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sabato 27 novembre 2010

L’opinione pubblica al tempo di Berlusconi

La sfasatura, anzi la cesura, tra l’opinione pubblica e il voto sarà stato il fatto politico di questi quindici anni. Berlusconi ha prevalso al voto contro l’avversione costante dei media: l’Ansa, la Rai, Sky, La 7, e il novanta per cento dei giornali, compresi quelli del gruppo Riffeser-Monti, con commentatori, comici e scienziati politici. Per Berlusconi solo i giornali di proprietà, meno di mezzo milione di copie su sei milioni vendute giornalmente, e i i tg di Mediaset, peraltro poco schierati. Questo sito ha già proposto l’ipotesi che Berlsuconi vinca, malgrado tutto, proprio perché sfida l’opinione pubblica (“Se l’opinione pubblica si ribella, con Berlusconi”, http://www.antiit.com/2010/11/se-lopinione-pubblica-si-ribella-con.html). In prossimità di un’elezione anticipata il giudizio politico su Berlusconi deve restare sospeso, ma l’inefficacia dell’opinione pubblica è un fatto, e ha delle ragioni evidenti.
Una è l’appartenenza dei giornalisti delle maggiori estate private, dell’Ansa e della Rai ai partiti politici di centro-sinistra. Di cui riflettono la crisi di uomini e di idee. È un’appartenenza che rientra nella sfera della libertà d’opinione e quindi inoppugnabile. Se non fosse connessa a interessi concreti dei partiti. Che si riflettono in una classificazione a carattere censorio, una sorta di schedatura, dei giornalisti da parte dell’ex Pci, che il Pd ha mantenuto. E nella gestione delle carriere all’interno dell’Ansa, della Rai e dei giornali. Nella Rai a opera del management, all’Ansa e nei giornali a opera del sindacato dei giornalisti, che vi esercita un forte e reale potere di cogestione, nella Rcs anche formale.
Questi media tenuti a briglia corta dalla politica non possono d’altra parte non risentirne le debolezze. Si possono qui evitare i dettagli, il fatto è evidente. È l’illegalità della giustizia, da un paio di decenni tempi di Scalfaro dichiarata, che ogni cittadino realizza giornalmente. È l’indigenza politica della sinistra, che non ha accettato la caduta del Muro (non ne ha fatto politica), e dell’immarcescibile centro del vecchio potere democristiano, così diffuso nell’amministrazione, a tutti i livelli, e negli enti, gli ex enti economici e la Rai. Fazio che fa una trasmissione in favore dell’eutanasia è nel suo pieno diritto di fare opinione. Ma chiunque altro, su una televisione pubblica, e una come la Rai, che pesa per il 50 e più del mercato, avrebbe ritenuto più consono alla libertà d’opinione anche l’opinione contraria. La scarsa qualità del giudizio è in diretto rapporto con la “protezione” politica, nei contratti e in carriera.
La cifra di questa sinistra senza argomenti, e quindi dell’opinione pubblica (conduttori, comici, commentatori, e perfino le veline de talk show, indimenticabili la Jebreal e la Borromeo) è l’indignatio. Contro il paese più che contro Berlusconi: fascista, sudamericano, corrotto, concussore (Berlusconi, in quanto produttore televisivo e editore, beneficia caratteristicamente in questa indignazione di un’area di affettuosità, se non di rispetto: e la ragione è che è lui che tene alti – non senza ragione: è lui che ha alzato e tiene alti i cachet televisivi, e vende le centomila o il milione di copie).
Altrettanto rilevante è una terza ragione dell’ineffettualità dell’opinione pubblica: in Italia l’opinione pubblica è molto privata. Compresa in un senso anche la Rai, in quanto feudo di un management indefettibilmente democristiano, in parte convertito ultimamente al Pd – Paolo Ruffini, il manager più radicale della Rai, è un democristiano, figlio e nipote di politici democristiani non illuminati. La Rai è privata cioè non nel senso degli interessi economici ma di quelli politici di parte. È il fenomeno per cui, ascoltando l’informazione Rai (i giornali radio e Raisat in continuo nella giornata, e i tg, per quanto lottizzati) lo statista di questi anni è Casini.
In senso proprio è privata l’informazione di cui la leadership è di Carlo De Benedetti, forsennato giocatore di Borsa, che i figli hanno dovuto espellere dagli affari, e di Giovanni Bazoli, monopolista della finanza (banche, banche d’affari, finanziarie e assicurazioni), che danno il la giornalmente su ogni argomento, anche minimo, la pagella della Gelmini, l’opposizione di Oddo (è un calciatore).

