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sabato 9 settembre 2017

Il mercato truffa il risparmio

Si fa il bail-in, cioè si azzerano le azioni e le obbligazioni, delle banche come una punizione divina. Incontestablle, meritata: “Hai voluto rischiare, paga!”
Detto dagli stessi che incoraggiano fino allo sfinimento l’investinenro azionario in Borsa, questo è già un segno della malafede che sta dietro al mercato – stupidità non è, non all’origne della “informazione”, che sono sempre banchieri e consulenti d’affari. È così che, da Parmalat in poi, non c’è “cassettista” che non abbia peduto il suo migliaio di euro senza più.
Nel caso delle banche, anche le piccole che non erano in Borsa, c’è però di peggio. C’è la colpa degli organi di vigilanza, che non hanno vigilato, su abusi enormi. Monte dei Paschi è reduce da un aumento di capitale di due anni fa appena, per tre miliardi, che fece il tutto esaurito prima del termine. Su consiglio di primarie agenzie di rating e di celebrati consulenti d’affari. Che si pagarono in misura esorbitante, si disse per 250 milioni di euro. Lo stesso tre anni fa, per 5 miliardi. Con le stesse garanzie e gli stessi incoraggiamenti. Si fa il bail-in, si fa pagare la crisi ai risparmiatori, subito dopo averli invogliati a sostenere la banca due e tre volte in pochi mesi, invece di scappare il prima possibile – come non sottoscrivere Mps, la quarta banca del Paese, banca dai fondamentali solidissimi…?
Questo del bail-in è peraltro solo un aspetto della demolizione del risparmio che passa sotto la denominazione salvifica di mercato - di cui la nuova dottrina del capitale si fa scudo. La casa non è più un investimento: le quotazioni restano al di sotto della parità del 2007-2010, e il reddito - sempre in Italia eventuale, l'inquilino è libero di non pagare l'affitto - è supertassato, in anticipo. I titoli di Stato sono a zero – quando va bene coprono i costi della banca. I fondi fanno anche peggio: in Italia - solo in Italia - sono idrovore a senso unico, a favore delle banche e le finanziarie cui fanno capo: alzi la mano chi ha guadagnato qualcosa coi fondi.
Risparmiare è un delitto o una stupidaggine. Nell’era del mercato. Il capitalismo lasciato a se stesso si mangia la coda, troppo ingordo.

Recessione - 65

La riptresa dell’economia si annuncia ovunque, Italia comptresa. Ma “le fondamenta sono troppo fragili e legate alle politiche monetarie superespansive” (“Milano Finanza”). Crsciamo a debito.

Mille miliardi in cassa nelle aziende del continente europeo – 85 in Italia solo nei grandi gruppi: non si fanno investimenti.

I sottoccupati sono pù stressati dei disoccupati (“The Atlantic”). Peggio chi ha tre lavori e deve pendolare tra essi.

Il Sud recupererà i livelli di prodtto interno lordo pre-crisi solo nel 2028.

Aumenta a giugno l’occupazione femminile. Record, occupata una donna su due (Istat)? Sì, coi lavoretti estivi, che le ragazze praticano di preferenza ai ragazzi. Anche perché preferite, nei bagni al mare, nei centri vacanze, nei servizi alberghieri. A 600 euro al mese per 24 ore settimanali.
I bagni in concessione sono in Italia 12 mila: tre ragazze per bagno fanno 36 mila occupazioni temporanee. I bar sono 58 mila…

Continuano i suicidi di imprenditori indebitati impossibilitati a pagare la banca e i dipendenti.
A Ferara e Umbertide.

Letture - 315

letterautore

Look for: V. l’intr. dell’Autore cinese ai “Briganti”. Sintesi in T. Landolfi, Gogol a Roma, 361-2: non sono andato a cercare il libro, è il libro che è venuto a me….l’ho cominciato per passatempo la sera, finché mi sono affezionato…senza il libro non si perde nulla….


Dante – Fu influente anche in Russia. Il prossimo “Dante 2021”, all’appuntamento di Ravenna con le ricorrenze dantesche, ne mette l’influenza sulla cultura russa al centro dei dibattiti. Ma non senza fondamento: Mandel’štam era certamente un dantefilo appassionato. Puškin ne tenne ampio conto.

L’80 per cento del nostro lessico è ancora quello di Dante, calcola Domenico De Martino, fiorentino, dantista a Udine, collaboratore della Crusca. Il significato può essere cambiato ma la formulazione resta quella, recepita dalla lingua. E tuttavia Dante è un “falso Dante”, argomenta ancora il filologo, posto che di Dante non abbiamo niente. Non una riga di suo pugno o da lui firmata. Tutto Dante, comprese le prose, è un lavoro di ricostruzione. Raffinato quanto si vuole ma interminabile.

Detective – È il deus ex machina, si suole dire, il risolutore calato dall’alto. Ma non ne ha la necessità.(ineluttabilità). È stato, è, una derivazione dell’esploratore. Quello che, in mezzo a pericol di ogni genere imprevedibili e in un mondo oscuro fa la luce.. Una figura dell’immaginario ottocentesco – “positivista”: ottimista sulle sorti dell’umanità, in marcia dall’oscurità alla luce. È puro Ottocento, anche se in Italia dilaga col Millennio – dopo tanto innato scetticismo.

Festival – “La Lettura” dedica 17 pagine al Festival della Letteratura di Mantova, con una ventina di proposte. Nessuna delle quali appetibili, neppure a un patito dei libri. È un festival d’avanguardia, che esplora percorsi ignori? No, vuole solo invent(ori)are l’esistente. È vero che al festival la nota dominante sarebbe la malinconia, assicura il settimanale. Ma si mandano ai festival le rimanenze? Non sarebbe meglio una fiera, a pagamento?

Giallo – È il consolatore del millennio? A lungo genere ostico in Italia, per i lettori e per gli autori (quante trattazioni sulla non adattabilità dell’italiano al giallo), è il genere dominante da un paio di decenni, nelle varie denominazioni, thriller, d’ambiente, storico, fantasy, noir, spionistico perfino, d’azione. Occupa gli scaffali più lunghi e più pieni di ogni libreria. Cambiato il gusto della lettura, che si vuole ora rapida, di consumo veloce? È cambiato il contesto, sociale, politico, culturale, e viviamo nella crisi. Il giallo si è detto a lungo il genere della morte, poiché ha bisogno almeno di una morte, attuale o minacciata. Ma non invece l’esorcizzazione della morte, attraverso l’impegno dei viventi, la sagacia dell’inquirente, la giusta punizione? Un panorama ottimistico e non pessimistico: il giallo sarebbe allora consolatore.

Manzoni - Si convertì alla religione cattolica nel 1810, come recitano le biografie? Due anni dopo aver sposato la piissima calvinista Enrichetta Blondel. Dopo gli studi fatti dai padri Somaschi e dai padri Barnabiti.

