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lunedì 31 dicembre 2018

Ombre - 445

“Passa la manovra. L’Europa: vigileremo”, è il titolo del “Corriere della sera”. Non c’è analogo altrove, non c’è l’“l’Europa” a ogni virgola, a Parigi, o a Londra, o nei giornali tedeschi, e neanche spagnoli. Si fa in Italia per rendere l’Europa antipatica - per fare un servizio alla Lega? O per non sapere come riempire le pagine? Per provincialismo. L’Europa vigila, certo, che altro può fare.

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, si celebra quale “geniale” organizzatrice di “notti bianche”. Le feste offerte al popolo. Ecco come si eleggono le sindache: loro sono in sintonia col sentimento popolare.

Anche a Roma si fanno preparativi per la notte bianca di Capodanno con cantieri numerosi, grandi, febbrili come mai si erano visti, per nessuna emergenza. Tutto montato e finito in 24 ore. In una città in cui ancora ci sono le recinzioni per i rami abbattuti dal maltempo di febbraio. Dell’anno passato ormai.

“Centinaia di manifestazioni” a Roma per la notte bianca, “un migliaio gli artisti coinvolti”. E “suggestive installazioni” sorte in una notte. Come quando si facevano di notte i lavori urgenti, pronti per la mattina, ora si fanno per i circenses.Non è incapacità, è proprio la cattiva volontà che (non) muove le città: gli appalti. Si vede che Raggi ha trovato la chiave buona per tutti: nessun ricorso al Tar.

Si mette l’ecotassa per colpire Alfa Romeo, Jeep e 500. Cioè le macchine italiane. In difesa dell’ambiente? No, di Volkswagen-Audi e di Bmw.

Si diffida sempre della Fiat come della Juventus. Mentre la Fiat non ha un solo giornalista al guinzaglio, e Volkswagen sì. Ha anche deputati e senatori. Nelle passate legislature alcuni d Forza Italia e almeno uno del Pd.

Di Grillo e i suoi non è dato sapere, ma la sua “gestione” degli impianti sportivi – Olimpiade a Roma no, stadio della Roma sì – è sotto gli occhi di tutti. Eccetto che dei Carabinieri e dei giudici.

Carige fa un aumento di capitale da 520 milioni che dopo tre mesi non vale più niente. Zero, zero,  zero qualcosa. Dice che è il mercato. Ma dove sono gli advisor dell’operazione? Dov’è la Banca d’Italia? Dov’è la Bce? O è tutto un imbroglio? E Carige è poca cosa di fronte a dieci miliardi svaniti nel Monte dei Paschi in due anni.

La Procura di Roma indaga le imprese (onlus) che per conto dell’Ama (non) fanno il ritiro dei rifiuti urbani dai cassonetti. Ma con calma. Sono le quattro imprese che non avevano vinto la gara nel 2012 e avevano denunciato la 29 Giugno di Buzzi, vincitrice, per mafia. Facendo felice il Procuratore Pignatone, grande cacciatore di mafia – che di più mafioso di una cooperativa di ex detenuti? Che però la spazzatura la raccoglievano.

Mario Sensini documenta sul “Corriere della sera” l’implosione della Funzione Pubblica: “Tagli a imprese e istruzione, in tre anni 9 miliardi in meno”. E specificamente: “La scuola penalizzata per 4 miliardi, le imprese perdono 5 miliardi di incentivi. Con le deroghe, il costo delle pens1ioni va oltre «quota 100 miliardi». Più fondi per le famiglie ma anche per l’Unione Europea. Meno per immigrazione, beni culturali e soccorso civile”. Non ci saranno più terremoti? Basta e avanza per spiegare la decadenza dell’Italia. Ma come non detto.

Neo realismo Usa, o dell'ebetudine

Visto lontano dal clamore degli Oscar, un film malinconico,  della vita quotidiana in America come ebetudine. Nel Middle West, che negli Usa è il Sud Italia, dove il peggio si produce – il Sud avendovi conservato una sua nobiltà, per quanto perdente. Si dice questo “Tre manifesti” il film della “fine dell’American Dream”, ma è l’ennesimo, ormai non si contano più, ed è del genere demenziale, senza le risate. 
Non il pulp,  alla Leone o Peckinpah. Una sorta di “neorealismo” americano, introdotto nel 1975 da Altman, regista “europeo”, con “Nashville”, e dallo stesso indirizzato sulla stupidità – l’incantamento come stupidità. Una narrazione di forza, la forza dell’onestà. Di comunità confuse, nell’etica, nei generi, di donne virilizzate e uomini femminilizzati, nelle semplici convenienze quotidiane, senza un orizzonte.
Il commediografo irlandese McDonagh non può vederlo diversamente. Come già Wenders, in “Paris, Texas”. E i fratelli Coen con “Fargo” – anche loro americani ben “europei”, nel taglio della fotografia e del montaggio, nei dialoghi, nei “mostri”. Storie non di poveri e i ricchi. Non di cattivi e innocenti, violenti e buoni. Ma poveri, ricchi, buoni, cattivi tutti messi nella stessa rete, della stupidità: bere, cantare, sposarsi, lavoriccchiare, fare a pugni, bruciare, picchiare, essere picchiati. Senza odio e senza scopo.
“Tre manifesti” accumula una serie impressionante di eventi, anche drammatici, e molto drammatici, del niente: stupro, assassinio, tumore mortale, suicidio, incendi, aggressioni. Una sorta di catalogo redigendo dell’insensibilità – stupidità – made in America. Al meglio nevrotica. La vita di paese – di comunità – esibendo in una catena di nullità, imbelle, imbecille.

Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

domenica 30 dicembre 2018

Problemi di base euronei - 453

spock


“La moneta unica non unifica ma differenzia” (Giulio Sapelli)?

L’euro ha annullato l’inflazione o non la nasconde?

Se l’inflazione non c’è, perché i prezzi e le tariffe aumentano?

Nel 2002, con l’euro, “i prezzi raddoppiarono solo in Italia e in Grecia” (Romano Prodi)? E in Germania, e in Francia?

Se la politica di austerità è “stupida” (Prodi), come mai ad alcuni fa bene, a Germania e accoliti?

Perché l’euro benefico ha ridotto in venti anni il reddito disponibile delle famiglie italiane del 4 per cento – poi si dice che non si fanno figli e che l’Italia va all’estinzione?

