conseguente pogrom antigreco a Istanbul. Che Markaris ha vissuto evidentemente da vicino, allora aveva 18 anni, non era ancora emigrato in Germania, e sa comunque rendere vivo.
Con una  verità semplice: portano il velo, in Turchia, le donne, per loro volontà, anche contro la volontà dei mariti.
Petros Markaris, L’assassinio di un immortale, La nave di Teseo, pp.186 € 12

martedì 29 dicembre 2020

Il mondo com'è (418)

astolfo

Tommaso “Fedra” Inghirami – Fu lui, direttamente in contatto con Raffaello, il suggeritore delle storie – del programma iconografico - della “Stanza della Segnatura”? Mediatore delle “Sententiae ad mentem Platonis” di Egidio da Viterbo. È l’ipotesi che il Dizionario Biografico della Treccani avvalora, di Inghirami mediatore tra il frate agostiniano e il pittore.
Originario di Volterra, Inghirami studiò a Roma, presso l’Accademia Romana di Pomponio Leto. Frequentata anche da Alessandro Farnese, con cui si legò d’amicizia. Partecipando alla messa in scena di opere teatrali latine, parte della pedagogia di Pomponio Leto. Il soprannome Fedra, che si porterà per tutta la vita, gli sarebbe derivato dalla partecipazione, come Fedra appunto, a sedici anni, nell’aprile 1486, a una rappresentazione accademica dell’“Hyppolitus” di Seneca, davanti al palazzo del cardinale Raffaele Riario a Campo dei Fiori, dove continuò a improvvisare, in versi latini, mentre l’impalcatura crollava. L’aneddoto è ripreso da Erasmo da Rotterdam in una lettera del 1513, dove dice di averlo appreso direttamente dal cardinale. Il “Dizionario” Treccani registra  il soprannome nelle varianti Phaedrus e Phaedra, aggiungendo: “Quest'ultima forse allusiva anche all’orientamento sessuale” dell’Inghirami, attestato in altre lettere, di Mario Maffei a Jacopo Sadoleto e di Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli”.
A Roma, dove rimarrà a vivere, in ambito curiale ma senza prendere gli ordini, curerà diverse rappresentazioni teatrali, variamente ricordate dai contemporanei – e celebrate dopo la morte, nel 1516, da Paolo Giovio con parole commosse. Nel 1513, nelle feste romane per il conferimento della cittadinanza a Giuliano e  Lorenzo dei Medici, curò la rappresentazione del “Poenulus” di Plauto, la commedia dei “mangiapolenta”, o del ragazzo cartaginese rima schiavo poi affrancato. L’anno dopo, per il carnevale, sovrintese al corteo di 19 carri allegorici in Agone (piazza Navona),
Nel 1505 era stato nominato anche direttore (praepositum, prefetto), della Biblioteca Vaticana. Attorno al 1510 fu ritratto da Raffaello – il ritratto a palazzo Pitti. Era celebrato come il nuovo Cicerone nella Roma di Leone X, di ciceronismo imperante - Erasmo lo ricorderà qualche anno dopo come “dictus sui saeculi Cicero”. Sarebbe morto cadendo da una mula sotto le ruote di un carro carico di sacchi di grano trainato da bufali.
 
Napoleone
– Ebbe ammiratori importanti in area germanica, malgrado le tante guerre da lui imposte oltre Reno, e detrattori radicali in area francese. È con un pamphlet radicale contro Napoleone che Benjamin Constant, svizzero di Losanna, nato da famiglia di ugonotti francesi rifugiati nel secondo Cinquecento, esordisce nel 1813, a 46 anni, dopo aver molto viaggiato, e sostenuto un paio di duelli, “Dello spirito di conquista e dell’usurpazione”. Un’opera, precisa nella prefazione alla terza edizione - datata Parigi, 22 aprile 1814, a ridosso dell’esilio di Napoleone - “scritta in Germania nel novembre del 1813, e pubblicata in gennaio; e ristampata ai primi di marzo in Inghilterra – “la nobile Inghilterra” della prima prefazione, “asilo generoso del pensiero, illustre rifugio della dignità umana”.
Nella prefazione alla prima edizione l’aveva detta “parte di un trattato di politica terminato da parecchio tempo”. Ma, per quanto trattatistico, spiegava ancora, era un saggio nato dall’“orrore che mi ispirava il governo di Bonaparte” - e la “nazione che ne portava il giogo”, senza ribellarsi.
Presentava se stesso come “uno dei mandatari di un popolo ridotto al silenzio”, da francese cioè. Esordendo, nella prefazione alla prima edizione, che diceva un po’ travagliata, in questi termini: “Il continente non era che un vasto carcere”, finché “a un tratto, dalle due estremità della terra, due grandi popoli si sono risposti, e le fiamme di Mosca sono state l’aurora della libertà del Mondo”. Aggiungendo peraltro: “Non c’è, in questo libro, una sola riga che la quasi assoluta totalità della Francia, qualora fosse libera, non si affretterebbe a firmare”-
 
Peste bianca
– Fu così detta la tubercolosi, a lungo in Europa, da metà Seicento a tutto l’Ottocento, la causa maggiore di morte. Per infezioni di cui non si veniva a capo.
Ne fa in breve la storia Remo Bernabei, “La tubercolosi: una lunga storia” (free online):
“Anche in mancanza di dati epidemiologici precisi è nota l’epidemia di tubercolosi in Europa, che probabilmente iniziò nel diciassettesimo secolo e che durò duecento anni; era nota come la Grande Piaga Bianca forse per distinguerla dalla Peste bubbonica (la Morte Nera). Nel 1650 la tubercolosi era la principale causa di morte e morire di tubercolosi era considerato inevitabile. L’alta densità della popolazione e le condizioni sanitarie indigenti che caratterizzavano molte città dell’Europa e del Nord America crearono un ambiente idoneo alla diffusione del morbo. Dal 1600 al 1800 la Tubercolosi causò il 25 per cento di tutte le morti”.
“Nel XIX secolo la tubercolosi fu soprannominata oltre che “Piaga Bianca”, anche “male di vivere”, e “male del secolo”. Era vista come una “malattia romantica”. Si pensava che soffrire di Tubercolosi concedesse al malato una sensibilità nascosta. La lenta progressione della malattia permetteva una “buona morte” consentendo alle vittime di mettere ordine nei loro affari. La malattia cominciò a rappresentare la purezza spirituale e la salute terrena, portando molte giovani donne del ceto alto ad impallidire volutamente il loro viso per avere un aspetto malato. Il poeta britannico Lord Byron scrisse, nel 1828, “mi piacerebbe morire di tubercolosi”, aiutando a far divenire popolare questa malattia come la malattia degli artisti. George Sand amava ciecamente il suo “tisico” amante, Fryderyk Chopin, lo chiamò il “povero melanconico angelo”. In Francia, furono pubblicate più di cinque novelle in cui si narravano gli ideali della Tubercolosi: “La signora delle camelie” di Dumas figlio, “Scene de la vie de bohème” di Murger,” Les miserables” di Victor Hugo, “Madame Gervaisais” e “Germinie Lacerteux” dei fratelli Goncourt e “L’aiglon” di Edmond Rostand. In letteratura la prospettiva della malattia spirituale e che redime”.
“Si stima che la tubercolosi abbia raggiunto il picco della prevalenza tra la fine del diciottesimo secolo e il diciannovesimo. Una giornata lavorativa di almeno 12 ore con un solo giorno di riposo alla settimana, il consumo di alimenti scadenti con abbondanti dosi di alcool, la condizione di semi povertà di gran parte del proletariato urbano, unite alla visione di un capitalismo senza freni inibitori, queste sono le condizioni che provocarono il passaggio della Tubercolosi da endemica ad epidemica e pandemica nel Regno Unito tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo”.
Il primo lockdown – limitato – si ebbe a Napoli: “La convinzione che la tubercolosi fosse una malattia contagiosa trovava sempre maggiori consensi e a Napoli, nel 1782, Domenico Cotugno sollecitò per questo motivo la promulgazione di una legge sanitaria per la profilassi sociale della malattia: Ma due anni dopo re Ferdinando, che rifiutava l’idea della contagiosità della tisi, revocò alcune delle disposizioni cautelative fatte approvare da Cotugno”.
“I termini consunzione tisi continuarono ad essere usati entrambi nei XVII e il XVIII secolo, fino alla metà del XIX secolo, quando Johann Lukas Schönlein introdusse il termine “tuberculosis”.
“Solo nel 1882 (il futuro, 1905, Nobel) Robert Koch comunicò alla Società di fisiologia di Berlino di aver scoperto il microrganismo responsabile della letale Tubercolosi polmonare, che denominò due settimane più tardi, nella rivista scientifica “Berliner Klinische Wochenscrift”, “Tuberkelvirus” (cioè virus della Tubercolosi). E descrisse questo microrganismo come ”Sottile, la cui lunghezza è metà-un quarto del diametro di un globulo rosso, molto simile al bacillo della lebbra, ma più affilato”. Era stato appena provato che la tubercolosi era contagiosa.
“Da quando fu provato nel 1880 che la malattia era contagiosa, la tubercolosi divenne una malattia conosciuta e le persone infette furono costrette ad entrare nei sanatori che sembravano prigioni, anche se i sanatori per le classi media e alta offrivano cure eccellenti e costante attenzione medica. La Germania fu all’avanguardia in quel periodo perché, grazie alla legge di assicurazione sociale contro le malattie (1883), furono costruiti numerosi sanatori ad Hannover (70 letti), a Grabowsee (189 letti), a Oberderg (114 letti), a Stiege (80 letti”). 
Nel New England nel 1800 si contarono 1.600 morti per 100 mila abitanti.
A New York per tutto l’Ottocento moriva di tubercolosi fra il 4e il 5 per mille della popolazione – 400-500 per 100 mila aitanti.
Il tasso di mortalità per tubercolosi in Italia è passato dai 210 decessi per 100 mila abitanti del 1887 a 39 nel 1951.