Pound –  Sarà vendicato dalla  moneta elettronica, bitcoin e cripto valute, in circolazione? Non nel senso che lui proponeva: il “miglior fabbro” Pound passò gli anni migliori della sua vita, i quaranta e i cinquanta, squalificandosi per il resto della sua vita e nella posterità, dietro teorie monetarie alternative. Dietro un’esigenza imperiosa di disfarsi del dominio del denaro. Che nella tradizione libertaria americana imputava alle banche centrali – alle banche centrali di un tempo, private – e alla banche in genere, su fino ai signori anonimi di Wall Street. Sotto la dantesca “usura”.
La moneta elettronica piuttosto fa rivivere i fantasmi di Pound, essendo privata, privatissima a tutti gli effetti, e incontrollabile. Ma mostra che un altro assetto monetario è sempre possibile – la teoria economica, e la mentalità, si sono troppo adagiate sui sistemi monetari centralizzati, gestiti da superbanche centrali.
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Suicidio – il 10 settembre è la giornata mondiale di prevenzione contro il suicidio. Quest’anno la giornata viene presentata ricorrendo a un famoso non-suicidio, quello di Baudelaire, pur deciso e consegnato al notaio. Baudelaire a 24 anni si reputava finito e aveva deciso di finirla. Lo spiegò con una lunga lettera a Narcisse Ancelle, che, in difetto,. Del suicidio, è rimasta. Annunciando la sua volontà di lasciare tutto a una signorina Jeanne Lerner, latrice della lettera-testamento suicidaria, di cui poco in seguito si saprà: “Quando Jeanne Lerner vi consegnerà questa lettera, sarò morto”. Il motivo: “Muoio di una terribile inquietudine” e “Mi uccido perché non posso più vivere”. Non peer un dispiacere, d’amore, di soldi, ma per il mal di vivere. Vivrà invece altri 22 anni, male e bene. Narcisse Ancelle era un notaio.
Jeanne Lerner è Jeanne Duval, ballerina e attrice di origine haitiana, busto imponente e scuri boccoli neri nel ritratto di Manet, nonché in alcuni ritratti a penna dello stesso  Baudelaire (e di almeno un foto ritratto sontuoso di Nadar, che ne fu l’amante prima di Baudelaire), soggetto e dedicataria di molte “Fleurs du mal” - in alternanza con madame Sabatier, cortigiana d’alto bordo, “la Présidente” dell’omonimo porno-racconto di Gautier - destinataria di lettere appassionate e compagna a fasi alterne del poeta per altri vent’anni.
La lettera suicidaria è stata battuta all’asta otto anni fa per un prezzo recorddi 225 mila euro, partendo da una base d’asta  a di 30 mila euro – record per una lettera autografa (cinque volte il record precedente per una lettera di Baudelaire)..

Tascabili – Hanno perso la connotazione di libri economici – riedizioni a costi più bassi –  argomenta Giuliano Vigini. Cioè no: hanno perso la connotazione di riedizioni, ora sono la categoria principe, quella con più titoli. Vigini calcola che nei primi sette mesi del 2017 sono stati 8.011 (in aumento sul 2016, quando furono 7.732) i libri nella fascia di prezzo 8-12 euro, e 12.543 (sempre in aumento, nel 2916 erano 11.683) quelli tra i 12 e i 15 euro. Che però sono esattamente il doppio, quanto a prezzo, dei “tascabili” in Francia e negli Usa. Un divario non giustificabile dai costi, neppure dai costi unitari, per copia venduta.

Tv – È femminile? Parlando con Rachele Ferrario della mostra retrospettiva che il Mmoma, Moscow Museum of Modern Arts, le dedica, Giosetta Fioroni ha un “fascino femminile ancestrale della televisione”. Forse è un refuso, ma suggestivo.

Ungaretti – A ottanta anni spasimava per una ventenne brasiliana – una ventiseienne. In tre anni, dal 1966 al 1969, le ha scritto almeno 400 lettere che ora si pubblicano. Presentando la pubblicazione sul “Venerdì di Repubblica”, Marco Cicala insiste sul divario di anni. Ungaretti in effetti ne aveva 78 quando cominciò a scrivere le tempestose lettere a Bruna Bianco. Ma quello che non si dice era che stava praticamente piegato in due. Guardava sempre con quegli occhi vivacissimi, fulminanti, dentro una maschera di viso che era – o lui atteggiava – grifagna, satirica. Ma era piegato dalla cervicale. E forse sordo: parlava urlando – aveva voce sonora malgrado gli anni, ma serpe un tono più del necessario. Era un vecchio-vecchio non uno che aveva ottant’anni.

letterautore@antiit.eu

Il giallo horror, al femminile

Un horror quotidiano, alla Patricia Highsmith. Raccontato dal di dentro, senza distanziamento, dai e tra i personaggi, menre si sviliuppa. Senza inutili sovrapposizioni di detective, o fantasiosi esploratori. Dopo il rapimento e l’assassinio brutale di una bambina, che toglie il respire alla prima pagina..
Un horror infine al femminile – che anc’pesso contribuisce all’ordinarietà del tragico: ce ne sono tanti di fatto. Vittima una bambina, come è la voga da un quarto di secolo, ma qui non senza motivo.
È il romanzo d’esordio della studiosa di letteratura americana - tradotto subito, nello stesso 1991, nei Gialli Mondadori. Scritto digetto dopo un’illuminazione nel bosco – “mentre portavo a spasso i mieri cani in un’area boscosa”. Nella tradizione americana dello scrittore per caso. Lunghetto, anche perché si individua presto il colpevole. Ma tutto nervosa, concentrato sui personaggi e i fatti, non vi si fa colore, digressioni,vicende di decantamento parallele. Di linguaggio essenziale (necessario), alla Margaret Millar più che alla Higgins Clark alla quale si apparenta – non per i dialoghi, non altrettanto avvincenti (necessari, teatrali), ma la storia crudele, crudelissima, supplisce. La suspense va dritta al fatto.
Carlene Thompson, Nero come il ricordo, Marcos y Marcos, pp.335 €13,50

venerdì 8 settembre 2017

La Corea non è affare americano

Ci sono due Coree, e gli Stati Uniti sono in Corea solo dal 1950, al culmine della guerra fredda, con una guerra guerreggiata di quattro anni, ma in un confronto chiuso ormai da quasi un treneennio. È su questi dati base che si gioca la crisi con la Corea del Nord. Di cui sfugge la ratio: i governi europei si dicono pronti a soste nere gl Usa contro il dittatore nordcoreano, main realtà non sanno perché.
La Corea è stata divisa al tempo della guerra fredda, nella strategia americama e Nato di contenimento della spinta comunista. La divisione ora è un residuo senza logica, come se in Germania cene fossero ancora due. Gli Stati Unt non hano un interesse preminente in Corea, non politico né militare, non più. Né incidono le minacce di Kim Jong-un, che può anche avere un missile intercontinentale e sicuramente ha la Bomba, ma non può usarli, non contro gli Usa né contro nessuno, sarebbe annientato l’istante dopo.
Gli Usa però - non solo Trump, anche Obama - si sono fatti un dovere di contrastate la Corea del Nord. Che però non è in nessun modo una minaccia reale agli Stati Uniti. Per lo squilibrio militare e anche per la geopolitica: la Corea è un problema per la Cina e per il Giappone. Lo è stato, potrebbe esserlo – il Giappone teme la Corea più che la Cina, la Cina teme il Giappone e la Corea.

Riciclaggio in grande stile allo stadio

Dalle fake news alla fake economy? Quella del calcio ne ha tutta l’aria. Dominata dagli sceicchi, con la coda di qualche boiardo russo ancora in libertà: tutta gente che patrimonializza, spende cioè soldi non suoi ma degli Stati, si direbbe altrove, o della comunità. Spende senza riserve, né di bilancio né mentali. Senza progetto,. E senza risultati, né di punti né di spettacolo.
Una semplice ricognizione da cjurilosi dice che le squadre passate agli sceicchi, così come il Chelsea di Abramovic e altrettali, non vincono niente, o quasi niente. Vincono le squadre spagnole, il Bayern, perfino la Juventus, club tutti rigorosamente autoctoni, con qualche regola di bilancio. I patrimonialisti – un tempo si aarebberlo detti i pescicani – non costruiscono niente. Spendono centinaia di milioni e anche miliardi, ma non cerano spetacolo, belle sqaudre, grandi atleti. Come per una gigantesca operazione di riciclaggio.
Sono i soldi che fanno male al calcio? No, da Jeppson in poi il calcio ha sempre “fatto follie” – poche. Sono i soldi non guadagnati, evidentemente.
L’ipotesi del riciclaggio non è da scartare.