Si dice euro per non dire Europa, non c’è di meglio?


spock@antiit.eu

Veneto borghigiano


Una raccolta di racconti pubblicata da Feltrinelli quando curava le “voci nuove” e i “franchi narratori” - preistoria editoriale, e letteraria. Ma Gabriella non era un’avventizia. I racconti hanno una cifra letteraria definita più vicini, in chiave veneta a lei contemporanea, anni 1950-1960, a Meneghello che a Parise, di entrambi condividendo una sorta di stupore di fronte alle cose e agli eventi. In un’Italia, anche, ancora borghigiana.
Una raccolta poi rimasta unica. Gabriella restò travolta dal Sud America, dalla politica sudamericana. Ottima retorica, impolitica. Dalle finte geografie della fame, che sono il motore del sottosviluppo – le finte, non la fame.
Gabriella Lapasini, I racconti del borgo


sabato 29 dicembre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (384)

Giuseppe Leuzzi


Vinte per un soffio le primarie per l’elezione a governatore dello Stato di New York, che potrebbero essere la sua terza elezione vincente di fila, Andrew Cuomo ha promesso che legalizzerà la marijuana, il cavallo di battaglia alle primarie della contendente Cynthia Nixon. La legalizzerà, ha detto, a protezione delle minoranze: “Le leggi contro la marijuana hanno disproporzionatamente colpito gli afroamericani e altri gruppi minoritari”, ha spiegato. Lo steso potrebbero richiedere i (giovani) calabresi che ne fanno (piccola) coltivazione, negli anfratti dei torrenti, demaniali. Coltivatori diretti.

In morte di Sandra Verusio, la “marchesa rossa” dei salotti romani, si rispolvera una sua vecchia intervista, 2006, con Sabelli Fioretti. Che richiama a un certo punto un complimento di Lucio Villari, uno dei suoi ospiti abituali. “Sara è una vera dama da intrattenimento”. Al che lei obietta: “È stato molto carino. Però è una definizione da uomo del Sud. Solo in Calabria potrebbero dire: «donna da intrattenimento»”. Che sarà suonato strano a Villari, che probabilmente non sa niente della Calabria. Ma avrà capito che era un modo di dire per rincularlo al fondo della considerazione.

Nella stessa intervista la “marchesa rossa” spiega come funzionava il suo salotto, chiamato “la Stabile”. Domanda: “La Stabile è tremenda: come avviene la decapitazione?” “Con piccole frasi, battutine fredde e poi una telefonata tagliateste”. “Il tagliatore di teste è Scalfari?” “Sì, ma come tutti i grandi capi non lo fa personalmente”. “E cioè?” “Scalfari fa capire e qualcun altro fa sapere”. Un metodo che la sociologia dei Carabinieri direbbe mafioso. A Roma, a sinistra.
Però, è vero che Scalfari è calabrese, anche lui.

Nel 1949 il film “Patto col diavolo” di Luigi Chiarini, su soggetto di Corrado Alvaro, “parla male della Calabria”: i deputati Dc calabresi protestano. Il rito si perpetua, a ogni film, o telefilm, o anche solo romanzo. Come il rito opposto, di dirne comunque male, dei deputati che protestano e della Calabria. Il Sud raramente sorprende, è frasi fatte.

Scrivendo nel 1951 contro la censura sul “Corriere della sera”, Corrado Alvaro spiega: “Al tempo del passato regime, le culture straniere e reputate nemiche, cui per decenza non si poteva impedire del tutto il passo, formarono la vita nazionale e la portarono alla fuga da se stessa e al disprezzo di sé”. La “fuga da se stessi” e il “disprezzo di sé” non sono dunque buone cose. Anche per la Calabria di Alvaro?

“La Lega cala al Nord e cresce al Centro-Sud”. Sempre il Sud, potendo votare, ha scelto l’alternativa peggiore.

Morire a Milano
Uno degli aspetti raccapriccianti dell’uomo, un tifoso dell’Inter, tranciato a metà da un suv nell’agguato, interista, a Milano contro i tifosi del Napoli il giorno dopo Natale, alle 7,20 di sera, è la sottovalutazione del caso, a Milano, per lunghe ore. Da parte della questura, pur diretta da un ex arbitro, testimone di molta violenza nel calcio, di Reggio Calabria, dove la violenza omicida si vuole il marchio urbano. E da parte dei giornalisti. Ancora la “Domenica Sportiva” su Rai 1, a mezzanotte, si limitava a menzionare, di passata, fra le tante chiacchiere, che prima della partita c’erano state schermaglie tra le opposte tifoserie, “con feriti, pare, da arma da taglio”. Un trasmissione che pure si fa in diretta, a Milano.
Non c’è colpa in questo, e comunque il morto era già morto, né gli spettatori avrebbero potuto farci nulla. Ma la sottovalutazione è una verità indigesta, la gestione della notizia.
Quando si fa antimafia, si fa tutto alle prime ore del mattino con comunicazione tempestiva e immagini ai primi notiziari Rai e poi per tutto il corso della giornata. Quando tre gruppi di tifosi interisti neo nazisti si mettono insieme a Milano, convergendo da Varese e da Nizza, e si appostano su una delle strade di accesso allo stadio ma lontano dai luoghi presidiati dalla Polizia, un luogo defilato da cui sanno, come?, che dovranno passare i tifosi napoletani, con punte da muratore, roncole, martelli, mazzette comprate per l’occasione, con l’etichetta ancora attaccata, e bastoni di legno, e c’è un morto in condizioni orribili, non se ne sa nulla.
Ci sono molti precedenti, purtroppo, di violenza dentro e fuori degli stadi, tra gruppi di opposte tifoserie, più o meno organizzate. A Roma, a Torino, nella stessa Milano, e altrove. Ma il Tg 1 trova solo da ricordare quello di venti anni prima a Catania, in cui morì l’ispettore Raciti.

La Magna Grecia micenea
Ci fu un periodo miceneo-minoico (miceneo si deve a Schliemann, 1878), fino al Mille circa a.C. Poi un periodo di “secoli bui”, di immigrati indo-europei – i dori – che occupano l’Egeo e le sue isole, riducendo i greci al silenzio. Fino all’VIII secolo, quando i greci, ispirandosi all’alfabeto fenicio, riacquistarono l’uso della scrittura – e fiorì Omero. Si dibatte se temi e assetti sociali dell’Iliade e dell’Odissea siano quelli dell’epoca micenea oppure dei “secoli bui”.
Ci fu una primavera micenea-minoica dunque, estesa anche a quella che sarà la Magna Grecia. Le migrazioni della fine del secolo VIII, verso Locri, Napoli, Ischia e Marsiglia erano state precedute mezzo millennio prima dai Micenei. I costruttori lapidei. I fedeli del Toro.
Una terza revisione della storia greca va messa in cantiere, dopo quella operata trent’anni fa da Einaudi, sotto la supervisione di Settis, che la Grecia collegò alla Mesopotamia e all’Egitto. Una pre-Magna Grecia che si ricostruisce lenta, anche di malavoglia, per i ritrovamenti di medaglie, monili, ceramiche. E per dare un senso alla toponomastica e alle costruzioni megalitiche.

Il Sud comincia a Teano Ovest
Nessuno ignora che il Sud comincia a Teano Ovest. A destra sull’autostrada scendendo verso Napoli. Tra i rivenditori di accendini. Di orologi mostrati in segreto - dentro i giacconi. Di telefonini. Che affollano-attorniano l’automobilista in sosta per esibire la mercanzia, con discrezione, supposta – con la supposizione della discrezione.
Questo alcuni anni fa, ora la stazione di servizio è ingigantita, ben pulita e ben servita. Ma alcuni anni fa la memoria, di una stazione che poi fu sempre evitata perché appunto troppo affollata, si presentava così. Era piccola. Con due baristi tra bancone e cassa. Che sapevano servire un torpedone in due minuti, di nordamericani, forse canadesi, in età che balbettavano parole italiane indistinte, tra le mezze minerali, non gasata, non gelata, non calda, e l’infinita serie dei caffè, lungo, ristretto, bianco, e cappuccini, per non dire dei sandwich tra i quali erravano perplessi, con ripensamenti. Il caffè era anche buono.

