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sabato 12 febbraio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (483)

Giuseppe Leuzzi

Il Sud senza magia
Non è molto che il Sud era terreno privilegiato degli etnologi, etnografi e etno-folkloristi. Per ricerche sul campo che si presentavano solidamente impiantate e esaustive, di spessore accademico. In linea con gli studi su quello che allora si chiamava il Terzo Mondo: un mondo arretrato, ai limiti del selvaggio - “primitivo” e “selvaggio” non erano parole allora escluse. Ernesto De martino, “Sud e magia”, 1959, assortito da numerosi studi paralleli su tarantismo, sanpaolari, guaritori, tra Puglia e Lucania, e “La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud”, 1961. Annabella Rossi, “Le feste dei poveri”, 1969, “Lettere da una tarantata”, 1970, “Miseria e follia: il morso della tarantola”, 1971. Prima che il tutto fosse passato a “patrimonio culturale” del Sud, alla storia del costume, da Lombardi Satriani, Cirese, Di Nola, et al.
In quegli anni il Sud Italia era emigrato al Nord, in Belgio, e in Svizzera, l’Italia aveva già digerito il boom, la prima “ricchezza” di massa in secoli, anzi in millenni, e modernizzava lo Stato, il diritto di famiglia, la scuola, l’università, i contratti di lavoro, la conduzione agricola. “Entrando” nell’Europa, cioè avviando con Germania, Francia e Benelux la nuova Europa, unitaria. Al Sud c’era la Cassa del Mezzogiorno - istituto che si voleva esoterico, anche se moderno e ammodernante, per di più contestato - e la magia.
Mentre venendo da fuori la prospettiva di ricerca e gli esiti erano altri. Ann Cornelisen individuava il, matriarcato di fatto (“Torregreca”, 1969). John (Hornsley Russell) Davis studiava la “Passatella”, come un gioco economico, a struttura complessa, di management (“Passatella: an economic game”, 1964). I Miller, Maria Gabriella e Roy A. studiavano il “comparatico” come struttura di potere (“The Golden Chain”, 1978), o il ruolo non propriamente subordinato della donna, in “Mamme, mammane, matrigne e madrine”.

L’unità e il nemico esterno 
Ha un paio di considerazioni illuminanti, nel suo arruffato “Massa e potere”, il centone di tutte le possibili declinazioni del concetto di “massa”, Elias Canetti a proposito degli italiani. Del fatto – non lo dice ma lo fa capire – che non vincono le guerre. Le quali si vincono, ha spiegato subito prima, quando la nazione è compatta, come può essere la Germania, che è la “foresta che camnmina” – “la rigidità e il parallelismo degli alberi ritti, la loro densità e il loro numero riempiono il cuore tedesco di gioia profonda e segreta”, come una battaglione, un’armata, un esercito in evoluzione perfetta.
L’Italia è sghemba, perché è difficile concepirsi una forza unita, essendo “le sue città popolate di grandi ricordi e il suo presente è volutamente confuso con tali ricordi”. Si può superare questo limite nel confronto col Nemico, ma che sia “Numeroso, Deforme e Odioso”. Il favore all’unità era unanime, i plebisciti non sono stati fantasiosi, gli italiani sempre si sono pensati Italia, un solo paese, peraltro ben connotato geograficamente. E il presupposto del Nemico che unisce, almeno al Sud, c’era, era il regime borbonico. Solo che il regime unitario, o piemontese, non fu diverso, e anzi fu peggio – si favoleggia dei Borboni d Napoli, non si favoleggia dei Savoia, per essere meschini, tutt’e tre o quattro generazioni che l’Italia ha avuto. Con la leva obbligatoria, di cui non si mette mai in luce l’odiosità per le popolazioni, l’appropriazione della manomorta (abolendo i servizi sociali a essa collegati), l’immediata sopraffazione dei ceti parassitari, corte, cortigiani, affaristi, di Destra e di Sinistra, della borghesia more italico, arruffona dei privilegi pubblici, poco o nulla costruttiva, e in pochi mesi il credito era andato eroso – le prime rivolte a Palermo sono del 1861.  

La scoperta del Sud
Croce scoprì tardi il Sud. Negli anni 1910, già andava per i cinquanta, imbattendosi, nel trasloco a palazzo Filomarino ora di sua proprietà, in un libro trascurato, “Studi di diritto pubblico”, del giurista Enrico Cenni, che gli rivela un mondo. Tanto da indurlo a studi furiosi, che si tradurranno in una serie di saggi, via via pubblicati sulla sua rivista, “La critica”, e nel 1924 raccolti in volume, col titolo “Storia del Regno di Napoli” – non “una” storia, ma alcuni aspetti indagati. Lo spiega nella Introduzione del 1924 a questa “Storia”, ancora entusiasta. Il “vecchio regno di Napoli” gli si trasfigura “non solo in no degli Stati più importanti della vecchia Europa, ma in tale che aveva sempre tenuto, nell’avanzamento sociale, il primato, o almeno uno dei primati”. Era una “monarchia civile, fondata da Ruggiero, conservata e rassodata dai successori”, nella “semibarbara Europa”. Era “uno Stato moderno, in cui il baronaggio era contenuto  in istrtetti confini, ai popoli si garantiva libertà e giustizia”, il governo era di “uomini capaci”, e ovunque sui promuoveva “benessere e cultura”.
Questo primato si è perso presto (per gli infausti Vespri siciliani – Croce li vuole “principio di molte sciagure e di nessuna grandezza”). Ma il Regno del Sud “fu singolare e venerando per il processo del suo svolgimento civile”. 

Il saggio introduttivo di Croce si segnala per fare radicale giustizia, nel 1924, della perdurante teoria della feudalità al Sud, del Sud arretrato perché feudale: “La lotta contro il sistema feudale…. nell’Italia meridionale venne combattuta assai presto, e non con altre armi che la ragione e il diritto”. In dottrina e di fatto “visse sempre l’idea del Comune, vi ebbero sempre vigore i iura civitatis”, e i feudatari, quando vi s’insediarono, vi trovarono “già costituito il demanio comunale”. I diritti furono sempre protetti: la “prammatica” di Ferrante d’Aragona del 14 dicembre 1485, poi convalidata da due prammatiche di Carlo V, è “la vera magna carta dei diritti del cittadino”.
Molte sono le scoperte di “primati” che Croce fa della sua città di elezione e del suo regno. “Non meno che contro il feudo, insigne fu la lotta che essa (l’Italia meridionale, n.d.r.), cattolica e della sua fede osservantissima, sostenne lungo i secoli per l’autonomia e l’autorità dello Stato contro le smodate pretese della Curia romana” – “e, sempre senza cader mai in alcuna eresia, questo popolo lottò con pari forza e trionfo per la libertà di coscienza contro il Sant’Uffizio dell’Inquisizione, del quale non permise mai l’insediamento nella sua terra”. Masaniello è “il primo esempio di una rivoluzione legale” in Europa”. Napoli e non Firenze – prima che si arrivasse a Roma – avrebbe meritato il titolo di capitale d’Italia, per il suo avanzamento nella filosofia e nel diritto.
 
Napoli
Hedi Goodrich – americana cresciuta a Torre Annunziata, scrive in Nuova Zelanda in italiano. Più spesso dei luoghi, le persone e gli ambienti campani adottati dalla tarda adolescenza – dopo un viaggio del tipo Erasmus. Napoli mantiene sempre un’attrattiva forte sui non napoletani.

Pavese ha “una faccia da napoli”, e “una suonata da napoli”, detto dal giovane protagonista, torinese, de “Il compagno”.
 
“La frase di Eduardo, «Fuitevenne» a me stava sulle palle”, dice il regista Capuano a Concetto Vecchio sul “Venerdì di Repubblica”: “Oggi penso che avesse ragione”.
 
“Qual è il suo rapporto con Napoli?”, chiede allora Vecchio a Capuano. “Come quello di un uomo che si è innamorato di una zoccola “, è la risposta: “È un guaio, ma non posso farci niente”. I napoletani stanno male a Napoli. Il romanzo di Napoli del Millennio del resto, “L’amica geniale”, è “storia di chi fugge e di chi resta”. O ritorna, come ovunque.
 
