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sabato 16 gennaio 2016

Il mondo com'è (246)

astolfo

Élites – Quelle intellettuali di oggi – la società civile, i belli-e-buoni della Repubblica – hanno origine nelle “anime sensibili” del duca di Saint –Simon. Quelli che “condividono le disgrazie che non possono riparare”, avrebbe poi detto Rousseau. “Âmes sensibles s’abstenir” è ora in uso come avvertenza, a non fare una lettura, non vedere un film, non occuparsi di un incidente. A non intromettersi.
L’élite intellettuale, peraltro presto decaduta, è solo recente, del Novecento. L’intellettuale è sempre solo. Nel “Manoscritto trovato a Saragozza”, libro pieno di donne ardite, si dava ancora due secoli fa la scansione temporale dell’OPERA intellettuale dell’uomo, perfetta, compiuta, in ore lavorate, giorni, settimane, mesi, anni e abitudini. A conclusione dell’OPERA c’era l’isolamento. L’insoddisfazione di tutto, e di sé. Ai tempi del “Cid” Corneille non era che “un buon uomo”, nota Stendhal, per l’aiutante di campo di Luigi XIV Philippe de Courcillon, marchese di Dangeau, che era invece membro dell’Accademia, autore di un “Journal” e di “Mémoires” che il duca di Saint-Simon prenderà con larghezza in prestito. Anche l’intellettuale-massa, in auge fino a recente, era solo. “Non ci lasciano spostare un sasso”, lo constatava già Machiavelli.

Si può dire l’intellettuale nato male. Un generalista impegnato, in opposizione all’esperto, che è invece specialista e neutro. E uno che parte dall’etica della convinzione invece che della responsabilità. Della ricca, molteplice, convinzione – che è la fede. Della borghesia rappresenta l’individuo di programma, astratto, estremo, subdolamente orgoglioso. Fuori da contesti, tribù, tradizioni, compagni di strada, spesso pulciosi. La “Parabola” di Saint-Simon, il socialista, mostrava che se la Francia fosse stata privata di colpo dei cinquanta maggiori scienziati, ingegneri, artisti, banchieri, industriali e artigiani avrebbe cessato di esistere. Ma nessuna incidenza avrebbe avuto la scomparsa dei cinquanta se avesse colpito i nobili, i politici, i cortigiani e l’alto clero.

Eurasia – La nuova via della Seta, dalla Cina all’Europa, con la partecipazione dell’India e della Russia, avrà investimenti cinesi per 200 miliardi di dollari. È uno dei primi impegni, ancora generico, della neo costituita Asia Infrastructure Investment Bank, partecipata dalla Cina col 30 per cento, dall’India con l’8 e dalla Russia col 6.

Il progetto dell’Asia Bank era partito nel 2011 col sostengo dell’amministrazione Obama, portato all’assemblea dell’Onu a settembre dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton. Gli Stati Uniti delinearono una New Silk Road (N.S.R) Strategy, che includeva anche il Tapi, il progetto di gasdotto afghano-pakistano, e Casa 1000, il progetto idroelettrico che porta la potenza prodotta in Tagikistan e Kirghisistan al Pakistan, via Afghanistan – questo progetto è in corso di realizzazione e potrebbe essere completato entro il 2017.

Non c’è solo la riapertura della via della Seta, dalla Cina all’Europa con ferrovie veloci e autostrade, si lavora anche ad aprire il Centro Asia verso il Mediterraneo. Un Corridoio Lapislazzuli, dall’Afghanistan settentrionale, via Turkmenistan, al Caspio, l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia, proposto dal governo afghano a fine 2014 è in via di negoziato. Il Corridoio, presentato come la via di sbocco “più breve, meno cara e più sicura” per l’Afghanistan verso l’Europa, dovrebbe costituire anche un’area doganale comune. Il tracciato è già segnato: Agina-Turgundi (Herat)-Turkmenbashi-Caspio-Baku-Tiflis-Polti-Batumi.

È un disegno geopolitico arduo, quello di collegare l’Afghanistan all’Europa, ma non sarebbe alternativo all’integrazione dello steso Afghanistan nel Centro-Asia, col Pakistan, l’Iran e l’India. L’Iran offre  una soluzione più semplice, con lo sbocco al mare dell’Afghanistan nel suo porto di Sciabahar, nel golfo di Oman, fuori del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz.
Altri collegamenti sono in fase di progetto fra paesi asiatici per migliorare le interconnessioni. Una Via Marittima della Seta dovrebbe collegare i maggiori scali dell’Oceano Indiano, dalle coste africane all’Indonesia.
Un Corridoio cino-pakistano, proposto  dal presidente cinese Xi Jinping ad aprile, battezzato da Pechino OBOR, One Belt One Road, è un progetto colossale per infrastrutture comuni da 46 miliardi di dollari.

Giubileo – Era in origine l’anno della liberazione dal debito, poi diventato l’anno della liberazione dal peccato. Originariamente, presso gli antichi ebrei, era detto anche yobel, del capro, perché era annunciato dal suono di un corno di capro. Cadeva ogni cinquanta anni, e secondo la legge ebraica la terra, di cui padrone era solo Dio, non coltivata, tornava all’antico proprietario se ottenuta in pegno del debito, e gli schiavi erano rimessi in libertà.

Islam – A lungo l’islam è stato portato avanti in Europa dalle destre. Dagli stessi ambienti che ora sono anti-immigrati, e in qualche modo anche anti-islamici. Tutta la pubblicistica collegata al mondo arabo era tenuta viva da case editrici di destra, in Italia, in Francia, in Germania. e molti gruppi politici di destra, e anche di estrema destra, erano sostenuti e finanziati da Gheddafi o da Saddam, in qualità non di dittatori ma di governanti di paesi islamici, in funzione anti-Israele.

Non ci sono state solo guerre tra l’Europa e il mondo islamico. Il Duecento fu fertile di una vita culturale anzi comune. Non ci sono solo le radici islamiche nel “viaggio” di Dante nell’aldilà. La poesia dell’amore “cortese” vi ha radici. Alberto Magno, il maestro di Tommaso d’Aquino, rinnovò le basi scolastiche della filosofia e della teologia con i commenti agli studiosi arabi dell’antichità greca. Il neoplatonismo di Tommaso d’Aquino deve anch’esso molto a questa opera di scavo. Di san Francesco è certo che dibatté col sultano d’Egitto al Malik al Kamil sulle rispettive fedi nel 1219 – mentre era in corso una crociata. Allo stesso sultano andò incontro poco dopo, in una successiva crociata, Federico II di Sveviza, per una pace duratura. Era arabo andaluso El Idrissi, il geografo del predecessore normanno di Federico II a Palermo Ruggero II. La mistica che si svilupperà nel primo Trecento con Raimondo Lullo, Meister Eckhart e Taulero deve molto a Ibn Arabi, il “polo della Conoscenza” (1165-1240), e probabilmente anche al Mevlana Gialaluddin Rumì, che a Konya nella secondo metà del secolo aveva impiantato la scuola sufi del Dio-Amore. Il poemetto di Rumì su Maria  - dove è anche questione della “misericordia” riscoperta da papa Francesco - estratto dal suo lungo poema “Mathnawì”, intitolato “Espansione e contrazione” dal curatore inglese dell’antologia “L’amore è uno straniero”, Kahir Edmund Helminsky, è uno dei più sottili, oltre che pii. E si beve e si loda il vino in molta poesia islamica dell’epoca, specie persiana ma anche araba.

astolfo@antiit.eu 

Il patriottismo è brand Usa

Biopic magniloquente, stile Spielberg, dell’avvocato Donovan che per conto dell’amministrazione
Kennedy condusse un paio di trattative “private” con  governi comunisti, a Berlino e a Cuba. Centrato sullo scambio fra la spia russa Abel e il pilota dell’aereo spia Powers nel 1962, un anno dopo la costruzione del Muro.
Legal thriller e spy story come solo gli americani sanno fare, è vero. Però, un film patriottico oggi, che suscita tanti entusiasmi, è una sorpresa. Per non dire della bellezza del “rito accusatorio” americano, che anche quando è ingiusto (prevenuto) è onesto (dichiarato): per un pubblico italiano una vera catarsi.
Steven Spielberg, Il ponte delle spie

venerdì 15 gennaio 2016

Juncker verso l’uscita

Stupefacente è lo stupefatto Juncker che dà addosso a Renzi e all’Italia. Non è stata presa bene a Bruxelles e a Berlino l’uscita antitaliana del presidente della Commissione europea. Ufficialmente perché un presidente della Commissione non ha mai litigato e non deve litigare con un paese membro, che è comunque rispettabile. In realtà per altre sostanziose ragioni, che non si dicono ma si sanno, e si sommano in una: Juncker è un servo sciocco. Che ha solo ottenuto l’effetto di avallare, avversandole polemicamente, le riserve italiane.Ingigantendo il ruolo di Renzi, rianimando il partito Socialista e Progressista.
Le ragioni che non si dicono sono anch’esse sostanzialmente una: Juncker, nominalmente super partes, è il terminale unitario dei Popolari, dei democristiani europei. E per loro della Cdu tedesca. E per essa di Angela Merkel. Che non ha nessuna voglia di polemizzare, e anzi ritiene le prese di posizione distinte una cattiva politica.
Le riserve italiane, molteplici, non sono infondate – forse questo spiega il nervosismo di Juncker.
1) Emigrazione. L’accordo per la ripartizione degli immigrati mai attuato. Mentre si danno alla Turchia, subito, ben tre miliardi per i profughi.
2) Turchia. L’apertura di credito improvvisa alla Turchia, nel momento di massima involuzione democratica, con centinaia di arresti di giornalisti e politici di opposizione. Una svolta decisa autonomamente dal cancellerete tedesco Angel Merkel, avallata da Bruxelles ex post senza riserve. . 3) Bilancio. Eccessiva rigidezza, e favoritismi, nei controlli della politiche di bilancio: all’Italia si contesta un incremento dello 0,4 per cento del rapporto deficit\pil, dall’1,8 al 2,2 per cento, mentre alla Francia si autorizza uno sforamento del tetto del 3 per cento, fino al 4 per cento.
L’aiuto straordinario alla Turchia, tre miliardi, accollato ai bilanci nazionali invece che a quello europeo, per mettere in difficoltà i più deboli.
4) Banche. Eccessiva rigidezza, e favoritismi, anche per le banche. I salvataggi bancari all’Italia impediti per poche centinaia di milioni, alla Germania consentiti per alcuni miliardi.

