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sabato 16 febbraio 2013

La rivendicazione della politica

È il secondo film più visto della stagione per, si dice, la performance di Daniel Day Lewis. Che è certamente buona ma non tale da attirare le folle. Il segreto potrebbe essere invece la politica: la rappresentazione della politica. Nei dialoghi, dello stesso Lincoln, e di Seward, Stevens, Blair, il generale Grant, la governante signora Keckley, la first lady Mary, che nella sporchissima guerra, e nello stesso filo conduttore del film, si tratta alla fine di subornare alcuni deputati contrari, sa essere semplice e anche fine - di una finezza sconosciuta in Italia alla migliore pubblicistica, compresa la migliore scienza politica.
Steven Spielberg, Lincoln

La modesta proposta di Berto per Grillo, 1971

“Una rivoluzione qualunquista”, vede Berto alla fine guardandosi attorno. E questo è Beppe Grillo. O: “Il potere piace a tutti, è per questo che si fanno sempre rivoluzioni”. Ha cominciato con Shakespeare: “In verità, c’è poco da scegliere tra mele marce”. Il secondo pensiero è: “Ma c’è, poi, questa libertà per la quale rischio di finire in galera?” Dunque niente di nuovo nei quarant’anni dacché Berto ha tentato di dare un contributo al rinnovamento, con una sessantina di micro-saggi: l’Italia segna il passo non da ora. C’è anche la “condizione di non-speranza totale, quale il mondo non aveva ma conosciuto prima” – avendo i due sistemi politici, liberale e marxista, “finoggi lavorato affinché i cittadini fossero più infelici di quanto la natura non abbia a suo modo stabilito”. Che è esagerato, ma non nella sfiducia verso la politica (europea).
Di notevole c’è che lo scrittore, passato per uomo d’ordine se non di destra, argomenta con Mao e la contestazione, Marcuse, Dutschke, don Milani. Anche questo un segno d’immobilità – di anestesia? Forse è l’irrilevanza del sinistra-destra quando tutto è immobile. La sola novità (sorpresa) è che Berto vedeva con tristezza la chiesa sconfitta dal comunismo, mentre il contrario stava per avvenire, da lì a dieci anni. Anticlericale, gramsciano in più punti, Berto è antifascista a suo modo – che non si saprebbe dire veritiero, ma certo precorritore: Il fascismo, non la resistenza”, scrive, “era stato l’unico fenomeno di base nazional-popolare che si fosse verificato in Italia dai tempi di Cesare Augusto” - benché gestito a “un livello di prodigiosa superficialità.
“Da sinistra”, invece, Berto argomenta articolo per articolo l’assurdità di molta parte della Costituzione, e questo è deprimente. Significa che, malgrado tutto, quarant’anni fa c’era meno conformismo di oggi – meno sovietismo. O è Berto maoista sornione. La modesta proposta è l’innesto nel corpaccione qualunquista della borghesia italiana di un po’ di maoismo. Un misto di volontarismo e Realpolitik nell’accezione di Berto – si finisce sempre in Grillo. Ma il presupposto è imbattibile, la critica dell’esistente, da intendere dell’opinione pubblica: “la minoranza attiva e degenerata della borghesia italiana” che “si chiama radicalismo” è attiva a produrre “falsa coscienza e falsa cultura”. Una degenerazione incurabile: “Quando l’intellettuale è preso dall’ambizione di guardare ogni cosa dall’alto ha perduto, con le qualità umane, ogni possibilità di contatto con gli altri uomini: non esce da se stesso e dalla cerchia ristretta e selezionatissima dei suoi pari”.
Giuseppe Berto,  Modesta proposta per prevenire

