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sabato 31 marzo 2012

Problemi di base - 96

spock

Se Dio è morto, perché fa litigare gli atei?

Perché si chiama Ferrari, se è Alonso?

Questa Ue è la tavola della legge, o non sarà il vitello d’oro?

L’uomo ama sicuramente gli animali, poiché se li mangia, ma come facciamo a sapere-dire che gli animali amano l’uomo, poiché non se lo possono mangiare?

Il libro moltiplicava la memoria, internet invece la riduce: il futuro è l’Alzheimer, precoce?

Se si vive meglio dimenticando, allora viva l’Alzheimer?

È stupido chi non s’accorge di essere stupido – cioè un privilegiato?

spock@antiit.eu

Simone lirica e tragica

A se stessa, “una giovane ricca”, Simone Weil rivolge presto, a vent’anni, un rifiuto pratico: “Resta una favola per te la sventura\ …..\ Sei al riparo di fogli di carta, più massicci\ di bastioni”. Ma è un ricentrarsi: la vita e la riflessione di Simone Weil, ex ricca, insegnante, operaia, combattente di Spagna, è una costante, febbrile, tensione poetica – lirica, epica, tragica. Al di fuori e al di là di questa raccolta delle sue otto poesie sparse, non mirabili, scritte negli anni di studio, 1926-1930 e negli anni finali, 1941-42, come raccolta a sé.
Antonio Castronuovo, che ha curato la raccolta, la traduzione, e la scelta di note dai “Quaderni” che accompagnano le poesie, dice di Simone Weil che “poco ha meditato sul senso della poesia”. No, la sua figura e l’opera sono eminentemente poetiche. Di una poesia impegnata e tuttavia intesa a “dirigersi mediante le parole verso il silenzio, verso il senza-nome”. Dentro una concezione del mondo che lega “creazione, fine… nascita, morte, etc.” in un “indefinito attorno al finito”. Per la conoscenza profonda della grecità, eccezionale anche per quegli anni 1930 in cui tutti ad essa si richiamavano, quasi un’immedesimazione: un “ampliarsi all’infinito” che è “allo stesso tempo …qualcosa che è limitato\chiuso” (p.20, da “Quaderni 2”, inizio 1941). Di una vita, un’opera , leopardiana, nel senso che lo stesso Castronuovo ricorda, “arcana e stupenda”. “Prometeo”, il componimento centrale, non è un tributo della classicista al classico ma un grido: eccessivo, estremizzato, nei nomi, gli attributi, le passioni.
Simone Weil, A un giorno e altre poesie, Via del Vento, pp. 36 € 4

venerdì 30 marzo 2012

Secondi pensieri - (96)

zeulig

Amore – Per i molti è l’impossibilità. È l’amore decennale di Brahms per Clara Schumann che si dilegua quando lei è libera di corrisponderlo.

Calcio - Ha rivoluzionato la geometria prima dei frattali, senza saperlo, per la congiunzione “impossibile” di undici punti in movimento, e anzi di ventidue. Con collegamenti non lineari, benché delineati e insegnati come strategie e tattiche: dribbling, passaggi laterali, lunghi lanci avanti, lanci indietro, cambi di gioco (versanti del campo). In cui il Barcellona ora eccelle ma che si sono sempre praticati. E cambi di passo, scatti, fraseggi, acrobazie, sgambetti, sgomitate, manina…
Una geometria e una fisica del movimento. Più complesse con tutta evidenza, benché meno studiate, del volo degli uccelli. È la produzione in piccolo (in laboratorio) di un complesso di forze avvolgenti, una rete che si svolge (avvolge) su più piani.

Complotto - La teoria del complotto ha radici altolocate: un secolo di filosofare sul (cioè contro il) predominio della tecnica che tutto organizza e livella, a scapito dell’individualità e della conoscenza - manovrata evidentemente dal Maligno e sue incarnazioni. Non grande filosofia. I nichilisti massimi, Jünger, Heidegger, forse Sartre, Severino, Vattimo, sono buoni calligrafi, ma si arrampicano sugli specchi, e troppo impegnati a scrutarsi. Non per incapacità. Per voglia, inconfessata, di martirio di fronte alla massificazione della civiltà e della cultura.
Col fordismo e i media di massa, che internet dilata a dismisura, la civiltà si è adeguata finalmente alle due grandi rivoluzioni occidentali, ma la cosa ci immalinconisce: non ne abbiamo capito (o non li digeriamo) i presupposti, e non capiamo, per un riflesso di sopravvivenza che si traduce in misoneismo, il meccanismo e gli sviluppi.

Ermeneutica – È in effetti la prima verità. Dire che la Bibbia è i suoi esegeti sarà blasfemo ma è vero.

Fede – La secolarizzazione non l’abbatte (H.Arendt, “a tradizione nascosta”): la secolarizzazione non ha reciso i fondamenti della fede religiosa, lo storico più che il teologo lo sa.

Nero - La moda è stabilmente al nero da un quarto di secolo. Corrispondente più o meno alla caduta del Muro, alla globalizzazione, alla crisi fiscale dell’Europa e, poiché la moda si fa in Italia, e in Italia a Milano, a Mani Pulite, la rancorosa questione morale. Si penserebbe sia il colore della demoralizzazione: la moda vuole pure per gli uomini barbe incolte, seppure corte, abbigliamento casual, con scarpe di gomma e giacconi sintetici, e per le donne “non abiti”, l’ombelico in mostra, il sedere basso, le calzamaglie, col nero-sporco dei tatuaggi sulla pelle.
Il senso del colore – il significato – è questione aperta. Il repertorio letterario del blu, per esempio, è vastissimo. Ma il nero, che si vuole il colore dei colori, è nell’arte contemporanea, da Rodcenko a Frank Stella, la preclusione di ogni colore, cioè della luce. Una barriera opposta al senso – all’immaginazione.

Ozio - Ha qualche vantaggio: consente cose inutili, se non sono tossiche.

Protagonista – Fa la storia-narrazione. Di più nel racconto in prima persona. La prima persona è un’ottica ravvicinata e avveduta: è nel mezzo dell’evento, e non può sbagliare, se non volutamente (anche per stupidità, ma - altrimenti che narratore è? - pavidità, ironia, doppiogiochismo). Inevitabilmente, anche il narratore-storico si oblitera. È anche il perno dell’inveramento (convinzione): tanto più è convincente, tanto più è vero.

Storia – È sempre particolare. In chiave di femminismo Corrado Alvaro ne ha anticipato la sintesi (“L’amata alla finestra”, p.216): “ Se la storia degli uomini fosse scritta dalle donne che li hanno conosciuti, ci sarebbe assai poco da studiare”.

Nei periodi di pace – questo è il più lungo periodo di pace nella storia – è piatta e indifferente. Fanno la storia le beghe. È quando non si crede a niente. Eccetto che a poter non credere niente – che non è una fede, non può esserlo, per il paradosso di Epimenide cretese.

È eterna nel senso che non ha cuore, e neppure cervello.
Chateaubriand è apocalittico: “La storia è il braccio secolare della vendette dei popoli”. Ma per la colpa di farsi tutte le signore – Chateaubriand temeva la vendetta di dio.

Da Tucidide e fino a Ranke, per oltre duemila anni, la storia è stata politica. Ma se il suo inizio è in Ecateo di Mileto, allora la storia comincia così: “Io dico come pare a me”.
“Madre della verità” è la storia di “Don Chisciotte”.

Il genere letterario più diffuso a Roma e Atene fu al culmine dell’impero, nel primo e secondo secolo, la storia favolosa: si gareggiava a inventare eventi, personaggi, meraviglie.

Nel Settecento si supponeva vagamente che un Medio Evo fosse esistito. Del Rinascimento vero e proprio nessuno supponeva che ce ne fosse stato uno. Si veniva educati alla filosofia e all’affettazione.

Stupidità – U. Eco si dice “molto flaubertiano”, in “Non pensate di liberarvi dei libri”, in conversazione con Jean-Claude Charrière: “Sono affascinato dall’errore, dalla malafede e dalla stupidità”. È per questo, aggiunge, collezionista della “scienza falsa, folle, occulta”, oltre che delle “lingue immaginarie”.
C’è un tono falso in questa avocazione: non Flaubert, ma il flaubertismo non sarebbe l’essenza della stupidità?

