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sabato 21 agosto 2021

Letture - 465

letterautore

Asterischi – Sono più veritieri delle recensioni che accompagnano: se la cosa, film, libro, spettacolo, merita o no il lettore lo capisce meglio dagli asterischi.
Usa da qualche tempo anche per i libri, specie di narrativa, il giudizio sintetico con gli asterischi, accanto alla riflessione o recensione. Queste sono normalmente involute, lunghe e con grandi titoli, la grafica dei giornali privilegiando il formato a pagina intera, e un grande titolo, a corpo 48 o 56, di per sé induce al consenso – si tratta di una cosa importante. Poi si guarda l’asterisco, due su cinque, anche uno e mezzo, e si capisce – “ho dovuto, il giornale ha dovuto, fare un favore all’agente, l’autore, l’editore, l’addetto stampa, la scuola di scrittura, il promotore di eventi culturali”.  
 
Calvino - Devoto di Palazzeschi? Non trova eredi a Palazzeschi il suo biografo e studioso Gino Tellini sul “Venerdì di Repubblica”: “Lezione difficile quella d Palazzeschi, con pochi eredi. Calvino, che si dichiarò suo devoto, forse Penna”. Bisogna pensarci.
 
Campanella – “Il poeta che voleva il. bene del popolo”, Mario La Cava, “I fatti di Casignana”. Originale definizione del filosofo e agitatore politico, forse più vera.
 
Céline – È una storia cèliniana quella che accompagna i manoscritti dati per dispersi e riemersi dopo la morte della vedova. Céliniana involontariamente, ma anche più tragica o perfida di quante Céline ne immaginava: una (piccola) vendetta, di quelle che tormentavano lo scrittore e che si ascrivono a una sorta di sua paranoia permanente.
Céline aveva come commercialista Oscar Rosembly, ebreo: Col quale ha continuato a vedersi anche sotto l’occupazione tedesca - e spesso condivideva il cibo, di cui a Céline, in buioni trapporti con la Kpommandantur, era più facile approvvigionarsi. Rosembly entrò presto nella Resistenza, ma questo non interruppe i rapporti. Quando fuggì da Parigi, il 17 giugno 1944, Céline dovette lasciare la cassa nella quale aveva ammassato i manoscritti. Poi sosterrà che Rosembly aveva saccheggiato il suo appartamento, e aveva buttato i manoscritti. No: Rosembly aveva saccheggiato l’appartamento, ma i manoscritti li ha lasciati in custodia, “fino a dopo la morte di Céline”. Clausola che, essendogli Céline premorto, aveva esteso “fino alla morte di sua moglie”, Lucette Almanzor. Ora che la vedova è morta, a 107 anni (anche questa prolungata esistenza sembra céliniana, invenzione di Céline), i manoscritti sono stati resi di pubblico dominio.
 
Dante – Curioso ma pertinente omaggio dell’ultimo “Economist” a Dante per i settecento anni: “La «Divina commedia» è una guida salutare alla speranza nelle avversità” – “Settecento anni dopo la morte di Dante, il suo capolavoro ancora risuona”.  
 
Dialetto – È di Pirandello, del saggio “Introduzione al teatro italiano”, che nel 1936 apriva la “Storia del teatro italiano” di Silvio D’Amico, la distinzione tra idea e sentimento della parola: la lingua evidenzia il concetto della cosa che la parola esprime, il dialetto (la stesa parola in dialetto) il sentimento,
 
Federico II – Un tramper, un vagabondo - è la silhouette che ne fa Rumiz, in E' Oriente. In effetti, nacque con la mamma in viaggio, dalla Germania verso Palermo, a Jesi. Da una madre quarantenne che, per anticipare i pettegolezzi, sull’erede comprato, volle partorire in piazza, benché il 26 dicembre facesse presumibilmente freddo - come una gitana, di quelle che i bambini nell’immaginario li rubano. Un imperatore del Sacro Romano Impero scomunicato. Che corse ovunque, tutta la vita, e muore per caso a Torre Fiorentina, o Castel Fiorentino di Puglia – morì a dicembre, come era nato. Dopo essersi fatto costruire tante domus, qui e là per tutto il Regno – più di quante ebbe bisogno di abitare almeno una notte (non fu mai nella domus più famosa, Castel Del Monte).
 
Libro – “È come il martello o il cavatappi”, scrive Emanuele Trevi su “La lettura”, per dirlo un utensile, utile. Ma il cavatappi non è recente – il libro, l’idea di libro, si direbbe antica, come il martello.
 
Lolita – Ragionando di metanagramma, anagramma a vocale variabile, Bartezzaghi ne trova di gustosi in “Lolita”, e li attribuisce a Nabokov, “uno dei maggiori giocatori di sempre”: “Stavo pensando a Lolita. Il nome ha qualche anagramma: atolli, il lato, tallio, l’alito, italoAltolà sarebbe un metanagramma”. Dice anche che “Lolita è uno dei suoi romanzi che più pullula di anagrammi, crittografie e enigmi”. Ma in originale o in traduzione?  Quello che cita, “il periglioso sortilegio delle ninfette”, non può non essere del traduttore – di Giulia Arborio Mella? O già di Bruno Oddera?
Una questione doppiamente intrigante, potrebbe arguire l’esperto di giochi, Nabokov avendo dedicato molti scritti e molto tempo, anche alla traduzione,. Come scrittore tra due lingue – magari perdendosi, malgrado la sua capacità critica, dietro la traduzione dell’“Oneghin” di Puškin in inglese, che gli esperti dicono spenta, e anche illeggibile, per la mole, quattro volumi, col testo, 250 pagine, sommerso, come a questa traduzioni ambiziose accade, dal commento e le note, 1.200 pagine.
 
Manzoni – Grande scrittore di storia, si direbbe, e di paesaggi. Anche di personaggi. Cosa gli manca? Ha un di più di albagia – troppo presto mostro sacro?
 
Natalia Ginzburg – È la scrittrice che ha più titoli nell’offerta dell’editrice New York Review of Books di narrativa al femminile: “Lessico familiare”, “Famiglia” e “Borghesia”, “Valentino” e “Sagittario”.
 