Tornano in gara in Europa i socialisti

In gioco non è Juncker – non conta niente – ma il predominio dei Popolari nella Ue. E per essi della loro leader riconosciuta Angela Merkel. Che in questo terzo mandato alla cancelleria ha accentuato l’impronta cristiano-democratica della sua leadership, mentre prima era di tutte le cause e di tutti i partiti, anche liberale, verde (out le centrali nucleari) e socialdemocratica.  
C’era già stato qualche voce isolata di disagio, in seno al Parlamento, per la conduzione troppo “confessionale” dell’esecutivo europeo. Ma forse il dissenso socialista e progressista è più ampio, e Juncker nervosamente ne ha dato atto. L’Ue è retta da una sorta di Grande Coalizione all’uso tedesco, ma la parte minoritaria, ne è sempre meno contenta. I sondaggi tedeschi che danno in calo Angela Merkel potrebbe averli spronati a differenziarsi. Si spiegherebbe in questo senso anche la campagna “antitedesca” di Renzi, che rappresenta la forza maggiore dei Socialisti Progressisti a Strasburgo

Meno Merkel, più liberali, più Spd

Le previsioni sono che nelle elezioni regionali fra due mesi torneranno i Liberali, rubando voti alla Cdu, e la Spd, il partito socialdemocratico incrementerà i voti a scapito di Linke, l’estrema sinistra. I sondaggi ora premiano Alernative für Deutschland, il partito euroscettico nato due anni fa, col 14 per cento delle propensioni di voto, ma i tedeschi hanno sempre vota poi di fatto per l’usato sicuro. Rafforzandosi localmente, i socialdemocratici indebolirebbero indirettamente Angela Merkel nel governo centrale, da essa oggi saldamente dominato nella Grande Coalizione.
Si vota a marzo in due Länder importanti, Renania Palatinato (4 milioni) e Baden Wurtenmberg (10 milioni), e nella Sassonia-Anhalt (2 milioni). L’obiettivo della Cdu era di riconquistare il Baden, un grande Land da essa tradizionalmente controllato ma ora governato da una coalizione Verde-Spd. E potrebbe non farcela. Anche la Renania dovebbe restare a guida Spd. A settembre si vota a Berlino, da sempre socialdemocratica, e nel Meclemburgo (1,6 milioni di abitanti). Dove la Cdu non si aspettava ribaltoni, e prevedibilmente non li otterrà.
Si va al voto con la questione immigrati aperta, e i sondaggi danno Angela Merkel in calo di popolarità. Così come, peraltro, il suo vice, Sigmar Gabriel, che della Spd è il presidente. Ma il primissimo nei sondaggi, meglio ancora dell’amato presidente Gauck, è Frank-Walter Steinmeier, ministro degli Esteri socialdemocratico.

Secondi pensieri - 247

zeulig

Capitalismo - Il comunismo una chiesa, il capitalismo una religione, non si sfugge al sacro? Benjamin, prima di Girard e Agamben, capovolge la frittata, anche lui come Hegel? “Il capitalismo si è sviluppato in Occidente… in modo parassitario sul cristianesimo, in modo tale che, alla fine, la storia di quest’ultimo è essenzialmente quella del suo parassita, il capitalismo”. Ma non si sarà capovolto lui, andando di fretta?
Nella guerra dei due sistemi, forse, ma nella globalizzazione non è più possibile.

Finanziarizzazione - A Ferragosto del 1971, con la sospensione e poi l’abbandono del sistema monetario di Bretton Woods, del dollaro ancorato all’oro, si è aperta  la finanziarizzazione libera (incontrollata) dell’economia. In linea col fondamento basilare del mercato e del credito: la fiducia – come si sa dalle riflessioni di Georg Simmel un secolo fa. Che però non è un dato: la fiducia è un artefatto, e si può circonvenire. Anche con una frode-non-frode, o senza violenza, cosa lo impedisce? È anzi di per sé pacifica, implicando il consenso, che non si dà se non in un contesto di pacificazione, e forse di unitarietà sociale. Oggi col pensiero unico condiziona il mercato materialmente e psicologicamente, e anzi lo fa: con una sorta di indebitamento universale, ognuno singolarmente diviso da ogni altro, senza socializzazione possibile cioè, e in pratica irredimibile. Una sorta di “cravattizzazzione” totale – “cravattaro” è usuraio in romanesco – mondiale.
Il debito era peraltro all’origine della sospensione e poi dell’abbandono dell’ancoraggio della moneta all’oro - il dollaro era ancorato all’oro, le altre monete al dollaro in un sistema di cambi  fissi. Il debito americano, interno ed estero. 

Galileo – Il padre della scienza moderna Calvino annovera tra i grandi prosatori italiani. La scienza vuole chiarezza – vuole essere persuasiva. .

Germania – In Germania Hedegger è un nazista, punto. Lo è sempre stato, prima e dopo la guerra. E uno fumoso. È un fenomeno piuttosto francese, e piuttosto ebraico: il potere del pensiero è nella ruminazione che se ne fa..
All’origine un professore che affascinava gli studenti. Che si moltiplicarono: una massa enorme, fra i quali un centinaio di buoni pensatori sono emersi. Ma tutti poi hanno preso le distanze, per un motivo o per un altro, compresa la sempre innamorata Hannah Arendt.

Globalizzazione – È la riprova della “governamentalità” foucaultiana del “sistema”, dacché il capitalismo, all’insorgere della crisi fiscale dello Stato (della fine della “Teoria generale” keynesiana), ha smesso il connotato di classe per universalizzarsi, geograficamente e politicamente. Coinvolgendo mondi remoti oppure avversi, culturalmente e politicamente. Scalzando i fondamenti dell’analisi weberiana, dell’ascesi e della razionalizzazione – non solidi neanche prima. Avviluppato nel falso dogma – mera pubblicità - delle opportunità uguali per tutti. E dell’efficienza: non c’è spreco maggiore del neoliberismo, di energie e di serenità, nonché di risorse, di economie (risparmi, investimenti) e di potenziali di crescita.

Weber e la sua teoria del capitalismo come ascesi aveva più di un fondamento. Ma non l’ascendenza dall’ascesi calvinista o pietista, effetto di un pregiudizio. Era – è - più capitalista la Lombardia di san Carlo Borromeo in piena Controriforma, del “lavorerio”, dell’industriosità quotidiana, ma non senza festa.

Gnosi – È in definitiva una forma della sofistica, applicata alla religione. Tutto è certo anche il suo contrario, però… Nei vangeli: il tradimento (di Giuda), la violenza (del Sinedrio) eletti a strumenti della Provvidenza – la Storia si compia… Nell’etica. Nella logica.

Moneta - È un’opinione, ancorché più solida (dagli effetti materiali, solidi) dell’opinione di Nietzsche. Da quasi mezzo secolo svincolata da ogni ancoraggio materiale, è più che mai segno di fiducia. Cioè di scambio, nel sistema delle convivenze. Come la voleva Simmel un secolo fa. Le politiche monetarie sono per questo inefficaci, che si ancorano a parametri quantitativi. Crollano le Borse, o volano, per uno scostamento minimo del costo de denaro, e questo è esemplare. Mentre la Banca centrale europea deve rastrellare (comprare) migliaia di miliardi di debito pubblico per ridurre lo spread di uno o due punti, di niente. La moneta non è un fatto, non più, a cui ancorare costi e benefici, è un’opinione..

Opinione pubblica - È il veicolo del potere, che per lo più è arcano. Non del pubblico come il nome presuppone, del popolo. Di come il potere presenta, censisce, rappresenta, veicola l’opinione corrente. Informando, cioè formandola.
Una definizione che sbalza con il pensiero unico, ma valida da sempre, dacché si vota. 

Postumano – Una novità, questa del “dialogo” tra tutte le forme di vita, umana e animale (e vegetale no?), comprese quelle artificiali e tecnologiche, e le differenze di genere tramutate in sovrapposizioni, con un forte sentito dire. In Heidegger volendo non manca. Nel dibattito tra Carl Schmitt e Alexandre Kojève mezzo secolo fa ricorre quasi nei termini di oggi. Il dibattito fu così concluso da Schmitt, “Nomos, Nahme, Name”, 1959: “L’umanità avrebbe finalmente trovato la sua formula, così come l’ape ha trovato la sua arnia. Le cose si governano da sé, l’umanità incontra se stessa”. E insomma “l’uomo può dare senza prendere”. E dallo stesso Kojève, alla nota aggiunta alla riedizione, 1968, della “Introduzione alla lettura di Hegel”, opera del 1946, a fine guerra: l’uomo post-storico può sopravvivere come animal symbolicum. La fine della storia coinciderebbe con il ritorno degli umani  a uno stato animale, e con la trasformazione radicale del linguaggio, che diverrebbe simile a quello delle api: “Bisognerebbe dire che gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che vivranno nell’abbondanza e in piena sicurezza) saranno contenti in funzione del loro comportamento artistico, erotico e ludico, visto che, per definizione, essi se ne accontenteranno. Ma c’è di più. L’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto significa anche la scomparsa definitiva del Discorso (Logos) umano in senso proprio”. Con l’affermazione globale dell’economia (in latitudine e di senso), l’umanità potrebbe ben apparirgli oggi, appagata da ciò che possiede, “come l’animale nel suo ambiente”.