venerdì 15 febbraio 2013

La Germania di Grass, malapartiana

È settembre 1939, la guerra è sopra Danzica. Grass ha “quasi dodici anni” e gli piace “ancora stare in grembo alla mamma” - ci starà ancora “a quattordici anni”. Era un’altra infanzia, i nipoti di Grass nonno oggi “penano tra brutte pagelle o insegnanti pateticamente agitati”, e “gemono come se dovessero trascinare pietre pedagogicamente soppesate, come se i loro anni di scuola trascorressero in una colonia penale. C’era Hitler. C’era già stato in Grass, nella poesia “Kleckenburg, castello di pace”, 1965, nel ritratto in casa – ma quante case non ne avevano il ritratto? Qui invece Hitler è soprattutto una “trascuratezza”.
La memoria di Grass è puntata sulla confessione dell’arruolamento precoce nelle SS. Anzi, di più: Grass confessa subito la pratica di non chiedere, per non sapere – per fingere di non sapere. Dello zio Franz, padre di quattro figli, cugini molto familiari, fucilato a Danzica dopo l’occupazione, come tutti gli altri combattenti, per essere stato coinvolto nella difesa del palazzo delle Poste Polacche, senza che nessuno in famiglia ne faccia poi il nome. Del compagno di scuola Wolfgang Heinrichs, che ha il padre socialista e ascolta radio Londra, per poi scomparire a un certo punto, forse nello Strutthof, il lager vicino a Danzica, i ragazzi ne conoscevano bene l’esistenza -  gli Heinrichs sopravviveranno, passando dalla Danzica polacca del dopoguerra alla Repubblica Democratica, anche Wolfgang (che alla riunificazione nel 1991 sarà “valutato”, cioè “ridotto a uno zero assoluto”). O di Questecosenonlefacciamo, il dolicocefalo biondo da manuale della razza germanica, compagno di Grass al servizio civile obbligatorio, ubbidiente in tutto ma non all’uso del fucile, essendo obiettore, e per questo anche lui scomparso, per sempre. Ma presto lo scrittore se ne dimentica e noi pure.
Leggendo la memoria a distanza, smaltite le polemiche artefatte del lancio editoriale, sul Grass imberbe volontario di Hitler, c’è umanità in questa Germania – non insolita in Grass, nella sua burbera polemica antitedesca. Anche i tedeschi sono bambini, a lungo. E anche loro mangiano cipolle, sbucciandole, una sfoglia dopo l’altra, e lacrimandoci sopra come tutti – se non sono cipolle di Tropea. Ma è, involontariamente, anche una memoria molto informativa, più di molte opere di storia, per quanto voluminose:  i tedeschi sapevano, e non gliene fregava. Degli ebrei, e degli antinazisti. Anche dei paesi che aggredivano. Anche Grass, all’epoca e per lungo tempo, prima della “discesa” in politica, nella breve stagione di Willy Brandt.
Grass è sempre pieno di umori e si fa leggere. Ma, poi, al di fuori di tutto. Non solo delle cose che tutti i tedeschi non vogliono sapere. Racconta due viaggi in Italia. Il primo, dopo una delusione d’amore, nel 1947 o 1948, lo dice mai più eguagliato, per emozioni ed esperienze. A Palermo viene anche accettato all’Accademia di Belle Arti, a scuola di scultura, la sua grande ambizione, senza i tanti preamboli dell’analoga Accademia di Düsseldorf. E s’innamora ricambiato di una diciassettenne, Aurora Varvaro, che poi abbandonerà come tutto nella sua vita. Dichiarando però Aurora “il mio amore non vissuto ma sopravissuto”, per cinquant’anni. Senza più, anche se Aurora non è nessuno: è una pittrice e ceramista conosciuta, una delle personalità di spicco delle Eolie, dove risiede. Solo per la Lettera 22 Olivetti, sua compagna immarcescibile di lavoro, ne ha tre, Grass si commuove, dedicandole l’ultimo capitolo.
La colpa è degli altri
Più che la confessione dell’arruolamento volontario nelle SS, per cui è diventata famosa, questa “Cipolla” è un esercizio in egotismo, l’ennesimo, di Günter Grass. Con la tecnica malapartiana, da lui perfezionata, del vero-inverosimile, di cui si porta testimone, ineccepibile. Non c’è il nazismo, non c’è neppure la guerra, c’è un grande Grass. E un po’ la mamma, poco - liberato, Grass se ne dimentica: non ha “nessuna nostalgia di casa”, come non ha “nessun senso di colpa”. Il Gruppo ’47 è una manica di burocrati, poche righe. Le donne sono trasparenti, meri trastulli per sgravarsi, anche le innamorate, talvolta degnate di un nome. Perfino papa Ratzinger, che Grass si annette compagno di dadi e di filosofia tra i prigionieri di guerra, è poca cosa. Il genere confessione non diluito, pesante – τι μοι και σοι si è tentarti evangelicamente di dire: che ce ne frega a te e a me (donna)? così, pare, secondo la traduzione dei Settanta, che Gesù abbia detto a sua madre a Cana. Tra “Kaputt” e “La pelle”.
Malaparte è dappertutto, nella guerra perduta e nel dopoguerra di fame. Grass è di suo beffardo, qui come altrove, il quotidiano trasmutando in assurdo. E il suo “tirocinio” ricorda qui di sfuggita d’averlo fatto su Döblin, a partire da “Berlin Alexandeplatz”, e per il “turgido guazzabuglio di tempi narrativi” su Charles de Coster, l’“Ulenspiegel”, oltre che naturalmente sul “Simplicissimus”. Tutte, eccetto il “Simplicissimus”, letture da adulto, spiega, grazie alla biblioteca di casa della fidanzata svizzera Anna, poi sua prima moglie – Grass, come ogni tedesco di successo, ha avuto quattro mogli\compagne, non tutte insieme naturalmente, per il bisogno di ringiovanirsi. Ma è Malaparte. Con un più di cinismo. Nell’occhio di vetro del sottufficiale reduce dalla Russia, che lo mette e guardia del rancio, che nessuno glielo rubi mentre va al gabinetto. Nelle persone che scompaiono, e di cui nessuno chiede nulla: lo zio di Danzica, i professori, i compagni di scuola, i compagni di servizio obbligatorio. Magari denunciati da “liceali zelanti”. Nelle lunghe teorie di soldati impiccati, nella ritirata, soldati tedeschi dichiarati “disfattisti” se sprovvisti della “bassa di passaggio”, ragazzi  e veterani. 
La tela di fondo invece non è detta. Si impiccavano i soldati tedeschi sul fronte orientale per proteggere la ritirata di un generale verso Ovest, verso gli americani. Il generale Schörner, anzi feldmaresciallo, un ufficiale della riserva che Hitler a guerra perduta aveva messo a capo di uno Stato Maggiore del partito Nazista. E in tale veste poi a capo delle armate dell’Est. Un personaggio romanzesco, senza’altro, di cui però Grass non dice nulla - vivrà indisturbato dopo la guerra, a Monaco di Baviera, eccetto una breve condanna, pro forma. Il sordido non manca, ma Grass gigioneggia sul suo “nazisteggiare giovanile”. 
Irritante. L’arruolamento volontario non è un colpo di testa. Si fa una domanda. Si viene selezionati. Si viene addestrati, con durezza. Soprattutto nei corpi di élite, le SS militari, Waffen-SS. Si passa per un lento viaggio da Danzica a Berlino, in fiamme per i bombardamenti. Quindi a Dresda, ancora non toccata dalla guerra ma sempre con treni notturni, attardati dai bombardamenti. Ma non ci sono dubbi, né ne insorgono. La divisione che si va costituendo, anzi, s’intitola a Jörg von Frundsberg, capo della Lega Sveva al tempo delle guerre dei contadini (contro i contadini), patrono dei servi di campagna. La tragedia è pettegola. Né manca a Grass, purtroppo, la chiamata di correo: “E poi le Waffen-SS avevano un che di europeo: concentrati in divisioni, volontari francesi, valloni, fiamminghi, olandesi, molti norvegesi, danesi, perfino svedesi neutrali combattevano sul fronte orientale una battaglia difensiva che, così si diceva, avrebbe salvato l’Occidente dalla marea bolscevica”. La Germania alla difesa dell’Occidente: da quale storia Grass la tira fuori (da quella ex post di Kennedy)?
Günter Grass, Sbucciando la cipolla

Il mondo com'è (127)

astolfo

Giustizia – Il Palazzo di Giustizia di Milano veniva paragonato nel fascismo, da Raffaele Calzini, in un volume del 1942, al Vaticano, la Reggia di Caserta, il Valentino e l’Escuriale. Ne ha in effetti la sinistra ombra.

Vito Gamberale, amministratore delegato della Sip, poi Telecom, alla vigilia della privatizzazione, viene arrestato nel 1993 per voto di scambio. Si fa quattro mesi e poi esce assolto – la trascrizione era sbagliata, nell’inchiesta c’era un reato, ma era di un fornitore della Sip denunciato da Gamberale. Snza nessuna responsabilità degli inquirenti. La Sip sarà svenduta poco tempo dopo a pochi gruppi privati.

Si arresta Angelo Rizzoli che per sei volte è stato incolpato e processato, la prima anche arrestato, e assolto. Quando fu arrestato la prima volta, la sua azienda, la Rizzoli-Corriere della sera, fu “salvata” dalla Milano bene e dagli Agnelli con un esborso di pochi miliardi di lire – forse non versati: un centesimo del valore.  

Gli arresti non sono facili nella giurisdizione italiana: raramente si dispongono, anche per casi di assassinio. Nei quali da qualche anno si fanno valere come attenuanti quelle che una volta erano le aggravanti: l’ubriachezza, la droga, l’ira (la capacità d’intendere e di volere). Nel caso di imprese e imprenditori, invece, l’arresto si pratica anche in assenza di flagranza di reato o di prove. È evidente il carattere esemplare di questa giustizia, illegale nell’ordinamento italiano. Politico, cioè: l’esemplarità si assesta su una visione della vita.
A lungo questa esemplarità si è giustificata con l’esigenza di combattere la corruzione. Mentre ne è parte -  evidente. Mani Pulite ha liberato la corruzione, anche perché selettiva: ha colpito certi gruppi economici e non altri, anche in presenza di colpe certe, certi partiti e non altri. I giudici Borrelli, Di Pietro, Colombo, che Mani Pulite presentavano come un’operazione anti-corruzione, lo hanno da ultimo riconosciuto: la corruzione a Milano si è moltiplicata.

Al funerale di don Verzé, Cacciari ha citato Don Milani: “Le mani veramente pulite le ha solo chi le ha tenute sempre in tasca”.
Ma c’è modo.

Paternità – Si riconosce nel mentre che si disconosce. Si riconosce come nostalgia e come recupero della funzione familiare. Ma in subordine e a caro prezzo: il congedo parentale è per i padri ora ottenibile ma a pagamento.
La giurisprudenza e la prassi la escludono comunque dalla vita familiare in caso di separazione. Sempre e comunque dalla casa di abitazione comune. Sia pure essa parentale, della propria famiglia di origine, anche da più generazioni. Con casi perfino ridicoli, non isolati: di genitori costretti a coabitare con l’ex nuora, cui devono cedere la parte migliore della loro propria casa se ha un figlio, compresi in casi in cui questa si è riaccasata (in convivenza naturalmente, per mantenere il privilegio). Con diritti di frequentazione dei figli ridotti a poche ore. Anche se è stata la moglie-madre ad abbandonare il “tetto coniugale”.
È l’effetto del lodo Jotti, per cui il coniuge debole è sempre la donna. Di una giustizia che è quasi interamente al femminile. Di una malintesa pedagogia per cui la convivenza con la madre è sempre meglio per il bambino, anche se la madre non se ne cura.