Omero – Goethe ne contesta (Simmel dice: “Ne odia”) la frammentazione. Par la sua concezione della bellezza, che deve essere totalitaria, unificante.
Ma Omero è frammentario?
 
Socialismo – Singolare rivalutazione ne fa Goffredo Fofi nella prefazione che introduce la riedizione 2018 di Mario La Cava, “I fatti di Casignana”, a proposito dei contadini, del mondo contadino: “I contadini, per la vulgata marxista e leninista, erano nemici o pesi morti”, e lo stesso sarà per i comunisti in Italia, “anche se la rivoluzione russa l’hanno fatta anzitutto i contadini”. Da qui un ribaltamento della lettura storica contemporaneistica, dominata dal Pci: “Dovremmo distinguere, in questo senso, tra tradizione comunista e tradizione socialista, la seconda soffocata in Urss ma rimasta a lungo viva in Italia, almeno fino agli anni del centrosinistra, nel suo rispetto della storia e nel suo rifiuto di una visione dottrinaria, distorta e manipolata, della vera storia del proletariato”. Ciò, spiega Fofi, è soprattutto evidente sulla questione meridionale. Personalmente, spiega, nella sua formazione e dopo, nella sua attività, “mi furono utili in particolare il «Mondo operaio» di Raniero Panzieri e gli studi di Gaetano Arfé (lo storico dimenticato che fu anche direttore dell’“Avanti!”, n.d.r.), o le polemiche e gli interventi che comparivano sulle terze pagine dell’ “Avanti!” quando le impostavano e curavano Luciano Della Mea e Franco Fortini”. Per  centrosinistra intendendo, come è giusto nella datazione storica, quello socialista, degli anni 1960-1970, che rinnovò l’Italia (diritto di famiglia, urbanistica, ambiente, sistema sanitario nazionale, statuto dei lavoratori).    

letterautore@antiit.eu

Il terremoto libera – dal fascio e a letto

Le “affinità elettive” in salsa porno-soft, durante il terremoto, che molte porte apre e chiude. Una girandola esilarante di fanciulle vergini in accoppiamento coscienzioso mentre genitori, parenti, falliti e morti di fame  corrono all’impazzata, gli uomini in mutande le donne in “fodetta”, su e giù per i piani di case e  per le strade.
Il genere pecoreccio è quello che più alluzzava Camilleri, che qui lo allevia solo un po’, col terremoto vero del 30 luglio 1938, e con quello del bombardamento alleato del Ferragosto 1942. Ma con una morale. Il primo libera le ragazze di casa semimonacate all’amplesso – e la cosa dura, una decina di scosse. Il terremoto-bombardamento, mostrando le dispense del palazzo del federale Mazzacan piene di ogni ben di Dio, libera la città dal fascismo.
Andrea Camilleri, Il terremoto del ’38, “la Repubblica”, pp.45, gratuito col quotidiano

venerdì 20 agosto 2021

La politica delle porte aperte imposta dagli Stati Uniti

“L’establishment globalista”, scrive  Rampini su “la Repubblica”, “ha sempre rappresentato una avanguardia” negli Usa. Cioè una minoranza. No, la globalizzazione è americana, teorizzata a fine anni 1970, e applicata da Bush padre e, soprattutto, da Clinton. Sul piano bilaterale, chiudendo occhi e  orecchie a Tienanmen e altre patenti violazioni dei diritti umani, a partire dei salari in Cina, e alla Wto, di cui la Cina, benché di diritto comunista, è stata ammessa senza nessun esame dei titoli. Facendo della Cina la fabbrica del mondo, per gli alti, altissimi, ricarichi che consentiva a casa, ai ceti mercantili – per un periodo fu pure propagandata come “la spesa dei poveri”, quando ancora Pechino produceva materiali poveri, abbigliamento e calzature di materiali sintetici a bassissimo prezzo.
La delocalizzazione nessuna potenza straniera l'ha imposta agli Stati Uniti e all’Europa.

La legge è dei giudici

Si organizzano in Italia i rave party, le adunate di droga e alcol liberi, perché la Cassazione li ha dichiarati innocui: i party abusivi, ha stabilito, non sono perseguibili. Si è assistito per questo a Marina di Pisa prima e ora in Maremma all’occupazione di vaste aree private, venti-trenta ettari, da parte di un’organizzazione francese, per dieci-quindicimila persone, per una settimana, che la Polizia deve guardare da lontano, come per proteggerla. Benché l’assembramento, sia a Pisa che a Viterbo, fosse a rischio covid. Con vari eccessi, da ospedalizzazione - e a Viterbo un morto.
L’organizzazione è potente. Non può fare i raduni in Francia, è proibito, e li fa in Italia. Ha una serie di tir in grado di creare strutture ricettive, benché di fortuna, per migliaia di persone, di trasportare e impiantare decine di sound system, tende, cibarie. Lo Stato invece è impotente. Lo ha deciso la Cassazione.    
Summum iussumma iniuria, spiega wikipedia,  è una locuzione latina il cui significato letterale è “somma giustizia, somma ingiustizia”, oppure “il massimo del diritto, il massimo dell’ingiustizia”. Cicerone (“De officiis”, I, 10, 33) la cita come espressione proverbiale. Desueta si vede, l’Italia è ben dei giudici.