astolfo@antiit.eu

Viaggio nella clausura

Rumiz rilegge il diario della pandemia, del primo lockdown, da metà marzo, che è venuto tenendo per “la Repubblica”. All’ombra del convento benedettino dell’Isola di San Giorgio a Venezia, dopo “la terrificante acqua alta del novembre 2019”. Una clausura volontaria dopo quella obbligata. E ne ricava un altro metro della vita, del mondo. Non poveristico ma critico: del dispendio di materiali e energie per una vita di commercio, di consumo, di ilare autodistruzione, convinta.
Un viaggio in surplace. La claustrofobia – il tetto del veliero è la tessa condominiale. La gita in cucina - “c’è il dovere del pessimismo”, ma intanto i fagioli crescono. Gli incontri senza storia e i minimi aneddoti dei mesi della clausura non volontaria.  Partendo dalla collera contro l’Europa, incomprensibile nella pandemia (ma no, è comprensibilissima), che ha pensato di proteggersi dal virus mettendo dei paletti alle frontiere  - e godendo delle disgrazie degli altri, nel caso dell’Italia, che è stata la prima infettata.

Per il giramondo la scoperta del mondo in cui vive. Della compagna Irene. Dei figli, anche se lontani. Dei nipotini. Le curiose vicinanze che si creano nel distanziamento, nella impraticabilità del movimento. Degli amici anche mai sentiti, lontani. Dei ricordi.

La verità è che è una crisi ma non una catastrofe. O forse una catastrofe, soprattutto per chi vive lavorando, ma non un’ecatombe. Ma abbiamo paura di tutto.  
Questi “Appunti per una clausura”, come recita il sottotitolo, vengono buoni per la seconda ondata – e per la terza? Rumiz è pessimista, ma l’Europa, come gli spiega il libriccino di Steiner, “Un’idea d’Europa”, ha la pelle dura.

Paolo Rumiz. Il veliero sul tetto, Feltrinelli, 125 € 13

lunedì 28 dicembre 2020

Problemi di base di mercato cinese - 614

Xspock
 
Jack Ma non è più campione nazionale: imprenditore strettamente legato al regime  non è più in linea?
 
Con il Partito, con i Generali?
 
Un cinese può investire liberamente in Europa, anche in America, un europeo non in Cina – neanche un americano? 
 
Non si può arrestare un cinese, con motivazione, fuori della Cina, ma si possono arrestare i cinesi, senza motivazione, liberamente in Cina?
 
Perché l’Europa fa accordi con la Cina sottobanco – come il papa?
 
Perché l’Europa fa accordi con la Cina nei mesi vuoti tra una presidenza americana e l’altra: si nasconde? si vergogna?
 
La globalizzazione disgrega la democrazia (Josep Colomer-Ashley Beale): non doveva globalizzarla, esportarla?

Il commercio libera - Constant?

spock@antiit.eu

Anche il virus è nordico

Il covid-19 (infezione polmonare) è nordico? Non si dice – non si può dire? - ma è l’evidenza.
Nel bilancio dei decessi per covid-19 al 16 dicembre, stilato dall’Istituto Superiore di Sanità, il 65,2 per cento dei pazienti deceduti come Sars-Cov-2 positivi (41.413 su 63.562) è registrato in Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna. Con pesi diversi per le quattro regioni, ma con percentuali totali analoghe nelle tre fasi della pandemia come registrate dall’Iss, marzo-maggio, giugno-settembre, ottobre-15 dicembre – solo nella terza fase la percentuale è leggermente minore, 49,5
In alternativa a una predisposizione locale (climatica, territoriale, edilizia, urbanistica, alimentare, di stile di vita), si può spiegare la concentrazione di contagi e decessi con una disarticolazione del sistema sanitario, di prevenzione e cura. È possibile: sono le regioni, la “rossa” Emilia-Romagna compresa,  dove il privato è stato privilegiato nella spesa per la salute. Ma le statistiche delle morti per tubercolosi, ancora negli anni tra le due guerre, danno le stesse regioni quelle più colpite – insieme con le province di Nuoro e Brindisi.

Pompei riscoperta dalla Francia – e dalla tv

Dopo il successo in prima serata del teatro, chi l’avrebbe detto, col “Natale in casa Cupiello”, Eduardo ripreso da Castellitto, successo di pubblico anche per un documentario. Tre milioni di spettatori per Rai 2, che non he mai avuti tanti, il 12-13 per cento di tutti quelli che guardavano la tv ieri sera – Rai 2 si attesta, quado va bene, sul 7 per cento.
È la documentazione della ripresa degli scavi a Pompei, dopo alcuni decenni. Che ha portato al dissotterramento, su un’area ristretta, da una piccola équipe, di un vicolo con tre residenze: una ricca, una popolata di donne e bambini, e quella dell’ora famoso Termopolio, la piccola osteria affrescata e piena di oggetti d’uso.
Una ripresa anonima, tra antropologhe e archeologhe nell’attività quotidiana. Senza glamour, anzi ordinaria, perfino grigia. Tenuta su al montaggio dal direttore di Pompei, Massimo Osanna, che accompagna la piccola avventura professionale come il nome comanda. Dunque, basta poco per svegliare la curiosità culturale.
Un lavoro di oltre un anno. Di produzione francese – è in Francia che si fa spettacolo con la cultura?
Il documentario ha accompagnato la mostra su Pompei che ha tenuto banco dall’1 agosto fino ai Morti a Parigi, al Grand Palais.
Pierre Stine,
Pompei, ultima scoperta, Rai 2

domenica 27 dicembre 2020

Letture - 443

letterautore
 
Amsterdam
– Fra le “città invisibili” di Marco Polo-Calvino “c’è la città a forma di Amsterdam, semicerchio rivolto a settentrione, con canali concentrici: dei Principi, dell’Imperatore, dei Signori”.
 
