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sabato 18 maggio 2019

Problemi di base - 487

spock


Perché il laicismo ha a cuore – si fa per dire – solo il cristianesimo?

L’islam è moneta corrente?

“L’algoritmo nasce maschilista”, “Sette”?

“La povertà si sconfigge dando potere alle donne”, Melinda Gates?

“Le donne hanno un marcia in più, e sono più organizzate”, Carlotta Giorgi, madre di cinque figli, ricercatrice, capo di una équipe di sole donne?.

I giustizialisti più accaniti sono in Italia militanti contro la pena di morte - i boia contro la pena di morte?

L’alternativa è Salvini o Di Maio?


spock@antiit.eu

Arriva l’orda, spalanchiamo le porte

“L’intolleranza più tremenda è quella dei poveri, che sono le prime vittime della differenza. Non c’è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodotto, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più pericolosa”. Tutto vero e non: i ricchi alla Eco forse non sono razzisti, mentre i poveri-poveri hanno altro cui pensare – e la “differenza” non si penserebbe che faccia vittime, piace più che impaurire. Eco sa sollevare la questione, acuto come sempre e bonario, ma confuso. Apocalittico e integrato.
Quattro interventi sono qui raccolti. Due scritti apparsi nella raccolta del 1997, “Cinque scritti morali” (“Quando entra in scena l’altro” e “Migrazioni, tolleranza e intollerabile”, sulle “migrazioni nel terzo millennio”), e due conferenze pronunciate all’estero e non tradotte. Quella di Nimega, il 7 maggio 2012, alla premiazione con la medaglia commemorative della pace di Nimega, intesa come primo trattato di pace europeo, nel 1678-79, una serie di trattati in realtà, dove Eco fu presentato come “vero europeo” dal sindaco Dijkstra, fa una utile distinzione, importante, tra immigrazione e migrazione. Quella di individui, che accettano e fanno proprie le regole del paese che li accoglie, questa di orde o popoli, che fanno l’opposto, “radicalmente trasformano la cultura del territorio che hanno invaso”.
Sul che fare invece subentra la confusione. Nel caso dell’Europa al volgere del Millennio, Eco il fenomeno dice di migrazione: “Il Terzo Mondo bussa alle porte dell’Europa, e entrerà anche se l’Europa non è d’accordo”. L’Europa sarà presto “un continente multirazziale”. Una tesi contestabile, sul piano demografico e territoriale, ma possibile. Subito poi però confonde i piani, dell’analista (storico, demografo, demologo) col profeta o politico. Col paraocchi del politicamente corretto. “Nei prossimi anni ogni città europea sarà come New York o come alcuni paesi latino americani”. Cioè mista, di differenti popoli e culture, che “coabitano sulla base di alcune leggi in comune e di una comune lingua franca, che ogni gruppo parla insufficientemente bene”, ma ognuno separato dagli altri. Si direbbe un’analisi negativa. Tanto più che le orde porteranno fondamentalismi: “Nel corso di un tale processo di migrazione gli europei dovranno fronteggiare nuove forme di fondamentalismo, espresso da differenti culture e religione”. Ma non c’è rimedio. Il rimedio è di accettare tutto, divisioni, fondamentalismi e dispetti reciproci. Assurdo - New York funziona in un paese integrato, altro che se integrato: identitario.
Sempre in questa conferenza, Eco introduce – senza citare Popper – il problema dei limiti alla tolleranza che Popper ha posto in “La società aperta e i suoi nemici”: se l’intolleranza sia da tollerare. L’intolleranza dice naturale: “L’intolleranza ha radici biologiche”, negli animali si esprime come territorialità, nel bambino è spontanea, eccetera. La tolleranza va insegnata, se non come accettazione, almeno come conoscenza della differenza. Ma con un limite. Anzi due. La tolleranza non si estende all’intolleranza. E non deve finire in relativismo: tolleranza “non significa che dobbiamo accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione europea”.  Senza limiti però all’immigrazione, o migrazione.  
A Eco piacevano i manifesti, l’intervento giorno per giorno, l’impegno intellettuale. E l’uso dei suoi scritti come manifesti -  questi sul razzismo dopo quelli sul fascismo “eterno” - non gli sarebbe dispiaciuto. Ma allora come giornalismo di retroguardia, da talk-show: parole semplici, temi semplificati. Col vezzo, benché fosse conciliante di natura, all’opportunismo che ne deriva – molcire il pubblico. Al secondo punto del breve scritto sulle “migrazioni del terzo millennio”, un intervento a un convegno francese, dice – diceva a marzo del 1997: “Trovo più pericolosa l’intolleranza della Lega italiana che quella del Front National di Le Pen. Le Pen ha ancora dietro di sé dei chierici che hanno tradito, mentre Bossi non ha nulla, salvo pulsioni selvagge”. Ma Bossi, ora Salvini, non aveva e ha dietro Milano e la Lombardia – mentre Le Pen padre era razzista professo?
Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La Nave di Teseo, pp. 71 € 7

venerdì 17 maggio 2019

Presenze

Le presenze sono conformazioni massicce, ingombranti. Cumuli che si gonfiano, fanno valanga, e la realtà spingono verso il rigurgito. Ma ci sono presenze sottili, nervature, che non avvertite fanno la realtà.