Il calcio dei ricchi

C’è chi non può spendere da quasi due anni, avendo le entrate azzerate dal covid, e chi invece può spendere senza limiti, anche contro i regolamenti. Nel calcio. Sotto la mano benedicente di un certo Ceferin, persona al di sopra di ogni sospetto.
“La situazione è inedita e per certi versi assurda. Tutto è in mano a russi e arabi che non hanno limiti di spesa”. Tutto è il calcio: così Capello sintetizza il momento attuale del calcio in Europa in una pimpante intervista con Franco Vanni su “la Repubblica”. Russi e arabi senza un’idea di calcio, se non quella di spendere a gara. E senza vincoli di fair play finanziario – le loro squadre possono indebitarsi a volontà. Perché così l’ha stabilito la Uefa di Ceferin, quello che ha scoperto al vocazione calcistica del Qatar, in pieno deserto, e gli ha augustamente assegnato il Mondiale del 2022, invernale.
Capello ricorda anche che, prima di questo cedimento Uefa, “il nostro calcio era il più importante del pianeta”.
Ma non ci sono solo i Ceferin, il demone del denaro è ovunque: Donnarumma, spiega Capello, col suo trasferimento “non ha portato un euro al club”, che ne ha fatto un grande atleta - è andato via a scadenza di contratto. “Un po’ di riconoscenza per chi ti ha cresciuto”, aggiunge Capello, “aiutando la tua famiglia (il Milan aveva messo sotto contratto, a un milione di euro l’anno, anche Donnarumma II, n.d.r.), è dovuta”. Sarebbe stata dovuta.

Tutti brutti al paese, sporchi e cattivi

C’è un incendio doloso all’origine del primo romanzo di Pavese, questo “Paesi tuoi” – l’attualità è sempre quella. Si ripubblica il romanzo delle Langhe, mondo (allora) cupo, duro, violento. Il primo romanzo di Pavese, 1941, quando era già Pavese, direttore editoriale e traduttore, americanista molto addentro nel Novecento americano. Ma va ricordato che non è il primo romanzo scritto da Pavese, il primo è “Il carcere”, 1938, sul confino di Polizia a Brancaleone, che pubblicherà dieci anni dopo, di altra vena, ben diversa, anche se si tratta pur sempre di un mondo povero, e remoto. 
È il primo dei tanti racconti “domestici” di Pavese, paesani, del mondo di origine, dell’infanzia, delle trasformazioni, personali e locali. Qui visto e raccontato di ritorno, sotto forma di un torinese che finisce per caso in campagna, a documentarne la bruttezza, la primitività. Leggendolo dopo Olmi, “L’albero degli zoccoli”, impressiona come la stessa umanità sia rappresentata al negativo, la fatica, la famiglia, i figli, le donne. Si direbbe una lunga, violenta, agonia.
È probabilmente la pietra d’inciampo di quello che sarà con la fine della guerra il neo realismo: i sentimenti dei semplici, nel linguaggio degli umili, non povero ma di espressività limitata. Calvino ne dirà: “Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui ripartire”. Ma questo Pavese è molto sulla linea di Faulkner, con costrutti e locuzioni gergali, dialettali, appena italianizzati, e di Verga “verista”. E se fa un racconto sociale, è di denuncia e non di nostalgia o compiacimento – di denuncia degli “umili”, di prostituzione e piccola delinquenza, oltre che del mondo contadino selvaggio, Pavese va riletto.
Affiora anche evidente il risentimento contro le donne, dopo il “tradimento” della “donna dalla voce rauca”, per la quale era finito in carcere e poi al confino.  
Un’edizione molto rimpolpata. Con un “Ritratto di Cesare Pavese” di Asor Rosa, che ne fa uno “scrittore manierista e datato” - Pavese “è rimasto un paesano”. Un’antologia della critica. La cronologia della vita e le opere. E una nota al testo di Laura Bay e Giuseppe Zacaria.

Cesare Pavese, Paesi tuoi, Einaudi, pp. 160 € 10

giovedì 19 agosto 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (464)

Giuseppe Leuzzi

Passa l’ambulante sulla spiaggia che vende biancheria, con la litania: “Lenzuola matrimoniali”, pausa, “lenzuola ddu mugghieri”. Non lo sa, ma fa la vera inculturazione, dal basso, normale, ordinaria. Effettiva, efficace. Dell’ambulante, tunisino, algerino, che alle Pietre Nere di Palmi parla il linguaggio di tutti: la pignoleria e la strafottenza, sotto il velo dello scherzo, la conclusione aperta, ironica, interrogativa.
 
Un maresciallo dei Carabinieri in vacanza con la famiglia rimprovera sul mare di Paola, sotto Cosenza, i vicini di ombrellone che buttano le cicche in acqua - “ci sono i posacenere”. I vicini rispondono con asprezza, un diverbio verbale  si accende. Dopo un po’, allontanatasi la famiglia sporcacciona, il maresciallo si accascia e muore. È un caso, ma singolare, se non  sintomatico: non c’è educazione alla pulizia in Calabria. C’era, anche fastidiosa, non c’è più. Si butta di tutto. Specie i giovani figli di mamma, buttano cicche, lattine, cartocci per terra, al bar e in strada, nelle piazze, e nelle case degli altri, ai cancelli, nelle aiuole, fin dentro i portoni. Non per cattiveria, forse nemmeno per stupidità: per tonteria probabilmente, come dice lo spagnolo, crescono ragazzi assenti, a se stessi.
 
Il giudice e il delinquente
Si seguono con raccapriccio sulla “Gazzetta del Sud” i resoconti della testimonianza gelida di Seby Vecchio. Cinquantenne curato, perfettamente vestito, preciso e rapido nell’eloquio come una saetta, che si presenta in Tribunale pentito per i benefici di legge e il pensionamento di Stato. Un pentito di ‘ndrangheta. Uno del clan Serraino, che distribuiva la cocaina a Milano, con uffici a Malaga. Vecchio è stato fino a vent’anni fa assistente capo di Polizia a Reggio Calabria, per un periodo anche alla Squadra Catturandi. Che lavorava nel tempo libero per le cosche, in ogni attività richiesta: pizzo, incasso, minaccia, trasporto droga. Poi in politica, con la destra Fdl, assessore per tre anni alla Pubblica Istruzione-Edilizia Scolastica e per due presidente del consiglio comunale di Reggio Calabria. Uno freddo, che fa giustizia dei “santini” e dei “giuramenti” – lui come i suoi correi, più o meno come lui pentiti.
Fa senso la sua impunità. Per ben due decenni. E nel dibattimento il suo linguaggio freddo, preciso, suo e dei suoi correi. A fronte dei balbettamenti della Pubblica Accusa, perduta dietro “battesimi”, “mammasantissima”, “santini”, e altre scemenze. 