Avventura
– I romanzi d’avventura aprono “la terra, tutta la terra”, ai ragazzi – la aprivano quando Sartre era piccolo, un secolo fa (Simone de Beauvoir, “Colloqui con J.-P. Sartre”), ora non si fa più geografia (è razzista?). Aprono all’avventura i luoghi remoti, ovviamente: “A Parigi è raro che si veda sorgere un Pellerossa con le piume sulla testa e una arco in mano”. E più ancora i romanzi d’avventure, di “giovani eroi in aereo o in dirigibile”, che vanno per continenti remoti.
 
Comunisti
– “I comunisti non credono all’inferno, credono al niente. L’annientamento del compagno Nizan fu decretato” – e fu radicale, cattivissimo anche dopo la sua morte al fronte nel 1940, nella drôle de guerre, la guerra per finta contro l’invasione tedesca. Combattuta poco e male anche per il sabotaggio dello sforzo di guerra decretato dal sindacato a guida comunista dopo l’accordo di Stalin con Hitler per la spartizione della Polonia, contro il quale Nizan aveva protestato, ponendosi “fuori del partito”.
Cattivissimo Sartre ricordando l’amico di gioventù Paul Nizan nel 1960, nella prefazione alla  riedizione Maspéro di “Aden Arabie”. La richiesta dell’editore lo raggiunse all’Avana, dove si era innamorato di Castro. Dopo aver ripudiato il comunismo cui si era avvicinato nel 1951, per le giornate della pace, che il partito Comunista promuoveva dopo che Stalin ebbe sperimentato la bomba atomica.
 
Per il comunismo sovietico, che Camus criticava nei cinque saggi raccolti sotto il titolo “L’uomo rivoltato”, Sartre aveva rotto nell’estate del 1952 l’amicizia più diretta e complice che sia mai stato capace di avere, dopo Nizan, con un uomo - una persona di sesso maschile. Così Sartre riepilogava la vicenda con Simone de Beauvoir nel 1984. nei “Colloqui” romani. Per un equivoco, dice – ma in realtà poi scopre che anche in questo caso non riusciva ad essere amico, amico per sempre, non di una persona di sesso maschile: perché Camus, per contestare una critica virulenta (a giudizio dello stesso Sartre) pubblicata su “Les Temps Modernes”, la rivista di Sartre, da Francis Jeanson, Pcf duro e puro, gli aveva scritto “Signor Direttore”. La critica riguardava soprattutto l’assunto di “L’uomo rivoltato”, che i campi di concentramento staliniani non erano dissimili dai lager di Hitler. Sartre rispose personalmente, al posto di Jeanson: “La nostra amicizia non era facile ma la rimpiangerò. Se voi (i due amici non si davano il tu, n.d.r.) la rompete oggi, è senza dubbio perché doveva rompersi. Molte cose ci avvicinavano, poche ci separavano. Ma questo poco era ancora troppo: l’amicizia, anch’essa, tende a divenire totalitaria; ci vuole l’accordo in tutto o nel litigio gli stessi senza partito si comportano da militanti di partiti immaginari”. 
 
Crittografia
– Edgar Allan Poe la praticò come stratagemma narrativo in “Lo scarabeo d’oro”, dopo averla  teorizzata ripetutamente, in numerosi scritti, come “un eccellente esercizio di disciplina mentale”, consigliabile ai politici, ai generali, agli intellettuali, ai viaggiatori – allora il viaggi era un’avventura in terra ostile. Il successo di pubblico del racconto lo avviò verso la scrittura dei gialli – o meglio noir. Con “Gli assassinii della rue Morgue” e i successivi. Ma prima ancora del successo dello “Scarabeo d’oro” aveva lanciato su “Graham’s”, la rivista  di cui era il direttore, un premio (un anno di abbonamento gratuito), a chiunque avesse risolto uno sei suoi crittogrammi – la risposta dei lettori fu talmente vasta che dovette ritirare l’offerta.  
 
Dante
– La “Commedia” è apocalittica? È un altro aspetto di Dante da considerare.
Del fascicolo che il settimanale “Robinson” dedica a Dante il contributo nuovo è nell’intervista settimanale di Gnoli, che scopre un Gennaro Sasso dantista appassionato alla terza età, abbandonati alla pensione gli studi su Machiavelli: “La ‘Commedia’ è il poema dell’apocalisse e della redenzione dell’umanità.  Dante compie un viaggio cristologico, in cui succedono cose che col primo avvento del Cristo non sono avvenute. La più importante delle quali è la fine del mondo, la compiutezza dei tempi”. Una fine della storia, spiega Sasso, che Dante ha ricavato dalla tradizione medievale. Una lettura non nuova, precisa, ma non nel senso dell’apocalisse: “L’idea che la ‘Commedia’ sia una profezia è stata sostenuta da molti. Ma la vera questione è: di quale profezia parliamo? Quella che Dante immagina nasce dall’esito apocalittico”.
In effetti la “Commedia” è di dopo il Giudizio: ci sono i condannati, i salvati, e i salvati nella memoria e le buone intenzioni, e Dio non governa, splende nella sua gloria..
 
Milione
– Uno dei libri, il “Milione” di Marco polo, come “Le mille e una notte”, dice Calvino, “Le città invisibili”, VIII, “che diventano continenti immaginari in cui altre opere letterarie troveranno il loro spazio” – “continenti dell’«altrove», oggi che l’«altrove»  si può dire che non esista più, e tutto il mondo  è un uniformarsi”.
 
Pagina  Nicola Gardini (“Il libro è quella cosa”) la lega a pagus, “Dalla radice pag-\pak-, che esprime l’idea del fissare”. Da cui “il verbo pango  («fissare», appunto), pax («pace»), compages («struttura») e pagus («villaggio»).
Pagus, il villaggio, è allora il luogo della sedentarizzazione, dopo la lunga stagione del nomadismo. Gardini ne dà un altro senso: “Sulla pagina si fissano le lettere, la pax è qualcosa di fissato, il pagus  è spazio dalle delimitazioni fisse”. Ma il legame di pagus alla sedentarizzazione è più significativo – anche nei derivati paganus e pagensis (paesano, del paese).
 
Perelà, uomo di fumo – L’opera che Pascal Dusapin ha tratto dal racconto di Palazzeschi, nel 2003, è stata rappresentata con grande successo a Parigi (Opéra Bastille) e Montpellier, non in Italia. Il libretto è stato scritto in italiano, dallo stesso compositore. Che ha dato nomi italiani ai tre personaggi femminili: Pena, Rete e Lama,
Dusapin, allievo di Messiaen e Xenakis, era stato prix de Roma dell’Accademia francese.
 
