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sabato 1 settembre 2018

Miseria dell'informazione


Asia Argento che paga una scopata 400 mila dollari, sia pure con un minorenne, a questo non c’era arrivato nemmeno Berlusconi, che pure ha manie di grandezza. Ma sarà vero? Come le sue accusatrici, donne rifatte, per quanto macho o lesbo, avide di media. Oltre il solito avvocato a percentuale, anche lui in cerca di pubblicità gratuita.
Apparire, questo si capisce: c’è tutta un’industria dell’apparenza. Ma sono i media fake? Pare di sì, a leggerli, a sentirli – lo dice Trump, ma questo non cambia la cosa. Qualche anno fa si sarebbe giurato di no, in forza del glorioso giornalismo, meritorio, della controinformazione verace.
Ora lo stesso giornalismo è avido, pettegolo, aggressivo. Testimoni del tempo - del giornalismo – sono affaristi in guerra tra di loro, prostitute, e cacciatori di pubblicità, gratuita. E il figlio di Woody Allen in guerra col padre. Che però, pare, dice la madre, sarebbe putativo, ilvero padre sarebbe Frank Sinatra. 

Miseria della democrazia

Con un occhio alle elezioni Europee fra otto mesi e all’Europa, un atlante dei movimenti populisti, in Italia, Francia, Olanda, Inghilterra, Austria, Ungheria, Germania. E un tentativo di sistematizzazione di questa insorgenza politica che accomuna, si può dire, tutta l’Europa, se non tutto l’Occidente, Stati Uniti compresi. Un movimento, per questo, da non sottovalutare, acculandolo al fascismo e altre forme antidemocratiche condannate dalla storia.
Opera di uno specialista di Relazioni internazionali, introdotta da Ilvo Diamanti, la ricerca nasce a tesi: i populismi sono “catalizzatori del risentimento sociale”. Colpevoli di invidia, di risentimenti che si ritengono non fondati: contro l’Europa, contro le caste, contro la speculazione internazionale (la crisi), per un popolo indefinito. Non convincente: il “popolo” non è bestia, né i populisti hanno manganellatori, finanziatori occulti, media al loro servizio. Oppure sì, la tesi è convincente, ma in un altro senso: catalizzano le delusioni sociali, le inadempienze politiche, che sono state e sono cocenti, perlomeno in Italia. Cos’è “l’uso strumentale della crisi economica”? Dopo dieci anni di tagli e tasse, senza esito, non che si veda? L’Italia unico paese ancora in crisi? L’Unione Europea va certamente riformata: le politiche fiscali, la stessa moneta, le banche, l’immigrazione, la politica estera, a cominciare dalla Libia. E la neutralità delle politiche europee nei confronti dei soci, senza favoritismi e senza furbizie. Per non dire delle sempre trascurate lobbies, che di fatto sono Bruxelles,  fanno    Bruxelles, qualsiasi cronista lo sa.
Non siamo in presenza di Masanielli casualmente in giro per l’Europa. Non in Italia (in ogni paese l’insorgenza ha radici diverse). Dove, detto in breve, Salvini è il portato del “ceto produttivo”, come usava dire, della Lombardia, il Veneto, mezza Emilia-Romagna, mezza Toscana, e quote larghe in Piemonte e Liguria. Il serbatoio dei voti grillini è per almeno la metà Pci-Pds-Ds-Pd, a Roma sicuramente, ma anche al Sud, e a Torino per esempio. Questi movimenti, in Italia già al governo, sono un cambiamento totale di classe politica, con poca o nessuna esperienza. Sono un rischio. Ma non sono nemmeno “Le rane” di Aristofane. L’Europa è del resto in crisi dopo un quarto di secolo di governo democristiano, non più avveduto, anzi senza vedute – micragnoso, nascostamente mercantilista (nazionalista germanico) – che si è fatto fare la Brexit, ha semidistrutto la Grecia, e un po’ anche l’Italia, perfino cinico, impietoso, avendo lasciato morire migliaia di africani nel Mediterraneo.
Anche il problema centrale è discutibile: sono movimenti antidemocratici? Ovunque operano in quadri istituzionali e costituzionali di democrazia. Mentre non è democratico un sistema dell’informazione ad excludendum – un “sistema” dell’informazione? E dove sono le,opposizioni al populismo là dove governa, come in Italia, di idee se non di schieramento? I populismi non saranno, ognuno a suo modo, l’esito della miseria democratica europea? In Italia sicuramente dell’inconsistenza dell’offerta politica.
FabioTurato, Capipopolo. Leader e leadership del populismo europeo, Castelvecchi, pp. 201, ill. € 17,50

venerdì 31 agosto 2018

Secondi pensieri - 358

zeulig


America - L’America D.H.Lawrence ha detto “a vast republic of escaped slaves”, trainato dall’endecasillabo, ma forse pensava all’Australia, terra di galeotti, gli Usa sono terra di schiavi non fuggiti, e di fuggiaschi liberi.

Gli Usa sono per l’europeo, benché visitabili senza limiti, e da tempo materia del capolavoro “La democrazia in America”, quindi riconoscibili, sempre terra incognita, la più incognita che sia. Forse perché sono materia di pregiudizio. Cos’è l’antiamericanismo? È manifestazione tipica di declassamento: l’Europa oscilla tra il buon tempo antico, della sua barbarissima storia, e il male che vien dal mare, cioè da fuori. Ma bisogna dire ogni tanto le vere boiate o fake news, fra le tante che si rincorrono: gli Usa sono figli dell’Europa, ma della parte d’Europa che si ritiene la più nobile, e anzi l’unica nobile, il Nord puritano, della pienezza di se stessi.
Si fa colpa del puritanesimo, come del capitalismo, ai calvinisti, i quali invece come tutti s’arrabattano. Si veda in Olanda, in Scozia, nella stessa Svizzera. Altro è il puritanesimo, nato e naturalizzato nell’Inghilterra da sempre lawrenciana. Attorno a una religione, uno scisma, che non è altro che l’affermazione di sé. L’America è figlia di Cromwell. È per i puritani che ricchezza e potenza, lo sterminio dei nemici, sono segni della grazia di Dio, fuori dei quali non c’è grazia - per gli inglesi, dice Chesterston, “ogni rivoluzione è un compromesso”, sarà per questo che non le fanno, per non compromettersi, Cromwell non la fece. È il protestantesimo figurato, di Enrico VIII, Elisabetta e Cromwell, che trovò pienezza nella violenza, ancorché politica – si dice Machiavelli ma s’intende Cromwell, che Hobbes non osa criticare. Lo stesso Cromwell, se l’Inghilterra non lo avesse chiamato, sarebbe emigrato in America, aveva già il biglietto.