Le Madonne dei Carabinieri
Per la seconda stagione il covid ci salva dalle processioni, e quindi dalle Madonne che si inchinano ai mafiosi. Gli incendi a San Luca e dintorni ci salveranno dal solito vertice mafioso alla Madonna di Polsi ora a settembre? È sperabile. Che i Carabinieri abbiano trovato altro da fare. Anche perché: Polsi è il santuario con più continuità di culto di tutta Europa, diciamo da 2.500 anni. E i mafiosi, che si spostano in Mercedes, anche in Bmw, come fanno con le portaerei tedesche sulle mulattiere del santuario? Ad arrivarci prima, e poi a fuggire.   
O i Carabinieri si penseranno sempre nella figura storica del “massaru Peppe”, il maresciallo Delfino, che da Platì un secolo fa andava a caccia personalmente dei latitanti, che per lo più erano pastori (massari), camuffandosi come loro. Adesso ci sono le strade e le automobili, c’è internet, ci sono i cellulari, i latitanti non sono pastori, e non rubano le pecore. Bisognerebbe aggiornare le letture dei Carabinieri?
 
Aspromonte
Brucia perché viene incendiato? Non si direbbe: ha bruciato per incuria e inavvertenza. Degli stessi enti preposti alla sorveglianza, Calabria Verde e il Parco dell’Aspromonte. Presieduto, quest’ultimo, dal vecchio sindaco di Bova, al centro dell’area grecanica, da dove gli incendi sono partiti, San Lorenzo, Bagaladi, Roccaforte del Greco, desertificando soprattutto quell’area, già non verde di suo. Un’incuria che ha dell’inverosimile: il Parco assegnava gli appalti per la sorveglianza anti-fuochi il 6 agosto…. Ma la Montagna ha resistito.
 
Un tempo appiccavano gli incendi i pastori, perché poi l’erba cresceva più grassa. I pastori hanno avuto a lungo cattiva fama in Aspromonte, anche prima delle novelle di Corrado Alvaro. L’abigeato era comune, non c’era notte senza, anche di due-tre capi. Nei “Fatti di Casignana”, il racconto dell’occupazione delle terre nel primo dopoguerra, qualche settimana prima della marcia su Roma, Mario La Cava mostra i pastori realisticamente, manovalanza dei tramestatori un po’ mafiosi. Ingovernabili, inaffidabili, se non per un interesse immediato. A danno dei coltivatori (contadini), anche se poveri e poverissimi. Si idealizza il pastore, ma non ha buona vista – e non  canta, non suona il piffero.
È anche vero che mai la questione della pastorizia è stata affrontata in Aspromonte, che i pastori sono sempre e ovunque abusivi. I pochi che ancora  esercitano la pastorizia, che è faticosa.

È territorio ampio e vario, ma è dominato da qualche decennio dalla due realtà, per quanto minuscole, più violente, San Luca e Africo. Per la sperequazione che c’è tra queste due comunità, primitive, violente, e il resto della Montagna, borghesizzato?  Potrebbe essere, il ciclo pastorale, di cui San luca e Africo sono tuttora espressione, non ha nulla, mai avuto, della pastorelleria .Tutto al contrario. Anche se le leggi latitano.
 
È monte bianco, si è detto: in greco bianco è aspros, e la Montagna venendo per mare dallo Jonio poteva apparire biancastra: desertica, pietrosa - lo era fino a pochi decenni fa (e tornerà a esserlo dopo gli incendi del 19 agosto).
No, si è detto, questa etimologia mette insieme una parola latina, mons, e una greca, aspros. Né c’è il corrispondente nel grecanico, la sopravvivenza della vecchia parlata greca nelle sue balze meridionali. È denominazione normanna, prima non c’era, derivata dai tanti Aspremont, in Provenza e altrove, che i “figli del sole” portavamo d’oltralpe – allo stesso modo che importarono, adattandoli, i cicli cavallereschi, carolingio, dei reali di Francia, di Guerrin Meschino.
Ma la contaminazione in realtà è ben normanna. Per tutte valga il Mongibello per l’Etna, Monte-Monte, Mont-Gebel, latino (francese) e arabo. Il nome sorge nella narrativa normanna, per l’appunto, commissionata in occasione della Terza Crociata, o crociata de re, che partiva da Messina, “Chanson d’Aspremont”, il ciclo carolingio, con Orlando per tutti, spostato sull’assedio e la conquista saracena di Risa-Reggio Calabria..
 
I grandi massi sono di prima dell’occupazione umana. Anche le “masse metamorfiche” dei geologi, gli strati sedimentari magmatici alla base. Le acque sono le stesse, capricciose e cristalline, sonore. L’aria presenta una purezza e una trasparenza  che non si sentono e non si vedono altrove. Come forse in tutte le montagne, ma qui a ogni angolo in  vista del mare.
 
Non c’è nella poesia locale, di Soffré o “Bidhu” (Antonino Frisina) di Delianuova, né in Corrado Alvaro, Perri, La Cava e altri del versante jonico. Sovrasta nelle narrazioni di Africo, di Criaco, Calopresti, Munzi, come una sorta di incubo, ma è montagna gentile. Ha avuto cattiva fama nella stagione dell’Anonima Sequestri, dei rapimenti di persona per i quali serviva da rifugio – sollevando l’ilarità di Fruttero e Lucentini (“La prevalenza del cretino”: ma “quanto sarà grande questo terribile Aspromonte”, il “Luogo dell’Inaccessibile”, l’“ultimo, romantico baluardo dell’’Ignoto”? “Mah, più  meno come le Langhe, come la Brianza, come il Friuli, ci risponde chi lo conosce, giusto per darci un’idea. A sorvolarlo in elicottero ci si mette di meno che ad attraversare Milano o Roma in automobile. Beh, ma allora?”). È una montagna mite, la più mite forse dell’Appennino, che guarda da tutti i pizzi al mare. Senza strapiombi, senza rocce, anzi alberata, di passo lieve. Di clima temperato secco.
 
Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, ha il Mugello dopo Firenze, luogo ameno, dissestato dalla galleria dell’Alta velocità ferroviaria: “Sulla mappa del Mugello trovo acque dai nomi favolosi, ma se provo a evocarle non ho risposta. Fonte al Ciliegio! Assente. Fonte della Canina! Assente. Fonte Frassineta! Assente. Fonte di Fosso Lupaio! Assente. Torrente Bagnone! Asente. Fiume Rovigo! Assente. Stanno solo sulla carta, il mormorio è perduto”.
C’è un impoverimento anche nell’arricchimento. I torrenti e i fiumi scomparsi sono una lista ancora più lunga delle sorgenti. E non si può farne una colpa alla politica: la Toscana è di sinistra e il Mugello ancora di più.
 
Man mano che diventa turistico, perde le vecchie abitudini. Una però no: l’acqua. La ricerca delle acque, delle sorgenti. Ognuno ne ha una migliore di ogni altra – non necessariamente sempre la stessa, ma una sorgente ci vuole, dove rifornirsi, anche con lunghi viaggi. Rumiz, “E’ Oriente”, 168,  ha “il senso salvifico delle risorgive attorno ale quali danzano terapeuti”. Ora magari non più, terapeuta è solo l’acqua, che sgorga, cristallina. Ma certo l’eco rimane del senso salvifico delle sorgenti in Grecia, negli inni, nelle elegie. Sul fondo, certo, dell’acqua elemento vitale primordiale, e poi nella pancia della mamma. O dell’acqua che fugge agli inferi, che libera…. Elemento però comunitario, in tanta radicale anarchia.
 
Il regime idrico dell’Aspromonte è tipicamente quello delle “fiumare”. Torrenti di breve corso, in alveo ristretto, che può essere – lo era fino qualche decennio fa, prima della irreggimentazione dei bacini idrici – disastroso in caso di piogge alluvionali, improvvise e dense. Ma in regime normale è gradevole e dà piacevolezza alla Montagna, per suono, trasparenza, governabilità.
 
Il culto delle sorgenti Nicolas Bouvier, viaggiatore intrepido da Ginevra all’Afghanistan in Topolino nel 1953, ne trovava la fascinazione in Jugoslavia (“La polvere del mondo”, p. 85): “Chi nei nostri climi si preoccupa del gusto dell’acqua?”, si chiede. 
“Non in Jugoslavia: Qui è un passatempo. Vi impegnano  a fare dieci chilometri a piedi per una sorgente la cui acqua è unica”. Questo in Macedonia del Nord. Al punto da essere condiscendenti: “La Bosnia, per esempio, che qui non si ama troppo, non obbliga a riconoscere che ha un’acqua incomparabile, corroborante, etc.”. Al punto che “un silenzio sognatore si fa, e le lingue schioccano” – dal piacere.

leuzzi@antiit.eu

La poesia carcerata

“No, mai di nessuno fui contemporaneo,\ non mi comviene tanto onore”. Peggio: “Il mio omonimo, quanto mi disgusta”. È il 1924, a ridosso dello smascheramento della rivoluzione sovietica – Mandel’stam è impedito di pubblicare da un anno, e lo sarà ancora per un decennio, per nessuna colpa. Già pessimista nel 1923: “Il fragile calendario della nostra epoca si avvicina alla fine”. Stalin non perdona, Mandel’stam come gli altri poeti suoi contemporanei, Majakovskij compreso e Pasternak – retrospettivamente, sembra impossibile che ci sia stata una persecuzione dei poeti, occhiuta, perseverante, si penserebbe che il potere ha altro di cui occuparsi, eppure… L’epigramma celebrato del ’33 contro il dittatore sarà unol sfogo solo naturale, anche se sancirà la fine del poeta al confino solitario. 
Remo Faccani riprende la prima traduzione di Mandel’stam, “Cinquanta poesia”, e la allarga. Aggiornando la raccolta e la traduzione con la filologia mandel’stamiana specialmente fertile da qualche anno. Col recupero di alcuni componimenti delle prime raccolte, “Pietra” e “Tristia”, di “fraseggio lapideo” (Serena Vitale): Di un poeta attratto dall’ellenismo, dalla “vastità omerica”, e quindi dall’“intellettualismo dantesco”. Sono poesie di maniera giovanile, di saggezza acquisita, degli elementi,  dei fremiti adolescenziali, l’anima, la notte, la fragile conchiglia, Pietroburgo. Ma già con “la casa degli Usher” e “l’arpa di Edgar” (Allan Poe). E lo sguardo libero: “Pesante fardello dello snob settentrionale\ è il vecchio spleen di Onegin”.
Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, Einaudi, pp. XXXIV + 278 € 16

mercoledì 18 agosto 2021

I Talebani non sono democristiani

I toni melliflui dei Talebani a Kabul, che sotto le barbe promettono diritti per tutti hanno portato a ipotizzare un regime confessionale ma non esclusivo, al modo, si dice, dei democristiani. Lo diceva a Teheran nel 1980 Hossein Naghdi, giovane ingegnere, che frequentava la residenza italiana, ambasciatore allora il compianto Mario Bondioli. Che gli ayatollah faranno assassinare a Roma, in piazza, a Monte Sacro. Dopo averlo nominato alla rappresentanza presso la Santa Sede.

Non ci sono paragoni - a meno di non considerare i democristiani degli assassini, a freddo. I Talebani, come già gli ayatollah, possono praticare virtuosamente la taqiya, la dissimulazione, è prevista dal Corano. Non ci sono avversari politici in regime islamico, la politica non è un gioco, ma una catena di comando - ci può essere una dialettica, ma come in famiglia.