Presidenzialismo – La costituzione è da tempo di fatto  presidenziale, mentre sulla carta è parlamentare. La durata del mandato si è trasformata, da notarile (De Nicola, Einaudi) a centro inscalfibile di potere. Esercitato da Scalfaro ben oltre i limiti democratici, con gli scioglimenti arbitrari delle Camere e la sfiducia presidenziale dei governi.
Celebrarne l’immutabilità è, di fatto, dare una copertura e una difesa alla trasformazione surrettizia. Che nelle procedure e negli effetti non si può dire democratica. Il criterio dell’efficacia non è valida ragione.

I due tipici “palazzi” del potere – guicciardiniani, o pasoliniani – sono il Quirinale e il Palazzo dei Marescialli, che si fronteggiano sul Colle più alto di Roma. Impenetrabili, inflessibili.
Il terzo palazzo dei potere impenetrabile è non lontano, in piazza Indipendenza, quello del Consiglio Superiore della Magistratura.
Sono “palazzi”, per natura non democratici. Ma per questo anche non imputabili: è la loro natura di essere elettivi-non elettivi, per la durata e l’insindacabilità del mandato. Anche se veicoli di politica spicciola, di sottogoverno, come si diceva, o di voto di scambio, come usa dire oggi.

Ha finito per essere la cartina di tornasole dell’indigenza del costituzionalismo italiano, e più in generale del diritto pubblico e della sociologia politica. Una domanda popolare (elettorale), suffragata da infiniti referendum, e un’esperienza ormai lunga e negativa di non governo, hanno sollecitato per decenni una funzione di governo distinta dall’assemblearismo. Una domanda tenacemente contrastata come anticostituzionale, nel mentre che si avalla in suo nome la sovversione e il vero fascismo, quello di una presidenza della Repubblica, che sulla durata di sette anni e sulla totale irresponsabilità configura un potere insindacabile. E sulla quale tre ordini di ombre incombono: 1) l’investitura non popolare, su un programma di governo, ma per accordi tra i partiti, 2) la durata abnorme, 3) l’opacità di funzionamento, con una corte di consiglieri segreti, sotto l’influenza di interessi di parte incontrollabili.

Responsabilità oggettiva – Fu un criterio molto in auge nell’operazione giudiziaria Mani Pulite.  Ma selettivo. Nella Fiat si applicò a tutti i manager, ma non al’Avvocato Agnelli, anche se senza di lui nulla si muoveva alla Fiat. Con qualche dubbio su Umberto, ma mai sull’Avvocato. Dubbio peraltro che si riteneva insinuato da Romiti. In un caso la responsabilità oggettiva fu imputata allo stesso Romiti. Ma il caso, subito criticato dalla Milano che conta,  Cuccia, “Il Sole” e il “Corriere della sera”, rientrò senza effetti.
Lo stesso per il Pci, i suoi dirigenti. Come se il Pci non fosse stato un partitolo militarizzato – o che tale si voleva – e i suoi dirigenti si muovessero liberamente sui conti svizzeri delle tangenti russe. Dirigenti peraltro subito derubricati a impiegati di concetto: Mani Pulite registra nella sua storia unica perfino impiegati con piena firma, anzi con la disponibilità dei conti in Svizzera.

Suicidi – Avvengono giornalmente, pare, di imprenditori. Non divulgati dalle questure per evitare l’effetto imitativo. È una leggenda metropolitana, ma non inverosimile. È già successo al tempo di Mani Pulite, quando i suicidi non fecero notizia, se non in tre casi.
I suicidi accertati per effetto di Mani Pulite sono almeno quaranta. Gramellini, prima di convertirsi a giustiziere, dava questi dettagli, insieme con Carlo Fruttero, in “La patria, bene o male”, a p. 321. Il primo a spararsi  fu Renato Amorese, segretario socialista di Lodi, una sera di giugno del 1992. Questi i particolari sui tre casi celebri. Moroni si spara in bocca con un fucile, dopo aver scritto a Napolitano. Cagliari lamenta “la criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano”. Il 20 luglio 1992, “per evitare l’onta del carcere tre giorni dopo Raul Gardini si spara un colpo alla tempia”.
Sempre Gramellini, a p. 323: Gardini entra a Botteghe Oscure con una borsa piena di soldi, lo testimonia l’autista, ma a chi l’ha consegnata non si saprà “perché s’è suicidato”. E intende che potrebbe essere stato suicidato. Non si saprà perché nessuno ha indagato.

