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sabato 1 dicembre 2007

Milano rompe coi prosecutor napoletani

Letizia Moratti dopo Tronchetti Provera: i procuratori napoletani hanno rotto il tacito accordo con la Milano che conta, e la città comincia a guardarli con sospetto. Non solo le grandi famiglie e la Lega, anche le banche e l’arcivescovado si uniscono ai berlusconiani nell’insofferenza verso i procuratori della Repubblica partenopei che da un quindicennio la governano.
La decisione di Alfredo Robledo di incriminare il sindaco sembra aver rotto il feeling che ha unito finora la città alla Procura, sul filo della questione morale. La Rcs, che aveva sponsorizzato l’attacco un anno fa al sindaco Letizia Moratti sulle nomine in Comune, ha preso le distanze dopo che l’iniziativa è passata alla Procura della Repubblica. In curia si sono fatti subito sentire ambienti di base legati in vario modo ai Moratti, dal volontariato alla scuola e alla sanità. Le banche premono da qualche tempo perché la Procura torni all’ordinaria amministrazione, e in particolare persegua le frodi e i reati societari: per il malafare si è costituita in Tribunale una sorta di “franchigia giurisdizionale” fino ai 200 mila euro.

I segreti dell'economia

A differenza degli altri settori dell’informazione, la politica, la cronaca, lo sport, lo spettacolo, dove un’opinione personale si può formare a prescindere dall’informazione dei giornali, per l’economia dipendiamo dall’informazione. È un settore tecnico. Anche per la pace e la guerra possiamo farci comunque un’opinione, per l’economia no. La verità del giornale dura un giorno, ma non in economia, dove la verità è nelle cose, nelle cifre, e più spesso è conclamata. Ma proprio sull’economia i giornali raccontano da qualche tempo scemenze. In parte per sudditanza al governo, in parte per partito preso, anti-Usa, anti-Putin, anti-arabi, anti-Israele e chissà che altro, in parte per trascuratezza, le bufale si trascinano sui giornali per settimane e per mesi. Eccone alcune.
Che il fondo Algebris, all’attacco di Generali, è indipendente. No, appartiene ai soci Generali.
Che gli Usa rallentano. No, crescono del 5 per cento, ritmo record.
Che gli Usa crescono del 4,9 per cento, con incrementi di produttività e competitività, ma rallentano.
Che l’inflazione è sempre al 2 per cento. Quanto tutti in Europa boccheggiano, non arrivano a fine mese.
Che l’inflazione è al 2,4 per cento. Ma no…
Che la Bce alzerà i tassi. Non può.
Che l’euro a 1,50 dollari protegge l’Europa. Forse, ma non da se stessa: da quando c’è l’euro l’Europa è stremata, nell’occupazione, le retribuzioni, i prezzi reali.
Che nel petrolio a 100 dollari c’entra forse la speculazione. No, c’è solo la speculazione: il mercato è speculativo – è l’oggetto principale dei derivati - da almeno cinque anni, è l’effetto capitalizzazione più macroscopico di Al Qaeda e il terrorismo islamico.
Che la Rai è in crisi perché Berlusconi la controlla. No, perché spende troppo.

Si apre il 13 lo show-off Geronzi-Bernheim

Vittorio Ripa di Meana muoverà al consiglio del 13 dicembre il primo attacco alla presidenza Bernheim. In qualità di relatore del Comitato per il governo societario, Ripa di Meana, insieme al correlatore Paolo Scaroni, altro consigliere di nomina Mediobanca-Geronzi, muoverà all’attacco di Antoine Bernheim, l’attuale presidente, senza criticarlo, in modo da consentirgli un’onorevole ritirata. Ridurrà però l’operatività della presidenza e riscadenzerà le nomine in maniere da anticipare alla primavere il rinnovo. Geronzi dice che la presidenza sarà resa ancora più operativa, ma il contrario si prepara. Proprio col fine di dare a Geronzi l’ebbrezza di accedere alla presidenza di Generali. Bernheim stesso non si arroccherebbe più, accontentandosi di una uscita onorifica.
Alla successione di Bernheim il candidato unico resta Cesare Geronzi: sia in Mediobanca che in Generali, azionisti e manager sono convinti che i due gruppi vanno avanti da soli, e che la maniera migliore per dissolvere l’attuale perturbazione è di consentire a Geronzi l’agognata presidenza. Viene anche dismessa come irrilevante l’ipotesi che Bazoli e Geronzi tengano alla presidenza di Generali per confessionalizzare il gruppo: sia a Mediobanca che a Generali la laicità sarebbe parte dell’imprinting aziendale.
La candidatura di Scaroni è solo un cache-sex: l’ad di Eni ha preso gusto all’avventura internazionale del gruppo petrolifero, in Europa e in Asia, e fa campagna per la riconferma. Geronzi può invece contare, oltre che sui consiglieri di Mediobanca, sui suoi consiglieri: Ripa di Meana, Scaroni, Caltagirone e Pellicioli.