L’ignoranza degli italiani e il maestro Pagnoncelli

Pagnoncelli prende le misura dell’opinione pubblica. Cosa vede l’opinione pubblica, dove va l’opinione pubblica sono i due temi del suo saggio. In Italia, beninteso. La risposta è che non va da nessuna parte, ignorante e incontinente. Se non a cozzare su montagne di scemenze e bugie, che ingurgita bulimica e scriteriata.
Quanti sono gli immigrati, quanti i bamboccioni, quanti i disoccupati, o gli obesi. Peggio per le cose più remote: la crescita, o decrescita, demografica, le donne in politica, le connessioni a internet, l’andamento del pil, cioè della ricchezza. Su qualsiasi cosa le idee sono strampalate. Non c’è fatto o evento che gli italiani sappiano, o perlomeno percepiscano, nella misura e nel modo giusti. Fin nella pratica della religioni sono confusi, e naturalmente sulla vita nei campi, che ancora ci sono.
Gli italiani sono incompetenti e stupidi. Non c’è cosa su cui abbiano una mezza idea giusta. Credono a qualsiasi cosa, e preferibilmente a quella sbagliata. Superano perfino gli americani nella credulità. Questa la sintesi di Pagnoncclli nel risvolto: “Un’indagine condotta in 33 Paesi su un campione di oltre 25 mila individui consente di misurare le percezioni dei cittadini su aspetti sociali, demografici ed economici. Le discrepanze tra percezione e realtà consentono di creare un «indice di ignoranza» che classifica i Paesi in relazione allo scollamento tra percezione e realtà. E l’Italia questa volta vince, è il primo paese del mondo, il più credulone di tutti, prima degli Stati Uniti, per credenza nelle cose sbagliate”.
Non è vero, ma ammettiamo che sia vero. Manca l’essenziale: il perché, uno qualsiasi. La realtà su misura degli italiani” è il sottotitolo. E il sarto? Manca il sarto, in questa disamina dell’opinione pubblica. Meritoria perché il tema da noi è negletto, la nostra scienza politica è al riguardo cieca o sdegnosa. A differenza che in altri paesi, negli Stati Uniti a partire da Walter Lippmann un secolo fa, e in Germania da Heidegger, Marcuse, Habermas. Ma poi Pagnoncelli non fa passi avanti, e anzi ne fa curiosamente a gambero, più di uno.
Opinione pubblica
Si può dire l’opinione pubblica ciò che l’elettore sa e pensa. È in questo senso che essa è la cerniera della vita democratica. Ne è il fulcro, ciò che le dà senso e forza. È per questo che è necessario sapere chi la conforma, come e per quali esiti, su quali presupposti. La sua formazione è il problema fondamentale dell’opinione pubblica.
Trascurare la formazione dell’opinione riporta Pagnoncelli alla stessa soglia dei nostri scienziati politici. I quali non vi si cimentano per un motivo non segreto: nessuno si vuole “inimicare” i media. Perché una critica dell’opinione pubblica sarebbe – dovrebbe essere – una critica dei media, non dei lettori\spettatori, che ne sono le vittime. Gli italiani non sanno, perché non sanno dove sapere. Anche ammettendo che l’opinione pubblica sia la “gestione del consenso”, come vuole Pagnoncelli.
La cosa curiosa è che Pagnoncelli, pure sensibile e simpatico, è contestabile sul suo stesso terreno. Gli italiani sono volubili, dice. Sono contraddittori – vogliono una cosa e il contrario. E queste sono facezie sociologiche. Che forse fanno giornalismo, ma non buono. È il limite dei giornalisti di complemento. Quelli che, come Pagnoncelli, scrivono per i giornali come specialisti, e quindi si ritengono autorevoli, senza però i vincoli redazionali che soli fanno il buon giornalismo: l’accuratezza, l’affidabilità, le fonti sicure. Vive di sondaggi, e non ci dice che la risposta è a metà nella domanda. Se uno mi domanda: la popolazione carceraria in Italia è di immigrati al 30, al 50 o al 70 per cento, e io rispondo al 50, sono un cretino (sono al 40)? Ed è uno scandalo che gli immigrati siano detti in Italia uno su quattro mentre sono uno su dieci, se il sondaggio si fa tra la popolazione urbana, specie quella che lavora e quindi prende i mezzi pubblici? E perché la discrepanza sarebbe segno di razzismo, ignoranza, stupidità?
Sindrome leghista
Il mite Pagnoncelli è severo, incattivito. Succede a Milano, la sociologia vi è molto soggettiva – la sindrome leghista. Del resto, si capisce chiaro benché non detto, è col suo compaesano Salvini che ce l’ha. Nell’ambito della faida ambrosiana, si può rilevare che s’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, che invece marcia in senso contrario, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non sono Grillo o Salvini che mettono in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo e i Salvini, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vita, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale, con pratiche in troppi casi non regolari, di protezionismi mascherati e di dumping. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

Fin qui la filippica di Pagnoncelli si può dire cosa loro, di Milano. Il più però resta da fare, nel suo ambito di ricerche.
L’italiano in realtà è molto critico. Si può anche dire troppo. E più smagato dei suoi concittadini europei, molto di più, troppo. Pagnoncelli è mai stato, col suo sondaggio a 14, in Germania, in Olanda, in Belgio, nella stessa Francia sorella? I media vi sono un minimo più informativi. E ci sono ancora partiti che mediano i media. Ma l’“opinione pubblica” come la intende lui, i mood e i sentiment dell’“uomo della strada”?  
Adesso conta la vociferazione? Sì. Dell’italiano razzista. Mentre non lo è – Pagnoncelli è stato in Germania, etc., fuori Chiasso? Pur non essendo stato preparato al bisogno di immigrazione, da una parte (migranti) e dall’altra (Sistema Italia). E pur essendo agli inizi e per due decenni, quando l’immigrazione ha preso piede in Italia, esposto alla parte peggiore di questa: prostituzione, femminile e maschile, spaccio e, nell’accezione migliore, commercio ambulante abusivo, magari di prodotti di Napoli, oltre ai galeotti balcanici liberati dal comunismo, in Albania, Bosnia, Serbia e altrove.
L’italiano non sopravvaluta i bamboccioni – qualche ministro sì, ma non l’“italiano medio”. E emigra volentieri, anche solo per curiosità o per uscire dalla famiglia – fa una “fuga di cervelli” quando serve a fare cronaca di (bella) gioventù che prospera a Manchester o Düsseldorf, o altro paradiso transalpino. Ma è inutile rivedere il tutto, della vociferazione purtroppo Pagnoncelli è parte.
Nando Pagnoncclli, La penisola che non c’è, Mondadori, pp. 128, ril. € 17

giovedì 16 maggio 2019

Ombre - 463


Naturalmente è solo casuale, anzi dovuta, la moltiplicazione di inchieste giudiziarie prima del voto. Di Roma ora, oltre che di Milano, e della Corte dei Conti. Di quest’ultima anzi un utile risveglio, poiché per il resto del tempo sonnecchia, sopra i suoi lauti stipendi.
E naturalmente non è un caso che arresti e “avvisi di garanzia” siano a carico della destra, perché è la destra che è corrotta. Ora. A febbraio del 2018 era corrotto il Pd.