Verità – È, può essere, dei personaggi, mai delle persone, che sempre sfuggono. È il problema delle biografie. E delle ermeneutiche che non possono trascurare l’autore.

zeulig@antiit.eu

Grass si agita, ma non ferma la Germania

Il 2 luglio 1990 il marco prende possesso della Germania Democratica, il 3 Grass piange con l’Italia l’eliminazione al Mondiale (si rifarà con la Germania campione a una settimana dal marco unico, ma senza sentimento), il 4 incontra Carlo Feltrinelli (“soffre docilmente una madre piena di vitalità e la leggenda paterna... forse un po' troppo amichevole per questo mestiere”), che lo rivuole in scuderia. È il diario di un anno convulso, col Mondiale che la Germania vince e la riunificazione. Grass lo vive scontento. Ritrova con piacere la patria casciuba a Danzica e i suoi cugini con le loro tradizionalissime famiglie, e ipotizza un “distacco dalla Germania”, niente di meno, “lento e non senza dolore, con l’aiuto della lingua tedesca”. Ma sempre di fretta. Con la disperazione di uno che non ha mai sofferto il disamore e la disattenzione.
A Vale de Eiras, tra i monti del Portogallo al confine con la Spagna, dove ha casa in un complesso di ville per stranieri, G.Grass cucina, disegna quello che cucina, interra in tre settimane a Capodanno 87 piante e si disintossica della politica tedesca – ma si pianta col freddo, dopo nove settimane di piogge? Legge anche Rushdie, “I versetti satanici”, che trova “romanzo favoloso” È un Capodanno speciale, cinquanta giorni dopo il crollo del Muro. Poi vola in patria, dove disegna, incide, fa mostre, cura pubblicazioni, gestisce case editrici, fa musica, si disgusta dei “Versetti satanici”, scrive e dà importanti conferenze, che le radio ritrasmettono, partecipa a dibattiti televisivi, polemizza con Augstein e lo “Spiegel”, difende Christa Wolf, con ragione, che faceva la spia per la Stasi, si diletta con la famiglia allargata, quattro mogli e otto figli, di cui sei suoi, soprattutto con la più piccola, Nele, tiene letture pubbliche della tragedia “Die Plebejer proben den Aufstand”, sempre con la valigia in mano, benché abbia quattro case, a Behlendorf, a Berlino, a Mǿn (Danimarca), a Vale de Eiras, sempre nell’attualità, qui sul cambiamento climatico oltre che sulla riunificazione, su è giù per la Germania, ogni due giorni un convegno o un congresso della Spd, il partito socialista, con tantissime persone a lui note, contro l’unificazione-annessione (Anschluss). Mentre scrive “Il richiamo dell’ululone”, che pubblicherà due anni dopo, in Germania e da Feltrinelli. Ma da lontano: il dispetto è forte contro questa nuova Germania (a cui è probabile che la storia darà torto, anche se la profetizzata pauperizzazione dell’Est non c’è stata: Grass non l’avrebbe voluta che egualitaria e non annessionista), Brandt resta un nome, una delusione Oskar Lafontaine, un fantasma il suo delfino Schröder. C’è un che di irrimediabile in questo diario, ma per la storia – l’uomo è rimasto ben attivo, ha avuto il Nobel, cui si concorre, ha riaperto il “com’eravamo” del nazismo, a lungo rimosso.
Grass s’incontra, dialoga, polemizza con un numero inverosimile di persone ogni giorno. Per un diario che solo con un ricco apparato di note potrebbe coinvolgere il lettore. Salvo dirsi ogni tanto depresso. O vecchio a 62 anni. Con una terza moglie. Tanti manager e politici vorrebbero avere altrettanta energia. Lo scrittore è un egotista, anche il più impegnato – una condizione su cui bisogna ponderare il suo giudizio. Questo diario è il cantiere dell’“Ululone”, l’unico motivo di interesse. A parte la fretta compiaciuta. L’“Ululone” sarà il romanzo senile, cimiteriale, di una polacca e un tedesco, metaforico forse, ma qui Grass, pur trattando ogni giorno mille cose, e ritrovando Danzica in visita quasi ufficiale, non ha una parola per i cantieri celebrati, Solidarnosc, il papa polacco, che hanno reso possibile la unificazione tedesca. Vissuta alla fine di questo diario come un trambusto, lo scompiglio delle abitudini: Grass sarà stato il ritorno del bravo “Michel” della tradizione tedesca, l’uomo ordinario senza orizzonti.
Da leggere con, e per, le note. Poco si può leggere senza.
Günter Grass, Da una Germania all’altra. Diario 1990, Einaudi, pp. 234 € 20

giovedì 29 marzo 2012

La distruzione del risparmio

L’attesa è per maggio-giugno, se con le nuove tasse sulla casa non crollerà il mercato immobiliare. Che da cinque anni è una “partita di giro”, una serie di compravendite fasulle fra operatori e banche per far “girare il denaro”, con poco denaro vero in entrata. Con gli aumenti già decretati dell’Ici-Imu, e la rivalutazione minacciata delle rendite catastali, si potrebbe allora avere il crollo del sistema: banche, mercati, risparmio. Che ogni discorso renderà inutile: la casa e l’immobiliare sono il maggior cespite di risparmio e di attività economica.
Nell’attesa si valuta la decimazione del risparmio finanziario. Da anni i gestori non vantano più il valore accresciuto degli investimenti, ma la minore perdita. “La ricchezza delle famiglie italiane”, la ricerca della Banca d’Italia, documenta nell’ultima redazione, a metà dicembre, un calo costante del valore delle attività finanziarie a partire dal 2006. L’investimento in titoli pubblici, che rappresentava cinque anni fa il 19 per cento degli investimenti finanziari, si è ridotto al 5 per cento, benché sia proposto come un dovere civico, la remunerazione essendo inferiore all’inflazione (ritenuta addomesticata di fronte all’inflazione effettiva).
La ricchezza complessiva delle famiglie, peraltro, la stessa Banca d’Italia registra in calo dal 2008. Mentre il risparmio, che nel 1990 era al 2,2 per cento della ricchezza netta, “negli ultimi anni si è attestato attorno all’1 per cento”. A causa anche della perdita di potere d’acquisto, per effetto di una crescita delle retribuzioni e dei redditi inferiore all’inflazione - bisogna impiegare più reddito per consumare le stesse cose. La Confcommercio stima un calo del 60 per cento del risparmio annuo pro capite, in termini reali, tra il 1990 e il 2010: dai circa 4 mila euro del 1990, a valori odierni, a 1.700.