Mtp alla casella base: fare soldi

Ritiene di aver capito dove ha sbagliato, e si ripropone una seconda giovinezza tornando alla casella base, il gruppo Pirelli. De Benedetti che lo lascia dopo la vittoria di Prodi. Prodi che lo caccia a muso duro da Telecom. Col favore dei giornali dello stesso De Benedetti, che lo attaccano in ogni numero, su un largo fronte. Marco Tronchetti Provera si è rapidamente convinto che è inutile stare lì a menarla col mercato, le liberalizzazioni, le leggi, eccetera, che l’unica opportunità per chi ha mezzi e idee è di fare soldi. Che non c’è alcun vuoto di potere, e anzi il potere è saldamente nelle mani dell’asse Prodi-De Benedetti. Che non perdona i peccati veniali, come ostentare una terza moglie araba. Figurarsi la pretesa d’interferire in un gruppo come Telecom ex feudo delle Poste, cioè feudo Dc.
Il ritorno alla origini è per Tronchetti Provera il decennio fino al 2001: il salvataggio di Pirelli dai falliti acquisti di Continental e Silverstone, l’abbattimento del debito, le cessioni a Cisco e Corning con i bonus supermiliardari, l’acquisto di Telecom. Il delfino di Leopoldo Pirelli si propone un debutto col botto in questa seconda incarnazione alle assemblee speciali di metà mese: col dividendo straordinario esentasse e col riacquisto di tutta Pirelli Tyre, come già si sa, ma anche con qualche sorpresa. Novità sarebbero da attendersi sul patto di sindacato, sottoscritto nel 2004.

venerdì 30 novembre 2007

Sì a Enel, no a Az nei colloqui Sarkozy-Prodi

Romano Prodi ha voluto mettere il cappello, con la sua visita al presidente francese Sarkozy, al rientro dell’Enel nel settore nucleare, rilevando un ramo d’attività del colosso francese Edf. L’energia è il settore chiave della vecchia anima democristiana, e Prodi, che pure non rinuncia a immischiarsi in nessuna delle grandi aziende italiane, ha voluto presiedere personalmente la grande rentrée. Compito reso più facile dal fatto che la Francia non ha al momento dossier aperti in Italia. L’interesse di Air France per Alitalia è in questa fase puramente di facciata, e anzi quasi un favore reso al governo italiano: il vettore transalpino è in fase di assestamento, dopo aver assorbito Klm, e teme con Alitalia di aprire una fase di turbolenza che potrebbe avere ripercussioni negative sull’intero gruppo. Alitalia, come si sa, è nei desideri di Prodi da dividersi tra Lufthansa e Air One. A questo fine la gara finisce per la seconda volta a coda di pesce, con scadenze mobili e paletti amovibili. Anche se a rischio azzeramento del valore per gli azionisti: Prodi nopn se n'è mai fatto scrupolo.

I banchieri non vogliono la 7

I banchieri non vogliono fare gli editori televisivi. La Telecom Italia Media, l’editore di La 7 e Apbiscom, che per il socio spagnolo è un peso, lascia perplessi anche i banchieri. Non Geronzi, che è sempre stato il finanziatore buono dei media italiani, da Scalfari a Berlusconi e a Ferrara, ma tutti gli altri. Lo stesso Geronzi non vedrebbe male una sistemazione di La 7 fuori del gruppo. Indicazioni in tal senso sono state date ai nuovi gestori del gruppo, Galateri e Barnabé, compatibilmente con le priorità di Telecom, che vedono in primo luogo un revamping commerciale.
Ma si dà per scontato che Telecom non abbia in realtà molte opportunità di rilancio, così come del resto gli altri, e maggiori, gruppi telefonici europei, Deutsche T., France T. e Telefonica, il socio spagnolo, per non dire di British Telecom, il gigante si è ridotto a una piccola-media compagnia. Il gruppo dovrà fare cassa riducendo i costi e soprattutto le aree di perdita. Da qui l’indicazione di “valorizzare” Telecom Italia Media. Cioè di trovare un compratore.