Ha avuto nel secondo dopoguerra i due maggiori armatori mondiali, Lauro, quando ancora si viaggiava per mare e Napoli era l’approdo dell’Asia in Europa, e Aponte. Aponte dal nulla, era solo un nullatenente diplomato dell’Istituto Nautico di Sorrento, è divenato in quarant’anni il primo armatore al mondo nei container, il terzo nelle crociere, un forte investitore in hub portuali – ne gestisce “oltre 60”.
 
Pergolesi, Paisiello, Cimarosa, era un’altra Napoli a fine Settecento – e subito dopo Rossini. Per committenza, e per genio locale.

Il sindaco degli anni 2010, De Magistris, ha lasciato la città con 5 miliardi di debito, cinque volte le entrate tributarie della città, cinquemilacinquecento euro per abitante. Dopo essersi immortalato con una campagna “No al debito ingiusto. Napoli libera”. Non è facile, evidentemente, liberare Napoli.

Il buco nelle finanze comunali è dovuto per 1,7 miliardi di euro al cumulo del debito anno per anno, e per una cifra molto più rilevante, 2,2 miliardi, all’ultimo esercizio firmato De Magistris, che il nuovo sindaco Manfredi, come è d’uso nelle aziende al cambio di management, ha voluto evidenziato tutto subito, in ogni rivolo. Il buco nasce soprattutto dal mancato pagamento delle imposte, che si mettono in budget secondo le regole, ma secondo le “regole” locali non si pagano.

Il più curioso è il mancato pagamento della Tari: è uniforme in tutti i quartieri, e ammonta al 60 per cento del dovuto. Napoli si vuole sporca, o si pretende immacolata?

leuzzi@antiit.eu


A tutta Borsa

Due anni di semi-inattività, e quotazioni azionarie in crescita a doppia cifra. Anche da ultimo, da quando, sono quasi due trimestri, un ritorno dell’inflazione si sa che imporrà nuovamente il caro denaro.
Crescono i titoli azionari anche in presenza di investimenti fiacchi o addirittura in contrazione. Un paradosso che l’“Economist” ha messo in rilievo, confrontando l’andamento degli investimenti per paese nel 2021 con l’andamento dei corsi azionari. Negli Stati Uniti gli investimenti sono cresciuti del 3,6 per cento, e i prezzi azionari, secondo una media ponderata dei vari indici, del 24,4 per cento. In Francia dell’1,3 e del 17,4 per cento rispettivamente. In Svezia del 5,6 e addirittura del 50,4 per cento.
Più notevole il divario in Germania e Giappone, dove la crescita delle Borse titoli si confronta con una riduzione degli investimenti. Meno 3,8 per cento e più 17,4 in Giappone. Meno 1,9 e più 15,6 in Germania. In Polonia ancora peggio: meno 7,1 e più 25,4 per cento.
Solo in Italia la crescita è stata in qualche misura parallela: più 6,9 per cento gli investimenti, più 18,5 piazza Affari. Anche se la Borsa italiana è soggetta più delle altre, per la ristrettezza del parterre, a forti oscillazioni – ieri, in una giornata di semi-panico delle Borse mondiali, Bpm ha segnato il rialzo record di quasi il 10 per cento (9,80), sulle sole voci di un interessamento di Unicredit.

Giallo dritto al punto

Il vice-questore Fosca va dritta al caso. Anche lei ha casa, e qualche amicizia affettuosa, ma non si perde nelle smancerie parallele. Così pure le donne della sua squadra – ad Arezzo il commissariato (ora vice-questorato? perché cambiare sempre i nomi?) è al femminile: c’è anche un uomo, che naturalmente ha la fidanzata lontana, ma giusto per agganciare la audience meridionale (fa il siciliano, con la cassata compresa, ma senza conseguenze, giusto una o due inquadrature).
C’è anche la città, con Bagno Vignoni ora resort di lusso, e la campagna toscana, perfetta. Ma la storia procede dritta e senza pause.
Finalmente una novità nelle finte suspense delle serie tv, che sono soprattutto l’insofferenza, ansiosa, degli interminabili “a parte” – in genere (presuntamente) comici. O un ritorno al vecchio giallo in tv. Quado le mogli, di Maigret, del tenente Colombo, semplicemente non si vedevano.
Fabrizio Costa, Fosca Innocenti, Canale 5

venerdì 11 febbraio 2022

A tutta banca

Intesa più 24,52 per cento da inizio dell’anno, Bpm 19,07, Ifis 17,32, Unicredit 15,26. È il comparto bancario a tenere su i listini di Borsa quest’anno. L’inflazione ritornante ha già accantonato l’era dei tassi zero. Anche se la Banca centrale europea mostra di non volere incrementare il tasso primario, o tasso ufficiale di riferimento, fermo da sei anni allo zero – negativo in termini reali.
In effervescenza, anzi febbrile, l’altro comparto di redditività, i collocamenti obbligazionari. Di soggetti privati, stanti le scarse risposte alle ultime ipo, al finanziamento mediante la cessione di azioni. E di soggetti pubblici, con emissioni a cascata, per il sostegno alle economie e il loro rilancio dopo i lockdown. E per il ritorno, infine dopo venti anni di austerità, di un impegno espansivo dell’Unione Europea, con i tanti piani di recupero e rilancio.
Forte anche l’M&A, le fusioni e acquisizioni. Principalmente per il consolidamento dello stesso comparto bancario, con Unicredit, Bpm, Bper a caccia di Monte dei Paschi, Carige, Popolare di Sondrio.  

Ecobusiness

L’industria degli imballaggi, a 34 anni dalla legge che avvia la raccolta differenziata dei rifiuti, non ha ancora diviso la carta e il cartone dalla plastica. Specie nei contenitori di più largo uso, come quelli del latte. Tutto confluisce nell’indifferenziata.
Non è un problema di costi, è proprio menefreghismo. Delle stesse aziende che sui contenitori indifferenziati si proclamano sostenibili, verdi, eco-friendly, eccetera. Per lucrare sui privilegi fiscali e sui finanziamenti a fondo perduto.
 
L’inflazione montante, al 7,5 per cento negli Stati Uniti, al 5 per cento in Europa, che comporterà il rincaro del costo del denaro (mutui, investimenti), è dovuto quasi per intero all’affrettata transizione verde – il cui costo si comincia solo a intravedere, sarà molto più gravosa. Per ora è dovuta soprattutto ai rincari degli idrocarburi, petrolio e gas, di cui riserve e produzione sono in calo per un flusso sempre più ridotto di investimenti, da un paio di decenni.
Questo tipo di inflazione, da costi, è a costo zero per il settore produttivo, industria e banche. Sarà pagata tutta dai percettori di reddito fisso (pensionati), e dai lavoratori subordinati, dell’industria, del commercio, dei servizi.

