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sabato 10 marzo 2018

Problemi di base filosofici (403)

spock

La Germania rinuncia alla filosofia tedesca, il mondo no: c’è un perché?

È la filosofia necrofila, amante della fine?

Filosofare la fine per non finire - non avere altro da dire?

Dal nulla tutto, nel tutto nulla?

“Ogni «rivoluzione» non è mi abbastanza «rivoluzionaria» (Heidegger)?

“I negri, come ad esempio i bantù, sono fuori della storia” (Heidegger)?

“Viviamo in un tempo in cui ci interpellano senza posa poteri inquietanti” (E. Jünger)

spock@ antiit.eu

Heidegger kabbalista

Una cultrice della materia fa i conti con l’antisemitismo del suo profeta Heidegger, nei “Quaderni neri”, prima e dopo. Da heideggeriana sempre di ferro, non pentita.
Donatella Di Cesare se ne è fatto anzi un programma. Che così spiegava a Antonio Carioti, presentando questo lavoro alla prima edizione. Allora nota come vice-presidente della Fondazione Heidegger, a marzo 2015 si era dimessa, dopo le dimissioni del presidente, Günter Figal, quando aveva letto i punti controversi (antisemiti) dei “Quaderni neri”, ma professandosi ben heideggeriana: “Figal considera quei brani rivoltanti e non vuole più essere collegato a Heidegger. lo al contrario ritengo che proprio i Quaderni neri impongano di approfondire e ampliare il dibattito su quello che rimane il più importante pensatore del Novecento, per capire le origini filosofiche del suo antisemitismo».
All’inizio c’era Lutero
Una riedizione lievemente aumentata, a un anno dalla prima, e dopo molte ristampe. Per tenere conto del volume di “Quaderni neri” successivo ai primi tre, 1931-1941: le “Anmerkungen” I-V, 1942-1948. Con un uso per una volta funzionale, significante, della terminologia originale tedesca, non oppositivo – ma i rimandi ai “Quaderni neri” purtroppo non sono stati aggiornati sulla traduzione italiana intanto intervenuta, per i primi tre dei quattro volumi che raccolgono i taccuini (la traduzione del quarto e ultimo, 1942-1948, si annuncia per maggio), e sono quindi inutilizzabili: il décalage  nei rimandi è di circa 15 pagine in più, per l’edizione italiana (anche di altri titoli, per es. Valéry, “La crisi del pensiero”, non si dà il riferimento all’edizione italiana). Centrale alla trattazione la parte terza, “La questione dell’essere e la «questione ebraica». Centrale per il lettore è la parte seconda, la breve, sorprendentissima, storia dell’antisemitismo nella filosofia tedesca, a scuola dalla teologia di Lutero, l’inventore della Ausrottung degli ebrei, della Vernichtung, l’annientamento, lo sterminio (i suoi “Judenschriften” ebbero larga diffusione negli anni 1920): “La Filosofia e l’odio per gli ebrei”.
Una resa dei conti con Heidegger sull’aspetto forse più nequitoso del suo nazismo. Un tour de force, appassionato e applicato. Un exploit, per quanto controvertibile. Una rilettura di Heidegger alla luce della “questione ebraica” che lui stesso pone, più scopertamente nel “Quaderni neri”, gli appunti (ordinatissimi) 1930-1948 che ora si pubblicano. Ma anche prima e dopo – le note di “Heidegger e gli ebrei” prendono sessanta pagine, la bibliografia una ventina abbondante .
Con la testimonianza, infine, del non detto, documentata: l’antisemitismo filosofico in Germania, da Lutero in qua, e l’arrampicata sugli specchi “dopo Auschwitz”, all’insegna del “tradimento” e della “vendetta”, ancora, senza colpa. Alla fine del lungo, insistitito, atto d’accusa, Di Cesare lascerà il suo profeta  “immerso nelle brume della Foresta Nera”. Ma sempre santo.
(L’amore del tedesco)
Il riesame di Heidegger alla luce della “questione ebraica”, che è il fulcro della trattazione, “La questione dell’essere e la questione ebraica”, sa di azzardo. Ma la ricostruzione – l’atto di accusa – è circostanziata e filante. Heidegger politico è indifendibile, e lui se ne sarebbe offeso: non si scusò in pubblico e nemmeno in privato, non con Celan, che lo commuoveva, non con Hannah Arendt, che lo tolse dall’inferno, dopo averlo innamorato.
Ottime pagine si leggono peraltro proprio sul rapporto tra Celan e Heidegger. Per la loro contradittorietà. Un’amicizia, si può dire, tra i due, durata vent’anni. Con stima, da entrambe le parti. Heidegger, che non leggeva nulla di nessuno, lesse e apprezzò Celan. Il poeta ha lasciato 33 volumi di Heidegger minutamente commentati. 
Un’amicizia, quella di Celan per Heidegger, e una stima profonda, quella di Di Cesare per lo stesso, monumentale, salvifica, e degli ebrei tutti si può dire (si ricorderà la passione di Hannah Arendt per la “madrelingua”, e dei tanti altri emigrati forzati) nei confronti del tedesco, la lingua. La matrice, quindi tutto: la filosofia, la storia, e l’acuminato silenzio.
Un interminabile corpo a corpo, questo tra teutonismo e ebraismo, a letto come in armi, in una sorta di avvinghiamento distruttivo e appassionato – lessenza essenza della logica Amico\Nemico: essere-per-il-nemico. Succede per Heidegger come per Wagner, altro grande antisemita – con l’esito, non casuale?, dell’identificazione in Heidegger, lo Zerstörer, e il pregiudizio verso Adorno, che invece ha visto e detto giusto.
Antisemitismo metafisico
La politica non è per Heidegger incidentale e trascurata. I “Quaderni Neri” mostrano che fu sua attenzione  costante. Costante fu anche il suo antisemitismo. Un po’ anche pratico – non è assunto del libro -  ma soprattutto filosofico, in una con la (ri)caduta nella metafisica. Nella “tradizione della metafisica occidentale”: “Nel suo antisemitismo metafisico Heidegger non è isolato: segue una lunga scia di filosofi, da Kant a Hegel e a Nietzsche”.
C’è un antisemitismo “metafisico”, filosofico. Con l’aiuto di Poliakov e altri esperti, Donatella Di Cesare rifà la storia di questo antisemitismo radicale, sempre forte in Germania da Lutero in qua: Kant, Fichte, Hegel, Nietzsche, Frege, e fino a Hitler, al capitolo “Popolo e razza” del “Mein Kampf”, cui dà spessore anche filosofico, Carl Schmitt e Heidegger. Una ricostruzione originale, seppure sintetica, di grande lettura. Il Nietzsche che voleva “far fuori tutti gli antisemiti” era solo arrabbiato perché coltivavano un “falso” antisemitismo, lui aveva quello vero, radicale, esclusivo.
L’ebreo sfugge a Kant, alla sistematizzazione della ragione, che quindi evoca-avoca l “eutanasia dell’ebraismo”. La sua riflessione, “La religione nei limiti della sola ragione”, è teologia luterana razionalizzata. Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger, l’ebreo è caratterizzato dalla losigkeit, dalla mancanza: di Dio e del mondo. È “una metafsica dell’ebreo”, sintetizza Di Cesare: l’ebreo non è, “l’ebreo è come la pietra, weltlos”, senza mondo, senza consistenza.
Su Kant c’è da obiettare, nella persona e nel pensiero. Su Hegel meno, ma è pur sempre quello che fece discendere la grande filosofia tedesca dall’ebraismo – anche dall’ebrasimo, ci sono poche cose che Hegel non ha fatto.  Nel discorso inaugurale a Heidelberg il 28 ottobre 1816, poi in  “Lezioni sulla storia della filosofia”, che dice la filosofia in Germania erede dell’ebraismo: la Germania rappresentando come la depositaria finale del ”fuoco sacro” dello spirito, dice proprio così Hegel, del Geist, compito che una volta era spettato “alla nazione ebraica”. Le genealogie sono rischiose, ma se fossero vere? Dei tedeschi non c’è da fidarsi, a lungo hanno voluto invece essere greci, però…
La questione Di Cesare complica con la (ri)caduta dello stesso Heidegger nel Geist, lo spirito che invece lui, a differenza di Hegel, disprezzava. Un fantasma si aggiràaper la filosofia tedesca, alemannica, heideggeriana: lo spirito, prima fermamente respinto, parte della deprecata metafisica, poi evocato. Heidegger, che disprezzava lo “spirito”, lo diceva “ebraico”. Cioè, Heidegger non lo dice ma Derrida glielo fa dire, nella conferenza del 14 marzo 1987 al Collège de France, sul tema “Heidegger: questioni aperte”, a proposito della polemica allora accesa sul suo nazismo - poi pubblicata,  rimpolpata, come “Dello spirito: Heidegger e la questione”. La vera “questione” è l’antisemitismo di Heidegger. Il terreno di coltura è lo Spirito, che non è l’esprit francese ma il Geist, con i connessi geistig  e geistlich. Che Heidegger non usa prima, se non tra diminutive virgolette, e anzi sconsiglia, ma dal “Discorso del Rettorato”, 1933, e poi per una ventina d’anni a profusione, fino alla lettura di Trakl. Cioè fino alla riabilitazione – questo a Derrida è mancato? Ma no, anche dopo: fino alla fine, all’intervista a futura memoria allo “Spiegel”, sotto il nome di destino, la Führung, il Gemüt, il Volk (il Volk…)il Dio nascosto, l’alba che non può mancare, il viaggio incognito. Fino al ritorno, dopo la sconfitta e il silenzio imposto nei pochi anni fino alla riabilitazione, del “destino inevitabile”, tra l’Occidente e l’Oriente assenti (ben presenti, ma “vuoti”) - via Trakl. Dopo averlo temprato via Hölderlin e (l’incolpevole) Schelling. Col “fuoco” e la “fiamma”, spirituali beninteso, che tanto infiammano Derrida, detective ignaro.