Telecom si rilancia con la cura dimagrante

Franco Bernabé è stato scelto al vertice di Telecom per una cura dimagrante, di cui è ritenuto maestro insuperato dopo il capovolgimento della situazione all’Eni a metà degli anni 1990. Lo screening preliminare dei nuovi padroni non ha trovato opportunità di crescita aperte: Telecom è un gruppo maturo in un settore maturo, che potrà ricavare valore aggiunto solo dimagrendo.
Una prima opportunità è la cessione-quotazione della rete, che consentirà sia d’irrobustire notevolmente la struttura patrimoniale del gruppo, sia di portare eventualmente a un rimborso di capitale – un dividendo straordinario – esentasse per i soci. Altre cessioni potranno riguardare Telecom Italia Media, ma è piccola cosa. La chiave dell’atteso capovolgimento a Telecom è il raddoppio-triplicamento del valore aggiunto per addetto. Che vuol dire in pratica dimezzamento dei dipendenti, con tagli progressivamente più radicali nella fascia medio-alta, degli incarichi direttivi-dirigenziali. Il gruppo si può dire l’ultimo residuo delle gestioni democristiane vecchia Repubblica, delle ex Partecipazioni statali, con molti posti e poco lavoro.

mercoledì 28 novembre 2007

Il mondo com'è (2)