Tala – Baciapile, beghino, è il termine con cui Simone de Beauvoir si riferisce ripetutamente nei suoi colloqui romani con Sartre (“Colloqui con Jean-Paul Sartre”) a Merleau-Ponty, il filosofo che fu molto amico della coppia (molto presente anche nelle “Memorie di una ragazza perbene”, col nome di Jean Pradelle, e nel recente recupero postumo, “Le inseparabili”, come Pascal). Gergo lo dice il Petit Robert, in uso all’École Normale Supérieure per dire “cattolico praticante” – nel caso di Merleau-Ponty si tradurrebbe come “cattocomunista” - di origine incerta: forse da talapoint, monaco, prete, o da “qui va(t) à la messe”.
Nei due testi di de Beauvoir, le “Memorie” e “Le inseparabili”, tutt’e tre i personaggi, Merleau-Ponty, la sua fidanzata Zaza, e Simone de Beauvoir, di Zaza amica del cuore e anche un po’ innamorata, erano cattolici ferventi, di famiglie e scuole cattoliche – in Francia non c’era il “non possumus”, ma ancora un secolo fa il mondo cattolico si distingueva fieramente dalla Repubblica, dalle leggi e le istituzioni repubblicane.

letterautore@antiit.eu

La regina salvata dagli animali

Dio salvi la regina è sempre l’imperativo. Rivolto al passato, a Vittoria regina appena adolescente. Ma in mezzo alla turbolenze di sempre, pettegolezzi, ambizioni, complotti. E a ruoli invertiti: a salvare la regina sono impegnati gli animali.
Un film animato di classe. Su un’idea semplice: gli animali che il dr. Dolittle accudisce nel suo castello sono un po’ preoccupati per gli umani, che non si comportano bene. È così che partiranno per l’isola che non c’è, per trovare l’antidoto che salverà la regina dall’avvelenamento. Con una serie di inseguimenti marittimi, trainati dalle balene, e tempeste, cannoneggiamenti, naufragi, palazzi, castelli, caverne e cunicoli misteriosi. 
Nel mondo animale si aggirano alcuni umani: Robert Downing, Antonio Banderas, Harry Collett, e pochi altri. Col vecchio trucco degli animali parlanti, umanizzati – solleciti, fanfaroni, dispettosi, acuti, scempi, proprio come gli umani. Doppiato: il doppiaggio nell’edizione originale inglese ha le voci di Marion Cotillard, Ralph Fiennes, Tom Holland, Emma Thompson, eccetera – ma anche  il doppiaggio italiano è simpaticamente caratterizzato.
Stephen Gaghan, Dolittle, Sky Cinema Uno

sabato 26 dicembre 2020

La spia

Una confidenza si era stabilita in via Garibaldi con la vicina di piano, abitare in posti belli induce una sottile malinconia. Donna espansiva e di buona conversazione, giovane, bionda, che di sé solo ha detto essere rumena. La conoscenza è avvenuta dalla macellaia, il ritrovamento a volte da Giovanni. Una stendhaliana amicizia amorosa, il titillamento del come potrebbe essere, acuito dal suo essere rumena a Roma, quando il visto non era facile, per la sua aria anche non equivoca, e l’occupazione improbabile, professore d’orchestra alla Rai, dov’è chiamata Cavalla Ostrogota – ce ne sono, non amate: brave, costano poco e non rompono. Acuito dall’essere che non è, e dal possibile che si vuole escludere. Analizzando Dioniso dal sesso incerto, Bacone conclude che “ogni affetto violento ha sesso incerto, ha insieme impeto virile e impotenza femminile”. Non sempre – è Dioniso anche “L’amore è come l’edera” – ma l’amicizia amorosa è il motore perpetuo del desiderio.
Giovedì la rumena è scomparsa. È bizzarro che sia scomparsa in un giorno preciso, che si dica o si sappia, chi fa quella vita non mette radici, e nessuno se ne occupa. Quale vita? Il desiderio è forza non motivata. Né ci sono desideri superflui o vani. È acuto il rimpianto, seppure senza oggetto. C’è un terribilismo del desiderio nella vita, e anche nella morte. È una delle cose più reali che ci siano. La felicità non richiede studio, viene come un dono, sia pure in alcuni momenti avvelenato.
Era Maria, la vicina scomparsa, la spia che si diceva nel quartiere? E di chi? Era legata a un altro personaggio scomparso, secondo racconta il “Messaggero”, gentiluomo non raccomandabile, benché titolare di società altisonanti, Eurocostruzioni, e all’Aeroporto dell’Urbe di Aerocampi, società di noleggio aereo, con uffici in vicolo del Cinque. Un imprenditore gangster, lo chiama il giornale. Li avrà uniti la musica, o il denaro, o giusto il passaporto? Si condividono destini che non si scelgono.

Spaghetti-moschettieri n. 2

È l’ultima missione dei moschettieri del re, dopo la penultima un anno fa: i moschettieri sono stanchi, hanno tutti i 35 anni di contributi, non ne possono più di obbedire, e anche la regina non ne può più. Salveranno l’amore di una ragazzino e una ragazzina, che la madre americana villana vorrebbe portarsi via in America – nessun riferimento a persone o eventi realmente accaduti?
Il primo film del dopo (si sperava) pandemia, girato a settembre e ottobre. Con Favino-D’Artagnan, Mastandrea-Athos e Papaleo-Porthos. Manca Rubini-Aramis, sostituito da un lupo - che parla, con la voce di Sergio Rubini. Con un Cyrano fuori secolo. E con un salvatore politicamente corretto di bambini in mare, Scarpati, un geppetto dilaniato dagli squali. 
Un “Brancaleone” alla buona, un po’ alla Bud Spenser e un po’ alla Sergio Leone (i baraccamenti nella campagna dell’Alto Lazio, tra i girasoli sfioriti, tra i noccioli), scalcagnato il giusto. Il maggior successo di pubblico, pare, per un film della emittente e pagamento. 
Si ride. I moschettieri sono vecchiotti, con 35 anni di contributi e qualche malanno, la regina pure non ne può più, e poi tutti sono stanchi di obbedire, a che cosa? Alla fine ce la faranno, contro venti e tempeste, e servizi segreti di SM britannica, da 001 a 007, che parlano cockney.
Giovanni Veronesi, Tutti per 1 – 1 per tutti, Sky Cinema

venerdì 25 dicembre 2020

Problemi di base del male - 613

spock

Omnia munda mundis (San Paolo?: tutto è puro per i puri? tutto è (im)mondo per i mondi?
 
La mela di Eva era il male – lesse male la mela?
 
Dal male non può nascere il bene: il frutto corrisponde al seme”, Seneca?
 
“Chi può pretendere di conoscere un dio” – Platone?
 
Un bambino è nato per noi?
 
“E Cristo? Un anarchico che ce l’ha fatta”, Malraux?
 