Derrida, altro heideggeriano stregato, del pensiero e della lingua, fa un’altra storia del semitismo nella filosofia tedesca. È lui che celebra lo Hegel del discorso inaugurale a Heidelberg il 28 ottobre 1816, che dice la filosofia in Germania erede dell’ebraismo. Le genealogie, è vero, sono rischiose - anche perchè, come i tedeschi si volevano e si vogliono greci, molti ebrei si volevano e si vogliono tedeschi. Il pensiero di Heidegger è perfino trasparente, pur nella sua sorniona allusività - altrove si direbbe mafiosità. Che Derrida, benché appassionato delle decifrazioni, trascura - la sua questione è “dei pensieri e degli impensieri” di Heidegger. Di Cesare meno, ma non del tutto.
Questione ebraica”
C’è una “questine ebraica” nella filosofia. Nella “filosofia occidentale”, in realtà tedesca. Di Cesare ne fa la questione centrale, seppure surrettizia. Più “centrale” per essere surrettizia  Perfino mascherata, per una strategia dell’occultamento-dissimulazione: Heidegger e Carl Schmitt fanno antisemitismo radicale evitando accuratamente la parola, “Jude”, spregiativa. Col rischio – l’esito – di comprovarla. L’occultamento è ingegnoso, se è vero che in tutta la sterminata opera di Heidegger “non si trova una sola frase antisemita”, come vuole il “Dictionnaire Martin Heidegger”.
Per questo aspetto la questione non è nuova. Simulazione-dissimulazione, si finisce nell’imbuto di Bourdieu, “L’ontologia politica di Martin Heidegger” (tradotto “Führer della filosofia? L’ontologia…”), che fa di Heidegger un campione della “dissimulazione”, volendo argomentare il contrario -  Bourdieu critica chi trascura l’autonomia dello “spazio filosofico” rispetto all’impegno politico, ma poi mostra come questi spazi Heidegger articoli nell’“ambiguità”, e non a caso o per errore, ma per una precisa strategia di comunicazione. Heidegger ha dovuto, ma di più voluto, atteggiarsi, per una sua propria idea del suo pensiero e del suo spazio pubblico. Da qui allusioni, sottintesi, qui lo dico e qui lo nego, affermazioni-distinzioni, si affanna Bourdieu in difesa: ciò non gli ha impedito di “produrre” un “discorso filosofico”, indenne anche da condizionamenti politici o partitici, ma senza spiegare le strategie linguistiche, le ragioni del dire e non dire – non potevo, non era possibile, non ho avuto il coraggio, una qualsiasi ragione.
In realtà Heidegger fino all’ultimo, all’intervista che ha voluto postuma con lo “Spiegel”, non ha disgiunto il “discorso filosofico” dall’impegno politico. Questo è vero, Donatella Di Cesare ha ragione. Ma senza secondi fini, era uno così, tutto d’un pezzo - allo “Spiegel” dice: “(I francesi) quando cominciano a pensare parlano tedesco”, senza perifrasi. Nel quarto quaderno, che copre gli anni 1942-1948, la Tötungsmaschinerie, la fabbrica di morte, e la Vernichtung, l’annientamento, ritornano, più di una volta, ma vedono vittima la Germania, e sono opera degli Alleati contro i buoni tedeschi. In quest’ultimo quaderno sono gli americani, “che a ben guardare sono europei” (maledetta Europa?), che hanno fatto guerra alla Germania, non viceversa.
Heidegger kabbalista
Il fulcro è la ricaduta nella metafisica, con la questione ebraica, lungamente argomentate. La metafisica aborrita, che l’Essere risolve nell’ente, nei “Quaderni neri” è imputata all’ebraismo: “Per Heidegger esiste un nesso di complicità tra metafisica e ebraismo…. Esito unico e aberrante della modernità, il potere ebraico è il predominio dell’ente. La condanna non potrebbe essere più schiacciante” (del potere? della metafisica?). Tutto questo al coperto, nel non detto.
Un compito Donatella Di Cesare si assume analogo a quello svolto dal Bourdieu citato su Heidegger campione della “dissimulazione”. Fino poi a fare del silenzio la scaturigine del linguaggio – come di fatto è. Distinguendo, certo, tra la reticenza, il Verschweigen, e il passare sotto silenzio, l’Erschweigen, il corpo fertile del non detto. Uno che sapeva cosa voleva quando non voleva dire. 
Su questo non detto, fa giganteggiare una “metafisica ebraica”, di cui ai “Quaderni neri”, con la “metafisica occidentale” al centro dell’attenzione (critica) di Heidegger. Mette anzi la “questione ebraica”, l’ebraismo, al centro della filosofia - della “filosofia occidentale”, in realtà tedesca. In alternativa a quasi tuta la filosofia tedesca, derivata dalla teologia luterana.
Un “ebreo” viene ipostatizzato, con una “filosofia occidentale”. Un ebraismo elevato a contraltare della “filosofia occidentale”. O anche non contro, ma della stessa consistenza e rilevanza. E fa come se la “metafisica occidentale” vivesse nel e per l’antisemitismo: “L’Ebreo è insediato nel cuore del pensiero di Heidegger, nel centro della questione per eccellenza della filosofia”.
Come? “L’antisemitismo ha una provenienza teologica e una intenzione politica. Nel caso di Heidegger assume anche un rango filosofico” – teologica, cioè luterana. Ma, se così è, se è una contesa alla pari, è una guerra semmai di titani, non antisemitismo. Che è invece la “distruzione” (Zerstörung) degli ebrei. Fisica, non metafisica. A meno che una “metafisica ebraica” non ci sia. Anzi, la colpa di Heidegger non è stata il nazismo, è stata la ricaduta, a proposito dell’ebraismo, nella metafisica: “Ecco la profonda, ingiustificabile, «colpa»: Heidegger «si compromette con la metafisica», Di Cesare conclude con Lyotard.
Di più – di questo giallo si può svelare la conclusione: “Non si può non constatate questa sorprendente coincidenza, nel nulla, e nella reazione del nulla, tra Heidegger e la Kabbalah” – attraverso, opina ancora Di Cesare in nota, Meister Eckhart e Jakob Böhme. E continua: “Una convergenza che si estende anche al modo di intendere il nulla, che non è mera negazione. Segreto,  nella sua presenza, inaccessibile, nella sua accessibilità, il nulla è la profondità  dell’Essere, è la tenebra da cui sorge ogni luce…”. L’antisemita Heidegger ebreo in quintessenza… Ma non è una burla: il linguaggio non perdona.
Una dichiarazione d’amore? Molto naturalmente è contestabile – l’assunto è forte, la filosofa l’avrà scontato. A supporto – a difesa di Heidgeger, non più isolato nella colpa – cita, come già Derrida, anche una conferenza di Valéry, 1919, alla fine della guerra,  “La crisi del pensiero”, che non c’entra nulla. Nel contesto di “Heidegger e gli ebrei”, ma pure nell’esposizione che Derrida ne fa in una lunghissima nota, Valéry non c’entra nulla, è solo il vezzo citazionista di Derrida. Ma serve a fare di Heidegger un mezzo fratello, solo un po’ traviato.
Suscita scandalo la conferenza di Brema, dicembre 1949? Ci sarebbe di che, Heidegger vi argomenta che “l’agricoltura è oggi industria alimentare, che nella sua essenza è lo stesso della fabbricazione d cadaveri nelle camera a gas e nei campi di sterminio, lo stesso del blocco e dell’affamamento di intere nazioni, lo stesso della fabbricazione di bombe all’idrogeno”. Ma è la stessa cosa, obietta Di Cesare: è “l’estraniazione dell’esserci dall’Essere”. Questo è il delitto supremo. “Il disinteresse ontologico di Heidegger verso la Shoah” non è cattiveria, ha un fondamento, anch’esso ontologico: “Nella storia dell’Essere non c’è posto per le grida soffocate delle vittime. Non c’è posto per l’orrore né per il trauma”. E beh, certo, a Brema Heidegger non mise “camera a gas” tra virgolette, come suole, e disse proprio “campi di sterminio”, e non come suole Kz, campi di concentramento.
L’introduzione-sommario del resto si conclude con una serie di pezze d’appoggio insostenibili – anche per chi per Heidegger non spasima. Con la Judenfrage, questione ebraica, come opposta alla Seinfrage, la questione dell’essere. Con un Heidegger che aderisce al nazismo per antisemitismo: “L’antisemitismo non è infatti un di più ideologico ma è il cardine del nazionalsocialismo”. No, non lo è. E con Schmitt e Jünger “più”antisemiti: “Cade così anche quella differenza che segnava ancora per molti la distanza di Heidegger ad esempio da Carl Schmitt o da Ernst Jünger”. Schmitt e Jünger non erano così tedeschi, anzi, sono fra i pochi tedeschi del Novecento con gli occhi aperti.
Alla fine lo smalto si offusca. Con l’assunzione di Heidegger, nazista, antisemita e tutto, nell’ebraismo, non solo nella metafisica. Con Zarader, “Il debito impensato”, assoldandolo non solo alla Kabbalah ma su tutta la linea: “La componente ebraica, passata sotto silenzio, ritorna, senza essere identificata, in punti strategici, tornanti decisivi del cammino di Heidegger: la concezione del linguaggio, quella della storia, il tema dell’interpretazione, della sottrazione, del nulla, dell’abbandono, perfino della temporalità”. Heidegger non esce dalla metafisica che vuole espugnare e più precisamente dalla metafisica ebraica. Che va bene, ottimo, in un taglio ironico, satirico, dissolvente, per fare bum con la bocca. Altrimenti suona essa stessa paradossale – tutto si può dimostrare, ma a un costo: il nazionalismo filosofico è arduo (faticoso, greve), anche se è molto tedesco.
Donatella Di Cesare, Heidegger e gli ebrei, Bollati Boringhieri, pp. 367 € 20