Anima – Le anime sono nella Bibbia, che dopo morte le considera esistenti ma inerti. Dio non se ne curava. Renard, scrittore non eccelso, ne ammette poche in paradiso: “È ammissibile”, di-ce, “che a un’anima di qualità inferiore sia concessa l’immortalità?” E tuttavia.

La notizia fondamentale sarebbe, è noto, che un’anima è stata trovata. E invece, è un fatto, molte se ne trovano, vuote: quelle dei poeti. Che sono pieni di cose, lune, stelle, primavere, rugiade, rii, donne, tigri, ma non del sé immortale, quello delle passioni: la disperazione, o il desiderio, l’odio, neanche l’amore, checché si dica - la passione d’amore è riempita di manifestazioni inattendibili: rimette, laudi, lacrime, invocazioni, improperi, tutti surrogati del coito, un gioco di preliminari, da esercitazione o-nanistica. Quel sentimento distinto del mondo che viene, tra accensioni e paure, nelle ore anonime e slargate che anticipano l’alba, con la baldanza di chi ha superato la notte, e non subisce ancora il peso del corpo.

Emigrazione – È solitudine – è alla seconda generazione, si dice, ma è più probabile che ce ne voglia una terza, perché dall’emigrazione nasca un incontro di civiltà.
Nell’esilio si vive integrati. Lo dice Jünger, e pure Hobsbawm, ipocritamente, da sociologo della mafia, che quella del proscritto, del latitante, è la condizione per eccellenza dell’uomo. Allora, nell’antica Islanda della storia che comincia a Nord, il proscritto vichingo si rifugiava nei boschi, e celtizzato sarà Robin Hood, folletto partigiano. È un franco tiratore, si diventa proscritti per scelta. Ma senza obbligo di cecchinaggio.

Gioco – Si perde in rete, e si è persa tra i bambini, per i quali era pedagogia necessaria, ancorché irregolata – anzi proprio perché spontanea. I bambini non hanno più spazi comuni liberi, solo regolati, per orario e spazio fisico, sotto controllo costante. Nelo poco tempo libero, minuti, dalle scuole, dell’obbligo e doposcuola, dalla tv, e ora dal cellulare, al chiuso in casa. L’adulto è tornato al Settecento, all’incipriamento e all’imparruccamento, nella esibizione costante che fa il suo selfie, il suo ego.
Il gioco è sempre stato elemento della evoluzione, e fattore di creatività, oltre che di svago – di allentamento della pressione fisiologica, elementare, pratica, diretta allo scopo – a “uno” scopo. Un tempo creativo di libertà, benché non catalogabile in una repertorio della creatività – ammesso che sia possibile. Tutti gli esseri animali giocano, hanno giocato, subito dopo la nascita e dopo. Ora l’uomo fa eccezione. In autonomia, senza il controllo adulto – non costante e impositivo, negativo, a difesa, a salvaguardia, eccetera. Un meccanismo di autoricerca e identificazione, di consolidamento della personalità. Si spiega l’enorme e crescente percentuale di bambini obesi e spenti – irresoluti, senza voglie.

Immortalità – È materia ultimamente americana, di una civiltà che si vuole materialistica. Roba di cantanti, Presley, e di banditi. Jesse James si vuole che non sia morto nel 1882 a Saint Joseph, Missouri, ma nel 1948 a Guthrie, nome nobile dell’Oklahoma, o a Granbury, Texas, nel 1952 – quindi a 105 anni. Un altro è Butch Cassidy, tradito pure lui in Bolivia, che invece per la sorella è stato vecchio gentleman in Irlanda, ed è tornato nello Utah per farsi seppellire.

Morte - C’è nella morte un aspetto buono: ognuno riprende la com-postezza, non più che può invocare. È questa l’essenza degli angeli, per i quali la vita non è che accidente, che nessun papa deve santificare.
C’è un parte cerimoniale pure nella morte, ma senza mutare il rito solitario.

La morte è giovane, anche se ha una lunga storia, eterna, viene sempre troppo presto. Ma il funerale è degli adulti.

Noia - Invincibile, immortale. Da Petrarca Francesco a Leopardi Giacomo, sembrano nomi dei romanzi di Moravia.

Presente - Non c’è presente senza futuro. Senza memoria cioè del presente.

Progresso – È una sommatoria, ciò che resta di fallimenti e regressi.
È il punto debole della storia, che-se si vuole un gradus ad Parnasum.

Razzismo - È un retropensiero, va con l’identità personale – familiare, linguistica, storica, etnica. Normalmente in letargo, fa presto a emergere in una difficoltà o in un incidente, anche solo un inciampo involontario. Franzinelli, lo storico dell’Ovra, la polizia politica di Mussolini, se ne trova sommerso all’indomani delle leggi razziali, quando Mussolini  diede la stura alle denunce dell’ebreo. “Ennesima riprova dell’irrazionale forza del pregiudizio, diverse note informative dei primi anni di guerra”, quindi dopo quattro- cinque anni di discriminazione e persecuzione degli ebrei, “descrivevano l’Italia dominata «dalla massoneria giudaica»”. Moltissime le denunce che la polizia, una polizia politica, dovette adoperarsi a smontare, tanto erano pretestuose o legate a vendette private, personali.
Le leggi innescarono un razzismo latente. Che non è – era – antiebraico più che antinglese, come oggi sarebbe antislamico, ma trova nell’ebreo, e più nell’“ebreo”, uno di fantasia, l’innesco per manifestarsi. Il razzismo è l’insoddisfazione di sé proiettata su un Nemico Interno

Rinascita – È il segreto (l’attrattiva) della scrittura: l’autore scrive per rinascere. Con l’invenzione dei posteri, del classico.
La storia ne è effetto e causa - “Nevica storia”, direbbe il signor Bok di Malamud.

