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sabato 4 maggio 2013

Letture - 136

letterautore

Autofinzione - Si è sempre praticata in realtà, da Catullo, o Saffo (e Omero?). Nuovo è il discorso. Invadente, presuntuoso, come tutti i “discorsi” oggi, che dopo Barthes-Eco prevalgono sui fatti – comprese le mamme e i ricordi d’infanzia, per quando vergognosi.

Camilleri – La migliore scienza politica è dei suoi coevi (Vasquez Montalbàn, spagnolo, Yasmina Khadra, algerino, Markaris, greco), dei narratori. In Italia la scienza politica di Montalbano è debole: non va oltre le ejaculazioni contro Berlusconi, rituali. Da un punto di vista reazionario.
Montalbano si suggerisce “comunista” ma quello è: rispetta la mafia, ed è maschilista. Anche fisicamente, come lo rappresentano Sironi e Zingaretti. Quando si farà la storia, la Spagna del primo socialismo post-franchista si potrà senz’altro leggere in Vazquez Montalbàn, senza altre pezze d’appoggio, non ce n’è bisogno, la Grecia pre- e post-crisi in Markaris, l’Algeria della corruzione e del terrorismo in Khadra. Montalbano testimonierà la confusione (ipocrisia?) di certa sinistra.
Ci sarà la Sicilia, quella sì, fondale vaporoso, fantastico – ma è di Sironi, il regista. Che è anche il “segreto”, non da poco certo, del successo ripetuto, continuato del personaggio e della serie al cinema. Agire le storie in una Sicilia ricca, non minata dal pregiudizio unitario, robusto ormai di un secolo e mezzo - a opera dei siciliani ma non è questo il punto. Negli esterni e negli interni, tutti dignitosi e anzi lussuosi, mai miseri, anche gli ambienti poveri, di pescatori, contadini, refoulés: Con personaggi tutti di spessore, anche le comparse, per dizione, portamento, caratterizzazione, una recitazione che ha una tradizione, perfino nelle ragazzette che altrove non sanno essere altro che veline. .

Classico – Da qualche tempo è stato igienizzato, puntato sulle terme. Non le architetture più fascinose, per struttura, arredi, decorazioni, disposizione degli interni, luminosità – solo grandi. Ma sono gli edifici più premiati dal turismo. Da quando sono venuti in massa gli americani, o gli altri si sono improntati agli americani, di cui l’atto quotidiano per eccellenza è la doccia. Solo calidari e saune suscitano, nelle vaste rappresentazioni delle guide, interesse.

Diario – Thomas Mann ha lasciato ottomila pagine di diario. Compresi alcuni volumi a suo modo di vedere scabrosi, “Diari privati dal1933 al 1951. Senza valore letterario”, poiché li ha raccolti con l’apposita indicazione di non pubblicarli prima dei vent’anni dalla sua morte. Nei quali non si scopre nulla che non si sappia. C’è l’omoerotismo confessato, ma niente più di come lo ha raccontato – senza peraltro nessun “oggetto” preciso, nominale. Della moglie si sa di più dagli stessi racconti – Mann non ne amava la famiglia. O da due parole di Thomas Bernhard, che dice Katia la “tipica donnetta tedesca, avida”: accetta le fissazioni del marito per i giovanotti, e la mancanza di desiderio nei suoi confronti (ma avevano fatto bene o male sei figli) per interesse.
Una distinta ipocondria i diari di Thomas Mann indirettamente, per se, confermano. Pieni anche come sono di notazioni fisiche, insonnie, sonniferi, calmanti, metereopatie. Ma non abbastanza per dirlo vittima di crisi malinconiche (depressive) – uno che la scritto almeno diecimila pagine di narrazioni strutturatissime.  Della natura delle disattenzioni e delle collere per i familiari. Nell’egoismo totale, un’armatura inattaccabile, che è degli ipocondriaci.

Quello di Gide è stato compresso di due volumi della Pléiade, ma prende sessant’anni, senza interruzioni. Anche qui senza novità, neppure sull’omosessualità, altrove esposta, seppure contraffatta.
Anche quello di Pepys è sterminato, ma è un piccolo teatrino. Quello dei Goncourt, anch’esso sterminato, è pettegolo. Come quello di Léautaud – si direbbe il genere francese, con appendici inglesi (fino a V. Woolf). Quello di Stendhal è invece della giusta misura, e per questo leggibile – non per le cose che racconta, spesso banali, ma perché è parte dell’“economia” (stile) stendhaliano. Semplice, al punto che non si riesce a classificarlo.

Il diario intimo è ora genere d’interesse pubblico, finito a Anghiari, per la cura di Saverio Tutino, e a Amberieu in Francia, in una con la storia orale inglese, in archivi “democratici”, non selezionati. Ma il genere ha un ottimo esemplare letterario in Baudelaire, “Il mio cuore messo a nudo”.
Agnès Cusson ne ha tracciato, nel “Magazine Littéraire” di aprile, l’esigenza perfino tra le badesse di Port Royal, Angélique e Agnès Arnauld, sorelle, e sorelle del Grande Arnauld, e la loro nipote Angélique de Saint-Jean Arnauld d’Andilly, nonché della suora Jaqueline Pascal, la sorella.

È, anche, il “rifarsi un vita”. Dei carcerati, degli orfani, degli abbandonati, dei terremotati.
Genere ambiguo, si dice, ma non più di altri per quanto storici o psicologici, o romanzi-verità..

“Falso autentico” lo vuole Daniele Gilioli, “Senza trauma” – e qui ci sarebbe da interrogarsi su “autentico”, ma Gilioli lo usa in senso notarile, di certificato: l’autore assicura che parlerà di sé.
Il titolo di Gilioli dice però che senza trauma non si scrive – senza ironia. Sull’autorità di Walter Benjamin - “è difficile farci succedere qualcosa”. Buono come presa d’atto, di critico “militante”, che deve leggere ogni giorno un nuovo romanzo, meno come critica o pedagogia. Bisogna aver fatto lunghi viaggi in treno ed essersi sorbite interminabili storie di malanni per saperne la delittuosità (che però si penserebbe intuitiva: in genere ci si astiene dal fare pipì in pubblico).

Femminismo marxista – Alla  fine di marzo del 1851 arrivò in casa Marx il quinto figlio, Franziska. Karl ne diede così l’annuncio a Engels: “Mia moglie, purtroppo, ha partorito una ragazzina e non un garçon”.
La donna è molto vecchio stile nelle carte di Marx. Quello che ora in Italia viene chiamato “questionario Proust”, le “confessioni” che le ragazze facevano riempire ai genitori e agli amici di famiglia, ha per prima questa risposta di Marx alla figlia Jenny che chiede “la qualità che apprezzi di più”: “Negli uomini la forza; nelle donne la debolezza”.

Montaigne – È detto scettico. E lo è. Al punto da mettere a disagio Descartes, al quale invece un modo decentrato e mobile dava un po’ le vertigini. Ma molto arroccato sullo scetticismo.