venerdì 9 marzo 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (356)

Giuseppe Leuzzi

“Il pentimento non è una virtù” è principio dell’“Etica dimostrata” di Spinoza. 

È senza fine la serie di imbrogli e pasticci combinati dall’Olanda e dai suoi sponsor a Bruxelles per la sede dell’Ema. Ma non se ne fa un caso. Si aspetta, pazienti, e si interpretano sempre pro absolvendo i punti oscuri – gli imbrogli - della decisione a favore dell’Olanda. È il privilegio del Nord. Li avesse combinati Malta, questi pasticci, o Napoli, invece di Amsterdam, saremmo stati sommersi dalle deprecazioni. 

Il Sud a 5 Stelle
Da Lauro a Di Maio: il Sud ha votato entusiasta un Achille Lauro senza le scarpe. È un progresso? 

Si è subito diffusa, e tuttora perdura, a Palermo, Bari e Napoli la credenza che dopo il voto c’è il reddito di cittadinanza. Qualche caf ha dovuto affiggere cartelli per dire che non c’erano moduli per la relativa pratica, e che anzi la pratica non c’è. Non è una barzelletta. L’analfabetismo politico al Sud è profondo e evidentemente inestirpabile, e al confine con la stupidità . È il più forte dei ritardi: il Sud è simpatico perché ribellistico e sposta i voti in massa, a destra, a sinistra, e ora su Grillo, ma poi non si sa governare, non da ora. 

In un senso il plebiscito 5 Stelle al Sud è benefico: per una volta si è sottratto alle mafie. Non se ne parla nemmeno, è la prima volta nella storia delle elezioni. Del voto condizionato dalle mafie. Malgrado l’unanimità.

Anche Salvini senatore della Calabria che novità è? Il teorico della “Padania libera”, di “Forza Etna” e altre amenità, il capo della Lega. O la Calabria che non ha mai voluto padroni li va cercando adesso?
Vero è che Salvini è capo della Lega in qualità di capo dei Comunisti Padani. Assomma due forze.