I cuoricini raccontano

Il segno è rimasto uguale, semplice – “infantile”. E anche il sorriso. Di quando era il ragazzo dell’Ufficio grafico originario di “la Repubblica” – forse il nucleo storico più denso del quotidiano di Scalfari, che però non si celebra: cosituito da Franco Bevilacqua, con Giorgio Forattini principe effervescente, e Massimo Bucchi satiro solitario – satiro da satirico. Da alcuni anni inventa ogni settimana un cuoricino nuovo per la posta del cuore del “Venerdì di Repubblica”, e in  questa mostra ne riunisce una lunga serie.
Una serie stimolata da Queneau, dai suoi “Esercizi di Stile” – raccontare in 99 modi diversi un viaggio in autobus a Parigi. Mojmir è un finto ingenuo, ma non per finta: e questo – volendo insistere col riferimento a Queneau – fa la differenza: sono cuori, I suoi, cuoricini, effettivamente narrativi e non esercizi di bravura.
I cuori Ježek espone qui affiancati – l’amiìbizione di “fare l’artista” non lo ha abbadonato – con alcuni Artworks. Di materiali poco mobile, cartone, gommapiuma, acrilico, ma tutti argutamente correlati alle parti che la figurazione del cuore vuole, inguini, natiche. 
Mojmir Ježek, Batticuori, Palazzo delle Esposizioni, Roma

giovedì 7 settembre 2017

Secondi pensieri - 318

zeulig

Aggiornamento – Fu a lungo il nome della “modernizzazione” della chiesa, compito oggi precipuo del papa, regnante. Che però Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, poteva così raccontare degli anni di Paolo VI:
“Anche il papa è bello e malinconico, nel viso adolescente con le occhiaie, e solo. Abolisce il latino in ossequio al Concilio, dice, ma nessun Concilio l’ha detto. Si voleva anzi farne la lingua dell’Europa unita, prima che lui lo escludesse dalle chiese, e quindi dalle scuole. Per quella fede che vuole senza radici, e senza padre, che gli africani ha buttato nell’angoscia, e gli asiatici, senza più una lingua. Cristina (Cristina Campo, n.d.r.) difende la grazia e il sacro, e il papa lo sa. Chi è allora chi? C’è confusione pure riguardo al popolo e al progresso. Da tempo la chiesa rimuove l’unità di natura e salvezza, entrambe creazione per i padri, come già per sant’Agostino e fino a Ugo di san Vittore, ma la disincarnazione è ora settaria, paranoia che dissecca l’anima, se la concupiscenza è peccato. Il papa avrà ultimato la sua “servitù della verità”, avendo, come voleva, “spinto il dubbio alle estreme conseguenze”. Ma sbaglia, ragazzo eterno, le uscite: il dubbio non conduce alla verità e alla fede. Il papa sarà l’Anticristo, l’arconte di Giovanni, ma un demonio in agguato sarebbe perplesso, per quanto beffardo.
“I cattolici furono critici costanti della borghesia. Ma il papa ora s’arrende, modernista ritardato. Per gretto economicismo scioglie i riti e ogni incanto, e sta a sindacare se i santi sono esistiti e che miracoli hanno realmente fatto. Punta sul pauperismo e la democrazia all’età del sacro, quando monta la domanda di miti e speranza. Sono i miracoli reali? Il papa non sa quello che sa Eco, se miracolo è recuperare il falcetto caduto nel pozzo: che il santo può non essere esistito, oppure è esistito ma era uno che se la godeva, mentre il falcetto miracolato sicuramente sì, ci fu un tempo, lungo, in Europa in cui il ferro lavorato era raro e caro – bisogna voler bene ai goti e ai loro compari, ma per cinque-seicento anni fecero dell’erba sterpi. C’è il femminismo e il papa occulta la Madonna. Non ne discute la grazia infusa perché non crede alla verginità, solo è dolente sotto il peccato. E il conformismo scambia per democrazia pure nell’abito: i preti vogliono la zampa d’elefante e il doloroso unisex, l’eternità riducendo all’attualità. Solo i dogmi tengono inalterati, come pietre morte”.
Papa Bergoglio è tornato alla critica della borghesia. Ma da alto borghese – dialoga con Scalfari e ogni establishment? Anch’egli l’eternità riduce all’attualità, solo i dogmi lasciando inalterati, come pietre morte.

Giallo – È al gusto della morte, si è sempre detto, poiché di necessità parte da una morte, almeno una – o ha le morti in mezzo, l’inspiegabile da spiegare. Essendo l’unica cosa certa, la morte ha a lungo eccitato la paura, in quan-to manifestazione del sacro – del mistero cioè, dell’incerto. È la certezza incomprensibile: l’ultima manifestazione ne è Kafka. Ma in epoca razionale una cosa certa è, semplicemente. Non crea sorpresa né paura. Si teme la sofferenza, che viene dalla malattia o dalla violenza – da quella familiare o da quella del crimine. In quanto turbamento dell’ordine. Ma il giallo, e il noir, sono esercitazioni sulla violenza, e quindi sul dolore, e non sulla morte. Il morto, la morte, sono inespressivi. Si veda Kierkegaard: “Il quadrato è la parodia del circolo: la vita e il pensiero sono un circolo, mentre la pietrificazione della vita prende la forma della cristallizzazione. L’angolare è la tendenza a restare statici: a morire”.

Misericordia – È nozione ambigua, benché papale, ex cathedra, e giubilare. Evoca le contemporanee morti misericordiose in Svizzera e nei paesi scandivi, che nulla hanno di misericordioso, se non il business ben fatto (performing) – e naturalmente quelle di massa di Hitler col programma T 4. Ma anche fuori anomalia – per quanto si voglia “progressista”, futuribile, benevola, la morte misericordiosa lo è - non è la carità altezzosa, di chi ha e può, piuttosto che di chi vuole?

Heidegger – Si può dire in breve. Il problema è l’essere dell’Essere. Il nodo è la maniera giusta di porre le domande, Socrate. Non certo arrivare, dice Heidegger, il Filosofo Secondo, conta il viaggio, conta partire. Questa filosofia è pure di Jerry Rubin, e lo è stata di Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Morrison, la vita per la morte. Weg è il titolo preferito del Filosofo Secondo, in poesia e in prosa. Aggiogato all’aristotelico “essenziale dell’essenza”, sovrastato dalla formula pietista Denken ist Danken, grazie di poter pensare. La logica da Aristotele a Kant ripete e classifica la finitezza. Come Teeteto dice in Platone, “ogni cosa bella mostra il mistero del limite”, l’infinito è una forma dell’imperfezione, eccetera, il bello è una forma del brutto, il brutto del bello, anche san Bernardino da Siena è della stessa opinione. Solo Spinoza, col sublime, vieta di dare un nome all’essenza della vita, le forme finite o attributi non si addicono a Dio, la cui essenza è di essere non limitabile. Ma poi Spinoza, autore del Dio impersonale fuori dello spazio e del tempo, fece la matematica della natura, mentre Platone volava nell’iperuranio. La filosofia ha quindi frantumato la logica e l’universo, in favore dell’assolutezza della numerologia - una dissoluzione che fu opera di logici, ancorché ebraici. Per concludere con un esercizio ad alta quota: “L’uomo non è se stesso in quanto è un io, ma può essere un io in quanto è se stesso”. Il se stesso è insomma più dell’io. Ma anche l’io: “Io, in quanto io, non ricado sotto la specie dell’io, bensì anche sotto quelle del tu, del noi e del voi”. Basta intendersi, la logica è risolutiva.
E tuttavia, scolastico e pietista, il Filosofo Secondo è anch’egli cabalista, volendo fare l’ontologia del nulla.

Morte – Se è una perdita non si condivide, neanche coi familiari o gli amici, con tutta la buona volontà: la perdita è personale, per il morto e per se stessi

“Odio la duplicità come odio la morte”, pare che san Franecsco di Sales dicesse ai calvinisti per convertili. Cioè senza effetto?