Piacere – Diventa noiosissimo, anch’esso, nella trattazione di Manzoni (la lettera a Rosmini che si pubblica come “Del piacere”).

letterautore@antiit.eu

L’Africa non è umanitaria

Un romanzo umanitario. Controvoglia? Pieno di scene madri, suicidi, razzie, violenze senza limiti, sporcizia, pus, ma slegate e fredde. Per quanto benintenzionato, l’autore algerino cede al pregiudizio, che nell’Africa del Nord è più virulento contro i “selvaggi” che in Europa. Alla fine è un romanzo contro: contro l’umanitarismo dei buoni sentimenti, poiché non c’è redenzione – niente si salva. Ma l’autore è troppo brava persona per un assunto demoniaco: la pirateria, la presa di “ostaggi”,  così normale, un delitto d’affari, e così barbara – nessun “ostaggio” ha mai riavuto la sua vita. Confonde anche la geografia: gli ostaggi, presi nel golfo di Aden, guardano a un certo punto il Kilimangiaro, e si liberano nel Darfur, un percorso a zigzag di migliaia di chilometri, impossibile materialmente, tanto più per dei pirati, che prosperano nella tana.
Una cosa invece Kahdra dice, sceneggia e spiega, che nella grassa grossa Europa che solo vuole morire non si sa e non si capisce: che l’africano ha la pelle dura. Per quanto denutrito e malato, sopravviverà, la volontà di vita vi è superiore. È quello che una sorella della neo-ministra Kienge, Dora, spiega oggi a Tricia Thomas:
“È stata sempre una combattente, da quando è nata. Sì, quando era una bambinetta di pochi mesi pensarono che fosse morta, e invece no, combatté e vinse, l’ha sempre fatto”..
In bizzarro parallelismo con Camilleri, che ha pubblicato e raggiunto il successo negli stessi anni dello scrittore algerino, c’è anche in “Yasmina Khadra”, l’ex colonnello dell’esercito Moulessehoul, un sensibile sfasamento con le opere “altre”, di ambizione letteraria: storiche, politiche, sociali. Il commissario Llob fila come il vento, come Montalbano, inerme e decisivo. Tanto più contro le incertezze, la pesantezza anche, delle opere costruite, mediorientali, africane.
Yasmina Khadra cede qui al cosmopolitismo pidgin che opprime l’Africa, umanitario quanto si vuole ma afflittivo. Le vittime, due tedeschi e un francese, fanno lunghe conversazioni tra di loro e con i predoni dell’Est Africa, elaborate anche, sulla violenza, l’imperialismo, la fame, il deserto, la poesia, la religione. Fanno dottrina. In una lingua di nessuno, pidgin in senso proprio. In un linguaggio inerte tanto è inverosimile. Come se l’Africa, che certamente è un continente pieno di sorprese, come lo voleva Erasmo di Rotterdam, si vendicasse dell’attenzione-disattezione umanitaria – essendosi già tolto lo sfizio di nutrire narrazioni ben più memorabili.
Yasmina Khadra, L’equazione africana, Marsilio, pp. 320, ril. € 19

venerdì 3 maggio 2013

Il parlamentarismo contro il Parlamento

In questa legislatura si vede perfino troppo, che i maggiori nemici del Parlamento fanno i parlamentaristi. Contrari a un esecutivo stabile e in grado di governare. Immune (relativamente) alle cordate e ai gruppi di pressione. Sotto l’apparenza di rispettare la volontà popolare che si è espressa per i vari partiti. E più quando essa, la volontà popolare, contesta i partiti - sembra un circolo vizioso ma non lo è.
Le lungaggini e l’inconcludenza colpiscono il Parlamento più che la magistratura e la burocrazia - che su di esse fondano invece il loro potere, essendo insindacabili. Più insidiosa della corruzione per la buona politica, l’inefficienza è però voluta espressamente dai fautori più accesi del parlamentarismo, i 5 Stelle, Sel e i resti dell’estrema sinistra. Non è un paradosso, né l’effetto dell’insipienza di cui si gratificano i nuovi movimenti: è il fronte più forte (più debole) dell’antipolitica.
Paradossale è che il Pd difenda questo parlamentarismo degli antiparlamentaristi. Vuoto, cioè così com’è. Unicamente inteso a impedire un governo stabile, immune alle camarille, eletto dal voto, e protetto dalla Costituzione (la mozione di sfiducia). Con dubbi, distinguo e pretesti che ne denunciano l’opportunismo, da partito della crisi: il Parlamento finisce per avere una sola funzione, di destabilizzazione. Non fa le leggi, non sa farle. E quando gliele impongono ne discute senza costrutto per mesi e anni. Fino a che non le ha rese inapplicabili - salvo per gli effetti che all’insondabile burocrazia servono a perpetuarsi.
La Repubblica bene ordinata esige, da alcuni millenni ormai, funzioni politiche distinte. E al Parlamento quella di controllo.

Se mafiosi sono i Carabinieri

Nel giorno in cui il “Corriere della sera” affida la mafia a un maresciallo dei CC, che accusa i CC, vale ricordare che lo Stato-mafia non nasce ora, se questo se ne poteva scrivere quindici anni fa, giorno più giorno meno:
 “Ha involontariamente ragione Buscetta, che spiega al suo Lodatore ufficiale: “La mafia è ora direttamente la politica. È stato un errore”. Considerare la mafia un fatto politico, più e prima che un fatto criminale, non è soltanto un’ingiuria agli onesti del meridione, è opera di dissoluzione della politica e dello stato.
“L’improvvisa insufficienza dei carabinieri ne è lo specchio: perché rischiare contro i capi, i padroni? La disintegrazione del Sud ne è la conseguenza: ci hanno tolto la politica, che altro ci rimane? È qui la perversità degli Orlando e Pintacuda, che Sciascia fiutava, ma ridusse a piccolo carrierismo dei giudici – che invece, purtroppo, si attaccano a qualsiasi carro, purché vinca.
“Un criminale è anzitutto un criminale. Un politico mafioso è un mafioso. Anche se i mafiosi alla Buscetta sono più colti e intelligenti dei Lodatori e dei prodi Orlando. Nonché dei professori che li hanno messi in cattedra – non mafiosi poiché sono compagni?”. 

La moralità è alla portata dei cani

“Vedere bella una cosa è vederla immutabile ed eterna, invece di vedere la cosa esistente, sempre cangiante e fluttuante – vedere l’essenza secondo l’esistenza”. E il bene? “Il bene è rifiuto della stessa essenza e affermazione che l’essenza è determinata da qualcosa di superiore: la libertà”. Roba divina: “Dio è l’unità della libertà, dell’essenza e dell’esistenza”. Ma anche umana: in Dio “bello e bene sono una sola e identica cosa. Nel nostro universo sono opposti fra loro come l’oggetto e il soggetto. Ma l’azione è affermazione di Dio”. Tutto questo a  sedici anni, al liceo, seppure nella classe di filosofia di Alain, condiscepolo René Daumal.
Paul Dirac, il fisico, aveva già coniato la “bellezza matematica”: un teorema bello è vero – “una teoria includente una bellezza matematica ha più probabilità di essere giusta e corretta di una sgradevole che venga confermata dai dati sperimentali”. Simone Weil parte dal semplice: qual è la differenza tra un mucchio di pietre e un tempio, seppure in rovina? L’idea del tempio, l’architettura. Lo stesso per la musica, che come l’architettura è “inafferrabile” (inspiegabile). La bellezza è cultura.
“Il bene”, invece, “è più difficile da cogliere, come se non smettesse di sfuggire”. Il nodo è la “moralità”. Da considerasi forse come “conformità con una regola”, più che con un fine preesistente. Ma allora insoddisfacente: “Questa morale è alla portata dei cani”. Un saggio di Roberto Revello sottolinea, nell’esperienza futura di Simone Weil, la “liberazione” attraverso il lavoro - fatica fisica e applicazione. Un esito pratico alla moralità. Ma c’è già in questi primi scritti: il vero bene è il lavoro, atto di volontà. O: “Il bene non è una condizione di non-peccato, ma una perpetua azione”.
Simone Weil, Il bello e il bene, Mimesis, pp. 52  € 4,90

Secondi pensieri - 140

zeulig

Autentico – È la parola del secolo - del Novecento, trapassata in questo informe Duemila. Autentica è la verità, la passionalità, la temporalità. Del secolo più tragico, malvagio anche. E poi dei teatrini postmoderni. Della finzione cioè elevata a natura, della parola-finzione.
L’autentico è ambiguo. Nel vocabolario sta per molte cose: certo e veritiero, genuino, sincero, legale o legalizzato. In filosofia sta piuttosto per macerazione, sofferenza del tipo psichico.
Il Devoto lo fa derivare dal greco authéntēs, padrone o autore. E in questo senso si spiega al tempo dell’interpretazione, dell’ermeneutica: l’esegeta è, dev’essere, autentico.
“Il gergo dell’autenticità” è l’opera più diretta e sincera (autentica?) di Adorno – come critico culturale altrimenti appeso all’effimero. Anche se non è arduo andare a fondo all’inautentico (artificioso, forzato, vago)  di tutto Heidegger, prima e dopo Hitler, e anche dopo la “svolta”. Col giustificativo – comune poi a Pasolini – di un’autenticità nell’idillio (il mondo agrario fantasmizzato non è tanto arcaico e anacronistico quanto falso). O della rivoluzione in una visione (bisogno) di stabilità.
A volte inteso come identico a volte come diverso, specifico.