È pure vero che il Sud sta malissimo e non male come si dice. Non da ora: il millennio – ma è l’euro, la camicia di forza alla spesa pubblica – ha ristretto i suoi margini, già ristrettissimi. In pochi anni il reddito medio si è ridotto di un terzo rispetto alla media europea (è oggi quello che era vent’anni fa). Metà della popolazione è a rischio povertà secondo i canoni Ue – dieci milioni di persone, in Italia, nell’anno 2018. E almeno due milioni sono emigrati in vent’anni: i più giovani, probabilmente i più dinamici.

Hanno votato 5 Stelle i “protetti”, i professionisti della funzione pubblica: insegnanti, impiegati, forestali, sanitari, ufficiali postali. Altrove si direbbe la classe dirigente, al Sud la borghesia è questa, piccola e micro. Ma non è da irridere. ha figli senza futuro, e senza presente. 


Trionfo a Locri per Di Battista in campagna elettorale: “Accolto da star”, spiega Giovanni Tizian su “L’Espresso”, in una distesa cronaca del deserto (politico) che è la Calabria: “«Il serpentone delle auto parcheggiate arrivava fino a Siderno, il paese vicino», racconta un cittadino seduto al bar”. Il candidato 5 Stelle, Bruno Azzerboni, è massone - era: la locride è una delle quattro circoscrizioni  del Sud che non hanno votato 5 Stelle. La massoneria dispone di molte automobili ma non di molti voti

Sudismi\sadismi
Il più illustre dei trombati nei faccia a faccia elettorali dei collegi uninominali è senz’altro il ministro dell’Interno Marco Minniti – il “seggio sicuro” delle Marche ha scelto dopo settant’anni di obbedienza i 5 Stelle. Ma è l’unico degli esclusi dal paginone che il “Corriere della sera” dedica agii illustri trombati nei duelli uninominali. C’è perfino Formigoni, che da alcuni decenni non è più nessuno. Ma è milanese, Minniti è di Reggio Calabria.

Sette di Melito Porto Salvo sono fermati in Slovacchia per l’assassinio di un giornalista, chiaramente opera di servizi segreti, e poi rilasciati, nemmeno 24 ore dopo. Tanto è bastato per avere centinaia di pagine sulla ‘ndrangheta che domina il mondo, con le solite esercitazioni degli ‘ndranghetologi da riporto, Gratteri, Saviano, “la Repubblica”, la Rai, Sky, il “Corriere della sera”.

Scrivere del Nord come al Nord si scrive del Sud, come di un mondo remoto. Bizzarro, strano. È l’unica ricetta – l’unica via all’affrancamento.
Il problema sorge non quando si è totalmente estranei, perché allora: o prendere o lasciare. Ma quando si è vicini, senza esserlo.

La mafia è delinquenza
“Quando in letteratura come al cinema i mafiosi sono protagonisti, c’è sempre il rischio di farne figure un po’ positive. Perciò nei Montalbano ho voluto mantenere la mafia in secondo piano”. Senza scapitarne, in tensione, in audience. Quanti monumenti un’ipotetica mafia al potere dovrebbe innalzare a Puzo, Coppola e altri magnificatori, Saviano, Gratteri, divulgatori del genere da noi? 
La mafia è mafia. Non è nemmeno il meglio del delittuoso. Niente Robin Hood, niente Zorro, niente nemmeno Eddie Costantine: è brutta oltre che brutale, sordida, grigia, e stupida (autolesionista: sa calcolare al minimo tabellare). Nonché non invincibile, al contrario, sarebbe anche contrastabile. Se solo giudici e polizie facessero l’ordinario contrasto. Prodursi magari in convegni e talk-show, con teorie sociali, simboliche, esoteriche, quello che vogliono, ma prendere l’estorsore. Anche.
Tutte le criminalità organizzate sono finite. I bravi hanno imperversato nel milanese, in gran numero, poi non più. I banditi di passo in Toscana e Romagna sulle strade per Roma hanno taglieggiato a lungo, ma poi sono anch’essi finiti. A Roma i morti di coltello sono stati quotidiani, anche per motivi banali, fino a tutto l’Ottocento, e anzi fino al fascismo, poi non più.
Prendere l’estorsore e il trafficante subito, e non dopo venti o trent’anni, per una di quelle “Operazioni X”, venti-cinquanta-cento arresti nella stessa mattina, in tutta Italia e nel mondo, con cui gli ufficiali fanno il salto di carriera, ma lasciano le mafie a prosperare, in Italia e nel mondo. Non è impossibile e nemmeno difficile. Se solo si intercettasse chi minaccia, chiede pizzi, e impone protezioni - anche se bisogna ridurre la posta a tutti i consiglieri comunali, provinciali e regionali e ai parlamentari, poste di anni e anche decenni, in attesa dello scandalo: le mafie finirebbero in pochi giorni.
Se solo ci fosse una vera antimafia, di polizia, le mafie finirebbero prima di cominciare, scoraggiando i neofiti. Invece di gratificarsi di quest’aria così compiacente mediaticamente, di imbattibilità. Opera, come sono, della gente più limitata e più stupida, cioè violenta, che si possa incontrare al Sud, e altrove. Invece niente. È singolare che si intercetti per anni e decenni un politico, anche il più piccolo, e non si provveda a un’intercettazione, una sola, di chi è sottoposto, visibilmente, a angheria.
La mafia è un fatto storico, una serie di fatti storici, non metafisica né sociale – tanto meno tradizionale. Comincia e si esaurisce a Corleone, a Montelepre, a Palermo, a Catania, a Castelvetrano, a Gioia Tauro, a Locri, in tempi e per circostanze precise e diverse, a opera di persone che saranno pure legate da giuramenti e mammasantissime come vuole la sociologia da caserma che ci affligge, ma hanno nomi e cognomi, e attività criminose ben definite.

Le mafie sono delinquenza. Sono diventate un fatto sociale perché hanno prosperato e prosperano senza un’adeguata risposta. Non delle popolazioni, come vuole un’antiquata sociologia delle caserme: quelle ribollono, e anzi i mafiosi se li mangerebbero. Ma delle autorità: di chi gestisce la violenza della legge. Che, al meglio, è tardiva. Non sollecita come contro ogni altra delinquenza. E anzi sempre scoraggiante. Se c’e un furto, una violenza, un assassinio, si cerca e si punisce il colpevole. Non al Sud. Al Sud si punisce la vittima: i Carabinieri tengono il censimento, e due volte su tre sospettano o puniscono la vittima.

Il delitto è come un cancro. Se non viene colpito al punto e nella tipologia giusti, prolifera. Si dice la mafia il cancro del Sud. Ma è un cancro che l’Italia induce nel Sud. La mafia non c’era, malgrado le storie di rito, ridicole (i mafiosi non sono scemi, che si pungono le dita e giurano su Mammona), e ora c’è. Dagli anni 1960. Coi terreni e l’edilizia prima, poi con la droga, poi con la finanza (investimenti e credito). Sempre arraffatrice, violenta, monopolista. Imbattibile, non dal cittadino.


Sicilia
È riuscita nel miracolo il 4 marzo di eleggere più grillini di quanti si erano candidati. Grillo ha dovuto pescare gli eletti da altre regioni. Per la Camera. Per il Senato, dove il voto non è nazionale ma regionale, non sanno che pesci pigliare. Ma la Sicilia li troverà: valenti giuristi isolani sono all’opera.