Simone Weil trovava in fabbrica, nel lavoro, la “morte quotidiana”. Nel lavoro fisico, lei essendo una intellettuale che sperimentava la fabbrica, il lavoro alla catena, coi temp e metodi e le quantità di prodotto per unità di orario. Ma anche nell’insegnamento, che con fatica praticava: “Il lavoro fa violenza alla natura umana. La morte e il lavoro sono cose di necessità e non di scelta”. Non sa cos’è l’ozio forzato. Il lavoro, anche manuale, estende e distende il pensiero, lo riposa, lo mette in moto
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Nichilismo – È categoria reazionaria. In reazione a Hegel non solo: è l’abominio dell’esistente, non innova, non libera, e non esplora. “Esser-là” nell’esistenza, lo diceva Jean Paul per scherzo. Il nichilismo d’autore suona falso. Per l’argomento da che pulpito la predica, non del tutto volgare. Tale è la cura che la scrittura richiede, per creare, diffondere, spiegare: non è roba da stanchi, o angosciati. Un professore universitario, quali sono i filosofi oggi, ha poi impegni pratici doppi, con le fotocopiatrici e le sessioni d’esame.

Platone – I suoi dialoghi sono rappresentazioni, più che ragionamento. Il cui filo filosofico è arduo da dipanare. Aperti a varie interpretazioni. Romanzi si potrebbero dire, joyciani, aperti.

Realtà – C’è una realtà che è per natura una anti-realtà, invasiva e insieme mobile, inafferrabile, o indefinibile: quella sociale. (nazionale, etnica per estensione - o per delimitazione). Di cui la riflessione si fa specchio soprattutto negli Usa. Nella riflessione propriamente detta, di Thoreau e William James, e più nell’estetica: nella scrittura, da Poe e Melville a Philip Roth, al cinema, in teatro. Lo scrittore Philip Roth, “Writing in America today”, 1960, lo spiega con un aneddoto. Di una vicenda vera, di morte e fantasia, talmente complicata e assurda, che uno scrittore non potrebbe eguagliarla, se non a prezzo dell’inveroisimiglianza. “Qual è la morale dalla storia?, si chiedeva lo scrittore, e si rispondeva: che lo scrittore è disarmato, la realtà è sempre più complessa, soverchia ogni immaginazione. Che è il mito dell’America extralarge, o più grande di quanto si possa immaginare, e non più il classico uomo-misura-di-tutte-le-cose. Ma è pur sempre una dichiarazione di inabilità. Nel mondo – economico, sociale, politico – che si vuole il più indagato e quantificato possibile, perfino determinato (o in ottica determinazionistica), quali sono gli Usa.

Socrate – Poggi sarebbe in tv e terrebbe un talk-show, immagina sulla “Lettura” lo scrittore spagnolo Marcos Chicot. O non sarebbe l’opposto? Socrate è la vita o il pensiero in cammino, la dialettica: l’opposto della saccenteria. Quello dello scrittore spagnolo sarebbe il Socrate di molto Platone, che invece amava molto i talk-show, nei quali ognuno parla per sé, irrelato ai discussant  – i suoi dialoghi hanno l’andamento narrativo dei talk-.show, o del fichismo, dell’oneupmanship (“tie’!”)

Tempo - . Dice Schopenhauer che “il tempo è percepito solo in quanto è riempito”. Ma non di più quando è vuoto? Per forza (malattia, disoccupazione, disgrazia) o per scelta\condizione (handicap fisico, agiatezza, condizione familiare).

zeulig@antiit.eu

Sant'Alvaro della Montagna

Ricordi familiari, della vecchia madre soprattutto negli anni 1960 - alla quale era stata taciuta la morte del figlio scrittore, il primogenito - e del fratello minore, il sacerdote Massimo, morto quasi centenario nel 2011. Arricchiti dalla corrispondenza dei familiari stessi, rada, con lo scrittore. E da alcune testimonianze, di scrittori, calabresi, Delfino, Zappone, Gambino, Prestifilippo, e non, Bernardo Valli, Walter Mauro. Con molte foto d’epoca , nonché della casa paterna, rinnovata quale sede della.Fondazione Alvaro, che ha progettato il volume.
Un libro dela memoria: “La casa, la famiglia, i ricordi, il paese di Corrado Alvaro”. Centrato su San Luca, che a fasi alterne si aggrappa al suo scrittore per farsi un’identità accettabile - una sorta di santo della Montagna, un analogo della celebrata Madonna della Montagna, o di Polsi, di cui San Luca si è  presa, incongrua,  la custodia. “San Luca ha scoperto Corrado Alvaro” è un incipit di Delfino. Una buona metà del volume è presa dalla visita lampo che il presidente della Repubblica Saragat ha voluto fare alla casa di Alvaro nel 1966. 
Molto, e con tratti interessanti (specie negli interventi dei religiosi, l’ex vescovo di Locri Bregantini, il compianto marianista Stefano De Fiores, e il parroco di San Luca, Giuseppe Strangio), è sul rapporto con la madre. Alvaro non ebbe un buon rapporto col suo paese. Ci tornava di rado, l’ultima volta nel 1941, per la morte del padre. Di cui solo ricorderà, in “Quasi una vita”: “Per la morte di mio pdre ci fu una tregua alle invidie del paese”. Arrivò a San Luca con il corteo funbere già avviato – non lo aspettavano (la nipote Elena Saccà ricorda l’imbarazzante episodio).
Antonio Strangio, che lavora (lavorava?) a una biografia di Corrado Alvaro, ha riordinato i materiali. Corredandoli di una distesa conversazione, su alcuni punti problematici (il paese, il, fascimo, la laicità), col fratello sacerdote a Caraffa del Bianco.    
Antonio Strangio (a cura di), La casa della memoria, Rubbettino, pp. 206 € 12

mercoledì 6 settembre 2017

Ombre - 381

“Altro che 600 €! In pensione a 70 anni, un secolo di vita media attesa. Disoccupazione giovanile altissima. Ecco cosa si può fare subito per dare un futuro previdenziale ai vostri ragazzi”, intima “Milano Finanza”. Ma saremo ancora tutti vivi – il troppo non stroppia?

Una cosa è certa negli stupri di Rimini. Che il ventenne congolese Guerln Butungu, sia egli o no il capobanda e lo stupratore, ha avuto un permesso di soggiorno umanitario senza un motivo plausibile (un’indagine ad hoc), e che aveva grosse disponibilità benché non lavorasse. Cioè che c’è un’organizzazione dei clandestini?

“Una nuova ondata di pentiti s’abbatte sul traffico di droga”, “Gazzetta del Sud”.

Giancarlo Cobelli, “Diritti Civili”, e l’assessore all’immigrazione della Regione Calabria, Giovanni Mannoccio, hanno messo dubito a disposizione un immobile a Catanzaro in grado di ospitare una sessantina di rifugiati, subito dopo lo sgombero dell’immobile romano di piazza Indipendenza. Un rifugio, in pratica, per tutti gli sgomberati. Che però preferiscono restare accampati davanti all’Altare della patria in piazza Venezia. Non è una questione di bisogno.

Per sei mesi quando aveva 42 anni papa Bergoglio andava ogni settimana da una psicoanalista ebrea. Fanno di tutto in Vaticano per allinearsi sul film di Moretti, “Habemus Papam”, o dell’inadeguatezza.

“È qui che comincia l’Oriente”, Sabino Cassese decreta di Roma dalla prima pagina del “Corriere della sera”. È mai stato Cassese in Oriente? Magari in Libia, qui vicino.

Questo Cassese non è uno qualsiasi: è, è stato, giudice costituzionale. Non è nemmeno anticlericale – Scalfaro non l’avrebbe fatto giudice costituzionale –mentre l’ambasciatore francese a Roma nel 1860, dietro il quale si cautela, lo era. Ma, dunque, la cosa è vera perché l’ha detta Gramont nel 1860. Nel  1860. E in quale contesto? E chi era Gramont? Quanta ignoranza.

Il direttore del “Corriere della sera” ha letto il pungente commento di Cassese, pungentissimo? Sull’autorità di Gramont, l’eccelso giurista vuole aprire una nuova “questione romana”.
Milano, si sa, è anti-Roma. Ma dove li prende?

Sostiene Gabrielli, il capo della Polizia: “L’adesione ala propaganda jihadista, molte volte, è un effetto di una mancata integrazione sociale; l’aspetto religioso diventa quasi un corollario di situazioni di marginalità e disagio”. Cioè tutto l’opposto del terrorismo a Londra, a Parigi, a Barcellona, anche in Germania. Ma dove li prendono, anche alla Polizia?