Il Sud al Nord
Non è difficile scrivere del Sud al Nord, del Nord come Sud: stranezze, sconcezze e malefatte. Rivoltare la carta – la proiezione di Mercatore.
O solo scrivere rovesciato. Scrivere del Nord come al Nord si scrive del Sud, come di un mondo remoto. Bizzarro, strano. È l’unica ricetta – l’unica via all’affrancamento. Sarebbe.
Perché si può fare, e si fa – probabilmente si è fatto. Ma dire, per esempio, il minestrone insipido come lo fanno i milanesi, tutto acqua, non porta a niente. Si dice, se si dice, inutilmente.
Il problema sorge non quando non è si è totalmente estranei - perché allora: o prendere o lasciare. Ma quando si è vicini, senza esserlo.
Al Nord questo gioco riesce meglio perché è lontano. Il Sud invece è attaccato al Nord, come un saprofita – nel vero senso, dell’organismo che si nutre di materia morta o in decomposizione, masticando i rifiuti del Nord.


leuzzi@antiit.eu

Gesuiti all’inferno, alle origini della saga


Ignazio è Ignazio di Loyola. Il suo conclave è quello che lo manda all’Inferno - il sottotitolo è “L’intronizzazione di Loyola all’inferno”. Dove Lucifero se ne fa il consigliere. Ma presto se ne stanca, Ignazio ne ha per tutti, per Machiavelli come per l’Aretino, per Galileo come per Copernico, e anche l’America ha scoperto, la parte utile dell’America. Lucifero se ne libererà mandandolo a fondare un nuova colonia infernale sulla Luna.
Dopo Ignazio, Lucifero ha avuto ricorso a Filippo Neri. Anche qui senza esito, i santi deludono il diavolo. Si procede senza respiro: è l’ennesimo libello antipapista del Cinque-Seicento, questo a opera del poeta e teologo John Donne. E il primo di una saga che rarà furore, la polemica anti-gesuita. 
Il tema è “for what can bee vainer then a Iesuit?”, che ci può essere di peggio di un gesuita, di un superficiale, vanitoso. Una libellistica che precede la crescita del movimento ignaziano, e sarà molto più vasta di quanto possa essere stato il dominio segreto perseguito dai gesuiti che denuncia. La persecuzione parte praticamente con la formazione dell’ordine ignaziano – in parte alimentata dagli stessi ambienti “romani”. Il libello, pubblicato anonimo nel 1611, quindi appena mezzo secolo dopo la creazione dell’ordine, a Londra, era venduto la domenica davanti alle chiese anglicane.
Una satira. Ma si ride poco. Quando a Lucifero, il great Emperour Sathan, Lucifer, Belzebub, Leuiathan, Abaddon, si presenta un Philippus Aureolus Theophrastus Paracelsus Bombast of Hohenheim, “Lucifero trema, come se fosse un nuovo Esorcismo, e pensò che poteva ben essere il primo verso di san Giovanni, che si usa sempre negli Esorcismi, e potrebbe essere stato tratto dalle Bibbie Irlandese, o Gallese…”. Freddure di questo tipo.
Ce n’è per tutti, salvo i nuovi scienziati. Cioè ci sono anche loro, c’è Copernico per esempio, con meraviglia di Lucifero, “perché non aveva mai sentito male della sua vita”. Ma è di Copernico come degli altri, Lucifero subito si ricorda che “i Papisti hanno esteso il nome, e la punizione, dell’Eresia a quasi ogni cosa”. Ma subito dopo non si ride più con Machiavelli, accasciato sotto una lunghissima perorazione, di “machiavellico” opportunismo (procede tra “traditore”, “disonesto”, “prevaricatore”, e apposizioni e attributi analoghi). Ignazio, “luogotenente, o Legato a latere” di Lucifero, rifiuta questo e quello, Machiavelli come l’Aretino, e Cristoforo Colombo – “se questo regno ha beneficiato in qualcosa dalla scoperta delle Indie Occidentali, tutto questo deve essere attribuito al nostro Ordine”.: 
Anche Maometto è senza speranza: “Maometto non ha alcuna possibilità di prevalere, E si deve accontentare di sedere, come già fa, ai piedi del papa”.
Donne avvia la polemica antigesuita per nessun’altra ragione che il loro impegno evangelizzatore, in Europa e fuori. Poeta detto metafisico, in una con la lettura del Seicento, ornato ed elaborato per essere non credente malgrado se stesso. E filosofo in realtà – o teologo, della “teologia negativa”, come più recentemente si dirà. Qui in veste di libellista spuntato. Colto, sa già di Galilelo, ben prima della questione galileiana, oltre che di Keplero discepolo di Copernico, e di Tycho Brahe. Ma abborracciato tanto quanto vuole mostrarsi arrabbiato. 
Antireligioso più che antipapista, Donne tutti manda all’inferno: “Può perciò essere religiosamente e piamente creduto che i turchi, come i papisti, arrivano quotidianamente in folle nei luoghi ordinari e comuni dell’Inferno”, 
John Donne, Ignatius his conclave, free online

venerdì 28 dicembre 2018

Il funerale della sinistra


Al funerale di Sandra Verusio, la “marchesa rossa” dei salotti romani, solo la politica di sinistra, D’Alema, Bertinotti, Augias, Annunziata. Che ancora cammina con le proprie gambe, senza badati, ma archeologia vivente, evidente. Politica prima che per età. In attesa che torni il fascino delle rovine?
Un’archeologia onesta, si dice, perché non si nasconde: non fa finta di non essere quello che è stata. Ma a suo modo sempre autocelebrativa, della propria onestà. A san Salvarore in Lauro, chiesa, con annesso ex chiostro affittato, dei ricchi e potenti.
Sandra Verusio non era marchesa, né di nascita – nata Supino a Pisa - né di matrimonio – i Verusio di Ceglie sono marchesi recenti a Napoli, per matrimonio con l’ultima Sisto Y Britto, ma non Giovanni, il mite avvocato marito di Sandra. Marchesa era l’appellativo che gli amici, compagni?, volevano, per darsi una sostanza. Una sinistra di nobili senza onore – senza aver mai fatto nulla di buono.
Sandra Verusio si voleva influencer – gratuita, s’intende, per conto di Krizia, e di Mariuccia Prada, le stiliste “rosse” lombarde. Che è un buon segno, la sinistra non è indigente. 
Sandra Verusio aveva un attico-superattico in centro “in una zona elegante di Roma”, una villa sull’A ppia Antica, una in Sardegna, una in Maremma, e una casa a Parigi. La metà delle “case” di Berlusconi, altro egotista sfrenato, in cerca di riconoscimento. Che Verusio odiava, di sincero disprezzo: succede nel mercato, con la concorrenza.