Autofinzione – La finzione (narrazione) elevata a verità. Testimonianza in corpore  del vero – più spesso il corpo degli altri. Pretendendosi a realtà, “la” realtà, unica in quanto sola più che speciale. È uno sviluppo del postmoderno, dove solo conta (è) il linguaggio. Più da letterati in effetti che da filosofi, Foster Wallace, Bolaño.
Non è “mettere a nudo la coscienza”. È piuttosto pratica psicoanalitica, fare un quadro come se emergesse “già fatto” dal profondo.
Dal punto di vista della verità, a cui pretende, è vero che essa fa l’autore al modo stesso in cui l’autore la fa – ogni scrittura, non solo l’autofinzione, è un atto, quindi ha effetto boomerang, di ritorno. È l’effetto che Doubrovsky, inventore del genere, e Guibert, primo praticante, cercavano. Anche in senso teatrale, un impianto d’illuminazione a giorno.

È opinione prevalente che Montaigne, prima di Rousseau, ha inaugurato modernamente il genere, anche se sotto forma di saggi. Per il quale il mondo era una pippa perenne. La citazione celebre, “il mondo non è che una «branloire perennne» (III, 2), è senz’altro da riferire all’altalena, il significato censito in traduzione di branloire, ma la parola rinvia indefettibilmente a Sade. Senza malizia per l’autofinzione – Doubrosvsky stesso definiva la sua autofiction, nella quarta di copertina di “Fils”, come “autofrizione, pazientemente onanista, che spera ora di condividere il suo piacere”..

Giallo – Il suo successo – in Italia tardivo e generalizzato – si somma all’illusione della giustizia. Che giudizi e castighi siano equi e inesorabili. Ma è sostenuto, al profondo, da un’esigenza variata, anche più complessa, che non a caso ne favorisce la diffusione in una con l’urbanizzazione, con la vita “metropolitana”, spersonalizzata: il bisogno d transfert della violenza minuta, quotidiana, ossessionante, cui si è soggetti nella condizione metropolitana. Una violenza individuale, che colpisce la persona, ma anonima e quindi “oggettiva”. Anche quando si individua il colpevole – l’automobilista, l’impiegato pubblico, il compagno di coda – questi è necessariamente non-individuabile. Quand’anche fosse un violento assassino, o un cretino, non lo sapremo, per noi è un fatto generale, di condizione: la prepotenza, il disordine, la maleducazione. Non si sopravvive in questa prepotenza ordinaria senza un sentimento che giustizia è – sarà – fatta.
I serial – in serie – americani, anche quelli di genere non propriamente giallo o noir,  questa esigenza soprattutto coltivano. Inscenano un apparato repressivo e giudiziario che fa sue, prende su di sé, le violenze piccole e grandi che quotidianamente occorrono, il borsaiolo, il pusher, il pirata della strada, il manico sessuale, o le tante condizioni ambigue in cui l’immigrazione per esempio è trascinata.
Americani o all’americana. I serial americani sono affettati: questo transfert, acquisito da manuale, non trova rispondenza nella pratica. Fare una denuncia ai carabinieri è l’atto più deludente e depressivo della normale violenza quotidiana.
Nel giallo italiano il giustiziere è ordinario: un maestro, un sacrestano, uno o più giocatori di scopone, un pensonato che non ha altro da fare, a volte un poliziotto, spesso corrotto. Mai un giudice.

Sette – Fonda la numerologia, e la scardina.

“Al tre, numero dello spirito e della germinazione di ogni forma, si aggiunga il quattro, numero della materia, e si avrà la completezza, il sette, proprio dei nani costruttori”: così Elémire Zolla presenta “Il Signore degli Anelli”. Ma il quattro, aggiunge, è meglio: è la triade benefica, calore luce e aria, corpo anima e spirito, Padre Figlio e Spirito, più il demonio. Significato che una data storica confermerebbe, il 16 aprile 1616, scelta da Shakespeare e Cervantes insieme per riunirsi nell’aldilà – contro il parare di Jonathan Swift, il quale, apologeta del numero tre, riteneva il quattro “cabbalistico e superstizioso”.

Il numero è ricorrente anche al gioco delle certe napoletane, con primiera, settebello e sette e mezzo. E dell’occulto, sotto il segno di Pietro d’Abano. Ha tradizione in Francia ( e il “Colloquium Heptaplomeres” di Jean Bodin, il teorico dello stato moderno, della tolleranza, e della caccia alle streghe, l’ “Heptameron” di Margherita, energica sorella e compagna di svaghi del re Francesco I) e richiamo universale. È la chiave del segreto di Dante per Guénon.
Quattro e sette in realtà sono concorrenti nelle perfezioni. E la controversia è durata a lungo: quando Galileo annunciò i quattro satelliti di Giove, le accuse di sacrilegio vennero dai fautori del numero sette quale metro divino per la regolazione del sistema planetario – li conforterà la cosmologia di Hegel – mentre i sostenitori furono coloro che avevano elevato la quattro a cifra metafisica.