astolfo

Berlusconi - Per uno della sinistra non c'è dubbio, uno che legga Repubblica, il Corriere, La Stampa, Il Sole, anche Il Sole è di sinistra, ed è pure semplice: Berlusconi è un affarista, un grossolano parvenu, un monopolista di televisioni e un piazzista che racconta le barzellette. Nonché il complice di Craxi, che non si sa cosa voglia dire ma è ingiuria massima. E se uno legge anche Travaglio è un mafioso, un venditore di coca, eccetera. Sarà “vivace e carismatico”, come lo vede il suo confessore novantenne, don Zuliani, ma è uno che fa le corna ai summit, si mette la bandana come fosse in discoteca, a settant'anni, quando riceve ospiti illustri, e ama cantare, canzoni da posteggiatore che egli stesso scrive. Lui è in tutto Melvyn Duglas in “Ninotchka” di Lubitsch, perfino nel doppiopetto e nel riportino, anni Trenta quindi. Ma non può essere solo quello.
La scienza indigente
Si fa prima a dire che cosa Berlusconi non è, nell'immaginario del malvagio dei belli-e-buoni che in Italia hanno occupato la sinistra critica: non è un puttaniere. Ma forse perché non ce la fa più. Questo è certo: mai uomo politico fu tanto popolare e tanto odiato - uomo politico per modo di dire, certo: un venditore di pubblicità che si atteggia a statista. La scienza politica avrà da lavorare, se la popolarità viene con l'odio.
Volendo conversare con gli amici impegnati non c'è nemmeno da aprire il capitolo. Berlusconi prospera su una ex sinistra che, in ritirata, solo ama raccontarsele, e più ama chi più le spara grosse. Finendo per assomigliarlo, Lui, alla caricatura benevola che ne fa il suo Canale 5, il Satrapo di Arcore, che solo si occupa di toupet e riportini - che è poi quello di Rete 4 e Emilio Fede, con i toupet, i riportini e la faccia velata contro le rughe. L’asorrosariana, per esempio, spararle grosse per sentirsi vivi, épater le bourgeois, che altro, vecchio vezzo alla Pasolini, si fa forte di un Berlusconi che è peggio di Mussolini. Col supporto di Bobbio: è il padre della scienza politica italiana che equipara Berlusconi a Mussolini, nel “Dialogo intorno alla Repubblica” del 2001 con Maurizio Viroli. Uno che presenta se stesso in un precedente libro Laterza come “geniale storico delle idee”, a Princeton, luogo come si sa dei geni.
Per il governo debole
Volendo prendere questa scienza politica sul serio, se ne può ricordare la paura ricorrente dell’“uomo forte”. Di un esecutivo cioè in grado di governare. Che si è abbattuta su De Gasperi, Fanfani, Craxi, e ora ha nel mirino Berlusconi. Il quale, se ne ha la tentazione, non la manifesta. I suoi governi si sono caratterizzati anzi per un eccesso di prudenza, e formidabili dietro-front. La paura del governo “forte”, che viene nobilitata nell'antifascismo, e nelle ascendenze anarchiche, è peraltro da sempre alimentata dai giornali, che in Italia vogliono dire padronato - la Confindustria, gli Agnelli, De Benedetti, le banche. Tutti centri di potere che chiedono, invocano, un esecutivo attivo, salvo assediarlo implacabili quando uno se ne presenta. Per la solita filologia dei criminali furbi: colpire negando.
Se non che, lui lo pretende, ma effettivamente un po' l'ha fatto, ha spostato l’ottica dalla deriva “sovietica” dell’Italia, illiberale, questurina, brezneviana. Saremmo altrimenti qui a parlare di questione morale e campioni nazionali. E di addizionali, magari di circoscrizione e di quartiere dopo quelle regionali e comunali dell’incredibile Visco. Ed è pure vero che - ma è un titolo di merito? - ha fatto il minimo. Tralasciando l’efficienza (la liberalizzazione) dei servizi. Tra essi in primo luogo la giustizia – se non quando personalmente minacciato dai giudici, i giudici disinvolti e protetti di questo sovietismo cafone.
Il vero storico delle idee tra qualche anno, e lo storico tout court, anzitutto dovranno classificare Berlusconi alla stregua di Giolitti e Aldo Moro, quindi come un vero statista se gli altri lo furono. Non giganti ma impegnati ad allargare, come la migliore scienza politica nazionale si accanisce a dire da più di un secolo, la democrazia e il parlamentarismo alle forze eversive, i socialisti quello, il Pci Moro, i neofascisti e i leghisti Berlusconi. Uno vede Fini in gessato, con i suoi ex giovani untuosi come se uscissero dalla sacrestia, e non pensa che prima di Berlusconi stavano a mezzo in Parlamento e a mezzo fuori, con i coetanei Alemanno e Storace, mica coi nostalgici Buontempo e Ciarrapico. E che Bossi preparava guardie armate e parlamenti del Nord, folkloristici quanto si vuole ma anche peggio.