Banchieri d’assalto

A Sanremo quest’anno l’unica battuta politica è stata, di Fiorello, sul “governo delle banche”. Un po’ polemico ma non troppo, Draghi godendo di ampie simpatie, di bravo presidente del consiglio. Che la barca governa con mano sicura, sia pure al centro di una maggioranza composita e un po’ rissosa. In una situazione complicata, tra la pandemia minacciosa e piani europei, invece, di ampio respire infine, per la prima volta si può dire in vent’anni - unica eccezione nel declino europeo essendo stato lo stesso Draghi, col salvataggio dell’euro. Un libro fuori tempo?
Nell’anno 1658 il dottor Giuseppe Francesco Borri trasmutò in piazza a Milano due buccole di ottone in oro fino. Fu smascherato, ma senza danno per nessuno. I moderni alchimisti invece in piazza Affari a Milano fanno sparire interi patrimoni, e questo è meno inoffensivo. Sono i banchieri d’affari (detti così a Londra) o d’investimento (a Wall Street - ma Londra è ora una succursale di W. Street), cui Laura Pellegrini, firma allora del “Sole 24 Ore”, dedicava una dozzina di anni fa cinque ritratti sorridenti, in larga misura autoritratti, raccolti dopo la catastrofe bancaria. Quelli di Costamagna, Braggiotti, Ruggero Magnoni, Imbert e Tarantelli. Il titolo derivando dal sociologo Ulrich Beck, che “l’immagine pubblica” del banchiere d’affari aveva prontamente associato dopo il 2007 alle “fattezze del bankster”. Si diceva bankster, mezzo banchiere mezzo gangster, nel 1929 dopo la Grande Depressione.
“Splendori e miserie dei banchieri d’affari di casa nostra” è il sottotitolo. Che ritornano al centro, con la sceneggiata ormai trentennale tra Mediobanca e Generali – se ne preoccupava Giorgio Ruffolo dodici anni fa recensendo questo libro: nulla cambia? E con l’ennesima stagione di accorpamenti bancari, che vede in movimento una buona metà del credito, Unicredit, Bpm, Bper, attorno a Monte dei Paschi, Carige, Popolare di Sondrio.
Il banchiere d’affari era un signore dal naso lungo, Baring, i Warburg, i Rothschild, J.P.Morgan, i Lehman, Lazard, Meyer, Cuccia, che procacciava i soldi a chi non ce li aveva, purché presentasse un progetto affidabile. Funzione che non si può dire se non positiva. Il personaggio è però ultimamente degenerato nella creazione senza limiti di moneta, con le obbligazioni, le obbligazioni di obbligazioni, i derivati, i futures, sfruttando la fiducia consolidata che una “obbligazione” si paga comunque. Mentre invece può sparire, come in Parmalat o tra i vecchi compari delle tre carte, vedi i mutui sub-prime che hanno portato al collasso del 2007-2008. La stessa funzione tecnica originaria, di specialisti delle compravendite, dirette o attraverso la Borsa, è stata aggiornata con disinvoltura. Delle acquisizioni si è fatto un mestiere truffaldino, attraverso i famigerati Lbo, acquisti a debito, di società alle quali si accolla il debito contratto per l'acquisto, mentre si scorporano gli attivi e si rivendono - come fare soldi distruggendo aziende. Pellegrini ricorda il caso Telecom Italia, che non è il peggiore, e tuttavia vede una grande azienda quasi fallita per arricchire la “razza padana”. Tra conflitti d'interesse mostruosi e speculazioni dichiarate.
Memorabili i collocamenti di Seat, un paio di volte, Tiscali, CdWebTech - a solo vantaggio di Pellicioli, Soru, Carlo De Benedetti. O quello della Saras dei fratelli Moratti, dopo il quale Gianmarco si è permesso un “regalo” di 500 milioni alla sua Inter. Serafini ricorda i fratelli Magnoni, che investono negli affari che trattano, navigando tra un nugolo di reati, insider trading,  aggiotaggio, falsa informativa. E la farsa dell'acquisto fallito di Continental da parte di Pirelli, in cui la stessa banca, Goldman Sachs, operava per il gruppo italiano, con Costamagna e Prodi, e anche per il gruppo tedesco.
Il dottor Borri per rifarsi proclamò una rivolta. La rivolta venne repressa, ma il dottor Borri era già in Svizzera. I banchieri d’affari sono anch’essi in Svizzera, o in Lussemburgo, quando non alle Cayman, ma anche in questo sono meno avventurosi del dottore, bisogna riconoscerlo: dopo la crisi non danno più lezioni. Il mestiere è anche nuovo in Italia, a lungo ne è stato monopolista Cuccia, e si svolge su terreno anglosassone, e dunque le biografie celebrative si giustificano. Ma poi c’è da dire che il banchiere d’affari italiano è un nome nuovo per la vecchia figura del brasseur d’affaires: uno che fa carriera per gli affari che procaccia, cioè in Italia con le privatizzazioni. Si sono fatte privatizzazioni per cento miliardi dal 1993 al 2000, con una provvigione di 2,5 mliardi per i banchieri, e per cinquanta miliardi tra il 2001 e il 2010. Si spiega anche così che molti italiani sono vice-presidenti per l’Europa delle banche Usa - un titolo che in America non vuol dire niente. Pur operando solo in Italia. E che molti siano stati e siano i banchieri d’affari part-time: Prodi, Gianni Letta, Mengozzi, Rainer Masera, Caio, Siniscalco, Ermolli, lo stesso Draghi, e Mario Monti. Augusto Fantozzi è stato liquidatore di Alitalia e senior advisor di Lazard, il consulente storico di Air France.
L’altra verità non detta è che i moderni dottor Borri sono gli informatori privilegiati della stampa economica. Fanno l’opinione, letteralmente. Dei grandi giornali inglesi e americani, e di quelli italiani, e questo sa di mafia. Ma, bisogna riconoscerlo, c’è un’alchimia della ricchezza, e questa passa per l’informazione: semplice e geniale.
Laura Serafini, Italian Bankster, Fazi, 2009, download gratuito

giovedì 10 febbraio 2022

Il mondo com'è (439)

astolfo


Aurora boreale
– Era intesa come un campo di battaglia dalle popolazioni boreali, i Lapponi in Europa, al Polo, e i Tlinkit in Alaska. Stando a quanto ne racconta Elias Canetti, “Massa e potere”, p. 52, sulla base di una ricerca del filologo tedesco Otto Höfler, “Kultische Geheimbünde der Germanen”: “I lapponi di Kolta credono di vedere nell’autore boreale i caduti in guerra, che continuano a combattere fra loro per l’aria come spiriti. I lapponi Russi riconoscono nell’aurora boreale gli spiriti degli uccisi. Quegli spiriti vivono in una casa dove talvolta si adunano; là si trafiggono a morte, e il suolo è piano di sangue. L’aurora boreale annuncia l’inizio delle battaglie tra le anime degli assassinati. Per i Tlimkit dell’Alaska tutti coloro che muoiono di malattia e non cadono in guerra, finiscono negli Inferi. Arrivano al cielo soltanto gli eroici combattenti, morti in guerra. Di tanto in tanto il cielo si apre per accogliere nuovi spiriti. Allo sciamano essi si mostrano sempre armati di tutto punto. Le anime dei caduti appaiono spesso come Aurora boreale, particolarmente come quelle fiamme dell’aurora boreale che si manifestano come frecce o fasci di raggi e si muovono qua e là, talvolta si oltrepassano, cambiano posto, ricordando la tecnica di combattimento dei Tlinkit. Una forte aurora boreale annuncia – si crede – un forte spargimento di sangue, poiché in tal caso i morti combattenti vogliono nuovi compagni”.
 
Domenikon - L’eccidio delle Ardeatine, dieci italiani per ogni tirolese morto a via Rasella, il 24 marzo 1944, si fece giusto la novità del dieci per uno, introdotta un anno prima dalle truppe di occupazione italiane a Domenikon, un paesino greco della Tessaglia. Il 15 febbraio 1943 la divisione Pinerolo del generale Benelli si era imbattuta in un gruppo di partigiani che avevano fatto nove morti. La risposta del generale sul campo di battaglia fu immediata, l’annientamento del vicino villaggio di Domenikon il giorno 16, dove molti militi italiani si erano fidanzati, e all’una di notte del 17 la fucilazione di tutti i maschi del paese sopra i 14 anni. Alla rinfusa, però, non individualmente come fece il crudele Kappler. In una mezz’oretta tutto era finito.

GlobočnikIl comandante delle SS e della Polizia a Trieste durante l’occupazione tedesca, personaggio romanzesco, tale è la perversione, era uno sloveno di Trieste, Odilo Lotario di nome. Figura come generale e politico austriaco, essendo nato nel 1904, ma è cresciuto come triestino di nazionalità slovena. Suicida a fine guerra, morirà di soli 41 anni, ma con un record enorme di misfatti.
Divenuto famoso come “boia di Lublino”, dove era già capo locale delle SS e della Polizia, per la liquidazione del ghetto della città polacca, nel quale erano stati rinchiusi 40 mila ebrei, in soli tre giorni, 9-11 novembre 1942, aveva poi organizzato alcuni fra i maggiori campi di sterminio nei territori occupati in Polonia, Belzec, Sobibór e Treblinka. Era stato nominato Gauleiter di Vienna nel 1938, all’Anschluss, l’annessione dell’Austria ala Germania – presto sospeso, dopo otto mesi, perché si era arricchito troppo. 

Alla caduta di Mussolini fu trasferito dal Governatorato Generale (Polonia) a Trieste – che sarà la prima città a essere occupata dai tedeschi, già il nove settembre 1943, il giorno dopo l’armistizio di Cassibile. Creò anche a Trieste un campo di concentramento, Risiera di San Sabba, con forno crematorio. Si suiciderà col metodo regolamentare dei capi nazisti, la capsula di cianuro. Subito dopo essere stato catturato, il 31 maggio 1945, in Carinzia dove si era rifugiato, da un reparto inglese del Quarto Regimento degli Ussari della Regina.