La musica di destra, e quella di sinistra

L’Austria di destra non lo ha fatto senatore, non poteva, Muti è italiano, ma gli ha dato la più alta decorazione al merito. Abbado invece Napolitano lo aveva fatto senatore, da vecchio Pci professo – anche se nella rigida alchimia (allora, 2005) del Pd in ieri, Abbado e Piano rossi, e due bianchi, Rubbia e Cattaneo,  due (ex) Pci e due (ex) Dc. Nello stesso tempo la Cgil alla Scala cacciava, letteralmente, Muti, dopo vent’anni, per nessun motivo – accontentandosi di fare poi una modesta orchestra, senza richiamo, né nazionale né internazionale, di un’Opera d’altra parte impoverita e provincializzata, eccetto che nel nome.
Abbado faceva professione di sinistra, con dichiarazioni di voto, il terzomondismo e l’ecologia.  Muti non faceva, e non fa, professione politica, occupandosi dei giovani, delle scuole di musica, dell’insegnamento della musica, cose in sé progressive - e organizzandosi un festival e un’orchestra propri. Dopo che aveva trovato unica occupazione in Italia, cacciato dalla Scala, giusto all’Opera di Roma, al tempo del sindaco Alemanno, diretta da Catello De Martino, tutto di destra. Ogni altro varco essendogli ermeticamente chiuso dai residui (ex ) Pci al comando della politica culturale.
Norberto Bobbio dovrebbe aggiornare il suo classico su destra e sinistra, ora che il liberismo è di sinistra, e il protezionismo è di destra, di destra il lavoro, di sinistra gli affari. Così perlomeno in Italia, che Marcelle Padovani gratifica di laboratorio politico dell’Occidente. Scoprirebbe un nuovo crinale di divisione, la musica. C’è la musica di sinistra, Beethoven, Wagner (Wagner?), una musica di destra, Mozart. Verdi (Verdi, così populista, perfino classista?) . Almeno secondo Napolitano e i suoi consiglieri.

Da Kabul a Taipei

Digerire Hong-Kong, senza nessuna reazione dell’Occidente, non sulla legalità, i patti internazionali, e nemmeno sui diritti umani. E riaprire il fronte Taiwan. È un fatto pubblico: il presidente Xi punta su Taiwan, anche per distogliere da Hong Kong. Con dichiarazioni, e con manovre militari, aeree e marittime. Il ritiro confuso, benché da tempo previsto, dell’America da Kabul gli ha consentito di rilanciare la sua quotidiana polemica con un argomento inoppugnabile: visto come l’America tratta i suoi confederati?
Una escalation? Non ora, un confronto militare èescluso, Pechino gode ancora tutti i benefici della globalizzazione. Ma il confronto è inevitabile, sia nell’ipotesi di un’America trumpiana, vogliosa di riprendersi le sue produzioni e di ridurre il epso di Pechino nell’economia americana, sia nell’ipotesi di una globalizzazione di lunga durata, della Cina fabbrica del mondo. Il prossimo passo, scontato dalle cancellerie europee, dovrebbe essere la creazione a Taiwan di un fronte “patriottico”, per l’unificazione.

Cronache dell’altro mondo – in ritirata (136)

“Le femministe bianche vollero l’invasione”, può titolare “The Nation”, settimanale progressista: “Le donne afghane mai chiesero i bombardamenti americani”.
Venti anni fa, al momento dell’invasione dell’Afghanistan, e poi dell’Iraq, il presidente Biden, allora senatore, si annoverava tra i “falchi”, i sostenitori. Da vicepresidente di Obama, a partire dal 2008, è passato progressivamente tra le “colombe”, l’occupazione tramutando in missione di pace, per la formazione delle forze di sicurezza afghane – quelle che ora si sono arrese prima ancora di essere minacciate dai Talebani.
L’argomento principale dei media è, malgrado la drammaticità delle immagini da Kabul, non è la ritirata dall’Afghanistan, un disastro, 
ma la vaccinazione: la guerra tra i pro e i contro, e la terza vaccinazione, di rinforzo. Il presidente Biden, che non ha voluto commentare il ritiro disorganizzato da Kabul,  farà domani una conferenza stampa sul tema, sulla vaccinazione, sul terzo “shot”. Aveva prima promosso un aiuto per la vaccinazione nei paesi poveri, ora punta sulla terza dose: sempre per produrre, e vendere  più vaccini?

L’invenzione dell’Africa

È il “padre dell’Africa”, quale ancora resiste alle realtà. Di cannibali eccetera. Celebrato “filosofo e matematico prestantissimo” alla (università) di Padova, Bibliotecario a Roma, nelle pause dei viaggi in Francia e altre corti, per il suo impegno di militare dapprima, e poi di scienziato, membro tra i primi dei Lincei – siamo a fine Cinquecento. Più godibile della “Relazione” del lontano parente Antonio, quello del viaggio di Magellano intorno al mondo, scrittore italiano, le racconta più grosse. Con più accuratezza: se le fa raccontare da un portoghese in abito di pellegrino, che, dice, ha passato in Africa dodici anni – il bibliotecario gli dà accoglienza, e il pellegrino si sdebita raccontando, inventando l’inventabile.
Non si ride, se non per la meraviglia - cosa l’Europa scientifica non ha creduto nei secoli. Lungo il fiume Zaire - “cioè sapio in latino” (so?) - ci sono cannibali che mangiano solo gli amici e “se stessi” – anche se non si capisce come. Ci sono in Africa tigri che mangiano solo i neri. Roba di questi tipo. Il tutto al confine col reame del Prete Giani, già fantasticato da molti secoli di letteratura. Di che alimentare la “conoscenza” europea dell’Africa per alcuni secoli, e fino a recente.
Con una notevolissima, incredibile se non fosse lì, curatela di Giorgio Raimondo Cardona, nella presentazione e, soprattutto, nelle note, vertiginose. Una pubblicazione della collana Nuova Corona, ideata e diretta da Maria Corti – si è eretto un monumento. Roba di appena quarant’anni fa, e sembra preistoria.
Filippo Pigafetta,
Relazione del reame di Congo