Segnare il passo – È pratica militare, di caserma. Ma si procede stando immobili. Si vive bene se si sta qui ora. Si diventa immortali, almeno prima che morte non sopraggiunga - e si fa buona storia. È l’esserci e il non esserci di Amleto.


zeulig@antiit.eu

L'amore del padre, malgrado tutto

L’infanzia dello Scrittore. Che a nove anni viene confidato alla “istituzione militare” algerina, nella quale passerà 36 anni, fino al grado di colonnello: Mohammed Moulessehoul. “Yasmina Khadra” sono i due prenomi della moglie, uno pseudonimo adottato perché i suoi primi romanzi, i gialli nell’Algeria della guerra civile anni 1980 per cui è famoso, li ha pubblicati mentre era nell’esercito.
Un selfie vecchio stile, senza le solite trasgressioni che fanno audience. Ma con un flair locale, nazionale, ancora denso, di Orano, Tlemcen, Algeri, benché lo scrittore viva in Francia ormai da trent’anni e si consideri scrittore francese. Di una scrittura piana, quasi un omaggio alla insegnante di francese, una gentile signorina polacca, Lucette Jarosz, che muore all’improvviso alla vigilia del matrimonio: è lei che nell’ultimo capitolo gli impone una scrittura di cose, non forzata, dicendosi tradita dal suo uso sconsiderato del vocabolario, per fare “lo scrittore che sorprende il lettore”.
Allo stesso modo, senza sorprese né eventi eccezionali, viene narrata l’infanzia mesta in collegio, seppure con gli inevitabili personaggi bizzarri. La disciplina. La vita collettiva obbligata, senza spazio né tempo per sé mai. L’istruttore sadico. Il presidente Bumedien che in incognito si complimenta col ragazzo – ma sono “gli anni grigi della dittatura tranquilla”, in “un’epoca in cui la delazione e la spionite trionfavano”. Allo stesso modo, i cadetti militari sono ricordati “grandi lettori”, e le forze armate estremamente permissive, soggiogate dalla cultura. Che però non risparmiano al cadetto poeta-drammaturgo-narratore  umiliazioni, procedimenti, condanne, pene di ogni genere. In un paese che ha perseguitato i suoi poeti e artisti, anche rivoluzionari: Kateb Yacine, Mufti Zakaria, “l’aedo della rivoluzione”, Mouloud Mammeri.
Il tutto è aperto da una professione inconsueta di amore paterno, del riconoscimento del padre, dell’amore del padre. Che poi sapremo, per tutta la narrazione, averlo abbandonato, dimenticato, in convitto, in lite continua con la madre, con amori e famiglie nuove a ripetizione. Il futuro Yasmina Khadra e i suoi sei fratelli e sorelle lasciando in cura alla madre. A sua volta abbandonata, senza alcuna risorsa, da tugurio in tugurio per non aver pagato l’affitto, fino a finire in campagna. Poveretto. Giovane prima della guerra d’indipendenza, corteggiava ricambiato una signorina francese, Denise Ernest, quando una mattina era stato chiamato in fretta a casa dal lavoro perché doveva sposarsi, con una giovane che vedrà per la prima volta la notte delle nozze –lei pensava che lui avesse la scabbia, lui che lei fosse una nana. Ma, poi, il padre è un ufficiale dell’esercito, sebbene di basso rango, autoritario e assente. La funzione di padre presente e amichevole sarà svolta dallo zio, fratello anziano del padre, di nessuna risorsa – che anch’egli assolve il fratello padre. Niente condanna il padre, non la cacciata di casa di madre e figli una mattina, senza preavviso e senza meta, da una pattuglia militare della sua caserma. Neanche la scena finale in cui costringe il giovane letterato a iscriversi all’Accademia militare, e “diventare colonnello, chissà, ministro della Difesa”, per il solo beneficio, spiega, del suo orgoglio.  
Un’infanzia e una adolescenza tristi, per ogni aspetto. Che però richiama Simone de Beauvoir, “Per una morale dell’ambiguità”, dove trova in Algeria, nei bambini, “l’affermazione evidente della trascendenza umana”, la “speranza”, il “progetto”. Nell’Algeria ancora oppressa dal colonialismo, rassegnata: “In seno a questa rassegnazione sordida vi erano fanciulli che giocavano e sorridevano; e il loro sorriso denunciava la menzogna degli oppressori: era invocazione e promessa, proiettava di fronte al fanciullo un avvenire, un avvenire d’uomo…. È uno sguardo in agguato, una mano avida che si protende verso il mondo,è speranza, progetto”.   
Yasmina Khadra non arriva a tanto. Ma lo stesso dà un modo di essere comune essendo diversi, prima del “noi e loro” che sembra imperversare – che forse meriterebbe un romanzo di “Yasmina Khadra”. “Un’infanzia algerina” è il sottotitolo, e bisogna che sia detto per sancire la differenza, a parte i nomi e i toponimi. Nulla che una narrazione europea troverebbe impraticabile – semmai troppo scontato.
O allora onesta, nella differenza. Di donne non rassegnate, ma non protette. Dell’amato padre sottolineando violenze di ogni tipo.
Yasmina Khadra, L’Écrivain, Pocket, pp. 286 € 7





giovedì 30 agosto 2018

Problemi di base dell'altro mondo - 444

spock

Dunque James Bond deve essere di colore?

Anche islamico?

Ma sempre uomo, non sarebbe meglio donna?

Donna di colore?

E islamica?

Ora, dopo Jim Bennett, lo stupro è anche femminile?

Le donne non si perdono nulla?

E Lgbt - praterie si aprirebbero, forza avvocati a percentuale?

spock@antiit.eu

Il socialismo possibile

Una seduta spiritica? Rinnovare il socialismo? Il socialismo?
Il sottotitolo rincara, evocando personaggi andati, Craxi, Virgilio Dagnino e Luciano Pellicani - anche se Pellicani è vivo e combatte insieme a noi. Ma non è una evocazione nostalgica, e la (ri)proposta di una discussione politica che, senza essere avulsa dai problemi del giorno, organizzava le idee che avrebbero dovuto muovere la politica, e le adeguava - ci provava - ai fatti.
Dopo il "Vangelo socialista" di Craxi, come "L'Espresso" titolo la proposta di un socialismo liberale e  realista, Scirocco raccoglie lettere e discussioni intercorse per un decenno,  fino al 1985, con Craxi a Palazzo Chigi,  tra Dagnino, banchiere libertario, allievo dei Rosselli, e il giovane sociologo romano Luciano Pellicani. Pellicani era ispiratore del saggio di Craxi - anzi ne era autore: il saggio aveva in origine altra destinazione, Craxi lo riscrisse in parte è lo pubblicò come manifesto di un nuovo socialismo. Uno studioso marxista che aveva presto ripudiato il determinismo, e ogni utopia.
Si trattava di adeguare il socialismo a una società occidentale, sviluppata, in un mercato competitivo. Mentre emergeva già la crisi fiscale dello Stato. Pellicani promuoverà "un socialismo pragmatico, che promette poco na che può mantenete le sue promesse". Sulla linea su cui si erano mossi Bernstein,  Russell, Rosselli e Salvemini. Poco, compreso il referendum di cui non si parla,  con cui gli italiani si abolirono la scala mobile - riportando l'inflazione dal 20 al 3 per cento. Ma è preistoria.

  • Giovanni Scirocco (a cura di), Il Vangelo socialista. Rinnovare la cultura del socialismo italiano, Aragno, pp. LVII- 230 euro 18

mercoledì 29 agosto 2018

Problemi di base dell'altro mondo - 443

spock

Dalla Russia ai bordelli, purché si faccia scandalo?