Quando Lombroso scoprì i greci di Calabria

Tardi, nella riedizione del 1898, ma con molto fondo culturale e finezza, Lombroso scoprì i greci in Calabria, e gli albanesi, si può dire per primo nell’Italia unita. Nei primi appunti, “Tre mesi in Calabria”, pubblicati a caldo nel 1862, dopo un breve e accidentato soggiorno nella penisola come medico con le truppe anti-brigantaggio, è il Lombroso che ci si aspetta, dei crani e dei prognati, tutto molto negativo – anche la statura (ma lui stesso, Luigi Guarnieri fa notare perfido nella presentazione, era “un ometto di un metro e sessanta”). I temi sociali disinvolto e assertivo liquidando, ancora nella riedizione, con molte pagine della “Relazione inaugurale per l’anno giuridico 1896” del giudice di Catanzaro Cav. Domenico Ruiz. Ma nel complesso ci ha ripensato, consigliato da un collega stimato, Giuseppe Pelaggi, calabrese di Strongoli, professore e medico, che gli curò le note. Si informò, scoprì che nel Cinque-Seicento c’era in argomento un’ottima trattatistica, soprattutto sui calabro-greci, e nei due capitoli aggiunti espone una tale messe di informazione, linguistica, storica, genealogica, poetica, che risulta oggi più valida che mai, e si legge con estremo interesse.
La questione meridionale sintetizza in sei o sette parole: “Il retaggio borbonico aggravato dall’unificazione italiana”. E le stesse "lombrosiane" notazioni caratteriali, fisiognomiche eccetera, rielabora con misura. Raccogliendo e invìdividuando una massa di informazioni eccezionale per il poco tempo che passò in Calabria. Dalle donne che fanno gli uomini, le "monache di casa" ("vere formiche neutre, godono, meno i soavi piaceri del sesso, tutte le solerzie della maternità, e quasi tutta l'attività degli uomini, e son sempre pressate, affaccendate, viventi"), ai danni dell'unità, che ha aggiunto al malgoverno borbonico quello italiano, ai vini, - "molto alcolici e poco fermentati, producono ai non avvezzi fierissime gastralgie"). La pochezza positivista è quella - il suo discepolo-mentore Pelaggi spiega con questa "legge di Darwin" il fatto che ci siano molti asini, in confronto al numero dei cavalli e dei buoi: "Le vie alpestri ed intralciate necessitando un grandissimo numero di asini pei trasporti dei prodotti agricoli, i foragi vanno a vantaggio di essi e quindi mancano agli altri"). Ma si vede che “le dolcezze dei versi e la delicatezza de modi” che Lombroso dice di avere trovato in Calabria gli ha fatto bene.
Cesare Lombroso, In Calabria, Rubbettino editore, pp. 135, € 7,90

venerdì 26 novembre 2010

Problemi di base - 42

spock

Dov'è caduto Fini da cavallo? Ma andava a Damasco?

È la Carfagna che dice vajassa alla Mussolini? O la Mussolini che lo dice della Carfagna? In mezzo all’immondizia, non sentono la puzza?

Perché i comunisti (ex) concedono tutto, gratis? Aspettando Godot?

Perché l’antimafia ce l’ha coi carabinieri?

Perché i carabinieri ce l’hanno con l’antimafia?

Il cristianesimo, l’evento più rilevante, e da ogni punto di vista necessario, della storia avviene per caso: per la neghittosità (Caillois dice l’emicrania) di Ponzio Pilato.

È l’eterno polvere? Oppure gas?

E l’autore, che s’immortala a fare?

Cristo è consolatorio (remissione dei peccati, giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera) per conto di Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?

Ci sono in Italia 220 mila avvocati, record mondiale per il numero degli abitanti: per fare più giustizia, o per non farla?

spock@antiit.eu

Berlusconi punta al voto con l'usurpatore

Forte dei cinque punti Berlusconi si prepara un programma elettorale. Un piano per il Sud, pieno di miliardi. La riforma della giustizia, che da sola vale un’elezione. Così come il federalismo: la legislatura troncata senza il federalismo è una sconfitta certa per Fini e l'oppisizione. La riforma fiscale. La sicurezza. Un programma calibrato per una elezione.
I cinque punti Berlusconi strappò a Fini quale condizione per andare avanti col governo a Ferragosto. Quindi è da tempo che pensa alla elezioni - forse ha più senso politico di quanto ci fa credere, l’eterno ragazzo che non ha paura di dire il re nudo. Il voto anticipato è certamente “criminale”: è sempre un rifiuto del voto, da parte delle Camere o della presidenza della Repubblica, cui lo scioglimento compete. In Italia Scalfaro ne ha abusato, nel 1994 e nel 1996, senza per questo essere criticato, ma questo è un altro discorso, dell’autonomia o della capacità di giudizio dei costituzionalisti e scienziati politici: il fatto è che Scalfaro ha forzato le istituzioni e quindi ha commesso un golpe, anzi due. Prima di lui le Camere erano state sciolte anticipatamente solo nel 1979, per le polemiche sul presidente Leone. Che poi si riveleranno pretestuose, ma comunque lo scioglimento si fece con l’accordo di tutti i partiti, e l’evento restò eccezionale (anche perché, per la prima volta nella Repubblica, il Pci che accusava Leone perse le elezioni). Sciogliere le Camere per la carriera di Fini è molto peggio dei precedenti scalfariani.
Ma il problema non è di giustizia, è politico: sanno tutti che chi chiede il voto anticipato perde le elezioni (Berlusconi le perse nel 1996 per colpa di Bossi, che marciò da solo: Forza Italia e la Lega ebbero molti più voti dell’Ulivo). Politicamente Berlusconi sa che, se non avrà la fiducia da Fini a metà dicembre, non c’è altro governo possibile, poiché la sua coalizione è in maggioranza al Senato. Questo senza contare le divisioni dei nuovi centri con le sinistre sulla legge elettorale che dovrebbe giustificare il ribaltone.
Napolitano potrebbe comunque sostituire a Berlusconi un altro presidente del consiglio che, sfiduciato, prepari le elezioni. È una possibilità, anche se Napolitano è - è stato nell’accidentata coabitazione - all’estremo opposto di Scalfaro, rispettoso della Costituzione, e quindi del Parlamento che ne è il fulcro. Ma un governo caretaker senza fiducia sarebbe un invito a nozze per Berlusconi: l’astensionismo di cui nei sondaggi fra i suoi elettori si dissolverebbe alla “usurpazione”.