astolfo@antiit.eu

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giovedì 14 febbraio 2013

Il papa di G.Grass era un falso timido

È il 2005, Günter Grass torna a Danzica con la sorella, ex suora, entrambi prossimi agli ottant’anni, desiderosi di rivedere i cugini casciubi, la parentela mezza slava per parte di mamma. Passeggiando sulla spiaggia, entrambi si dicono orripilati dall’agonia pubblica di papa Giovanni Paolo II. Grass ne fa una lunga pagina di “Sbucciando la cipolla”, il libro di memorie in cui rievoca la sua vita di volontario delle SS militari negli ultimi sei mesi della guerra.
In questo libro più che altrove Grass è “malapartiano”, il vero rappresentando nell’inverosimile, di cui pretende di avere testimonianza diretta e oculare. Ma, nel caso di “Joseph”, con accenni ripetuti, e senza eccessi. Eccetto che nel dialogo con la sorella (pp. 335-337). “Giudicammo entrambi la morte pubblica dell’ultimo papa, quello polacco, una vergognosa esibizione. Io dissi «disgustoso», lei «sconveniente». A me vennero in mente aggettivi ancora peggiori; lei ne ingoiò alcuni che forse avrebbero surclassato i miei”.
Malapartiano
Qui viene a Grass di raccontare alla sorella di Joseph nel campo di concentramento postbellico di Bad Aibling, vicino Monaco, col quale, per sopire la fame, masticavano cumino: un bavarese e “un cattolico di ferro”, che, “se non ricordo male, veniva dalla zona di Altötting” – come il papa. Con la posizione che poi adotterà ufficialmente: “Per rendermi più credibile ammisi una certa insicurezza: «Eravamo solo due tra migliaia»”. E ne parla con acredine mista: “Non volli escludere che… potesse essersi trattato di un certo Ratzinger che oggi in vesti papali vuol essere infallibile, anche se in quella maniera timida a me già nota che, in quanto fatta di affermazioni pacate, era particolarmente efficace”. Ma se Joseph non era Ratzinger, era la sua copia: “Che pensasse di diventare prete, di ragazze non volesse saperne e subito dopo la liberazione dalla prigionia intendesse studiare il dannato ciarpame dogmatico, è una cosa sicura “. Com’è sicuro che questo Ratzinger è stato a Bad Aibling nello stesso tempo di Grass, “l’ha detto anche la «Bild-Zeitung»”. Con Joseph, Grass racconta alla sorella di essersi giocato a dadi il futuro: “Io volevo diventare un artista, famoso, lui vescovo, e ancora di più, sa il diavolo cosa. E fingevamo anche che fosse possibile uno scambio dei ruoli”. Poiché anche un laico può diventare papa, si giocarono questa possibilità: “Joseph vinse per tre punti. Si può definirla scalogna o fortuna. Così purtroppo io sono diventato solo uno scrittore, mentre lui…”.
No, ma
Subito dopo l’uscita del libro Grass sembrò smentire il particolare, il secondo motivo d’interesse delle sue memorie. Ma le date coincidono. La biografia ufficiale di papa Ratzinger spiega che a 14 anni, nel 1941, fu arruolato d’ufficio nella Hitlerjugend, la gioventù hitleriana, come la legge prevedeva dal dicembre 1939. Con molte sue riserve. Determinate anche dal fatto che un cugino coetaneo afflitto dalla sindrome di down era stato ucciso nello stesso anno, nella campagna eugenetica denominata T4. A sedici anni, mentre si trovava in seminario, fu arruolato al lavoro obbligatorio nella Luftwaffe – come Grass: addetto alla sorveglianza della contraerea. E l’anno dopo arruolato e addestrato in fanteria – mentre Grass aveva fatto domanda come volontario sommergibilista e poi nelle Waffen SS, le unità di combattimento al fronte. Dopo la sconfitta il giovane Ratzinger rientrò in famiglia, a Traunstein. Ma fu internato dagli alleati a Bad Aibling. Come Grass, quindi, che scrive molto di Bad Aibling. Dal campo Joseph Ratzinger fu rilasciato dopo un paio di mesi, nell’estate. A novembre del 1945 rientrava in seminario, col fratello maggiore Georg.
Bad Aibling era un campo di diecimila prigionieri di guerra (non centomila, di cui più in là, probabile refuso). Ma di uno in particolare Grass si ricorda, un Joseph coetaneo, del 1927, con cui giocava a dadi, che era molto religioso, faceva discorsi teologici, sapeva di latino, e fu rilasciato presto. All’uscita del libro, richiesto se il Joseph era papa Ratzinger, Grass si schermì: “Posso solo presumerlo. Questa presa di coscienza è sopravvenuta per la prima volta mentre scrivevo. Quel che è certo è che a Bad Aibling, un campo di detenzione di massa sotto il cielo aperto, in cui erano stati raccolti circa 100 mila prigionieri di guerra tedeschi, mi ero rintanato in un buco nel terreno con un ragazzotto della mia età - eravamo entrambi diciassettenni. Era di origini bavaresi, cattolico in maniera intensa, quasi fino al fanatismo, ed era anche capace, con i suoi 17 anni, di infilare di tanto in tanto nel discorso delle citazioni latine. Lui voleva fare carriera nella gerarchia ecclesiastica; io volevo diventare artista, e famoso”. Il ricordo, disse ancora Grass, riaffiorò alla notizia che Ratzinger, a lui peraltro già noto come prefetto del Sant’Uffizio, era stato eletto papa: “Questo Joseph mi sembrò all’improvviso conosciuto, anche il modo di comportarsi, questa timidezza, l’ostinazione, la delicatezza - posso solo supporlo, però, che quel ragazzo fosse lui”.
Il buon ricordo
Anche nella precisazione Grass è ostile, prevenuto col papa come con ogni fatto religioso, da vecchio chierichetto: “Conoscevo la sua mentalità conservatrice, la sua entrata in scena partita dallo sfondo e perseguita con ostinazione, piano piano”. Ma nelle memorie lo identifica col papa, per tanti particolari, e lo ricorda con affetto, anche con ammirazione. Dopo la passeggiata con la sorella, accomuna il ricordo di Joseph a quello della prima esperienza col Gruppo 47, l’avanguardia letteraria tedesca, nel quale fu cooptato per caso, con molta sufficienza, e con l’unica raccomandazione di dire le sue poesie nelle riunioni del gruppo “forte e chiaro” (p. 370): “Il mio compagno Joseph, che nel ’47 era studente di filosofia e dogmatica nel seminario di Freising, quando stavamo accucciati sotto un telone nel campo di Bad Aibling mi ha letto le sue devotaggini da un libriccino rilegato in nero a voce così bassa e quasi afona da indurmi a credere che, nello sviluppo di una favola di tutt’altro intreccio, non sarebbe mai diventato qualcuno”.  
Questo è l’ultima traccia di Joseph in “Sbucciando la cipolla”. In precedenza il futuro papa ricorre una decina di volte, sempre in toni angelici. A p. 152: “Parlava come un libro stampato in un tedesco ipercorretto dalla cadenza bavarese… Parlavamo di Dio e dell’universo mondo. Anche lui aveva fatto il chierichetto, in modo continuativo, io soltanto per ripiego.  Lui credeva ancora, per me niente era sacro. Entrambi eravamo pieni di pidocchi, ce ne importava poco.  Anche lui scriveva poesie…”. A p. 173: “Eccolo lì, Joseph, mi sommerge di parole – a voce fermamente bassa, anzi sommessa – e non riesce a uscirmi di mente. Io volevo diventare questo, lui quello. Io dicevo che esistono più verità. Lui che ne esiste una sola. Io dicevo di non credere più a niente. Lui insellava un dogma dietro l’altro. Io esclamavo: ma Joseph, non avrai per caso in mente di fare il grande inquisitore o magari anche qualcosa di più? Lui faceva sempre qualche punto in più (ai dadi, n.d.r.), e giocando citava sant’Agostino, come se avesse davanti le sue confessioni nella versione latina”. Joseph è il personaggio che più ritorna nella narrazione, a partire da un certo punto – la sua elezione a papa durante la stesura delle memorie?
A p. 178 Joseph è “un tenero prepotente. Di lui si deve continuare a raccontare, visto che questo Joseph scriveva poesie come me dai tempi in cui servivamo messa, ma aveva progetti per il futuro assai diversi…”. Dopo averlo detto “il ragazzo bavarese che fu rilasciato in tempi brevi dal campo di Bad Aibling e insieme al quale per alcuni giorni dilatati avevo schiacciato pidocchi, masticato cumino e giocato a dadi pensando al nostro futuro”.Quando anche lui è rilasciato, Grass non sa dove andare, non ha notizia dei suoi e non ne ha nemmeno memoria. Ma “spontaneamente” si ricorda attirato “nella zona americana anche se illegalmente, dove dopo qualche ricognizione speravo di trovare il mio compagno Joseph in un buco bavarese fra Altötting e Freilassing”.
Nel primo accenno (p. 124) Joseph gli era apparso “così tenacemente cattolico che vorrà senz’altro diventare prete, vescovo, magari cardinale…”. Nel terzo accenno (p. 199) c’è un doppio scivolone.  Grass dimentica la precauzione malapartiana dell’indeterminatezza, raccontando di aver cercato Joseph alla liberazione “nella regione bavarese, a Marktl am Inn o in un altro buco del genere”, come se ne conoscesse il cognome e l’indirizzo. E lasciandosi andare a ipotesi mentre avrebbe dovuto ricordare cosa i genitori gliene dissero: “A casa dei genitori non lo trovai. Probabilmente era già chiuso in un seminario e si esercitava nelle costrizioni della Scolastica”. Uno sgarbo della memoria?
Nel 1946, “agganciatore” per sopravvivere nella miniera di potassio Siegfried 1 della Burbach-Kali AG a Groß Giesen, Grass sopravvive mentalmente esercitandosi al latino, che aveva dimenticato, Una “situazione assurda”, ma “talmente chiara”, dice, “che ancora oggi mi sento coniugare verbi”. Un esercizio che il ricordo gli riporta di Joseph (p. 212): “Una lingua che il compagno nel campo di Bad Aibling padroneggiava e aveva definito «dominatrice del mondo per l’eternità». Più ancora: Joseph sosteneva addirittura di sognare secondo le immutabili regole di quella lingua”. Poi a Düsseldorf, mentre tenta di forzare l’ingresso all’Accademia di Belle Arti, Grass ambiva a diventare scultore, il “compagno Joseph” lo accompagna (p. 225), che diceva: “La grazia non piove dal cielo”. E subito dopo ritorna quando Grass discute la possibilità di prendere gli ordini col direttore della Caritas, che lo mantiene (pp.259-261): “Mi ricordavano i discorsi tenuti giocando a dadi durante la prigionia con il mio compagno Josef, che allo stesso modo aveva tentato di rintracciare, simile a un cane da fiuto, la mia perduta fede infantile nel Sacro Cuore di Gesù e nella benedetta Madre di dio, avendo già allora pronte per l’uso una dozzina di sottigliezze teologiche”. Con un secondo scivolone: Joseph “nel frattempo era diventato vescovo”, mentre doveva ancora essere ordinato sacerdote.