C’è però una differenza oggi: niente inchieste sui 5 Stelle al governo. E quelle aperte, con ipotesi di reato solide e semmai ritardatarie, messe a dormire. E qui una ragione c’è: bisogna preparare un governo del Pd con i 5 Stelle. I giudici sono equilibrati e vogliono questo, un governo 5 Stelle-Pd.

Il centro-sinistra che si prepara non sarà a guida grillina, come tocca per i numeri in Parlamento? Ma con Di Maio presidente del consiglio la corsia è riservata al Pd per l’eutanasia, i giudici non hanno giudizio.


Tre arresti a Legnano, di sindaco, vice-sindaco e capo degli imprenditori, per l’assunzione di una figlia, che peraltro ne aveva i titoli, in un paese in cui gli assassini restano a piede libero, dice chiaro di che giustizia si tratta. Dirla politica, che pure è un’infamia, è un complimento.

Uno vede, frastornato dai processi politici, la giudice sostituta procuratrice di Legnano, fresca di parrucchiere, visagiste, manicure, che si recita allo specchio, e se era tentato da Salvini ma aveva riserve, le scioglie inavvertitamente, all’istante, anche malgrado se stesso. I giudici sono come Scalfari, dove s’attaccano la pianta muore.

Rai 1 riesce a immiserire pure la festa per la Coppa Italia, di cui ha pagato l’esclusiva, con una storia di rigore, se c’era o non c’era. Di cui non interessa nulla a nessuno. Con Paolo Rossi, l’unico atleta in studio, in un angolo, smarrito, dopo vani tentativi di parlare di calcio. È il solito raiume, una malattia, una perversione?

Quelli che hanno eliminato nelle competizioni la Juventus hanno poi fatto una brutta fine, l’Atalanta ora dopo l’Ajax. Succede nello sport, si dice. Ma è lo schema e l’effetto del Davide contro Golia: l’avversario preminente e dominante moltiplica le energie – intelligenza, volontà, applicazione.

La ministra Trenta, ex Alleanza Nazionale ora 5 Stelle, ex capitano pro forma dell’Esercito (una contabile col grado di capitano), e per questo ministra della Difesa, si complimenta con la Marina per un intervento che la Marina non ha fatto. La ministra corre sul web come è d’obbligo per il suo partito? Corre da sola? Non ha un-a segretario-a che faccia una telefonata? E quando va alla Nato?

Pagnoncelli mette l’Italia al primo posto, tra i quattordici migliori paesi occidentali, quanto a stupidità. In un libro, “L’Italia che non c’è”, di cui confida il succo al “Corriere della sera”. “Coltiviamo,”, dice, “idee o numeri falsi su povertà, crimine e immigrati”. Ma chi pianta il seme? L’opinione pubblica non si forma, viene formata – Pagnoncelli non se lo chiede, il giornale  nemmeno.

Un cardinale nel seminterrato di uno stabile occupato per dissigillare i contatori della luce è una bella notizia. La disobbedienza civile fatta dai potenti. È proprio un caso di “non c’è più religione”.

Lo stabile occupato che il cardinale libera è di fronte a san Giovanni in Laterano. Ospita 400 persone, organizzate con molti esercizi pubblici: discoteca, ristorante, birrificio, teatro falegnameria. E ha da tempo in programma un rave. Non è che non può, non vuole pagare la bolletta.  

Non applaudiva uno su venti nella platea di Santa Cecilia sabato al concerto. Benché con l’orchestra in spolvero, e col maestro Pappano suonasse una violinista bella, brava e famosa, Lisa Batiashvili. Al primo tempo. Al secondo tempo, la “Sheherazade” galoppante di Rimsky-Korsakov, la platea si è sciolta, un delirio. È che il primo tempo Pappano ha introdotto con una dedica ai diritti civili, “forte anche dell’esperienza di migrazione della mia famiglia”, e a “chi non ha”.

Le platee a Roma sono parche: a teatro a ai concerti applaude al più uno su cinque, quando proprio la soddisfazione è massima. Ma il silenzio al primo tempo del concerto, sabato a Santa Cecilia, appena coperto dalle gallerie, era fragoroso.

Tiepido perfino al primo tempo il ringraziamento al bis. Al quale Pappano ha impegnato anche l’orchestra, insieme con Lisa Batiashvili, per un buonissimo, toccante, movimento, detto “Lamento per la pace”, della “Sinfonia dal Nuovo Mondo”.

“Sono un cittadino interessato al lavoro, al verde, alla sicurezza. Auspico che la mia città generi ricchezza da investire in infrastrutture e servizi”. L’avvocato James Pallotta, proprietario assenteista dell’ As Roma, lancia questo tweet-bombing dei romanisti sul Campidoglio per “lo stadio subito”. Nel mentre che smobilita la squadra. Pallotta è unicamente interessato al business stadio.

Tweet e tweet-bombing saranno stati approntati per Pallotta a Madison Avenue, da apposita agenzia di pubblicità, ma per lo stadio della Roma sono agli arresti in molti, anche dei 5 Stelle: E la stessa sindaca Raggi è sotto inchiesta – ha disposto da sola la variante che sarà necessaria per rendere edificabile l'area agricola, senza sentire il consiglio comunale. A Roma tutto è possibile?

La Fiat vende Magneti Marelli e, invece di destinare il ricavato a investimenti, per esempio nell’elettrico, nel quale è indietro, paga un superdividendo straordinario. Essenzialmente all’azionista Exor, cioè alla “famiglia” Agnelli. Marchionne sarà stato un parentesi, torna la vecchia Fiat dell’Avvocato, costruttrice di automobili obbligata, ma unicamente interessata a “fare il dividendo”.