Terrorismo - Ha tradizione in Italia, praticata dai “carbonari” (materia di almeno un racconto di Stevenson, “Il padiglione sulle dune”, in cui figure sinistre di carbonari si aggirano per la Scozia in cerca del finanziere che si è appropriato del loro “tesoro”), prima che dagli anarchici. L’insorgenza terroristica in Italia negli anni 1970-80 avviene dopo la pubblicazione, nel 1968, sula pubblicazione di una raccolta di scritti, lettere, estratti di Mazzini, di tecniche insurrezionali e strategie di attacco, che si poteva intitolare “La guerra per bande”.
La guerra per bande” Mazzini vi dice “guerra che schiudendo una via d’opere e di fama a qualunque si senta potente a fare costituendo in certo modo ogni uomo creatore e re della propria sfera, suscitando in mille guise l’emulazione fra paese e paese distretto e distretto, cittadino e cittadino, pone un campo alle facoltà individuali, e sveglia alla mente l’indole nazionale”. Di più: “E l’odio e la vendetta, turpi in sé, si convertono in santissimi affetti, quando la vittima è il depredatore straniero. E senza quell’odio e quella vendetta non acquisteremo mai la patria e la libertà”. Una guerra “che invece di esigere educazione, scienza, materiali di campo e sommissione di schiavo, non richiede che ardire, vigoria di braccio e di membra, conoscenza de’ luoghi astuzia e prontezza”.
Il volume era stato approntato da Giuseppe Tramarollo, mazziniano fin dagli studi universitari, repubblicano del Pri, Partito Repubblicano Italiano. Di cui wikipedia ricorda che fu presidente della Società per la pace e la giustizia universali, istituzione fondata dal Nobel italiano per la Pace Teodoro Moneta. Presidente della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo. E della Unione democratica amici d’Israele. Vicepresidente della sezione italiana della Ligue internationale pour lenseignement, leducation et la culture populaire”. Consigliere della sezione milanese della Sioi, Società italiana per l’organizzazione internazionale.


Ucraina – Ci fu una occupazione ucraina del Friuli nel 1944, la Repubblica cosacca del Friuli. Da parte delle truppe ucraine inquadrate nella Wehrmacht, l’esercito tedesco di occupazione – le memorie dei partigiani veneti e giuliani, specie “I piccoli Maestri” di Luigi Meneghello, ricordano più ucraini che tedeschi nei rastrellamenti. A seguito di una serie di successi dei gruppi partigiani in Friuli – culmineranno il 26 settembre 1944 nella proclamazione della Repubblica partigiana della Carnia - il comandante delle SS a Trieste, Odilo Globočnik, mandò a luglio del 1944 a occupare il Friuli truppe e popolazioni ucraine. Nel quadro di un proclama di Rosenberg, il ministro dei territori occupati, del 10 novembre 1943, che per fronteggiare l’avanzata dell’Armata Rossa prometteva autonomia a tutti i cosacchi dell’Unione Sovietica, e al bisogno anche il dominio di altrre parti d’Europa. In questo quadro Globočnik montò una operazione “Ataman”, o “Kosaken in Norditalien”: il trasferimento in Friuli di 22 mila ucraini (novemila soldati, seimila anziani, quattromila familiari e tremila bambini). Con l’aggiunta di quattromila “caucasici”. A mezzo di 50 treni militari. Al comando del generale Piortr Nikolaevič Krasnov, vecchio artamano dei cosacchi del Don, ucraino – wikipedia lo presenta come scrittore russo, ma in realtà fu uomo d’arme.
L’atamano Krasnov si stabilì a Verzegnis. Da dove fece subito adottare festività e cerimoniali ucraini. Ribattezzò anche alcuni paesi: Alesso divenne Novočerkassk, Cavazzo Krasnodar, Trasaghis Novorossijsk. Un “consiglio cosacco” creò a Tolmezzo. Controllava anche le Valli del Natisone e le Valli del Tofre. 
I suoi uomini avevano la direttiva di rispettare i friulani, in quanto “tedeschi”, ma non omisero ruberie, di galline e altri animali, nonché di qualche casa. E presto dovettero avviarsi in ritirata: attraverso il passo di Monte Croce Carnico passarono a Lienz, dove il 9 maggio si arresero agli inglesi. Dai quali furono consegnati a Stalin, che li fece deportare – Krasnov fu impiccato in quanto traditore, a un gancio di ferro (l’impiccagione che gli ucraini riservavano ai partigiani catturati nei rastrellamenti).     

     

astolfo@antiit.eu

Cacciatori di taglie a Wall Street

Dieci anni fa, nel 2011, dopo la crisi delle banche e lo scandalo Madoff, la Consob americana, la Securities and Exchange Commission, ha lanciato un programma di “sostanziosi incentivi monetari per i denunciatori”, anche nella forma di confidenti. Il programma ha già dispensato 1,2 miliardi di dollari di premi – un esborso abbondantemente ripagato con le multe inflitte. Tanto da coinvolgere anche gli “avvocati a percentuale”, i contingency lawyers, solitamente impegnati contro le assicurazioni.
Il lungo reportage del settimanale procede in forma narrativa seguendo uno di questi, il più influente, Jordan Thomas. Un ex consulente della Sec per l’istituzione del programma di premi ai whistlblowers” – figlio, spiega lui stesso per prevenire ricatti, di un importante uomo politico democratico di San Francisco finito in carcere per la sua abilità di fixer, di faccendiere.
“C’è solo abbondanza di malaffare nelle pratiche societarie”, fa notare l’avvocato serafico. I denunciatori sono dipendenti in genere, in qualche modo delusi, ma anche utenti, e perfino amici e parenti, a conoscenza di trucchi segreti.
La Sec riceve molte sollecitazioni, e per lo più non risponde. Ma quando apre una pratica, e il risultato è positivo, il premio, non necessariamente commisurato al valore dell’illecito accertato (alla multa), è più spesso di “decine di milioni”.
In pochi anni, poco più di un lustro, Jordan Thomas è stato in grado di aprire uno studio legale proprio, specializzato in “caccia alle taglie” finanziarie. Dove, dice, “prendiamo meno di una dozzina di casi all’anno”. Che bastano per un fatturato multimilionario. La raccolta delle informazioni, la loro validazione, e poi tutto il procedimento di accredito alla Sec, e di assistenza nell’istruttoria, essendo complesso. I premi sono “sostanziosi”, di milioni e di decine di milioni. Anche per sopperire, spiega l’avvocato, allo stress   
Patrick Radden Keefe,
Jordan Thomas’s Army of Whistleblowers, “The New Yorker”, free online

mercoledì 9 febbraio 2022

Secondi pensieri - 473

zeulig


Biblioteca – È universale, incommensurabile. In forma di papiri, pergamene, libri a stampa, e ora nel cloud. Brucia, dice Borges della biblioteca di Alessandria, ma i libri non periscono: Si dice che i volumi che contiene\ oltrepassino il numero degli astri\ o dei granelli del deserto”. Può bruciare ma i libri non periscono: è la memoria – le memorie - dei secoli passati. Ma anche di ogni possibile secolo o momento, passato o futuro. È la personificazione (oggettivazione) dei filamenti nervosi del cervello umano. Della fabbrica in continuo, anche in sonno, che è la mente.

Complotto – È la rivoluzione, prima di essere la controrivoluzione. La rivoluzione si vuole popolare, ma è come la controrivoluzione.

È ora la voglia anarcoide di sovversione - specialmente diffusa in questa età dei diritti. Che si alimenta imputandola agli avversari. Quando non è paranoia naturalmente.
 
È tutte le forzature della politica, altro che il consenso maturato (pensato, articolato).
 
Coscienza – È animale, prima che umana. Degli esseri viventi capaci di scelta - che hanno capacità e possibilità di scelta.
Va per gradi, c’è più e meno coscienza.
 
Essere – “Io sono quello che sono” non è un trucco di Dio per non far sapere il suo nome a Mosè . Lo ripeteva Swift, verso al fine della vita, mentre vagava da alloggio in alloggio. Lo fa dire Shakespeare al soldato parolaio Parolles di “Tutto è bene ciò che finisce bene” – quello del celebrato monologo contro la verginità. È la verità della tautologia, ma non una semplice perfidia: non ce n’è un’altra. 
 