Cronache dell’altro mondo 18 - i perdoni

Bill Clinton è stato il presidente più prodigo di “perdoni” giudiziari, oltre 1.200. Oltre un terzo dei quali, 450, nell’ultimo giorno alla Casa Bianca, il “Pardongate”. Forse per annegare, si disse, quello del miliardario Marc Rich, un trafficante di petrolio e altre materie prime, con paesi e dittature  sotto embargo, o altre misure restrittive americane, evasore fiscale eccetera, contumace in Svizzera.
Prima di Clinton il record apparteneva a un altro presidente Democratico, Jimmy Carter, con 534 perdoni. Dopo Carter - il presidente che aveva lasciato l’Iran agli ayatollah e il Medio Oriente all’estremismo islamico, un po’ come fa Trump oggi con la Siria e lo stesso Iran - terzo in graduatoria veniva il suo successore Reagan, con 393 perdoni. Il successore di Reagan, predecessore di Clinton, Buh sr., si era limitato a 75.
Il presidente americano ha il potere di “grazia”, come ogni capo di Stato – il perdono. Che però esercita con ampia discrezionalità, piuttosto che a seguito di istruttorie burocratiche e per procedure definite. Sollevando in più casi il sospetto che si tratti di un esercizio corruttivo della grazia, dietro pagamento o per collusioni politiche. 
Rich aveva meriti non rivendicabili. Tra essi la fornitura di petrolio iraniano a Israele, un contatto stabile tra il servizio segreto israeliano Mossad, e i barbouzes iraniani di Khomeini, e l’Irangate, l’armamento della guerriglia nicaraguegna contra con gli sfioramenti sul commercio di petrolio iraniano sotto embargo – la guerriglia contro il regime di sinistra sandinista. Il suo “perdono” tuttavia andò sotto inchiesta giudiziaria. Furono critici, ripetutamente, l’ex presidente Carter e i capi democratici James Carville e Terry McAuliffe. Risultò che l’ex moglie di Rich, Denise Eisenberg, aveva fatto grosse donazioni alla Campagna senatoriale di Hillary Clinton a New York e alla cosiddetta Clinton Library, predecessore della Clinton Foundation. Un’altra inchiesta sui traffici levantini, questa volta in Iraq, lo schema cosiddetto Oil-for-Food, sempre per aggirare l’embargo sulle esportazioni di petrolio, in questo caso di Saddam Hussein, trovò Rich mediatore di almeno 4 milioni di barili di petrolio, otto-dieci grosse petroliere.
Il ministero della Giustizia di Bush jr., il presidente repubblicano successore di Clinton,  dovette aprire un’inchiesta sul perdono a Rich. La affidò a un giudice Democratico, la capa della Procura Federale, Mary Jo White. Che però non se la sentì di chiudere il caso. Finché Obama non la promosse alla presidenza della Sec, la Consob americana, liberandola dall’inchiesta su Clinton. Questa invece affidò a un esponente repubblicano, James Comey. Che pronto scagionò Clinton. E fu promosso da Obama a capo della Cia – è il Comey che poi Trump ha giubilato.

Resa dei conti con la Francia anonima

Si ammazza un grasso sottufficiale tedesco sotto l’occupazione nel Nord franco-tedesco. Non per atto di Resistenza. Né per altro motivo: si ammazza il grasso tedesco  come si ammazza il maiale. Scannandolo, con un coltello a serramanico svedese “che è una meraviglia”, giusto per provarlo.
Un atto gratuito, suggerisce l’editore. Col conforto di Simenon, che lo dice gratuito come le denunce anonime: “Chi non ha ammazzato almeno un uomo? In guerra o in altro modo… O con una denuncia, che è il metodo più semplice: non c’è nemmeno bisogno di firmarla col proprio nome”. Se non che l’atto gratuito è cerebrale. Mentre il mondo qui è animale, che la fame regola, e il sopruso, istintivo e accetto, senza nessuno spirito. Una Francia di infimo ordine, tenutari di bordello, borsari neri, e sbirri compiacenti. Spregevole e non vittima, senza limite alla abiezione.
Un libro “nerisssimo” di Simenon, più che “duro”, come vengono detti i suoi romanzi non centrati su Maigret buon’uomo. Una resa dei conti dello scrittore, nel 1951, col “lato oscuro” della Francia di cui fu vittima dopo l’occupazione tedesca. Passata l’ondata epurazionista dei patrioti dell’ultima ora, che a tutti i costi avevano tentato di coinvolgerlo nel collaborazionismo, con denunce anche non anonime, Simenon ne fa un ritratto crudele.
Con una curiosità meritevole di approfondimento nella storia dell’occupazione. Dopo l’assassinio, “il Comando d’occupazione offrirà una taglia, come sempre quando si tratta di uno dei loro,e a maggior ragione se si tratta di un graduato”. Ma non di più. “Un tempo avrebbero circondato il rione e frugato le case una per una. Tempi lontani, ormai; e lontano anche il tempo degli ostaggi”. Arresti sì, fucilazioni, forse torture, ma non retate, deportazioni, eccidi. Siamo nel 1943: ancora nel pieno della guerra vittoriosa, o Hitler gioca già in difesa? Non è detto. Ma non importa. Al Nord della Francia l’occupazione non era quella di Roma, di via Rasella e le Fosse Ardeatine, della decimazione, col fronte già a Anzio, né quella sterminatrice successive della valle di Stazzema e degli innumerevoli eccidi dell’Appennino Tosco-emiliano. La Resistenza italiana faceva più paura? I tedeschi disprezzavano l’Italia e rispettavano la Francia?  
Georges Simenon, La neve era sporca, Adelphi, pp. 266 € 18