Lisistrata si sacrifica contro la guerra

Con Aristofane si ride, in allegria, anche sboccata, e “Lisistrata” è considerata il massimo della risata grassa: lo sciopero delle donne “che non la danno”.  A Siracusa Elisabetta Pozzi e Tullio  Solenghi propongono invece un Aristofane semiserio, che lo sciopero delle donne muove non goliardicamente ma su un fondo e con sensibilità politica: un manifesto contro la guerra. Le donne non vogliono avere rapporti perché non vogliono fare figli, che poi andranno alla guerra.
Lisistrata convoca in Atene le donne di tutte le città coinvolte nella guerra del Peloponneso, comprese le spartane arcinemiche. E insieme non si mettono a “mostrarla”, ma occupano l’Acropoli, il posto del potere, e sottraggono il tesoro della Lega attica, cioè il finanziamento della guerra. Uno sviluppo più ovvio che sorprendente: Aristotele ha trent’anni e avrà visto molti coetanei finiti in guerra, se lui stesso non ha rischiato.
Riletto in questa ottica in effetti è un Aristofane senza lati oscuri, convincente sempre. Si ride, ma per un motivo non scurrile. È più come fregare i signori della guerra che non gli uomini, i mariti, i compagni occasionali. Sullo stesso tema una commedia all men li vedrebbe intenti al sabotaggio, contro un’arma decisiva, magari con un’altra arma decisiva. Qui invece il rovesciamento è radicale, senza timori né tremori, senza suspense: niente più figli per la guerra.
In effetti, se le donne non fanno l’amore non fanno più figli, e allora chi fa la guerra? Sempre nel presupposto che siano gli uomini  a fare la guerra – e i mafiosi, i killer, gli uxoricidi, i pedofili, eccetera. In “Lisistrata” questo non c’è, Aristofane non è un femminista, né un maschio in disarmo. E comunque non considera il piacere un fatto maschile, come vuole il neo beghinismo – non priva le donne del piacere. Ma disinnesca la fabbrica delle guerre, una provocazione radicale.

Riletto oggi, nel mentre che lo “sciopero della f…” è materia di attricette del #metoo, la solita americanata, Aristofane un po’ accascia. Vivere nel 2019, invece che nell’Atene del V secolo a.C., per quale colpa, che male uno ha fatto? Peggio: il progresso è una melassa, non è lineare – non è una freccia, non è nemmeno una marcia avanti.
Aristofane, Lisistrata

mercoledì 15 maggio 2019

Stupidario classifiche

Italia al primo posto fra quattordici paesi occidentali (europei più Usa) “nell’indice di ignoranza”, Nando Pagnoncelli, “La penisola che non c’è”: ha idee false su povertà, crimine, immigrati (troppi poveri, troppi crimini, troppi immigrati), così il sondaggista sintetizza sul “Corriere della sera” il libro in uscita.
Italiani più stupidi? O non informati male?

Italia penultima nella Ue per quote di laureati, e quarta per abbandoni scolastici -  Eurostat.

L’Italia è il paese europeo con la maggiore quota di emigrazione intellettuale (cioè di laureati) – sempre Eurostat. 
Bruxelles è esposta a Nord.

L’Italia è “il paese dell’Europa occidentale più diffidente verso islamici e immigrati”, Pew Research Center, secondo “La Lettura”.
Ma il direttore del Pew Reserach Center dice alla stessa “Lettura” che no: “Il risultato varia a seconda delle domande. In Italia come altrove c’è una pluralità di opinioni. La maggioranza degli italiani rigetta gli stereotipi anti-islamici. Inoltre molti italiani non esprimono un senso di superiorità culturale, come avviene in altri Paesi”.

Parodia al quadrato del western

Si dovrebbe ridere, ma non viene. Due fratelli – che si chiamano “sorelle” (“The Sisters Brothers” è il titolo, gioco di parole sorelle-fratelli) – spietati killer sono  inviati da un fantomatico Commodoro dell’Oregon a eliminare questo e quello. Ora un idealista di Washington che fa coppia con un chimico, alla ricerca dell’oro in California. Girovagano così dall’Oregon alla bassa California. Finché non trovano di meglio che tornare a casa e far fuori il Commodoro. Che però è morto di suo. Finiscono allora a farsi coccolare dalla mamma, con un letto soffice, il bagno caldo  e il cibo cucinato.
Due ore di niente. Seppure col patrocinio di molti illustri produttori-promotori, tra essi i fratelli Dardenne, e col plauso unanime dei critici. Audiard ha fatto un film alla Leone: fa cioè la parodia della parodia del western. Con un pizzico di Bud Spencer e Terence Hll, il tipo fisico del voluminoso-giudizioso e del magro-piantagrane, e azioni pirotecniche (pistole che rimbombano come cannoni, sparatorie notturne come fuochi dartificio). Con fondali sempre alla Leone, di cartapesta, a Oriolo Romano e dintorni – qui il deserto di Tabernas nelle Sierre andaluse.
Jacques Audiard, I fratelli Sisters

martedì 14 maggio 2019

L’Iva è il problema


Insiste Bruxelles per l’aumento dell’Iva, e questo spiega perché c’è il rifiuto dell’Europa. Istintivamente, forse, ma nel giusto. Perché l’Iva è il problema, non la soluzione.
Un regime fiscale basato sull’Iva è iniquo, e distrugge ricchezza. Fa pagare lo stesso bene o servizio a tutti nella stessa misura, ricchi e poveri, anche i poverissimi. e riduce il reddito complessivo invece di accrescerlo. In due modi. Perché spinge all’evasione – chi paga il meccanico o l’idraulico con l’Iva, un quarto in più di spesa, un’assurdita? E perché riduce i consumi e l’attività. E quindi limita la ricchezza e in parte la distrugge. 
L’Iva è il problema, non la soluzione – il professor Tria ha ragione di farci sopra dei sacasmi. Una minima cognizione di scienza delle Finanze lo insegna. Ma anche il senso comune lo sa – Bruxelles è sola in questa ossessione, con la mentalità semplicistica del contabile.
L’evasione fiscale gira attorno all’Iva. Sia essa del 20-22 per cento del reddito tassabile, come dicono vari calcoli, anche dell’Istat, o anche della metà. Ed è responsanbile massima, sempre l’Iva, di un’economia che da troppi anni boccheggia: troppe tasse, troppe tasse indirette quale è l’Iva, ingiuste per definizione e care. Non l’aumento, che comunque è mortale: l’Iva in sé. Il principio che tutti debbano pagare la stessa tassa, i ricchi e i poveri.  E il principio che il lavoro – il lavoro autonomo, quello più applicato, responsabile e faticoso, vada tassato. Vada tassato di per sé, a prescindere dal reddito.
Questo capestro essendo diventato il cardine del sistema fiscale, è la causa del suo fallimento: l’evasione fiscale è l’evasione dell’Iva. Punto. E basta.
Un prelievo ingiusto in principio, concettualmente, su tutto il lavoro autonomo, intellettuale e pratico. Ingiusto come quantità: finché era al 4 per cento era sopportabile: come indicatore di un’attività, più che come sanguisuga. Al 21 per cento la sua evasione diventa legittima difesa. Per il prestatore d’opera, e per tutti i beni non sottoposti a fatturazione.