Alla festa dell’Unità va Casini e non va Bersani, né Errani. Alla festa dell’Unità di Bologna. Che festa è, che che “Unità”?

La festa del’Unità è in realtà la festa del Pd. Che ha chiuso o sta chiudendo “l’Unità”, il giornale. Fanno la festa per sfottere?

Alfano si è accordato con Renzi e Orlando, sinistra e estrema sinistra, per il voto in Sicilia. Ma molti dei suoi lascia liberi di candidarsi con la destra.  È sempre la politica andreottiana dei due forni, no, anzi, di molteplici forni: basta vincere, anche senza voti. La politica del paguro. Indefettibilmente democristiana, collosa.

La scelta di Alfano e Renzi è perdente, all’evidenza – la volpe Orlando ha teso la trappola per abbatterli. Ma allo stesso tempo, noi non sappiamo ancora come, vincente: questi non giocano a perdere il posto.

Par condicio non è dunque canone latino, come si vuole, ma bizantinismo medievale. Non per caso di deve a Scalfaro, il presidente più infausto della Repubblica. Per imporre ai tg Rai, cioè a noi, quindici minuti ogni sera di fregnacce politiche, sia pure crollato il resto del mondo.
Con visibile compiacimento Rai, che non aveva bisogno di Scalfaro per adeguarsi servile. Ai politici in quanto potenti – in Rai lo sono tutti, pro quota.


Le squadre britaniche e ora il Paris Saint-Germain, di proprietà degli sceicchi arabi, con qualche profittatore di regime russo, spendono enormità per i calciatori ma non vincono niente. Neanche una finale. Neanche una semifinale - o allora finisce con la remuntada del Psg a opera del Barcellona. Questo mondo degli sceicchi non sarà un’apparenza?

Non ci può essere una pena come la morte, semplice

Nel titolo originale “a morte” non c’è, ma il racconto è un’arringa contro la pena di morte. Surrettizia, eppure chiarissima – la letteratura non ha bisogno di esibire buoni propositi.
“Di che si trattava dunque”, si chiederà Hugo nella prefazione di tre anni successvva alla prima pubblicazione, “di abolire la pena di morte?” E si risponde: “Sì e no”. Non che il sì sia condizonato, al contrario: Hugo non vuole che la pena di morte sia abolita, come la Camera intendeva fare, su base sociale, per i borghesi senza precedenti penali, ma per tutti. Il richiamo è immediato e ripetuto, nella stessa prefazione, a Cesare Bonesana (il marchese Beccaria).
Su base documentaria, gli ultimi giorni di vita sono quelli di un gruppo di deportsti ai lavori forzati. Che Hugo si è recato a vedere di persona, nel carcere di Bicêtre, al momento in cui venivano ferrati per essere trasferiti a Tolone - e da lì oltremare, in Nuova Caledonia o alla Cajenna, in Guiana. La morte – la condanna, l’attesa, lo spettacolo (si pagava per assistere da vicino) – sono racconto, allora, del quotidiano.
“Piccolo gigantesco libro” lo dice Donata Feroldi, che lo ha curato per Feltrinelli, In che cosa il racconto è speciale? Che si fa leggere benché non sia caratterizzato. Nom sappiamo di cosa è colpevole il condannato, chi lo ha condannato e come, se è colpevole o forse innocente: il condannato è preso per quello che è, un essere in atteaa di espiazione. È un saggio, nemmeno tanto originale, che tuttavia riesce a catturare l’attenzione fino alla fine.
Speciale è anche la peroraziomne di un uomo allora “di regime”, ancorché giovane e poeta. Tanto più per essere giovane e illustre. Quando fa la sua indagine a Bicêtre Hugo ha 26 anni, ed è il fiore all’occhiello della Restaurazione: premiato dall’Accademia, cavaliere della Legione d’Onore, ha un assegno da Luigi XVIII, è autore acclamato del “Cromwell”, tragedia in cinque atti, in versi, con un prologo che è il manifesto subito riconosciuto del romanticism, e sta scrivendo “Hernani”, altra tragedia, in cinque atti in versi. Amico di Sainte-Beuve, leader intellettuale a Parigi.
Nel 1829 Hugo pubblica il raconto anonimo. Dopo il cambiamento di regime nel 1830 lo riedita – uscirà nel 1832 – con una prefazione lunmga e articolata: un saggio contro la pena di morte, con argomenti da uomo della strada piuttosto che giuridici, di comune umanità.  
Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato a morte, Edizioni Clandestine, p. 94 € 6,50
UE Feltrinelli, pp. 176 € 8 

martedì 5 settembre 2017

Il mondo com'è (315)

astolfo

Anzianità – L’aspettativa di vita va con la dieta, come si sa. Ma perché non anche con la propensione al risparmio? Della dieta si sa, quella a base di pesce e di ortofrutta, le cosiddette dieta giapponese e quella mediterranea, facilitano la lunga vita: Giappone e Italia sono i due paesi nei quali la popolazione degli ultrasessantacinquenni è la più elevata, ed è in crescita. Era del 22,9 e del 20,4 rispettivamente nel 2010, è cresciuta del 20 per cento in sei anni: era a fine 2016 rispettivamente del 26,9 e del 22,7 per cento, le percentuali più alte al mondo.
Giappone e Italia sono i due paesi nei quali è più elevata la propensione al risparmio – la cura-provvigione per la vecchiaia.

Caprera – La storia di Garibaldi a Caprera non fu una favola. La sintetizza, con qualche imprecisione, Dumas nei “Garibaldini”: “Proscritto e quasi prigioniero (dei piemontesi, autunno 1849, n,d.r.) alla Maddalena, Garibaldi vedeva stendersi davanti ai suoi occhi l’isola incolta e rocciosa di Caprera”. Non era un bello spettacolo: “L’uomo che aveva speso vent’anni di vita a combattere per la libertà di due mondi, la cui esistenza era tutta una lunga dedizione, un sacrificio senza fine, sorrideva tristemente al pensiero di non possedere una pietra dove poggiare il capo”. E fa, “tra sé e sé”, la sua determinazione: “Felice colui che possederà quell’isola, che potrà abitarla da solo, lontano da quegli uomini che sanno solo proscrivere e perseguitare!”.Una scelta quindi proprietaria, ma al limite della misantropia. “Dieci anni dopo Garibaldi, cui non passava nemmeno per il capo il pensiero di poter essere quell’uomo felice, ereditava quarantamila franchi da suo fratello. Con tredicimila franchi acquistò l’isola; con altri quindicimila comprò un piccolo battello e col rimanente, aiutato da suo figlio e dal suo amico Origoni, iniziò la costruzione della casa bianca che si vede dal mare, la sola in tutta l’isola”.
Cinque anni dopo, in realtà, e non dieci. Passati esule in Tunisia, che gli rifiutò il permesso, New York, il Perù, i Caraibi, e l’Estremo Oriente, in navigazione. Dumas annota a questo punto che l’uomo che aveva donato province e paesi a condottieri repubblicani e anche a un re, non aveva voluto in cambio da loro mai niente, “nemmeno sei piedi di terra per il sonno eterno”.
A Caprera, peraltro, Garibaldi manda i primi prigionieri che fa a Napoli.

Duodecimale – È, era, la persistenza più durevole di Roma nel mondo contemporaneo: il sistema britannico di pesi e misure, comprese le monetarie, in uso fino all’“ingresso nell’Europa”, era romano in tutto per tutto. Comprese le denominazioni, oncia, libbra, piede, oltre al sistema duodecimale. Come quello più e meglio divisibile, per quattro fattori, 2,3,4, 6 . mentre i decimale ha solo due fattori non “triviali”, 2 e 5. La patria del Brexit era la sola continuatrice di Roma in uno snodo cruciale del modo di essere e della vita pubblica.