zeulig@antiit.eu

giovedì 2 maggio 2013

“L’egemonia controvoglia” della Germania

“Deve portare il fardello dell’egemonia, anche se lo sente doloroso sulle sue spalle”. Il soggetto è la Germania. L’egemonia non è “lo slogan trito di un discorso antimperialista alla Gramsci”, ma “piuttosto una nozione costituzionale sopportabilmente precisa per un fenomeno che non raramente s’impone negli stati federativi, confederati”.
La cosa finisce bene dopo essere cominciata male: la nozione costituzionale cui si rimanda in partenza è infatti di Heinrich Triepel, dimenticato autore di un’opera già famosa, “Die Hegemonie. Ein Buch von führenden Staaten”, del ferale 1938. La “guida per gli Stati leader” non era intesa per Hitler, ma lo stesso vi si delineava e apprezzava il caso della Germania federata attorno e sotto la Prussia. Che i più considerano all’origine delle perversione della Germania nel “secolo tedesco”.
Anche il modo di porre la questione è tipico della vecchia Germania. Confuso culturalmente, mentre è deciso, chiarissimo, nei fatti. Un fatto, per esempio, è la manipolazione dello spread a carico dell’Italia nel 2011-2012, che ha richiesto determinazione e cattiveria. Christoph Schönberger, che la questione qui riassume, è giuspubblicista, professore di Fondazioni Culturali dell’Integrazione all’università di Costanza, una professione quasi evangelica. “Merkur”, che il saggio ha pubblicato qualche mese fa in apertura, è la “Rivista tedesca per il pensiero europeo”, dalla grande editrice Klett-Cotta.
Egemonia naturale
Il fulcro del ragionamento di Triepel, che Schönberger illustra, è la funzione naturale di guida devoluta allo Stato più potente all’interno di una federazione. Naturale, cioè imposta dai fatti. Ciò non è avvenuto per lo Stato federale più longevo e meglio funzionante al mondo, gli Usa. Ma il caso non è nemmeno citato. Ciò non avviene paradossalmente neanche nella Germania Federale, che ormai ha una storia di oltre sessant’anni, quasi più lunga del Reich prussiano, nella quale ha affrontato decisioni difficili, come la riunificazione e la stessa Ue, senza il bisogno di un’egemonia al suo interno. Amburgo e Berlino odiano e disprezzano la Baviera, il profondo Sud, cattolico per di più, che è lo Stato più innovativo e più ricco della Germania e dell’Europa, ma è tutto, non si va oltre il leghismo, non ci sono precettori in questa Germania. Anche  il “caso tedesco” è singolarmente ignorato. Di che parliamo dunque?
Questo il discorso di Schönberger. “Tutte le questioni dell’ordinamento postbellico dell’Europa si ripropongono” ogni giorno. “L’egemonia tedesca in Europa non è un argomento comodo”. Per gli stessi tedeschi, che “anzi non mettono a fuco volentieri il problema”. Ma “«jamais y penser, jamais en parler» non è un’opzione”. E “l’egemonia si fonda su basilari differenziazioni”: Lussemburgo e Malta sono membri della Ue come la Germania, ma con “significative differenze nelle grandezze relative”. Le responsabilità sono diverse, e il peso decisionale: “All’interno dell’Unione Europea si avvicina una ripartizione dei compiti tra Repubblica federale e Francia quale nella Germania di Bismarck fu il caso della Prussia con la Baviera”.
La sola soluzione
Detto con chiarezza. “L’egemonia tedesca all’interno dell’Unione Europea non è da scambiare con un dominio tedesco sull’Europa. Per un vero e proprio dominio la Repubblica Federale è ancora tropo debole. È un vecchio dilemma dell’opinione comune tedesca, che la Germania è più forte di ciascuno dei suoi vicini, ma non abbastanza forte da dominare i suoi vicini insieme”. L’egemonia come responsabilità politica si pone però ora come si è posta in passato. Quando l’Ue faceva riferimento alla Francia. Non è più così dopo la riunificazione tedesca, e la perdita d’importanza  della force de frappe atomica francese dopo il crollo del Muro e la fine della guerra fredda.
Né c’è altra evoluzione possibile: l’Ue è un “club di governi”, e non si può pensare a una sua trasformazione in qualcosa d’altro con l’elezione diretta dei suoi governanti. Se ne otterrebbe comunque un Parlamento non funzionale, sul tipo del Bundesrat tedesco, il Senato delle regioni. Ma è “fantascienza istituzionale”. Vecchia: “I vari progetti istituzionali europei sono perlopiù riproduzioni senza fantasia delle teorie dello Sato federale dell’Ottocento”.  
Non c’è alternativa. “La situazione esistente di egemonia federativa, se la si intende con intelligenza, apre al membro maggiore un peso sugli assetti e gli sviluppi come nessun altro esistete disegno istituzionale. E non è senza ironia che questo nesso sia così poco capito nell’opinione pubblica tedesca e apprezzato”. Ci sono dei passi preliminari: “la rinuncia all’introversione nazionale; l’attenta conoscenza, ricognizione e valutazione dei vicini europei; la definizione dei propri interessi insieme con gli interessi dei partner”. Ma l’esito è ineludibile: “Se l’Unione Europea non si dissolve, la Repubblica Federale dovrà assolvere a questo compito in un ambiente più difficile”.
Christof Schönberger, Hegemon wider Willen, “Merkur”, ottobre 2012, online

Ignazio Chi

Questo Marino che ci ritroviamo in tutte le primarie, e ora ha vinto quella a sindaco di Roma, chi è, cos’ha fatto. È senatore? Sì, da quasi dieci anni, si è candidato ai talk show. È siciliano? No, è genovese, di padre siciliano. Chirurgo? Dovrebbe esserlo, perché è stato licenziato dall’ospedale di Pittsburgh dove lavorava, per irregolarità nei rimborsi spese (lui dice che si è dimesso e non è stato licenziato, ma è la stessa cosa). E che ci faceva a Pittsburgh? 650 trapianti e 650 pubblicazioni scientifiche, dice nell’anonima autobiografia di Wikipedia. Poi nel 1997 è andato a Palermo, dove il governatore berlusconiano della Sicilia Provenzano gli ha creato un centro trapianti apposta per lui, Ismett. Ha fatto in tempo a ideare e praticare il trapianto salva-Aids, dice, che ha abbandonato l’Ismett, i sieropositivi, e le pubblicazioni in serie, e si è messo in politica. È dunque un politico?
Questo Marino si segnala ora per non aver votato la fiducia a Letta per antiberlusconismo. Ma anche questa è una comodità offerta dal Pd a chiunque. Non sarebbe invece uno di Grillo che s’è infiltrato nel Pd? La sua autobiografia su Wikipedia fa grande caso di uno scandalo-non-scandalo. Di quando nel 2010 il Policlinico di Bologna cancellò la sua collaborazione perché aveva osato sfidare alle primarie del Pd Bersani.
P.S. - L’Ismett è andato avanti per conto suo, organizzato dalla Umpc, Integrated global health enterprise, di Pittsburgh. Un’impresa sanitaria specializzata in trapianti. A Palermo ne ha già fatti un migliaio, assicura, con “buoni risultati”. Senza Marino. Il quale è vero che fu aiuto per quindici anni di Thomas Starzl, il chirurgo dei trapianti di fegato. Ma è pure vero che i grandi chirurghi americani si dotano di assistenti europei, sudamericani e asiatici, in qualità di antenne per la clientela nei paesi d’origine.

mercoledì 1 maggio 2013

Nati compromessi

Una generazione di italiani, quasi due, ha vissuto nel compromesso storico. Non detto ma operante. Al Quirinale, nelle Procure, nei giornali, negli affari, immobiliari e finanziari. Come partito affidabile, che fa quello per cui s’impegna. Mentre se è all’opposizione sa impedire una semplice imbiancatura: un sistema di potere ferreo.
Il primo governo delle larghe intese, per quanto obbligato, potrebbe liberarli. Liberando anche il Pd – o quello che sarà. Già da un paio d’ani la “mobbilitazzione” non è più automatica. Mentre Brunetta, Sacconi, lo stesso Tremonti, stanno meglio a sinistra che a destra, con Scajola, Casini, Fini, e altrettali. Amato potrebbe essere sdoganato anche nelle sezioni e nelle redazioni (ex) Pci.
Nel compromesso storico che aveva divisato, l’ex Pci si è suicidato, precludendosi la politica. E riperimetrandosi ogni poco in nome di un’ortodossia che non sa qual è. Anticraxiana, si direbbe. Ma non sanno perché. “Craxiano”, più incitatorio che fascista, o berlusconiano, è come il fazzoletto rosso per il toro.
E questo il compromesso è: riflessi condizionati e parole d’ordine. Le masse ex comuniste mugghiano come mandrie accecate,.facili da portare qua e là verso burroni impraticabili. Da un qualsiasi Grillo, nonché da un Casini. La faziosità è vero che acceca. Ma ora, prima di rompersi le gambe dietro le Bindi, potrebbero aprire gli occhi. 