E gli affari,.quelli non si toccano?

Un giudice senza vergogna per un presidente senza vergogna?

O è l’America?

È l’America più puritana o più svergognata?

Senza sesso, non c’è vita in A merica?

E senza la Russia?

spock@antiit.eu

Il mercato della visibilità


Trump accusa Google di boicottarlo. Google risponde che non è vero, che gli algoritmi che muovono il motore di ricerca sono neutri, che Trump è trattato come un qualsiasi altro soggetto. Ma non è vero, qualsiasi blogger o influencer, come ora usa, lo sa: ci sono sistemi per potenziare la propria visibilità, più o meno costosi. E gli effetti si vedono, parametrati all’investimento.
È un “aiutino”, indiretto, di Google, o si fa a spese sue? Un metodo della visibilità sicuramente c’è, e la riprova è che ieri per la prima volta, dopo l’attacco di Trump, Google ha fatto emergere anche siti e media a lui favorevoli. La vera risposta a Trump è che Google, all’improvviso, è diventato motore di ricerca equanime, non orientato.

È il Pd che ha portato al governo gialloverde


Propone Veltroni su “la Repubblica” una riscossa della sinistra a base di “sogni e popolo”  - questo soprattutto, della destra al governo proponendo “non chiamiamoli populisti”. Veltroni non è un buon maestro, ma nel suo volemose bene buonista mostra di avere capito il perché di una disfatta. Che è avere agitato problemi senza risolverli, di cui i “giovanotti” gialloverdi si sono impadroniti agevolmente. L’Unione Europea anzitutto, insoddisfacente da molti punti di vista, dal governo della mloneta al governo dei migranti. E l’immigrazione caotica clandestina, vissuta come un’invasione.
Sono problemi che si pongono da soli. Ma è il Pd che li ha resi irrisolvibili. Renzi aveva perfino nominato Calenda a Bruxelles, per difendere l’Italia non potendosi riformare questa Ue. Salvo richiamarlo subito dopo a Roma, forse per farsi i selfie con Merkel e Hollande da solo, abborracciando un suo pessimo franglese. A Minniti, che si era applicato al problema migranti, si è arrivati a rinfacciare un padre o un nonno generale o ammiraglio con simpatie mussoliniane.
Questo non solo non è serio, è stupido. Ma è ineliminabile nella sinistra, in questa sinistra. Che si fa scudo dell’antirazzismo, che nessuno mette in discussione, forse nemmeno Casa Pound, e finisce per gestire il piccolo business dell’accoglienza. Chi si è convinto – il Pd ha convinto  - che la Ue e gli sbarchi sono problemi a un certo punto ha cercato un’altra soluzione. La sinistra non ha bisogno di sogni, ma solo di liberarsi della superiore stupidità.