Fiducia – Se ne parla come di un paradosso, a proposito delle persone truffate con intrighi e intrugli d’amore – in questa stagione uomini per lo più, “attori, astrofisici e sportivi”, dice il giornale, qualche nobilastro anche, insomma gene danarosa. In passato donne, vedove e ricche, nobili o glamour, ex, come Gina Lollobrigida. Ma non è un paradosso, è un bisogno: si vuole avere fiducia. È un rapporto biunivoco, ma si forma e si alimenta per il bisogno che una parte ne ha.
 
Filosofia – È più spesso di cose pensate. Ruminazione.
 
Male –È il presupposto della libertà. Lo dice il papa Francesco in termini “faziani”, ma in effetti è questo il problema della libertà, la percorribilità del male. La libertà è un evento umano? Animale, di tutti gli esseri in qualche modo coscienti. Un evento e non uno stato – nello stato, per esempio legale, costituzionale, è un evento che va in continuo rinnovato. Più o meno protetto, ma sempre in bilico.
 
Natura – “Le forme vere della natura sono forme della coscienza” – Luigi Meneghello, “I piccoli maestri”, 196.
 
Perdono – È cristiano, prima non c’era. È argomento di Simone Weil, “L’Iliade o il poema della forza”. Il poema è anche l’assenza del perdono. Non c’è magnanimità: c’è – ci sarà presto, per esempio in Enea - la pietas, ma non c’è il perdono, non c’è nella cultura greca, nella divinità, nel pensiero. Omero, come le sue divinità, guardano imparziali e impassibili le sventure, dei Troiani come degli Achei.
Ma questo è anche, in filigrana storica, il racconto che fonda l’Occidente – l’“Iliade”, il poema della forza. Perdono o non perdono.
 
Ambigua categoria, si può anche dire, che la cristianità introdurrà. Ma senza perdono, l’uomo è ridotto alla sua finitezza.
 
Poesia – Viene prima della prosa, assicurano tutte le ricerche, da Vico in poi. Viene prima l’ornato, soffuso, sensitivo, (musicale, fantasioso, malinconico, collerico, elegiaco…), della comunicazione, pratica, finalizzata. O meglio, una comunicazione fantasiosa, con un pizzico di esoterico, non essenziale, utile, monosemica. La comunicazione non è – può non essere – utilitaristica, pratica?
La prosa è anch’essa – la prosa scritta, se non quella parlata – disposta ritmicamente, evocativa, e non di quello che di pratico espone.
 
Poteri forti – Vengono prima del complottismo: il potere è sempre stato forte, forza. “Il mondo è misterioso, e questo si sente molto di più quando si vive un pezzo in mezzo ai boschi”, annota Luigi Meneghello della sua gioventù da partigiano, 1943-1945, a metà esatta della narrazione, “I piccoli maestri”, 161.  In singolare sintonia con Ernst Jünger dei “Waldgänger” (“Trattato del ribelle”). Per il singolo, il “comune mortale”, gli eventi avvengono, semplicemente: “Noi i nodi li vedevamo venire al pettine”, si è detto prima il narratore giovane, “e ci pareva di sentire che perfino dietro la politica, la regina delle cose, ci sono forze oscure che lei non governa”.

I poteri sono forti soprattutto della credenza nei poteri forti.


zeulig@antiit.eu



L’invasione delle masse

Trentotto anni di fatica e un volume ponderoso, per dire?
Una ricerca insensata. Fenomenale. Un repertorio di mille letture, a nessun fine, né pratico né conoscitivo. Un’afflizione ordinativa, come nell’altro libro epocale di Canetti, la biblioteca destinate al fuoco di “Auto da fé”.
La tipologia canettiana è sterminata: ci sono decine di tipi di massa, forse centinaia. Di caccia, di guerra, del lamento, di accrescimento, aperte e chiuse, scoppiate, domesticate, ritmate, statiche, in fuga, in guerra, proibite, festive. E allora?
La massa sempre aumenta di peso. Sempre no, sarebbe scoppiata – o sarebbe la normalità, la società. Ma “una massa che non aumenta di peso” Canetti la trova, “è la Quaresima. Ci sono masse per sopravvivere alla Quaresima”, cioè. Qui siamo solo alla p. 28 della numerazione editoriale, cioè alla decima o undicesima del testo. Segue che “il panico in un teatro, come spesso è stato osservato, è un disgregarsi della massa”. Con indovinelli. Per esempio: “Definisco cristalli di massa quei piccoli e rigidi gruppi di uomini, ben distinti gli uni dagli altri e particolarmente durevoli, che contribuiscono alla formazione delle masse”. Indovinato? Gli orchestrali. Oppure ovvie: le masse di cui si dilettano le religioni, di diavoli, di angeli, e naturalmente di morti. Anche avveniristiche, ma a caso: Cesario von Heisterbach vedeva già quei demoni talmente piccoli, talmente numerosi e diffusive, che il XIX secolo chiamerà “bacilli”.
C’è perfino la Haka Maori – un ottimo pezzo, a sé stante. Come pure la “sosta nell’Arafat” del pellegrinaggio alla Mecca, dove folle stanno immobili per ore, sotto il sole nel mezzo del deserto. Anche la Walhall merita. E l’aurora boreale per i boreali. A volte infatti Canetti è narrativo, e allora godibile. Hussein e lo sciismo, pp. 177 segg., è da antologia, anche per chi non s’interessa dell’Iran. Gobineau viene giustamte sdoganato, fuori dal razzismo sotto cui si seppellisce. Con notevoli lampi random. Sul cattolicesimo che non ama le masse, “forse fin dai primi movimenti eretici dei montanisti, che si volsero contro i vescovi con assoluta mancanza di rispetto” – a volte Canetti indulge nella presa in giro di se stesso. E nel suo sacramento massimo, la comunione, opera una severa selezione dei singoli meritevoli (ora non è più così; la chiesa avrà letto Canetti, questa sua censura?).
A specchio delle masse il potere. Purtroppo individualizzato, sotto le forme dell’eroe, il giustiziere, il direttore d’orchestra, il capotribù.
Una massa di studi (questa non c’è in Canetti), in concorrenza virtuale con Frazer, ma sena averne la  formazione e gli strumenti, da dilettante. stamina. Da vertigine della lista di Umberto Eco: l’ossessione della parola massa. Primo Novecento, certo, il lavoro , concluso nel 1960, è cominciato nel 1922. Ma? Il contrappunto (contrappeso) dell’individualismo, la deriva del Novecento a doppio taglio dunque: la mobilità, la velocità, la carriera, e i diritti, sempre personali, anche in famiglia.  
Con estese citazioni da profusi etnologi. Solitamente tedeschi, a cavaliere del Novecento. Con una nutritissima bibliografia, di un paio di centinaia di titoli, “non esaustiva” – in trentotto anni è comprensibile. E un indice analitico, questo sì, utile, dettagliatissimo.
Immane anche l’impegno di Furio Jesi, per la traduzione, e per la ricostituzione delle fonti  sugli originali – i riferimenti di Canetti erano a edizioni o traduzioni  inglesi o tedesche.
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, pp. 615 € 16

martedì 8 febbraio 2022

Problemi di base - 683

spock


“Bisogna essere liberi per diventarlo”, E. Jünger?
 
Gli uomini sono fratelli, non uguali?
 
Chi ama di più è subordinato, e deve soffrire?
 
“È bello raccontare i guai passati”, Pr imo Levi?
 
“Il ricordo è il presente”, Novalis?
 