Berlusconi entra nella storia col programma di recuperare il voto disperso del Centro, che nel 1992 era confluito nella Lega, movimento allora dirompente e quasi eversivo, con l’8,7 per cento del voto, il 23 in Lombardia, il 18,1 a Milano illuminista, il primo partito, tanto che ne esprimerà anche il sindaco - Milano ha avuto un anno dopo un sindaco leghista, Formentini. Berlusconi s’imporrà addomesticando questa rivolta, ben più efficace del tintinnar di manette di Scalfaro - grazie alle politiche golpiste del quale la Lega salì alle elezioni del 1996 al 10,1 per cento (al 25,5 in Lombardia, al 29,3 nel Veneto, al 23,2 in Friuli Venezia Giulia). Nel 2001 la Lega era scesa al 3,9, e poco di più, 4,2, ha ottenuto alle elezioni del 2006 (con percentuali di poco superiori al 10 per cento in Lombardia e Veneto).
Per la governabilità
Il capitale politico di Berlusconi non è indifferente, è la governabilità. Un’idea semplice, perfino più del mobiliere Aiazzone, o la pubblicità per tutti (un mercato che Berlusconi ha fatto decuplicare in dieci anni - v. i numeri in G.Leuzzi, “«Il Mondo» non abita più qui”, Liguori). Per la quale peraltro gli italiani avevano dato propensione quasi unanime in più referendum,. Nel 1991 e nel 1992. Non ci vuole una grande saggezza politica per impadronirsi della novità. Che poi questa sua promessa sia sempre stata disattesa è un altro discorso: Berlusconi ha sempre fatto governi che, per un qualche motivo di cui comunque lui non è venuto a capo, sono falliti. Cioè, l’altro discorso è come mai Berlusconi continua a capitalizzare con una promessa che non sa o non vuole mantenere. E la risposta è altrettanto semplice: che la domanda di governabilità è enorme, è irrinunciabile. Da una parte il "governo debole", dei furbi, dei forti, dall'altra il governo: la scelta degli elettori è nelle cose.
Si può pure dire Berlusconi un venditore di pubblicità. Ma questo non lo diminuisce: la pubblicità è un linguaggio. Complesso. E un'arte. E, come vendere, richiede abilità. Anzi, è tutta qui l'abilità del politico: il buon politico è il buon venditore, di buona pubblicità. La storia italiana è piena di ottime personalità che non sono state buoni politici perché non hanno saputo “vendersi”, da Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari al bellissimo partito d'Azione. Il politico vende idee, e dunque è sulle idee che Berlusconi andrebbe criticato e battuto. Ma questo terreno è insidioso. Tutti i venditori spacciano per buono il loro prodotto, anche se adulterato, perfino se tossico, ma possono farlo una volta sola. Ora, questo Berlusconi domina la piazza da quindici anni.
E del resto, nessuno lo contesta, la pubblicità è spettacolo. E dunque Berlusconi è uomo di spettacolo. Innovatore a suo modo – in Italia si direbbe rivoluzionario. Oppure controrivoluzionario, giacché è impegnato a decomunistizzare, dice, l'Italia. Ma è anche vero che l'Italia è l'unico paese (post)sovietico, dei figli e nipoti, delle correnti e le tribù, dei diritti senza mai un dovere, della Rai, la lottizzazione, la disinformacija, la nomenklatura, non solo a Capalbio, e quindi se ne scalfisse la corazza magari farebbe farebbe opera buona. Gli stessi (post)sovietici lo sperano – in queste cose ci vuole uno che vada contropelo. Tanti evidentemente gliene fanno un merito: da un paese preoccupato, dove i ricchi si nascondono, e forse obbligato a piangersi addosso, dal pauperismo parrocchiale, dall'invidia sociale, dallo scongiuro, ha ricavato uno un po' più responsabile. In un paese anti-femmine ha imposto le donne – non le zie e le nonne, donne vive, e meglio se giovani. In un paese di difensori a oltranza sa scegliere e imporre allenatori e squadre d'attacco. A un'umanità di arcigni legulei tenta di dare il gusto del sorriso, l'impresa più ardua. Reagente ancora sano della peste europea, la tigna piena di sé di politicanti residuati prebellici, giornalisti avvinazzati, e signore in carriera rotte a tutto - la rottura a cui si pensa essendo la minore.
Common people
Quanto al populismo, allo sfruttamento inconsiderato del favore popolare, il fenomeno non sarebbe da sottovalutare. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabile in America, dove il regime plebiscitario, del partito del Capo, da almeno un trentennio ha prevalso sui partiti, e allo stato delle cose li ha obliterati. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole.