Tutti  5 Stelle in Sicilia quattro soli mesi dopo essere stati (quasi ) tutti berlusconiani. È un’isola in V, voluttuosa, vanitosa, volatile. Per questo voluttuaria.

Vittorio Emanuele Orlando è stato per un trentennio protagonista in Italia della politica. È stato anche, ed è considerato, il fondatore del diritto pubblico. Ma non in Sicilia.
È vero che in Sicilia di diritto pubblico ce n’è poco.

Si deve a un siciliano, Empedocle, la verità che il falso è straordinariamente congiunto al vero.

Empedocle fu pure il primo a introdurre nella filosofia l’eros (philia) come forza cosmica di attrazione di tutte le cose – Socrate poi pose l’eros al centro della filosofia morale.

Empedocle fu anche il primo delle morti misteriose che da allora affliggono l’isola: sparì. Probabilmente in un cratere dell’Etna, poiché un suo sandalo fu trovato al bordo. Il problema aprendo insoluto se il filosofo lo lasciò quale traccia del suo suicidio entro l’Etna, oppure se il sandalo tradì il suo tentativo d’involarsi nel mistero, come quelli che fuggono dalle mogli.
E se fosse stato vittima di lupara bianca?

“Noi siciliani siamo soggetti ad ammalarci di noi stessi: un male che consiste nell’essere contemporaneamente il febbricitante e la febbre, la cosa che soffre e quella che fa soffrire”.
È la verità di Brancati, “Diario romano”, 54.

“Sono dell’isola\ dei briganti: serpi e sole\ sole e serpi assai” – L. Pirandello.

Dei siciliani scrive D.H.Lawrence, nel saggio su “Mastro don Gesualdo: “Presi uno per uno, gli uomini hanno qualcosa della noncuranza ardita dei greci. È quando stanno insieme come cittadini che diventano gretti”.

“Lontano”, la novella di Pirandello, mette la sua Sicilia, ristretta e meschina, al confronto con la Norvegia, dove tutto è energia e libertà. Quando Emilio Cecchi nel 1932 propose di farne un film, ma attenuando il contrasto, Pirandello rispose che il contrasto non c’era: “Tutt’altro! Non era, né poteva essere nelle mie intenzioni, di rappresentare barbara o di civiltà inferiore la Sicilia. Altra vita, altro sangue, altra natura, altri costumi, altri bisogni, altra sensibilità, altri sentimenti. È tutto qui”. La mentalità della ristrettezza, in effetti, tuttora ha problemi a essere percepita da chi ne è vittima – è il caso tipo della vittima che si identifica col carnefice, il servo col padrone.

Sciascia, che inizialmente stravedeva per “Conversazione in Sicilia”, il nostos  triste di Vittorini – quando Vittorini faceva l’editoria a Milano e Torino – nel 1981 lo rilegge e cambia idea: “Non resiste purtroppo, è una Sicilia tradotta”.
Vittorini sprofonda, come Alice o come in sogno, in un mondo a parte che chiama Sicilia, reale e onirico insieme, febbricitante. Dove incontra la fame, la povertà materiale. Dentro una capacità mentale ed espressiva perfino esagerata. Che gli si impone nelle vesti di un Gran Lombardo, e di un Arrotino-Calzolaio-Cenciaiolo. Dialogando cioè con se stesso.
Il Gran Lombardo, che meglio sarebbe stato Gran Normanno quale in Sicilia ancora s’incontra ovunque, “alto, biondo e con gli occhi azzurri”, mentre i Lombardi vi sono piccoli e scuri, è il formidabile nonno materno, sicilianissimo, di Vittorini, e un omaggio dello scrittore alla “sua” Milano.


leuzzi@antiit.eu

L’autore è un plagiatore

“Nessuno raggiunge Pascal quanto all’audacia del ladrocinio”. Per “la quantità singolare di elementi toccanti o sublimi che ha semplicemente estratto dai filosofi e dai padri della Chiesa, da Montaigne o da Charron”. Ma copiare si è sempre fatto, già a partire da Omero. Le scritture sono in larga parte riscritture – e del resto il vocabolario muta lentamente, le parole sono le stesse, e le cose da dire con le parole esse stesse ricorrenti.
Nodier si diverte a classificare i diversi modi di “copiare”: imitazione, citazione (Montaigne su tutti, con la sua “farcitura di esempi”), allusione, affinità, plagio, furto, contraffazione, fino alla falsificazione (falsi manoscritti - falsi papiri ultimamente), il mercato delle reliquie (scritti postumi, ricostruiti, imputati), interpolazione, integrazione (il “Satyricon” di Petronio?), pastiche, o imitazione della scrittura (Proust vi eccellerà).  Per ognuna di esse partendo esempi, con ampie citazioni-digressioni. E vuole anche giudicare se siano colpa, e colpa perseguibile.
I prefatori citano a questo proposito Edgar Morin, che non più tardi di ieri stabiliva: “Prendere dai connazionali è fare bottino, prendere dagli stranieri è fare conquista”. Ma è puro Borges. Nodier fu bibliofilo e bibliotecario, nonché poeta e narratore in proprio, come sarà Borges, animatore del primo Ottocento a Parigi, specie del movimento romantico. Ma non un filologo, come sarà Borges, sorridente: piuttosto polemico. Prolisso anche. Anche lui narratore apprezzato di fantasy, di più però si divertiva a rifare il già fatto, in forma di pastiche o di riscrittura. E aveva convinzioni, suggestive: “Non nascondo la mia convinzione che moltissime opera antiche sono state publicate con titoli moderni durante il rinascimento delle lettere , e sono anche disposto a credere che molti autori moderni abbiano attribuito, intorno alla stessa epoca, la loro produzione a nomi antichi e celebri”. La voglia di antichità (classicità) è quella che salva le lettere, ma confonde le idee, gli autori. Esopo era uno, o non piuttosto tanti favvolist che sono stati fatti passare, e si facevano passare, per Esopo? MacPherson è “Ossian”. Omero è i tanti “Omero” che Pisistrato volle salvaguardati in un unico corpus – Pisistrato il tiranno. Uno che si vuole libero di farsi la storia da sé. Ma sa di che parla – sarebbe piaciuto a Umberto Eco.
Un estratto del voluminoso “Questioni di letteratura legale. Del plagio. Della presunzione d’autore, delle contraffazioni che riguardano i libri”, liberamente scaricabile online sul sito Gallica della Bibliothèque Nationale. Con una nota di presentazione e una dettagliata bio-bibliografia. Con un ritratto di Pascal eccellente, pieno di umori. E una utile trattazione del plagio, a ogni fine.
Una lettura irta, per i tagli, e per la mancanza negli “Apparati” di note esplicative, di persone e opere – la curiosità di rintracciare le fonti dei “prestiti”.
Charles Nodier, Crimini letterari, :due punti edizioni, remaindes, pp. 107 € 4,50

giovedì 8 marzo 2018

Letture - 338

letterautore

Botteghe Oscure – “Nel castello di Sermoneta, e nel palazzo di via Caetani, la principessa Marguerite Caetani organizzava corsi di educazione degli adulti alla democrazia. L’ispirazione erano gli ideali massonici. Dietro c’erano gli Stati Uniti e i loro servizi segreti. Per ragazzi cresciuti sotto il fascismo e durante la guerra, fu utilissimo. Quell’attività produsse la rivista «Botteghe Oscure», di cui era caporedattore Giorgio Bassani e su cui scrivevano Marco Pannella e Alberto Arbasino” - Giuseppe De Rita a Paolo Bricco, “Il Sole 24 Ore” domenica.