“La speranza è l’ultimo dei mali”, Cacciari?

spock@antiit.eu

Il libro è il mondo

“Io so bene che non è possibile leggere tutti i libri che compro. Però continuo a comprarne. Compro il tempo che non avrò”. La libridine trova una ragione. Che al librofago non interessa, ma è ragione valida.
“I libri aspettano. Ci aspettano. Intanto ci leggono”. Anche questo è vero.
E c’è “l’età dei libri”. Con una sorpresa: il libro è già internettiano. Leggere è comunque “un compito profondamente e inevitabilmente sociale. Leggendo, stiamo con gli altri lettori; creiamo una società”, Gardini dà un’altra dimensione della lettura, che si connotava per essere un atto individuale, solitario.
Finché si legge (si può ipotizzare, non è fantascienza, che non si legga più), “sappiamo che altri pensano e sentono”. Non necessariamente “come noi”, ma “sappiamo di non essere soli”, Gutemberg ha già riunito (creato) un mondo, prima di McLuhan. Una riflessione su fondo filosofico: “Non esiste solo l’io nell’io. Esiste in ciascuno un «noi». I libri stanno per tale «noi». Sono il nostro «interiore», che ci accompagnerà sempre”. Magari non ce ne accorgiamo, ma sono all’opera: “Comprare un libro è come dire al mondo: entra, sta’ con noi”.
Una serie di riflessioni di un saggista che è un gran lettore, e bibliofilo. Garbate. Eccetto che per il consiglio di non prestare un libro. No, il libro è anche condivisione, soprattutto condivisione. Con l’autore, col mondo, e quindi con gli amici.   
Nicola Gardini,
Il libro è quella cosa, Garzanti, pp. 109 € 4,90

giovedì 24 dicembre 2020

Ecobusiness

Calvino ne ha fatto il quadro nella favola di Leonia, una delle “Città invisibili” (§ “Le città continue. 1”): “La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche…. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti…. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi  d’una ricorrente impurità… Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande… Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni…. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premento immondezzai di altre città…”.
“Un bonus «idrico» fino a mille euro per chi sostituisce i rubinetti per limitare gli sprechi d’acqua”. A volte sembra di sognare, di quanta avidità l’ideologia ambientale può giustificare e assolvere, anzi premiare.
Si sono abbattute lungo le autostrade le barriere vegetali (oleandri e altri arbusti) per metteri muretti divisori, “perché così vuole la Ue”. Con grande impegno di denaro pubblico. Ora si abbattono i muretti per metterci le barriere vegetali, nel nome dell’ecologia. O non per fare appalti? Moltiplicando i rifiuti. Per usi non necessari, e anzi delittuosi.
A cinquant’anni dal loro lancio,
http://www.antiit.com/2017/01/il-business-ambiente.html
le politiche antinquinamento hanno moltiplicato l’inquinamento, moltiplicando per un coefficiente prossimo all’infinito i rifiuti. Per un business eccezionale, straordinario, dell’industria degli imballaggi - nonché del trattamento degli stessi rifiuti, nella economia cosiddetta circolare. E per la moltiplicazione degli autoveicoli, di numero e di volume: sono in circolazione quattro volte tanti autoveicoli che nel 1970, e di volumi mediamente doppi (siamo alla impraticabilità di buona parte della rete stradale extraurbana, due mezzi non possono incrociarsi) - con effetti minimi sulla sicurezza, e massimi per il consumo di materiali, plastiche e ferruginose, e di combustibili. 

Come rivivere in un film, due e tre volte

Una vecchia coppia ritorna agli anni Settanta, quando si sono conosciuti: un maniera per rivitalizzare il rapporto – per raccontare la terza età sfuggendo al lacrimevole. Usando i mezzi che lui, disegnatore, fumettista, rifiuta – non ha neanche il cellulare: le ricostruzioni storiche su ordinazione, roba da network, da serie che spopolano sui social.
Un’idea geniale. Di raccontare la terza età sfuggendo al lacrimevole. E di fare un film su come si fa il film, sulla sceneggiatura: la rappresentazione dal vivo - dal vero – di come si crea una storia e un film. Con un’attrice brillante dalle molte carature, Doria Tillier, che tiene il passo di Diinel Auteuil e Fanny Ardant.
Tillier, attrice già matura, s’illustra per tre o quattro pellicole, non viste in Italia – una con lo stesso Bedos. Qui è solo formidabile. Attrice di teatro dai pochi spettatori, che per vivere, e per l’amore non felice che la lega al produttore,  accetta i ruoli degli sceneggiati, telecomandata dallo stesso nevrotico produttore sullo storyboard  tramite auricolare, più spesso si ribella e recita a soggetto, sdoppiandosi, triplicandosi, quadruplicandosi, bionda, bruna, rossa, amante turbolenta, ragazza romantica, madre di famiglia, amica affettuosa. Una presenza ben fisica ma sfuggente, la sua sedia alla fine storia di ogni storia è sempre vuota, che invece risolve.
Un film apprezzato all’ultima Festa del Cinema a Roma da vivo, prima del virus. Che sembra un altro modo, ma era appena ieri.
Nicolas Bedos, La Belle Époque, Sky Cinema 2

mercoledì 23 dicembre 2020

Vero o falso

Il giudice sportivo Sandulli, già distintosi nel 2006 per avere coronato l’inchiesta tutta napoletana contro la Juventus scaraventandola in serie B, ha condannato in appello il Napoli, per Juventus-Napoli non giocata, con motivazione sbagliata per farsela bocciare da Collegio di garanzia del Coni? Non è un sospetto, è un fatto: Sandulli è un giurista figlio di giurista, che a Napoli è un vanto, il padre Ruggiero fu giudice di Cassazione, e giocatore del Napoli, conosce bene il diritto e sa come giocarselo.
 
Navalny sì è inventato la telefonata con l’agente di Putin che gli racconta, in dettaglio, per una interminabile ora al telefono, senza accertarsi dell’identità del suo interlocutore, come lo ha avvelenato? Questo è possibile ma improbabile: non ne aveva bisogno. Putin è uno che governa la Russia con buon credito e largo margine, ma come tutti gli uomini di potere, ancorché eletto, ama eliminare chiunque gli dia ombra. Sia pure solo un blogger. Senza necessità.
 
Mezzo tg e mezzo giornale tempestano da un mese o due con la crisi di governo. Che invece non ci può essere: i parlamentari uscenti sarebbero per due terzi abbondanti disoccupati. A fronte dei 17 mila euro lordi, al mese, rimborsi spese compresi, 12.500 netti (i rimborsi spese non si tassano…), per 14 mesi, che si sono assicurati ancora per due anni e mezzo. La politologia di questa Repubblica è semplice.  

Problemi di base di tecnologia cinese - 612

spock

Perché il computer costa meno ma non funziona?
 
Perché il telefono da tavolo Brondi, che funzionava così bene, lo abbiamo cambiato quattro volte in garanzia, e sempre funziona poco e male?
 
Quanto costa un telefono da tavolo a Brondi se per 50 euro ne dà quattro in garanzia?
 
Si crea valore in Cina o si distrugge valore – reddito, diritti, libertà, e anche merce?
 
Il mercato ha cancellato l’economia?
 
E l’etica?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (192)

Intesa si allaccia alla Cariplo che ha ingurgitato, la Cassa di rispasmio delle province lombarde, con la sezione Piccole e Medie Imprese. Con un obiettivo esagerato: farne crescere 200 mila in pochi anni. Ma la Cariplo di Gordano Dell’Amore probabilmete superò quella cifra, negli anni del boom, 1950-1960, e dopo. Niente è impossibile, volendo – sapendo – lavorare.
 
Il bancomat  “non è abilitato ai pagamenti online”, solo le carte prepagate. Non si sapeva, si scopre ora che la app IO che gestisce il cashback, il rimborso percentuale dei pagamenti effettuati con carta, di debito o di credito, non ne carica le transazioni. Cioè il metodo più diffuso e semplice di pagamento non in contanti.
Il cashback è uno strumento per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio oppure uno strumento di propaganda politica, a carico del fisco – come il reddito di cittadinanza nell’80-90 per cento dei casi?
 