Umano – Cos’è umano? Il sogno, il riso, il pianto, la ricerca, l’arte, la cucina. Non fanno differenza?

zeulig@antiit.eu 

Il mercato produce debito

Siamo debitori. Indebitati a tal punto da rivivere di fatto “il peculiare stato del debitore codificato nell’arcaico diritto romano, che risulta a un tempo libero e schiavo”. Elettra Stimilli, che ha già indagato la condizione del debitore in “Ascesi e capitalismo. Il debito del vivente”, e dunque una specialista in materia, non ha dubbi: “Il debito è divenuto la nuova condizione” dell’umanità. E non  si può dirla in errore, oggi che perfino al condizione di creditore viene assimilata a quella di debitore, nella insindacabile normativa europea, con il bail-in in banca e non solo. Cosa non si fa per gli affari!
E con ciò si è già risposto al dubbio residuo che la filosofa pone, se “l’assoggettamento qui in gioco è ancora del tipo di quello istituito dal nexum” antico romano, o se non si tratti di “una modalità di potere differente”. Nell’un caso e nell’altro il nexum c’è, l’addictio, la riduzione in schiavitù del debitore - ancorché oggi creditore. La trattazione è resa stimolante in quanto Stimilli prova a sottrarre il fenomeno agli “angusti confini della teoria economica”, creando “strumenti interpretativi” in approcci diversi, giuridico, sociale, politico, filosofico, religioso.
La conclusione è quella di Roberto Esposito, “Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero”: “Un modello di sviluppo che produce perdite”. Ma non evidente. Il raggiro si protegge con robuste arcate d’opinione, una sorta di forche caudine protettive: col “capitale umano” e la falsa impresa. Tutti “imprenditori di sé”, è così che tutti siamo debitori.. Si può andare oltre l’assunto di Elettra Stimilli e argomentare che questa storia del “capitale umano” da investire è una costruzione fantastica per asservire illudendo, “imprenditori di sé” senza difese. E per i più è così, come si vede anche nello scandalo delle quattro banche, dei creditori truffati, per norma di legge. E allora?
Il mercato produce debito
La crisi finanziaria del 2007 si è peraltro tradotta in un nuovo ciclo del debito pubblico, cresciuto ovunque in modo esponenziale – in Cina e in Giappone, dove era già alto, attorno a una volta e mezzo il pil, la produzione interna, ora viaggia attorno a tre volte il pil. In Italia il debito pubblico è cresciuto dai 1.602 miliardi di euro del 2007, il 103 del pil, a 2.135 miliardi nel 2014, il 131,9 del pil. La Spagna ha accresciuto il debito dal 60 al 100 per cento del pil. Nella Ue il debito pubblico è aumentato dal 61 all’87 per cento del pil. Nella zona euro dal 65 al 93 per cento del pil. Nella stessa Germania, malgrado il boom relativo di cui ha beneficiato nella crisi, il debito è cresciuto dal 64 al 75 per cento del pil, e in assoluto da 1.598 miliardi nel 2007 a 2.184 nel 2014, il maggiore in Europa, un aumento di quasi il 50 per cento.
Una crescita abnorme su cui la speculazione può operare liberamente, in parte provocandola – il deprezzamento sul mercato del debito ne accresce il costo/premio. Il debito pubblico è una sorta di punching ball inerte su cui la speculazione può vincere senza traumi, una montagna immobile contro cui ogni assalto è possibile, senza nemmeno tanta destrezza. Oggi Laurence Fink, pad di Blackrock, il più grande fondo d’investimenti, 4.500 miliardi di dollari in gestione, due volte il debito della Germania, e William Gross, il creatore di Pimco, secondo o terzo grande gestore di fondi, possono annunciare “altro sangue”, “tanto sangue” nelle Borse mondiali, per il debito eccessivo, e consigliare di spostarsi sui titoli del debito Usa, che evidentemente vogliono vendere – il debito Usa è raddoppiato nella crisi, alla cifra impensabile di 18 mila miliardi di dollari, una volta e mezza quello di tutta l’Unione Europea, che ha mezzo miliardo di abitanti contro i 315 milioni di americani.
In politica l’esito è visibile: è l’ideologia della libertà di tutti una gabbia – la gabbia – dell’asservimento generale? Sì, e questo è noto: il mercato non è l’uscita dall’ideologia, ma l’ideologia unica, senza stalinismo, polizie segrete, gulag, anche se con qualche hitlerismo, e con una pubblicità roboante e ineludibile ai cantoni e anche nell’intimità. Si sarebbe tentati di dire la storia già risolta. Ma è più sottile: questa storia vuole fare, sta facendo, il debitore contento di esserlo – dopotutto, perché il debito sarebbe un fardello? E poi, perché privarsi del piacere della trattazione?
Le origini del capitalismo
Il debito è all’origine del capitalismo. Dell’investimento. Semplice. Enorme anche. E tuttavia è la sola traccia forse, o una delle poche, che mancano fra le tante indagini sull’origine del capitalismo: il mercato, si potrebbe dire, è del debito. Anzi, non ce n’è altro, senza debito non c’è guadagno. Questo “Debito e colpa” figurerà tra le varie origini del capitalismo. Sono - erano - indagini quasi tutte tedesche, queste sulle “origini” del capitale. E storico-sociologiche, non filosofiche. Ora trascurate forse a ragione, dacché il fantasma di Marx più non si aggira per l’Europa. Elettra Stimilli fa eccezione in più di un senso. Autrice del seminale “Ascesi e capitalismo”, pubblicato quattro anni fa, riprende il tema dal fatto: il ciclo del debito, e l’“austerità”. Del debito privato, che ha provocato la crisi bancaria e dei mutui nel 2007 (negli Usa si accendevano mutui con ipoteche di ennesimo grado…). E dell’indebitamento pubblico, che, cresciuto in conseguenza della crisi fiscale dello Stato previdenziale, quarant’anni fa, è esploso in conseguenza della crisi bancaria, primariamente per salvare le banche dal fallimento. Un trattato che per molti aspetti farà testo – ben presentato anche, con tavole riassuntive delle argomentazioni, un glossario ragionato, una bibliografia corposa e tutta valida, indice analitico e dei nomi.
Lingua e religione
Stimilli non ricostruisce la vicenda, se ne serve per esaminare la relazione semantica tra debito e colpa. Che pure, benché trascurato, è un connotato linguistico (aramaico, greco, tedesco – gotico, sassone, inglese) e religioso (ebraico, cristiano) ricorrente. Uno scavo nuovo, dunque, filosofico e non sociologico, sulla natura (origine, limiti) del capitalismo. I riferimenti sono molti, tra essi Max Weber e, con più verità, Foucault – anche nel suo adattamento femminista, di Judith Butler. E le annotazioni sparse di Walter Benjamin, sul “culto indebitante”, come di una religione, che porta ognuno, anche l’incapiente, “a fare di sé una moneta falsa, a carpire il credito con inganno, a mentire così che il rapporto di credito diventi oggetto di abuso reciproco”. Benché di un “culto” che non “conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia”.
La colpa è ebraica e cristiana per il peccato, contro Dio più che contro la legge – il peccato originario. Il debito invece è “in numerose culture antiche e moderne .. la forma per eccellenza di legame sociale”, comprese le società dello scambio e del dono. Il “rimetti a noi i nostri debiti”, per i “nostri peccati”, del vangelo di Matteo poi confluito nel “Padre Nostro”, è reso con una parola greca, opheïleme, in uso per l’economia e non per la teologia.
Elettra Stimilli recupera tutti i precedenti del debito-colpa, uno dei grandi temi del Novecento: C. Schmitt, A.Kojève, W.Benjamin, Foucault, Agamben, Esposito, Assmann. Ma ne fa il caso anche sul piano pratico e politico. Col neoliberismo succeduto virulentemente al neocapitalismo con la crisi fiscale dello Stato (Thatcher, Reagan). Che più e meglio si caratterizza però sfociando nella globalizzazione. Che è la superfetazione della vecchia teoria di Benjamin Constant, del commercio migliore motore della storia rispetto alle armi. Argomento condiviso ancora dagli Usa, di pioù dopo la sconfitta nel Vietnam – la Cina è il gigante dai piedi d’argilla.
Il nuovo è il vecchio
Che dirne? Il mercato mondiale (globalizzazione) è certo una novità. E nel capitalismo dominante il debito ha il sopravvento su ogni altro fattore – l’impresa, il lavoro, il reddito, i consumi, il risparmio. Un nuovo Keynes, una nuova teoria generale dell’equilibrio, dovrebbe centrarsi sul “culto indebitante” – il lampo definitorio che Benjamin ebbe del capitalismo prima di affondare, anche lui, nell’ideologia. Ma non è una novità integrale. La “pax americana”, l’equilibrio mondiale che si è formato nel dopoguerra attorno alla potenza americana, militare dapprima e poi economica, delle multinazionali, si è imposta con la moneta. Nel sistema di Bretton Woods, del “re dollaro”, e quindi dell’indebitamento libero Usa. Finito nel 1971 il regno del dollaro, il sistema si è riprodotto col multilateralismo a gestione centralizzata – americana – della guerra del petrolio e delle guerre stellari. E a partire da Tienanmen con la globalizzazione, l’accettazione della Cina tal quale senza paletti nel mercato mondiale.
Anche la polarizzazione del reddito fra sempre più pochi sempre più ricchi e sempre più masse sempre più povere, non è nuova. È ciclica. E polarizza nella storia postbellica su un livello costantemente superiore, nel senso dell’eguaglianza, per condizioni di vita, aspettative di vita, reddito medio, e anche, in definitiva, distribuzione del reddito. Ma, soprattutto, la globalizzazione va vista per quello che è stata ed è: un disegno politico, unico e gigantesco, non la fine della politica. Nuova è semmai l’appropriazione in forma di esproprio. Attraverso le forme note, delle Borse di capitali, e quelle nuove di esproprio bancario. Che in realtà non sono proprio nuove. Nuova è la tolleranza politica di questa appropriazione come esproprio, in Usa e in Europa, l’Occidente, opinione pubblica inclusa, destra e sinistra politiche anzi unite (ma un Einaudi redivivo avrebbe dubbi anche lui), nel “mercatismo” già denunciato.
L’esito della ricerca di Stimilli è che lo Stato – i parlamenti, la politica - è in questo parte in causa. Non è vero che si è ritirato: continua a esercitare le sue funzioni di controllo e di repressione. Ma in più è “entrato pienamente a far parte delle stesse condizioni che ha contribuito a creare”. Della colpa, e del capitale umano indifeso. Con l’imposizione delle politiche di austerità che il mercato (capitale) ha richiesto e a esso sono funzionali, ai suoi guadagni. In Occidente (Usa, Europa, ex Commonwealth) è il fatto dei due Stati più forti, in senso tradizionale, della compattezza nazionale, gli Usa e la Germania.
La moneta è credito, si può convenire con Simmel, e il credito è fiducia. La fiducia è centrale in questa ideologia del mercato surrettizia, l’opinione pubblica. Che è concorde e anzi unanime. Nelle forme tradizionali dei media come parte e motore del capitalismo, e più nella forma rivoluzionaria della rete, con la sua presunta incontrollabilità.
Bisogna pensarci: l’incontrollabilità della rete è il disarmo dei singoli in realtà, o una forma di arruolamento morale, sottile, subdolo. Elettra Stimilli porta in campo il fondamento religioso della fiducia, la fede. No, è il meccanismo della convinzione, o della razionalità. Che non è astratto, viene incontro ai bisogni, che però ha creato..
Una antropogenia nuova
Che fare? Inventarci una “macchina antropogenica” nuova, caduta la millenaria costruzione giuridica di protezione. In grado di riattivare lo scambio “in modo differente rispetto al corso insensato” di liberi speculatori e arcigni incolpatori. Il “dispositivo” del neoliberismo di Foucault, che ne ritraccia l’“invenzione”nella ekklesia cristiana, Stimilli elabora da ultimo nelle specificazioni che ne trae Judith Butler. In una sorta di egualitarismo presentato come indistinzione, di genere e di identità, e anche di forme sociali o concrezioni storiche. Le concrezioni del potere presumendo di esplorare come una sorta di limbo, la “vita psichica del pensiero”. Che ha un lato positivo, nella ricerca delle forme di introiezione del potere, e uno estremamente fragile, che è l’assolutizzazione del potere nella socialità. Molto antifoucaultiano, e anti-“dispositivo”, ma col pregio di mettere a nudo, involontariamente?, il meccanismo del dominio. È in questa deriva che è essenziale indurre il “senso di colpa”: ogni lettore di giornale ne è confrontato quotidianamente - ci colpevolizzano di tutto, anche del maltempo, non ci assolvono mai di nulla. È il vecchio tema e assillo dell’opinione pubblica.
Nella rappresentazione di Elettra Stimilli l’opulenza dell’epoca si manifesta per la sua miseria, anche economica. L’olio della macchina neo liberista è colpa e debito, depressivo e non liberatorio. Si diceva all’epoca della guerra fredda che il capitalismo produce più risorse. Oggi che domina incontestato, invece, le distrugge.
Con un’avvertenza, però, necessaria – in chiave storica, ma la storia ha un senso. Che stiamo parlando dell’Europa. Altrove c’è un progetto e un risultato: la globalizzazione sta creando molta più ricchezza di quanto l’Europa riesca a immaginare – se c’è debito, non c’è colpa.
La conclusione potrebbe essere quella che Stimilli ha individuato in Foucault: “Il cristianesimo è stato individuato all’origine di una modalità economica del potere”,.L’“inedito investimento sulla vita”, di cui il cristianesimo è “l’«assertore», ha coinvolto le singole esistenze nella costruzione di un’impresa globale, di cui il mercato finanziario non è che l’estremo apice”.  Come a dire: non si sfugge.
Ma questo è vero nel linguaggio. “L'operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”, come voleva Dario Fo nel 1968. Ma è il linguaggio tutto, web compreso con i social, illusioni all’ennesimo grado, come le ipoteche dei mutui “Fanny Mae” e “Freddy Mac”? Esaurisce tutte le dimensioni dell’esperienza?
Elettra Stimilli, Debito e colpa, Ediesse, pp. 240 € 12