Byron – Un cialtrone secondo Citati, uno che di solito è entusiasta. Non ne dice che male su “la Repubblica”, raffigurandolo sotto un concentrato di infamie, con epiteti oltraggiosi: zoppo, grasso (“maledetto come lui, Alexander Pope era gobbo”), violento e rabbioso, incestuoso, stupratore (specie” di serve che violentava negli alberghi” – quanti alberghi avranno avuto serve appetibili?), sodomita sistematico, inaffettivo (“Il giorno della morte della madre tirò di boxe col suo allenatore”). Morì ricordando la moglie e la figlia, ma per caso.
Per lo sdegno Citati non ricorda nemmeno che Byron ha vissuto in Italia a lungo, dove ha visto, sentito, amato e scritto tanto. Non ricorda nemmeno che ha scritto qualcosa, se non incidentalmente  – “mi riesce difficile giudicare le opere di Byron”. Un “Don Giovanni” unicamente cita, “ingegnosa chiacchiera”.

Germania- Italia -  Sono tedeschi alcuni dei migliori letterati italiani del Novecento: Svevo, Malaparte,  Michelstaedter.

Heidegger – Gli sono rimaste fedeli, malgrado il nazismo accertato, le donne. Ostinate benché critiche, e entusiaste, da Hannah Arendt a Donatella Di Cesare. E compresa a suo modo Jeanne Hersch che molte cose non gli perdonava:“È uno ingegnoso. S’ingegna di trovare formule inattese, che all’improvviso sbocciano e lasciano intravedere qualcosa, che finora non era stato visto... Non dico che le sue parole non abbiano nulla di creativo. Hanno qualcosa di creativo ma non la chiarezza della verità per la libertà”. Se ne occupavano anche due fedeli husserliane, anche dopo che Heidegger e Husserl si erano staccati e avversati: Edith Stein, divenuta monaca carmelitana scalza, rinchiusa nel convento di Colonia, se ne preoccupava con Amélie Jaegerschmied, divenuta anch’essa suora, benedettina, con nome di Adelgundis, nel convento di Santa Lioba a Friburgo, luogo di elezione del Maestro.
E sono donne ebree, anche se alcune battezzate, Edith Stein anche santificata. Malgrado l’antisemitismo di Heidegger.

NN - Nomen nescio. L’indicazione della paternità, obbligatoria per molti documenti fino alla riforma del diritto di famiglia nel 1975, a opera del primo centro-sinistra, si fermava a questa sigla nel caso che il padre non si fosse dichiarato alla nascita o non avesse provveduto successivamente al riconoscimento.
NN è anche Nacht und Nebel,  la sigla de programma tedesco di annientamento degli ebrei – e quindi NN-Aktion, NN-Trasnsport, NN-Häftling, detenuto. NN, “Notte e nebbia” è il titolo  del docufilm di Alan Resnais su Auschwitz, uno dei primi ad aver capito, nel 1956, su segnalazione dello storico Henri Michel, che quel campo di concentramento era in realtà di sterminio: NN, lo sterminio.

Schifano – Una mostra e una pubblicazione: New York ricorda Mario Schifano, le cui opere non ebbero mercato negli Usa ai suoi anni. La “New York Review of Books” lo celebra con un saggio di Barry Schwabsky, sul rapporto speciale che Schifano intrattenne con Frank O’Hara, “il poeta tra i pittori” degli anni 1960. La mostra è delle foto di Schifano, “The skies of Italy in New York”. Con un saggio storico di Raphael Rubinstein sulla collaborazione O’Hara-Schifano.  La pubblicazione d’arte, riprodotta in 300 esemplari, è “Works and Drawings”, sulla collaborazione tra O’Hara e Schifano, una plaquette di preziose riproduzioni curata dall’Archivio Schifano a Roma.
Tra le poesie di O’Hara, una è dedicata a Schifano: “Io a te e tu a me gli oceani senza fine di\ dilapidati attraversamenti”. Che sembra suggerire, suggerisce Schwabsky, “un desiderio inesausto”:  “Le debolezze di O’Hara erano alcol e uomini (e non dovevano necessariamente essere gay), ma di Schifano donne e droghe”.
O’Hara fu a lungo a Roma. Schifano lo raggiunse a New York a dicembre del 1963, in compagnia di Anita Pallenberg, allora nota come studentessa d’arte e modella – poi compagna di Brian Jones, e infine di Keith Richards. Sbarcarono, dice Schwabsky, con un pacchetto da consegnare a “un certo Vito Genovese” a New York, “l’ex capo di tutti i capi”. La coppia restò a New York fino a luglio. Senza successo per Schifano, che per questo avrà deciso il ritorno - benché avesse scritto a Calvesi: “Sto benissimo così distante dalla deliziosa e inutile città di Roma”.
La coppia non era poi ben vista dalla comunità italiana. Furio Colombo ne scrisse come di “imbucati alla festa”.

Sherlock Holmes – “Un don Chisciotte del positivismo, un personaggio che fa delle nozioni positive, della scienza, materia avventurosa di fede” – Leonardo Sciascia. O non è l’anti-positivista? Il testimone vivente del positivismo fallito, tra cocaina, nevrosi, solitudine, sindrome d’inadeguatezza. In molte sceneggiature è venuto istintivo farlo depresso.

Svevo – Era ben austriaco, fatto che si trascura. Lo ricorda Gillo Dorfles, che diciottenne frequentava la domenica Villa Veneziani, “non tanto per frequentare Svevo ma per far ballare le ragazzine diciottenni”. Una domenica dopo l’altra, ricorda Dorfles, “avevo finito per incontrare anche Italo Svevo, che allora era più noto come Aron Hector Schmitz. Oltre a essere il genero della padrona di casa, era un uomo estremamente simpatico e leale. E come dice il nome, era pienamente di origine austriaca”. È pur vero che Dorfles  può aver visto poco Svevo, che moriva alla fine dell’estate dei suoi diciott’anni, dei diciott’anni di Dorfles. 