giovedì 25 novembre 2010

Napolitano all’opposizione? La fattura di Napoli

Napolitano che fa l’opposizione al governo sui rifiuti di Napoli era difficile da immaginare. Che non manda osservazioni come normalmente si fa tra il Quirinale e Palazzo Chigi, dirette, riservate. No, fa fare dei comunicati polemici, ironici, sarcastici. E di peggio fa confidare dal suo ufficio stampa ai giornalisti accreditati. Napoli è certo una forza, e si vede: dopo una vita passata a emendarsi dei vizi d’origine, la superficialità, la presunzione, professando l’inglese, le buone maniere, e perfino una concezione accettabile del comunismo, anche il presidente della Repubblica subisce la fattura, l’incantesimo, della sua città.
Oppure si può dire che il Presidente ha due facce. Una è quella dell’uomo politico equilibrato, avveduto. Che ancora l’altro ieri ha imposto l’unica soluzione saggia al litigio tra Fini e Berlusconi, l’approvazione della legge di stabilità. Che sembra una cosa scontata e invece deve avere richiesto molta e robusta capacità di mediazione, viste l’ampiezza e la radicalità dell’odio tra i due. Ma quando si tratta di Napoli, evidentemente, anche uno come Napolitano ne è vittima.
E il Comune di Napoli che aumenta la tarsu, la tassa sulla spazzatura? La sindaco Russo Jervolino non è nuova a questa pensate, e dunque non c’è sorpresa. Peccato che le due contendenti si siano ritirate dai balconi, Carfagna e Mussolini, avrebbero potuto esibirsi con più fondatezza… Viene da pensare a questo punto quello che molti italiani da tempo pensano: che la spazzatura a Napoli non sia un problema. Che se ne parla giusto per avere fare le sceneggiate.

Il giudice sia locale - perché pagare per Trani?

La Procura di Trani lavora da due anni, dopo avere intercettato abusivamente Berlusconi, sull’ipotesi se incolpare o meno lo stesso Berlusconi e un certo Innocenzi per aver tramato contro Santoro, quello della tv. Santoro, che come si sa è un santone, si protegge naturalmente da solo, ma i giudici di Trani, non avendo altro da fare, si propongono come suoi sacerdoti. Nove giudici, per i quali una Procura si tiene aperta a Trani, a mezzora da Bari, per dare loro un lavoro vicino casa. Ma senza far nulla?
Per un annetto i nove Procuratori della Repubblica si sono gingillati mandando le intercettazioni al Parlamento, dato che c’era di mezzo Berlusconi. Che essi concordi chiedono di mandare sotto processo per concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il Tribunale dei ministri, che in un primo momento aveva obiettato al recepimento degli atti, non essendo Santoro “un corpo politico, etc.”, una settimana fa li ha restituiti a Trani. L’unico testimone della vicenda, l’Innocenti, avendo dichiarato di non aver ricevuto pressioni da Berlusconi e di non aver preso nessuna iniziativa contro Santoro. Ma i nove Procuratori di Trani, che così sarebbero senza lavoro, non desistono, e anzi si stanno studiando di chiedere nuove indagini.
Ora, la giustizia deve proseguire il suo cammino, come dicono i giornali, ma l’affare a questo punto pone due problemi. Che un vero Consiglio superiore della magistratura affronterebbe. Uno: è giusto impegnare altre forze di polizia giudiziaria sul fronte Berlusconi-Innocenzi? Due: posto che i giudici devono avere il posto a casa, e viceversa, anzi che i posti vadano riservati ai giudici di casa, come avviene da qualche anno per i professori universitari, perché se ne sono assunti tanti a Bari, invece che a Gela, a Palmi, a Crotone? Bisognerebbe federalizzare anche la giustizia. E farla pagare ai residenti, come le medicine – lo spregevole Bossi non finisce mai di avere ragione.

mercoledì 24 novembre 2010

Punire i governi che speculano: l’euro dopo l’Irlanda

Una speculazione “assicurata”: non concordata probabilmente ma promessa. Non sarà più come prima tra i governi europei dell’euro e nel governo della stessa moneta dopo la crisi irlandese. Il rifiuto dichiarato del governo di Dublino di accedere all’’intervento stabilizzatore della Bce è stato letto nella sola maniera possibile, come un invito alla speculazione. Che ci ha guadagnato e ci guadagna, in una scommessa “sicura”, a spese della stabilità e della ripresa dell’economia europea.
Il giudizio negativo della cancelliera Merkel è solo uno dei tanti concordi: sia Berlino che Parigi sono certi che l’andamento della crisi irlandese è stato determinato dai fondi e dalle banche “anglosassoni”, cioè essenzialmente britanniche, che operano fuori dell’euro. Più sfumato il giudizio a Roma, ma solo perché il governatore della Banca d’Italia, Draghi, presiede il Financial stability forum, che è espresso dagli stessi operatori finanziari che avrebbero profittato della manovra. I dubbi sono stati sollevati dal giudizio positivo degli operatori sulle banche irlandesi agli stress test di agosto.
Ci sono state tensioni molto forti nei primi due giorni della settimana, nell’intento di imbrigliare in qualche modo l’altrimenti incomprensibile manovra irlandese. Con intenzioni cioè molto punitive, che solo la paura di aggravare gli equilibri nell’euro hanno disinnescato. Come punire chi specula sarà il primo tema in agenda in Europa dopo la crisi irlandese. È un tema diverso da quello seguito alla crisi greca: come punire chi bara. E implica bilanciamenti delicati, tra i poteri nazionali e quelli della Banca centrale europea. Ma il governo tedesco è determinato a trovare un qualche sistema di “correzione” dei profittatori, o di governo reale della moneta. Il negoziato si aprirà sul rifinanziamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria, di cuoi la crisi in Grecia e Irlanda, e in parte in Portogallo, ha prosciugato le risorse.
L’esito della crisi irlandese brucia tanto più a Berlino in quanto, mentre la finanza britannica ha tratto profitto del ritardo, le banche tedesche sono quelle che più ci hanno rimesso e ci rimettono. Erano le più esposte, alla pari con quelle britanniche, con le banche irlandesi. Ora praticamente fallite. E non sono state all’altezza della manovra speculativa. A loro giustificazione possono addurre la scusante che gli operatori britannici operavano fuori dell’euro, quindi con molta più libertà. Ma è un fatto che hanno puntato anch’esse sul boom facile dell’Irlanda (la loro esposizione in Italia, un’economia che “vale” nove-dieci volte quella irlandese, è uguale a quella con Dublino), e ne sono rimaste scottate.