Miseria della giustizia

“Finita l’udienza, le toghe sul braccio, ci siamo fermati nel corridoio a continuare con altri colleghi un discorso interrotto alcune ore prima. Come non fosse accaduto nulla in quell’intervallo” . Aspettando “il momento in cui i rimorsi diventano l’orgoglio del mestiere” (p. 47). La “carriera” è tutta qui, senza illusioni sulla giustizia (attenzione, equanimità), si è giudici per mestiere – una delle professioni forensi.
In questa prosa dolente dei primi anni 1950 del giudice che si voleva scrittore, c’è la delusione del volontario in guerra, in Nord Africa, finito prigioniero in Texas per tre anni (su e giù “sette giorni e sette notti”, in un vagone merci, “in tanti da stare a malapena seduti”). Nonché del padre reduce incapace di affettività. Disincantato, incattivito. E di un giudice particolare, che ha conosciuto nella sua piccola superbia le deiezioni dei tanti personaggi minimi che è chiamato ogni giorno a sanzionare. Al punto di dire che “condannare è uccidere” (p. 34). Di non volere – nel minimo di finzione che Troisi architetta sull’esperienza quotidiana – un altro figlio, sia pure a costo del proibitissimo aborto: “Io ho sempre avuto una divisa e in divisa fatto e patito violenze: la divisa di soldato, di prigioniero, di giudice”. Il giudice appaiando al boia. Eal delinquente: “Ho bisogno di commettere un reato per acquitare sfrontatezza, coraggio di vivere e giudicare gli altri. Contro la verità (onestà) della prosa semplice.
Troisi sembra lontano dalla metafisica del giudicare di Sciascia (“Porte aperte”), ma vi è più vicino e miglior filosofo, se non narratore. Narra la giustizia più aderente alla cosa – la giustizia qual è e si esercita, ogni giorno. Fuori dalla disattenzione (routine, velocità, sovraccarico di esperienze) delle metropoli. Racconta un tribunale di provincia, Cassino, dove ogni giudizio è di casi umani. In un’Italia dove c’è ancora il banditore con la trombetta. E si condanna “per mendicità”. Ma il processo – la corte, il dibattimento, la camera di consiglio - è immutato: il presidente è “l’unico che conosce il processo”, i giudici a latere stanno lì a perdere tempo, poi si fa una camera di consiglio, se i tre non sono d’accordo si vota, si fuma una sigaretta, si prende un rinfresco, e si legge la sentenza.
Il racconto è sempre vivo, e questo basta alla riproposizione. Narra un disadattamento e un disamore. Di uno che fa il giudice. Ma la nota di Camilleri che accompagna questa riedizione ci riporta all’ordinamento della giustizia oggi contestato, e alle protezioni di cui esso gode. Contestato oggi da destra, sessant’anni fa da sinistra, ma sempre per lo stesso motivo, per essere indifferente e avulso, ugualmente castale. Poiché di una casta si tratta, l’unica in senso proprio, protetta dalla fama, dalla dottrina e dalle leggi. Da un ordinamento e una pratica solidamente fascisti dopo settant’anni di democrazia: autoreferenziali, protettivi, esclusivi, insindacabili, insanzionabili. Ma protetti ultimamente dalla cattiva coscienza democratica - Camilleri in testa, il cominformismo non è morto. Che è il problema: non i giudici uno per uno, che saranno la parte migliore di noi, ma la cattiva politica che ne stimola i vizi.
Troisi è un dei pochissimi giudici che l’ordinamento abbia sanzionato. Un ordinamento contestato, è vero, da Camilleri nella nota. Ma nel secondo dei due processi disciplinari abusivi che subì Troisi ebbe a compagno nel 1973 il giudice Misiani. Che nel 1996 fu coinvolto da Milano, da Ilde Boccassini, in un altro processo fasullo, anch’esso politico come nel 1973. Dopodiché Boccassini è diventata vice Procuratore Capo a Milano e Misiani avvocato, per il puntiglio di non farsi giudicare una seconda volta, morendone pochi anni dopo. E allora? Camilleri denunzia senza avverbi in tre paginette le cattive azioni della casta del tempo, incluso il guardasigilli Moro, che pure di Troisi era stato il docente a Bari, contro il giudice-scrittore e il suo “Diario”. E una condanna scritta e prescritta, benché Troisi fosse difeso dai maggiori giurisperiti del tempo, Galante Garrone, Jemolo, Piero Calamandrei.
Si ripropone Troisi dunque contro l’ordinamento chiuso della giustizia. Che invece poi i Camilleri dicono intoccabile (Camilleri non lo dice qui, lo dice nella contemporanea prefazione a Giancarlo Caselli, il giudice che scambiò la politica per la mafia, grande regalo). Oggi perché c’è Berlusconi. Ieri perché c’era Mani Pulite. La volta precedente perché c’era Falcone che voleva il coordinamento antimafia – mentre è valsa la pena spezzettarlo in duecento Procure antimafia distrettuali, con duecento posti di Procuratore Capo, e quattrocento di Vice o Vicario? Per la cronaca, Misiani fu subito sanzionato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Che dovette rimangiarsi la censura ma non si scusò. Fu poi assolto con formula piena al processo penale, che Boccassini non appellò – nel 2003.
Misiani era di sinistra, uno degli isolati fondatori di Magistratura Democratica nel 1965. Ma non evidentemente della sinistra buona, di Boccassini e Camilleri – che però non ci dicono qual è.
Dante Troisi, Diario di un giudice, Sellerio, pp.239 € 13

mercoledì 28 marzo 2012

Le perfezione è del libro

“Raggiunta la perfezione”, del libro come della ruota, le lenti, l’alfabeto, “impossibile andare più in là”, si consola Eco asciutto, bibliomane, lettore compulsivo: il libro è eterno. Eco confessa di non amare più l’insegnamento (la ripetizione, d’impossibile aggiornamento) ma si dice ugualmente sereno: il libro resisterà all’elettronica – “e se mancasse la corrente?”
A tre anni di distanza da questo lungo colloquio con Carrière, sceneggiatore di grandi film, classicista, autore cinquant’anni fa, con Guy Bechtel, di un famoso “Dictionnaire de la bêtise”, molto è già nuovamente cambiato, con youtube, smartphone, iPhone, iPad. Eco parte affermando che internet reintroduce l’era alfabetica, contro “la civiltà delle immagini” che si voleva trionfante, oggi forse non lo direbbe. Ma il libro elettronico, ottimo per certi aspetti, consultabile, trasportabile, non ingombrante, è difficile per altri, da sfogliare e anche da leggere.
Questo è detto di passata, il libro è una lunga conversazione tra due bibliofili. Eco delle “scienze false, folli, occulte”, e delle lingue inventate. Al modo delle interviste di Borges, aneddotiche, sapienziali, e talvolta divertenti.
Jean-Claude Carrière-Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, pp. 250 € 10

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (122)

Giuseppe Leuzzi

Marina Terragni ha un’amica, “medico anestesista in provincia di Milano”, che si candida a sindaco al suo paese, Castellana Grotte. Le fa “tanti auguri” su “Io Donna”, “perché”, dice, “ci vuole molto coraggio”. Chissà come Marina immagina Castellana Grotte, in Puglia, che sarà senz’altro meglio della provincia di Milano.
Ma, poi, la stessa Marina dice d’invidiare “la mostruosa forza delle donne del Sud”.

Marcello Dell’Utri, palermitano, abile manager, bibliomane forbito, appena “assolto” dalla Cassazione dall’accusa di mafia, si lusinga di un’intervista con Felice Cavallaro, decano dei corrispondenti dei grandi giornali da Palermo. Che ne mette in dubbio (di mafia) ogni sua briciola: l’assoluzione di fatto della Cassazione, la bibliomania, la ricchezza, l’amicizia con Berlusconi naturalmente (senza dire che è Dell’Utri che ha arricchito Berlusconi). E un viaggio in Spagna i giorni della sentenza in Cassazione, come a dire: aveva pronta la fuga. Senza nemmeno dire che ormai non si fugge più in Spagna. Cos’è che spinge due palermitani a questo gioco al massacro, su un giornale del Nord, il “Corriere della sera”?
Cavallaro si può capire, il proverbio dice che si attacca il mulo dove vuole il padrone. Ma Dell’Utri? Forse non era un bravo manager.

Roberto Perrone va in Brianza a gustarsi la triglia di scoglio. Anzi a Cavenago, all’incrocio autostradale appena fuori di Milano. Questi milanesi non si privano di nulla.
Portare il mare, in aggiunta alla ferrovia, era promessa da ultima spiaggia alle prime elezioni della Repubblica, nei comuni dell’entroterra aveva effetti sorprendenti. Si vede che la promessa non era limitata al beato Sud.

La singletudine dell’assimilato
Ultimamente, Alberto Mellone, “Addio al Sud. Un comizio furioso del disamore”, lega il rifiuto del Sud, l’odio-di-sé-meridionale, a una forte nostalgia. Marina Valensise, “Il sole sorge a Sud”, annega la nostalgia, di cui però non si vergogna, intellettuale cresciuta, nel Sud politicamente corretto. Entrambi evidenziando una sorta di singletudine dell’intellettuale meridionale. Non di solitudine, d’isolamento. Ma di scelta perplessa, se non misantropica, tra la voglia di manifestare una diversità, e le convenienze. Per una condizione storica, in questa epoca di leghismo, ma anche come connotato esistenziale: dopo attento arrembare nel correntone postrisorgimentale, o lasciarsi portare, l’emigrato intellettuale ha scoperto che l’Italia vuole in fondo da lui che non sia quello che è – che si sente, che ha voglia, di essere.
Curiosamente, la situazione del Sud, che Pietro Antonio Buttitta quarant’anni fa (“Il genocidio imperfetto”, 1969) appaiava al Terzo mondo, ripercorre oggi quella della diaspora ebraica prima del nazismo. Si pone, senza porselo, il problema dell’assimilazione, o della rinuncia di sé. Che sembra – è – un’offerta generosa, una porta aperta. Cui il meridionale dà in genere risposte entusiaste – l’italianità è più forte (radicata, sentita, ampia) nel Meridione. Ma implica una rinuncia all’essere e una sorta di soggezione.
Ne è specchio l’intellettualità locale. Di chi non ha voluto o potuto emigrare. Che coltiva la sua differenza, ma senza ambizioni-illusioni. Restringendosi al colore, all’aneddotica minima – come quei narratori minimi, coloristici, delle shtetlekh, le comunità ebraiche ammassata nelle province orientali dell’Europa. In Puglia Albino Pierro e la forte poesia dialettale. Che il filmato “Italia Sud-Est”ben rappresenta nel Salento: il tempo, i linguaggi, la figuratività – più e meglio di “Basilicata coast to coast” che ne diventato eponimo.