letterautore@antiit.eu

Pirandello non era nessuno

Da Marta Abba a Zolfo, Sciascia pirandelleggia – in un volumetto uscito con “l’Espresso” del 6 luglio 1986, “Pirandello dall’A alla Z”, poi ripreso da Adelphi. Sul vero-verosimile. Su Mattia dal siciliano “mattìa”: “follia blanda, ghiribizzante, a lume lombrosiano definita allora (vedi Carducci) una specie di momentanea vacanza consentita alla genialità”. Su Pascal, perché entrambi, anche Blaise, credono in Dio alla stessa maniera,”perché è nemico dell’uomo”.
Un Pirandello non di maniera, anzi imprevedibile. “Il «qualcuno che ride», nella novella pubblicata dal «Corriere dela sera», il 7 novembre 1934,  è proprio lui, Luigi Pirandello. E ride – sua contraddizione non di un momento ma di una vita – del fascismo. La prima risata sul fascismo della letteratura italiana nel ventennio”.
Col gusto aneddotico della buona conversazione. Con notizie utili sulla non-fortuna di Pirandello. Che sembra un autore nato, ma faticò a farsi riconoscere, tra pegiudizi e rifiuti anche costanti. “Federico Tozzi è stato il primo in Italia a riconoscere in Pirandello il «grande scrittore»”, nel 1918. Con un saggio effettivamente perspicace, a leggerne l’estratto di Sciascia. Ma chi è Tozzi?
Leonardo Sciascia, Alfabeto pirandelliano

mercoledì 7 marzo 2018

il mondo com'è (335)

astolfo

Machiavelli – Il “machiavellismo” è proprio di personalità “machiavelliche”. Di François Mitterrand da ultimo. Il caso più evidente e celebre è il grande re della Prussia, Federico II. Che nel 1740 pubblicava un trattato “Anti-Machiavelli”, per dirne male. L’immoralità, eccetera. E subito dopo, nello stesso anno, occupava la Slesia, col dolo, la prima delle guerre col trucco che farà a Maria Teresa d’Austria. La cosa allentò il legame del re di Prussia con Voltaire. La stessa pubblicazione dell’“Anti-Machiavelli” fu molto tortuosa. Ne pubblicò due versioni, in francese (il re di Prussia scriveva in francese), quasi contemporaneamente, a fine settembre 1740. “L’Examen du Prince de Machiavel”, anonimo, all’Aja con l’editore van Duren e a Londra con Meyer.  E “L’Anti-Machiavel, our Essai de Critique sur le Prince de Machiavel”, curatore Voltaire, all’Aja presso Paupie, a Bruxelles presso Foppens, e a Copenhagen presso Preuss. Voltaire figurava revisore in quanto rivedeva i testi del re di Prussia. Ne migliorava il francese, e gli evitava polemiche in necessarie e inimicizie con gli altri potentati. Lo aveva fatto per altre produzioni regali, specie poetiche, e lo fece per l’“Anti-Machiavelli”. Tre mesi dopo ci fu l’attacco proditorio sulla Slesia, che spiacque a Voltaire. I rapporti, prima strettissimi, si interruppero per cinque anni, e poi non furono più gli stessi di prima.

Medio Evo – Nonché epoca di grande capacità e sviluppo intellettuale, contrariamente alla presunzione volgare di ignoranza che lo avvolge,

fu l’epoca in cui si plasmarono le istituzioni moderne, fino al concetto di Stato, e l’economia che ancora oggi ci governa. L’economia finanziaria di oggi più che l’industrializzazione risale al Medio Evo, a fiere e mercanti. Mentre l’idea di proprietà si lega, oltre che ai feudi e alle castellanie, ai grandi conventi, gestiti con criteri manageriali. Un Benediktbeuern sotto Garmisch sulle Alpi bavaresi aveva possedimenti da piccolo stato, fino al Lombardo-Veneto. O Padula nel salernitano. Non senza apparato dottrinale, da sant’Ambrogio a Calvino.
Per l’economia valga la sintesi che Amedeo Feniello traccia su “La lettura”, presentando l’edizione francese di Giacomo Todeschini, “I mercanti e il tempo”, la vasta ricerca sull’economia del Medio Evo pubblicata nel 2002: “Un progetto”, non un evento casuale, “che si sviluppa lungo tanti tracciati. Le idee di avere, di possesso, di scambio, di consumo, di dono, di accumulazione, di indennizzo, di investimento, di industria, di bene comune, sono tutti retaggi del pensiero medievale, cui contribuirono personaggi straordinari, come i grandi papi Gregorio VUII e Innocenzo III, o intellettuali di peso sorprendente”, Bernardo di Chiaravalle, Pier Damiani,Tommaso d’Aquino, Ruperto di Deutz, Pier di Giovanni Ulivi, e altri. Che non è avocazione da medievisti – ogni specialista vorrebbe tutto per sé, per l’epoca di cui è appassionato – ma un dato storico, corroborato da ricerche ormai numerose, di cui “I mercati e il tempio” è epitome.
Un dato che Thomas Piketty sintetizza nel titolo della prefazione all’edizione francese, come “Il capitale cristiano”. Con un progetto di organizzazione politica e sociale, dietro le nuove norme, i canoni, le misure, la certificazione notarile degli atti, a regolamento dell’economia. In un progetto, va aggiunto, di sviluppo: il regolamento si dispone in previsione e nell’auspicio di una moltiplicazione dell’attività. Nel quadro più vasto della mobilità sociale, che la chiesa ha introdotto nella sua propria specifica organizzazione, in cui le capacità (intellettuali, organizzative, d’innovazione) contano e non il censo o il potere precostituito.  

L’innovazione politica è già stata oggetto di studi. Che Alessandro Passerin d’Entrèves e poi Hannah Arendt hanno elevato a dignità nel dibattito storico, seppure in forma riassuntiva. Il succo è questo, che tutti i concetti e le pratiche della moderna politica sono stati elaborati dalla chiesa, nei secoli del dominio ecclesiastico: la mobilità, la rappresentanza, l’assemblea, la cooptazione, il governo assembleare. Nel quadro di un merito più vasto che H.Arendt attribuisce alla chiesa, di avere riorientato la filosofia verso la politica, il mondo com’è.
La sovranità, l’Auctoritas, da lui recuperata a fondamento dello Stato, Alessandro Passerin d’Entrèves dice chiesastica, e base della libertà. Un concetto ripreso da H. Arendt – ma già elaborato da Hobbes, cristiano critico. Ne viene la nazione: la famiglia di storia, lingua, modo d’essere. La patria che è la forza, accanto alla religione. Che entrambe hanno Dio con sé - la Provvidenza, si diceva nell’Ottocento.
Attribuzione analoga fa Popper per i “valori”: la compassione, la libertà, l’uguaglianza..

Razza - Si disse che le donne nobili a Venezia fossero una razza a parte. Povero Kant, lo disse il Baffo, che ne apprezzava scurrile le grazie, e il filosofo la bevve. E che le duegne di Tahiti fossero più grandi degli uomini. Questa sarebbe piaciuta al cavaliere di Brantôme, aedo delle donne abbondanti.
Fra Nord e Sud, anche fra Est e Ovest, la cultura a lungo è stata familiare, una partenogenesi da contatto e contiguità. Gli Eraclidi finivano in convento, nella storie di Taide la cortigiana, là dove Alessandro Magno aveva dormito – favolelli medievali, ma di un genere che non sorprendeva. Né il nero faceva paura né il semita. L’umanità su basi zoologiche, come “L’Osservatore Romano” la bollò nei coraggiosi anni Trenta, fu tema del Settecento, che volle farne una scienza: i neri non lavorano, sposereste una nera, i neri puzzano, per non dire degli ebrei, impossibile rifare Voltaire, li mise a punto il secolo dei Lumi, compreso Kant, malgrado la nota prudenza - Kant non sognava, e non sudava, ci stava bene attento, così pure a sputare e, pare, a eiaculare, per non sprecare energie. 
La scienza forniva l’università Georgia Augusta, nel 1734 fondata da Giorgio II, Elettore di Hannover e Re d’Inghilterra, per fare la classifica delle razze. Primi per obbligo statutario i sassoni, i popoli del re.
Contro la nuova scienza si batterà a vuoto il conte Gobineau, “geologo morale” di una “geografia umana profondamente varia”. Anticipatore del darwinismo, che è misgenetista e non esclusivo, selettivo ma non gerarchico - è descrittivo. Prendendo infine atto che “l’etnologia ha bisogno di sfogarsi prima di divenire seria”. Il conte, democratico e anzi progressista, ambiva alla storia del particolare, “in quei giorni d’infantile passione per l’uguaglianza” - mai appassionata abbastanza e purtroppo sempre infantile, anche presso i detrattori.