Picciotti – Ricorrono nella storia dei Mille in Sicilia come “ragazzi” in siciliano, ma sono la truppa di contadini col fucile che costituì il grosso della spedizione di Garibaldi. I primi accorsi a unirsi ai Mille, a Calatafimi, erano centocinquanta. A Misilmeri, alla vigilia dell’attacco a Palermo, il Comitato della libertà siciliana di Palermo e Giuseppe La Masa di Trabia si predentao a Garibaldi con “due o tremila picciotti” (A.Dumas, “ I garibaldini”). Accampati a Gibilrossa, alle porte della città. Garibaldi li passa in rassegna. I garibaldini erano in tutto settecentocinquanta.
L’attacco a Palermo è condotto da settecentocinquanta “Cacciatori delle Alpi”, e da due-tremila picciotti. Poi, dopo la presa di Palermo,  arriverà Medici dal continente con duemilacinquecento volontari.
Erano i picciotti una massa difficile da inquadrare e addestrare. Dumas lo ripete: indisciplinati, chiacchieroni (“I siciliani sono, dopo o forse più dei napoletani,  il popolo più rumoroso della terra. Tale loquacità fa la disperazione di un bravo colonnello inglese che s è arruolato con Garibaldi” e ha l’incarico di addestrarli). Ma ne menziona sempre il ruolo nei fatti d’arme, benché sempre in gloria dei Mille.
Lo stesso in Calabria, quando si pensava che Garibaldi avrebbe attraversato lo Stretto di Messina rapidamente, dopo lo sbarco in avanscoperta, tra Scilla e Villa San Giovanni, del colonnello delle guide Missoni con 53 uomini. Da Palmi il generale borbonico Melendez segnalò a Napoli il fenomeno dei volontari, “oggi duecento, domani duemila” - con questo particolare: “La notte scorsa hanno mangiato 43 montoni”.

Ma la divisione intervenne da subito, fra i “piemontesi” e gli altri. Nelle parole di Dumas: “Di Misilmeri occorre ricordare che fu il primo paese della Sicilia a sollevarsi dopo il 4 aprile”. Il 4 aprile è l’insurrezione della Gancia a Palermo, che spinse Garibaldi ad avviare la spedizione dei Mille. Misilmeri è alle porte d Palermo. “Gli insorti erano quasi duemila. Il giorno 16 si presentò al loro campo Rosolino Pilo, la staffetta di Garibaldi.; egli ridette animo a tutti annunciando l’imminente sbarco del generale. Aveva con sé dell’oro inglese. Sopraggiunse, in quella, La Masa con soli tre o quattrocento uomini. Egli riunì il comitato che decise di fare di Misilmeri il quartier generale della rivolta… Questa iniziativa di un uomo che era superiore agli altri  gli valse la nomina di comandante della guerriglia. Fu con questo titolo che egli raggiunse Garibaldi a Salemi, credo, portandogli sei o settecento uomini; i picciotti presero parte alla battaglia di Calatafimi… Varie sono le opinioni su La Masa: alcuni pensano che egli abbia dato un grande contributo, altri affermano che non ha fatto nulla. È inutile dire che esagerano gli uni e gli altri”.
Dumas, ch pure narra molto di Palermo, non vi incontra La Masa. Questi si recherà a trovarlo qualche tempo dopo, a Villafrati, il 24 giugno, ospiti entrambi del conte Tasca: “Era proprio come l’avevo immaginato: un guascone nel senso buono della parola”. E continua: “Nel sangue siciliano c’è rimasto più dell’arabo che del normanno” - anche se La Masa è un normanno: “È biondo, ha gli occhi azzurri, buona statura”-

Virtuale – Domina il mercato. Il mercato dei capitali. Al punto da renderlo asftitico, come è di tutti i monopoli. L’analisi dei monopoli è in disuso da alcuni decenni. Ma alcune conclusioni dell’analisi dei monopoli della produzione e dell’offerta trovano riscontro in recebnti saggi sui grandi soggetti dell’economia virtuale, le cui capitalizzazioni sono dominanti in tutte le Borse: Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Alphabet’s Google dominano i settori in cui operano in termini di ricavi, utili e capitalizzazione.
La più recente ne collega la posizione dominante alla deflazione persistente: se i prezzi non partono, la colpa è dei giganti del web, che dominano gli investimenti in capitali. Monopolizzando gli investimenti del risparmio e restituendo molto poco, il minimo indispensabile in termini di dividendi o buyback. Un classico del monopolio – o più esattamente dell’oligopolio. Il grosso, una gigantesca liquidità, viene immobilizzato in conto espansione o futuri investimenti in sviluppo – un altro classico della difesa monopolistica è l’investimento in sviluppo.
I giganti del web “risparmiano” anche in termini di reddito distribuito come salari. Hano paghe basse, tenute ai limiti dalla sostituibilità dei lavoratori, a loro modo virtuali. Spesso a contratto di consulenza o collaborazione, terminabile senza preavviso. a termine. Né vale per         questi grandi gruppi la filosofia dei premi di produzione, il salario cioè legato al successo aziendale. Poiché molte attività sono da essi delegate all’esterno, in outsourcing. La pratica delle esternalizzazioni consente peraltro, a ogni rinnovo, una costante riduzione dei margini dei contractor e dei sub contractor.
Si spiega così la deflazione ancora in agguato,. La crescita abnorme del risparmio rispetto agli investimenti. E del divario tra i redditi, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri emarginati. Nonché la debolezza del reddito distribuito sotto forma di salari, nonostante la disoccupazione in forte calo: si moltiplicano i lavori a bassa o insufficiente retribuzione.


astolfo@antiit.eu

La Bellezza nel mondo

Uno dei progetti Glam (Galleries, Libraries, rchibves and Museums) di Wikipedia. Dedicatao alla fotografia,”Fotografa un monumento, aiuta Wikipeda e vinci”. In gergio Wlm, Wikipedia Loves Monjuments, un concorso internazionale, organizzato per sezioni nazionali (in ragione delle diverse legislazioni, e sulle foto e sui soggetti delle foto) , aperto a tutti, anche fotografi non professionisti, invitati a fotografare beni di rilevanza culturale. Il monumento in un’accezione ampia: manufatti, architetture, siti anturali, intervent sui siti naturali.
La rassegna di Reggio espone le foto vincitrici dei passati concorsi. Dei vari concorsi nazionali. Che si tengono annualmente, a partire dal primo, in Olanda nel 2011. Tutte improntate alla Bellezza, che è il canone dell’epoca. Ma di imponente significato simbolico: unisce ogni forma d’arte, anche naturale, e ogni popolo o continente, senza nessun senso delle diversità o differenze. In una location anche troppo suggestiva: una galleria all’interno di uno dei palazzo di governo in piazza Italia, che dal centro della città si allunga a vedere lo Stretto: mare, cielo, e la Sicilia sullo sfondo.
Il concorso fotografico più grande del mondo, anche se non si vince niente. Di foto liberamente pubblicate su Commons. Il concorso si svolge a settembre: le foto si caricano dall’1 al 30 settembre.  
La rassegna annuale carica ormai, solo in Italia, circa 20 mila forto l’anno. Un repertorio ineguagliabile. Di imteresse anche storico.

Wiki loves Monuments, Galleria della Prefettura, corso Garibaldi, Reggio Calabria

lunedì 4 settembre 2017

Lo squadrone dei buffi non onorati

Era chiaro a tutti, ma solo questo sito lo scriveva, che la formidabile canpagna acquisti del Milan, con ingaggi record, fuori mercato, era una scommessa, senza soldi:
Ora Panerai su “Milano Finanza” ne dà la prova col caso desolante di Kalinic, l’attaccante della sua Fiorentina: il Milan “non è stato in grado di garantire con fidejussione 6 milioni di 10 che erano il prezzo concordato per il prestito di Nikola Kalinic dalla Fiorentina.
“In realtà, il prezzo fissato era da subito di 25 milioni, ma quando è apparso chiaro che il Milan non li aveva, il venditore aveva appunto offerto la possibilità di dividerlo in due, con 10 milioni per il prestito e di fatto prima rata”. Ma il Milan non aveva i 10 milioni, e nemmeno un fidejussione su 10 milioni. “Poiché Kalinic voleva assolutamente andare al Milan….(e quindi la Fiorentina non voleva trattenere un giocatore scontento), è stato necessario abbassare il valore del prestito (nonché prima frata) a 4 milioni, senza fidejussione. Il Milan ha avuto disponibili i 4 milioni come pagamento dall’Uefa per il passaggio dai preliminari alla fase a gironi dell’Europa League”.
Kalinic naturalmente è un affare da poco. Ma dice già le difficoltà del club milanese. Il Milan chiude la campagna acquisti\cessioni con un investimento netto di 230 milioni. Che metterà tutti a debito quest’anno, 2017\2018, per avvantaggiarsi della dispensa Uefa dalle regole contabili per i club nuovi, il Milan avendo cambiato proprietà. Un bilancio appesantito anche da 70 milioni di maggiori oneri per gli ingaggi record di Bonucci & co. Se non vince niente chi coprirà i 300 milioni di buco a giugno, di una società che è già la più ndebitata della serie A?