L’emigrato resta straniero
L’emigrato destinato a restare straniero è una delle prime figure che Herta Müller, “In viaggio su una gamba sola”, p. 63, incontra dopo l’emigrazione dalla Romania alla Germania nel 1987. La futura premio Nobel lo incontra al bar. “Anche lei è di un altro mondo”, le dice l’uomo. Che poi spiega: “Sono un senza patria. Italiano. Nato in Svizzera. Seconda generazione di stranieri”. “Io non sono senza patria”, ribatte la scrittrice: “Sono soltanto all’estero”. “Straniera all’estero”, ride l’uomo: “I miei figli saranno la terza generazione”. Si resta a lungo stranieri, anche assimilando la cultura del luogo, la lingua, i comportamenti.
Anche Astolfo, “La gioia del giorno”, pp. 362-3, ha una famiglia di emigrati non integrabili: (il signor Mimmo) “si è presentato all’Interhotel, tappa per Algeri, provocatore e stimabile. Potrebbe essere quel personaggio di Cimarosa che chiede “Sveltezza, amico, sveltezza”. Ma è uno che ha superato l’handicap, per essere italiano e meridionale, del mafioso. Che in Germania è naturalizzato: notai, banchieri, mercanti, oltre agli incettatori, falsari, pataccari, si celano dietro facce immigrate. L’Est non è diverso, ha per questo porte aperte al capitale. Anche in pizzeria, dove il ragazzo che serve, avrà quindici anni, alto, pallido, cadenza torinese su fondo meridionale, la cura maggiore la pone, servendo tra i tavoli, a non incespicare in un grugno repulsivo, la palpebra inferiore dell’occhio destro slabbrata a metà guancia, i denti guasti, che si aggira con una scarsella legata alla cintura, di cui fa tintinnare le monete. Il signor Mimmo, che ha insistito per l’uscita in pizzeria, opera pionieristica tra i resti della Leipzigerstrasse, spiega l’inspiegabile:
“ - Lo chiamano ‘u Sgargiatu, per via della palpebra rovesciata. Lui non si offende, non capisce, viene da Sondrio. È l’uomo del direttore della banca, per conto del quale strappa a questi poveretti gli incassi dalle mani, il debito sarà ormai al mille per cento. Le cambiali? No, niente tracce, siamo compagni. Il padre non si fa più vedere, era uno che ci credeva. Era emigrato a Torino, era bene avviato, ma ha scelto il sole dell’avvenire. Sono onesti, vivono da schiavi. – È plausibile. A un bar espresso con gelateria alla stazione di Dresda, tenuto da friulani taciturni, il locale Sgargiato, dal naso peloso, il labbrone pendulo, il forte siciliano parlato col naso, sta alla cassa. Gli Sgargiati devono far bene al mercato. Il signor Mimmo non si scandalizza: - Tutto si compra in Germania, anche il certificato di nascita. - La sua abilità è di metterli nello stesso sacco, tedeschi e comunisti: il mafioso è capitalista con coscienza critica”.

leuzzi@antiit.eu

Si sciopera in Germania

Si è scioperato a lungo nelle ferrovie tedesche, e un mese fa all’aeroporto di Francoforte, on la cancellazione di 1.700 voli. Si sciopera nel pubblico impiego, in tutti i settori, dagli asili al trasporto, e in tutti i Länder. Si apprestano a scioperare i tre milioni e mezzo di metalmeccanici per il rinnovo del contratto. Chiedono un aumento del 6,5 per cento, che il padronato ha già rifiutato.
I metalmeccanici vengono dall’incasso di solidi premi di produzione per il 2011. Daimler ha pagato 4.100 di bonus, VW 7.500, Porsche 7.600, Bmw 7.650, Audi 8.250, un dividendo elevato. Ma il sindacato ritiene che l’utile, in una situazione di mercato difficile, sia dovuto a un costo del lavoro troppo basso rispetto alla produttività. Anche per l’utilizzo, libero e ampio, dell’apprendistato e del lavoro part-time.
Se la produttività è alta in Germania, grazie ai cospicui investimenti consentiti dalla riforme del lavoro dieci anni fa, le retribuzioni sono singolarmente basse (anche se più alte di quelle italiane). L’Institut Arbeit und Qualification dell’università di Duisburg – come dire della Vokswagen - ha messo in rete uno studio secondo il quale nel 2010 poco meno di otto milioni di lavoratori, della fascia a bassa retribuzione, percepivano 6,69 euro l’ora all’Ovest e 6,52 all’Est, contro una paga oraria media nazionale di quasi 15 euro. E 1,4 milioni percepivano meno di 5 euro l’ora. La media aritmetica, avverte l’Istituto, non deve nascondere la realtà, che vede circa due milioni di occupati a tempo parziale, i minijob, con paghe mensili da 300-400 euro.