Ombre - 69

Si può vedere in Berlusconi un femminista e un sincero italiano, che si trova bene anche a Napoli. Oppure si può vedere in lui un gallo, che si pavoneggia tra le galline. O uno che infine fa i conti con la politica, che purtroppo non ha sex appeal, non se ne cura. O, insomma, Berlusconi. Ma che la ministra Carfagna e l’onorevole Mussolini siano un caso politico, facciano politica, esprimano il disagio della politica, questo non si capisce. Già per questo Berlusconi andrebbe punito, per avercele buttate tra i piedi.
Due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico ingiuriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa indulgenza verso se stesse.

Emma Marcegaglia, cuore Dc, si fa vedere che abbraccia tutti. Tutti quelli che non sono con Berlusconi: Casini, Fini, Bersani - e chissà anche il giudice Woodcock, che le promosse l'utile inchiesta contro i giornali. Ma si fa vedere che abbraccia tutti quelli che non vogliono la legge sul federalismo. Mentre lei vuole il federalismo subito, d’iniziativa popolare, anche senza legge, per la sua regione, la Lombardia, “che non può aspettare”, e la sua azienda.

Patetico sondaggio della “Stampa” per fare presidente del consiglio il suo (ex) presidente: Montezemolo, senza essere candidato, prende già il 9 per cento dei voti. E con lui il Centro balza al 21 per cento. Che forse è un refuso: non dovrebbe essere il 31? Gramellini, ancora uno sforzo!

Loris Mazzetti, 56 anni, il responsabile Rai de programmi di Fazio, lancia un grido d’allarma: “Mi vogliono licenziare”. Vuole continuare a occupare la scena, e c’è riuscito, è su tutti i giornali. Ma porta a titoli della sua equanimità la tessera dell’Associazione Partigiana,”l’unica tessera che ho”. L’ha ereditata? E il povero Franceschini, cui non ha concesso di presentare i suoi romanzi nei programmi di Fazio. Essere resistenti contro Franceschini, il Mazzetti deve avere molto senso dell’umorismo. Ma soprattutto il direttore punta sulla sua simpatia come emiliano. Subito accontentato: nessun giornale che ne abbia riso.

Il camorrista Iovine catturato sorride alle telecamere felice. Come il fratello di Sarah Scazzi, la ragazza assassinata, benché impallidito dalla religione. Come le minorenni di Berlusconi in cerca di comparsate nei locali, per permettere ai clienti di fotografarsi con loro: venti minuti, duemila euro - che non sono troppi per l’affitto dei gioielli, della Ferrari con autista, di un paio di gorilla, e dell’addetta stampa.
Fotografarsi, nulla di più, come col presidente del consiglio. Dev’essere il nuovo savoir vivre, o il nuovo glamour. Anche la dottoressa Bruzzone, criminologa, risolve i casi col lato buono della sua bella faccia in tv, l’inquadratura lusinghiera. Ma chiede di meno.

È feudale ma è ben chiaro, sulla città, sugli affari, sul giornale, l’articolo di Fabio Monti sul “Corriere della sera” di mercoledì. Una lettura da non perdere, l’Inter è sempre di attualità:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/17/Benitez_traballa_ancora_oggi_decide_co_9_101117072.shtml

A Brescia i giudici assolvono tutti gli imputati della strage e il giudice Salvini si sorprende: “Almeno Tritone è colpevole”. E gli altri?

C’è una sfasatura nella trattativa dello Stato con la mafia, che il partito della trattativa non spiega. Nel 1993, il 14 maggio la mafia tenta di uccidere Costanzo, il 15 il ministro Conso, del governo Ciampi, revoca i 140 decreti di carcere duro (41 bis) imposti l’anno precedente, dal governo Amato. Ma il 27 maggio la mafia fa la strage di via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio quella di via Palestro a Milano, e il 28 ci tenta a Roma, a san Giovanni e a san Giorgio al Velabro, per caso senza vittime. È difficile fare della mafia un partito attendibile, lo Spatuzza, i Graviano.

Il Procuratore antimafia Grasso scopre adesso che la droga a Milano la spacciano (la recapitano in realtà a domicilio) i serbi e non i calabresi. Cosa che a Milano tutti sanno (http://www.antiit.com/2010/08/giuseppe-leuzzi-protesta-la-pia-gelmini.html)

Albertini, sindaco (molto) mediocre di Milano è corteggiato da Fini e Casini come candidato di nuovo a sindaco, contro Letizia Moratti. “Deciderò fra una settimana”, risponde regale. La regalità è passata al centro della sinistra?