Sospiri a vuoto


Un film con uno strano effetto di eco vuota, anche in chi non ha visto o non ricorda l’originale di Dario Argento. Benché con un cast stellare di primedonne. Promosso da Amazon, che lo produce, con infinite letture subliminali, che irritano durante la visione perché semplicemente non ci sono.
Curiosa ripresa. Non un omaggio intellettuale, ma un’operazione commerciale. Compresa la leva del quarantennale dell’originale. Con venti milioni di dollari di investimento dichiarato – ma anche un decimo sarebbe troppi soldi: le immagini sono eleganti, la sceneggiatura, e lo stesso montaggio, da serie B.
Guadagnino, regista professionale all’antica, buono a tutto, si presta. Ma senza impegno, evidentemente. Supernatural horror? Non fosse per Tilda Swinton, che si applica, si direbbe una parodia.
L’industria del remake è poco gradevole. Equivale alla copia che usava delle arti classiche, dei marmi, delle pitture. Magari oneste, ma non un altro originale. Il remake è invece dell’epoca dei multipli, dell’“oggetto d’arte”, dell’arte seriale. Cioè dell’artigiano, anche buono e ottimo. Ma della fine dell’estetica.
Luca Guadagnino, Suspiria

lunedì 13 maggio 2019

Letture - 384

letterautore


Autobiografismo – “Si potrebbe dire di un’autobiografia: questo lo scrive un dannato dell’inferno”, L. Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 51.

Carlo Botta - Dimenticato è l’autore della “Storia d’Itali”, che nel 1830 sbaragliò il Gran Premio della Crusca. Costringendo Manzoni a ritirare “I promessi sposi”, la prima edizione. Mentre Giacomo Leopardi, che aveva estremo bisogno dei mille scudi in palio, ottenne per le “Operette morali” un solo voto.

Nibelunghi – Un ciclo epico, che non si presta alla drammatizzazione. È il parere articolato di Wittgenstein, musicologo forbito, nel diario che tenne a Cambridge nel 1930-22. Per un motivo: certa materia recalcitra alla forma. “Curioso è vedere come la materia si opponga alla forma”, è l’annotazione del filosofo. Che la corrobora col ciclo teutonico: “La materia dei Nibelunghi si oppone alla forma drammatica.  Essa non vuole diventare un dramma e non diventa un dramma, e si arrende solo là  dove il poeta o il compositore si decide a diventare epico”. Questo effetto Wittgenstein vede ne “L’anello dei Nibelunghi”, il Festspiel di Wagner: “I soli luoghi durevoli e autentici nell’«Anello» sono quelli epici, nei quali o il testo o la musica narrano”.
La conclusione è ironica: “Perciò le parole dell’ «Anello» di maggiore effetto sono quelle delle didascalie per la messinscena”.

Nietzsche – Tenne nascosto a lungo a casa, alla temibile sorella minore Elizabeth e alla madre Franziska, l’incontro fatale con Lou Salomé. “Cosi mi mantengo più indipendente”, scriveva alla sua fiamma. Era il 1882, aveva 38 anni, e baffoni spioventi, che gli coprivano la bocca e il mento, come un tricheco. Li portava spiritosamente: nelle foto di quell’estate sembra rigenerato, imbellito. Perfino alto, benché non lo fosse, con  un sguardo sereno, sicuro.
Ma sapeva il suo problema: “I solitari come me devono abituarsi lentamente  anche alle persone che per loro sono le più care”. Amava Lou, sentiva il bisogno di una relazione stabile, ma non sapeva vivere che da solo - si era abituato a vivere da solo. 

Monopolizzato, volgarizzato, in Italia da D ‘Annunzio. È per questo, anche, che D’Annunzio diventa dannunziano, un ducetto, estetizzante. Mentre Nietzsche passa per santo patrono, incubatore e pronubo, dei destini eccezionali – il nostro.

Antesignano di Trump? È la tesi di Paul Mason, sotto un titolo apparentemente anodino, “”Reading Arendt is not enough”. Dopo esserlo stato di Hitler e del nazismo Andando perfino oltre a quanto Elizabeth Förster-Nietzsche aveva voluto del fratello: “Nietzsche è il filosofo universale della politica reazionaria... Dice all’élite che le élite sono necessarie, ed è brutalmente chiaro che questo richiede una forma di apartheid sociale nel quale la maggior parte delle persone svolge «lavoro forzato»…. Idoltra il «tipo criminale»: per essere un supereroe al gangster manca solo  «la giungla, una certa forma della natura più libera e più pericolosa», nella quale possa dimostrare che «tutti i grandi uomini sono stati criminali e il crimine è parte della grandezza»”. E non è finita. “Perché questo importa? Perché, se vogliamo tracciare il filo che lega la barbarie del periodo coloniale, la diffusa adozione dell’irrazionalismo tra gli intellettuali europei degli anni 1920, l’ascesa dei nazisti al potere alla contemporanea vera-destra, esso si radica, soprattutto, nella dottrina dell’amoralismo e della supremazia biologica predicata da Nietzsche”.
Mason, eretto a filosofo in Italia, è un “giornalista, regista e personaggio radio” che con questo saggio promuove il suo ultimo libro, “A clear bright future: a radical defense of the human being”. Ma assimila Nietzsche a Hitler, nonché a Trump. Aggiugendovi una lettura strepitosa di Hannah Arendt, strepitosamente assassina: Arendt è una hitleriana in petto, che vuole “salvare” la Germania dall’ignominia: “Non importa quante cause progressiste ha patrocinato, la sua era una visione contaminata dall’ammirazione per la tradizione reazionaria tedesca nella filosofia cominciata da Friedrich Nietzsche” – a Hitler, nonché a Trump.
Troppe scemenze in due righe. Ma non solo dal Saggiatore e da Mimesis, Mason è accreditato pensatore dalla “New York Review of Books”, rivista e casa editrice rispettabile, che il suo saggio ospita in apertura:
Poi si dice che è tutta colpa di internet e dei social, che hanno aperto gli stazzi.