“Odiamo una persona perché è odiosa, o diventa odiosa perché la odiamo”, Fernando Aramburu, “I rondoni”?


spock@antiit.eu

Il genio ironico dell'impolitico Th. Mann

Un saggio che il settimanale presenta nell’indice come “The Ironic Genius of Thomas Mann”. Con riferimento a un’opera del 1958, riedita nel 1981, di Erich Heller, “Th. Mann, the Ironic German”, su cui anche Alex Ross infine concorda. Poi pubblicato a stampa col titolo “Behind the Mask”, dietro la maschera.
Il saggio è la recensione della biografia scritta da Colm Tóibin, “The Magician”, e della riedizione delle “Considerazioni di un impolitico”. Di Tóibin assume poco, delle “Considerazioni”, invece, molto. Dichiaratamente, già nel sommario: “Come il tormentato manifesto conservatore del romanziere tedesco porta ai suoi più tardi capolavori modernisti”. A partire dalla “Montagna magica”, o incantata. Che Ross a ragione dice un dialogo tra i due fratelli Mann, Heinrich e Thomas, infine riconciliati seppure a distanza - stando a quanto lo stesso Thomas scrisse nel 1944, per giustificare le “Considerazioni di un impolitico”. Il “manifesto conservatore” è le “Considerazioni”.
Alex Ross è di professione musicologo. Ma conoscendo tutto di Th. Mann, fin da ragazzo, se ne vuole migliore lettore. Acuto sicuramente. Le “Considerazioni” spiega come il libro più vero (spontaneo, personale) di Thomas Mann. E come il suo “secondo romanzo”. Dal 1901, col successo immediato dei “Buddenbroook”, fino al 1924, “La Montagna magica”, Th. Mann annaspa. Passando da “Fiorenza” a “Altezza reale”, “Federico il Grande” e “altri ponderosi progetti”. O racconti su temi triviali: di pazienti in una clinica svizzera per tubercolotici, le confidenze di un simpatico cavaliere d’industria, una vacanza a Venezia. Con le “Considerazioni” si libera. E soprattutto abbozza temi che poi svilupperà. Nel primo dopoguerra con la “Montagna magica”. Negli anni cupi di Hitler con “Carlotta a Weimar” e il “Doctor Faustus” – “il Doctor Faustus rimette in scena la vita di Nietzsche”.
Le “Considerazioni” sono un po’ i “Quaderni neri” di Thomas Mann. Non esattamente, nel senso che poi se ne è vergognato, e in qualche modo ha recuperato. Ma sì perché ne esprimono il suo vero o intimo modo di essere, vedere, giudicare: diretto e non artefatto, come è dei suoi successivi racconti. “Le «Considerazioni» sono un assemblaggio straordinariamente contorto di allusioni, imitazioni, insulti obliqui, citazioni non attribuite, plagi, e autocannibalismo. Nell’importante volume dell’edizione annotata dell’opera di Mann in corso dall’editore S. Fischer, lo specialista Hermann Kurzke fornisce quasi ottocento pagine di commenti, dando conto di circa quattromila citazioni”. Molto autoelogiativo: “Mann immagina che i robusti eroi della Germania traggono alimento dal suo lavoro – «Morte a Venezia» dice specialmente popolare nelle trincee”.
Così avverrà nelle narrazioni da ora in poi, tutte autoreferenti. Ma a un Th. Mann attaccapanni, non modello, sentimentale o romantico.
Qualche dubbio doveva averlo già da prima, va aggiunto, se “Tonio Kröger”, l’autoritratto giovanile, a lungo aveva intitolato “Literatur”. Del modulo espressivo che fa delineare al narratore in “Morte a Venezia”, 1912, a quella data ancora “magniloquente”, dieci anni dopo, dopo le “Considerazioni”, farà di sé stesso il “modello”: “Quello cui ambiva, tuttavia, era di lavorare alla presenza di Tadzio, di prendere il fisico del ragazzo come il modello per la sua scrittura, di lasciare il suo stile seguire i contorni di quel corpo che gli sembrava divino, di trasportare la bellezza nel regno dell’intelletto, come l’aquila un tempo trasportò il pastore troiano nell’etere”, Ganimede. Una “Morte” in effetti parecchio artefatta, va detto, più che dannunziana. Con le “Considerazioni” il passo è diversissimo – Th. Mann allo specchio non poteva vedersi Ganimede… E con la scoperta l’ironia si sostituisce alla magniloquenza: le narrazioni saranno filtrate dalla ironia. Le architetture ora così spesso sapienti, in risposta al committente-lettore, anche sui temi pruriginosi (l’incesto, fraterno, oltre all’omossessualità, e la masturbazione) sono organizzate, a ben leggere, su un taglio semiserio.
Ross non è solo in questa valutazione. Molta critica riporta Th. Mann a Nietzsche - se non altro per ragioni anagrafiche, la sua età di formazione coincidendo con la prima notorietà di Nietzsche, il piccolo succès de scandale della follia. A partire dal vecchio libro di Heller: al Nietzsche che considera il temperamento ironico come l’essenza vitale che unifica e impone gli elementi contraddittori del genio. Ross ci aggiunge “Carlotta a Weimar”, in cui il vecchio Goethe indulge all’onanismo – un Goethe in età che è tutto Th.Mann: quello che si nutre delle vite degli altri, il genio cannibale, parassitario. E soprattutto fa un’analisi puntigliosa di “Morte a Venezia”, da cui emerge quanto il racconto è ancora costruito e non una foia personale.
Un capitolo a parte del saggio, leggendo Tóibin, prende la pretesa omosessualità. “Pochi scrittori di romanzi hanno con tanta costanza”, come Mann, “incorporato le loro proprie esperienze nel loro lavoro”, premette il recensore giunti a questo punto. Ma “la sua sessualità è un enigma esibizionistico”, conclude. Su questo tema facendo riferimento alla narrazione di Tóibin. Nei diari Th. Mann è dettagliato, e annota anche erezioni, masturbazioni, polluzioni notturne, ma nei racconti è in difficoltà a parlare di rapporti omoerotici, e nel 1950, dopo la lettura di Gore Vidal, “La città perversa” (“The City and the Pillar”), si chiede: “Come si può andare a letto con uomini?”
Ma a questo proposito una pista andrebbe seguita, che Th. Mann stesso più di altre delinea. Dell’omofilia come uno dei tanti profili pruriginosi che lo scrittore ama presentare di sé, come è di tutta la narrativa “di Weimar” o austrotedesca del primo Novecento, fino a Hitler abbondante, tra l’incesto e l’onanismo. E non escluso l’antisemitismo, di “Altezza reale”, “Sangue velsungo” e altre narrazioni – che in Th. Mann fa specialmente senso, uno che si vuole maiuscolo anche da biblista, sposo di una donna ebrea cui felicemente fece sei figli, anche se non se ne occupò (Katia Pringsheim, di cui si evita di fare la biografia, che era bella, ricca di famiglia, più dei Mann, e di parentele artistiche più che commerciali, intelligente, studentessa di matematica, e spiritosa).
Un tassello per un quadro che pure è già chiaro. Th. Mann, autore coscienzioso, corteggia l’aria dell’epoca. Nel primissimo Novecento il romanzo borghese, di derivazione anglo-parigina, e in area germanica l’omofilia, l’incesto, l’antisemitismo. E il nazionalismo naturalmente, quando il mondo teutonico nobile era nazionalista, prima del plebeo Hitler. Da ultimo, per Th. Mann, la “Svizzera”, domiciliazione non poi bizzarra nell’ottica thomasmanniana del mainstream: per non dispiacere a Mosca stabilendosi, come pure era ovvio, nella Repubblica Federale – nel 1955 un Lukács ancora “sovietico” in linguaggio paleostalinista può annettere il Thomas Mann del “Doktor Faustus” al “sole dell’avvenire”: “Thomas Mann, il poeta, sempre più apertamente, sempre più decisamene, si batte per la vita, per la salute, per la pace e per  il socialismo – contro la morte, la malattia e l’estinzione, contro l’imperialismo reazionario, contro il fascismo” (prefazione a un’edizione ungherese dei racconti giovanili di Th. Mann, datata 15 aprile 1955, di cui ha dato conto Giorgio Pressburger sul “Corriere della sera” il 5 settembre 1996, “Thomas Mann? Marcia con Stalin insieme a noi”).
Alex Ross, Thomas Mann’s Brush with Darkness, “The New Yorker”, free online

lunedì 7 febbraio 2022

Ombre - 600

“Le prime dieci banche continentali”, parlando dell’Europa, “valgono un terzo delle prime dieci americane”, Righi su “L’Economia”, il che in parte di può “giustificare” con le quotazioni gonfiate di Wall Street. Ma “l’utile netto di JPMorgan è sovrapponibile alla capitalizzazione del Crédit Agricole”. E l’utile è cosa solida. Di che mercato parliamo? Qui discutiamo dell’acquisto o meno di Carige – di Carige, una (piccola) banca, fallita. E per capitalizzazione in Borsa, “dietro ai due colossi Intesa e Unicredit ci sono Fineco e Mediolanum”, due banche online, per pochi – gestori di patrimonio.