Dopo le ipocrisie di Fazio e Saviano, Pierluigi Battista consiglia allo scrittore, in prima pagina sul “Corriere della sera”, di “concedere” la replica a Maroni. Regale. L’ossequio di un giornalista che per anni ha fatto lezione sulle parole, proprie e improprie.

Per vendere l’“Elogio della follia” il “Corriere della sera” fa di Erasmo il Benigni dell’epoca.

martedì 23 novembre 2010

Giornalismo di guerra nell'età della pace

All'attacco, o all'assalto, segue in genere l'affondo. Mentre la guerra scoppia, dopo la polemica. La protesta è infiammata, la rivelazione una bomba, il potenziale esplosivo – questo si dice anche delle maggiorate. Il dissenso esplode senz'altro, o esploda la rabbia popolare - la rabbia è popolare. E si combatte, senza esclusione di colpi. Sul campo, che è sempre di battaglia, non ci sono discussioni ma scontri. Mentre l'avversario si difende in trincea, o contrattacca a caro prezzo, schierando le sue batterie.
Non c'è più il generale inverno nei giornali, ma il linguaggio è sempre militare, per la politica e per il calcio. Dalla guerra tra i giganti della destra, Fini e Berlusconi, a quella fra le due signore Carfagna e Mussolini, condotta sui balconi. Sprofonda si usa soprattutto per il calcio e i paesi esotici. Sprofondano in genere le costruzioni, i terreni soggetti a sisma e bradisismo, le persone nella disperazione, l’indigenza, la droga, eccetera. Ma nel giornalismo sprofonda il Chievo, il Porto Chiesa Nuova, il Toro. Oppure Gaza, il Libano, l’Irak. Le cui retrovie sono in genere nel caos.
Questo o quell'uomo politico, o il governo, o l'opposizione, lanciano spesso manovre avvolgenti. Che fanno molte vittime, oppure non fanno vittime, tra un ultimatum e l'altro, armistizi, e anche trattati di pace, sempre provvisori. Quando le armate, dell'una o dell'altra parte, non battono in ritirata. Tutto poi "mina", la fiducia, la maggioranza, l'opposizione, e anzi la mina è vagante. A volte colpendo nel segno. L'avversario è il nemico, che può essere respinto con perdite, ma sempre merita l'onore delle armi. Esplodono anche i contrasti, e le contraddizioni.
Nell'era senza guerre i giornali si adoperano perché non se ne perda il linguaggio? O non sanno che dire. L’altro linguaggio di questa Italia è il Grande Fratello, che il linguaggio ha depotenziato della sensualità, e perfino della turpitudine – indescrivibile, la realtà vi supera l’immaginazione, quanto il mondo sia piatto.

Milano chiama, Napoli risponde

Dovendo ragionare, è stupefacente che Napoli si presti a imbordellire tutto: la politica, le donne, le donne in politica, la spazzatura, la giustizia. Sarà la sua natura, appare evidente che non sa essere altrimenti. Quand’è che abbiamo avuto una buona notizia da Napoli? La Carfagna che fa cinque o sei anni di clausura, accollata, senza curve, sempre politicamente corretta, perfino senza tacchi, per poi lanciarsi dal balcone contro la Mussolini (che tra l’altro non c’entra coi termovalorizzatori, se debbano essere provinciali o comunali, che in teoria è la materia del contendere) dice che quella è la natura. Nulla di che: due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico inguriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa superficialità. Ma è stupefacente che Napoli lo faccia a buon mercato, anzi senza corrispettivo.
Che sarebbe una buona cosa: il napoletano impetuoso, prodigale, perfino generoso, fa quello che più gli aggrada e non per tornaconto. Se non che questa Napoli fa da sparring partnerall’Italia milanese che ci governa da vent’anni, che volentieri monta e anzi incita il cavallo imbizzarrito del Golfo. Al partito del non governo, di editori-e-banchieri. Al leghismo, che non potrà che essere legittimamente preoccupato del contagio. Al provvido Berlusconi, che così evita di fare le cose che ormai da vent’anni aspettano di essere fatte. Agli affarucci: Emma Marcegagla va dal giudice napoletano Woodcock e d’improvviso, per miracolo, le indiscrezioni sui problemi di famiglia cessano. Napoli suona come un’eco, certo chiassosa, sporca, un po' volgare anche, commaresca, in un chiama-e-rispondi costante.
Napoli sempre si conferma la testa di turco di ogni nemico sfruttatore del Sud. Sono ormai centocinquant’anni, o centossesanta, che non è più capitale, ma sta sempre lì a occupare gli spazi: sta ‘n coppa, come le piace dire, e riversa sul Sud la sua infinita immarcescibile ignominia.