giovedì 14 gennaio 2016

Ombre - 300

Opportunamente celate quelle delle vittime, l’immagine che più stringe il cuore di Istanbul sono le infermiere e dottoresse attive e energetiche delle ambulanze. Saranno le ultime, non le rivedremo più. Una città vivace e libera è stata ridotta in dieci anni da Erdogan a un convento all’aperto di stinte novizie – quelle che il suo premier Davutoglu esibisce nelle visite ai feriti.

Si sa chi ha organizzato e realizzato l’attentato a Istanbul contro i turisti tedeschi, ma l’occasione è buona per arresti in massa di indesiderati. Marco Ansaldo trova la città vuota sbarcandovi, gli intellettuali che conosce sono in prigione. Cnn e Bbc sono oscurate. Le reti tedesche pure – con i soldi della Merkel (che noi dobbiamo passare alla Merkel)? “In compenso le reti arabe si prendono benissimo”.

Davutoglu e le sue monache ridono visitando i feriti dell’attentato. Di che? Erdogan e Davutoglu sono anche alleati nostri nella Nato, e dovremmo presto seguirli nella guerra che vogliono fare alla Russi. Forse non hanno tutti i sensi, o forse vogliono passare alla storia come gli eredi di Gengis Khan. Di un paese che era diventato gentile e ospitale.

“I finanzieri inglesi stanno per calare sulle Borse italiane”. “L’Italia degli scandali”. “La mafia dietro le aste truccate”, a Frosinone.  “Migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione e della spesa pubblica” - questa è di Paolo Baffi. “La Chase e la Citybank sotto inchiesta”. Oggi? No, del primo numero di “Repubblica, 14 gennaio 1976.

Obama invita nel suo messaggio, come già il papa, a non deconsiderare l’islam. E chi lo fa? Quello che invece lui e il papa non considerano è che c’è un attacco islamico terrorista allo stesso islam. Parlare di pace quando ti fanno la guerra che senso ha?

Oberata da tutto, l’Italia ufficiale si vuole oberata pure dagli immigrati, quelli dei barconi. Che però, soprattutto, muoiono in mare. Quelli ospitati dall’Italia, rifugiati e richiedenti asilo, sono circa 180 mila. Un terzo della Germania e della Grecia, meno della metà della Francia, meno della Svezia, che ha una popolazione di meno di dieci milioni.
Per non dire della Giordania e del Libano, minuscoli paesi che ne ospitano un milione o più, l’uno.

A 30-50 euro l’uno, i rifugiati costano all’Italia (ma sono fondi europei) fra 5,5 e 9 milioni al giorno. Fra 2 e e 3,3 miliardi l’anno. Un business pubblico-privato, una delle stelle emergenti del sottogoverno – poco al confronto con la sanità, certo. Fra centri pubblici, Cara (centri di accoglienza per richiedenti asilo), Cda (centri d’accoglienza), Cpsa (centri di primo soccorso), e Cid (centri di identificazione). E innumerevoli strutture convenzionate.

Scandalo al sole, si direbbe quello che i grillini soffrono a Quarto: normali pratiche di abusivismo edilizio di necessità da condonare e un ricatto sulla domanda di condono elevati a camorra. Ma i grillini ci hanno perso la testa. Come farebbero a governare?
Il giovane Renzi ha molto di più sullo stomaco, ma dorme la notte.

Media e apparati repressivi all’unisono hanno sollevato un grande caso su una piccola questione di abusivismi a Quarto, e di piccoli ricatti fra politici locali  - al bar si sente ben di peggio. Giustizia, ordine? Questi apparati che scattano all’unisono sono un segno pauroso di ordine. Tanto più che non se ne parla, non se ne può parlare.

“Sophie Kosiki” si dice una signora francese che voleva fare la jihad, insieme con la figlioletta di quattro anni, e poi, pentita, è tornata a raccontarla in un libro – a raccontare le sue sofferenze. Magari è pure vero che a trent’anni e passa si è arruolata. E magari ci ha portato la bambina. Morale?