L’Italia è in crisi da vent’anni

La correzione di bilancio fine a se stessa, non mirata alla produzione e al reddito, è il moto perpetuo (circolo vizioso) della crisi. Quindici anni fa di questi giorni, quando l’Italia s’imbatté per la prima volta nella recessione, la natura della crisi era manifesta, se ne poteva scrivere con chiarezza:
“Al momento della firma con i sindacati dell’accordo del 1975 sul punto unico di contingenza, che sembrò sancire il salario come variabile indipendente, l’avvocato Agnelli, allora presidente della Confindustria, avrebbe confidato ai suoi: “Ma Lama non sa che c’è il tasso di sconto”. L’aneddoto è probabilmente spurio – l’Avvocato non era tanto cinico - ma diceva una verità semplice. Il salario indipendente legava imprenditori e sindacati nella spirale dell'inflazione, ma con una differenza: la leva del credito e del cambio avrebbe trasferito sui lavoratori-consumatori il costo finale dell’inflazione, compresi gli aumenti derivati dal caro-denaro e dal deprezzamento del cambio. Analogamente la manovra del cambio, anche se ora si va verso i cambi fissi dentro il sistema monetario europeo, o le politiche di bilancio, cioè fiscali.
“L’economia non è un’equazione a una variabile. È un’ovvietà, ma va richiamata oggi che il sindacato, a vent’anni dall'ideologia del salario come variabile indipendente, sembra erigere a feticcio la stabilità monetaria. Onorevolmente impegnati ad applicare gli accordi del 31 luglio 1992 e del 3 luglio 1993 sulla politica dei redditi, e a favorire l'accesso dell’Italia alla moneta unica europea l’1 gennaio 1999, Cofferati, D’'Antoni e Larizza si sono trasformati in vice-governatori della Banca d'Italia, più intransigenti perfino del governatore Fazio. La Banca d’Italia è infatti preoccupata dagli squilibri che l’impegno per la stabilità sta creando: in particolare il crollo degli investimenti e dei consumi, e l’abnorme incremento della disoccupazione. Gli accordi di luglio sono stati applicati solo per ridurre l’inflazione, e quindi il costo del denaro, attraverso la riduzione del costo del lavoro, compresi gli oneri indiretti posti dal deficit pubblico, e dell’occupazione in alcune imprese – com’è giusto in un mercato ormai mondiale, a concorrenza esasperata, necessariamente flessibile. Ma niente è stato fatto per difendere un’altra stabilità, quella della produzione e del reddito.
“La stabilità dei prezzi è un bene per tutti. Per i pensionati, che ormai costituiscono oltre la metà degli iscritti ai sindacati, e per i lavoratori. Anche per una ragione economica. La cosiddetta “integrazione al reddito”, costituita da Bot, fondi d’investimento e altre rendite finanziarie, è da tempo diffusa. L’ex governatore della Banca d'Italia Carli assegnava per questo al debito pubblico (“fonte di reddito aggiuntivo per milioni di pensionati, impiegati, lavoratori autonomi”) una “funzione sociale e politica”. Pierluigi Ciocca e Fabrizio Barca hanno calcolato che ciò è vero anche per gli operai: “Il 29 per cento delle famiglie operarie possiede titoli di Stato (per un importo medio stimabile in 55 milioni per famiglia possedente”). E che il 41 per cento dei pensionati possiede titoli per una media di 102 milioni.
“I dati di Ciocca e Barca sono del 1991. Successivamente la stabilità ha solo nervosamente coperto un magma crescente d’insicurezza, su salario, lavoro, pensioni, che tocca gli anziani, i giovani e anche i meno giovani, le famiglie, che non spendono più, e le imprese, che non hanno a chi vendere. Il danno dell’insicurezza in materia di previdenza è incalcolabile: crescono le pensioni anticipate, dalle 300 mila del 1990 sono passate a 1 milione 250 mila nel 1996, mentre si riducono le entrate. Crescono il lavoro nero, non soltanto a Napoli e nel Salento, ma anche nel terziario avanzato, e l’atipico o precario: 6 milioni di posti su un totale di 24 milioni.
“La stessa stabilità vorrebbe un impegno del sindacato nelle funzioni tradizionali, per il salario e per l’occupazione. Si suole distinguere tra modello europeo del lavoro, ad alta produttività e bassa occupazione, e modello americano, a bassa produttività e alta occupazione. Ma la realtà è peggiore: abbiamo salari in calo e disoccupazione in crescita. E l’effetto è dirompente per la stessa economia produttivistica che il liberismo in auge propugna: in successione crollano la spesa, la domanda, la produzione, gli investimenti e, di nuovo, i salari e l'occupazione. Un circolo infernale. Si moltiplicano i contratti con retribuzioni al ribasso. Mentre per tre anni le retribuzioni sono cresciute al di sotto del tasso d'inflazione. Sono gli anni in cui, ha calcolato Fazio, da metà 1992 e metà 1996, sono stati tagliati 1,1 milioni di posti di lavoro (il saldo negativo era arrivato a 1,3 milioni di posti in meno nei trenta mesi da metà 1992 a fine 1994).
“La vulgata liberista vede nei salari solo dei costi mentre è da qualche tempo noto che sono anche reddito. Lo aveva capito già Henry Ford negli anni Dieci, e la sua intuizione ha alimentato l’economia mondiale per oltre mezzo secolo. Lo sanno benissimo gli economisti naturalmente, almeno dalla “Teoria generale” di Keynes. che è del 1936. Una riduzione generale e consistente delle retribuzioni ha sì un effetto positivo sui costi delle imprese, e quindi sulla loro redditività, ma ne ha uno negativo molto più ampio, a carico delle stesse imprese: i salari essendo redditi, e redditi con alta propensione di spesa, la loro riduzione restringe i consumi, e conseguentemente la domanda aggregata, investimenti compresi, avviando la spirale distruttiva della deflazione. Nello stesso 1936 lo riconosceva peraltro il precursore dei moderni liberisti, Ludwig von Mises: “Sarebbe meglio dire mancanza di salario anziché mancanza di occupazione”. Come dire che per l'economia è irrilevante che uno o dieci milioni di persone non lavorino, ma non che non guadagnino e non spendano.
“Malgrado gli equilibrismi dell’Istat e dell’Isco per convincerci che non siamo alla deflazione, È chiaro da alcuni mesi che la domanda aggregata è ferma, quella delle famiglie per i beni di consumo e quella delle imprese per investimenti. Tecnicamente non c’è deflazione: il reddito nazionale forse non aumenta, ma non diminuisce. Diminuiscono però il reddito immediatamente spendibile, di salariati e pensionati, e la propensione a spendere. Chiunque è in grado di constatarlo, per esempio per i beni di consumo durevole, automobili o elettrodomestici: si spende meno, si rinvia, ogni anno si compra meno del precedente. Un’altra rappresentazione fatta da Keynes negli anni Trenta diventa anticipatrice, uno scenario di fine dell'investimento e di disoccupazione di massa per due eventi ipotetici: un’assoluta “propensione alla liquidità” o “propensione all’accumulo”, per cui non si spende e non si investe, e conseguentemente un caso di deflazione e crollo delle aspettative, per cui anche con gli interessi nominali a zero nessuno prende più a prestito.
“La stabilità monetaria è solo di superficie, una crosta sottile su di un vulcano. A titolo di scongiuro, ovviamente, ma vale ricordare che il programma di stabilizzazione forzata dell'unione monetaria somiglia molto alle Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di aver consolidato la moneta e l'economia, e che finirono nella disoccupazione di massa e nella barbarie. Lo ha ricordato recentemente la sociopsicologa Marie Jahoda, che nel 1933 aveva studiato il caso austriaco nel classico “I disoccupati di Marienthal”, rilevando gli stessi segnali negativi: incuria e disservizi, moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga, licenziamenti a valanga, in un quadro psicologico di depressione invece che di rivalsa. Era l’anno in cui l’Europa si consegnava al fascismo. La depressione del 1929 ha preso l'avvio da una violenta caduta della domanda aggregata. Oggi i sistemi di monitoraggio e di correzione sono migliori, e l'economia è globale e globalmente in crescita. Ma quando “il cavallo non beve” vuol dire che lo stomaco non funziona – il motore, il meccanismo della produzione e del reddito.
“Sull’occupazione il sindacato si è fermato all’accordo per il lavoro del 24 settembre. Un accordo larvale, il cui fulcro è la legalizzazione del lavoro in affitto. Un miserabile mercato delle braccia, che peraltro, secondo gli imprenditori non accrescerà l’occupazione. Nemmeno un piccolo passo, tra i tanti possibili, verso il “marketing del lavoro” che Beveridge propose dopo la crisi del 1929, attraverso la formazione, l'orientamento, l'avviamento, e le sperimentazioni non lesionistiche nel campo contrattuale - di cui Pietro Ichino fornisce peraltro, in “Il lavoro e il mercato”, un ampio ricettario. Il mercato del lavoro è sempre al “livello zero” o dei “secoli bui”, su cui l'inventore del Welfare State ironizzava, un precario “porta a porta”. Lontano anni luce è il Piano del lavoro che Giuseppe Di Vittorio impose alla Cgil a fine 1949: gli “scioperi a rovescio”, o lavoro senza paga, per insegnare che l’occupazione è utile, o la famosa “500” voluta dagli operai, che aprì alla Fiat la miniera delle piccole cilindrate.
“La disoccupazione comincia a essere reale, non più coperta dagli ammortizzatori sociali e da quelli familiari. Poco meno di un terzo della disoccupazione è ormai di lunga durata: un milione di persone che hanno perso il lavoro da oltre un anno……. Inoltre, l'Italia ha un mercato del lavoro debole. Le cifre del lavoro sono convenzionali e inaffidabili, specie nei confronti internazionali, ma un dato è evidente: la popolazione attiva è sempre stata in Italia inferiore (di molto inferiore per il lavoro femminile e giovanile) a quelle degli altri paesi europei. Sylos Labini ha calcolato che “in Italia negli ultimi 40 anni il volume totale dell’occupazione è cresciuto assai poco”, c’è solo stato uno spostamento dalla campagna alla città.
“L'Italia inoltre, contrariamente all'opinione corrente, non ha più il polmone del lavoro autonomo. L'Italia ha già un’altissima percentuale di lavoro autonomo dichiarata (senza cioè tenere conto del lavoro nero, di residenti e extracomunitari), il 23%, la più alta del gruppo dei Sette - sopravanzata solo da Turchia e Grecia, col 27%, nell’ambito dell’Ocse. Il lavoro autonomo, quello del micro-commercio e dei piccoli mestieri, è legato a forme non concorrenziali e perfino parassitiche di mercato. Fatti i conti dell’evidenza, viene il sospetto che la stabilità del sindacato sia l'erede dell'austerità di Enrico Berlinguer, e in genere della tradizione, aristocratica certo ma fortissima nella sinistra italiana, di chi nello sviluppo ha visto un'accentuazione degli squilibri e una minaccia”.

martedì 27 marzo 2012

Ombre - 124

All’improvviso, da Seul o dove altro si trova nell’Estremo Oriente, i giornali di Lor Signori fanno litigare Monti con i partiti. Con Bersani, con Cicchitto, con chi capita. In forme anche sprezzanti, senza la vaselina cui il professore ci aveva abituati. E dopo che lo stesso professore aveva varato la controriforma del lavoro col disegno di legge, in omaggio al Parlamento e ai partiti. Stanno per finire i sei mesi di vita che il partito della crisi concede ai governi?

Cambia allenatore Moratti dell’Inter, il diciannovesimo in sedici anni. Ventuno volte nello stesso periodo (un paio li ha ripresi). Più dei caratteriali Zamparini e Cellino. Ma ha solo comprensione e anzi ammirazione dalla “Gazzetta dello Sport” e dal “Corriere della sera” – “il Sole 24 Ore” ha pure una cliccatissima galleria fotografica dei suoi allenatori. La società non c’entra, i contratti, gli acquisti-cessioni, la colpa se la squadra va male è solo dell’allenatore. Milano è impermeabile.