lunedì 22 novembre 2010

I germanesi che non sono di là, e non più di qua

Riletto dopo venticinque anni, dopo la caduta del Muro, è un libro allo specchio. I “germanesi” di questa inchiesta a suo tempo folgorante, scritta per un pubblico tedesco, di Carmine Abate e della sociologa Behrmann riflettono i modelli che dicono di combattere: per la figlia vogliono un futuro di avvocatessa, o di dottoressa. Questi germanesi sono infatti italiani. Il neologismo è popolare, registrato da Umberto Zanotti Bianco già nel 1928 in Calabria,  nel racconto “Tra la perduta gente” – nella raccolta dallo stesso titolo. Anche questi sono calabresi, arbëreshë, di Carfizzi, un piccolo paese del crotonese, che fu in prima fila nell’occupazione delle terre del 1919-1920 e del 1944-49, dopodiché è emigrato in massa – molti appunto in Germania. Sono detti germanesi al ritorno a Carfizzi, dove Abate e Behrmann li hanno incontrati e intervistati, sui motivi dell’emigrazione, sulla permanenza in Germania, sui motivi del ritorno.
La ricerca documenta, attraverso un’inchiesta sul campo (essenzialmente interviste) durata tre anni, dal 1979 a 1982, il morbo disintegratorio che è l’emigrazione per necessità: “Il comportamento tipico dei germanesi in entrambi gli ambiti di vita può essere soltanto l’adattamento forzato sia al modello di vita urbano-industriale che all’attuale modello di vita paesano”. Che applicandosi a persone in età è la constatazione di un fallimento. La copertina di questa edizione, “Un operaio calabrese a Roma”, un quadro di Guttuso al museo Puškin a Mosca, dice tutto.
Norbert Elias, nella presentazione al testo originale pubblicato nel 1986 (qui in postfazione), apprezza il metodo d’indagine, l’“autorappresentazione”. Tanto più significativa, aggiunge, in quanto dà la parola a non-soggetti, quali gli emigrati-immigrati finiscono per essere. Gli intervistati sono assertivi e convincono gli autori. Essendo il loro l’esito di una vita di stenti, di generazioni, di epoche, non c’è da scrutinare le testimonianze. Anche per il romance, la nostalgia della lotta di classe, che gli autori non nascondono. Ma l’esito è uno solo: il (piccolo) vantaggio personale, naturalmente in forma di sopravvivenza, e “a costo di sacrifici”. Senza utopie. La spia è il passaggio alla "incomprensione", urbana, mercantile, dello scambio, la cui funzione è di "pareggiare" le diverse disponibilità, mentre l'emigrato ne valuta in moneta i rispettivi pesi, con sussiego e perfino con ferocia, a scapito dell'amicizia, della parentela, della solidarietà.
Anche la prospettiva storica rischia di leggersi rovesciata. L’inquadramento storico è di una situazione di sfruttamento. Di sfruttamento povero, miserabile, che però non è feudale né signoriale, è solo sopravvivenza. E di un caso, il caso di Carfizzi, d’ipercapitalismo che è anch’esso l’opposto del feudalesimo (il feudatario ha degli obblighi che il capitalista non ha): un forestiero di scarsa fortuna, Pietro Fedele Rizzuto, che vi s’installa nel 1926, dieci anni dopo è podestà e padrone di tutte le terre del marchesato, oltre 1.500 ettari, e del palazzo dello stesso marchese, e venti anni dopo, o poco più, riesce a farsi espropriare dalla riforma agraria terreni boschivi incoltivabili, in grandi quantità, pagati. In una comunità strutturata, stabilizzata e quasi chiusa il punto di vista della lotta di classe è il meno produttivo alla lettura (e forse allo stesso miglioramento sociale): la costringe e la restringe, come qualsiasi altra lettura metodologica, questi universi si vogliono meglio narrati, che uniformati a "leggi", gabbie sociologiche, antropologiche.
Libro essenzialmente onesto. Tanto più per l’epoca, 1987, e l’ossidata cultura di riferimento, quella del Pci. Benché per questa, per il pregiudizio, non sfrutti a fondo il potenziale che schiera – non nel senso della verità, s’intende, e anche della presentazione-narrazione. La povertà non vi è miseria. Lo sfruttamento c’è, ma in dosi reali, rilevate, e non per principio. E le ragioni per partire sono molteplici: il bisogno non è solo economico. C’è chi non ama il mare, neppure in lontananza, e preferisce cieli grigi e orizzonti chiusi ma nel quieto regolato – pulito, rispettoso del vicino, e quindi ben governato. Lo stesso Abate, che lavora e vive nel Trentino, in un paesino, è un emigrato non di necessità, e anzi per scelta pervicace, malgrado scriva sempre e solo di Calabria.
Carmine Abate, Meike Behrmann, I germanesi, Rubbettino, pp. 237, € 5,90

Secondi pensieri - 57

zeulig

Centro – È il cuore del labirinto.

Cicli – La caccia, liberatoria per secoli, contro i padroni, le loro riserve e i loro guardacaccia, e contro le stesse bestie, è ora assassina. Acque e vulcani, fino a qualche decennio fa assassini, sono diventati protetti – ma ora stanno tornando assassini. La chimica, nata per liberare l’uomo dal bisogno e dalla malattie, ora lo uccide. Il viaggio, inteso a moltiplicare le esperienze e il tempo della storia, la immiseriscono annullando il tempo. E anche Vico ritorna.

Nell’antichità classica la natura è l’uomo, anche se Lucrezio aveva dei dubbi.
Nel cristianesimo l’esistente – l’uomo, la natura – è un simulacro (messaggio, segnale).
Col Rinascimento si torna all’antico: l’uomo è la natura (Dio) e il suo segnale. Fino all’artificio (manierismo), all’ordinazione universale (barocco, illuminismo), alla nostalgia del disordine (romanticismo).
E al Novecento, che ha inteso cancellare la storia (la malattia on l’eugenetica, il disordine col totalitarismo), e si è dissolto.

Colpa – È il Concilio di Trento che la eleva a dogma: il peccato originale. Ma dopo che Lutero aveva fatto pendere il pessimismo agostiniano sull’invincibilità delle pulsioni (negative: le pulsioni incontrollabili sono negative) erso la colpa definitiva, connaturata. Il cattolicesimo tridentino fa proprio Lutero – che era nato ed era ben cattolico, a parte le indulgenze e il papa – ma lascia due spiragli: l’innocenza primaria e la redenzione possibile.
L’applicazione più conseguente del cattolicesimo tridentino si ha in Lombardia – nella Lombarda manzoniana e, più, in quella storica. Non per un fatto geografico evidentemente, né etnico, ma per l’applicazione che ne fece Carlo Borromeo, che modellò il fondo psico-sociale della diocesi (della regione), e per gli sviluppi di essa, da borghesia solidamente impiantata a borghesia illuminata, impressi dal cardinale Federigo.