Ecco il regresso, modello Calabria

Di Ulderico non se ne trovano più nemmeno tra i Franchi, francesi o tedeschi che siano. La Calabria ha un nome antico e bello, ma è tante, troppe cose. A partire dallo stesso nome, che una volta era Italia – ed è solo una parte, si può aggiungere, di tutto ciò che l’unità ha seppellito. Nisticò l’apparenta infine al mulo, che procede sotto i carichi più gravosi bastonato e mite, e ogni tanto “sferra” all’improvviso e scalcia. Ma un mulo, allora, ricco, anche se non lo sa o non se ne cura, e anzi più che altro si applica a distruggere quanto ha. E questo è un aspetto, uno dei tanti: è difficile orientarsi, specie da quando i calabresi hanno preso la china dell’autodistruzione. E oggi, in epoca leghista, lombarda o del disprezzo sovrano, più che mai: i calabresi votano Lega.
Nisticò si è messo contro. E – ma – vuole  non risolvere il problema ma porlo. Lo mima, lo rappresenta. La Calabria, terra di terremoti, ha poche cose stabili. Nisticò si applica a  terremotare anche quelle. È terra di racconti di viaggio, specie nell’Ottocento e nel primo Novecento - che il suo  editore con merito ha ripreso in un’ottima collana? Nisticò fa un “controviaggiatori”. Lo stesso per la metafisica e per la morale, delle Calabrie. E per la storia, la linguistica, la psichiatria (Lombroso, contro di lui ci vuole poco), l’industria postbellica (alla Calabria sono toccate le peggiori malefatte dei “pareri di conformità”, del sottogoverno: la Sir, la Liquichimica, l’Isotta Fraschini, nonché centri siderurgici e megacentrali elettriche, sulla carta) ma anche per la geografia, la toponomastica, e perfino l’anagrafe. Una storia essenzialmente fuori della Grande Storia, o vulgata. Perfino il nome ha posticcio, la penisola è stata Enotria, Italia, Bruzia. Calabria solo dal VII secolo, dalla riorganizzazione amministrativa bizantina – Virgilio muore tra i Calabri perché muore a Brindisi, Calabria era il Salento.
La regione oggi più disorganizzata, e anche più povera statisticamente, Nisticò vuole peraltro per effetto dell’ignavia indotta da molti secoli di naturale abbondanza, “il soporifero benessere”: “Ordine, pace e prosperità non sono, di solito, grandi incentivi alla vivacità culturale, tutt’altro” . Senza contare che, mondo ora di “ricchi impoveriti e di poveri arricchiti”, in una metamorfosi sociale costante che, se è segno di grande mobilità lo è pure di incapacità e inattività, senza mai una classe dirigente, è stata “una regione ad alta intensità industriale”, fino a tutto l’Ottocento, ed è vero. Terra per eccellenza di emigrati, anche se di mala voglia, da un secolo abbondante ormai, è stata terra di immigrazione fino a fine Ottocento. E anche questo è vero.
Un libro divertente. Anticonformista e controcorrente di proposito. In linea col filone forse più vivo della letteratura calabrese, da Ammirà a Zappone e Delfino, dell’irrisione - il brano finale, una sorte di Terra dello Zero, è un piccolo capolavoro. Che è la vena quotidiana, di ogni riflessione o narrazione, anche in famiglia o tra amici, anche delle cose più triviali o quotidiane, un “altro”occhio sulla vita, rabelaisiano. Presentandosi, presentando le sue “poche e disordinate pagine”, da saggista essendo evoluto, anche lui, in social addict, Nisticò può così premettere: “Di cui io stesso non è che sia così convinto”. Molte ipotesi storiche, notevolissime, meritevoli di approfondimento, lasciando all’enunciato.
Ma sono pagine piene di umori. E utili, anzi necessarie. Soprattutto nella parte prima, la storia delle Calabrie, che è probabilmente il nucleo originario del libro, prima delle umorali contrapposizioni.
Storico di formazione e professione, editore della voluminosa “Calabtria illustrata” dell’abate Fiore, 2001, Nisticò riversa in un centinaio di fitte pagine fiumi di conoscenze, di fonti documentali, cronache del tempo e repertori evidentemente in disuso perché ignoti ai più, e quindi pieno di sorprese. Sui culti, i santi, l’onomastica, la toponomastica, i calabresi celebri o meritevoli, i pazzi (creativi), gli albanesi, in dettaglio, le ricostruzioni borboniche post-terremoto, utopia all’Aquila, o a Amatrice, oggi, e tre o quattro revisioni notevoli della storiografia dominante e scontata.
Si parte dai celebrati Normanni di cui si presume di sapere tutto e invece manca l’essenziale, che Nisticò recupera: l’asservimento del Sud alle baronie feudali, escidendo le nascenti autonomie comunali, nonché alle faide dinastiche familiari, per un complessivo impoverimento: “Tra vittorie e sconfitte Federico II consumò gran parte delle ricchezze del regno di Sicilia” – si inimicò, va aggiunto, anche il papato, con cui invece il regno normanno del Sud aveva prosperato, il papa chiamò gli Angiò, e i suoi eredi fecero subito una brutta fine. Sulla premessa, anch’essa finalmente onesta, che gli archivi sono andati gioiosamente dispersi, quelli che i terremoti non hanno distrutto, con l’appropriazione della manomorta – la spoliazione di parrocchie e conventi non a beneficio delle comunità o dello Stato ma dei ceti borghesi che saranno l’Italia, specie al Sud, la borghesia italiana, avida e incapace.
La vindicatio della storia spagnola di Napoli e della Sicilia apre anch’essa delle porte. Il “luogo comune risorgimentale” che vuole il Regno “caduto sotto il dominio spagnolo” è un sottoprodotto della storiografia francese, di interessi nazionali e della “cultura illuministica e postilluministica, di cui il più noto interprete è il Manzoni”: “Non si avvedevano, i dotti, e non si avvedono di far irriflessa eco a una storiografia francese nazionalistica, anzi strumento di politica e propaganda, e inglese di matrice protestante”.  
Problematico, ma anche il cardinale Ruffo e la spedizione delle sue Masse della Santa Fede sono di fatto diversi da come sono stati liquidati - Fabrizio Ruffo è un valente generale. Compreso l’atto finale, l’esecuzione dei partigiani della Repubblica partenopea. A essi il cardinale aveva concesso il passaporto. Fu Nelson a imprigionarli e farli condannare. Si istigazione, si disse, della regina Maria Carolina, che vendicava la sorella Maria Antonietta. O forse per una guerra intestina tra opposte massonerie, l’obbedienza inglese e quella francese.
Notevolissimo il concetto di regresso, da un punto di vista progressista e non reazionario. Del progressismo che Nisticò vitupera. Il progresso non è una freccia, si sa. Ma si fa in mezzo a mille fallimenti, e questo si dimentica. Nozione oggi più che mai necessaria, perpetuandosi la frana che dall’illuminismo aveva portato al positivismo e anzi aggravandosi nel Millennio. Rimandando a Max Weber, che l’eccesso di razionalismo conduce al massimo di irrazionalità.
Formidabile infine, è un trattato, la mezza pagina sul presente continuo (l’aoristo greco) dell’eloquio dialettale, che congloba il futuro e il passato, che è un modo di essere, “il tempo senza tempo”. Con un cospicuo repertorio dei proverbi, che sono il “modo di pensare” locale.
Una cornucopia. Ma bisogna scavare. Le serie storiche, lucidissime, frutto evidente di ricerche bibliografiche intense, se non archivistiche, sono putroppo ipercompresse, spesso lunghi elenchi. L’aneddotica pure inevitabilmente ne soffre – la storia dei Boemondo, dall’I al VI, coi 12 mila Calabresi alla prima Crociata, proseguita dal nipote Tancredi. cui si rifece il Tasso, compressa in quattro righe. o delle mogli longobarde dei Normanni, un riga. Con qualche errore – che un minimo di cura redazionale avrebbe evitato. Una bibliografia, anche minima, sarebbe stata utile.
Ulderico Nisticò, Controstoria della Calabria, Rubbettino, pp. 165 € 10

martedì 28 agosto 2018

Recessione - 70


Il reddito pro capite si è ridotto dello 0,2 per cento nel primo trimestre dell’anno – contro una crescita dello 0,7 per cento in tutti i paesi industrializzati – dello 0,9 per Germania e Stati Uniti
(Ocse).

Gli stipendi pubblici , tre milioni e mezo di occupati, sono fermi al 2010.

La crescita del pil pro capite negli ultimi nove trimestri ha superato in Italia dell’1,6 per cento l’aumeneto dei redditi distribuiti (Ocse).

Il costo del debito è raddoppiato in tre mesi.

La ripresa dell’economia si è dimezzata nel secondo trimestre, l’Italia va al ristagno nel secondo semestre 2018 e il primo 2019.

Non ci sono risorse per investimenti pubblici, in infrastrutture e servizi, bisogna prenderle dalle pensioni, con contributi di solidarietà e prelievi forzosi.  


Quando l'Italia aveva un'idea

Quarant’anni fa ieri “L’Espresso” pubblicava il “manifesto” di Craxi, da due anni segretario del partito Socialista Italiano, reduce da due sconfitte elettorali, nel 1975 alle regionali, e nel 1976 alle politiche (9 per cento, minimo storico) – mentre il partito Comunista Italiano arrivava ai suoi massimi storici (34 per cento). Detto il “saggio su Proudhon” perché nelle polemiche con cui il Pci attaccò massicciamente, come era d’uso per la macchina del Partito, il “giovanottone” socialista, se ne ridusse la richiesta di un socialismo “democratico, laico e pluralista” (cioè antileninista) e innovativo al vecchio antagonista di Marx. In realtà, il testo si rifaceva anche e di più a Rosa Luxemburg, Bertrand Russell, Bobbio, Gilas, Carlo Rosselli, Gilles Martinet. Ma era indubbiamente un attacco alla monoliticità vecchio stile del Pci di Berlinguer, da cui Craxi aveva appena smarcato il Psi nella questione Moro, se bisognava salvarlo, oppure no.
L’attacco di Craxi, accortamente portato sul piano delle idee e delle cose da fare, invece che della polemica, ebbe successo. Alle elezioni nove mesi dopo il Pci di Berlinguer arretrò di quattro punti, la prima sconfitta elettorale del Partito, il partito Socialista non perse pù voti, anzi avanzò di qualche decimale – Craxi aveva preso un Psi a metà 1976 in cui la vecchia guardia, De Martino, Mancini, Lombardi, Giolitti et al. discutevano se rassegnarsi a liquidarne l’organizzazione, e farne un partito d’opinione. Sembrava una “ripartenza”, in termini calcistici, e lo fu, gli anni 1980 saranno un’ottima stagione di governo, con Spadolini e Craxi a palazzo Chigi e Pertini al Quirinale. Ma fu presto soffocata, mandando l’Italia alla deriva, ormai sono trent’anni. Da una piena che oggi si dice populista, ma senza idee né capacità politica.   
Bettino Craxi, Il Vangelo socialista, stralci, “L’Espresso”  