A Sud del Sud . il Sud visto da sotto (337)

Giuseppe Leuzzi

Dopo tanto leghismo, o in armonia col nuovo corso del leader Salvini, Milano si ritriova anche meridionale. Si era dimenticata la storia dei Longobardi, “un popolo che seppe cucire le differenze”, e una mostra russa ora gliela ricorda. 

Ma il “popolo che seppe cucire le differenze” è formula di Amedeo Feniello, storico che suona partenopeo. Che del resto ci voleva già tutti mussulmani.

Salvini leader di Milano non è male.

Sudismi\sadismi
Il “Corriere della sera” sposta il suo Umkhonto we Size che ha fatto grande Mandela, la sua punta della Lancia, Gian Antonio Stella, dalla Calabria alla Sicilia. Per vituperare l’isola. Ma che scopre lo Specialissimo nell’isola? Il teatro dei pupi. Leggere per credere:
http://www.corriere.it/politica/17_settembre_01/da-orlando-grillo-giostra-siciliana-va-scena-teatro-pupi-1f9d6b00-8e92-11e7-ae8d-f3af6c904a41.shtml
“Da Orlando, a Grillo la giostra siciliana. Va in scena l’opera dei pupi”.
Milano non si stanca mai?

Socrate a Milano. È in Sicilia l’infermo di Platone nel “Fedone”: non ne dubita Mauro Binazzi su “La Lettura” del 20 agosto. Non solo, la Sicilia è tutto: “La Siciliia non è più soltanto la sede mitica degli Inferi: diventa l’allegoria e il simbolo del mondo intero”. Anzi, Platone era Pirandello: “D’improvviso, la Sicilia di Platone si popola di personaggi pirandelliani”. E come? Personaggi “chiusi nelle loro stanze (in Pirandelo è «tutto un seguito di stanze», ha osservato Giovanni Macchia), come gli altri erano prigionieri nella caverna” – quelli di Platone.
Di più: Mattia Pascal è Socrate, o il filosofo nella caverna. Entrambi sono infatti “posseduti da una febbre dialettica, sempre pronti a discutere, arrovellandosi come avvocati, cerebrali e raziocinanti”. “Come avvocati” è una caduta di stile, ma la scoperta è di rilievo. Ora, Bonazzi non è nemmeno siciliano, è milanese, dice il suo profilo alla Statale, dove insegna la Filosofia. E dunque, è vero che c’è un morbo Sicilia, che la “linea della palma” sale ogni anno di qualche chilometro? Ma che abbia conquistato anche Milano?

Calabria nonchalante
“Povera, bella, nonchalante” dice la Calabria “M”, il mensile di “Le Monde”, a fine agosto: noncurante, indifferente. Un’aggettivazione sorprendentemente realistica, oltre che evocativa. Il corrispondete da Roma Jérôme Gautheret evoca “”il suo patrimonio archeologico inestimabile e misconosciuto, la sua cucina succulenta e le sue spiagge paradisiache, il tutto a prezzo modico”. Tutto vero, con l’aggettivazione indovinata – per prima la Calabria non conosce la sua storia. E il disinteresse, o l’incapacità, di mettere questi tesori a frutto. Con ordine, con giudizio.
Gautheret e “Le Monde” si occupano della Calabria peraltro marginalmente, per presentare la mostra fotografica che Simone Donati inaugura sulla Calabria “interiore” – dal titolo anch’esso indovinato e vero, “There’s Nothing Here”, qui non c’è niente. Una tappa del viaggio ormai decennale intrapreso dal fotografo fiorentino per “documentare i luoghi di aggregazione delle persone, ritraendo i crismi e le liturgie della massa”. Qui fatti dire (rappresenare), spiega Gautheret,  dai candidati all’emigrazione, “per studiare, trovar e un lavoro,o semplicemente sottrarsi alla fatalità”.
Nulla di nuovo, cioè la Calabria d’uso. Di non luoghi che Donati illustra con un palo della luce, su una catasta di tronchi al bordo della strada in attesa di trasporto, e una macchina semiarrugginita che sembra un’Alfasud – senza targa: sarà stata abbandonata in mancanza di uno sfasciacarrozze? Che intitola “No man’s Land alla periferia di San Nicola”. Che se è San Nicola Arcella è un posto in realtà di paradiso.
Gautheret ne sa però di più. Come del resto tutti. “Scorrendo paesaggi e ritratti, si è colpiti da un’assenza: quella dello Stato italiano, che sembra avere, stanco di guerra, deciso di abbandonare la Calabria a se stessa”. Con un’ “altra entità” di cui “si fatica a discernere le tracce: la sua (dello Stato, n.d.r.) rivale locale: la ‘Ndrangheta”. Ma della ‘ndrangheta, osserva ancora il giornalista, ce l’aspetteremmo: “Di essa la sua più grande forza non è d’aver saputo restare discreta?”
Con un’approssimazione nello snodo centrale: “Il prodotto interno lordo per abitante, meno di 16 mila euro, rappresenta appena la metà della media nazionale”, nota il corrispondente di “Le Monde”. Ma non compra molto di più – anche della media nazionale? Un impiegato comunale in Calabria è ricco, mentre a Milano combatte l’ulcera per pagare il mutuo.
Ma a ben riguardare anche l’annotazione tra Stato e ‘ndrangheta è approssimata. La malavita non è discreta in Calabria, minaccia e aggredisce ogni giorno a tutti i livelli. È lo Stato italiano che le consente l’anonimità, confrontandola ancora, come da centocinquant’anni, con schieramenti militari invece che non con qualche detective, un po’ più furbo.

La piovra contro Montalbano
Per promuovere il suo “Suburra”, serie netflix, quindi girata in fretta, produzione a basso voltaggio, Placido attacca i film di Montalbano. Opponendo loro “La piovra”, che propone a vero baluardo contro la mafia. Se non che i film di Montalbano si rivedono ancora per la quarta e quinta volta, “La piovra” no. E dunque: siano senza armi contro la mafia?
È la “Suburra” di netflix, che Placido annuncia violentissima, come la “Gomorra” di Sky,  il vero antidoto alla mafia? È dubbio. La violenza per la violenza può piacere – fare spettacolo. Ma nessuno ricorda un personaggio o una situazione della “Piovra” - di “Suburra” ancora non si sa, ammesso che si vada a vederlo entusiasti in streaming. Dove si spara a tutto e sempre, impunemente, argomentando di fatto che la mafia è universale e imprendibile, non c’è nessuna lotta, solo confusione. È questo che lo spettatore, inconsciamente, rifiuta, dopo averlo visto soggiogato dal dover essere e dalla pubblicità – il dover essere, il politicamente corretto, purtroppo è per il tutto è mafia.
Una chiave è che Montalbano non avrebbe sentito il bisogno di attaccare “Suburra” – non lo ha sentito contro “La piovra”: sono due mondi separati. Ma “Suburra” evidentemente non può vivere se non facendo secco Montalbano.