Coraggio – Richiede umiltà. Nessuna SS è ricordata per un atto di coraggio, neppure dal revanscismo fascista. È la reazione sana alla paura – l’altra è la violenza.

Corpo – La vita, con lo spirito e l’anima, si rigenera per contatto fisico. Cos’è l’abbraccio se non la vitalità dell’uno che passa in quella dell’altro, un comunione. Non di anime, ma di corpi: pelle, nervi, mucose, umori, odori, sguardi. Di anime attraverso il corpo.

Crisi – È speculare al positivismo, depressiva come quello è (era) progressivo. Come quello è un errore, anche se non inefficace – la lettura, ovviamente, è un errore.
Il marxismo non l’ha accentuata – la crisi è più liberale che marxiana. NE ha accentuato l’errore, che è errore di lettura: ne ha accentuato l’effetto catartico, che è minimo e solitamente incidentale, sottovalutandone le capacità di durata, che son coriacee.

Cristianesimo – Crea il tempo, il finito, avendone distinto l’eternità. Ma lo nega, con il curioso giudizio universale e la resurrezione dei morti, scadenza eternamente rimandata.

Fede – Un parroco non riuscirebbe a trovarla: è quella della beghina, della superstiziosa ignorante, della ragazza frigida, della giovane appassionata, della oppia vacua, della duchessa supponente,
del ragazzo mistico, del laico impegnato, operatore civile o culturale, dell’adolescente che sottrae oi soldi ai genitori? La fede non c’entra con la pratica religiosa, che è affare di pietà.

Filosofia – È il procedimento logico delle subordinate: quindi…, quindi…, quindi (oppure, Gentile: la quale…, la quale.., la quale). Che apparentemente è un approfondimento, per ciò intendendosi chiarimento. Ma è come scendere in un pozzo, sempre più oscuro.

Gesù – È quello che Dio non è, quello della bibbia: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Nemmeno quando è in collera.
È consolatorio: giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera. Per conto d Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?

Lealtà – È la fonte di ogni virtù. Nulla la sostituisce, nemmeno l’amore, né la passione evidentemente, che pure può farne a meno. Ma è uno scambio.
La slealtà invece può essere un vizio, sganciata dal rapporto azione\reazione.

Marx– Ne ha tratto miglior lezione la borghesia. Cui ha insegnato che :1) ci sono le crisi, e che conviene padroneggiarle, perché 2) tout se tient, il capitale fa sistema. Ha sviato invece il lavoratore con la classe e l’utopia socialista.

Memoria– È il serbatoio dell’immaginazione e dell’intelligenza: l’intuito più vivo inaridisce senza. Più è bombardata e più raccoglie. La scuola samaritana di oggi, riducendo l’input, riduce l’output. E tradisce la pedagogia (la formazione): un ragazzo che esce da scuola conoscendo poche frasi (cose), diventa per questo, per essere insicuro, assertivo, e anche aggressivo, cioè stupido.

È selettiva, per conservarci la libertà. Queste selettività (rimozione) è per Freud negativa, ma ricordare tutto è camminare con le catene ai piedi. O fossilizzarsi, in un mondo di statue e senza ombre.

Mito – Va spiegato, cioè razionalizzato. È l’unica sua forma di senso.

Moda – È l’insopprimibile bisogno di novità che l’uomo ha. È l’addomesticamento (sublimazione) del bisogno di altro: invece che nella distruzione, nell’eversione, la fuga, l’istinto si sublima in un esercizio (registro) futile. Così lo shopping, che il possesso non sa delimitare – non c’è possesso nel’acquisto compulsivo.

Modernità – Abbiamo vissuto il periodo più lungo di pace e più proficuo d benessere materiale di tutta la storia ma siamo vuoti. I sessant’anni dal dopoguerra sono vuoti, di idee, di energie, e perfino di fatti. Hitler con la Soluzione Finale e gli Usa con Hiroshima hanno amputato la storia, ne hanno amputato le articolazioni nervose, la sensibilità. E non per i mezzi messi in opera quanto per la volontà tranquillamente malvagia che era dietro l’esercizio tecnico, che ha sconvolto ogni senso possibile (accettabile, fonte di speranza) di giustizia – dell’ingiusto, del nemico. Perrfino la caduta del Muro, un fatto che ecciterà molto gli storici, è come non fosse avvenuto, per l’apatia europea e la presunzione americana.
La metafisica del soggetto heideggeriana si compie quando, per la prima volta nella storia, il soggetto viene svuotato, essendo alterata in radice ogni relazione con gli altri, con la natura, con Dio (la giustizia). Ciò spiega la sensazione di stolidità che il filosofo dà, furbo montanaro svevo che si calòa in tutte le brache pronte ad accoglierlo, dai gesuiti a Hitler passando per Husserl e la sofisticatezza ebraica. Ma spiega anche l’intima distruttività dei tedeschi nella loro ricerca di un’identificazione, di un Assoluto che li stabilizzasse dopo due millenni di saprofitismo, sulle spalle latine. Una distruttività non più casuale (“la colpa è di Hitler”), dopo tante coincidenze. Per concludere all’ermeneutica post-moderna, per fortuna inoffensiva, imitazione al terzo grado – imitazione dell’imitazione che i francesi fanno dell’asse Hölderlin-Nietzsche, dell’imitazione della Grecia pre-socratica e dello stesso Platone. Una tradizione stratificata, ma sul nulla.