Berlusconi è ben un determinato storico, bisogna riconoscerlo, la necessaria antitesi se la storia procede hegeliana. Volendo esagerare, si può anche dire che ha disinnescato infine il Lungo Golpe degli anni 1992-96, gli anni di Scalfaro, con gli arresti dei politici a migliaia e la dissoluzione dei Parlamenti appena eletti. È stato ed è l’unico antidoto ai masanielli e paglietta che ci avevano messi in trappola, tra i palazzi della Milano furbamente onesta, aggressivi, moralisti, facinorosi, corrotti nell’animo, e per fortuna inefficienti. Cavaliere in senso specifico, che ci ha liberati. Senza eserciti, col semplice puntare il dito contro il “comunismo”, che c’è e impera, tutti lo sanno, anche se nessuno ne parla, nemmeno i fascisti: il linguaggio critico è sempre quello della Terza Internazionale, la menzogna, la faziosità, la prevaricazione, e l'abominio, la disintegrazione di ognuno che non sia noi, all’insegna dell’intelligenza, del bello-e-buono, della “diversità”. Contro il feroce abominio esercitando strategica la stupidità de “il re è nudo”, la finta ingenuità. Il suo successo è certamente anche un segno di giustizia, l’abbattimento dell’arroganza intelligente: il suo preteso populismo è una sorta di egualitarismo. L'uomo politico tanto popolare e tanto odiato non c'è in nessuna categoria di Max Weber o di Veblen, ma perché gli studiosi venivano prima della Terza Internazionale e del Cominform, il fatto è storicamente datato e politicamente connotato.
Oppure, modestamente, vederlo per quello che è, per come si presenta cioè ed è percepito: un pragmatico, chiacchierone ma di buonsenso. Ha governato una prima volta con i liberali, Urbani, Martino, Biondi, Costa, Marzano, la seconda con i democristiani, Scajola, Pisanu, l’onnipresente Gianni Letta, Casini, Follini, e l’incubo ancora continua, ora sembra puntare sui socialisti un po’ laici, i soliti Bonaiuti, Tremonti, Frattini, Boniver, con Sacconi, Brunetta, Cicchitto, Stefania Craxi. Volgare, ma quale milanese non lo è? Ha perfino indotto una certa onestà. A palazzo Chigi (non sgancia una lira) e negli appalti: malgrado l’allerta dei giudici, i suoi assessori hanno molto meno processi di quelli della sinistra.
Ma non è giusto parlare di Berlusconi come lui fa, in chiave storica. Doveroso è cercare di vedere quello che è, e più divertente.
La stupidità al potere
Berlusconi non è imbattibile. Un uomo solo, Prodi, lo ha battuto un paio di volte. Berlusconi è anzi il nemico più limitato che si possa avere, impolitico, chiacchierone, un comunicatore da latte alle ginocchia - giusto per Fede. Si è fatto battere nel 1994 dai mediocri Scalfaro, Bossi e Dini, nella sua prima incarnazione spensieratamente liberista - in Italia? Poi più volte da un certo Follini. Nonché da se stesso, con la straordinaria maggioranza del 2001 dissipata in un governicchio (post)democristiano di cui ancora si fatica a misura la radicale inefficienza. Ma incontestabile è anche che quest'uomo vince sempre le elezioni, anche quando le perde - ha semrpe ottenuto più voti. Uno che guarda gli spettatori quando parla come se si guardasse allo specchio, senza vederli se non nella sua fattispecie, di cui si compiace. Ma questo specchiarsi dà affidamento perché è onesto, benché limitato. A fronte della superbia del nulla, di burocrati, dinosauri e figli d’arte litigiosi. È così che si porta dietro un buon sessanta per cento degli italiani, compresi molti che proprio non ci riescono a votarlo, e si avvia a immortalarsi statista nei manuali di storia, per quindici anni cesare della derelitta Italia. Dal 1994, dal golpe di Scalfaro e Borrelli che viene etichettato come la rivoluzione italiana. E allora non si capisce: che rivoluzione è stata quella? e chi è questo? Ma è semplice, e di sinistra: Berlusconi è l’enigma della stupidità. In politica. Secondo Jean Paul.
È, vincente, la negazione della politica: malaccorto, goffo, gaffeur, uno che parla molto e non si ascolta, affarista, per ciò comunque inadempiente sulla questione morale, e in politica sempre vittorioso. È lo rivelatore della politica, il reagente, il solvente, dell’opinione falsa, ipocrita, golpista, che ha decimato la politica e opprime l’Italia - quando se ne potrà fare la storia si dirà di questo quindicennio che è grigio e spento, e non altro, senza una idea, un progetto, un fatto, se non stare al carro dei potenti, grandi e piccoli. Il bambino, per quanto cresciuto, che dice al re che è nudo, e del solo svelamento, quasi una beffa, si esalta. È l’enigma della politica, che può essere impolitica, come la stupidità è intelligente – e l’intelligenza stupida.