Lou Salomé – L’amore che non fu di Nietzsche gli veniva così descritta, quando era scappato a Messina, da Paul Rée, amico di entrambi, che conosceva Lou da prima di Nietzsche: “È un essere energico, incredibilmente astuto, con le qualità più femminili, quasi infantili”.

Sherlock Holmes – Raffles, il ladro gentiluomo, nonché giustiziere e giudice, inventato da W.E.Hornung a fine Ottocento, subito dopo Sherlock Holmes, è l’antitesi dell’investigatore che sa tutto. Hornung non per caso era cognato di Conan Doyle, ne aveva sposato la sorella.

Tedeschi - “Devo ben pagare il fatto di essere tedesco; è nel carattere dei tedeschi che essi diventino pesanti sopra ogni cosa, che ogni cosa diventi pesante su di loro” – Goethe, “Wilhelm Meister”. 

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Più occupati, meno reddito

Contrariamente alla percezione comune, l’occupazione è costatemente cresciuta in Europa nei quasi venti anni del millennio, malgrado la crisi. Nel totale dell’Europa gli occupati passano dai 314 milioni del 2000 a 342 nelle previsioni per il 2020. Con distribuzione uguale tra la Ue e l’Europa extra-Ue (Russia e Ucraina, oltre a Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda).
L’effetto negativo della globalizzazione, che trova espressione nei timori dell’opinione pubblica,  deriva dai livelli retributivi. Le statistiche sulla distribuzione del reddito non sono aggiornate da qualche anno e quindi sono poco attendibili. Ma la tendenza è netta verso una compressione untaria delle retribuzioni.

Meno nascite, più immigrati, più salariati

Diminuiscono le nascite in Europa, ma la popolazione cresce con l’immigrazione. L’occupazione aumenta, ma resta stabile in rapporto alla popolazione. Aumentano i salariati e diminuisce il lavoro autonomo.
Le statistiche demografiche registrano una crescita della popolazione in Europa, Russia e Ucraina comprese, di 15 milioni di abitanti tra il 2000 e il 2017. Mentre l’immigrazione è cresciuta di 25 milioni e mezzo. La popolazione è cresciuta dunque con un saldo negativo nascite\morti di oltre dieci milioni di unità.
Le statistiche del lavoro registrano un accrescimento del lavoro salariato, in percentuale perfino maggiore dell’occupazione : attività e lavoro autonomi si trasformano in attività e lavoro salariato. Nei vent’anni dal 2000, all’orizzonte 2010, la quota dei salariati passano dall’83 all’86 per cento dell’occupazione.
La progressione si ritiene tendenziale e inarrestabile, sulla scia della strutturazione del lavoro negli Usa. Dove la quota dei salariati sul totale dell’occupazione è di 9 su 10 (91 su 100 nel 2020).

Wittgenstein innamorato e beato

Il filosofo innamorato.  A Vienna per le vacanze di Pasqua il 25 giugno 1936 annota in codice: “Rientrato a Cambridge dopo le vacanze pasquali. A Vienna spesso assieme a Marguerite. Domenica di Pasqua con lei a Neuwaldegg. Per tre ore ci siamo baciati molto ed è stato bellissimo”. Marguerite Respinger, giovane svizzera di ricca famiglia, che ritorna spesso in questi diari, e resterà l’amore della vita. Inesausto perché lei, tra una seduta di baci e l’altra, decide di sposare un ingegnere agrario e andarsene con lui in Cile ad aprire una fattoria. Nel 1931 è in vacanza con Wittgenstein a Skjolden, in Norvegia. Ma l’anno dopo si sposa. Un’ora prima delle nozze Wittgenstein si precipiterà a dissuadere Marguerite, senza esito (Marguerite si giustificherà nel 1978 con un libro “scritto per i nipoti”), pur confessando: “Marguerite non immagina quanto io sia vecchio”.
Si ripubblicano dopo vent’anni, curati da Michele Ranchetti, i diari redatti da Wittgenstein - ne ha sempre tenuto uno, da quando era stato prigioniero a Monte Cassino - a Cambridge nel 1930-32 e in Norvegia, a Skjolden, fra il 1936 e il 1937.  Emersi nel 1996 dal lascito di un maestro di scuola, collega di Wittgenstein quando vole sperimentare l’insegnamento elementare, cui la sorella Margarete li aveva regalati come ricordo alla morte di “Luki”.
Con molta materia oscura, inevitabilmente, oppure inutile, essendo i diari veri, non atteggiati per la pubblicazione. Con riflessioni ritornanti sul modo proprio di essere, di pensare, di insegnare, di scrivere, di rapportarsi, e di sognare, “alla Freud”. Una sorta di autoanalisi frammentaria, da freudiano prima critico poi straiato: “Io soffro di una specie di costipazione spirituale”, “Ci sono uomini troppo fragili per andare in frantumi”, e così via. Con andamento aforistico, ma non di memorabilia, piuttosto di notazioni personali - alcune criptate.
Molte riflessioni sono sulla religione, su Cristo, i miracoli, la verità, Dio in terra, e su San Paolo. Con qualche pettegolezzo e molti apprezzamenti. Alcuni curiosi. Ingiusto quello su Frank P. Ramsey in occasione della morte prematura a 26 anni: un genio della logica matematica, suo adoratore, uno che aveva imparato il tedesco a diciassette anni incuriosito dal “Tractatus” dello stesso Wittgenstein, che a diciotto aveva tradotto in inglese, “lanciandolo”, a Cambridge e non solo, è liquidato in mezza paginetta, acida. Curiosamente negativo, peraltro, o sulle sue, Wittgenstein è nei confronti di molti: Clara Schumann, conoscenza di famiglia, il filosofo Moore, Freud, gli inglesi, anche loro con lui tanto generosi – “un architetto o un musicista inglese (un artista in generale), si può essere sicuri che sia un ciarlatano!”, “gli inglesi non capiscono nulla di pittura”, parlano con la patata in bocca, non sanno avere un contatto umano… Negativo, a più riprese, su Mahler. Ma in questo caso argomentato: Wittgenstein, come un po’ tutti in famiglia, era musicista e ottimo musicologo. Le notazioni sui grandi musicisti, Beethoven soprattutto, Mozart, Schumann, Bruckner, Mendelssohn, sono le più apprezzabili di entrambi i diari.
La parte storicamente più rilevante è nel diario di Norvergia, ed è la “confessione”, un tormento di più giorni. Nel 1936-37, con Hitler praticamente a Vienna, “Luki” scrive a un amico, conosciuto nella prigionia a Monte Cassino nel 1919,  di avere mentito, a lui come agli altri compagni a Monte Cassino, sulle sue origini, che sono ebraiche per tre quarti e non per un quarto, come aveva loro detto, anche se la famiglia è assimilata.
Un affare, questo della “confessione”, che si trascinerà anche in famiglia. Nel nome e per conto della madre, per liberare la madre da un peso. Che però si chiude, all’ultimo paragrafo, con un appello alla sottomissione che oggi suona sinistro - un appello insolitamente solenne, profetico: “Ebrei! Da molto tempo non avete più dato al mondo nulla di che vi ringrazi… Date nuovamente qualcosa per la quale vi spetti non freddo riconoscimento ma caldo grazie.  Ma la sola cosa che il mondo richiede da voi è la vostra sottomissione al destino. Voi potere dargli rose che fioriranno, non appassiranno mai”.
Wittgenstein resta uno che non può non dirsi cristiano, qui per molte pagine, 77-102, per quanto tormentate, in una “desolazione” eliotiana, del taccuino norvegese: “Come l’insetto ronza intorno alla luce, così io intorno al Nuovo Testamento”. Per radicamenti e per riferimenti, nella cultura cristiana, anche religiosa, avendo vissuto l’infanzia e la giovinezza, e poi nella riflessione: non c’è filosofo “cristiano” professo che abbia così tanti riferimenti alle Scritture. In forma di domanda, se non di risposta, di certezza. Sulla morte, e sull’“aldilà” – sulla retribuzione quale misura etica. Nella tendenza mistica risorgente – la “pazzia” – che sarà il suo trademark. “Tu devi vivere in modo da poter reggere alla pazzia, se essa viene. E la pazzia non devi fuggirla”. E a seguire: “Tu non devi interloquire tanto col Nuovo Testamento, può farti ancora diventare pazzo”.
Con una parentesi molto cristiana: “(La fede propriamente cristiana - non la fede – non la capisco ancora per niente)”. E con una professione di fede che sarà degli ultimi papi, delle encicliche “Deus caritas est” e “Amoris Laetitia”: “Questa vita è l’amore, l’amore umano per colui che è perfetto. E questa  è la fede”… «Tu devi amare colui che è perfetto sopra ogni cosa, così sarai beato”. Questo mi sembra il compendio della dottrina cristiana”.