Straordinaria è l’inettitudine o la neghittosità della polizia tedesca, durante e dopo i fatti di Capodanno, con 600 donne aggredite per strada. Mentre era in allerta massima antiterrorismo.

Straordinario pure lo sforzo della Germania per minimizzare gli assalti di Capodanno alle sue donne. Tacendo, limitando, da ultimo  “invidualizzando” il fatto. Che è criminoso, e quindi va punito caso per caso, ma è anche un fatto di cultura: gli assalitori non erano cattivi, erano mossi dal disprezzo per la donna tedesca.

Non si fanno più figli Livi Bacci dice per motivi economici: i giovani raggiungono la piena autonomia tardi, il lavoro per le donne è poco e mal retribuito (ma: la natalità va col lavoro della donna?), c’è poca collaborazione in famiglia nelle cure domestiche. Ma gli animali domestici, che invece si moltiplicano esponenzialmente, non richiedono altrettante spese e tempo obbligato di un figlio? 

Hitler era un povero perseguitato

Il libro di Hitler è pericoloso? Non forse al punto da essere proibito, come un corpo del delitto. Ma è un libro mosso dal risentimento. E per questo molto tedesco. Il capo si presenta predestinato, quello fascista ancora di più, Hitler invece si vuole sfortunato.
Il risentimento è dichiarato, nella prima parte, e anzi insistito, la parte autobiografica. Forse effetto della demoralizzazione: il libro fu scritto in prigione, nel 1923-24: Ma tant’è: fa a lungo la storia di un povero  perseguitato, dal padre, dagli insegnanti, dall’accademia di disegno, e in guerra. E pure dalle donne, per la paura costante che spende e spande delle malattie veneree – è uno cioè che la donna la pensa al bordello. Il lamento di una vittima, uno che si compiange, e non di un dittatore. Di un piccolo borghese, avrebbe detto Marx, o Kierkegaard, invidioso di tutto. Non il proclama di un capopopolo. Ma forse per questo adottato nazionalmente: per il senso costante di una certa cultura di sentirsi assediata e conculcata, dai tempi di Cesare. Come oggi, nella crisi economica, che “tutti” mettono le mani in tasca al contribuente tedesco – che invece è quello che se ne è approfittato di più. Certo, la “Bild Zeitung”, il giornale del risentimento, è innocua, ma l’animo è quello.
La novità è che si pubblica “Mein Kampf” in Germania integrale in edizione critica, con un apparato che lo triplica di lunghezza, fino a 2.000 pagine - al prezzo di 360 euro… Edito dall’Istituto per la Storia Contemporanea. Si dice che sia la prima edizione in tedesco, e che il libro era proibito, ma non è vero. Se ne possono leggere volgarizzazioni, interpretazioni, sintesi, elaborazioni liberamente – in inglese anche in edizione integrale - in tedesco per pochi centesimi in ebook. Ma l’evento è importante, forse, per gli stessi tedeschi, anche se è un’edizione da biblioteche: la prima parte, che è in genere omessa nelle traduzioni (non nell’edizione curata per Kaos da Giorgio Galli), dall’infanzia alla politica, è quella che chiarisce tutto. La ragione dell’omissione è peraltro chiarificatrice: non è una parte eroica, da condottiero, da führer.
Adolf Hitler, Mein Kampf

mercoledì 13 gennaio 2016

Lo scandalo è lo scandalo stesso

Uno schieramento compatto dell’apparato repressivo ha prodotto un piccolo scandalo. Un abuso edilizio, non dei maggiori e ancora sanabile, e un ricatto di paese su questo abuso. A opera di un concorrente politico, se non è un informatore o un provocatore – se effettivamente è un camorrista, perché non è stato, e non è, arrestato? Su questo si è eretto un castello incedibile di accuse: dalla camorra all’omessa denuncia della camorra.
I moralisti, come è prassi, usano parole importanti, la questione morale, etc. Senza celare il ridicolo della cosa. Tutto questo però è molto napoletano, della giustizia napoletana, tricche e ballacche, di Piedigrotta, dei tuoni, fulmini e saette, ma non senza conseguenze, e anzi sempre pericoloso.
A Quarto, inoltre, si è lavorato con un apparato imponente di intercettazioni, indiscrezioni, anticipazioni, trascrizioni selettive. A opera del Ros dei Carabinieri, organismo iperpoliticizzato. E del solito destra-sinistra della giustizia politica, il giudice di destra (Woodcock) che persegue e stronca i 5 Stelle con i media saldamente Pd – “l’Unità”, la Rai, Sky, i maggiori quotidiani.  
Lo scandalo di Quarto è lo scandalo stesso. Si sa che le amministrazioni 5 Stelle sono sorvegliate speciali, intercettate sempre e appena possibile inquisite. Napoli è stata più brava che Livorno, o Parma, ma di che segno è la bravura? Non c’è altra camorra a Napoli, dove pure si ammazzano ogni giorno.

Grillo suonato

Un Grillo politicamente corretto, anzi conformista. I suoi colonnelli sguinzagliati per la tv a occupare i talk-show, vecchia pratica ma con facce e argomenti stantii. Il Movimento 5 Stelle ha di colpo perso lo smalto, e anche la bussola. Ma Grillo più di tutti, che bofonchia invece di ruggire, da pugile suonato, sconfinando a “Pitti Uomo”.
Il fondatore ha perso il polso della situazione? Ha veramente deciso il bel gesto, abbandonare la politica? I renziani non credono a quanto sta avvenendo. Gli antirenziani nel Pd pure, a loro modo scioccati, che qualche speranza nella sovversione 5 Stelle ce l’avevano. Di un Grillo che doveva conquistare Roma e Napoli, appaiarsi al Pd, e forse vincere le elezioni, e invece è senza argomenti, se non maledire, e compilare liste di proscrizione. Più che dello scandalo in sé, di cui ridono, i renziani si congratulano della fragilità di Grillo. 

La bellezza è francese

Una storia unica, di estremo interesse. Che documenta una verità perduta: la civiltà va con la bellezza, si raffina.
Un’operetta breve e intelligente, che non si è tradotta e più non si ristampa, da mezzo secolo almeno. Che ripercorre la vanità dalle arti rupestri a oggi, con Ovidio naturalmente, antesignano, e molti altri. Omettendo però l’essenziale, che i profumi, gli unguenti, i saponi furono portati a Parigi da Caterina dei Medici, che la Francia non cessa d’infangare, come la Mercantessa, etc. - con le buone maniere a tavola, la forchetta e altri utensili (e a corte, che ne fu tanto affascinata da irrigidirle in etichetta). C’è più sciovinismo oggi o ce  n’era più ieri?
Jacques Pinsent-Yvonne Deslandres, Histoire des soins de beauté

martedì 12 gennaio 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (271)

Giuseppe Leuzzi

Si è eletto in Domenico Scilipoti, di Barcellona Pozzo di Gotto, il prototipo del politico voltagabbana, per motivi non sempre nobili. Essendo stato messo alla gogna da Di Pietro, il suo ex capopartito, la qualifica è contestabile. Ma, pur prendendola per buona, è quasi un’eccezione: su 226 parlamentari che in questa legislatura vanno in soccorso a Renzi - senza contropartite, ovvio -  131 sono di Roma in su, il 58 per cento. Alcuni sono perfino leghisti.
Un primato negativo che il Sud non ha.

L’origine del Sud
Perché dire i Mari del Sud, si chiede Melville (“I Mari del Sud”, ora in “Viaggi e balene”), per l’oceano Pacifico, che sta in buona parte, per almeno la metà, a Nord dell’equatore? Perché Balboa, il primo che lo vide, affacciandovisi dall’istmo di Darien il 25 settembre del 1513, lo vide a Sud.
Pacifico è il nome che all’oceano darà Magellano. Anche lui sbagliando, ma giustificato: lo vide uscendo fortunosamente dagli stretti infernali che portano il suo nome.
Tutto è relativo, solo il Sud italiano è immutabile?
Sembra che il Sud ci sia stato sempre, e invece è recente. Un carico decisivo l’ha messo naturalmente Dumas, con i suoi “Borboni di Napoli”, sedici volumi in ottavo di nefandezze – non si pesa abbastanza la mitografia. Di certo non va molto indietro, nei libri di viaggi e di memorie fino a prima dell'unità: i pregiudizi il Sud  condivideva con l’Italia – non c’era un giudizio diverso. Dumas doveva fare, anche lui, l’unità – era stata del resto una grande rivoluzione, le tante insurrezioni, Garibaldi etc., l’unica forse vera, e incontestata, di tutto l’Ottocento, e uno scrittore sul mercato doveva cavalcarla. Si può riportare l’inizio del “Sud” all’unità. Subito, immediatamente, prima ancora che fosse dichiarata.
La datazione di un’epoca è sempre complessa. Gli storici ancora non hanno  deciso se far finire il Medio Evo con Dante, o con la caduta di Granada, o con la scoperta dell’America. Ma è certo che il Sud come tutto ha avuto un inizio, col suo carico razzista, anche se molto deve agli stessi meridionali. Fino a tutto il Settecento, e a Ottocento inoltrato, oltre la metà del secolo, non ce n’è traccia.
La mafia pure ha avuto origine – anche se alcuni “storici” siciliani, Sciascia compreso, tendono a farla eterna. I Beati Paoli – letteratura d’evasione? Garibaldi? Subito dopo l’unità, uno o due anni dopo, governava a Palermo – governava col governo.