lunedì 27 agosto 2018

Letture - 356

letterautore


Hughes-Plath – La storia si alterna, da mezzo secolo ormai, dal suicidio di lei per causa di lui. In altalena non del tutto bizzarra, se dettata da ragioni editoriali – vendere lei, vendere lui. Ora “ha ragione” lui, Ted Hughes, poeta laureato, anche sostanzioso alla rilettura, il “conquistatore di Cambridge”, dei cuori femminili, col sostegno dei due figli, che Sylvia Plath suicidandosi ha coscienziosamente preservato. Di quella dei due che parla e scrive, Frieda - il fratello minore, Nicholas, tace, per ora. Ora ha ragione lei, Sylvia Plath, giovane promessa della poesia americana, che non reggendo all’abbandono del miglior fico,è tornata alla pratica usata del suicidio, questa volta riuscendoci. Ora in senso proprio, in questi anni che vedono la riedizione delle sue opere, narrative e di poesia, e la pubblicazione della sua corrispondenza, di cui si annuncia il secondo volume, le lettere alla psichiatra – ora come subito dopo il suicidio, a febbraio del 1963. Ora Frieda, col secondo volume della corrispondenza, con le lettere di Sylvia alla sua psichiatra lontana, in America, si mette dalla parte della madre.
L’amore fiabesco fra i poeti giovani e belli, promesse certe, inglese lui americana lei, benedetta da due figli se non da un’intesa perfetta, finì male perché Hughes non rinunciò a fare il bello, e s’invaghì fra le tante di Assia Wewill. Che a trentacinque anni al suo terzo marito, quello da cui prese il nome, un David Wewil canadese di Londra, aspirante scrittore o poeta, più giovane di otto anni, che l’aveva sposata nel 1960 e le resterà accanto, secondo dietro a Hughes, rassegnato se non contento dopo una prima sfida, pare col coltello, fino alla morte nel 1969, alla morte di lei – Wevill vivrà a lungo, professore a Austin, Texas. Assia a sedici anni aveva sposato Richard Lipsky, un sergente inglese della Raf, per sfuggire alla famiglia a Tel Aviv, dove il padre, russo, si era rifugiato con la madre, tedesca. Il secondo marito, senza nome, era stato un professore della London School of Economics. La presenza costante di David non salverà Assia, che, abbandonata da Ted, si suiciderà nel 1969.
Alla morte di Sylvia, Hughes ne aveva distrutto molti scritti, sicuramente l’ultimo anno del suo “Diario”, per proteggere i figli, naturalmente, ma non prima che Assia li avesse letti. Uno dei tanti puntelli subliminali al passaggio della volitiva Assia a comportamenti emulativi e di invidia verso Sylvia, compreso quello finale, del suicidio col gas, senza avere mai prima, a differenza di Sylvia, manifestato inclinazioni suicide – ma lei non ha protetto la bambina di quattro anni concepita con Hughes, in costanza di matrimonio con Wevill, la porterà con sé.
Una storia romanzesca, se non fosse avvenuta. Sul fondo anche la famiglia del poeta, dagli appuntamenti ineludibili, per le feste e altre occasioni, ma in vario modo ostili. La sorella di Ted odiava Sylvia – ne era gelosa. I genitori non apprezzavano Assia. Hughes continuò ad avere relazioni plurime, mentre conviveva con Assia, e naturalmente dopo – Assia si suicida quando Hughes ha una relazione un po’ più stabile delle altre, e ne occhieggia una terza, più giovane e fresca. Wikipedia dice anche che “nella morale huguesiana la salvaguardia degli istinti animali è un’azione etica”. 
A periodi alterni, Hughes fu bersaglio del femminismo britannico, ma senza danni, vivrà onorato e premiato.
Astolfo ne fa un breve ritratto in “La gioia del giorno”, alla morte di Assia, di cui Jane, una conoscenza di società, racconta:
“ - Non era la moglie, non ha voluto sposarla – corregge. È morta col gas, come Sylvia Plath. E con la figlia Shura, di quattro anni. Sylvia, che Hughes tradiva in casa con Assia, risparmiò invece i figli, di tre e un anno. – Bella donna – dice Jane, che di Assia condivide l’età – a quarant’anni. Ebrea russa – aggiunge all’ammirazione.
“Tragico il destino di Hughes, che più di un dilemma pone all’epica, oltre che al femminismo, poiché queste morti terribili non sconvolgono il poeta, e forse neppure l’uomo. Assia si è uccisa per una concorrente, anch’essa in età, nelle grazie di Hughes. Che però aveva già un’altra fidanzata giovane, le fidanzate saranno una sua forma d’assicurazione contro le morti repentine. Hughes è l’Uomo di Ferro che ha inventato: si è poeti e grandi uomini con lo stomaco saldo. L’arcangelico Drago-Pipistrello che nell’“Uomo di Ferro” minaccia paesi e città del mondo ha una testa “quanto l’Italia”. Il poeta laureato, che annuncia in uscita tre nuove raccolte, è impegnato in difesa del salmone nei fiumi britannici. Le donne napoletane certo si toccherebbero al suo passaggio – ma dove?
“Sylvia Plath, che all’università usava rappresentarsi con Anne Sexton al caffè suicidi tentati o immaginari, l’11 febbraio 1963, preparata la colazione ai figli, si chiuse in cucina e aprì il gas, scrivendo un biglietto: “Chiamate il dottore”. Ma i bambini non capirono in tempo. “Per Sylvia la morte era un debito da pagare una volta ogni dieci anni”, annotò la poetessa Sexton, che si uccise dieci anni dopo. Per Karen Blixen i sognatori, gli uomini sognatori, non sono che suicidi beneducati. “Tale un ragno, tesso specchi”, scrive Sylvia conoscendosi. E: “Must you kill what you can?”, devi proprio seccare tutto?, “oh, macchina calcolatrice!””