Coma nacque la ‘ndrangheta, tra Pci e CC

Si può cominciare dalla storia – non detta – dei Feltrinelli. Nell’Aspromonte allora reietto Bocca trova meraviglie. Tra esse le folte pinete. “Pini così fitti, così vicini l’uno all’altro, così dritti li ho visti solo in Carinzia”. Nelle ex proprietà dei Feltrinelli, che erano taglialegna all’origine e fecero fortuna coi boschi della Carinzia e dell’Aspromonte – tagliando pini, peraltro, che andavano tagliati: se sono “così fitti” è perché le pinete non sono curate, dai dieci o ventimila forestali di Calabria, sfoltite, l’albero ha bisogno di luce, di aria, le pinete sono verdi fuori e marce dentro.
“Per tredici anni il Museo di Reggio è rimasto quasi chiuso. Al sovrintendente in carica non garbava che si vedesse il lavoro fatto dal suo predecessore, teneva aperte solo le sale di Locri. Deve esserci un nuovo sovrintendente perché ora sono aperte le altre sale, ma non sono riuscito a trovare quelle di Locri…” (p.59). Ora, era nel 1992. Ora, vent’anni dopo, tutto il Museo è chiuso. Da anni. Deve sempre riaprire, ma domani – il nuovo sovrintendente non vuole rogne? Il vecchio, quello che aveva chiuso il piano di Locri, aveva assunto in qualità di uscieri, da socialista, torme di braccianti, che non parlavano l’italiano e solo si occupavano di fumare, buttando le cicche per terra. Il precedente, quello che esponeva solo Locri, obbligava a intuire le tavolette votive dietro vetrine sporche all’inverosimile. Non è possibile? È vero. Ma questo non è il Sud, i reggini ne soffrono quanto Bocca, è lo Stato al Sud.
La ‘ndrangheta, di cui si fanno ora meraviglie, nasce negli anni 1960, quindi non c’entra l’antropologia. Nasce per la rottura del patto sociale, quando i Carabinieri prospettarono “la mafia come povertà recuperabile, come pensavano i comunisti degli anni sessanta” (p. 68). Prima i marescialli prendevano i mafiosi subito, per malfattori, poi è subentrata la rottura. E i Carabinieri se ne disinteressarono, dichiaratamente. Favorendo la disintegrazione della piccola borghesia dei campi, dell’artigianato, del commercio, e anzi vessandola – un antagonismo che dura tuttora. Perfino dei sequestri di persona, delitto che si penserebbe odioso, ci sono molti segnali di condiscendente disattenzione dell’autorità. Bocca ne registra molti.
Valga la “storia dei Pesce”, la cosca di Rosarno che ora infine si processa, nel 2013, dopo infiniti lutti, e in parte ormai inafferrabile, raccontata a Bocca dall’on. Giuseppe Lavorato, del Pds (quindi nel 1992, lo stesso anno della pubblicazione di “Aspra Calabria”, dapprima su “Repubblica” poi in libro, “Inferno”). Beppino Pesce era un contadino povero, racconta simpatetico il deputato. Viveva di una guardianìa ereditata, imposta a un piccolo proprietario. E di piccoli furti e angherie, le  angherie, più che altro mirati a reimporre la guardiana (sembra la storia di Gadda in Brianza, “La cognizione del dolore”).  “Noi allora con questi mafiosi delle guardianie convivevamo. La mafia c’era ma non soffocava il paese, erano come dei cani che frugavano tra le immondizie. I guardiani come Beppino potevano anche farci dei favori, comunque non ci davano noia” (pp. 47-49). Se non che alle elezioni il governo li chiamava e li minacciava di confino. E loro muovevano gli elettori e ne controllavano le schede. La “separazione” avverrà al principio degli ani 1980: da una parte il Pci, dall’altra la mafia. I mafiosi uccideranno Valarioti, sindacalista della Cgil, per “tradimento”. E passeranno il loro sostegno, a sinistra, ai socialisti.
Ma nel mezzo non c’è il vuoto: è nata la mafia, sostituendosi ai piccoli proprietari e imprenditori, gabellati come latifondisti e affaristi dal Pci, il sindacato, i giornali, e quindi dai CC, che ”condannano” la proprietà: se hanno, pagano (dei rapiti e vessati). Fino al punto di disinteressarsi dei morti ammazzati, se di mezzo c’era la proprietà. “Il rancore sociale, la vendetta” lamenta l’avvocato Medici, cui un fratello è stato rapito e ucciso, dopo due anni di trattativa, mentre i CC gli sequestravano il riscatto a Roma, aggredendolo in via Boncompagni all’uscita dalla banca col liquido. Oscuramente all’origine della sua altrimenti incredibile persecuzione: essere isolati nelle zone di mafia è essere messi nel mirino.
Un’“industria balorda”, quella dei sequestri di persona, di cui Bocca non manca di segnalare l’assurdità, in aggiunta alla crudeltà impunita, con la mobilitazione di un paio di centinaia di persone a ogni sequestro, a costi superiori anche ai riscatti. E dove l’intervento dello Stato è sempre risolutore. In un senso o nell’altro. Il fratello dell’avvocato Giulio Medici veniva spostato con cognizione di causa: conoscenti riconoscenti si offrivano di guidare di notte, incappucciati, i Carabinieri sui covi. Dove “cibi furono trovati ancora caldi, indumenti, catene”. Ma non il sequestrato. Mentre “la ragazza Ghidini, famiglia di tondinari di Lumezzane, bresciani”, nel 1992, fu liberata appena rapita, perché suo papà aveva minacciato di far votare a Brescia la Lega Nord. Lo stesso era avvenuto quando il papà di Celadon, dopo due anni di lungaggini, aveva dichiarato lo sciopero politico nel suo paese. A volte basta poco per ristabilire l’ordine.
Negli stessi anni nella Asl di Gioia Tauro si assumevano come personale d’ordine fuori concorso, “per lavori di facchinaggio”, laureati e diplomati, figli e nipoti di mafiosi e di ufficiali dell’Arma in “posizioni di comando o di responsabilità”. Ma tante cose si rincorrono nelle poche pagine, di questo colossale libriccino. Di verità scomode che, forse per questo, sono passate insolitamente ignorate nella vasta produzione di Bocca. Una rappresentazione della Calabria in poche pagine come nessun altro. E una capacità di “vedere” viaggiando di grande perspicacia. La classicità vuota, per esempio, in un mondo senza storia.
Bocca incontra anche molta gente di valore. Che non finirà bene. Il giudice Misiani, per esempio, che poi sarà vittima della giustizia ambrosiana. O il sindaco di Gioia Tauro Vincenzo Gentile, alle pp. 30-32, “medico di fiducia” della cosca dei Piromalli, “un uomo cortese, afflitto più che arrogante”, fatalista. Che un giorno non firma un mandato di pagamento per uno della cosca, e il giorno dopo viene assassinato. A chi si sarebbe dovuto rivolgere Gentile?
C’è anche il suo vecchio amico, il sempre utopista realista Giacomo Mancini, che alla fine, quando vede quanti mafiosi ci sono tra i socialisti, riesce a non farsi eleggere. Manca la storia successiva, in cui Mancini, vittima della mafia, viene processato a Palmi per mafia. Da 28 pentiti che al processo si squagliano. Dalla Procura di Agostino Cordova, che Bocca qui eleva a suo eroe, un po’ come Dalla Chiesa. Di cui afferra il tratto autoritario (il Procuratore era del Msi), ma non lo dice. Però, non si può pretendere tutto da Bocca.
Giorgio Bocca, Aspra Calabria, Rubbettino, pp.75 € 7,90

Quando l’agente segreto Saya sfidava Andreotti


Così si presentava lo Stato-mafia quindici anni fa:
“Si dovrà processare un Saya, nome molto siciliano, per millantato credito. Una quisquilia a margine del processo contro Andreotti per mafia, ma forse non senza conseguenze. È stato testimone d’accusa contro l’ex presidente del consiglio, dicendosi agente segreto di un Sismi “parallelo”, e il presidente del Tribunale Ingargiola, che ne fu  impressionato, ora potrebbe ricordarsene sgradeolmente. In aula l’agente segreto sostenne si avere marchiato sulla pelle il simbolo della massoneria, e il presidente volle vedere il tatuaggio. Chiuse per questo le porte. Saya si denudò e sotto l’ascella mostrò il tatuaggio: un compasso su una squadra, con al entro una «G»”. Che disse essere la G di gnos. Gnosi? No, un codice di riconoscimento Nato, rispose.
“I tre pubblici ministeri al processo, Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, lo avevano valutato attendibile soprattutto perché di lui parlava un altro teste. Anche questo volontario. Una donna, una signora, Lia Bronzi, che si definiva “grado 33” e “gran commendatore del rito del sovrano consiglio femminile”. La signora aveva riferito che a “una cena Agape”, tra fratelli massoni, uno disse che Andreotti era massone. I pubblici ministeri l’avevano spronata a dire chi aveva collegato Andreotti alla massoneria. Anche in dibattimento. Il presidente Ingargiola aveva insistito, l’aveva anche lui spronata. E la signora aveva fatto il nome: Saya.
“Ora questo Saya pare che non sia stato una spia. Forse massone. I pubblici ministeri gli avevano creduto perché, oltre che la signora massona, aveva presentato una “documentazione ineccepibile” (Scarpinato): una corrispondenza con Licio Gelli a proposito della “Lega Meridionale” che nel 1989 lo stesso Saya aveva costituito, una foto con un massone della loggia Scontrino di Trapani, che annoverava dei mafiosi, e la tessera di un circolo ricreativo Nato.
“Saya aveva impressionato gli inquirenti anche perché “conosceva” il generale Santovito, il capo del Sismi poi defunto. Così diceva: “Santovito mi disse che Dalla Chiesa era venuto a conoscenza di segreti terribili e scottanti che gli potevano costare la vita”.

martedì 30 aprile 2013

Problemi di base - 140

spock

Giornalisti o bancari?