giovedì 27 dicembre 2018

Cronache dell’altro mondo 17

Di che parliamo quando parliamo di Russiagate, delle elezioni americane manipolate da Mosca? Del dossier fabbricato e venduto da una (ex) spia inglese, a sostegno nel 2016 della campagna elettorale Democratica.
La rivista “New Yorker” ripubblica tra gli articoli memorabili dell’anno, della sua lunga serie di articoli contro Trump, il ritratto dell’uomo all’origine del Russiagate, la spia inglese Christopher Steele. Partendo dalla telefonata ricevuta da Steele a Londra a gennaio, su un cellulare schermato, non tracciabile, da un “amico a Washington” che lo informava di una inchiesta pendente contro di lui, promossa da due senatori repubblicani, per aver “mentito all’Fbi” a proposito del suo dossier sui rapporti fra Trump e Putin all’origine del Russiagate:
“Le accuse avrebbero solo accresciuto i dubbi sulla reputazione di Steele che gli si erano attaccati addosso dopo la pubblicazione del suo dossier, a gennaio del 2017. Il dossier tratteggiava un quadro schiacciante di collusione fra Trump e la Russia, suggerendo che la sua campagna elettorale aveva «accettato un flusso regolare di informazioni dal Cremlino, anche su Democratici e altri rivali politici». Affermava anche che esponenti pubblici russi avevano «coltivato» Trump per cinque anni, e avevano accumulato un potere contrattuale su di lui, in parte registrando video di lui in attività sessuali compromettenti, incluse frequentazioni di prostitute moscovite che, a sua richiesta, urinavano su un letto.
“Nella primavera del 2016 Orbis Business Intelligence, una piccola società di ricerche-investigazioni che Steele aveva fondato con un socio nel 2009, dopo essere uscito dall’M.I.6, il servizio segreto di spionaggio britannico, si era accordata per fare ricerca di opposizione (sic!) sul torbido rapporto di Trump con la Russia. Ai termini dell’accordo, Orbis era un subcontraente di Fusion GPS, una società di ricerca privata di Washington. Fusion, a sua volta, era sotto contratto con uno studio legale, Perkins Coie, che rappresentava insieme la Campagna presidenziale di Hillary Clinton e il Comitato Nazionale Democratico. Alcuni mesi dopo aver firmato il contratto, Steele seppe che, risalendo la catena, la sua ricerca era finanziata unitamente dalla Campagna Clinton e dal C.N.D.. In tutto, Steele fu pagato 168 mila dollari.
“Steele aveva passato oltre venti anni nell’M.I.6, gran parte dei quali occupandosi di Russia. Per tre anni, negli anni 1990, aveva spiato a Mosca sotto copertura diplomatica. Tra il 2006 e il 2009 aveva diretto l’ufficio Russia, nella sede londinese. Parla il russo, ed è considerato un esperto del paese”.

Spionaggio killer, a Bologna

Quindici anni fa una satira di “Washington”: Casa Bianca, Cia, Fbi, consigliori. Ma in particolare dell’intelligence, Cia e Fbi. E della stampa manipolata dalle due potenze della “controinformazione”, soprattutto i cronisti d’assalto, l’una contro l’altra, e entrambe contro la politica.
Non eccezionale, una sfida comune a Grisham come a Ellroy e altri scrittori americani di noir, di oggi e di ieri: l’intelligence in America non ha mai avuto buona stampa. Eccetto oggi, che non vi ha nessun titolo. Si legge perciò con curiosità raddoppiata oggi che l’America buona usa contro Trump i cattivi della tradizione, la Cia e l’Fbi, nel momento e nell’occasione in cui le due agenzie dimostrano a ogni evidenza tutta la loro incapacità, se Trump e i suoi elettori sono telecomandati da Putin. Uno scandalo peraltro che si sa montato per scacciare quello vero, che la Cia, la Nsa e le altre agenzie Usa controllavano e controllano elettronicamente tutti i politici, americani e non, fin nel gabinetto di decenza.
La conferma che la vecchia diffidenza era giusta: la Cia vuole eliminare un cittadino americano. Cosa che non può fare, la legge lo proibisce. Allora lo nasconde in Italia con una nuova identità, cioè lo mette nel mirino di chi altro gli voglia male – il cittadino americano trattava loschi affari. L’Fbi dà la caccia allo stesso uomo, ma in odio alla Cia.
Un racconto molto alla Graham Greene, di destini sommessi e sommersi - benché al centro degli affari del mondo. E di grande onestà intellettuale. Con le novità di cui veniamno a sapere oggi. Che ci sono hacker che penetrano e commerciano i segreti più segreti. Che c’è anche la Cina nel Grande Gioco, spietata dietro il sorriso, e invasiva. Che il potere residenziale di grazia si vende – il racconto è del 2005, quando era aperto lo scandalo, poi insabbiato, da Bush jr. e da Obama, delle grazie decise da Clinton all’ultimo giorno di presidenza. I sauditi già, come sempre, spendono molto a Washington. C’è già anche una donna a capo della Cia. Col mondo sordo delle squadre d’azione, cioè di killer, dei servizi segreti, dalla Cia al Mossad ai cinesi – il mondo che oggi sembra affascinare e dominare l’opinione.   
Uno dei romanzi italiani di Grisham. Questo tra Treviso e Bologna. Col solito contorno scolastico per il pubblico turistico, di opere d’arte e culinarie.  Ma, miracolo, senza un solo errore di compitazione nelle migliaia di parole italiane interpolate nell’originale. Oltre che, altro miracolo, senza fare, come è l’uso americano, una stranezza degli usi non americani – che sembra poco ma è eccezionale nella letteratura Usa odierna.
John Grisham, Il broker, Oscar, pp. 350 € 12

mercoledì 26 dicembre 2018

Secondi pensieri (371)

zeulig


Collera – È la chiave di tutte le forme di hubris: eccesso, superbia, tracotanza. Dello scoppio irrimediabile, non calcolato, della hubris, l’emportement, l’impeto d’ira. Non l’ira, che risponde a una storia, ma un impeto – anche contro ogni ragione e il proprio interesse. Di cui non si analizza più il senso e non si coglie l’estensione-istruzione nel dramma antico – l’“Iliade” è ben il poema della hubris, della colera, del pelide Achille come del pio Ettore. Per il sopravvenire col Cristo di una concezione lineare del male e del bene.
La distruttività senza scopo è ben caratteristica dell’agire umano. La collera come il riso, dunque.

Divino – L’infallibile e l’immutabile sono attributi recenti. Fino a non molti secoli fa le divinità erano fallibili, e non sempre le stesse. Il senso del divino è nato come estrapolazione alternativa del reale – un tentativo di metafisica non metafisica.  

Eroismo – Si è rovesciato di segno. Era il sacrificio di sé per qualche opera, o segno, o ideale, o per una persona, a sua difesa o a difesa della sua memoria. Era generoso. È da qualche tempo, esibito, il segno di una debolezza o mancanza, a petizione di benevolenza.
È l’ipostatizzazione dell’accattonaggio, sia pure di sentimenti e passioni e non di centesimi, ma nello stesso ordine di grandezza. Senza essere un messaggio democratico, una domanda di libertà, di estensione della libertà. Al contrario: è una forma di domesticazione degli impulsi, nel segno dell’obbedienza o servitù – accettazione della condizione di bisogno.

Filosofia politica – A un certo punto, sconfitta la Germania, Hannah Arendt dichiara la filosofia politica inesistente, e anzi impossibile. È possibile che i filosofi non sappiano pensare la politica, come Hannah Arendt sostiene pretendendosene scienziata, da Platone a Heidegger. Compreso, chi l’avrebbe detto, Aristotele, per via di Alessandro Magno, il miglior allievo. Dunque la filosofia politica non esiste. Da Cicerone e sant’Agostino a san Tommaso, Hobbes, Kant, gli illuministi e Hegel, e nelle questioni di antichi e moderni, sembra che essa sia possibile, ma è politica, non filosofia. Se non che la filosofia c’è tutta, in questo ragionamento.

Ma non è il solo “ma”: soprattutto è vero che non si comanda all’amore. Analizzando l’assolutizzazione della tecnica, e il rifiuto dell’azione, collocata nel “si”, fra l’impersonale e il mediocre, H. Arendt dichiara nei Sechs Essays, con l’accordo quindi del curatore Jaspers, Heidegger “non politico”. Lo colloca così un gradino sotto Aristotele e Kant, ma lo mette al riparo dal nazismo.