martedì 17 agosto 2021

Buona morte

Morire
Per non essere morti.
Che brutta fine

L’invenzione del mondo – o della letteratura di viaggio

Il più grosso contaballe del Cinquecento. Che ne annoverò non pochi: i racconti di viaggio  all’epoca si volevano così, all’insegna del meraviglioso (Marco polo è un’eccezione, che delle meraviglie fece realtà). A chi le sparava più grosse. Se non che ebbe il privilegio di viaggiare con Magellano. E fu uno dei pochi sopravvissuti,19 su 256, sull’unica delle cinque caracche che fece ritorno a Siviglia. Ma quello che gli era accaduto era evidentemente un’inezia a fronte delle bufale che s’inventava.
Le sue memorie sono varie. Una sorta di edizione critica fu collazionata a fine Ottocento, come “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”, e così viene ripresa in plurime edizioni, per i 500 anni della spedizione di Magellano, 1519-1522.
Molto puntato sulle fonti, che sempre cita, ha tutte le parvenze del cronista affidabile: il pilota, l’interprete, il nativo, o come minimo “ci dissero”, “ci raccontarono”. Di tutto: le ragazze che il vento ingravida, le malesi dalle orecchie tanto gradi da coprire l’intero corpo, e a Giava uccelli che trasportano bufali ed elefanti sulla cima degli alberi – ma non dice per fare che, per scherzo?
Non un favolista, un narratore. Di stranezze, sotto forma di cose viste e udite. In una lingua personale, su base italiana-veneta, con qualche spagnolismo, ma farcita di forme dialettali e in una ortografia che sarebbe comune  agli scrittori veneti poco colti della prima metà del Cinquecento. La parte linguistica sarebbe quella più resistente: delle isole malesi dà un elenco di parole di uso  comune che, pare, non sarebbe stato inventato.
Di grande immediato successo – sull’onda dell’impresa di Magellano (“la più superba impresa della storia dell’umanità” la dirà Stefan Zweig, che di Magellano scrisse entusiasta un ritratto). La “Relazione” fu stampata per prima in Francia, poi tradotta in tedesco e in spagnolo, quindi ritradotta in italiano, e infine (1555) in inglese – tradotta dalla redazione che intanto (1550) Giovanni Battista Ramusio aveva raccolto in “Navigationi et viaggi”.
Variamente ripubblicata recentemente – in edizione Rayuela ha un minimo di cura, da parte di Milton Fernandez.
Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo, Streetlib, ebook, 83.83KB € 0,34
Rayuela, pp. 180 € 16
Ghibli, pp. 163, ill. € 19

lunedì 16 agosto 2021

Cnr, centro-non-ricerca

Si avvicina, dopo la calura d’agosto, il momento della verità per il Cnr. Che sta per Consiglio Nazionale delle Ricerche ma è un burosauro che sta svenando la ricerca. Quel poco o molto che i ricercatori riescono a racimolare, concorrendo a tutti i bandi di finanziamento, italiani, europei, internazionali, il Cnr assorbe per il suo funzionamento. Non un Centro che finanzia la ricerca ma la ricerca che finanzia un Centro. A questo punto nemmeno inutile: dannoso. In molti dipartimenti la scontentezza è palese.
Il bilancio che si conosce, quello dell’ex presidente Inguscio, si chiude con 70 milioni di rosso. Dopo aver assorbito per il suo funzionamento una parte cospicua dei fondi di ricerca procurati singolarmente dai ricercatori e dagli Istituti associati. Un Centro-non-ricerca, è stato ribattezzato: non coordina (non sa, non può, non è organizzato per questo), non comunica, non gestisce. Una struttura burocratica a sé stante, che quando fa qualcosa lo fa contro la ricerca.
Le cronache dei politici sotto l’ombrellone fanno largo ai sorrisi della neo presidente del Cnr Carrozza. Che forse ha un buon ufficio stampa, oppure non si rende conto della polveriera su cui sta seduta. La crisi del Cnr si direbbe epocale: senza funzione, una vecchia struttura, ipertrofica, una ventina le direzioni, a nessun utile, se non pagarsi gli stipendi.
Detto così, sembra impossibile che un Cnr esista. Non può non esistere perché è un feudo (ex) Dc - che lo governa col sindacato, la Cgil unita alla Cisl. Un carrozzone di (vecchi) democristiani. Lettiani, renziani, berlusconiani, morattiani, inalterati e inalterabili. La ricerca, con l’energia, è un feudo (ex) Dc, che non si tocca. E questo forse spiega l’allegria della presidente Carrozza. Salutata al suo ingresso da una salve di dimissioni, dal direttore generale si direttori di settore. Una fuga di massa. Su cui non ha fatto una piega: il potere è inalterabile, sta fuori del Cnr.
Carrozza è stata  responsabile Dem per la ricerca di Bersani, in quota ex Dc. Letla l’ha fatta ministra plurima dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Draghi l’ha nominata al vertice del Cnr da Draghi, in quota  Pd e rosa. Dopo un anno e mezzo di proroga del predecessore – per dire la centralità del Centro Ricerche.