A specchio della distinta vocazione alla mediocrità del personaggio, come dei suoi governi. Contro la qualità, nelle scelte politiche, e nella presentazione delle stesse. È il modello delle sue televisioni: Berlusconi non lo progetterà, ma sa, sente, che il consenso si allarga alla base, se “si abbassa il livello”. Insomma, tutto sembra da lui stesso preordinato alla pensosità dei mugwump televisivi, gli ultimi guru della sinistra, e alla confusione degli scienziati della politica. Ma alle somme la popolarità di Berlusconi solo in parte, e non la maggiore, nasce dai suoi media, i voti socialisti, democristiani, e dei giovani che raccoglie esprimono odio e sberleffo contro l'odio della sinistra democristiana e dell'ex Pci.
Populismo a Milano
Sul populismo una rivelatoria premessa va peraltro fatta: è Milano 1 che ne ha sancito la vittoria, nel 1992 e poi nel 1994, votando la Lega, è Berlusconi che in qualche modo lo ha contenuto, dandogli dignità di governo. Il trionfo del populismo è stato decretato dalla circoscrizione elettorale dei più ricchi e intelligenti del Paese, gli stessi che in precedenza avevano decretato il successo di Spadolini, e poi quello di Craxi. Volubili più che impegnati, ma questa è Milano, ed è quella che, col supporto della grande editoria e del grande capitale, allora riunito nel salotto buono di Mediobanca, ha determinato la svolta e la storia contemporanea in Italia. Berlusconi è Milano. Che prima ha creato l’antipolitica, con Bossi, Borrelli e lo stesso Berlusconi, e con quest’ultimo la doma, ai suoi fini, ai fini degli affari. Ci sarà insomma da lavorare per lo storico.
Ma va pure detto che, benché ne prenda tanti, Berlusconi è uno che sposta a ogni elezione non più di due milioni di voti: prende meno voti di quanti potrebbe. Ecco la radice del fenomeno: l’opinione è largamente profondamente moderata. Si spiega così il lungo soviet di Balduina-Parioli: i fascisti ricchi di Roma gli hanno votato contro per quattro o cinque elezioni perché era moderato. Berlusconi tuttavia prende tanti voti, malgrado la modesta figura ingessata e le cadute di stile, perché ce ne sono quantità strabocchevoli a disposizione. Il segreto del successo dell’incredibile Berlusconi sarà di aver vissuto all’epoca dell’Ulivo.
Un’appendice curiosa è invece che sono sempre le donne a far vincere Berlusconi. Nel 1994 la Principato, con l’improvvida perquisizione di Forza Italia. Nel 2001 la Boccassini, con la vergine superteste Ariosto, e i memoriali sconclusionati dell’Ufficio I della Guardia di finanza-L’Espresso: ingressi a forma di fallo, miliardi in bigliettoni sui tavoli… “Mi guardo allo specchio e vedo un onest’uomo” è una delle sue poche parole famose. Tanto più per essere perseguito da un migliaio di giudici. Ma dopo due elezioni vinte, o tre, e con due governi all’attivo. Non trova altro motivo al suo successo che il proprio successo, per generosità onestà, intelligenza eccetera. Non un’idea, non una strategia. Ma questo dà più che altro la misura della sinistra, che gli italiani le votino contro nelle forme vuote di un manichino in vetrina. Non si può dirlo nemmeno culto del capo, e addebitarlo con decenza al fascismo eterno degli italiani – degli “altri” italiani, ovvio, fascisti sono sempre gli altri: Berlusconi non ha carisma, non avendo sostanza.
Di suo, Berlusconi esprime confusamente il bisogno confuso di armonia. Di vita operosa e pensiero positivo, contro tutti i tragediatori, che di solito sono reduci della Dc e del Pci. Di reazione alla perfidia dei santori e marcotravagli, della Rai, dei cattolici e dei comunisti, orfani della fede e della rivoluzione. Di pensare in positivo, che è Craxi, il suo craxismo. Craxi, nel suo immenso egotismo, non monetizzò l’intelligenza delle cose, Berlusconi, buon venditore, ne ha fatto una rendita. E senza la superbia del suo mentore, che solo rispettò i più potenti, che erano uno, Andreotti, il quale poi lo perderà, insieme con Forlani e mezza Dc, il Psi, e i partiti laici.
Si può dire l’uomo reazionario. Ma allora per essere democratico. La storia ormai è questa: due forze violente monopolizzavano e dividevano l'Italia dopo il lungo golpe giudiziario del 1992, che Berlusconi ha canalizzato nella Costituzione, di cui anzi ora si ritengono gli interpreti migliori. Ma è vero che, da ex imbonitore pubblicitario, non resiste alle masse e all’uguaglianza, una sorta d’istinto lo attrae irresistibile verso il basso. Sulle quali appiattisce anche i sentimenti – è un uomo che non s’innamora, per quanto si attorni di belle donne.
Le quattro dissoluzioni