Modernità – Si direbbe detrattiva, diminutiva – la modernità nel senso della contemporaneità.
Non al modo che si dice delle epoche di decadenza - quella di Santo Mazzarino: dei pensieri tristi autodistruttivi. No, il culto della crisi, l’aura di depressione collettiva, che insemina e incrementa quale terreno e veicolo di crescita e sviluppo metodologie e pratiche che si impongono distruttive. Una modernità dispersiva nel modo stesso dell’accumulazione.  
Del reddito. Della distribuzione del reddito, restrittiva. Del risparmio, non più protetto, e anzi bottino non proteggibile. Degli investimenti, ora che si fanno a debito e non più a risparmio. Della creazione di lavoro. Il consumo imponendo, distruttivo.
Della riproduzione. Niente occupazione (reddito) stabile, niente casa, niente assistenza alla maternità, niente figli. La riproduzione sostituendo con l’immigrazione, forzata, violenta.
Del tempo. Con l’innovazione continua. Con l’obbligo della simultaneità. Della mobilità come Ersatz dell’inattività o irrilevanza.
Della comunicazione – il collante sociale. Con la gestione dell’informazione. Le fake news. Il pettegolezzo sostitutivo. 
Una modernità creativa, come ogni modernità, ma di distorsioni. E a perdere.
Epoca di monopoli, si sarebbe detto ancora due generazioni fa - la realtà restrittiva e la informazione disinformativa. Che ora imperano a buon diritto.

Natura – “La natura non tende alla conservazione dell’individuo, bensì a quella della specie”, è il messaggio di Darwin che i vecchi documentari Disney sulla vita nella natura veicolavano. Documentari di fioriture, lente, e di distruzioni, immediate, radicali: frodi, tranelli, tradimenti a fini unicamente distruttivi, distruttivi per sé, nemmeno come “mors tua vita mea”, e cannibalismo a nessun fine.
La natura tende alla conservazione della specie “natura”? La natura tende e non tende alla conservazione, nemmeno di se stessa, ogni elemento naturale contro l’altro, e anche contro se stessa, il suo principio vitale o attivo, della conservazione. Non è finalista – razionale. Nemmeno nella forma di causa ed effetto – di un principio materiale di razionalità. Non può esserlo: è circa per essere amorfa. L’elemento vitale di cui è portatrice è amorfo.

Ricordo – Per i greci la rinomanza, il κλεος, è l’unica possibilità per gli uomini di guadagnarsi un po’ d’immortalità – è il concetto d H.Arendt, “La crisi della cultura”, “nel cosmo in cui tutto è immortale eccetto gli uomini”: “La capacità umana d fare, questa era la memoria”.

Simultaneità -  Abroga il tempo. L’effetto pratico è evidente nell’epoca attuale della comunicazione istantanea universale. “Molta della calma antica proveniva dal fatto che dei drammi agitanti la storia quotidiana l’eco arrivava quando il fatto era già al suo epilogo, C.Alvaro, “Al cinema”,76. È il principio della storiografia, che  dunque è anch’essa perenta.

Viviamo nell’ “epoca dell’immediato” e anzi nel suo culto – che è anche un “culto del presentismo”, ora, qui e ovunque. Agli antipodi però dell’uomo che si voleva “occidentale” – Sylvain Tesson, “Un’estate con Omero”: “Il culto del presentismo si situa all’esatto opposto del desiderio d’inscrivere i propri atti nella lunga durata. Il Greco antico non è l’uomo di Zuckerberg. Non vuole incollarsi allo schermo dello specchio come l’insetto sul parabrezza del presente. Le reti sociali sono imprese di disgregazione automatica della memoria. Appena postata, l’immagine è dimenticata. Il nuovo Minotauro del World Wide Webb ha rovesciato il principio dell’immortalità. Gonfiati dall’illusione di apparire ci si fa assorbire dalla matrice digitale, grande sacco stomacale”. peribilità  

Viaggio – È passione inesauribile? Jankélévitch ne accenna, in “L’Irreversible et la nostalgie”, a proposito di Ulisse, inquieto anche dopo il ritorno a Itaca, e il trionfo sui Proci. Parte di un’inquietudine che è una sorta di nostalgia di un “altrove”. Da collegare all’irreversibilità del tempo: non potendo ritornare al passato, la chimera del ringiovanimento, si devia la ricerca sullo spazio, che “si presta docile a tutti i nostri andirivieni”.
Ma allora, più che una passione, un sotterfugio?
Resta l’instabilità come dato di fatto, della condizione umana. Il nomadismo, pratico, intellettuale, sentimentale. Una dromomania non solo, non prevalentemente, fisica. E non dipendente da volubilità, o incostanza di carattere: il carattere forte è il più instabile.


zeulig@antiit.eu

Quando il cinema era arte


Un film vecchio, del 1937, il primo lungometraggio cartone animato (in cel animation, o tecnica del rodovetro), il primo film a colori della storia, uno dei primi musical, su una storia delle più piatte dei fratelli Grimm, con pochi, pochissimi, numeri, tre o quattro scene in tutto, che però emoziona. Ancora emoziona. Una sorta di certificazione che il cinema è – era – arte.
Walt Disney, Biancaneve e i sette nani

martedì 25 dicembre 2018

La vera storia del mondo

Dio creò il mondo distratto. 
Una cosa tira l’altra e, dal momento che il tempo era nato e doveva trascorrere, Dio creò molte cose. Non ogni giorno, non con attenzione, molte cose vennero male, ma col tempo infine numerose. Finché creò un uomo, e poi una donna, che pretesero di conoscerlo e anzi di somigliargli, dicendosene figli. Ed è da allora che ha smesso di creare, e anzi se gli capita annienta quello che ha creato. Questa pretesa lo indigna, di fargli da specchio.

Follie di gruppo a Roma

“L’unica legge che regge è la leggerezza”, aforisma di rara eleganza, attribuito a un Claudio Montuori, “uomo Uccello di Torpignattara”, dà la cifra della raccolta, divertita e bonaria: un appetizer, di storie bevi e brevissime, di folli per lo più, e di follie sui folli.
Uno dei repertori di matti censiti città per città da Nori per Marcos y Marcos - un’invenzione di Roberto Alajmo a Palermo, adottata ed estesa da Paolo Nori, il poligrafo, russista emerito, parmigiano. Di cose viste o raccontate. Qualcuna satirica, specie su Alemanno - “Uno si chiama Gianni…”. Ma più efficace su Veltroni, innominato: “C’era un periodo in cui al Campidoglio ci trovavi quasi tutti i giorni un tale che era stato segretario della Federazione giovani comnisti italiani, consigliere comunale del Partito comunista italiano, direttore del quotidiano «l’Unità», organo di stampa del Partito comunista italiano, responsabile della propaganda dl Partito comunista italiano, e che in un’intervista, dopo che il Partito comunista italiano non c’era più, aveva dichiarato di non essere mai stato comunista”. Anche dispettose. Su Ingeborg Bachmann, innominata: “Una era quella austriaca che aveva deciso di vivere a Roma. Faceva la scrittrice e la poetessa, e parlava del dolore. Viveva a Roma ma scriveva di Vienna e questo le creava un po’ di confusione. Prendeva medicine e qualche volta beveva troppo…”. O su De Rossi, il calciatore della Roma, che a furia di aspettare di subentrare a Totti sarà stato “tutta la vita Capitan Futuro”. Con ritratti brevi ben pregnanti, Anna Magnani, l’innominato Trilussa.  
Briciole improntate sul limerick, ma in trattamenti sciolti. Una forma anche sociale (scolastica?) di scrittura: Nori ha compilato il repertorio, assicura, con una ventina di collaboratori volontari, che cita a coautori, con scambi di gruppo per tre mesi in una libreria romana. In realtà un repertorio aperto (interminabile) di romanzi in nuce, di idee di romanzi