Di Hughes Astolfo ritrae una presenza in libreria, a Londra, nel 1971, in “Non c’è anarchico felice”: “Su tre cartelli c’è scritto “assassino” tutto maiuscolo, “maiale” su uno, “macellaio” su un altro, cinque militanti pattugliano lo Strand davanti alla libreria, silenziose, nella luce grigia del crepuscolo sotto le nuvole. Protestano contro Hughes, che è dentro a firmare libri di poesia. Gli imputano il suicidio della moglie, della prima, Sylvia Plath, non della seconda, Assia Wevill. Sylvia aveva temperamento, la prima volta che Ted le parlò gli rispose con un bacio che era un morso, la calmava l’elettroshock”.

Pseudonimi – Oltre che di Pessoa e di Kierkegaard, sono il marchio degli scrittori di gialli. Senza rischi di dissociazione mentale. Fino a Banville, che i gialli firma Benjamin Black. Simon Brett ne elenca una luna serie, tra gli autori del giallo collettivo “The floating Admiral”, 1931, alcuni multipli, qualcuno volutamente androgino, Evelyn. A nessun altro fine che legare un nome a un personaggio. Oppure a un genere. Oppure ancora a mascherare la professione quotidiana, quando non è la scrittura. Oppure diversificare la presentazione, da parte di autori prolifici – di Camilleri, di cui oggi il mercato assorbe volentieri una novità al mese, lui stesso agli inizi propose nomi diversi per i diversi generi, mentre oggi il nome è al contrario un brand, fa aggio sui generi e sul prodotto.

Stiletto – È marchio di fabbrica italiano. Fra le tante digressioni di cui Agatha Christie ha farcito il suo contributo controvoglia al giallo collettivo “The floating Admiral” c’è lo “stiletto aitaliano”, di una pettegola incontenibile, che della vittima spiega: “Colpito al cuore con uno strumento stretto, è così, vero? Uno di quei cattivi, micidiali, stiletti aitaliani. Wops li chiamano a New York – gli aitaliani intendo, non gli stiletti. E ricordi le mie parole”, dice all’ispettore, “che chiunque ha ucciso l’Ammiraglio è stato in Italia. Naturalmente non può essere stato un aitaliano, sarebbe stato notato. Usavano vendere gelati, sì lo facevano, ai miei tempi”.

Tormentoni – “Illimitable shop” li chiama Dorothy Sayers, la scrittrice di gialli che ha avuto lunga esperienza accademica, di chi parla solo del mestiere o della carriera, con altra gente del mestiere o in carriera. Tipicamente degli universitari ma non solo. Sayers lo dice del Detection Club inglese: “Il club è un’associazione privata di giallisti in Gran Bretagna che esiste principalmente allo scopo di consumare pranzi a intervalli decenti, e di parlare illimitable shop”, interminabilmente della propria attività.  


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L'accoglienza si fa a casa, dei migranti

Menando vanto dell’accoglienza a 90 degli africani della “Diciotti” nelle sedi della Caritas, una luce sinistra la chiesa getta sui migranti. Sul commercio schiavista dei giovani africani, perché di questo si tratta, non c’è un cammino della speranza. Una luce sinistra perché proviene dai vescovi, non dalle inviate Rai, che non sanno e non s’informano, e parlano pappagallo.
In realtà i vescovi fanno poco, eccetto forse che a Cassano, le strutture Caritas sono appalti dello Stato. Benevolenti quanto si voglia ma non sono una soluzione: stanno lì per amministrare i 35 euro a immigrato che lo Stato paga ogni giorno, sul presupposto che sia un esule politico. Una miseria, attorno alla quale si è formato un business dell’accoglienza, e questo già  non è buono.
La Caritas non è una soluzione. Ma peggio è come vi si arriva, che i vescovi non possono non sapere. I vagabondaggi di ragazzi e ragazzini soli, a centinaia, a migliaia. Le tante troppe giovani sole. La filiera della delinquenza che alimenta e domina il fenomeno. O allora, perché vengono in massa, giovani femmine e giovani maschi, riducendosi a spazzare i marciapiedi per racimolare qualche centesimo, alla mendicità. O a prostituirsi, a spacciare, a rubare. O i più fortunati a lavorare per due euro l’ora dieci ore al giorno, e provvedersi di un tugurio, e del pane. Solo l’1 per cento scappa da situazioni di pericolo, per guerre o persecuzioni. Giovani che bene o male mangiavano anche nel bush. Male, ma non peggio delle mense caritatevoli, o delle tendopoli per stagionali. E non soli in terra straniera ma dentro la loro famiglia, la loro comunità, la loro lingua.
È assurdo dover ipotizzare che il fenomeno si alimenti per alimentare l’accoglienza. Ma è come se. Che i vescovi non lo sappiano o non lo capiscano, questo testimonia dell’impoverimento della chiesa. Ridotta alle furberie spacciate per francescanesimo.
Si distingue il cardinal Bassetti – se non è il suo intervistatore, Accattoli. Che sul “Corriere della sera” pone infine con chiarezza l’unica posizione buona in questo mercato schiavistico: “La nostra linea è quella dell’aiuto ai paesi di partenza dei migranti, e dei corridoi umanitari”. Bassetti sa che la Caritas non è una soluzione: “All’emergenza si fa fronte soccorrendo chi rischia di affogare o di morire di stenti, però occorre pensare più ampiamente la questione migratoria e farci fronte in maniera razionale e programmata”. I paesi europei che vogliono la manodopera africana a buon mercato debbono andare a cercarsela in Africa: aprire uffici di reclutamento, e fornire documenti validi, di identità e di viaggio, fornire un alloggio, sia pure povero ma decente, garantire l’autonomia, la personalità, di chi si avventura.
Non è difficile. Perché non si fa?

L'America ferrigna

Etichette e maschere, più che personaggi. Esercizi di bravura ma ferrigni: vanno per tipologia sociologica, di micro sociologia, anzi petty – sono davvero l’America?.
Una sfida e un capolavoro è la traduzione, di Martina Testa.
David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani, minimum fax, pp. 302 € 16

domenica 26 agosto 2018

Ombre - 429

Non fa in tempo Grilllo a buttarne fuori una, per strampalata che sia, che subito politici e intellettuali del Pd vi si esercitano operosi. Nella caccia all’aggiornamento – come usava dire la chiesa, la metà del Pd. Ora è il giurista Ainis: “I parlamentari estratti a caso non possono sostituire quelli eletti. Ma integrarli e controllarli sì”. Ainis non ha visto e letto la composizione del nuovo Parlamento? Non lo ha seguito all’opera in questi quattro mesi? Estratti a sorte, dalla rete.

Si fa molta polemica sulle pensioni dei parlamentari, non dovute, troppo care, etc. E sulle retribuzioni dei parlamentari in carica? Che ha fatto il Parlamento in carica in quattro mesi? A parte percepire lo stipendio, elevato – più uguale ammontare a titolo di rimborso spese, questo non tassabile?  