La protesta è ufficiale

Centocinquanta pagine per non dire nulla.
Il giudice era già in sindrome abulia, quale si vede nella campagna elettorale? O non ha nulla da dire. Devastante il paragone con l’intervista di Falcone a Marcelle Padovani, o con Pasolini, che il giudice richiama. Già l’“io so” di Pasolini era più stinto di quello di Zola: l’umore sdegnato contro l’esito di un imbroglio scoperto, l’immaginazione contro una solida politica e una vera giustizia. Qui sembra essere la burocrazia della protesta.
Giuseppe Lo Bianco-Sandra Rizza, Antonio Ingroia. Io so, Chiarelettere, pp. 156 € 12,90

mercoledì 13 febbraio 2013

La commedia all’italiana si fa a Londra

Qui, a Londra, si celebra senz’altro la nascita di Verdi, “il più grande compositore di canto”. Il quartetto è di una casa di riposo per artisti musicali, tra essi bizzosi cantanti d’opera. Ma si comincia col brindisi della “Traviata” e si finisce col quartetto del “Rigoletto”. Con ciò che piace, senza birignai.
È la commedia all’italiana classica, che resiste ormai in Inghilterra, lieve cioè e fantasiosa, vedi “Bily Elliot”, “Full Monty”– così come gli inglesi fanno meglio, molto meglio, il neo realismo, da “Trainspotting” in poi. Ormai, cioè dopo quarant’anni di ortodossia veteropartitica che in Italia ha affossato il racconto dal vero, i quarant’anni del compromesso clericale-sovietico. Con attori veri e non compagnucci della parrocchietta. Senza ideologie e fredde amaritudini.
Il film è della Bbc - immaginarsi lo stesso soggetto alla Rai. Del resto è a Londra che si tiene vivo e si celebra il belcanto, alla Decca e all’Opera. Dustin Hoffman è a suo agio come regista, benché debuttante, a 75 anni, per essere stato tra gli attori americani quello che dall’esordio si è ispirato alla commedia all’italiana, genere Gassman-Trintignant, prim’attore senza fisico del ruolo e recitazione dimessa. Ma la vecchiaia musicale comincia a essere un genere - il genere Preservation Hall di New Orleans per vecchie glorie, rigenerato da Wenders a Cuba.
Dustin Hoffman, Quartetto

Ombre - 165

Corsa non più solitaria quest’anno dei giudici alle elezioni. Allo squadrone Democratico (Busto Arsizio, Roma, Milano, Bari), si affianca quello Montiano (Siena, Palermo) e quello Finiano (Firenze, Bari again). La lepre invece è sempre Berlusconi.
Il giudice Ingroia, che corre da solo, fa perfino simpatia.

Due pagine del “Corriere della sera” e due di “Repubblica” per ridurre a due i contestatori di Crozza a Sanremo. Come ha detto Fazio – e Giancarlo Leone, dietro le quinte. Ma non vedono la televisione?

Il “Corriere della sera” è recidivo. Quando Mike inaugurò “Lascia o raddoppia” il suo redattore capo Nottola sostenne a lungo che, se il “Corriere” non se ne occupava, nessuno ne avrebbe saputo niente.
È così che ogni pochi anni hanno una crisi, e devono tagliare questo e quello?

Berlusconi è atteso da tre condanne certe dopo il 24 febbraio a Milano.Ma si fa campagna elettorale come se non. Fair play? Sono processi per burla?

Dunque è accertato che il Comune di Firenze ha distribuito dal 1999 almeno 50 milioni a titolo di “compensi per progressioni orizzontali” – aumenti di stipendio senza cambio di mansioni. A tremila impiegati. Lo avevano denunciato ad aprile gli esperti dell’Economia, e si poteva pensare a una diatriba politica. Ma il Procuratore Generale della corte dei conti Giampaolino lo dà per accertato. Senza che si sapesse: niente scandalo?
Cinquanta milioni di gratifiche. Nel Comune che ha il più alto assenteismo d’Italia.

Gli uffici della Roma Eur Spa sono perquisiti. Il sindaco di Roma telefona all’amministratore delegato e gli dice: “Che avete combinato? Hai fatto un casino”. La telefonata è su tutti i giornali, quattro pagine, due in cronaca nazionale e due in cronaca locale: il fato sembra gravissimo. È uno.

Due. La Procura di Roma fa un comunicato, il giorno dopo, per dire che la telefonata, che ha registrato e diffuso, non è agli atti dell’inchiesta e che il sindaco non è indagato. Dovrebbe dire “abbiamo scherzato”, ma non lo dice. Il comunicato rientra nella tecnica del marketing politico di avere pubblicità gratis sui giornali due volte, con la smentita della “notizia”. Dov’è il delitto?

Chiara Di Domenico si è appena illustrata con una storia strappalacrime di precaria a 35 anni. Un applauso la sommerge di otto minuti, più lungo del suo intervento. Bersani la cerca per abbracciarla. Ma non è commozione. È odio. Per Pietro Ichino. E Giulia Ichino, che è colonna portante della Mondadori, ma ha la ventura di essere figlia di Pietro, e quindi secondo Chiara Di Domenico e secondo il partito è una raccomandata.

Mucchetti dice, nel libro-intervista con Cesare Geronzi, che Fazio pretese nel 2001 il licenziamento di Giulio Anselmi dall’“Espresso, non lo ottenne, ed da allora escluse De Benedetti dall’assemblea annuale. Geronzi assicura che non è vero. Ma è vero che da allora l’attacco alla Banca d’Italia s’intensificò. Un dubbio contro una certezza.

L’articolo dell’“Espresso” contro cui Fazio protestava, “Little Bank of Italy”, riduceva la Banca d’Italia a sussidiaria di Banca Intesa, sua “padrona” al 40 per cento. È quello che è successo.
Quello che non si capisce è perché l’“Espresso”, tradizionalmente schierato per le istituzioni, per l’autonomia della Banca d’Italia, l’abbia voluta asservita a Bazoli. Perché era nell’interesse di De Benedetti. E perché era nell’interesse di De Benedetti?

Nel quindicennale del “Dio dei mafiosi”, Scarpinato diventa il Procuratore Generale di Palermo. Predestinazione?
Ma Scarpinato, bisogna dire, ha fatto altro: ha tenuto per tre mesi la requisitoria contro Andreotti mafioso, una dozzina di udienze, cento ore. Dev’essere un record mondiale. E ha battezzato “il Fatto Quotidiano”.

Nel “Dio dei mafiosi” Scarpinato ha fatto la teologia di Cosa Nostra. È un saggio apparso sulla rivista “Micromega” quindici anni fa, la ricorrenza andrebbe celebrata.

Ingroia al Parlamento, Scarpinato Procuratore Generale: non si potrà dire che “Il Fatto” non ha padrini.