È la verità ancella della storia, o la storia ancella della verità?

È la stessa cosa? No, nessuna cosa è la stessa.

Ma non erano entrambe ancelle della teologia? Che storia!

Se il bene è bello, perché è bello pure il peccato?

Se Eva mangiò la mela, perché darne la colpa a Adamo?

(E lui, Adamo, come fece a mangiarsi la mela?)

Ma chi è Ignazio Marino, che ha fatto?

spock@antiit.eu

La migliore storia è dei romanzieri

Un racconto svelto, apparentemente scritto con la mano sinistra, di un’incredibile felicità espressiva. In ogni piega, costruita o naturale. Ancora più incredibile è la traduzione, di Stefania Cherchi, che l’asseconda e anzi la facilita – Yasmina Khadra è pur sempre un algerino che scrive in francese: un beneficio che si apprezza alla distanza. Il segreto della scrittura è la non scrittura.
È la storia di Algeri al tempo dell’integralismo islamico, una ventina d’anni fa. Tra “collaboratori di giustizia” che vivono come topi, e “patrioti” che hanno deciso “di sfidare la morte anziché subire la vita”. In una città e una repubblica che non hanno più nulla della liberazione che evocano, sono quinte di affari. Il finale è predicatorio. Per un’analisi del passaggio dal “socialismo mendicante” allo “spirito d’iniziativa”, complice il terrorismo, che è però magistrale – la migliore scienza politica è dei romanzieri?
Yasmina Khadra, Doppio bianco

Orlando non era più quello

La storia di Leoluca Orlando, ora sommerso dai rifiuti, era stata già detta quindici anni fa:
“Si vota e si rivota a Palermo, e la stella di Leoluca Orlando non  rifulge più. L’uomo è già scomparso peraltro da qualche anno dalla scena politica nazionale, cdi cui aveva l’ambizione di essere il leader, a capo della (ex) Dc. Si dedica all’effimero, qualche festa in piazza gratuita e qualche inaugurazione. Non avendo risanato il centro-città, né l’amministrazione. E avendo in tutti i modi possibili scoraggiato l’occupazione.
“Orlando e Riina (i corleonesi) si sostenevano a vicenda. Perdendo lustro il capo-mafia, e la sua mafia, ha perso smalto il sindaco. Naturalmente, è solo una coincidenza.
“Ma i due si sostenevano forse non solo per caso. Orlando per due volte ha preso i voti dei quartieri più mafiosi – in due sezioni tutti i voti, nessuno escluso, contro ogni legge della stocastica e dei comportamenti elettorali”.

lunedì 29 aprile 2013

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (169)

Giuseppe Leuzzi

L’industria dei commissariamenti
La ministra Cancellieri è ritenuta in Calabria una “nemica della Calabria”. Non dalla destra, dalla sinistra, “L’Ora”, “Il Quotidiano”. Una che non  sostiene i sindaci antimafia, ma li tratta da mafiosi. Soprattutto applicandosi a scioglierne i consigli comunali, magari appena eletti, per mafia. Non per pregiudizio, la ministra è buona cattolica. Perché questa è la cultura dello Stato, di cui la ministra è un pilastro. Contro Reggio Calabria, in effetti, si è applicata col piccone a smantellarne la giunta comunale appena eletta – non un momento prima delle elezioni: un anno e mezzo di superstipendi per tre vice-prefetti, con la città ai loro piedi, un comprensorio ormai di trecentomila persone.
L’industria dei commissariamenti, perché no? In questo stato anche questo è possibile: i funzionari del  ministero dell’Interno che commissariano per i più diversi motivi più Comuni possibili, e poi si fanno un anno-due strapagati, e omaggiati come possenti autorità. Sull’antimafia ogni arbitrio è possibile: per “mafia” tutto si può sciogliere, senza bisogno di dimostrare nulla - “basta la parola”, come per il purgante. Non è molto che lo stesso ministero gestiva ad arbitrio il confino di polizia, una misura restrittiva senza alcun giudizio a fondamento.
La stessa Cancellieri è diventata ministra dopo aver gestito Bologna in qualità di commissario. Ma lì il commissariamento a Bologna era necessitato, essendosi dimesso il sindaco, non era stato disposto d’autorità dallo stesso ministero dell’Interno.

Siamo del toro
Gli scavi di punta Zambrone, tra Vibo e Tropea, confermano quello che si sapeva, se non altro per la toponomastica legata al Toro della confinante piana di Gioia Tauro: che prima degli italioti, altri greci c’erano anche nella parte tirrenica della futura Magna Grecia, i micenei. Gli scavi, a opera delle università di Napoli, “Federico II”, e di Salisburgo, hanno portato alla luce, dice la relazione, “oltre a una grande quantità d manufatti locali, numerosi frammenti di ceramiche micenee tornite e dipinte, prodotte in Grecia e importate via mare nei decenni intorno al 1200 a.C.” E “un unicum per l’Italia e il mediterraneo occidentale”. Una statuetta in avorio è “la più antica rappresentazione della figura umana con caratteri naturalistici”, un’opera d’arte più che decorativa, “realizzata secondo i canoni della civiltà minoica (XVII-XV secolo a.C.)”.

La testa del toro, girata di un quarto sulla destra, divenne la lettera alfa, Lacan spiega, “Di un discorso che non sarebbe quello del sembiante” (1971, lezione V, 10 marzo). Ma così la considera la glottologia ebraica: il geroglifico testa del toro diventa in fenicio א (aleph), quindi in greco alpha, e infine l’A maiuscola latina. In tutte le raffigurazioni letterali sarebbe riconoscibile la testa del toro, sepure talvolta girati, di 180 o 90 gradi, di qua o di là.
Il tutto viene collegato alle rappresentazioni protosinaiche del Toro, in quanto forza e generazione – la prima lettera perché simboleggia l’“origine” (successivamente, in “senso acquisito e memorizzato”, dice la glottologia, è anche “principe” e “insegnare”.

Il toro, nella tante tavole simboliche, di ogni civiltà, di Jean Chevalier, ricorre come simbolo della fecondità. Ma di più nella civiltà greca, in quella specificamente micenea. Jean Chevalier, Dizioanrio dei simboli”. Lo studioso dei simboli ne rintraccia diverse genesi: le più costanti sono quella dell’opposizione (una cosa che è il suo contrario) e quella della catena. Per cui i simboli si susseguono per una certa affinità, per quanto poco logica, o razionale, o causale: che può essere la somiglianza, la contiguità, spaziale o temporale, l’associazione d’idee, la parentela, la simpatia, le corrispondenze, le analogie, l’associazione libera freudiana (inconscio). Tra le catene di Chevalier, quella “toro-luna-notte-fecondità-sangue-seme-morte-resurrezione-ciclo, etc.” e quella “fulmine-nuvole-pioggia-toro-fecondità etc.”.

La grande divinità femminile del pantheon miceneo era la Madre Terra. Cioè la dea Demetra (Locri), la madre di Persefone, il culto prevalente fino agli inizi del primo millennio a.C., poi trasferito nel primo capoluogo conosciuto – dopo Napoli - della Magna Grecia “classica”.

Milano
Ballerine come libellule, che si librano sullo sfondo della Galleria, il “Corriere della sera” e Giuseppe Genna scelgono per un lirico ritratto al centro della prima pagina di Milano che si apre alla Fiera del mobile. Era giorni in cui la città era più triste del consueto, per il maltempo fuori stagione. Ma è vero che i treni che da Roma, Torino e Venezia affluivano a Milano pullulavano di gente col sorriso all’idea del Mobile. L’immagine fa tutto, anche la (cattiva) coscienza.