Storia – È donna. La dona fa nascere la vita, cioè la storia. E la perpetua.

zeulig@antiit.eu

domenica 21 novembre 2010

Il genio (di Cilea) è infertile in democrazia

Questa brochure d’occasione (la traslazione dei resti di Cilea da Varazze nella natia Palmi, nel 1962) è un omaggio da concittadino, la testimonianza di un momento di commozione. Ma in quanto tale fa emergere due nodi. “C’è Cilea a Palmi” è il punto culminante della rievocazione: è il grido di un contadino, parliamo di oltre un secolo fa, che riconosce il maestro giunto in incognito. Dopodiché una serie di omaggi si scatena, con folle in festa, attorno al musicista nelle poche ore che passa in città. Palmi ha immediatamente e sempre riconosciuto il suo illustre concittadino, che pure aveva lasciato la città per Napoli bambino, le sue prime opere, “Gina” e “Tilde”, aveva composte a Bagnara, e le altre tre del suo smilzo catalogo, che gli daranno lustro, “Arlesiana”, “Adriana” e “Gloria”, a Milano e a Firenze. Anche il ricordo di Répaci, altro concittadino illustre, si fa ora (quasi) unicamente nel nome di Palmi. Un culto che Répaci stesso ha voluto portare fino al feticismo, comprando la Pietrosa, la casa di fronte al mare delle sirene dove il compositore limò l’“Adriana Lecouvreur”, ospite del giurisperito Sandulli. Quando Répaci nasce, nel 1898, ha già una sorella di nome Tilde, dall’opera di Cile del 1892. E sempre Palmi tributa onori al compositore: teatri, monumenti, orchestre. Ma non si può dire che il suo nome o la qualità della sua musica abbia germinato a Palmi. Che aveva anzi una cultura musicale, e dopo Cilea l’ha smarrita.
Lo stesso si può dire per Répaci, romanziere, poeta, pittore, organizzatore culturale, le cui qualità, e l’identificazione sempre mantenuta con la città d’origine, rimangono sterili. Ci sono cicli nella storia, e può darsi che Palmi abbia concluso il suo fertile periodo di capoluogo di circondario, sede vescovile e di tribunale, vice-prefettura, vice-questura, per un altro ciclo. Mercantile, chissà. Impiegatizio. Con più reddito, e meglio distribuito. Ma non si sa se è un progresso. Cioè si sa (si sa che non lo è), ma non si può dire.
Cilea d’altra parte non sarebbe potuto “nascere” oggi. Nacque alla musica, vi fu avviato, per la tipica catena notabilare imperante a fine Ottocento: il figlio dell’avvocato Giuseppe, che morirà giovane, cresce fanciullo con le sonatine al piano della zia Eleonora, è “scoperto” dal maestro della banda cittadina, Jonata, che assolutamente vuole che impari la musica, è fatto accettare al prestigioso Conservatorio napoletano dal dottore Giacomo Correale. Al Conservatorio diretto da Francesco Flòrimo, lo storico della musica napoletana, amico fraterno e biografo di Bellini, di San Giorgio Morgeto, a pochi chilometri da Palmi. Il notabilato può non essere essenziale al genio, ma la democrazia non se ne cura.
Leonida Répaci, Francesco Cilea

Il caso Zappone, la disperazione dell'uomo di spirito

Una raccolta in buona parte inedita, non in volume. Di uno dei tanti scrittori banditi dall’editoria repubblicana. Zappone si ricorda più come personaggio, un autore orale: molti che lo hanno conosciuto, a Roma o al suo paese, a Palmi, ne hanno conservato viva la memoria. Santino Salerno lo ricorda imponente sul bastone inventare la “storia vera” del pescespada suicida, o del cane che a nuoto attraversa lo Stretto per tornare dal padrone. Antonio Delfino, che con Zappone ha condiviso l’esperienza di giornalismo occasionale, su fatti di cronaca, ricordava di averne appreso che la verità va “fatta” – a Delfino è peraltro toccato il primo premio Zappone di giornalismo, creato a Palmi in onore dello scrittore dallo stesso Salerno, allora assessore alla Cultura (e rimasto poi senza seguito).
Ma Zappone è anche l’enigma del suicidio. Senza spiegazioni nel suo caso, a 65 anni dopo una vita attivissima. Nella quale le disgrazie erano state sintomo di vitalità. Soprattutto l’incidente nella vita militare durante la guerra, che gli costò anni di ospedale, nove operazioni, il rischio dell’amputazione di una gamba (caldeggiata dal professor Valdoni), e la quasi morte per setticemia. Un rebus che la lettura dei racconti complica e non semplifica. “Assurdo” è la parola più ricorrente nei suoi scritti, nota Salerno nell’acuta presentazione. Ed è una della sue chiavi narrative, la “scoperta” del lato assurdo delle cose. Ma un’altra è la memoria compiaciuta, netta, consolatoria: dei giochi di ragazzi, scanditi dalle stagioni (una superba antologia), dei deserti che il terremoto provoca, di esseri viventi e anche di cose inanimate, della città nel suo formarsi, della salsiccia, della vendemmia, della campagna fradicia di fine autunno, delle violette di campo, degli usi propiziatori (il fuoco dell’ultimo sabato di luglio), e sempre la presenza amica del padre.
Domenico Zappone, Il cavallo Ungaretti, Rubbettino, pp.124, € 5,90