La “braschiana” è contagiosa. Ha argomentato l’arbitro degli arbitri Braschi che in Juventus-Genoa, il calciatore genoano  non ha commesso fallo di rigore in quanto “colpisce la palla, non se la tira da sé sul braccio”. Subito l’arbitro turco Cakir.si è adeguato in Olanda-Italia: Lens fa lo stesso, non “si tira” il pallone sul braccio ma il braccio manda sul pallone, e poi segna, un goal valido. 
Cakir ha pagato i diritti a Braschi? Il know-how va protetto. 

Problemi di base - 133

spock

Se la natura non spiega la natura, che ci sta a fare?

E dove stanno in natura i miei pensieri?

Piovono arresti
E piovono papi,
Dopo le pietre,
Le lane e le rane:
Che voto è questo
Di portenti mesti?

Bruti Liberati, nomen omen?

Abbiamo perduto la libertà perché ce l’hanno imposta?

Ma, se l’Europa fa a meno della chiesa, perché la chiesa vuole salvarla?

Quand’è che il granello si fa montagna?

spock@antiit.eu 

martedì 12 febbraio 2013

Paparimario

I buoni tedeschi
Essendo in pochi
E fanciulleschi
Si fan libreschi
E chisciotteschi
(anche un po’ freschi).

La colpa tedesca è degli Usa

A Los Angeles, la città del titolo, dove passa nove mesi nel 1992-1993, Christa Wolf fa incontri a vario titolo curiosi, anche per non essere abituata a tanta libertà, e ce ne ragguaglia. Ma soprattutto riesuma con Thomas Mann e Bertolt Brecht la Schadenfreude, l’invidia e la denigrazione di tutto ciò che la Germania fa di buono. A opera degli stessi tedeschi: la Schadenfreude è passione che i bennati (tedeschi) imputano alla Germania.
Tesi equivoca, va da sé. Tanto più che la scrittrice se ne fa scudo per rigettare l’accusa di essere stata confidente della Stasi, la polizia segreta comunista a Berlino Est (il libro è uscito nel 2010, dopo la polemica). Cosa che lei invece è stata, seppure per pochi mesi, anche se l’ha rimossa. Per esserne poi ripagata con un dossier a suo carico di 42 volumi: il comunismo non conosce misure, il comunismo tedesco. Ma allora perché non dire che il peggio del comunismo tedesco non era la violenza, o il ricatto poliziesco, ma il degrado morale? Come si sono riempiti 42 volumi? Per i tanti volenterosi carnefici. Questo però nessun tedesco vuole dirlo – anche se è il solo fondamento possibile di una ricostruzione morale, se non politica: la verità.
Perché c’era il comunismo da Berlino a Dresda? Perché c’erano le truppe sovietiche… E perché Christa fu comunista? Nata nella Prussia polonizzata, la sua famiglia, in fuga dall’Armata Rossa, si stabilì in un’area controllata dagli Alleati occidentali. Ma era al di là dell’Elba, in territorio che la divisione quadripartita assegnò all’Armata Rossa…
Thomas Mann e Bertolt Brecht in esilio a Pasadena vi fecero, si dice, la “Weimar sotto le palme”. Christa Wolf si è trovata bene negli Usa, rispettata e onorata, e vuole ingraziarseli – sono dopotutto la Frontiera, della lettura: l’aneddotica è divagante ma ottimista, molto yankee. Ma perché poi Brecht e Mann sono stati antiamericani, anche duri?  I tedeschi sono sorprendenti – li conosciamo poco – ma poco affidabili.
Christa Wolf, La città degli angeli, e\o, pp. 416 € 12 

Letture - 127

letterautore

Computer - Lo scrittore americano Scibona, che dirige una scuola di scrittura, dice il computer la tomba dei rifacimenti-riscritture: “Se un pezzo è scritto a mano o a macchina, continua a crescere. Sul computer, specialmente sulla pagina della stampante laser, che sembra come la pagina a stampa, appare finito. Perde elasticità. Quando riscrivo una frase sulla macchina da scrivere, prendo decisioni, quasi consciamente, su ogni parola e segno d’interpunzione. Sul computer non fai che emendare qualcosa che esiste già. Sul computer, devi solo stare attento al cambiamento che hai deciso di fare. Quando invece riscrivi la frase sulla macchina da scrivere, ti ritrovi a riesaminare ogni virgola e ogni parola, investendo tutto te stesso di nuovo nell’intera frase”.
Ma chi scrive a macchina? Se ne trovano ancora?

Don Chisciotte – Nietzsche lo consiglia all’amico Rohde “non perché sia la lettura più amena, bensì perché è la più amara che io conosca”. Nietzsche drammatizzava?

Don Giovanni - Nel lungo poema di Karoline von Günderode muore, letteralmente, d’amore.

Egemonia – Deriva certamente dalla Führerschaft di Max Weber – scaduto a vezzo intellettuale,  da cui Hitler derivò il Führerprinzip. Che a sua volta deriva certamente dall’egemonia di Platone. Ma Gramsci, seppure la parola potesse essere in quegli anni di uso comune, ne dà un’altra lettura: “Ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico”. E può darsi soltanto in un ambiente culturale plurale: “Non solo nell’interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma nel’intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di civiltà nazionali e continentali”. Non nel senso del rapporto tra padrone e servo – non c’è padrone senza servo – ma degli apporti culturali diversi e tutti pari: “L’egemonia… presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero), cioè un regime liberal-democratico”.
In effetti Gramsci, che molte polemiche nell’ultimo anno ascrivono ad apostata del sovietismo, è sorprendente.

Francese – È scomparso dalle librerie internazionali. Alcune hanno lo scaffale tedesco, in aggiunta all’inglese, ma non più il francese. Le Librerie Feltrinelli lo hanno sostituito col castigliano – prevalentemente sudamericano.

Nobel – Molti non ci arrivano per gli odi nazionali – e molti premi, per questo, vanno a candidati di secondo piano, trascurati nelle guerre civili o meno odiati perché meno in vista. Quando una prima scrematura è stata fatta dalle varie accademie scandinave, e c’è un orientamento verso una certa area geografica, l’uso è di presentire le comunità degli stessi paesi prescelti, letterarie, scientifiche, mediche, sul nome papabile. Queste comunità non possono decidere l’assegnazione del premio, ma possono farla fallire.
Il caso più famoso è quello di Mario Luzi. Il più recente di Claudio Magris. Il penultimo è del fisico Giorgio Parisi: il premio saltò per le denigrazioni della comunità “zichichiana”, allargata al Nobel Rubbia, che candidò Luciano Majani.
Majani, poi designato a capo del Cern di Ginevra per il forte peso che l’Italia, che lo finanzia, ha nell’acceleratore ginevrino, è stato da ultimo recuperato alla presidenza del Cnr. Su designazione di Parisi.

È discriminante in letteratura, “il” traguardo a cui si tende e che si riflette indietro sull’opera. Un fatto su cui ogni Grande Autore deve confrontarsi: ha avuto il Nobel, non ha avuto il Nobel. E perché sì, perché no.
Dal premio si riparte, l’editoria, la critica, i lettori, per sistemare, leggere, interpretare, gustare la lettura. Un autore, il libro di un autore che stiamo leggendo. Un tempo i contesti erano le periodizzazioni (il primo, il secondo, il terzo...), la storia, la società, il comparativismo, l’analisi linguistica anche, ora il Nobel. Con curiosi effetti di spaesamento, nel Nobel si annullano la geografia e la storia, anche letteraria.