Un “non” omesso, un refuso, cambia la sentenza della Cassazione su via Rasella, argomenta Zeno Zencovich sul “Sole 24 Ore” domenica, se fosse un atto di resistenza oppure di terrorismo.
Il giurista della comunicazione ci scherza su – è un errore materiale, rimediabile. Ma si accorge che la storia, molta storia dell’Italia, è da qualche tempo lasciata alle sentenze. Gli storici contemporanei si fermano all’8 settembre – e ancora di malavoglia.

Camusso che si spancia di risate con Monti. A pranzo al Villa d’Este, l’albergo più bello e caro d’Italia. Camusso al timone, più grande di lei, di una barca a vela, “sua grane passione”. Con due foto il “Corriere della sera” domenica, giorno del signore, annienta tutti gli scioperi generali che Susanna Camusso possa avere in mente. Per caso.

La riforma del diritto del lavoro non è definita, il governo non ha deciso, non c’è un disegno di legge, nemmeno una bozza, ma l’Ue dice: è la riforma che volevamo. Ma chi è questa Ue? Che sa quello che non sappiamo.

Ibrahimovic, come tutti gli zingari solitari, ha degli scatti d’umore. E così a un’intervistatrice che l’importuna dice: “Ma va’ a casa a cucinare”. Horribile dictu. La “Gazzetta dellao Sport” e il “Corriere della sera” lo rimproverano: una frase sciocca. Per Sabelli Fioretti è “una frase così sciocca che sembra presa dall’armamentario maschilista del secolo scorso” - del Novecento?
Non ci si può più arrabbiare, dunque. O non è maschilista “difendere” la domanda “innocua” della “inviata” di Sky? Perché un’inviata di Sky dovrebbe fare domande innocue?

Fruttero & Gramellini, “La Patria, bene o male”, a p. 324 scrivono della vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994: “Gli dà una mano anche la magistratura, che indaga a tappeto le sue aziende, arresta il fratello Paolo e alla vigilia del voto perquisisce la sede di Forza Italia, consentendogli di presentarsi agli italiani come un perseguitato” La magistratura complice del complotto berlusconiano, bisognava pensarci.
Stiamo parlando di giustizia, ma non importa: anche Fruttero alla fine s’è arreso.

Vittorio Ravà, direttore generale e amministratore delegato del Casinò di Venezia, già responsabile della comunicazione di Fiat Auto, Benetton, Publikompass, e vice-presidente dell’Upa (Utenti pubblicità associati), scrive al “Corriere della sera” per documentare il crolo dei consumi. Il giornale taglia la lettera, e la confina alla rubrichetta “Interventi & Repliche”. Non bisogna disturbare il manovratore.

Le radici anarchiche di Céline, e del fascismo

Un racconto vivace della pubblicistica e la cronaca francesi dell’anarchia negli anni di formazione di Céline. Scritti e fatti, in ognuno dei quali Pagès trova un tic céliniano: l’irrisione, la disfunzionalità, l’aristocraticismo, e la marginalità come punto di osservazione (l’abbassamento), fino agli artifici pratici, la fuga in Oriente, la polemica con l’editore-direttore. Ogni sorta di utopismo vi fioriva. Per esempio l’ “utopismo agreste” di Courtial, “Morte a credito” - “l’età d’oro utopico-polemica” (p.125). Di una sinistra che può finire a destra ma di spirito antiautoritario, che il “Viaggio” riflette.
Il bouquin “D’un Céline l’autre” raccoglie un migliaio di pagine di testimonianze, diari, ricordi, lettere su Céline, per un terzo inedite. Di fonti disparate, dagli amici di naja ai maggior letterati: alcune critiche ma tutte, anche le più distanti, contagiate - Carlo Olgiati (qui purtroppo Olgiatti), consigliere comunale gollista a Bezons, figlio di un fuoriuscito comunista, descrive Céline nel 1942 all’ambulatorio come si vede nelle ultime foto, disordinato, sporco. Precedute da una biografia simpatetica di David Alliot, cultore di memorie céliniane.
Céline fu forse il letterato più impegnato del suo tempo, più partecipe della politica – “una bestia da stile” è il rifugio che si è scavato quando lo processavano, e una via d’uscita per la vita ulteriore. Ma da autodidatta e non da intellettuale rifinito – pieno di letture, ma confuse. E da anarcoide insofferente, avendo maturato nei suoi vent’anni, tra il 1912 e il 1918, tra il servizio militare volontario, la guerra, Londra e l’Africa, la ripulsa della sua passione dominante, la Francia, come uno sconfitto permanente o un paria. In una delle prime recensioni del “Viaggio”, Bataille lo metteva in rilievo su “La critica sociale”: in Céline “la coscienza della miseria non è più esteriore e aristocratica, ma vissuta”.
Pagès, romanziere, riedita aggiornandola la sua tesi di dottorato del 1995, con lo studioso céliniano Henri Godard all’università Parigi VII. Nella quale aveva sottolineato il carattere autodidatta della formazione di Céline, temperamentale più che critica, attraverso pubblicazioni in cui s’imbatteva a fiuto, quasi tutte giornalistiche, e prevalentemente popolari e di divulgazione. Protestataria, come è d’ogni formazione fuori dai ranghi. Con una predilezione per pubblicazioni e casi di cronaca anarcoidi: post-comunardi, socialisteggianti, pacifisti (e insieme germanofobi, o in sostituzione ebreofobi), comunque ribelli alle convenzioni, anche nel linguaggio - al moderatismo politicamente corretto di oggi. Buona parte della sua corrispondenza si svolge su toni anarcoidi e con personaggi dell’anarchia: Élie Faure, Lucienne Delforge, la pianista, Albert Paraz, Maurice Lemaître, Louis Lecoin, Alain Sergent. In una sintesi sommaria, ma non per quanto concerne Céline, Pagès ricorda che l’icona di Céline fu Louise Michel, la “vergine rossa” dell’anarchia, l’eroina della Comune (icone della reazione dice Giovanna d’Arco per i più, compreso Péguy, per Morand, “1900”, Jules Guérin, per Bernanos Drumont - ma sono reazionari?). In allegato i termini argotici e popolareschi – il vocabolario céliniano – ricavato da Jehane Rictus e Marc Stéphane.
Céline serve da punto d’appoggio per un riesame inedito e affascinante del mondo libertario post-Comune fino alla Grande Guerra, anche degli “erranti e vagabondi”. Con autori dimenticati che ebbero un’eco ai loro tempi: Jules Vallès, Rictus, Stéphane, Zo d’Axa, Georges Darien, Lucien Descaves, patrono del “Viaggio” al premio Goncourt, Victor Serge, Georges Palante, Sorel naturalmente, e Gustave Le Bon, il maestro della psicologia delle folle, e di Mussolini. E tanti “casi diversi” e diversi tipi di “forsennato radicale”, “uomo barricato”, personaggi sconosciuti che al tempo fecero le cronache. Anche anarchici “che non credevano più neanche all’anarchia” (“Viaggio”), e perfino kamikaze - di kamikaze è pieno “Maudit Soupirs”. Bonnot, della banda Bonnot. Eugène-Bonaventure Vigo, il padre di Jean Vigo, il regista di “Zero in condotta”. Liabeuf, calzolaio perseguitato come magnaccia da poliziotti veri magnaccia, che se ne vendicò lamentando: “Mi dispiace di non avere fatto più orfani”. Jules Guérin, direttore dell’“Antijuif” e antisemita irriducibile (morirà accusando Drumont, l’iperantisemita, di farsi pagare dagli ebrei), che alla vigilia dell’appello per il processo Dreyfus e della grazia si asserragliò coi fedelissimi al Fort Chabrol presso la Gare de l’Est a Parigi, per quaranta giorni, visitato e fotografato come la “Concordia” al Giglio. Alexandre Jacob, apprendista timoniere a dodici anni su navi di lungo percorso, anarchico internato alle isole della Salute e in altri bagni penali, nel 1932 cinquantenne compagno della Chenevier, la ragazza cui Céline dava da decifrare e battere a macchina il “Viaggio”. Sulle tematiche già note per altre analisi: l’anti-intellettualismo, l’anti-progressismo, il pacifismo. Che Pagès riduce a “microutopie infantili” degli inizi del 900, ma non marginali. Altri nomi di rivoltati si potrebbero fare in letteratura, Ibsen (“Il nemico del popolo”), Jarry, Cendrars – Pagès nota pure il ritorno d’interesse per il “Contr’un” di La Boétie, il machiavellismo antirannico. In Cèline anche l’anti-standardizzazione, da lui scoperta con orrore nelle fabbriche Ford dopo la caserma, come documenta “I sotto uomini”, la raccolta dei suoi testi sociali a cura di Giuseppe Leuzzi.
Un tema, questo, va ribadito, che per Céline assume speciale valenza: la caserma e la trincea del “corazziere” Destouches, individuo inesistente, la finta organizzazione e asepsi degli ospedali, militari e no, bastioni del progresso (“Semmelweiss”), la fabbrica. Il lavoro in fabbrica rimodella la società e la psicologia: “È in questa gabbia militare-scientifica del Lavoro che Cèline localizza l’assolutismo moderno” (p.237). È la “mobilitazione totale” del “Lavoratore” di Jünger. Tema più germanico che francese, ma per primo formulato da Céline. Gli argomenti delle sue relazioni alla futura Organizzazione mondiale della sanità delle allora Nazioni Unite saranno romanzati in “Paradiso americano” di Egon Erwin Kisch, tradotto in francese nel 1931. Il progressismo – il lavoro per tutti, l’igiene in fabbrica e a casa, le cure mediche - è risentito non come un umanesimo contemporaneo, ma come una copertura dello sfruttamento.
In Céline il dato biografico è ineliminabile, a causa del razzismo e del processo. Non coerente, come in tutte le biografie. Ma in Céline per un dato ulteriore: il contrasto tra il cupo razzismo e il Céline “positivo” delle narrazioni: allegro, speranzoso, fiabesco. Questo il tema di Pagès. Che ne fa un riesame ponderato, avverte nella riedizione, attento cioè a non “confondere le ambiguità tattiche del Céline epistolografo, né la loro malafede retrospettiva, con le ambivalenze feconde, irresolubili, vertiginose che ossessionano la totalità delle sue narrazioni”. Senza sciogliere il nodo, allo stato degli studi irresolubile, degli studi storici. La conclusione provvisoria è che il razzismo in Céline è “univoco”, senza scusanti: “Il frammento razzista del suo immaginario non lascia posto (p. 369)ad alcuna riappropriazione concettuale paradossalmente libertaria” (p. 369). Ma è una biografia politica che postula un riesame storico del fascismo, dei fascismi. Non più confinato a regime padronale, ma indagato, oltre che nelle sue diverse manifestazioni, nelle radici. Colte e popolari insieme, di interesse (razionali) e passionali. Finora solo dissodate, dal solo Sternhell, e da un punto d’osservazione specifico, anamorficamente a partire dall’antisemitismo.
Yves Pagès, Céline, fictions du politique, Gallimard, pp. 473 € 9
D’un Céline l’autre, Laffont, pp. 1184 € 30