Ludwig Wittgenstein, Movimenti del pensiero, Quodlibet, pp. 159 € 16,50



domenica 12 maggio 2019

Secondi pensieri - 385

zeulig


Antifascismo - È una forma di violenza anch’essa totalitaria, pregiudiziale. In guerra l’impegno è sempre totalitario e pregiudiziale, ma l’antifascismo lo è anche in pace. Un impegno esaustivo, e intollerante. Della vigilanza come imposizione.
È il condizionamento che, nell’impegno, ha risentito in Spagna Simone Weil, la cui defezione è solo in parte dovuta all’inettitudine, e poi anche Orwell. Succede quando l’impegno implica la violenza. Primo Levi, il gruppo di partigiani di Primo Levi, entrò in crisi quando condannò e giustiziò due ragazzi del gruppo per reati comuni, nemmeno accertati.

Empatia – Se ne tenta la legittimazione scientifica, neuronale, ma non ce n’è bisogno. Il fisiatra sa che funziona comunque, è un modo d’essere: “Se un paziente per un danno neurologico non riesce a svolgere nella riabilitazione una certa azione, vederla svolgere dal terapista stimola i meccanismi cerebrali giusti e questo facilita il recupero”. Non un’immedesimazione nell’altro, dunque, una “entrata” nel corpo dell’altro, ma una sintonia. Il dolore non si trasferisce, e neanche la gioia, per quanto contagiosa: si può condividere, per simpatia, ma non sostituirsi.
È un Mitgefühl, dice bene il tedesco, un co-sentire. Il potenziale comunicativo che si esercita, involontariamente, sulla lunghezza d’onda di altri. Edith Stein, che a 23 anni vi si applicò, per il dottorato, su suggerimento del suo professore di filosofia, Edmund Husserl, che da tempo era incuriosito dal concetto (gli appunti che veniva prendendo in materia confluiranno nella seconda raccolta di “Ideen”, a opera della stessa Stein), la dice “un’esperienza vissuta originaria, la quale non è stata vissuta da me, eppure si annunzia in me”.
La parola emergeva alla curiosità di Husserl dalla filosofia dell’arte - dalla pubblicistica in materia di fine Ottocento, che ne faceva largo uso, come oggi usa nelle rubriche di aiuto psicologico. Come una strada neo positivista all’anima -  alla memoria, il radicamento, la sensibilità, la fantasia, i linguaggi. Arrivare all’anima attraverso il corpo: i sensi, il cervello.
Husserl incaricava Stein di approfondire il “vissuto” di Max Scheler. Ripresa subito da Freud, l’empatia (anche “enteropatia”) è divenuta nozione centrale della psicoanalisi, con una notevole bibliografia. Psicologica è del resto la trama che su di essa ha imbastito la futura santa. Il parlare o comunicare è l’Io, “l’Io puro”. Una forma di compartecipazione, anche se si esprime in contrasto col “Tu” e col “Lui”. Oppure sgranandosi col “flusso di coscienza”. L’Io che si esprime è l’anima – “l’Io puro” è inafferrabile, e forse inconsistente, la “coscienza pura”.

Fascismo – Più – prima – che un’organizzazione totalitaria, è una semplificazione della politica.
Meglio: una riduzione di essa. A concetti basilari. Sul presupposto che Orwell individua a conclusione del saggio letterario su “Raffles e miss Blandish: “La gente venera il potere nella forma in  cui è in grado di comprenderlo”. In questo senso il fascismo è attuale.