Paternità – Saba molto elogia (“Scorciatoie”, 86-88, e 163)  il Foscolo, “Per la morte del padre”, attraverso il De Sanctis, in sintonia con De Sanctis. Che però elogia un altro distico di Foscolo, di altra poesia.
Un lapsus freudiano, direbbe un freudiano: Saba elogia erroneamente il Foscolo via De Sanctis, per non potersi esercitare lui stesso nell’elogio del padre. Vittima doppia del freudismo.

Semitismo – È la radice che l’epoca vuole per l’Occidente: dopo aver allargato la storia greca, nelle sue radici, al Medio Oriente, la si restringe al nucleo semitico. È il filone degli studi della Black Renaissance Usa e della rinascita cananea - negli Usa il revival negro-africano si combina con quello ebraico. Ma era stato preceduto da Nietzsche, “Il servizio divino degli dei”, alle pp. 29-31: “Una dominazione fenicia deve avere preceduto l’ellenizzazione in Grecia; gli edifici delle città, gli impianti e le istituzioni, così come i loro dei, i loro culti e le loro saghe, giunsero in parte ai greci”.

Th – Molto in uso in greco, è vocalico? Giuliano Campioni, nella traduzione di Nietzsche, “Il servizio divino dei Greci”, che ha curato,  “gli thesauroi” a ripetizione, “uno thesauros”, “nessuno thesauros”, “lo thesauros”, “allo tesauros”. Molto fastidioso: la filologia può essere inutile. Ma per il Rocci è una consonante aspirata. Non di quelle che in italiano richiedono “lo, uno, gli”: la s impura (seguita da consonante), z, x,  ps  (più gn-).

letterautore@antiit.eu

Borghesia in maschera a via Solferino

Ogni quindici anni mille esuberi, e questo è tutto. I piani Rcs-Corriere della sera, la maggiore azienda editoriale privata italiana dopo quella di Berlusconi, non sanno andare oltre i tagli. Forse per l’incapacità del management, Angelo Provasoli e Pietro Scott Jovine. Che però è stato rinnovato pochi mesi fa proprio per averne idee nuove. Certamente: 1) perché i soci non vogliono metterci soldi, e 2)perché vogliono capitalizzare nei loro ambiti, bancario e politico (sottogoverno, la sanità per prima), attraverso il potentissimo “Corriere della sera”, e nulla più.
L’aumento di capitale, evitato con trucchi contabili l’anno scorso, sarà probabilmente necessario quest’anno ai sensi di legge. Ma i soci tentano di limitarlo, se non di evitarlo, con i tagli e la vendita di via Solferino.
Le perdite sono italiane. Si era fatto capire che erano provocate dalle consociate spagnole, ma i tagli sono italiani. I periodici verranno chiusi, e questo dovrebbe bastare. Il quotidiano, invece, che ha (quasi) dimezzato le vendite in cinque anni, resta intoccato - è quello che serve. La redazione verrà trasferita dalla storica e centrale sede di via Solferino a via Rizzoli, in periferia. Con l’obiettivo dichiarato di capitalizzare sull’immobile storico. E con quello surrettizio di umiliare la redazione per controllarla meglio - con la pretese d’incarnare la migliore borghesia nazionale (giusto perché è Carnevale?). 

Il fiscal compact uccide le economie

Il Fondo Monetario Internazionale lo riconosce: il fiscal compact ha effetti distruttivi sull’economia, in rapporto tre volte più grave del previsto. Convenzionalmente, si calcolava che la riduzione di un punto percentuale del debito pubblico comportasse una riduzione della crescita dello 0,5 per cento. L’affinamento dei sistemi di correlazione dà invece una riduzione della crescita dell’1,6 per cento per ogni punto di riduzione del debito.
Lo studio è teorico, senza riferimenti al quadro europeo. Ma nasce dalle politiche del fiscal compact, le misure di austerità imposte a Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, con effetti distruttivi sull’economia. I piani di riduzione del debito sono stati “troppo duri, troppo rapidi”, secondo lo studio.
Il ricalcolo è opera di Olivier Blanchard, il capo economista del Fmi, un professore francese che ha fatto carriera all’Mit di Boston, e del suo collaboratore Daniel Leigh – un estratto è sul sito del Fondo, ma il saggio è disponibile online, “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers”. È parallelo al cambiamento di presidenza in Francia, e potrebbe significare un cambiamento di rotta di Parigi nei confronti della politica mercantilista tedesca, che fa perno sul debito per sopravanzare la concorrenza europea. Blanchard è al Fmi come uomo di fiducia della dirigenza francese, Dominique Strauss-Kahn che ce lo ha portato e Christine Lagarde che l’ha confermato.  

lunedì 11 febbraio 2013

Germania imperiale, madre di tutte le disgrazie

È Germania-Europa, Germania contro tutti in Europa, e la Germania ha vinto. La partita non è chiusa, ma solo nel senso che altre gravi perdite possono assommarsi per gli sconfitti. Da ultimo sul bilancio comune e sull’euro, che Angela Merkel vuole sopravvalutato, e quindi nega che lo sia. Al solo fine di mettere in difficoltà i suoi partner-concorrenti in Europa, Francia e Italia per primi.
Non c’è chi non lo veda: la Germania di Angela Merkel è stata, in questi cinque anni di crisi, la madre di tutte le disgrazie. Dalle banche tedesche politicizzate, corrotte cioè e pericolanti, i cui oneri ha trasferito alla Ue, al salvataggio impedito della Grecia per allargare la crisi del debito europeo. L’Irlanda sì, subito, a un costo doppio che per la Grecia, la Grecia no. Nel primo caso si trattava di salvare le banche, e ingraziarsi la potentissima City (“Economist”, “Financial Times”). Nel secondo di mettere sotto pressione i paesi con un debito alto, tra essi anzitutto l’Italia. Il cui debito è  sostenibile, ma appunto è alto.
Seppure tra le macerie - la disoccupazione reale al 15-20 per cento in Italia, Francia a Spagna -  Merkel non deflette: si è asservita, per l’incapacità di Sarkozy, Berlusconi e Monti, l’Ue, e non deflette. Non ne avrebbe motivo: i conti della Germania vanno bene perché  quelli del resto dell’Europa vanno male, a meno di non essere asservite (bassi salari, orari alti) alla stessa Germania.
È una Germania sorridente, che onora tutti coloro che ne riconoscono il primato: targhe, decorazioni, premi insigni. E li invita a tessere le sue proprie lodi in Parlamento. Dopo aver perso tutte le guerre imperiali del Novecento, ha imparato che il conquistatore deve essere largo di onori, i quisling vanno accolti coi tappeti rossi e non dalla porta di servizio. Ma con lo stesso ghigno con cui è inflessibile sui suoi interessi a scapito dei partner europei.
Senza le armi, è riuscito ad Angela Merkel quell’impero che alla Germania dei cancellieri di ferro è sempre abortito. Grazie alla mediocrità o l’incapacità dei dirigenti francesi e italiani, Sarkozy, Berlusconi, Monti.

La Germania decide le elezioni

Il voto sarà una gara tra gli “astenenti”: quelli della sinistra sdegnati per la disoccupazione e le pensioni, quelli della destra per la superficialità di Berlusconi. A meno che non sia un voto contro la Germania. Che ha creato molto più risentimento di quanto Berlusconi fa valere. Specie nel Lombardo-Veneto, la macro-area da sempre integrata all’economia tedesca.
Berlusconi, che sa solo parlare al Lombardo-Veneto, attacca ogni giorno la Germania, il Pd e Monti se ne fanno scudo. Invitano per una foto Martin Schulz, da Palermo a Torino, forse il politico più antipatico d’Europa, o l’ex cancelliere Schröder per una conferenza a pagamento, il gagà stipendiato da Putin, entrambi antitaliani, e vanno fino a Berlino per un colloquio col pensoso ministro dell’Economia Schaüble, che non approva il titanismo di Angela Merkel ma non sa farci nulla. Per esserne gratificati da un sei in pagella, un “non sembri italiano”, e una pacca. Ma con esiti inversi sul voto.
Non si può dire che lo screditato Berlusconi abbia riacquistato consensi con la campagna anti-Germania, ma la campagna c’è, e non si può dire il contrario. Non si può dire che Bersani perda consensi per volersi filo-Germania, va’ a sapere, ma anche questo è un fatto. L’opzione europea non implica la sudditanza, anzi. 