lunedì 26 marzo 2012

Letture - 91

letterautore

Αλιπόρφυρος – Il mare di porpora, nell’“Odissea”οΐνοπα ποντον (I, 183, VI. 170), il mare colore del vino, hanno dato parecchi grattacapi a traduttori e filologi. Il Rocci non aiuta, che tra l’altro per l’ οΐνοπα ποντον dà le indicazioni sbagliate. E rinvia a Arione, di cui nulla si tramanda, se non due accenni in Erodoto e Igino, la favola del delfino che lo salvò in acqua al ritorno da Taranto, restò spiaggiato, e divenne il simbolo di Corinto.
Il mare è l’elemento dell’“Odissea”, poema in ventiquattro libri e tredicimila versi. Ma una ricetta per l’οΐνοπα ποντον non si trova. Si dice solitamente purpureo, per non dire vinoso, o del cupo colore del mare agitato, violetto. Ma non è questo il colore dello Jonio, tanto meno dell’Egeo – né si può dirlo del Mediterraneo. Piace pensarlo usato con questa coloritura in senso lirico, traslato. Come lo usa Alcmane, che non ha più il vino ma direttamente la porpora, nella forma αλιπόρφυρος (fr. 26 della raccolta Page) e πορφυρέας άλός, femminile (fr. 89 P). E Arione, s’immagina, se a Punta Alice, non lontano da Taranto, l’antica Krimìsa venerava un Apollo Alèo, Apollo marino, di cui resta la testa. Saffo lo userebbe meglio, starebbe bene per amore: cangiante come il purpureo mare, scintillante. È la parola giusta in traduzione: scintillante, cangiante, brillante, sfavillante.
L’equivoco nasce dal fatto che la porpora è marina: “Spezie di Conchiglia marina, che ha il guscio simile a quello della chiocciola, e nella gola ha una vena bianca ripiena di sangue d’un color rosso bruno rilucente, parimente detto Porpora, che si adopera per tignere”, secondo il Vocabolario della Crusca, quarta edizione, 1729-1938. Oppure, secondo la rivista online “Zetesis”, dal fatto che la lirica greca rifà Omero, ma senza più i riferimenti reali dell’epoca di Omero. Già in Alcmane, seconda metà del secolo VIImo.
“Rivistazetesis” fa l’esempio del “Notturno” di Alcmane, il fr. 89 P, per dire “quanto sia difficile per il traduttore italiano trovare il giusto tono”. Per πορφυρέας άλός Pascoli ha “dell’iridato mare”. Fraccaroli e Aloni “del mar purpureo”. Quasimodo “nel fondo cupo del mare”. Valgimigli un “buio-ceruleo mare”. Mazzoni il “nereggiante mare” – così musicato da Federico Ghedini, 1892-1965. Perrotta il “mare di viola”. Pontani il “mare lucente”. Savino un “mare perlaceo”. Ferrari un “mare cangiante”. Il musicista genovese Pagani un “ma’’ de viola” (la cantata è su youtube). Una straordinaria sovrabbondanza, rileva la rivista, anche in traduttori solitamete misurati come Pascoli, a conferma della difficoltà della traduzione. A cui però non trova alternativa: Alcmane è “intraducibile”. E ciò per un motivo preciso: “Ogni parola e ogni immagine del brano di Alcmane ha precisi antecedenti in Omero. Alcmane è pienamente inserito in una tradizione poetica che non è più la nostra: per Alcmane “la terra è mélaina come il mare è purpureo, gli uccelli sono tanuptérugej e le fiere ðreskÐoi: è una preoccupazione nostra stabilire se il mare è purpureo perché ribolle o se purpureo allude a un colore (e in tal caso quale: un colore specifico, un’idea generica di scuro, un’idea di lucentezza brillante?)”… Come non detto.
Un vecchio trattato, introvabile anche in biblioteca, promette secondo le bibliografie la verità sul caso: Louis Deroy, “À propos du nom de la Pourpre: le vrai sens des adjectifs homériques πορφυρέος et αλιπόρφυρος”. Alcmane ha αλιπόρφυρος nel fr. 26 P, autobiografico: vecchio e non più agile, il poeta s’immagina di trasformarsi in Cerilo, l’alcione maschio, che da vecchio le femmine si portavano in volo sulle ali. Cerilo è apunto il “sacro uccello αλιπόρφυρος”. Qui l’allusione sarebbe al piumaggio cangiante. Anche αλιπόρφυρος ricorre nell’“Odissea” in senso poco chiaro: al VI, 306 è purpureo il fuso in mano alla madre solerte, al XII, 108 le ninfe tessono manti αλιπόρφυρα, variamente tradotti come manti purpurei, di porpora marina, mariniridescenti.

Avanguardie – Una grande foto sul “Sole 24 Ore” ieri mostra il gruppo degli artisti della Secessione a Vienna alla mostra di Beethoven nel 1902. Con pancetta, doppi menti, catene d’oro al panciotto, e sguardi furbi satolli – solo Klee mostra qualche tratto “tormentato”. Sarà così anche di molti futuristi, in testa il Comm. Cav. Grand’uff. F.T.Marinetti, - che non era il peggiore. Lo stesso si può dire del Gruppo 63, l’ultima avanguardia italiana, di cui resta Umberto Eco, uno zio.

Baudelaire – È istrionico. Una lettura palese, scontata perfino, ma singolarmente assente nelle ultime rivisitazioni, di Henri-Lévy e di Calasso. Nei rapporti familiari e negli atteggiamenti “politici”. Lo è tanto quanto è equilibrato (acuto, percettivo, aggiornato) nelle cronache letterarie e artistiche. È come lo disse Jules Vallès, “Littérature et Révolution”, riedito nel 1969, p. 327: “Non era il poeta di un inferno terribile, ma il dannato di un inferno burlesco”. Essendosi accorto presto che “poteva essere eccezionale sembrando singolare”. A uso di quei giornalisti “blasés che il mostro diverte: Baudelaire si fece mostro”.
Vallès fu a sedici anni tra i protagonisti delle barricate del 1848 a Parigi, Che Baudelaire snobbava. Anarchico fondatore del “Cri du Peuple”, il giornale della Comune, e deputato della Comune nel 1871, giustiziato per due volte in effigie dall’esercito di Versailles, poi per dieci anni esiliato a Londra, prolifico autore di romanzi autobiografici e molta critica letteraria.