La Sicilia di Montalbano
Si cercano le ragioni dello straordinario successo di Andrea Camilleri, con storie il più spesso ordinarie e immemorabili. Di una Sicilia ordinata e ordinaria. Dove si ride anche. O non sarà questa la ragione del successo?
Nella Sicilia di Camilleri  i cattivi sono di là: i mafiosi, i senatori e sottosegretari, i prefetti, i procuratori della Repubblica e i giornalisti. Mentre “noi”, i  belli-e-buoni della storia, immancabilmente vittoriosi presidiamo il bene. Che è normale e ordinario anche nell’isola. Effetto che i film di Degli Esposti e Sironi hanno  imposto di prepotenza, con le immagini di bellezza e ordine, in prima visione e nelle tante repliche. Con Zingaretti - calvo, tarchiato, essenziale - solido ancoraggio, la roccia del bene. Senza obiezioni possibili: non c’è attrattiva se non in storie che promettono bene, catartiche, anche se il gusto si è spostato verso il trash e l’horror.

Si potrebbe – si dovrebbe – andare anche più in là, alla figura, le parole, i pensieri e le omissioni del Montalbano-Zingaretti, il fascistone della nostalgia recondita di Camilleri che il regista Sironi ha evidenziato e immortala nei suoi film. Del Montalbano mussoliniano, nell’evidenza fisica e gestuale, quasi una copia, e non solo: tutti i suoi movimenti e i ragionamenti lo sono – con “le donne”, la “fidanzata” compresa, coi sottoposti e i superiori,  e “il mondo” là fuori, naturalmente  depravato e da redimere. Tutto sempre molto corretto. Per esempio, non è mai questione di un “parrino”, nemmeno per caso, che pure sono molto presenti sempre nei paesi. Per una voglia di ordine che, anque questa, è molto Sud, un bisogno ora quasi istintivo. Camilleri spariglia anche in questo, ma restiamo al più semplice.
È il successo di un’idea di Sicilia vittoriosa e non sconfitta, come invece avviene – se ne legge – ogni giorno. Ordinaria e ordinata, appunto. Quella reale dev’essere diversa. Ci sono tra i “nostri”, per esempio, anche Crocetta e Leoluca Orlando, quindi di che stiamo parlando? Altrimenti, isolati i cattivi, la Sicilia avrebbe costruito solidamente e abbondantemente sul successo ormai venticinquennale di Camilleri-Montalbano. Che invece contrasta in ogni suo atto, in interminabile cupio dissolvi

Le Lega è un desiderio
Al dunque non conta molto. Non fa nemmeno molto, dove governa - non di indecente. Ma è un desiderio crescente, da quando ha installato il leghismo nella politica e l’opinione – quando ancora Bossi faceva finta di andare a lavorare, per ingannare la moglie, prima di diventare senatore nel 1987. Agli inizi c’era la Lega e il leghismo stentava – troppo spinto per il lombardo posato, anche per il veneto. Ora la Lega non è granché come partito, perde i pezzi, mentre il leghismo dilaga, è una specie di tutti contro tutti.
Non c’è trasmissione tv in cui non ci sia un leghista o non si faccia leghismo. Il comico Crozza tratta con rispetto solo Bossi, e Maroni – anche Salvini. Perfino Berlusconi fa le prove. Molto leghismo è meridionale, quello dei caratteri nazionali. Non da ora del resto, alcuni meridionali eccellenti eccellono in separatismo. Sciascia su tutti, con la linea della palma e la sicilitudine. E l’invadente napoletanità. A specchio, meno offensivo ma più radicato, forse, della sicilitudine di Sciascia, stava già in tempi remoti il nordismo di Pasolini.
Il siciliano, il calabrese, il napoletano (ma anche il romano, il milanese, il bolognese…) sono comodi, si dice. E sono limitativi, si sa – poi bisogna dilungarsi per precisare. E poi le regioni non esistono, sono divisioni amministrative. Italiano del Sud, o del Nord, è anche falso, almeno le regioni hanno un connotato linguistico. Già italiano è difficile e impreciso.
Il discorso leghista è sterile: una grandissima perdita di tempo e energie. 

Aspromonte
La “Chanson d’Aspremont” è molto studiata in Germana, come tutto, e in Francia. Anche in Olanda, e negli Usa. In Calabria zero, nelle università calabresi e altrove. L’unico studio, un po’ avventuroso, è di Carmelina Siclari quando insegnava al liceo.

Scade quest’anno un progetto italo-belga “La chanson d’Aspremont”, un sito che vanta 16 mila contatti e sei anni di studi, 2010-2016. Senza grande esiti finora ma con molto impegno. Di fondi, del Cnr belga anzitutto, e dell’Unione Europea, con partecipanti anche italiani, del Nord, e con studi soprattutto nordici.

Di “Gente in Aspromonte” Walter Pedullà trova la prosa (“Le armi del comico”, 249) “vitalissima, combattiva e rovente”. Mentre non sembra. Manierata piuttosto, tra verismo e neo realismo, cioè volutamente elementare, e ripetitiva. Connotativa anche a senso unico, un’unica interminabile disgrazia. Del resto,  ha scavato un abisso, difficile rimontarlo.

I “fatti di Aspromonte” sono stati e sono liquidati come una scaramuccia e un episodio, remoto. Purtroppo col silenzio, per quanto indignato, dello stesso Garibaldi. Centrale è invece per l’impianto dell’Italia unita. Cominciava l’occupazione unilaterale del Sud, senza più la malleveria di Garibaldi, col brigantaggio in Aspromonte – uno dei pochi posti dove non c’era.

“Tropeana” è nel racconto “La posta” di Federico De Roberto - un racconto di guerra, ora in “La paura” - “la nuvola di tempesta”, la grandine grossa come una noce.

 “Preferisco la vita del brigante in Calabria a quella delle cricche parigine”, Berlioz barava nella lunga introduzione all’opera “Lélio” – non era mai stato in Calabria. Ma il nome non era maledetto.

“Nessun paese d’Italia ch’io conosca… mi sembra così atto a dare, come la Calabria, in questa sua immensa piccolezza smembrata e senza centralità  di visione, la sensazione continua dell’infinito, dell’irraggiungibilmente lontano e dell’ignoto”: Giuseppe Isnardi così concludeva nel 1928, quando lasciò l’insegnamento a Catanzaro per Grosseto,  i suoi sedici anni di permanenza in Calabria.

La Calabria non si fida perché pone alla base di tutto la “lealtà”, argomentava Alvaro nel primo numero dell’“Espresso” sui “fatti d’Aspromonte”, la caccia all’uomo con dispositivo militare nell’estate del 1955. Sembra Orwell - Alvaro è un Orwell sperduto nella palude italiana. Non si governa antagonizzando: “Non è questione di controllare o intimorire”. Osteggiando gli onesti col tutto mafia, aggiunge Alvaro, “l’«operazione Aspromonte» rischia di dare risultati opposti a quelli che si propone”. Produrrà oltre mezzo secolo di Aspromonte “nero”, la leggenda nera della Montagna. Popolandola di rapiti per soldi, di cui prima non c’è memoria.

leuzzi@antiit.eu 

I fiori della depressione

La “disperazione senza vie d’uscita” è il tema della nota di Erich Auerbach, “«I fiori del male» e il sublime”, 1951, che la vecchia traduzione di De Nardis per Neri Pozza, e poi per Feltrinelli, usava come introduzione nel 1961. Una sorta di antevisione del male del secondo Anno Mille, la depressione, molto in anticipo sui tempi, di un secolo e mezzo da parte di Baudelaire, di mezzo secolo da parte dello studioso – niente di nuovo sotto il sole? “Un uomo rozzo la deriderebbe, un moralista o un medico proporrebbero dei rimedi per guarirla, ma con Baudelaire ciò sarebbe inutile”, come con ogni altro depresso, verrebbe da aggiungere.
Baudelaire soffriva, secondo Auerbach, di quel sentimento il tedesco chiama “das graue Elend”, la grigia miseria. E lui stesso, “nel “Cattivo monaco”, chiama “la mia triste miseria”. Aggiunge il critico: “Caratteristica della grigia miseria, o della triste misère, è di rendere incapaci di una qualsiasi attività vitale”. Esprimersi sarà sempre per Baudelaire una “lotta”. Non proprio sempre, probabilmente, il corpus baudelairiano è corposo, ma per la raccolta poetica malgrado tutto sì.
Per esempio malgrado l’erotismo. Per il quale “I fiori del male” furono perseguiti, e che Auerbach dice di una specie “perversa”, predominandovi “l’elemento fisico-sessuale, e soprattutto ciò che in esso vi è di avvilente e di truculento”. Specie nella “tradizione letteraria europea”: “Il perverso e il degradante insiti nel sesso sono del tutto assenti nella poesia antica di qualunque stile; in Baudelaire sono dominanti”.
O il sublime. Che Auerbach, non volendo rinunciarvi, dice  “fosco” – quello di Vigny sarebbe “sublime tremendo”, quello di Baudelaire fatto di cose concrete, in termini crudi. Ma sublime, non è la cosa cui il creatore della poesia contemporanea rinuncia per prima? “Un’opera che ha per tema l’orrore”, lo stesso Auerbach non cessa d’insistervi. E fonda la modernità, introducendo il Nulla – prima dei filosofi, va aggiunto: “Ora che la crisi della nostra civiltà (ancora latente ai tempi di Baudelaire e presentita solo da pochissimi), ora che questa crisi si avvicina al suo punto decisivo, è possibile forse tener conto dell’eredità che Baudelaire ci ha lasciato”. Un Nulla che non è quello dei mistici, cui il poeta da tanti è stato avvicinato: “Nella poesia d Baudelaire la morte non si chiama beatitudine eterna…. E la speranza?.Come può essere il Nulla il nuovo sole che fa sbocciare i fiori?”.
Charles Baudelaire, I fiori del male