Orazio premio Nobel

Tutti i saggi critici su Tranströmer cominciano dicendo che è il poeta più tradotto. Forse si presta. Ma ci sono gradazioni. La traduzione interlineare di questa antologia, di Maria Cristina Lombardi, misurata, che s’intuisce aderente all’originale, nella metrica se non nella fonetica, è più invogliante delle traduzioni francesi o inglesi. Molto più suggestiva anche.
Tutti i saggi aggiungono poi che Tranströmer è poeta di metafore. Mentre lo si direbbe caratterizzato, almeno in traduzione, da una scrittura piana, grammaticale e verbale, senza ricercatezze, semplice perfino – le metafore non richiedono fulgori?
Maria Cristina Lombardi, nella nota introduttiva, concisa ma sostanziosa, rimarca l’influenza simbolista, da Baudelaire al surrealismo. Ricordando che Tranströmer è stato studioso pianista.
E certamente le forme musicali non saranno estranee alla sua scrittura. Ma non più che per ogni poeta e poesia: metrica, scansione, rima, assonanze, la poesia è musica. Le notazioni di Tranströmer sono a volte in effetti nella vena surrealista. Ma si identificano con una stagione, la seconda della sua storia, dei lunghi elenchi prosastici.
È l’elemento reale, terragno, acqueo, che tracima in ogni raccolta. E un senso dell’espressione non autoriale del poeta, non il creatore taumaturgo del simbolismo: “Stupendo sentire come la mia poesia cresce\mentre io mi ritiro. La forma haiku, impersonale, è invece in progressione costante, fino a caratterizzare le ultime due raccolte. Per una sorta di stanchezza anche, ovvia per lo psicologo di professione quale Tranströmer è stato, contro la parola privilegiando il silenzio. Si può dirlo allora poeta del silenzio, anche sembra un ossimoro. Poeta per poeti, “stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua”.
Ciò che Tranströmer sicuramente è, è molto oraziano. Lo dirà anche lui stesso, ne “I ricordi mi guardano”, il saggio autobiografico. Scopre la poesia a scuola, scolaro svogliato, con Orazio: “Consideravo Orazio un contemporaneo… Era così semplice da diventare sofisticato”. La semplicità che affinerà negli haiku: tanti micro Orazio.
È questa una vasta antologia, un terzo dell’opera di Tranströmer, in traduzione e con gli originali. Tre edizioni in poco più di un anno, un miracolo – non infrequente, anche se le tirature sono limitate. Di un Nobel, dunque, oraziano, chi l’avrebbe detto. Sobrio, misurato, preciso. Anche negli incontri, ripetuti, col miracolo. Alla ricerca dell’impossibile “lingua senza parole” – un poeta delle cose?
Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio, Crocetti, pp. 202 € 18

domenica 10 febbraio 2013

Secondi pensieri - 133

zeulig

Cristo – Usa nuovamente laico, come nell’Ottocento positivista: un Cristo decristianizzato. Ma è impresa dubbia: senza Incarnazione e senza Resurrezione è un altro Cristo.

Filosofia – Fa senso trovare i libri di De Crescenzo negli scaffali di Filosofia in libreria. Ma perché no?

Ipocondria - Si può essere bugiardi e dire la verità: è il paradosso dell’ipocondriaco, che è colui che teme di essere ipocondriaco. Gli opposti si dissolvono, caldo\freddo, alto\basso, buono\cattivo, mente\corpo, ami-co\nemico

L’ipocondriaco è egoista totale e aggressivo, terrorista. Tanto più per non usare armi. Né forme di aggressione, formalmente aggressive.

È il disagio di vivere , uno dei tanti. Ma è come un virus benevolo, accresce le resistenze dell’ambiente. Si accompagna solitamente alla protervia, strano connubio per un malattia.

È malattia tipicamente borghese e anzi intellettuale. Di chi non conosce la fatica e la schiva, se non nella forma dell’ipocondria, e si fa un dovere di rifiutare la vita ordinaria, non prende neppure il tram, e di appropriarsi il tempo, che è la sostanza dell’ozio. Ma il lavoro è più intenso da fermi, pensare brucia più energie.

Kant, che soleva antropologizzare a tempo perso, prende da “Hudibras”, il poema rabelaisiano di Samuel Butler contro il macellaio Cromwell, questa verità: “Quando un vento ipocondriaco ru-moreggia negli intestini, tutto sta nella direzione che prende: se va in giù ne viene un peto, se sale allora è una visione, o un’ispirazione santa”.

Memoria – Se ne è fatto la funzione preminente, e quasi un’ideologia. Per la letteratura, ma più per l’aumento delle attese di vita. Il culto della memoria, e la trattatistica che vi si collega, tutta fallace, è l’esito dell’aumento della popolazione invecchiata, e insieme è causa dell’invecchiamento, un’ideologia.

Morte – I miti in origine la facevano “entrare” nella storia, a sconvolgerne l’operosità. Esiodo le mette invece a tessere la storia stessa, a intrecciarla. Entrò così in gioco il comodo destino - il futuro passato - col fatalismo.
Il cristianesimo sancì questa deriva facendo proprio il mito biblico del Dio ineluttabile: la legge, la colpa e il senso di colla. Cristo avrebbe apprezzato, che a quel Dio si ribellò?

Occidente – È valetudinario, se non è ipocondriaco. È la sua forza.

Ospedale – È parte della malattia. Anche fuori della sala operatoria, o della corsia: in ambulatorio, o nei laboratori di analisi. Le attese di ore, il contatto superficiale, l’incondizionalità, anche del medico meno capace, riducono le difese e inducono la malattia. La strabordante quantità di avvisi e controavvisi, a mano o al computer, attaccati a ogni angolo o muro o vetro o porta, che ingombra la vista nelle lunghe attese, tutti successivamente perentori ma per ciò stesso caduchi e inutili, pesa anch’essa.
È una delle forme di malattia non diagnosticabili, ma più diffuse. Non acute ma spossanti.

Sette - È centrale nella numerologia semitica. Che lo trasmise alla cultura greca. È una delle tracce seguendo le quali Nietzsche, “Il servizio divino degli dei”, pp. 29-31, deduce l’origine semitica della cultura greca. Ma, nello specifico, col riconoscimento di una derivazione più ampiamente mediorientale: la pratica si sarebbe sviluppata all’inizio “più compiutamente a Babilonia e in Assiria”.

Verità – È spesso un altro nome per onestà, ma allora è un’altra cosa. Un ebreo, un perseguitato, un martire anche, avrebbe ogni ragione di dire che la verità si accompagna alla morte: ne è socia e anzi pronuba – è stato detto. Ma è verità disonesta. Che fa aggio su una qualche forma di potere e si trasforma in violenza - ne è la dinamo più perfida, dal razzismo sterminatore alla “Grecia salvata dalla Germania”. La verità non viene disgiunta dalla rettitudine: dalla misura, l’onestà delle parole.

zeulig@antiit.eu