Il confronto con gli Usa è peraltro reale, non gonfiato, sulla redditività. La redditività è “mediamente al 7-8 per cento in Europa e al 13-14 per cento negli Stati Uniti”. Le capitalizzazioni di Borsa non sono forse nemmeno gonfiate.

 

L’impressione è netta che Biden tenta di risollevarsi dalla vergogna dell’Aghanistan come in “Sesso e potere”, come nel film: inventandosi una guerra, in Ucraina. Umiliando la Russia che voleva invadere l’Ucraina e lui glielo ha impedito. Mandando tremila soldati in Europa. Non in Ucraina, a confrontarsi con la Russia (3 mila soldati?), ma dispersi nelle varie basi americane in Europa.

In Italia, caso unico in Europa, viene creduto.

 

“Follia e speculazioni”, dice il Cremlino di Biden. Dei tremila (3 mila?) soldati mandati da Biden in Europa a salvare l’Ucraina. Finirà che dobbiamo credere a Putin, il solito dittatorello?

 

È deprimente, più che irritante, che del papà intervistato in diretta TV non resti nulla, se non il papa in diretta TV- peggio se in diretta differita. Il papa non ha nulla da dire, pur parlando tanto da affaticarsi.

 

Il papa Francesco, scopre Fazio, informato dai solerti collaboratori del papa, ama i social ma non vede la televisione, i telegiornali. Che vorrà dire?

 

Si guarda Juventus-Verona per la curiosità di questo fenomeno Vlahovic, e si vede che si può impunemente placcarlo in area, come al rugby, anche in due e in tre. Grazie a un arbitro che i giornalisti elogiano. Non c’è più tecnica e atletismo in campo, anche qui c'è l’invasione mediagiudiziaria?

 

C'è al contrario rigore, anche con espulsione, per un pallone che colpisce un braccio attaccato al corpo. Oppure no, c’era il rigore, c’è stato per un anno e mezzo, ora non più le partite le fanno gli arbitri?

 

Il gol negato a Zaniolo, e soprattutto il rosso a partita finita, confermano che il calcio in Italia è eterodiretto: non sono errori arbitrali, che ci sono, è determinazione. Il calcio non è uno sport serio, e anche i calciatori sembrano lì per finta, per onorare i contratti pubblicitari, figurine.

Il potere degli arbitri in Italia, che determinano le partite, è perfino assurdo, ma si fa finta di nulla.

 

Si può anche non vedere il calcio, mica lo ha ordinato il medico. Ma bisogna sapere dove si vive: perché tanta corruzione, evidente, esibita, e impunita?

 

I cassonetti a Roma, insufficienti da sempre un po’ dovunque per la differenziata, e non svuotati per giorni e settimane, specie l’umido e il cartone, un po’ ovunque traboccano d’immondizia. E il Comune cosa fa? Nomina duecento multatori che vadano in giro in maschera, a beccare chi non butta l’immondizia “dentro” il cassonetto – e dentro il cassonetto giusto, il Comune di Roma dice di fare la raccolta differenziata.

 

Il gruppo partigiano dello scrittore Meneghello, “I piccoli maestri”, si confronta nel 1943-1945 sull’Altipiano sopra Asiago con tedeschi e ucraini.  Con Meneghello e il suo gruppo partigiano un giovane russo, un prigioniero di guerra evaso. Che non vuol dire niente oggi. Ma qualcosa sì.

 

“Essendo ‘adattivo’, il capitalismo si reinventa sempre e si esalta”, spiega Larry Fink (Blackrock) a Fubini, su “7”, “quando c’è tanto denaro in giro per finanziare nuove idee e farle diventare realtà”.  Onesto, ovvio, “il regista più potente del capitalismo finanziario americano”, che amministra un patrimonio di oltre diecimila miliardi di dollari”. Ma non dice che il denaro è pubblico, anche quello privato: una miniera di cui appropriarsi, col minimo sforzo – basta la parola (salvifica).

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Si argomenta dell’elezione popolare del capo dello Stato come se fosse una legge elettorale come un’un’altra. Mentre dovrebbe cambiare tutto l’assetto costituzionale. Che è parlamentare, mentre dovrebbe essere presidenziale, o semi-presidenziale, con pochi o nessun potere per il Parlamento.   Elementare, ma sfugge.

 

Si dà anche per scontato che il presidente rieletto si metterà da parte, fra un anno, dopo le elezioni politiche, per fare posto a Draghi – o a chi altro. Come se non ci fosse stata la rielezione per sette anni del presidente, ma un accordo politico, uno dei tanti. Si capisce che Mattarella abbia diviso nettamente le due cose, andandosene a casa il giorno della fine dei sette anni: la seconda non è una prorogatio, è una elezione. Elementare.

 

Candidata al Quirinale dei 5 Stelle, da una parte dei 5 Stelle, la capa dei servizi segreti Belloni si profonde in elogi pubblici del ministro degli Esteri Di Maio. Che l’aveva fatta diventare capa dei servizi segreti. Tutto una burletta. Servizi di che, di chi - domestici?

Amiche allo sbando

Ripresa incredibilmente sciatta della serie già nervosa e geniale di “Elena Ferrante”, con la regia di Costanzo. Due episodi accostati senza vera cogenza - a parte, per i conoscitori, l’amicizia indistruttibile tra le due protagoniste. L’una e l’altra peraltro sparate da una sceneggiatura inconsistente nella caricatura di se stesse: Lila non sa più con chi litigare e diventa autofaga, si autodistrugge, Lenù si fidanza mentre langue di amore per altri due giovanotti, un trombone iperego che la tratterà da puttana nella recensione al suo primo libro e un parolaio del Sessantotto che ha altro per la testa, e altre. Lenù ha pubblicato un libro di memorie, recensito su una pagina, a titoli di scatola, da tutti i giornali - che solo “l’Unità” capisce (messaggio? da tremare): roba che neanche i fotoromanzi.
La Rai aveva degli obblighi con gli aventi diritto? Luchetti (non) aveva altro da fare?
Daniele Luchetti, L’amica geniale, Rai 1

domenica 6 febbraio 2022

Letture - 480

letterautore

Autorialità – È recente, romantica. Con una data di nascita abbastanza precisa, attorno al 1840 (il diritto d’autore, informalmente riconosciuto ma alla bontà dello stampatore, diventa giuridico e internazionale con la convenzione Regno di Sardegna-Austria). Prima la pratica del riutilizzo o autoimprestito, o del prestito da altro autore, era comunissima. In musica, al teatro, e anche in poesia – il romanzo ancora non c’era. Poi passerà per superficialità, faciloneria, e anche plagio.
La riscrittura è ancora autoimprestito, che ha tormentato a lungo Manzoni – riprodotta per gioco da Arbasino, l’altro lombardo, di mondo, con “Fratelli d’Italia”.  
  
Castrati
– Nacquero e prosperarono, perché in teatro e in chiesa le donne non cantavano – il divieto fu imposto per editto da papa Sisto V nel 1588. Sul finire del Settecento, con la discesa di Napoleone in Italia, le cantanti poterono esibirsi in teatro - fra le prime Anna Guidarini a Jesi, nello Stato pontificio, soprano “semiserio, la bella madre di Gioachino “Rossini.
 
Ceronetti
- Il miglior lettore di Manzoni, per il manzoniano Sciascia (“Fuoco all’anima”, 110): “Ha scritto cose bellissime su Manzoni. Forse lui ha scritto sui Manzoni le cose più belle”.
 
Conan Doyle
– “Un avventuriero” lo dice ammirata Patricia Cornwell – a Persivale su “7”: Lo si pensa barbuto e posato come nella sua seconda vita, “dopo Sherlock Holmes”, stancamente dietro ai romanzi storici e a quelli fantastici. Mentre è, era stato, come dice Cornwell, “uno vero: la guerra anglo-boera, l’imbarco su una baleniera, la medicina”.   
 
Cristianesimo
– “La disgregazione della massa lenta del cristianesimo è iniziata nell’istante in cui la fede nell’aldilà cominciò a corrompersi”, Elias Canetti, “Massa e potere”, 50. Così sessant’anni fa, 1960, in un’opera cominciata trentotto anni prima, nel 1922. Profezia? Maldicenza ebraica?
 