Paolo Nori (a cura di), Repertorio dei matti della città di Roma, Marcos y Marcos, pp. 197 € 10

lunedì 24 dicembre 2018

Il mondo com'è (363)

astolfo


Donna italiana – Corrado Alvaro, l’inventore del “mammismo”, aveva in contemporanea fato anche l’anamnesi della “donna italiana”. Nella recensione del film “Bellissima”, di Visconti, per Anna Magnani – il 12 gennaio 1952 sul “Mondo”. Un’anamnesi vecchia ormai di quasi settant’anni, e quindi sorpassata. Ma storicamente non inutile.
Nello stesso anno Alvaro riprenderà il tema in un breve saggio che intitolerà “Il mammismo”, sul ruolo centrale della donna nella famiglia. Una sintesi che viene ascritta alle origini calabresi dello scrittore, come se avesse voluto dare consistenza nazionale allo stereotipo della donna mediterranea, cioè della “donna del Sud”. Ma Alvaro aveva un’altra idea del modo di essere e del ruolo della donna. Nella recensione, che intitolò “Ritratto di donna”, porta l’ammirazione incondizionata che gli hanno suscitato l’attrice e il regista verso considerazioni di ordine più generale: “Il fatto più notevole è che non si tratta dell’interpretazione di un personaggio in condizioni eccezionali e romanzesche, ma di una donna della classe media, romana, in alcune giornate di vita e in un piccolo romanzo delle illusioni e delusioni quotidiane. Alla fine, abbiamo un ritratto di donna italiana, di quelle che hanno spazientito tanta letteratura e che è stato sempre ambizione di scrittori italiani e stranieri poter raffigurare”.
Lui non se lo propone, ma proseguendo l’incantata recensione lo abbozza, sempre desumendolo dalla interpretazione di Anna Magnani e di Visconti. Che sono riusciti a tirare “le scene di vita quotidiana fuori della convenzione salottiera” nella quale sono avvolte “nei film e nel teatro italiano” – “la naturalezza e l’istintività che corrono le nostre strade, raramente si ritrovano sulla scena”. In Anna Magnani trova “un repertorio completo” della donna italiana. Che così raffigura: “Quella mobilità, quel miscuglio di fantastico e di pratico, di capacità d’illusione e di realismo; quella sessualità ignara che pare sempre sul punto di cedere e che ha un ritegno in qualche cosa di molto profondo, quella ostinata fedeltà fondamentale, quell’esperienza d’uomini e dei loro desideri formatasi attraverso una pratica ancestrale di difese e di sapienza degli inganni; quel senso del pericolo che una bella donna nostra sa di portare n sé con la misura esatta del dramma che ella può scatenare; quei momenti di debolezza subito ripresi; e l’attaccamento al nucleo familiare; e il culto dei figli come volontà di potenza familiare.  

Manomorta – È la tara dell’Italia, della borghesia italiana. L’appropriazione dei beni ecclesiastici – la “manomorta”, in teoria inalienabile. A partire dalle leggi Siccardi del 1850, con un’esplosione negli anni 1860-1862, da prima ancora della spedizione dei Mille, per la spartizione dei beni negli ex Stati papalini, e poi nell’Ex Regno borbonico, in Sicilia soprattutto e a Napoli. E ancora dopo, dopo Porta Pia. L’appropriazione di beni architettonici e culturali a fini privati, di pochi speculatori.
Palazzi, collezioni, giardini urbani edificabili, e subito edificati. Opere pie umanitarie, di assistenza ai poveri e ai malati, smantellate. Perfino gabinetti scientifici, come quello gesuita al Collegio Romano a Roma, smantellati e svenduti. Tra “compari” di governo. Con entrate minime o nulle per lo Stato. Senza nemmeno un verbale di acquisizione – la storia della manomorta ecclesiastica appropriata dallo Stato italiano, cioè dagli “amici degli amici”. Quando in vece le regole erano chiare.
In precedenza il timorato regno borbonico aveva requisito i beni della chiesa, in occasione di grandi catastrofi, come i terremoti. Ma redigendone minuta di acquisizione, e dando conto del loro uso, dopo averli costituiti e amministrati in apposito titolo, della Cassa Sacra.
In precedenza ancora l’ultima dei Medici, Anna Maria Luisa dei Medici, l’ultima del casato fiorentino, legava i beni di famiglia allo Stato, consentendo di avere gli Uffizi, l’Accademia e tutti i palazzi ancora in bello stato. Elettrice palatina per matrimonio – era andata sposa a un principe tedesco, avendo Luigi XIV e la corte di Spagna impedito che si costituisse per matrimonio un regno del Piemonte-Toscana, primo nucleo dell’Italia – era tornata a Firenze per prendersi cura dei beni di famiglia alla morte del fratello Gian Gastone, l’ultimo granduca, nel 1737, e salvarli dalla dinastia dei Lorena, che le potenze europee imponevano a Firenze. Tre mesi dopo la morte del granduca, il 31 ottobre dello stesso 1737, con un Patto di Famiglia subito pubblico lasciava i beni dei Medici, con semplicità a chiarezza, “per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico, e per attirare la curiosità dei Forestieri”. Dopo avere espressamente proibito che la nuova dinastia potesse “levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje, ed altre cose preziose”. Non era difficile.

Masse - La “civiltà delle masse” è degli anni 1920. Avvertita come un esito della guera, un fatto storico: le masse tenute al fronte per cinque anni non erano più “fuori del mondo”. Ma come un’evenienza negativa; di appiattimento culturale, incapacità politica, rischio d’ingovernabilità sociale. Una polemica di cui fu subito culmine e motore “La ribellione della masse” del filosofo spagnolo Ortega y Gasset, 1930. Una polemica quindi che fa un secolo, senza che antidoti siano stati trovati. Ma nemmeno proposti: la polemica è infatti viziata dal risentimento, come ogni polemica intellettuale, senza sostegno sociologico. Sociologicamente si propone come un collo d bottiglia perdurante, se dopo un secolo le masse sono sempre i barbari alle porte.