Né il governo né la app IO hanno ritenuto di specificare, nei tanti comunicati, bollettini, forum, domande e risposte,  che il bancomat  non è abilitato al programma cashback. Anzi, IO lo ha caricato, e tuttora lo carica, diligente. Solo avvertendo, in piccolo, in altra sezione, che “c’è qualche problema”, e consigliando di “contattare la banca di emissione”. Cioè di perdere mezze ore e ore in coda ai numeri verdi e alle chat, o ai telefoni della filiale che non rispondono mai.
 
Banche e assicurazioni soprattutto, fra tutti i servizi, hano reso la vita difficile agli utenti col distanziamento e il lavoro a distanza. Non c’è mai nessuno a rispondere ai problemi, e nemmeno a fisare gli appuntamenti – se non per caso, qualche giorno. E scrivere email è come buttare il messaggio nella bottiglia a mare.

Morire dal ridere, con Eduardo

Un Castellitto strepitoso, che tira fuori Eduardo dalla napoletanità. Una lettura finalmente giusta di Eduardo, che ha scritto commedie e non proclami o saggetti. Sia pure commedie agre o acide, all’italiana. Di cui è l’inventore, insieme con i neo realisti al cinema, Rossellini, De Sica e i tanti altri. Nella stagione creativa del primo dopoguerra. Natale è fatale, ma dopo aver riso.
De Angelis e Castellitto hanno provato ciò che per un paio di generazioni almeno, e forse per loro stessi, nel loro intimo, è inosabile: sganciare le commedie di Eduardo da Eduardo, dalla sua fisicità, il suo porgere, garbato e drammatico. Eduardo non è più qui, da tempo (da molto tempo: a Roma negli ultimi ani veniva al Ridotto del teatro Eliseo, il pubblico non era molto). Mentre il suo teatro ha diritto alla ripresa.
C’è molta difficoltà a rappresentare Eduardo in Italia, se non in copia conforme – cosa non possibile. Si pretende un certificato di napoletanità, anche se non si sa che cosa sia. E di impegno sociale e politico – quello che una volta era “la tessera” (del Pci). Mentre le prime analisi delle sue commedie, anni 1940-1950, in Italia e a Londra, ne mettevano in luce la morale reazionaria: la tradizione, la famiglia, la paternità, il rispetto. E Eduardo era rappresentato all’estero già nel 1947, a Buenos Aires, e poi a Londra, qui con successo enorme, quindi tanto dialettale, o “napoletano”, non è.
La verità è che Eduardo no, ma la sua opera è sganciata, sganciabile, dal colorismo napoletano, e dalla sua stessa figura e parlata. Una stagione teatrale molto fertile degli anni 1940-1950, ligure, veneta, lombarda, si è persa perché ristretta al provincialismo. De Angelis e la Rai hanno provato a fare Eduardo fuori dai cliché e il risultato è ottimo: Eduardo è ancora rappresentabile – come già sapevano i londinesi sessanta-settant’anni fa, con Lawrence Olivier (e Zeffirelli!).    
Edoardo de Angelis, Natale in casa Cupiello, Rai 1

martedì 22 dicembre 2020

Secondi pensieri - 437

zeulig


Com-dividuo
– Si fa tesoro del mit- heideggeriano per ribaltare la base dell’esistenza. Che però era già quella, da quando si pensa (si scrive il pensiero): dell’identità irriducibilmente multipla, di individui e di geni (famiglie, società, tribù, poi nazionalità…). Dell’umanità una, certo, e indivisibile. Ma si vuole e sembra una scoperta, o meglio un progresso nella riflessione.
Nietzsche direbbe che com-dividuo non funziona, dividuo essendo qualcosa che (si) divide. Comunque, e pluribus unum è il rapporto. Di cui si può rovesciare l’ottica, se e quando privilegiare l’uno o i più,  ma non la dialettica, la relazione logica. Io non è  solo io, è anche noi. Le persone con cui vive, i luoghi che abita, o che anche non abita ma si figura e desidera/rigetta, gli oggetti che usa  o anche non usa - i vestiti come i libri, o le immagini. La vita è di relazione, anche la più solitaria. L’individuo nasce e si qualifica in comunità – famiglia, società, tribù. Connotandosi peraltro basilarmente di un valore sottostante e non personale, la libertà. Di giudizio e di azione.
Il meticciato è tornato all’onore politico, con Léopold Sédar Senghor e il Sartre del razzismo anti-razzista del 1948, “Orfeo nero”, come acquisizione. Acquisizione della cultura europea – le istituzioni e la conoscenza - da parte dell’africano. Che porta in dote il “senziente” piuttosto che il “conoscente”: la natura animata, il ballo – il ritmo -, il canto, la souplesse, di corpo e di spirito. Non c’è etnicismo valevole per l’Europa, il più piccolo dei continenti – peraltro non separato fisicamente dalla Grande Madre Asia, i “primati” sono roba politica, dell’Ottocento, anche se sono sopravvissuti fin alla seconda terribile guerra mondiale e alla decolonizzazione. Ma parliamo di storia, limitata – anche brillante, oltre che mertrière. La condizione umana non è masi stata di isolamento, in nessuna riflessione e in nessun modo di vivere.
La con-divisione non è una novità. Si vuole un’ideologia, ma allora è altra cosa: in nome di che partito, per quali fini?
 
Coscienza
– È, resta, il luogo del giudizio, anche oggi che ce n’è la nostalgia, dopo il ripudio, nel mezzo di una comunicazione vacua tanto quanto invasiva. Il deposito di tutte le informazioni possibili, ancorché solo potenziale. Di accesso libero, cioè, ancorché episodico. E plastica: frammentaria, evolutiva. Mai intera, o fissa. Curata: è selezionatrice, l’accesso non vi è libero. Ma ad ogni momento attendibile e inattendibile, neanche per se stessi: in evoluzione continua, dubita e fa dubitare nel mentre che rassicura..
È facile anche mutarla, basta un minimo cambio d’umore. Anche indotto, da una luce, un tepore, un contatto, un elisir.
 
Emblema
– Non è annotazione, promemoria, è la cosa in sé? Italo Calvino fa parlare in questo senso Marco Polo e il Gran Kan nelle “Città invisibili”, nel primo momento, quando Marco, inviato alla scoperta delle città, riferisce e racconta con emblemi, non conoscendo la lingua del Kan. Era una comunicazione confusa, ma “tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né rimuovere”.
E il potere comunicativo delle cose, sia pure sotto forma di emblemi, è maggiore, più intenso, del linguaggio parlato? È quello che lo stesso Kan è potato a concludere quando Marco Polo comincia a saper parlare, ed è preciso, minuzioso. Ogni notizia, per quanto circostanziata, prende per l’imperatore la forma dell’oggetto o gesto con cui inizialmente era stata designata. Ma funziona come una trappola: “Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso”. Al punto da trascinare l’imperatore a dubitare dell’impero e di sé – o almeno così Marco Polo-Calvino vuole fargli credere: “Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente. «Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi», chiese a Marco, «riuscirò a possedere il mio impero, finalmente?» E il veneziano: «Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi»”.
Un esercizio di divinazione (potere), non di logica, quello di Marco. La conoscenza è imperfetta ma non irrelata. L’emblema non è il sostituto della cosa. La cosa esiste anche prima di essere parlata, ma è il linguaggio che le dà un senso, oggi, domani, dopo.
 