Venerdì la città si spopola all’una. Del pomeriggio. Anche con la crisi. Questo è segno di forza, di positiva resilience. Ma la città sembra allora anche fisicamente quella che è, una città di nessuno. Non un carattere, nessuna cifra d’identificazione, una personalità. La Signorina Solfanelli di Bontempelli era efficiente, ma ora? C’è anima nei quartieri “poveri”. Di immigrati. I milanesi veri, quelli ricchi, non amano nemmeno se stessi.

Sant’Ambrogio individua nella donna il fomite del peccato, la teoria del peccato originale che poi farà testo. Sula base di un accenno di san Gerolamo. Non per altra ragione che il “garbo femminile”.
È questa, una spiegazione tutta bonaria e, vorremmo dire, milanese”, commenta Antonello Gerbi, nelle vesti di studioso del peccato originale: “Adamo mangiò anche lui pro bono pacis coniugalis, per far piacere alla consorte, per non stare a «piantar grane»…. L’anatema sfuma in un sorriso d’ambrosiana indulgenza”.

Nonché il peccato originale, Milano vuole anche l’avvenenza. L’ultima illustrazione a corredo de “Il peccato di Adamo e Eva”, del padre Antonello, l’“Eva” di Cristoforo Solari, una statua del Museo del Duomo, Sandro Gerbi propone di chiamarla “l’Eva di Milano” – questa bella Eva, sensuale e malinconica, sospirosa e domestica”.

Il sindaco Pisapia indice una gara pubblica per il posto di sovrintendente della Scala: “Inviate il curriculum”. Quando si sa che la scelta invece sarà fatta dalla Fondazione, senza concorso. Niente di male, un po’ d’ipocrisia ci vuole in politica – lo vuole la “comunicazione”, la pubblicità è l’anima del commercio, etc.. Ma se il bando l’avesse fatto il sindaco di Palermo per il Massimo?

Ha un grande regista di cinema, Marco Ferreri, geniale – non c’è altra parola. Lo ha dimenticato. Poteva avere un grande drammaturgo comico Maurizio Nichetti, l’ha obliterato.

“Centro-sinistra” è l’insulto alla Scala nel 1962 alla prima di “Passaggio”, opera indigesta di Luciano Berio e Edoardo Sanguineti.

Pietro Verri, “Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese”, 1763: “Sogliono le altre nazioni d’Europa avere dei giudici dipendenti dalla legge. Col nuovo codice si pone per fondamento, nel Milanese, un corpo di giudici padroni della legge”.

I lombardi sono ovunque al Sud, nella toponomastica, compresi Galdo, Lauria, Laino Borgo, Mormanno, Alemanni e Lombardi vari,  e nell’onomastica. Il cognome Lombardo, uno dei più diffusi in Calabria e in Sicilia, ricorre probabilmente più che in Lombardia. L’invasione c’era già da tempo? In effetti, risultano già alla Prima Crociata. E anzi prima, se sono ancora loro nel coro del “Nabucco” che si vorrebbe a inno nazionale.
I brav’uomini si sono pervertiti per colpa del Sud?

leuzzi@antiit.eu

Simenon realista, senza fantasia

È qui che Simenon ha l’idea per la quale è più celebre, delle diecimila donne - di certificare la solitudine sotto il pretesto adolescenziale di rifare il catalogo dongiovannesco: il malinconico in forma di cinico, disincantato, che si fa di proposito ogni giorno una donna diversa, quindi diecimila in un’età adulta media. Nelle solitudini fredde della vita sovietica, fin nel letto. Una società naturalmente orwelliana, senza l’ideologia, già nel 1933. Contro tutti i fattori naturali: in una cittadina di provincia, remota, cosmopolita, di mare, di frontiera, di nazionalità miste.
Un romanzo subito famoso, con una pre-pubblicazione sulla rivista “Les Annales”, 1 settembre-13 ottobre 1933, e subito dimenticato. Con una prefazione eccezionale di Simenon, che non ne fa per principio –“come ogni altro oggetto, un romanzo è riuscito oppure fallito”. Qui fa eccezione per dire: ”La gente di fronte (titolo originario, n.d.r.) esiste, tutta, senza eccezioni”. La prova? “Non sono mai stato capace d’inventare un personaggio, né una scena, neppure un’avventura”.
Non è Kafka, come dice Parise in una recensione che ha segnato il successo infine di Simenon in Italia. È un romanzo sulla Ghepeù nel 1933, nell’Urss ancora senza purghe ma già senza kulaki, dove tutti spiano e sono spiati. Poi si dice: non sapevamo. Calasso ne fa grande caso nel suo libro di ricordi editoriali, “L’impronta dell’editore”, come segno della propria preveggenza e del coraggio, nel 1985, non un secolo fa, di avviare con questo romanzo la riproposta di Simenon. Ma il libro si legge anche ora che “la più potete, importante e demiurgica dittatura poliziesca che l’uomo moderno abbia conosciuto” (Parise) è svanita. È una storia d’amore impossibile. Freddo anche. A Batum, porto petrolifero. Dove le navi e le petroliere sono ancora italiane, e il console italiano è al centro della comunità diplomatica, che forma col console turco e quello persiano.
Georges Simenon, Le finestre di fronte

domenica 28 aprile 2013

Il mondo com'è (134)

astolfo

Francia-Germania – La Germania è cambiata, l’Europa è cambiata, l’asse franco-tedesco su cui si reggeva è un residuato, attivo unicamente per alcune convenienze politiche. Forse solo per la politica agricola, ormai anch’essa residuale nell’Ue: non nella politica monetaria, e non in quella industriale (aerospaziale, nucleare), mentre non è mai decollata nella difesa. I socialisti francesi che ne prendono atto, il partito e il presidente Hollande, vengono in ritardo di quasi vent’anni, l’asse è finito con Kohl e Mitterrand.
La Germania di dopo il Muro è un’altra. Non avendo più il temutissimo sovietismo in casa, non ha più nessuna ragione per schiacciarsi sull’Europa e l’Occidente, come faceva la repubblica di Bonn. Questo la Germania lo ha pure detto, in più modi, ma l’Europa ancora non l’ha recepito. C’è Berlino ora, dove si discute apertamente di egemonia: come esercitarla al meglio. Democraticamente, legalmente, stando ai trattati, ma sempre di egemonia si tratta. Non di un’Unione tra pari, nella quale la Germania trovava rifugio e difesa.
È così che la Germania ha capitalizzato la crisi a danno dei partner europei, ora semplici concorrenti: finanziandosi a tassi d’interesse reale negativi a spese dei partner meno forti. Il paradigma egemonico implica un ritorno delle politiche mercantilistiche all’interno della stessa Unione, per cui un Paese può e deve sfruttare la sua posizione di potere relativa a proprio beneficio.
Della nuova asimmetria ha fatto le spese da ultimo l’Italia. Che anch’essa veniva sentita e valorizzata in Germania come una difesa dal sovietismo, per la forza del suo partito Comunista. Era un paradosso della guerra fredda, ma la Germania si fidava dell’Italia perché si fidava del suo Pci. È in questo quadro, di destini ormai divisi, che la Germania ha letteralmente schiacciato l’Italia negli anni 2011-2012, con dichiarazioni a catena, pressioni (ha perfino licenziato un governo italiano, in favore di Monti), e svendite di titoli italiano: più alto lo spread sulla finanza italiana più bassi, anzi negativi, quelli tedeschi. Nella chimica, le macchine utensili e i mezzi di trasporto, i settori più in concorrenza, a parità di prodotto, i prezzi tedeschi si sono potuti ridurre per il solo fattore credito dell’8-10 per cento.