Ecobusiness
– A Giulio Nascimbeni che gli chiedeva di una sua poesia (“….quando da secoli gli atomi di questo mio vecchio corpo\ turbineranno sciolti nei vortici dell’universo\ o rivivranno in un’aquila, in una fanciulla, in un fiore…) se non pensasse a “forme di reincarnazione” (“Corriere della sera”, 28 ottobre 1984, ora in “Conversazioni e interviste. 1963-1987”), Primo Levi risponde reciso: “Non penso a niente di metafisico. È un’idea vecchia come il mondo. C’è in Pitagora, in Lucrezio. Del resto, i padri della chimica del secolo scorso ci hanno insegnato che l’ossigeno che respiriamo viene dalle piante, e la sostanza delle piante, il legno, viene dall’anidride carbonica che noi tutti e tutti gli altri animali emettiamo durante la vita e dopo la morte”.
 
Falso-falsario – È il romanziere secondo Primo Levi. Che a Giorgio De Rienzo, “Lavorare piace”, in “Famiglia cristiana”, 21 gennaio 1979, spiegava di Faussone, l’operaio montatore protagonista del suo “La chiave a stella”: “Faussone non esiste, è una mia completa invenzione.  Le sue avventure le ho tratte da relazioni tecniche, lette in riviste specializzate. Ho serpre raccontato in passato cose autentiche”, riferendosi a “Se questo è un uomo”, “La tregua”, “con questo libro sono diventato invece un falsario”.
Faussone, invece, il personaggio inventato, esisteva realmente, Levi lo ha incontrato, spiega in un’intervista nel 1983 (ora in “Conversazioni e interviste. 1963-1987”): “Faussone esiste davvero, e fa davvero il montatore. Non lo avrei mai creduto, inventando questo cognome un po’ ridicolo (Faussone può significare falso come ci si aspetta da un piemontese, o anche una grossa falce, «faussôn» in piemontese)”. Invece, al termine di una conferenza cui era stato invitato a S. Mauro Torinese, “un elegante giovanotto, in puro accento piemontese”, gli si presenta come Faussone. E gli domanda: “«Indovini che mestiere faccio» e io: «Farà il montatore». «Propì parèi», proprio così”.
Il vero Faussone si rifiuta di partecipare a una trasmissione tv cui lo scrittore, che vi era invitato per presentare il libro, pensa subito di convogliarlo: “Si rifiutò, dicendo testualmente che non era una cosa seria, mentre lui faceva un mestiere serio”.
 
Femminismo – “Insieme al gruppo di attrici di ‘Le amiche’, Lucia Bosé, Jeanne Moreau e Monica Vitti, Antonioni impose personaggi femminili di straordinaria modernità, ed è un paradosso dei nostri tempi che il cinema italiano di ieri, in un’epoca molto maschilista, narrasse personaggi femminili formidabili (resi da Anna Magnani, Silvana Mangano, Eleonora Fossi Drago, la Bosé, la stessa Alida Valli….). Mentre il cinema degli ultimi decenni, nonostante le battaglie e le conquiste del femminismo, sembra incapace di individuarli e affrontarli”. Nonostante le molte regie femminili, anche. Goffredo Fofi dimentica Sofia Loren, Cardinale, Sandrelli e qualche altra, ma per il resto è perfetto, nel suo necrologio di Monica Vitti, sul “Sole 24 Ore Domenica”.
 
Manzoni – È stato uomo di mondo, prima che moralista - non a suo agio, evidentemente. È stato poeta e drammaturgo rima che romanziere. E storico, non solo della peste, la monaca di Monza, e la colonna infame, anche dei Longobardi, e della rivoluzione francese. La sua “Storia incompiuta della rivoluzione francese” si può dire la più compiuta, avendo anticipato la revisione critica che si è avuta trent’anni fa, in occasione del secondo centenario. È anche filosofo: i suoi saggi morali e politici sono sempre leggibili. 
 
Non ha umorismo, è ironico, spiega Sciascia, “Fuoco all’anima”, 109 – in un ritratto a specchio? Essendo di formazione illuministica, non si consentiva “il capovolgimento umoristico”: “Il razionalismo genera sempre il distacco dell’ironia”.
 
Molière – “Un monumento d’ironia”, più che di umorismo, di comicità – Sciascia, “Fuoco all’anima”, 108.
 
Nuove divinità – Maurizio Crosetti si è fatto su “la Repubblica” un suo contro-festival di Sanremo, al “Don Orione”, a pochi metri dall’Ariston. Che conclude così: “Prima di cominciare con le canzoni, dal palco e dalla platea s’è levato un lungo applauso. Non a Mattarella, quasi. A Dio”.
 
Poesia – C’era prima (del discorso, del racconto, della storia) e ci sarà dopo: alla domanda, che gli veniva rivolta nel 1972, se la poesia è ancora attuale, Primo Levi rispondeva di no, basandosi sulla semplice osservazione che poeti innovativi, Quasimodo, Ungaretti, Montale, “sono compresi e amati anche da lettori immaturi, quali sono forzatamente gli studenti delle medie inferiori”. Non è strano però, aggiungeva, “perché la poesia è una misteriosa necessità di tutti i tempi, di tutte le età e di tutte le civiltà umane: un linguaggio pregnante, naturale e artificioso insieme, le cui origini”, concludeva vichianamente, “sono più antiche di quelle della prosa”  
 
Postumano – La direttrice della Biennale d’arte di Venezia, Cecilia Alemanni, dove quest’anno la partecipazione femminile di sua scelta è l’82 per cento del totale, si difende dall’ovvia accusa di sessismo femminista: “Il tema è il postumano”. Sono le donne postumane? Ossessionate dal postumano? Ma nel senso che sono umane, o che? 
 

letterautore@antiit.eu

Sull'Altopiano dopo l'8 settembre, divertente

Il racconto svagato, brillante, ironico della “intellighenzia vicentina impegnata in atti di banditismo” dopo l’8 settembre. Della Resistenza, che però non viene nominata. Della vita da partigiano - ma anche questa parola non ricorre - dell’autore dopo l’armistizio di Cassibile, che lo coglie allievo ufficiale di complemento degli Alpini a Tarquinia. Tornato prontamente a casa, in treno, con altri compaesani, diventa perfino capobanda di una formazione raccogliticcia di studenti sull’Altipiano di Asiago, e infine vicino casa, tra Malo e Thiene. Lunghi mesi, impegnati a sfuggire ai rastrellamenti per lo più. Di lunghe marce per lo più, anche scalzo, come per miracolo, camminando scalzi i santi. E di sporadiche abduzioni di medici e farmacisti troppo fascisti, di cui poi non si sa che fare. L’Altipiano domina la narrazione, in ogni momento dei quindici mesi, in ogni piega della sua vasta superficie, ogni erba, ogni colore, ogni odore – anche la montagna non viene mai nominata, la parola, altra figura topica delle memorie partigiane.

Un racconto giustamente famoso. Maria Corti nell’introduzione ne dice meraviglie. Ma più per essere l’“altro” racconto della Resistenza, alternativo a quello epico di rito. Insieme, e in contemporanea, col racconto di Fenoglio: “Il partigiano Johnny” viene pubblicato postumo, nel 1968, Fenoglio è morto nel 1963, “I piccoli maestri” è pubblicato nel 1964. Una coincidenza doppia, nota Corti: questa Resistenza come avventura giovanile e disinvolta è il racconto di due anglomani, uno mentale, Fenoglio, e uno di fatto - Meneghello, appena finta la guerra, è andato a insegnare e a vivere in Inghilterra. L’opera di due temperamenti ironici anche, o di due scrittori italianissimi che mediano l’ironia dalla loro cultura di riferimento – la curiosità e la passione filtrate dal distacco. Con una differenza, tra di loro: che Fenoglio ne scrisse nell’immediatezza, Meneghello trent’anni dopo, da letterato consacrato.  
Ci sono sorprese anche qui, come in “Libera nos a Malo”, il libro-testo di Meneghello: la vita nei campi, le “infrastrutture”, morali, sociali, culturali, la flora e la fauna, che mai si raccontano in italiano – la cicala per tutti: pezzi da antologia. Con una interminabile tipologia spicciola, quanto verosimile-veritiera, di chi andava “in montagna”. E vere e proprie gag tragicomiche. Anche se una riscrittura avrebbe aiutato – prosciugato.
Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Bur, pp. 363 € 11