lunedì 11 gennaio 2016

L’inefficienza della Germania

Non finisce di stupire la Germania del dopo Capodanno. Per l’incuria, l’inefficienza, e la  superficialità. Dell’apparato repressivo, polizie e giudici, e dei governi: nazionale, dei Länder, delle città coinvolte. E per le censure e autocensure. Si sapeva subito, giorno 1, chi e come era stato molestato. Ma si è prima ridotto il numero a pochi casi, mentre si sapeva già che erano moltissimi di più. E ancora si discute cosa fare, in flagranza, quasi, di reato.
Questo colpisce, la sospensione del diritto. E lo scontro tanto evidente di due culture. Quella tedesca che si inibisce qualsiasi forma di nazionalismo come un fatto di razzismo. E quella di folle sterminate di finti profughi che si arrogano l’accoglienza come un diritto, e quindi il diritto concepiscono come prepotenza.
Dell’inefficienza tedesca la sorpresa non è nuova – non è questione di inefficienza manifatturiera o commerciale, ma di opinione e politica. Si pensava superata. La prima Repubblica Federale, quella di Bonn, era agile e reattiva, come tutti. Con la riunificazione è tornata la Germania di sempre, torpida: Ora tutta in un verso, ora nel verso opposto – tutta rossa tra le due guerre, poi tutta nera e nerissima.

Letture - 242

letterautore

Bibbia – È maschilista, si sa, si dice – ma lo è. Eppure, da un certo punto in poi contano le donne, Anna, Elisabetta, Maria non sono novità né eccezioni.

Editoria – Non ha più una funzione? Scaduta la garanzia di qualità del libro - nel senso della scrittura, della poesia, dell’argomentazione – o di genere (la specializzazione), è un’attività economica come tutte le altre, che si occupa di produrre e vendere un bene. Anche di qualità ma per caso, e purché a profitto. Ma allora, così limitata, non ha più una funzione nel quadro della generale promozione-adozione-scadimento della funzione imprenditoriale. Del “tutti imprenditori”, intenti a valorizzare il proprio “capitale umano”. Si caratterizzerà per una migliore confezione, promozione, pubblicità,diffusione commerciale, ma non per la qualità intrinseca del prodotto – scrittura, creatività, durata, profondità. È una forma di giornalismo, un po’ più lunga, e un po’ più compatta. Lo “scrittore”, lo scrittore artista,  può non averci paradossalmente alcun interesse, anche se scrive per comunicare, per pubblicare. Perché la sua “opera” verrà valutata e proposta al basso - per attualità, cioè, tempismo, complicità, serialità. Per essere venduta “tutta subito” – è opera di grande successo quella che dura due mesi. O altrimenti rifiutata.
Da qui anche l’autoedizione, come testimonianza a futura memoria. Dall’esito economico in perdita – anni di lavoro contro entrate incerte, minime, inutili. Ma probabilmente non peggiore di quello che l’editore garantisce. Dopo altre, estenuanti, fatiche. 

Mani Pulite – La ricostruzione Sky della vicenda, che La 7 riprogramma, impone quasi obbligata, di evidenza cristallina, la ragione perché Mani Pulite è stata, contrariamente ai presupposti, improduttiva, e anzi ha moltiplicato il malaffare, dirottandolo verso ambienti e personaggi più “impuniti”. Perché era agita dalla vecchia classe dirigente: era una vendetta interna alla Prima Repubblica, di andreottiani  e missini, e di ex Pci con le penne bagnate. Nulla di rivoluzionario, solo “come fregare gli altri”, i nemici politici.
Come non pensarci prima? Perché l’evidenza, a ripensarci, non è degli attori della vicenda, ma di come essi la “agiscono”, la presentano. E di come viene presentata. In effetti, da allora il giornalismo è molto decaduto, lasciato alle cronache giudiziarie, che sono la parodia del giornalismo investigativo, come bacato da un morbo interno, una tenia.

Monologo interiore – Joyce ne ha attribuito la paternità a Édouard Dujardin, a un racconto lungo (una notte) dello scrittore simbolista-wagneriano, “Lauri senza fronde”, 1888 – con questo titolo ripreso da Italo Calvino nella sua collana Centopagine. Ma il “monologue intérieur”, o “stream of consciousness” sono dizioni più tarde, opera rispettivamente di Paul Bourget e William James. Nicoletta Neri del resto lo precisava, curatrice di Dujardin per Calvino, che distribuisce i meriti dell’invenzione a Bourget e a James, e a Dujardin l’acquisto fortuito del racconto da parte di Joyce in partenza nel 1903 per Tours all’edicola della stazione a Parigi – Joyce ne conosceva il nome dal connazionale e amico George Moore, che lo aveva frequentato nel suo periodo parigino, quando voleva diventare pittore. Vent’anni più tardi, parlando dell’“Ulisse” con Valèry Larbaud, Joyce mise avanti il suo debito con Dujardin, e più volte successivamente lo ribadì  - convincendo infine Stuart Gilbert a tradurlo in inglese, col suo aiuto.
Dujardin, a sua volta, riconoscente, dedicherà la riedizione del racconto a Joyce, al posto di Racine, il primo dedicatario. E nel 1931, recependo la primazia, Dujardin scriverà un saggio dal titolo “Le monologue intérieur”. In cui pone questa tecnica al servizio del soggettivismo, caro all’estetica simbolista cui aderiva - il mondo è i nostri abiti mentali: “Sopprimere l’intervento dell’autore e permettere al personaggio di esprimersi direttamente”.  O, come meglio scriveva Nicoletta Neri: “L’universo non è più lo sfondo di un susseguirsi di scene, ma il mobile e ondeggiante complesso di sensazioni percepite  da un personaggio, come sarà, con suprema ricchezza, in Proust”. Mallarmé patrocinò subito il racconto: “Una di quelle trovate verso le quali ci sforziamo tutti  in senso diverso”.
I precedenti del flusso di coscienza, notava Nicoletta Neri, sono vari, e anche remoti: si parte da Montaigne, e si citano Richardson, Rousseau, Dostoevskij, Robert Browning. E ancora: “Il romanzo epistolare, il monologo lirico o drammatico, il diario, la confessione e la narrazione di carattere introspettivo”. E perché no il discorso diretto, di ognuno che dice la sua? E naturalmente tutto il freudismo? È il modo di essere, rileva ancora la curatrice di Dujardin – una sorta di anti-Freud, ma senza dirlo - di “eventi senza importanza” e personaggi “senza speciale interesse”: le “libere associazioni interiori”, le divagatorie e le fantastiche, “le più adatte per cogliere le sfumature dello spirito”, si danno meglio in quelle condizioni. Ma poi, aggiunge perfida, “l’insistenza sull’insignificante e la preoccupazione di dire tutto era una caratteristica del romanzo naturalista”. Un’eredità che la scuola simbolista, “cui Dujardin apparteneva”, aveva fatto propria, “che cerca nella realtà un significato che la trascende”.

Il “cranio scoperchiato” di Joyce, lo definì Svevo alla pubblicazione dell’“Ulisse”.
Non racconta, non svolge il racconto: è un surplace, svolge un’atmosfera, in forma di stato d’ansia, anche in Thomas Bernhard.

Novecento – Un secolo che ha creduto alla morte dell’arte, anzi la voleva morta a tutti i costi.

Parricidio – Water Pedullà, “Le armi del comico”, lo dice “lungamente praticato nel Novecento”. Ed è vero,  una lista di parricidi ai può compilare impressionante: Pirandello, Svevo, Gadda, Tozzi, Alvaro, Pasolini,  Kafka naturalmente, Céline

Pasolini – Fu felice solo nelle tragedie e nella trilogia, o con Totò. Per quale colpa?
Disse Federico Zeri che si preparava la morte, come Caravaggio. Che entrambi la morte si sono sceneggiata, diretta e personalmente interpretata. Era forse inevitabile, già Garboli lusinghiero lo voleva immedesimato nel Caravaggio, per il comune discepolato di Longhi, mentre lui s’è giustamente rifatto sempre a Giotto e Masaccio, e a qualche manierista freddo, Pontormo. Ma è vero voleva “morire da martire, rinascere da eroe”, testimoniò il suo amico Zigaina, il pittore del Tagliamento. All’idroscalo di Ostia, che in latino è “vittima sacrificale”, dove aveva girato le scene erotiche delle “Mille e una notte”. La colpa inconfessabile sarà stata questa, la voglia sacrificale. Del martirio che è uno stato di beatitudine, e s’intende fecondo, padre e madre. Già nel “Decamerone” s’era esibito come Mishima, con la benda alta sulla fronte.

Il partito Comunista aprì morendo alla poesia, dopo averlo assolto dalla storia, guardia rossa solitaria, da Porzûs al Sessantotto, Praga inclusa, fedele sempre a chi gli aveva assassinato il fratello e gli negava la tessera. In quel “nulla ideologico mafioso” ambiguamente preciso che è la sua Italia. 

Refuso – Si moltiplica con la scomparsa del correttore di bozze – di bizze? Savinio considerava i refusi – diceva di considerarli, in realtà lo contrariavano - “luminosi messaggi dall’aldilà”. E anche strumenti di verità - la secentesca Verità: “La verità nasce dall’inganno”.