Emozioni
– Una forma di conoscenza – “parte della coscienza” le dice Sartre, “La Psyché”, “le Erlebnisse, che si possono chiamare emozioni”. Intenzionale anche, voluta. Comunque non autonoma né eterodeterminata - da un evento, un accadimento, un oggetto, una qualsiasi pietra d’inciampo. Ma parte della coscienza – del proprio, si direbbe più a proposito, personale, apparato cognitivo.
L’emozione è sempre singolare, caratteriale. Condizionata da una situazione esterna, ma non determinata – si può ridere al funerale e piangere alla festa. Parte dell’ego. Costruito, anche se non voluto a comando. È nell’intimo e spontaneamente la stessa costruzione che si adopera nell’artificio della rappresentazione, quando l’attore deve fingerle: ci può arrivare con sussidi esterni, chimici, meccanici, ma meglio se per lui si cerano – o lui stesso si crea – le condizioni preliminari all’emozione.
 
Falso-vero
– “Ci sforzavamo di distinguere il vero dal falso e soprattutto di scoprire se non stavano dicendo il falso per far credere il vero, o il vero per far credere il falso. C’era il falso-vero e il vero-falso…”. Ricordando della guerra, la Grande Guerra, la lettura dei giornali “tra le righe” – “con la fronte aggrottata e lo sguardo marcio di malizia e diffidenza” – lo scrittore Simenon enuclea in  sintesi la sostanza della comunicazione: un processo selettivo.
Non c’è opinione vergine, l’opinione pubblica è un processo selettivo..
 
Memoria
– È ridondante – accrescitiva, fantasiosa, inventiva. Ma anche diminutiva – riduttiva, episodica, frammentaria. O distruttiva. Consigliera inattendibile.
 
È il luogo della colpa. Infettivo: se è parte – poiché lo è – della coscienza, questa diventa una sorta di luogo delle colpe, di deposito di ciò che non dovrebbe essere. Più a a lungo, con più costanza, e con più peso, delle realizzazioni, di ciò che dà soddisfazione o orgoglio.  
 
Morte assistita
– Si chiama la buona morte ma commercialmente: è un suicidio a pagamento. Invece che arruolare le prefiche, il morituro paga medici, infermieri (-re) e cliniche asettiche, ancorché sorde e grigie. In Svizzera perché vi si parlano quattro lingue. Anche l’inglese.
 
Ricerca –Il viaggio di scoperta, fisico o mentale, è di arricchimento e insieme di indebolimento.  Nel passato: “ Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere”, nota Calvino raccontando Marco  Polo a caccia delle “Città Invisibili”. E “l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco in luoghi estranei e non posseduti”. E nel futuro, lo stesso per “i futuri non realizzati”: “I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi”.
Da qui il carattere demoniaco della ricerca. Certo non angelico, c’è sempre da perdere qualcosa, nel modo di essere, in carriera, nell’autostima.
È una scommessa. C’è chi si gioca la smorfia, e chi un’ipotesi, magari a lungo vagliata.

zeulig@antiit.eu


Il Sud non è demenziale

Concludendo la miniserie, Miniero dà una parvenza di già visto alla sua provocazione demenziale: il commissariato di Apulia, benché di svitati, in un paese dove non succede mai niente, non chiude, ha effettivamente qualcosa da fare – l’uso della cocaina, non si dice ma si sa, essendo ormai come il fumo, come il panino di mezzogiorno. Ma non persuade – è come se lui stesso sapesse che non funziona.
Questo “Cops”, dichiara Miniero, è modellato sul “Kops” svedese di Josef Fares, 2003, che invece è piaciuto molto ed è un film di culto. Gli svitati stralunati possono essere solo nordici, il Sud non ci azzecca? L’umorismo ha un linguaggio locale – culturale? Il Sud non ha humour – o non è tutto humour (è la sua debolezza-forza)?
Luca Miniero, Cops 2 – Una banda di poliziotti, Sky Cinema

lunedì 21 dicembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (443)

Giuseppe Leuzzi
Il ministro della Sanità Speranza non ha reso noti gli esiti delle ispezioni da lui ordinate sui numeri della pandemia in Campania e in Sicilia. Gli esiti devono essere stati positivi (i numeri erano veritieri), altrimenti sarebbe stato reato, da perseguire penalmente. Il ministro lucano lo ha fatto per ingraziarsi i media, che dovevano spostare la colpa dal Nord al Sud? Non c’è altra spiegazione. 
 
“Vale di più un operaio, un magazziniere, un commesso, un imprenditore lombardo rispetto a un ministeriale romano. È un dato di fatto. Se si ammala un lombardo, economicamente, vale di più rispetto a un laziale”. È il sillogismo dell’onorevole Ciocca, parlamentare della Lega a Strasburgo.
Un commesso magari no – ci sono degli ottimi commessi alla Camera dei Deputati, alti, robusti, sapienti, efficienti, ma per il resto magari è vero. E quindi un lombardo, qualsiasi cosa faccia, vale più di un laziale. Ma l’onorevole non è solo sgradevole, è minaccioso – la Lega non cambia, in fondo è onesta.
 
In Italia si muove molto di coronavirus, viene raccontato, perché ci sono molti anziani. Ma non più della Germania, dove i morti sono la metà. La verità è che il sistema sanitario è incapace di affrontare la pandemia: è indebolito, non sa organizzarsi per le emergenze, ha perso anche competenze. Si muore di più – come numero di morti in rapporto ai ricoverati, e in rapporto a contagiati – nelle aree dove la sanità è stata riorganizzata al profitto: nella Padania. In Lombarda, Veneto, Emilia padana e Piemonte orientale. Ma questo non si può nemmeno dire.
 
Ora i media spostano l’attenzione su Natale e Capodanno, sui veglioni, le vigilie, le visite in famiglia. Ma dove si continua a morire? Soprattutto in Lombardia Veneto, Piemonte, Emilia. Il 64,6 per cento del totale dei quasi 70 mila decessi – 68.799 per l’esattezza fino a ieri.
 
L’eccellenza a Ottaviano
A Ottaviano, “vicino Napoli”, informano le cronache, una multinazionale campana, di nome Adler, leader mondiale nella componentistica automotive, fornitrice di Ferrrari, Porsche, Audi, Rolls-Royce, Agusta-Westland, Boeing, Bombardier, presente in 23 paesi con 70 stabilimenti, e 13 centri di ricerca, avvia col governo israeliano un osservatorio tecnologico multisettoriale, per aiutare gli imprenditori a creare nuovi modelli di business, e rileva la divisione Acoustics del gruppo STS, cinque stabilimenti, tre in Italia, uno in Brasile, uno in Polonia, etc. Fa l’attività normale di una multinazionale.
Adler non è la sola, a Ottaviano si fa impiantistica, informatica (Apple), agroalimentare, moda e arredamento, etc. – come a Pomezia, zona industriale decentrata di Roma, lo stesso, per Napoli, è Ottaviano. Ma se ne parla solo per avere dato i natali al camorrista Cutolo, e come “il paese in cui la vita di un uomo non vale nulla”. Una cronaca alla milanese, dei tanti Adler del Sud, sarebbe risolutiva, seppure in immaginazione.
 