La marcia della storia verso il Nord ha quasi tre secoli e non è finita, un fronte imponente ne fa mito duraturo.
La scoperta del sanscrito, Hegel dice, fu “nell’ordine dei fatti” importante come la scoperta dell’America. Alimenta infatti il business filologico, illimitato, col concetto, “alquanto indeterminato” per De Gubernatis, “dell’unità dei popoli un tempo chi-mati giapetici”. La tribù dei bianchi, non inutile se non avesse promosso tante guerre in famiglia. Il sanscrito “fece anche di più”, notava un  secolo e mezzo fa, poco meno, lo stesso De Gubernatis, Angelo, il linguista e orientalista a torto dimenticato: all’uomo che, “gravato dall’incubo scolastico della rivelazione, domandava i segreti del linguaggio”, mostrò la “sorellanza delle lingue”. Le caucasiche. E, “dimostrando la comunanza d’origine del linguaggio col mito”, unificò i miti. Da qui gli dei pallidi di Scandinavia e Germania.

astolfo@antiit.eu

Il giallo della libertà, che vuole autorità

Un racconto vivace da una trama strampalata, forse filosofica, un po’. Innocent (Innocenzo nella briosa prima traduzione di Emilio Cecchi, Paolo Morganti l’ha rifatta in questa riedizione) Smith, come dire il signor nessuno, irrompe nel piccolo giardino di un piccolo cottage, con la giacca verde del pigiama, sbalordendo, arringando e intimorendone gli abitanti. Che sfida nell’interpretazione di un telegramma appena loro arrivato, aprendo la discussione ai grandi temi. Una storia bizzarra, e allegra, quasi infantile. Che si colorerà di giallo – chi è Innocent? Un anticipo di padre Brown: il deus ex machina diventerà prete per potersi proporre comprensibilmente eccentrico.
Un saggio di etica pratica, sulla famiglia, gli affetti, il buon senso, l’ordine, ma non  fastidioso. Anzi, sorprendente.Cecchi ne individuava il fascino in “un  nuovo genere di poliziesco, che fa spazio a procedimenti e soluzioni trascendentali”. Con molte – amare, non conservatrici – verità. “La verità è che quando gli uomini sono eccezionalmente alacri e inebriati di libertà e d’ispirazione devono sempre finire, e finiscono sempre, col creare istituzioni. Cedono all’anarchia quando sono stanchi”. “La libertà non esiste finché non sia dichiarata d’autorità”. “Il Signore ha appeso il mondo al nulla, dice la Bibbia”. “Ogni furto è furto di balocchi. E perciò è realmente una colpa. I beni degli infelici figli degli uomini dovrebbero essere rispettati precisamente perché non valgono niente…. Sono vanità”.  
L’edizione Lindau è curata da Annalisa Tieggi, con prefazione di Edoardo Rialti.
Gilbert K. Chesterston, Le avventure di un uomo vivo, Morganti, pp. 256 € 16,50
Uomovivo, Lindau, pp. 268 € 22

martedì 6 marzo 2018

I danni del partito Comunista, ex

Da Berlinguer a Di Maio, e Salvini - a Capalbio, Macerata, Livorno, e ovunque
A Capabio, dopo aver distrutto tante vite umane nel loro tratto di Aurelia, uno ha votato Di Maio e l’altro Salvini
I tromboni trombati – i candidati ultimi nelle loro circoscrizioni: Grasso, Boldrini, D’Alema
Elezioni 1994, elezioni 2008, elezioni 2013, elezioni 2018
Berlusconi
Travaglio commentatore dell’“Unità”
Lombardi vice-premier con  Bersani
Il frazionismo, il personalismo
Il no al referendum – peccato gravissimo
L’obliterazione della sinistra, di ogni sinistra, dai radicali ai laici, ai socialisti, ai comunisti: per i giovani e fino ai quaranta
Il neo-liberalismo: privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazioni
Il governo dei tecnici
La distruzione dell’università
La distruzione dei giornali, del sindacato dei giornalisti, deIle istituzioni del giornalismo
Il Muro è caduto trent’anni fa ma il Pci, ex, non cessa di fare danni
Si aiuta il partito (la sinistra) tacendo le cose oppure dicendole? Dicendole.

Un assaggio di best-seller

La storia sarebbe di Margot Wölk, dal 1938 assaggiatrice dei cibi destinati a Hitler. La storia che Postorino avrebbe voluto scrivere. Ma non ha potuto. Poco dopo che ne aveva scoperto l’esistenza, la vecchia assaggiatrice, 96 anni, è morta. Allora ne ha scritto il romanzo, come pensava che un’assaggiatrice dei cibi di Hitler vivesse e fantasticasse.
La cosa migliore è l’aneddoto: l’assaggiatrice che si scopre a 96 anni, prima di morire. E una coincidenza: “Le assaggiatrici” si scrive in parallelo con”Al servizio di Hitler”, opera sullo stesso tema di un altro scrittore, l’americano V.S.Alexander, se non è americana, che l’editore per il quale Rosella Postorino lavora, o lavorava, traduce e pubblica (titolo originale “L’assaggiatrice”). Anche lui-lei probabilmente invogliato-a dalla tardiva manifestazione di Margot Wölk sulle colonne dello “Spiegel” e del “Guardian”. I due romanzi sulle assaggiatrici di Hitler sono così usciti insieme, ma non sono gli stessi.  
La storia è una non-storia. Tanto più che non ha il pregio della confidenza, che rende attrattivi i ricordi dei famigli dei grandi. Alexander ne fa romanzo resistenziale. Postorino ne fa romanzo meno incongruo sul filo della fascinazione del male, dell’amore proibito. Non proprio da “Portiere di notte”, gli sbattimenti non si vedono, ma su quella linea lì: lui è un ufficiale delle SS, lei, nel suo piccolo, nell’orizzonte ristretto della ragazza di campagna, ha modo di sapere la verità del nazismo, che ha in orrore.  
Di più, ne fa romanzo leggibile, anche se poco resta. Postorino, che ama la scrittura (traduttrice di Duras – ri-traduttrice – e autrice di altre chicche in materia di Fresserinnen, mangione), avrà voluto fare il best-seller. Ci mette di tutto, tutto quello che le viene in mente. Fino al “sollievo di grattarsi”, per le zanzare o pulci, e altre irrilevanze, pur di fare rigaggio. Anche il detto calabrese, trasformato in teutonico, che “quando si mangia si combatte con la morte”. Scrivendo veloce. Senza problemi neanche di verosimiglianza – nella Germania di Hitler non si viveva di “fame e paura”. Travolgendo il lettore con un mezzo alluvione di Grande Fratello e Isola dei Famosi insieme – manca “e che cazzo!”? E lo ha fatto. Il best-seller. Per trecento lunghe pagine.
Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, pp. 285 € 17