Processioni assolte
Dove è stato processato, in Calabria e in Sicilia, l’“inchino” di santi e madonne ai boss mafiosi è stato assolto: niente mafia, anzi il fatto non sussiste. A San Procopio, Rc, si processava per l’inchino Edoardo Lamberti Castronuovo, politico prodiano rispettabile e rispettato, nonché editore di una tv locale, assessore provinciale alla legalità. Che non c’entrava nemmeno con la processione, ma aveva preteso, laico, di difendere l’onore della Madonna del suo paese: aveva sfidato con una lettera aperta il corrispondente calabrese del “Corriere della sera”, che ne aveva scritto suggestionato da un video dei Carabinieri, a provare l’inchino. La Procura di Reggio Calabria l’aveva per questo incriminato di calunnia – non si è capito se nei confronti del giornalista o dei Carabinieri.
Sarà stata, quella di due anni fa, l’estate dei Carabinieri. O dei vescovi, che subito hanno proibito le processioni, specie i vescovi calabresi. Sarà stata l’estate delle caserme, o delle sacrestie?
Dei video diffusi dai Carabinieri non si sa. Dei vescovi, depurata la questione dal sensazionalismo mafioso, la questione si chiude come una manovra per appropriarsi delle processioni. Non del culto, o della purezza del culto, che al contrario in molti casi hanno perfino raddoppiato, inventandosi madonne nuove, della Pace, dell’Anima, della Salute, e nuove virtù dei santi. Per appropriarsi al contrario dell’organizzazione. Delle offerte, che sono quello che resta della festa, della devozione. Passando senza scrupoli sopra la buonafede dei fedeli, e la buona fama, quello che ne restava, delle comunità da loro amministrate.
La processione è un rito sicuramente religioso. Ma è una delle manifestazioni della festa. Che prende il nome dal santo o dalla Madonna ma è un rito sociale e non religioso. Popolare e comunitario. Intitolato al santo perché la vita attorno alla chiesa-parrocchia ha preceduto e ha più continuità di quella comunale o amministrativa. Specie al Sud, che non ha avuto una storia di Comuni. Una festa di musica, balli, botti, anzi elaborati fuochi d’artificio, luminarie, bevute, mangiate. In gestione autonoma o privatistica. Ma, e qui entra in gioco la chiesa, la festa si finanzia attraverso le offerte. Non al santo o alla madonna, quelle sono di pertinenza della chiesa, ma alla festa stessa. Dov’è il cambiamento dopo l’offensiva degli inchini? I comitati promotori sono ora quelli del parroco o del vescovo, e anche le offerte per la festa passano dalla chiesa.  
Quanto alla festa, la nuova si segnala per essere lugubre. La processione è una corsetta veloce attraverso le strade del paese, non più tutte, non più solenne e minuziosa. Spoglia, dimessa. Senza labari e gagliardetti, senza confraternite. Ugualmente assediata da masse di nerboruti poco raccomandabili come portatori, certo ora scelti dal parroco. Canti da chitarrate. Niente preci né giaculatorie.

Calabria
Il tuffatore De Rose, di Cosenza, che non ha soldi per continuare la preparazione e si trasferisce a Trieste, dove fa il cameriere, gareggiando per la locale Società di tuffi. La stessa storia di “Ringhio” Gattuso. Sembrava una favola nel “Ragazzo di Calabria” di Comencini trent’anni fa, è un fatto, e di attualità: la disattenzione per i poveri nello Stato sociale, e anzi patronale.

Francesco da Paola, “il santo italiano più europeo”, fu costretto dai re di Francia a spostarsi alla loro corte, come parafulmine contro le malattie – di Luigi XI, in successione, il Prudente, o il Ragno Universale, il famigerato Carlo VIII della discesa in Italia, e Luigi XII. Approdato in Provenza nel 1483, ebbe sede a Tours, dove visse fino alla morte, nel 1507, nel locale convento dei  Minimi, l’ordine da lui fondato. Fu santificato a tamburo battente, nel 1519. Nel 1562 gli ugonotti ne profanarono la tomba, bruciandone i resti. Un santo energico e mite, mitissimo.

S’incontra ovunque un Pci girando per la Calabria, sui manifesti e nelle cronache, con un Pcd’I, che sono quelli storici, Rifondazione  Comunista, e un inedito Comunisti Italiani. Una manifestazione di longevità, di fantasmi?

Brucia un palazzo fatiscente a Cosenza, abitato da persone in estremo bisogno, coi cartoni alle finestre invece dei vetri rotti, e con esso il palazzo accanto, storico, Ruggi d’Aragona, restaurato dal privato proprietario, Roberto Biliotti. Che ospita – ospitava – nelle sue sale le prime pubblicazioni di Telesio, Parrasio, Quattromani e altri cosentini illustri, con molte altre cinquecentine, con arredi d’epoca, e una pinacoteca. Tutto andato, più o meno, distrutto dal fuoco. C’è pietà per i tre poveretti vittime del fuoco. Della distruzione di palazzo Ruggi d’Aragona quasi non si parla.

C’è molta sensibilità “di classe”, si sarebbe detto un tempo, antiborghese. Che però è più spesso insensibilità: le tre vittime avrebbero potuto essere salvate, con una vita decorosa, in una struttura sociale. La vera sensibilità è indivisibile, quella che si esibisce è odio di classe, da tempo ormai ridotto a invidia.

Il fruttivendolo di un borgo di montagna ha una cesta di lime – produce of New Zealand. “La metà li abbiamo già venduti”,  dice, “lo usano per i cocktail”. Per le caipirinhe, il turismo in Brasile si deve essere diffuso, sessuale e non.
Il bergamotto, che la Calabria produce in esclusiva, ottimo sostituto del lime  in tutti i suoi utilizzi, è sconosciuto in Calabria, per i cocktail e non solo.

“Qui fu issato per la prima volta il Tricolore, il 29 agosto 1847”. Non è vero – neanche come anticipo del ’48: del tricolore i patrioti facevano già largo uso. Ma a Santo Stefano d’Aspromonte piace festeggiare così. Dappertutto in Calabria si celebrano patrioti e attività risorgimentali. Non c’è tanto patriottismo altrove.

I calabresi Giovanni Fiore da Cropani, “Della Calabria illustrata”, distingueva nel Seicento tra Brezzi, abitanti della Calabria Citra, o Nord, e Greci, della Calabria Ultra, o Sud. La prima caratterizzava come “sofferente, a gran cuore, pronta alle vendette dell’ingiurie, quasi tutta armigera”. La seconda, derivando “li costumi da’ greci”, diceva di gente “delicata nel vivere, splendida nel lusso, gonfia di sé medesima, poco stimatrice degl’esteri”, benché ospitale. Odiernamente i violenti, nella Locride come nella Piana di Gioia Tauro e a Reggio Calabria, sarebbero i secondi. L’Idealtypus, o i caratteri nazionali, non sono primari, mutano con le circostanze e i contesti.
Spesso, come è possibile nel caso di Fiore, si privilegiano le realtà esterne e in qualche modo concorrenti.  

Il “Quotidiano di Calabria” celebra a tutta pagina il “successo” di Unical, l’università della Calabria, a Cosenza-Rende: “Unica università italiana tra il 700mo e l’800mo posto nella classificazione Shangai”. Tacendo di quelle che vengono prima del 700mo posto. 

La Calabria è più che mai le Calabrie. Si attraversa la parte Nord della provincia di Cosenza con  l’impressione di trovarsi in un paesaggio toscano. Pulito, ordinato, anche nei casali. Con distinte proprietà “toscane” - urbanistiche, architettoniche - in alcuni centri urbani, per esempio Altomonte. E la ragione è probabilmente che questi erano i Casali di Cosenza che il Granduca di Toscana acquistò in feudo dalla Corona nel 1649, per la produzione della seta. Basta poco per cambiare i costumi, un poco di buongoverno.
I Casali – una sorta di ente territoriale longobardo, creato nel secolo X, a protezione dalle incursioni dell’emiro Abulcasimo (Abdul Kassem), che nel 975 e nel 985-986 saccheggiò Cosenza.

leuzzi@antiit.eu