Reduci – Sono entusiasti i falliti. Quelli della Seconda Repubblica come quelli del ’77 (terrorismo) e del Pci. Mentre non lo sono quelli del Sessantotto – giustamente, volevano essere e sono critici, positivi ma non pieni di sé. E non si trovano celebratori della Repubblica vera, prima del circo giudici-giornalisti: la scelta del ’47 (l’Occidente), quella del ’53 e del ‘57 (l’Europa), del Sessantotto o della sfida dell’ammodernamento civile e sociale (centro-sinistra), della sconfitta del terrorismo, della sconfitta dell’inflazione (scala mobile), dell’Italia quarta potenza economica mondiale. Se se ne trova ancora qualche storico è del Pci, in spirito reduci stico, fazioso.

Risorgimento – Un marziano, un venusiano, che si formasse un’idea dell’unità dell’Italia sulle “cose” della storia, dibattiti parlamentari, manovre e crisi di governo, disposizioni amministrative, diplomatiche etc. lettere, discorsi, leggi, elezioni, le politiche di Napoleone II, le politiche dell’Austria, gli stessi Borboni, che potesse rileggere la documentazione come di un mondo alieno, immune al patriottismo e alla lezione canonica, avrebbe tutt’altra idea di Cavour, dei Savoia e dell’unità. Tutt’altra rispetto a quella in cui l’opinione è “correttamente” (un tempo: patriotticamente) avvolta. Su quella che sarà la questione meridionale, ma anche sulla questione romana, o su Milano, le Venezie.

L’Italia unita è di “lettori”, come il Foscolo, “di pochi libri”. Possibilmente d’attualità, anche quelli di “storia” - in linea cioè col messaggio politicamente corretto. Non c’è altra storia contemporanea che abbia espulso gli “irregolari” come fa la storia italiana, a cominciare dai poeti e letterati. Il Risorgimento si vuole lineare, a parte un po’ di repubblicanesimo - di Mazzini, meno di Garibaldi.
Il centocinquantenario ha evitato la “vera storia”. Le solite polemiche sul brigantaggio come resistenza, per vendere qualche copia ai talk-show, e nulla più.

Seconda Repubblica – Viene celebrata allo sfinimento, in spirito sempre reducistico, anche da chi non ne fu parte (il Pci), mentre è il periodo più sinistro della Repubblica, con tutti quei giudici arruffoni, carrieristi, cinici. E anche il più triste, una stagnazione dell’economia e del benessere ormai ventennale, culminata nella recessione, indotta, interna – licenziamenti, impoverimento generale, incertezza. Il tutto sempre paludato, camuffato, sotto la questione morale, che è il cancro di questa Seconda Repubblica, di chi la agita come di chi la provoca.
Con l’uscita-non-uscita di scena di Napolitano, ultimo esponente della vecchia politica, se ne può tentare un riesame.
Che sia giunta o no al termine, ha una storia di vent’anni, vuota: non una proposta, un’iniziativa, una legge degna del nome. Una scelta giusta per l’euro. Un referendum sulle pensioni per esempio come quello sulla scala mobile. Una qualsiasi novità per il lavoro che si perde a vista d’occhio. Una politica estera meno prona alle guerre per conto degli Usa. Che sappia che c’è la Cina, e l’India, e ‘America Latina insieme con l’Asia. Una politica per gli immigrati. Non una forza politica di buon governo, solo personalità stinte: Bossi, Berlusconi, Prodi, Fini, Casini, Bindi, Bersani, e i tanti professori incapaci, dannosi come la questione morale che li ha investiti di autorità. Vaneggiamenti. Con figure perfide di giudici in agguato – sempre meglio che lavorare.
Qualcosa di buon ha fatto la vecchia guardia, Amato, Ciampi, lo stesso Napolitano.

Socialismo – È vittima anch’esso della caduta del muro. O ha mutato natura negli ultimi 25 anni, avendo mutato gruppi dirigenti. Si segnala per il radicalismo sui diritti civili, aborto, sesso, buona morte, con Zapatero in Spagna e Hollande ora in Francia. Più spesso per dichiarato anticlericalismo. E come partito degli affari in Germania, come in Grecia e in Israele. Dimenticando la giustizia, fiscale e sociale, la pace, gli immigrati e ogni altro gruppo realmente minoritario e sfruttato.

astolfo@antiit.eu

L’illusione di dare la colpa al Sud


La regione con meno dipendenti pubblici rispetto alla popolazione? La Puglia. Quella col rapporto più alto? La Liguria. Il Sud evade le tasse? “Il gettito fiscale raccolto in Veneto (è) una percentuale del reddito regionale inferiore rispetto a Puglia e Campania, pur essendo il reddito pro capite  quasi il doppio”. E le addizionali locali? “Il quadro è molto diverso da caso a caso, ma la componente ‘locale’ della tassazione non è inferiore al Sud, anzi in molti casi è superiore”., E di questo ora abbiamo le cifre, della Cgia di Mestre, Veneto quindi: in Calabria sono tre volte la media nazionale.
Altri esempi? “I cittadini del Nord «trasferiscono» ai cittadini del resto del Paese (non solo del Sud, ma anche di alcune regioni del Centro) un «residuo fiscale» notevole, di circa55 miliardi”. Ma “che ne fanno i cittadini del Sud di questo trasferimento? Comprano beni e servizi dal Nord. Il Sud (Centro quindi escluso, n.d.r.) «importa» dall’esterno, al netto di quanto esporta, beni e servizi per oltre 70 miliardi”. Senza contare l’emigrazione, di personale già formatoa: “Le famiglie di origine sopportano tutti  costi e le imprese di destinazione godono di tutti i vantaggi dell’avere capitale umano qualificato”. Questa “contabilità meschina” Viesti si diverte infine a smontarla con una argomento che molto piace a Nord, la Germania über alles: “Come se, per la Germania, il vantaggio dell’Unione Europea fosse negli euro che vengono spesi nei fondi strutturali nei Länder dell’Est e non nelle enormi vendite della Volkswagen in tutt’Europa, favorite dall’euro e dal mercato unico; o dalla capacità – negli anni della crisi del debito sovrano – di finanziarsi a tassi d’interesse reali negativi”.
I luoghi comuni sono fatti per essere smontati. Viesti ne smonta i più vieti. Altri se ne potrebbero addurre, non c’è problema: qual è la città con più assenteismo al Comune? è Palermo? è Napoli? È Firenze. Più difficile è smontare il fondamento del pregiudizio. Al punto che, più spesso, uno si dice: chi ne se frega, credano quello che vogliono. Del resto, tutto il Sud è un luogo comune. Per primo per gli stessi meridionali, che sinceramente credono a tutti gli argomenti nordisti. E per la scienza politica. Una delle frasi fatte più trite è il “familismo amorale”, che un sociologo inglese oggi dimenticato, Banfield, coniò nel 1958 come “La base morale di una società arretrata” – è il titolo del saggio. “Chissà cosa avrebbe scritto l’autore di quel saggio a proposito della famiglia Bossi”, chiosa Viesti – o della famiglia Scajola, o dei “fratelli in Dio” di Comunione e Liberazione.
Viesti, economista, si applica a smontare uno degli “idòla” di Laterza con passione italiana, unitaria, civile, ancora  incombusta. Con singolare equilibrio. Il “teorema meridionale” sintetizza in una mezza paginetta – che dice più delle migliaia di pagine dell’antimeridionalista “Corriere della sera”. Con un’altra mezza paginetta smonta la Lega, la pretesa che “da soli” loro sarebbero più ricchi. Ma senza pregiudizio antitetico. Con l’esempio, per esempio, della riunificazione tedesca non molto tempo fa, un quarto di secolo che appare un’altra epoca, di “classi dirigenti di ben altro spessore rispetto a quelle di oggi”. Con un approccio semplice e incontestabile. Fatto per fatto, questione per questione, troppa spesa, troppi sprechi, troppa corruzione, Sud incorreggibile, Sud palla al piede, etc., inquadrando pianamente, con i dati reali e un minimo di razionalità, politica ma anche economica, di convenienze.
Non una lettura per i nordisti. Che però se ne gioverebbero. “Non esistono ricette  facili”, si sa, ma agitare il falso non è una - o affidarsi “a un venditore di illusioni”, di cui non si può fare colpa al Sud.
Gianfranco Viesti, “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” FALSO!, Laterza, pp.95 € 9