Il benessere del malessere
Il “Sole 24 Ore”, in linea col governo giallorosso?, incorona ai primi posti della buona vita  l’Emilia, e per prima Bologna. Che Milena Gabanelli, che vi risiede dal 1974, descrive così sul “Corriere della sera”: “Da anni è diventata sporca, e ci sono strade infrequentabili per la quantità di’immondizia…È diventata anche avara. Vuole la fattura? Allora costa un po’ di più”.
Gabanelli ci resta perché il medico di base le ha fatto il vaccino antinfluenzale, e perché il sabato sera può “andare a ballare”. E a Crotone no – ultimo posto?
Quest’anno la classifica del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita nelle province è zavorrata dall’incidenza del virus, che ha colpito le aree più ricche. E indirettamente le ha colpite anche nella voce che più pesa nell’indice, l’andamento del pil, e in quella mediamente “pesante” intitolata “Demografia e società”, due indici che vedono ai primi posti le province meridionali. Con l’attività produttiva bloccata arretrano meno, o non arretrano, le economie a forte presenza pubblica dal lato reddito e di economia di sussistenza dal lato consumi. Ai primi posti spingendo così le province meridionali, Vibo Valentia in testa, dove il pil, di già povero, non arretra, o allora di scarti irrisori,1-0-2 per cento. Ciononostante, la classifica generale vede il Sud agli ultimi posti: le posizioni dall’86 al 107, le ultime, sono saldamente meridionali, da Cosenza a Crotone.
Saldamente settentrionali sono le classifiche settoriali, dei consumi, dei servizi. Eccetto la giustizia e sicurezza – chi l’avrebbe detto? - dove primeggia Oristano, con ottime posizioni di Campobasso e Agrigento. Le città dove si è meno sicuri sono, nell’ordine, Firenze, Milano e… Bologna.
Agli ultimi posti il Sud, comprese la civilissima Siracusa, la vulcanica Palermo, per offerta e consumi culturali – ma in compagnia di Trento e Varese.
La classifica non è un indice di come vanno le cose in Italia, è il quadro del dominio del Nord – di come il Nord si vede e vede il mondo. Sul web gira da un anno un titolo del “Corriere della sera” che sembra un falso: “Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020”. È un titolo vero, del 13 settembre 1972, di un rapporto dell’economista Pasquale Saraceno, l’ultimo meridionalista, l’inventore della Cassa del Mezzogiorno. Ma lui non poteva sapere che di lì a poco, nemmeno vent’anni, “Milano” avrebbe sovvertito lo Stato di diritto, e lo Stato – nel mondo hobbesiano il leone prende tutto.

Il dialetto non sa essere provinciale
Nel filone letterario in voga delle mini-storie, della vita di provincia, l’uso del dialetto, che il settimanale “La Lettura” tratta in lungo nel numero dell’altro sabato,  non è più eccezionale, né sorprendente. Non come lo era stato in Gadda – in qualche misura anche in Pasolini. Piuttosto è parte del non-linguaggio, della koiné coatta - degli ahò, che cazzo! fanculo etc. – a vocabolario limitato.
È come se il dialetto fosse – dovesse essere – un segreto, un (piccolo) tesoro nascosto. Utilizzato in serie, non più ad arte, è come il romanesco al cinema, una non lingua. Probabilmente perché, di fatto, “in povincia non succede niente”, come argomenta e documenta sullo stesso settimanale il graphic novelist tefano Zattera. Oggi come al tempo de “I vitelloni”.
Il dialetto si sfianca fuori contesto. O anche se volto artificiosamente a pompare la vita di provincia in una dimensione drammatica, narrabile - a meno dei “Vitelloni”, una volta, una sola, eccezionale. Il dialetto non basta, se la provincia è la sola realtà – la provincia è morta, asfittica, e il dialetto cn essa. Un dialetto caratterizzante – vivo, drammatizzante – non sa essere provinciale, legato  un orizzonte basso, circoscritto.
 
Calabria
“Nel 2004 i tifosi del Verona”, a Crotone per la partita, è da supporre”, “lanciarono migliaia di banconote (fotocopiate) da 500 euro, urlando «Vi abbiamo portato i soldi!»”. Lo ricorda sul “Venerdì di Repubblica” Maurizio Forino, artista e scrittore di Crotone, premio “Città di Crotone”, con una nota di biasimo verso la città: “Quindici anni dopo non è cambiato niente”. Non nella Lega, a Crotone. Sempre ultima in graduatoria, la città più povera d’Italia.
Ci dev’essere qualcuno, nella ricca Italia, meno ricco degli altri. O: la povertà non può più essere dignitosa, non in Calabria.   
 
A propositio di Crotone – piove sul bagnato…- trambusto in rete  perché a Santa Severina, castello bizantino normanno e borgo storico, non più densamente popolato ma molto esteso, una ottantaseienne in crisi cardiaca è stata caricata sull’Ape del marito invece che sull’ambulanza per il traspoprto in ospedale. Foto e video a gogò, lazzi e ghigni, l’Italia si è mobilitata. Ma più la Calabria, probabilmente.
Ma non è stato un salvataggio, meritevole? Un colpo d’astuzia dei soccorritori, ambulanzieri e medico,  l’Ape essendo il solo mezzo veloce che passi per i vicoli.
 
Camilleri, che usa nella sua personale lingua molti termini comuni alle due rive, benché fosse di Agrigento, il posto in Sicilia più lontano, racconta in più episodi dello Stretto (Tindari, il ferry-boat, con gli arancini) e della Calabria, Gioia Tauro, Cosenza. È probabilmente l’unico scrittore siciliano che non salta a Roma e a Milano.
 
Ha il record in Italia, in rapporto alla popolazione, degli scomparsi, le persone di cui si è denunciata la scomparsa. Su base regionale (i dati disponibili sono di fine 2018) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denunce sul totale (1974-2018) di circa 228 mila. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia, 4.080.
 
Morra come Rosy Bindi, dei parlamentari non calabresi si fanno eleggere in Calabria. Potendo contare su Grandi Elettori locali. Per poi sanzionare la Calabria come terra di mafia a capo della speciale Commissione parlamentare antimafia. Eccetto i loro Grandi Elettori locali, naturalmente esenti da connessioni dubbie e voti di scambio.
Il candidato ideale per la Regione Calabria? Un medico milanese prossimo alla pensione nato a Gioiosa Ionica. Ha curato la mamma di Berlusconi e questo basta. Magari è anche un’ottima persona.
 
Molti i parlamentari eletti in Calabria che non hanno alcun contatto con la Calabria, da Rosy Bindi a Salvini. Tutti eccetto Sgarbi, che perloemno si occupò di consigliare la pavimentazione ad alcuni Comuni, e ad altri la tinteggiatura delle facciate in piazza. E, forte del suo ascendente televisivo, fu ascoltato, a Gerace, Serra San Bruno, Mileto, Ardore.
 
È curiosa ed è unica in Italia questa preferenza degli elettori calabresi per parlamentari piovuti da lontano. Dai quali poi non hanno nulla, nemmeno un’interrogazione parlamentare. Mentre eleggere dei locali potrebbe incrementare il pil regionale di un paio di miloni l’anno, per le spese obbligate dei parlamentari stessi e dei loro familiari.
 
Mimmo Rotella, nato e cresciuto a Catanzaro, è celebrato dall’editore Skira e da Germano Celant con due ricchissimi volumi. Nei quali d Catznaaro c’è solo la data di nascita.
 
C’è al vertice della  regione Calabria un gay e un leghista diverso, Nino Zirlì. Che era semplice assessore alla Cultura, ma anche vicereggente della giunta, per la stima che gli portava Jole Santelli, la presidente eletta – “un’amica di oltre vent’anni, parte della mia famiglia”. Uno che ha girato tutto il centro-destra, da Berlusconi a Meloni e Salvini, ovunque responsabile della sezione Cultura – la famosa cultira di destra inafferrabile. Un politico, non c’è dubbio, e molto calabrese, volendosi eccessivo. Che altrove spopolerebbe, “un personaggio”, ma essendo calabrese si rappresenta nei media come un pazzo.

leuzzi@antiit.eu