Celebra “l’Espresso”, che lo perseguì per quindici anni ogni settimana, ogni settimana sei pezzi contro, era il titolo d’onore del venerato direttore che ha affossato il settimanale, Claudio Rinaldi, Craxi. Lui, Bettino Craxi, quello del Psi. Lo celebra addirittura come teorico innovatore del socialismo: “Uno spartiacque per la sinistra di ieri” il suo saggio su Proudhon: .”Il pensiero in politica è l’arma più dirompente”, molti i complimenti: “Quel testo rappresentava una carta d’identità. La modernità politica è diventata, invece, vincere, senza dire chi sei”.
   
Molto casual, molto curato, specie la chioma “disordinata”, il Procuratore di Agrigento si erge a paladino dell’umanità, occupa Catania, dove non ha giurisdizione, e incrimina il ministro dell’Interno per sequestro di persona. A vederlo sembra un attore comico, un po’ Walter Chiari un po’ Tognazzi. Ma occupa giornali e tv, è telegenico, e diventa eroe del Pd. Che da trent’anni ormai fa il partito dei giudici, e forse per questo non rappresenta più nessuno.

Il Procuratore di Agrigento è quello che ha affossato Dell’Utri. Non è vero, altri giudici lo hanno affossato. Ma lui c’entra, anche lui aveva dei pentiti a sostegno. Il partito dei giudici-pentiti è insostenibile – non convince. Per questo il Pd lo patrocina?
E come faranno ora con Salvini? Qui la partita è chiaramente politica, non ci saranno pentiti a camuffarla in diritto. Una palla alzata per il ministro dell’Interno? Con i giudici, fedeli pilastri dello Stato, non si sa mai.

Il procuratore di Agrigento è lo stesso che tra i migranti e gli scafisti ipotizzava non molto tempo fa dei terroristi. Salvini lo porterà testimone a discarico?


Quattro scafisti si portavano migranti sulla “Diciotti”. Il procuratore di Agrigento nel suo fervore umanitario, quando aveva trovato tutti moribondi a bordo, non ci aveva fatto caso? Potrebbe essere accusato di collusione, basta che a un altro giudice venga l’idea. I giudici si divertono. i

Da Telecom a Autostrade, le grandi privatizzazioni sono state a debito. I compratori hanno acceso debiti miliardari, in capo a una newco-badco, che poi, a cose fatte, hanno addossato al gruppo privatizzato. Intascandone annualmente gli utili ma azzoppandone  la  crescita.
Privatizzazioni si direbbe criminali. Ma opera di Ciampi, Draghi, Prodi, D’Alema.

Nel 2017 gli americani hanno comprato in media sette paia e mezzo di scarpe ciascuno. Ecco perché l’America ha bisogno della Cina, per le scarpe usa-e-getta?

Si spiega anche che Trump abbia abbandonato gli accordi contro l’inquinamento. Per poter moltiplicare l’indifferenziata.

L’idea che “le politiche universitarie sono così carognesche perché gli interessi sono così piccoli” è chiamata Sayre’s Law – “The Atlantic”. L’ignobilità della vita accademica era dunque tema di una legge specifica? In realtà la legge di Sayre vuole  che “in ogni disputa l’intensità della passione è inversamente proporzionale al valore degli interessi in gioco”. Si litiga di più per le quisquilie. L’università è una quisquilia, lo è diventata.

Si fiondano sulle rovine del Polcevera come corvi le Regioni, le aziende pubbliche locali, i Comuni, tutti gli organismi che in teoria sono più vicini al popolo, ma sono portatori malati della politica sterile - del politicantismo di professione – e veicolo della corruzione. Chi vuole le autostrade in gestione, chi gli appalti, chi il controllo, degli appalti e delle autostrade. È il segno più netto, senza correttivi, della finis Italiae.


Il mondo senza Roosevelt


A Miami, Florida, il 15 febbraio 1933 Giuseppe Zangara, muratore disoccupato del New Jersey,  originario dell’Italia, sparò cinque colpi di pistola alla nuca del presidente eletto (per la prima volta) Franklin Roosevelt, in carica da soli due mesi, ma colpì il sindaco di Chicago Cermak che era al suo fianco.
Zangara era nato a Ferruzzano, in provincia di Reggio Calabria, nel 1900, aveva fatto gli ultimo mesi di guerra, e nel 1923 era emigrato, senza mestiere, con lo zio muratore negli Stati Uniti, a Chicago. Occupandosi come manovale nell’edilizia. Dal 1929, dopo soli sei anni, era cittadino Americano.  Piccolo (1,50) e magrolino, fu giudicato e giustiziato velocemente, il 20 marzo. Un record per una condanna a morte – è il motivo che ha spinto Picchi a studiarne il caso.
Il processo fu molto rapido, cinque giorni. E Zangara non fece impressione, neanche come attentatore. Fu condannato, perché aveva ucciso un uomo, senza attenuanti. Ma con un dubbio: se il suo obiettivo non fosse il sindaco di Chicago.
Morì gridando, pare: “Viva l’Italia! Arrivederci a tutti i popoli poveri ovunque!”. Ma non sapeva abbastanza inglese per dirlo. Ed era sconosciuto ai circoli anarchici. Al processo aveva sostenuto che il suo nemico non era il presidente neo eletto, ma i ricchi, i potenti, i colpevoli della povertà del mondo, e degli immigrati in specie.
Picchi ricorda che la vita beve di Zangara era stata segnata dalla morte della madre poco dopo la sa nascita, e dall’avviamento al lavoro a soli sei anni, senza un briciolo di scuola. Non era comunque politicizzato, nessuno gli aveva ma sentito un commento politico, sia pure violento. Mentre molti indizi, vangati successivamente, portano a una sua affiliazione alla banda di Frank Nitti, un boss di Chicago. Nitti avrebbe addestrato Zangara contro Cermak, un sindaco antimafia negli anni ruggenti della Chicago mafiosa, attorno al proibizionismo,
Picchi, avvocato, docente di diritto penale all’università della Florida, ne fa un caso di procedura giudiziaria: il giudizio lampo, in cinque giorni, troppo rapido per una condanna a morte, sia pure in flagranza di reato. Katia Massara, storica contemporaneista alla Unical, l’università della Calabria. ha tradotto e presentato la ricerca di Picchi già dieci anni fa.  
Zangara è citato di passaggio da Philip K. Dick in “La svasticva sul sole”. L’attentato di Zangara ha avuto successo, e gli Stati Uniti non sono mai usciti dalla crisi, non essendoci stato il presidente della ripresa economica, lasciando così Germania e Giappone padroni del mondo.
Blaise Picchi, Le cinque settimane di Giuseppe Zangara, l’uomo che avrebbe volute uccidere FDR, Klipper, pp. 274 € 20