Natura – “La natura non crea nuove forme, e nelle vecchie è sempre nuova” – L.Pirandello, “Taccuino segreto”, 16. È il mistero della creazione: fare, disfare, rifare. Misteriosa nelle origini, se un’origine è in tutte le cose – ma il “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il postulato della fisica classica?.

Nietzsche – Cercando il nuovo, tornò all’antico, secondo Lou Salomé, “Friedrich Nietzsche”, 105: “Egli credeva di essere approdato sulle coste di un mondo sconosciuto, ancora senza nome, immenso,, di cui null’altro era conosciuto se non che si dovesse trovarsi al di là di tutto ciò che può essre contestato con il pensiero, distrutto con il pensiero”. Ma si sbagliava, la sua “nuova terra” non era “al di là”: “Commetteva l’errore opposto di Colombo, il quale, cercando il vecchio, trovò il nuovo”. Era tornato, “senza accorgersene”, là da dove era partito, da là do dove pensava di essersi definitivamente allontanato, “da quando si era voltato via dalla metafisica”.
Una vendetta – il pensiero circolare, un “eterno ritorno”? Non improbabile: il rapporto di Lou Salomé con Nietzsche, di cui scrissi molto, dopo morto e celebrato, è ambivalente, per l’ambiguità del rapporto personale che aveva avuto con lui nel 1882. Ma non aveva torto: Nietzsche è un filosofo dei molti perché diffonde certezza robustezza, radicamento. Sotto forma di critica

È figura di culto dell’individualismo, del neo liberalismo seguito al crollo delle ideologie: il “maschio”, anche tra le femmine, il supermanager, lo squalo di Wall Street, l’artista in ogni sua forma, writer o Moma contemporaneo. Della morale della non morale. Nietzsche non è insensibile, e non va al galoppo, ma la sua “morale” è quella, adottata solo un poco.

Oriente – Orientarsi è cercare la direzione in ambiente sconosciuto, guardare a Oriente. Per lunga
tradizione. Dalla costa atlantica cantabrica al Medio Oriente, che anch’esso guarda a Est. L’islam guarda a Oriente. Ma già il tempio di Gerusalemme guardava a Est. “Orientamento” che i cristiani prima di Maometto ripeterono, disponendo i templi nella direzione Ovest-Est, invece che Nord-Sud come usavano i romani. 

Trasparenza – Si nutre di zone d’ombra, come la luce. Il massimo della trasparenza è la cancellazione dell’essere: dell’individualità, dell’attività. Tutto riducendo a massa, amorfa e in distinta. Nella comunicazione, e quindi nell’esistenza.
È tema fantascientifico, di “The Circle”. Ma è anche tema logico:  

Uomini – Sono creazione delle donne, come gli dei? È sottigliezza di Nietzsche quando assiste e consiglia Lou Salomé per un saggio che voleva scrivere (probabilmente “L’uomo come donna”, che scriverà alcuni anni più tardi). Al senso comune appare un controsenso, ma spiega la scomparsa del maschio. Oggi che la condizione femminile prevale, anche tra gli uomini. Di una donna che non è più interessata al maschio, alla sessualità a entrambi i fini del piacere e della procreazione.

zeulig@antiit.eu

La fabbrica di Pirandello


“O filosofi, abbiate tutti un cane!” Perché, chi vi dice che il cane, come il bruto, non abbia ambizioni? “Dio è soltanto nell’uomo. La filosofia s’impiccia dei soli uomini, come se nel mondo non ci fossero anche le bestie, le piante, le pietre. E come se in cielo non ci fossero le stelle!”. A seguire è l’ipotesi inversa, di quello che “si regolava come le bestie, egli era volpe”, e allora, “è imputabile la volpe delle sue azioni?”. Per una verità subito sancita: “L’unità è nella relazione degli elementi tra loro. Variando la relazione varia l’unità”. E subito dismessa: “Noi siamo quello di cui ci accorgiamo”.
Si è subito, alle prime righe, in Pirandello. Ma non in pensieri sparsi dell’adolescenza - o allora di un Pirandello eterno adolescente. Né in un diario, o uno zibaldone: il taccuino è un attrezzo di lavoro. Questo è, in edizione critica, il terzo e ultimo taccuino “segreto” ritrovato. Di un lascito andato colpevolmente disperso, biblioteca e “scartafacci”.
Un taccuino di un centinaio di pagine manoscritte, 105 qui a stampa. Rintracciato negli 1980 e comprato dai Beni Culturali. Di cui Annamaria Andreoli cura l’edizione critica. Con una documentazione in facsimile, la trascrizione per esteso, doppiato da una nota critica della curatrice. Una paziente diffusa ricerca degli echi del taccuino nell’opera di Pirandello, articoli, saggi, racconti, teatro. Rivedendo anche le edizioni “critiche” dei due altri taccuini scovati e pubblicati in precedenza, il “Taccuino di Bonn” e quello “di Coazze”.
 “Parole in cerca d’autore” le disse Lucio D’Ambra. Un “estesissimo prontuario linguistico”, dii di gerghi e costrutti, e un repertorio occasionale di immagini, considerazioni e battute di dialogo, degli anni 1912-1917, lo trova la curatrice di questa edizione critica, Annamaria Andreoli. Ripreso da Pirandello variamente in scritti editi: articoli, saggi, racconti, teatro. In “Uno, nessuno, centomila” in particolare. Ma anche in “Si gira…” e - la farsa dialettale “A giarra” (da cui pescherà a piene mani l’argot agrigentino di Camilleri) - in “Sei personaggi”. Di I cui la curatirce trova infiniti riferimenti, e forse tutti.
Una ricerca puntigliosa, quella di Annamaria Andreoli, ferace. Che testimonia di un Pirandello scrittore senza requie e senza soste – “la vita o si vive o si scrive”. Nonché glottologo acuminato e instancabile, che recupera costrutti di Dino Compagni, o di Edoardo Giacomo Boner, germanista messinese coetaneo, morto nel terremoto del 1908. Pirandello scrive. Scrive sempre, e molto rielabora, anche quando l’ha stampato, e molto butta via. Più che un’edizione critica, questo “Taccuino segreto” è testimone di una sorta di morbo della scrittura.
Luigi Pirandello, Taccuino segreto, Mondadori, remainders, pp. 217, ril., € 7,74