Piccolo borghese – Il termine torna indicativo per questa fase politica italiana – finite le ideolgoie, e finita anche la funzione trainante delle élites, culturali e politiche. Il Kleinbürger di Engels, il rabiat gewordene Kleinbürger, il piccolo borghese arrabbiato-furioso. e dello stesso Marx. Dell’equivalenza mediocrità, buon senso, grandezza. Autoreferente, ma in riferimento a una forma incontestabile di uguaglianza, dell’uno che vale uno – o al buio tutti i gatti sono grigi. Ma, si direbbe, di una mediocrità buona per i periodi di gestione, non per l’innovazione, per il cambiamento quando si impone. Ovvero: la soluzione può venire comoda per arrivare al successo, ma poi il piccolo borghese non può che gestire l’esistente, bene o male.
Malaparte, che sull’immagine di un Lenin piccolo borghese ha costruito il suo biopic del fondatore del bolscevismo, lo vede all’apogeo quando può infine rinunciare alla rivoluzione, per una “nuova politica economica” che è la vecchia, anche se deve deludere i suoi compagni di sempre, l’uomo di mano Trockij per primo: “Finis, le grands gestes, le avventure pericolose, i colpi di testa, i tours de main, les jeux du hasard, finis, les foules massées dans les rues, le mitragliatrici ai crocicchi, le bandiere rosse sui campi di battaglia, i rulli dei tamburi, l’ebbrezza della vittoria, l’orgoglio di poter «briser d’un coup de poing l’horizon da sa destinée»”. Tutti dovranno diventare funzionari dela rivoluzione.
E ancora: “La grandezza di Lenin”, il buon’uomo, il piccolo borghese, “è fatta di piccole cose. Il suo genio ardente e meticoloso, la sua volontà al tempo stesso timida e violenta, non sono che un’insieme di sentimenti e qualità mediocri. È la mediocrità del genio e del carattere di Lenin che, sola, ha salvato al rivoluzione bolscevica. Là, dove Cesare, Cromwell, Napoleone auraient échoué, Lenin è riuscito”.
Il piccolo borghese ha connotazione negativa nelle lingue europee, sinonimo di filisteo, o conformista intellettuale, e di conservatore contro i suoi stessi interessi, per invidia sociale, e di massa di manovra della propaganda, o opinione pubblica. “Il piccolo borghese” di Bernanos “dipende interamente dall’ordine stabilito,che ama come se stesso”. Ma può lasciarsi anche trasportare dalla collera – In Francia anzi è frequente, per i “gilets jaunes” e altra sollevazioni analoghe. È l’orizzonte che definisce il piccolo borghese. Che può essere più produttivo se limitato.                                                 
astolfo@antiit.eu                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         


L’eroismo a Caporetto


Trascurato nelle rievocazione della Grande Guerra nel lustro scorso, ripreso solo in Francia, in questa edizione del 2012, ne è la testimonianza forse più veritiera. Dopo Hemingway, “Addio alle armi”, che però viene qualche anno dopo Malaparte. Con Caporetto, qui come in Hemingway, al centro della rappresentazione. Ma segno dell’eroismo di un popolo disprezzato, non della disfatta, o dell’inutilità della guerra.
Ripubblicato in francese col titolo originale che lo scrittore volle nel 1921. Successivamente riedito  come “La rivolta dei santi maledetti”. Anche Malaparte, come poi Hemingway, sa di che parla, perché è stato a lungo al fronte, in Italia e in Francia. Il racconto è del sacrificio assurdo di centinaia di migliaia di giovani, in condizioni sempre difficili, rese impossibili troppo spesso da comandi incompetenti e insensibili. E sempre la menzogna patriottica: una propaganda che non tiene in alcun conto la carneficina.
Non una provocazione. Un racconto di denuncia a ragion veduta. Quando Malaparte lo pubblica, nel 1921, ha solo 23 anni, ma è reduce già dal servizio diplomatico, nel quale era entrato a guerra finita, in missione a Varsavia. Il suo racconto verrà sequestrato e censurato tre volte, tra il 1921 e il 1923.  
Curzio Malaparte, Viva Caporetto!, Les Belles Lettres, pp. 132 € 17

domenica 23 dicembre 2018

Problemi di base cinesi - 462

spock


“Leader dell’anno” il “Corriere della sera” sceglie Xi Jinping: ci ha comprati tutti?

Ma ci paga?

Farà grandi di nuovo Inter e Milan?

O la via è quella cinese, tutti a reddito basso, per il bene della classe dirigente?

La Via della Seta a Sud, via Africa, l’Eurasia a Nord, via Russia: cos’è, un ventaglio, morbido?

Una tenaglia?

Huawei, che sarà la nostra telefonia di prossima generazione, è dell’esercito cinese: è un esercito di comunicatori?  

Sono sempre loro, i cinesi che esistevano cinquemila anni prima di noi?

spock@antiit.eu

Il populismo confuso

Arrivato ai pensionati residenti all’estero da più di cinque anni che ritornano in Italia, prendono la residenza in un paese del Sud, e pagano solo il 7 per cento di Irpef, per cinque anni, uno non ride, si sconforta: ma è possibile? Oppure ad alienarsi i pensionati da 1.500 euro, cioè tutti gli ex lavoratori dipendenti, pubblici e privati, vessandoli e tassandoli, per pochi inutili spicci. Questo non si faceva neanche nelle manovre della Seconda Repubblica, per esempio nel 2002, il primo di un governo tutto Berlusconi, quando i conti furono ricalcolati per passare da un meno 0,5 per cento a un più 0,5 per cento. O la ecotassa, cosiddetta, che dovremo pagare a chi compra Bmw e Mercedes, un sacrificio ai molossi. C’è perfino, perché c’è, tra le pieghe e contropieghe della “manovra”, il salvataggio del padre di Di Maio dalle inchieste penali. E il volontariato che pagherà le tasse come una multinazionale? È la patente, via condono, ai fisioterapisti abusivi?
Per non dire delle cose serie. Eliminare gli investimenti pubblici, mentre tutta Europa li moltiplica. In una congiuntura internazionale di rallentamento, se non di recessione. O tassare le banche e le assicurazioni, che puntualmente presenteranno il conto a correntisti e assicurati. O ridare a Comuni e Regioni libertà di rincarare Imu, Rasi e addizionali. O la politica estera dell’ambascatore itinerante Di Battista, da un anno insabbiato in Sud America, con la misera paga guadagnata da parlamentare – e il suo non è turismo sessuale.
Non si può parlare male del governo gialloverde, perché è stato eletto, e quindi bisognerebbe parlare male di chi lo ha eletto, cioè di noi. Ma sorprendersi sì: non c’è limite al peggio?
Sarà pure populismo temibile, ma è confuso. Dice: sono giovani. Ma i giovani non sono scemi.
Certo, una popolazione che si vede ridotte le pensioni e le cure, e aumentare i disservizi e i servizi, con qualche tassa in più qua e là, e non protesta, anche questo è da vedere – saremo tutti del parere, come diceva quello, che “le tasse sono belle”.