Il giallo dell’amore paterno e dell’amore filiale

Una lunga fredda vendetta si consuma. Che segnerà la resurrezione dell’ispettore Lojacono, di Montallegro nell’agrigentino (omaggio a Camilleri-Montalbano?). Confinato in un commissariato disastrato a Napoli dopo che il solito pentito da lui carcerato lo ha indicato come confidente al soldo della mafia. Con qualche alzata d’ingegno, non troppa, il lettore non viene snobbato. Sul fondo di Napoli, che De Giovanni, da napoletano, non sembra gradire – nel 2012, quando il racconto fu concepito e scritto (“tutto nacque da una domanda un po’ livida di una scritrice durante una presentazione: non è un po’ troppo comodo raccontare sempre degli stessi personaggi?” E De Giovanni ha pensato subitpo a un Montalbano sfortunato, in trasferta).
Un racconto veloce, con sottolineature al giusto. Scritto come una sceneggiatura, per scene. Ma con uomini, e donne, veridici. Consistente (psicologie, linguaggi), come un Chandler: sull’amore paterno e l’amore filiale, temi, si direbbe, incensurati. E poi Napoli. Niente anema e core: una città indifferente, fredda, solitaria, cattiva. Vuota, perlomeno d’anima.
Una Napoli sparita, “una città di fantasmi”. Gelosi, presuntuosi. Piove sempre. Non c’è nemmeno il mare, a Napoli: “Una volta (Loiacono) era andato vicino al mare, aveva avuto voglia di snentirne l’odore, di respirarne la brezza. Non l’aveva trovato”. Giusto un lungomare “di auto indifferenti a costeggiare la scogliera”, un “odore di rancido”, e sporcizia, “buste di plastica galleggianti sull’acqua stagnante come cadaveri di meduse”. Il tono è questo: “La città è malvagia”. Lojacono si fa persuaso (Camilleri) che “quella non era una città di mare”, che il mare e la città si odiavano, come parenti litigiosi. Che tutti lì “si percepiscono come nemici, non hanno un’identità comune” – Lojacono “sentiva l’ostilità”, vagava “come un profumo”: “La città è malvagia “ per l’ostessa Letizia, l’amica di Lojacono, napoletana a due mandate. Anzi, non è: è un fondale di scena, “un fondale di cartone”, con dentro “proprio niente” – “tutti camminano a testa bassa, corrono, se si guardano lo fanno con odio o con paura”. E “il cielo è di piombo”.  
Maurizio De Giovanni,
Il metodo del coccodrillo, “Corriere della sera” – “Sorrisi e canzoni TV”, pp. 293 € 8,90

domenica 15 agosto 2021

Ombre - 574

Dunque, l’Occidente trattava a Doha, e ancora tratta, il ritiro ordinato dall’Afghanistan e una transizione pacifica con i Talebani. Cioè, lavora per dare all’emiro del Qatar un’assicurazione  contro l’estremismo islamico, e questo è tutto.
 
Europa, Italia compresa, e Stati Uniti veramente credevano, e credono, in una trattativa con i Talebani?  Possibile che non sappiano nulla del mondo islamico, che pure è lì da tanto tempo, e anche vicino?
 
“L’Afghanistan piattaforma del terrorismo islamico”. Perbacco! Ci sono voluti vent’anni, mille miliardi e qualche migliaio di morti per scoprirlo: era un gran segreto?
 
Cremonesi elenca e spiega sul “Corriere della sera” - taglio basso, che si veda poco - sei o sette motivi della rotta in Afghanistan. Dopo un’occupazione assurda: l’approssimazione dei “volontari”, ignoranti, confusi, la corruzione finanziata allegramente, la liberazione forzosa delle donne (una cosa molto americana, già lo scià avevano portato al fallimento con qualcosa di analogo), il giro vorticoso dei “consulenti”, ogni pochi mesi, quando cominciavano ad acclimatarsi (a capire dov’è l’Afghanistan”. In questi vent anni ce n’eravamo dimenticati?
Tutte cose visibili e note, ma non dette. Si fa giornalismo per dire quello che si deve dire?
 
Hunter Biden ammette di essere stato ricattato da trafficanti di droga russi, cioè dai servizi segreti russi, per questioni di droga. Ma niente Russiagate.
 
Fox News sintetizza il discorso di  Andrew Cuomo dimissionario, che si discolpa, con questa sintesi in sottotitolo: “Non sono un pervertito, sono un italiano”. Che Cuomo non dice, in nessun posto del suo messaggio – spiega semplicemente che è cresciuto , in famiglia e nell’ambiente con contatti affettuosi anche fisici. Si può intendere la sintesi televisiva come un complimento. Ma l’intenzione è offensiva – Fox News è di “opposizione”, di destra: il razzismo in America dev’essere proibito per legge, come hanno voluto e fanno i neri.
 
No wax, Paolo Mieli è mellifluo sul “Corriere della sera”. Duro con gli intellettuali, i filosofi Agamben, Cacciari, Vattimo, lo storico Cardini, prudente  con Landini. Che invece è, al meglio, una testa balzana, buona per fare scena in tv- il segretario della Cgil che si rifiuta di proteggere la salute dei lavoratori in fabbrica e in ufficio…. La Cgil fa ancora paura, a Mieli, al “Corriere della sera”?
 
Dunque, è un leghista, non un Fratello d’Italia, membro di un governo con le sinistre, a proporre a Latina di dedicare ad Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, il parco pubblico intestato a Falcone e Borsellino. C’è il. fascismo dove meno te l’aspetti – oppure sì? Latina è la patria dei fasciocomunisti che si è appena finito di celebrare in morte dello scrittore Pennacchi. Eredi di quei coloni romagnoli e veneti – come il nome del proponente, Durigon, suggerisce - con cui Mussolini ripopolò l’Agro Pontino bonificato e desertico.    
 
Elkann di Exor
Col turbo in Borsa
In mutande sul campo
Tra Juventus e Ferrari
La fortuna aiuta gli audaci
Non i confusionari

Giallo sorridente

Ironia, raffinateza, insolenza. Capace di trasformare il furto in opera d’arte. Una caricatura del giallo: Lupin è esteta alla D’Annunzio, conquistatore di donne alla Casanova.
Una serie di parodie ironiche. Contiene le storie: “Arsène Lupin gentleman cambrioleur”, “Arsène Lupin contro Sherlock Holmes”, “Le confidenze di Arsène Lupin”. Un giallo non di rapida lettura, troppe parole rispetto all’azione, ma si vede che il ladro piace, la fuberia.
“Arsenio” Lupin contro “Herlock” Holmes è una lunga saga, di tre densi libri – la sconfitta del londinese, la rivincita, altra sconfitta (“Herlock Holmes arriva troppo tardi”), e il ripescaggio, sconfitta ennesima e definitiva (“Il segreto della guglia”) .
Già tradotto da Decio Cinti, Einaudi lo fa ritradurre da Giuseppe Pallavicini Caffarelli.
Maurice Leblanc, Lupin ladro gentiluomo e altre storie, Einaudi, pp. 550 € 13,50
Le avventure di Arsenio Lupin ladro gentiluomo
, “Il Sole 24 Ore” € 4,90