In singolare parallelo, sotto il profilo psicologico, si può mettere con Aragon. Anche lui vittima di una madre ingombrante, a diverso titolo, e per questo mascherato – mascherato procede l’uomo cartesiano (“larvatus prodeo”, procedo mascherato, era il motto del filosofo).
Il caso più illustre di madre ingombrante, quello di Manzoni, ebbe invece esito opposto: retrattile invece che esibizionista. Ma Manzoni, non era mascherato anche lui?

Dante – Va (piace, funziona) anche in tempi di politicamente corretto – la vecchia ipocrisia. Lui che è così sboccato. Sì, c’è chi ne chiede la censura, alcuni islamici, alcuni ebrei, qualche prete. Ma le religioni religiose soprattutto se ne fanno scuso – l’epoca è secolarizzata.
Dante va bene anche per i laici? Per i massoni sì, poiché se lo sono avocato, ma per i secolari (areligiosi)? Dante ateo manca.

Non è filmico. Dalla “Commedia” ottime sceneggiature si possono ricavare, ma non un buon film è stato fatto. E anche le illustrazioni classiche, a partire dalla Cappella Strozzi nella chiesa di S. Maria Novella in Firenze e dal Camposanto di Pisa fino al Doré, Pinelli e Füssli, Beato Angelico incluso, così elusivo, Luca Signorelli a Orvieto, e Delacroix, sono pletoriche, di un horror indeciso per l’“Inferno”, soggetto prediletto, e il Purgatorio”, e del tutto inadeguate per il “Paradiso”.
La potenza dell’immagine verbale è irriducibile all’immagine fotografica, realistica?

Giallo – Quello all’inglese, Poirot, Miss Marple, Barnaby, Frost, è compartecipativo. Una forma di fantasy in cui le scelte agli incroci sono state già fatte tra i personaggi, e si lascia al lettore di individuarne la natura. In particolare di scoprire il colpevole. Sapendo che comunque tutto gli verrà spiegato alla fine. Il lettore è messo in gara col detective.

Kipling - Il racconto coloniale è democratico: illuminista, missionario, e vuole impegno. In letteratura, dice Kipling, l’autore può inventarsi la favola ma non la morale.

Odisseo – L’eroe dei furbi è dichiarato bello e nobile, al libro Tredicesimo, dalla “dea Atena occhio azzurro”, nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti. Che lo accarezza, e “sembra all’aspetto donna,\ bella e grande, esperta d’opere splendide”. Furbo, scaltro anche con gli dei, impudente, facondo inventore, mai sazio di prede, astuto, bugiardo fin dalle fasce, così lo vuole Atena in lungo encomio. E perciò “il migliore fra tutti i mortali\ per consiglio e parola”, e “docile, saggio, prudente”. Non si può, non si deve?, chiedere coerenza al poeta.

letterautore@antiit.eu

Il niente politica che ci domina da Bruxelles

D’Alema spiega a Fazio che l’Europa non ha funzionato, nel caso della Grecia e della crisi finanziaria, perché condizionata dai governi di destra. Che con governi socialisti o comunque “democratici” la crisi sarebbe stata governata meglio: in un’ottica di solidarietà e a costi minori. E che l’Europa ha governi di destra perché è succube dell’ideologia liberista o del mercato.
Questo è vero, è un fatto, ma è la metà, o un terzo, della verità. D’Alema parla secondo il vecchio schema dell’Amico\Nemico, da guerra fredda, non tenendo conto della democrazia ora in libero esercizio: i governi di destra sono eletti, e succedono, in Germania, Gran Bretagna, Polonia, la stessa Italia, e ora la Spagna, a governi di sinistra. Ai quali, oltre che ai conservatori, si deve far risalire il “niente politico” che ci governa da Bruxelles. Con l’abbandono della politica monetaria alla feroce Bundesbank, e della politica estera, contro la candidatura dello stesso D’Alema, alla baronessa Ashton, laburista nota per l’inettitudine.
L’Europa è vuota. Come svuotata, dopo la tensione (la rigonfiatura) della guerra e della guerra fredda. A ogni sua debolezza o errore si può trovare una ragione specifica: l’aloofness britannica, l’immaturità politica della Germania, il velleitarismo della Francia. Ma con questi difetti prima ha funzionato. Ora è invece piccola e stanca. L’economia lascia al monopolismo dei forti, nella moneta e nella finanza come nell’industria e nel commercio - per un australiano, anche per un danese, il mercato agricolo europeo è la negazione di dio. La politica limita ai piccoli vantaggi mercantilistici, a spese cioè degli altri soci.

domenica 25 marzo 2012

Dialogo impari Litizzetto-Valeri

Più che due epoche, due mondi diversi. Più che due diverse sensibilità un abisso. Più che due attrici comiche, un “dialogo” malinconico. Tra Franca Valeri, arguta quando è possibile, e comunque rispettosa (concisa), e la Litizzetto senza freni della tv facile, dove si applaude a comando, auditel compresa. Incontinente, oltraggiosa.
Luciana Litizzetto, Franca Valeri, L’educazione delle fanciulle. Dialogo tra due signorine perbene, Einaudi, pp. 105 € 10

Colpo di neoguelfismo in Confindustria

Si sono contati dopo il voto e continuano a contarsi esterrefatti. Che sia potuto accadere, non credono ai propri occhi. Quelli dello sconfitto Bombassei, e anche quelli di Squinzi, il candidato vincente alla presidenza della Confindustria. Sorpresi di ritrovarsi di colpo un’organizzazione fiancheggiatrice, tornati indietro di quasi quarant’anni, alla ferra direzione generale Mattei, prima della presidenza dell’Avvocato Agnelli. Nonché soggiogata alla filiera energetica, da sempre (ex) democristiana. Dall’Autorità oper l’Energia ai maggiori gruppi di settore, Eni, Enel, Acea, A2A, e la Sorgenia di De Benedetti.
La sorpresa deriva dalla decisione all’ultimo minuto di Eni e Enel, decisiva per il peso elettorale dei due gruppi, a favore di Squinzi. Una decisione politica, anche contro gli interessi dei due gruppi, che Bombassei riteneva meglio rappresentati dalla sua piattaforma. E con lui gli stessi uomini azienda di Eni e Enel, Paolo Scaroni e Fulvio Conti. Il cambiamento repentino di Scaroni e Conti al momento del voto si imputa a un’indicazione venuta da Milano, dal partito neoguelfo di Giovanni Bazoli. Lo stesso che patrocina il governo Monti.

I francescani del potere

Se ne era parlato, poco, per farne un titolo i merito ai ministri di Monti: la maggior parte di loro ha rinunciato a posizioni di prestigio e compensi milionari, al culmine di difficili carriere, per un incarico di breve tempo e compensi da dirigente di prima nomina. Quelli che volevano mantenere le vecchie posizioni, come Profumo e Gnudi, sono stati fatti recedere. Ora, sempre per la stessa superiore moralità, l’interrogativo viene fatto circolare: com’è possibile che tanti abbiano rinunciato alla carriera di una vita per un incarico a tempo e una remunerazione irrisoria? Viene fatto circolare nei grandi giornali, che sono l’elettorato (collegio elettorale) del governo Monti.
Era una delle novità più stridenti del governo dei tecnici, ma sottaciuta: di un improbabile neo francescanesimo. Nel cuore degli affari, Milano e Torino. Nel cuore del potere, la banca. Ora se ne comincia a parlare. È un avvertimento a Monti, diventato troppo forte per il partito della crisi? Monti sta esaurendo il credito, con i licenziamenti dopo il blocco delle pensioni, e la stangata fiscale in arrivo tra maggio e novembre?
La cosa si può proporre anche come quesito morale: è più morale il ricco epulone che banchetta o il banchiere che, dice, rinuncia alla banca? L’Italia ha avuto a presidente del consiglio per molti anni l’uomo più ricco del paese. Che però aveva la faccia tosta di non rinunciare ai suoi beni e anzi di esibirli. Ora si affida a un gruppo di banchieri che hanno rinunciato a superstipendi e cointeressenze per una retribuzione da statale, alcuni anche con alloggio di servizio, in caserma.