Roma – È le sue statue: una statuaria imponente per numero e dimensioni, con molti esemplari di qualità. È l’intuizione di Hermann Melville di passaggio per la città, che fisserà in una conferenza itinerante negli Usa: La “grande moltitudine di statue che, pur tra le fluttuazioni dei censimenti umani, rimane la vera e immortale popolazione di Roma”. Sono l’immagine di Roma che più si incide nella memoria del visitatore.

Self-publishing – Penguin cede l’attività di self-publishing, o vanity press, “Author Solutions”, a una finanziaria americana. Ha deciso di vendere, ancora non sa che prezzo spunterà. Si sa però a quanto aveva comprato Author Solutions nel 2012: 116 milioni di dollari. Più del fatturato di una “grande” casa editrice italiana.

Viaggio – Necessità gioventù, fantasia e buon carattere per H. Melville, che se ne può dire un esperto. Nella nota “Sui viaggi” (ora in “Viaggi e balene”), è perentorio: “Se non si hanno le qualità di cui sopra, e il carattere è magari un po’ acido, si può anche stabilirsi in Paradiso e non se ne trarrebbe piacere” – “l’allegria è fatta per gli animi gioiosi”, e il viaggio è allegria.
È quello che non si trova nei libri di viaggio italiani. Approssimati. E di nessuna o poca curiosità. Ricordi cristallizzati sulle enciclopedie, Hoepli o Treccani. Con poco o nulla di cose viste. Anche nei migliori, Arbasino, Pasolini, Parise, Maraini, gli innumerevoli che scrissero della Cina quand era d’obbligo (dacché la Cina è diventata interessante e interessantissima non se ne è scritto più nulla), lo stesso Moravia. Terzani si distingue in alcuni racconti giornalistici, ma forse scriveva in tedesco – o se li raccontava in tedesco con la moglie.

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Il Novecento ilare e la tristezza del critico

“L’ironia è la madre del romanzo del primo Novecento, Pedullà parte da qui. E del secondo? Pure: le letteratura ha dei cicli, anch’essa. C’era già stata la rottura (Auerbach la pone in Baudelaire e “I fiori del male”, 1857) del triplice ordine classico, grande-medio-basso, tragico-piacevole-ridicolo, sublime-piano–grottesco, e l’italiano ne ha approfittato. Cosa ne resta è il tema di questa raccolta, una prima sistemazione.
Saggi di fine millennio. Di un critico acuto, lettore vorace, che ama la scrittura: la apprezza e la pratica. Che riprende, sintetizza, sempre approfondisce, scrittori che ha già ampiamente esaminato: una rivisitazione dei “suoi” scrittori, cui il critico militante dà un congedo affettuoso, alla fine del secolo, e della sua militanza. Ma: le armi? Il comico è piuttosto in disarmo. Ora in Italia, ma anche come genere. È stato amato e praticato in Italia per tutto il Novecento – la lista di Pedullà si può moltiplicare. Senza concorrenza altrove, in Francia (surrealisti? Jarry? Vian? Perec?), in Germania (Kafka? Brecht?), in Gran Bretagna, in Spagna, se non forse in Russia, malgrado le durezze politiche – neanche negli Usa dopo Mark Twain. Ora è remoto, remotissimo.
“Era vera o falsa”, si chiede Pedullà d’acchito, “la profezia con cui Baudelaire assegnava al riso il Novecento?” Era vera solo in Italia. Ma in armi? Il comico è di “veloce deperibilità”. La verità è presto detta, alla p. 5: “La comicità è qui una delle tante strategie di spiazzamento con cui il Novecento sfugge alla routine delle idee logorate e dei linguaggi che si ripetono per non mettere in crisi ben più chele parole”. È il senso di un dissenso, di un disagio. Sfruttando il gaddiano “potere conoscitivo della deformazione”: “Senza sapere di essere gaddiano, il Novecento ha osservato la legge fondamentale del suo sistema: quel «deformarsi integrativo» per cui si comincia col dissacrare un disegno culturale e artistico egemonico ma si finisce sempre per integrare la trasgressione dentro un ordine ulteriore”. Non potendo rivoltarsi in realtà, il Novecento italiano ha deciso di “delinquere”. E “dal disordine discende un ordine nuovo; i linguaggi bassi si innalzano fino al sublime e il comico diventa un fratello inseparabile della tragedia” – “il comico che è anche tragico” è formula di Bontempelli, che la consigliò a Giacomo Debenedetti. Ecco le armi.
Un bilancio col passo della storia. O, trattandosi di un protagonista della stessa, “interrogandosi sul Novecento, si è redatto un essenziale consuntivo di questo secolo frettoloso (le rivoluzioni), fuori centro (le digressioni, le deviazioni, le trasgressioni), e assurdo (si ignora perché si fa così) che ha mutato strutture e significati del vivere”. Una letteratura che si decentra (svuota), in un paese, se non in una lingua, che si nega. In un’Europa che anch’essa si sbraccia in un incessante Titanic.
Una sorta di testimonianza a futura memoria, secolare e personale. L’esito è un Novecento italiano che - non ci si pensa - non è affatto da buttare. Anzi. Prosa, poesia e teatro insieme. Comparativamente, e diacronicamente – il Trecento è insuper-ato-abile, certo, ma si sa: le fondazioni sono eroiche.
Sulla scia di Debenedetti, eponimo del critico militante. Che non è un giornalista. Oppure sì, ma in un’accezione non improvvisata della militanza: “Debenedetti fu militante nel senso che partecipò in prima linea alle battaglie letterarie del secolo”, forte della scoperta che “l’attualità, se genera un’epifania – il trascurabile che diventa assoluto – sfida i secoli”. Militante ma “alla ricerca di ciò che è tanto dentro la storia da accedere alla Verità”.
Una rivisitazione, dunque, di autori di altre monografie, Gadda, Savinio, Svevo, Palazzeschi, Bontempelli.  Una ripresa (non ancora definitiva, dopo altri anche più lunghi interventi) di Debenedetti, di cui Pedullà fu studente a Messina, e poi assistente. E un ritorno alle origini meridionali, con Alvaro a lungo trascurato, il sempre amato D’Arrrigo, e l’incontornabile Lampedusa. Un artista di suo, di necessità, con un saggio centrale divertito e divertente sulla titolistica di Gadda, Savinio e Landolfi. Un approccio originale e persuasivo, da grande conoscitore. Ricco di umori, come è il personaggio  - il critico è anche autore e personaggio in commedia.
C’è naturalmente da definire il comico, esercizio che Pedullà ci evita. Ma fin dalle prime pagine si avverte il paradosso.  Comica, per esempio, fu la fortuna di Svevo, cieca dapprima, poi indifferente (mediocre) per quasi un secolo, anche dopo il successo internazionale di critica, che esplode infine unanime e senza riserve, senza che niente sia cambiato. Capricciosa si direbbe – un po’ come il bollino Siae che W.Pedullà registra come W.Padullé, a volte basta invertire le vocali.
Di linguaggio ilare, scoppiettante, che procede per lampi e folgorazioni, immagini, epifanie, ritrattazioni. Assiomatico: “Il Novecento è stato estremista”. Comico: “Dunque è stato infantile”. Realistico: “Nessun’epoca ha sfamato il mondo quanto il socialismo del nostro secolo”. Storico: “Il comico e l’avanguardia saranno (stati) la coppia più feconda del Novecento”. Inquietante: “Interrogata, la Cabala invitò a servirsi della scrittura, se si vuole mantenere il segreto”.
Barocco, per il gusto interminato della parola. Epigrammatico - di Landolfi, per esempio, preso per il suo verso: “Fingiamo che sia vero, e cioè che per Landolfi il gioco sia tutto, o quasi”. Autoriale: non si pone nel mezzo del panorama critico, non fa l’ermeneutica di un testo o un autore, la critica della critica, l’“aggiustamento” in uso nell’artiglieria per approssimare l’obiettivo, ma va all’autore e all’opera come in un corpo a corpo, e anzi una sfida tra autore e lettore. L’unico critico nell’indice dei nomi è Debenedetti, ma non per questa o quella critica, no, in quanto egli stesso autore.
Debenedetti col complemento di Heisenberg, delle “verità complementari al presente”, e delle “scoperte” superate ma non false. Debenedetti è, tra l’altro, quello che non apprezza, forse non vede, il comico, ed è comico che non “vedesse” né Svevo né Gadda, le due pietre miliari del Novecento.  Senza illusioni, giusto una constatazione, che non c’è redenzione, non definitiva ascesa al cielo. La pagina centrale è filosofica. “C’è il riso che porta al Nulla, e c’è il riso che conduce a una nuova realtà”. Ma “nulla di reale si crea e nulla si distrugge nell’epoca in cui il linguaggio è tutto”. E anche la comicità finisce autoreferenziale: “Sia il comico che il tragico sono forme del Nulla”. Se – poiché - il Novecento del Nulla si compiace.
Pagine molto piane e molto dense. Non da storico della letteratura ma da creatore di storie. Di chi crede ancora nella letteratura, in questo prolungato day after, della caduta delle illusioni, della cancellazione del reale. Debedenetti ritorna come eponimo del dubbio – motore del critico essendo l’incertezza - alla fine dell’opera: essere o non Tristano. “Il quale non desidererebbe tanto avere Isotta quanto piuttosto essere Isotta”. O meglio l’uno e l’altro – “il critico Tristano sarà Isotta, la poesia?”
Walter Pedullà, Le armi del comico, Mondadori, remainders, pp. 314 € 10