Il libro di novembre sulla distribuzione della ricchezza fa dell’Italia uno dei paesi democratici a più alta sperequazione sociale, pochi ricchi e molti poveri. Ma questo è l’esito di un ventennio scarso di divaricazione crescente. Ed è l’eredità di Mani Pulite e della sopravvalutazione della lira.
Berlusconi semmai vince quale antidoto alla confluenza di un quadruplice cupio dissolvi che da un ventennio ormai insidia l’Italia. La speculazione finanziaria, interna e internazionale, che in Italia (Milano) non trova argini. La Schuldfrage, che i postcomunisti vogliono assolutamente evitare: da qui l’antimafia (tutto è mafia), l’antipolitica (tutto è corruzione), l’antigiustizia (controllo delle Procure), l’antinformazione (controllo delle redazioni). L’indigenza culturale del rettangolo più ricco d’Italia e d’Europa, il Lombardo-Veneto. La secolarizzazione aggressiva, che un anticlericalismo vecchia maniera concentra su Roma. Berlusconi vince sempre perché la spinta dissolutiva è fortissima. La domanda d’identità, di sicurezza, resta anch’essa forte. Ha premiato non solo l’ottimismo di Berlusconi, ma anche il modesto Ciampi dell’inno nazionale, e perfino il vecchio Dante – è commovente, altrimenti inspiegabile, il successo di massa ripetuto della “Divina commedia” di Sermonti e di Benigni, e quale gadget per far vendere “Repubblica” e “Panorama”, giornali peraltro tra i più diffusi.
Non per caso Berlusconi è un uomo fortunato, a cui non ne va male una. Un riccastro trimalcionesco che riesce simpatico ai più. Un venditore di pubblicità che diventa uno statista. Un comunicatore così povero, e anzi indigesto, che diventa il re e anzi l’imperatore della comunicazione. Alla quale detta temi, tempi, modi. Forse per questo dal grasso Camilleri alla grassa Bologna il sogno di ucciderlo ha proliferato in questi anni, non essendoci altro mezzo per liberarsene. La capitale del culatello – o è dei tortellini? – ha studiato a lungo e promosso un film “Uccidere Berlusconi”, con apposito sito in Internet. I romanzi con Berlusconi finito, assassinato, devono essere cinque o sei. Più il film di Moretti, dove però non si capisce se salta lui, o è lui, Berlusconi, a far saltare l’Italia. Più la pubblicistica di Gomez e Travaglio, che proficuamente investono sulle inchieste costose e finora fallimentari della giustizia italiana, cioè sui soldi degli italiani. Il destino di quest’uomo sarà stato di arricchire chi lo avvicina, anche se malintenzionato. L'anti-golpe
A lungo è stato un “cinghialone” di riserva dopo Craxi per i milanesi. Il capro espiatorio della loro immensa corruzione. Una soluzione semplice. E poi lui si presta. Ha funzionato però male da parafulmine, perché lui è Milano, più abile, e non meno, degli altri. Berlusconi è il “miglior milanese”, per quanti nasi arricciati possa incontrare nella sua città. Avido cioè, abile, costante, profittatore, e buono. Molto buono.
L’Italia è governata da quindici anni da Milano, di cui quest’uomo astuto e capace è l’esito migliore. Eccezionale se confrontato agli altri milanesi illustri: gli interisti Moratti e Tronchetti Provera, i Guidirossi moralisti fallimentari, i becchini di Mediobanca, i banchieri pelosi della Curia. È Milano comprese le barzellette. È il cappello di Milano sull’Italia. Con la Lega e Cl, la nuova dc pluralista. È il modo come Milano governa l’Italia. Se non è la parte più nobile, è quella di gran lunga condizionante dell’Italia. Un capro espiatorio difficile da sbranare e digerire perché è fatto della stessa pasta: faccia tosta e impunità. E al gioco degli specchi non è, dopo tanti anni, diverso dalla società che si pretende civile, con le barzellette e tutto.
Berlusconi non è il fascismo, è perfino assurdo che la sinistra acculi la destra, la maggioranza dell’elettorato, al fascismo. È Berlusconi: un uomo d’affari, che la destra, anticapitalista, si tiene a malincuore, gli ex fascisti, gli ex Dc, i leghisti, e molti della stessa Forza Italia, i liberali, i socialisti, e perfino della sua famiglia, la famiglia in senso proprio, la moglie e i figli. Facendone una colpa alla sinistra: Berlusconi è stato ed è imposto dalla sinistra. Questo è il risentimento maggiore e il motivo dell’Italia sbracata dei Di Pietro, Borrelli, Scalfaro. Che in qualsiasi democrazia europea non starebbero a sinistra, e sono anzi la vera destra, demagogica, cinica, violenta, ma in Italia sì. È la sinistra in Italia demagogica, cinica, violenta? È ipocrita. Peggio, non c’è altra sinistra che quella che fa votare Berlusconi.
Berlusconi ha con sé la forza della disperazione, di chi tenta di sfuggire all'Italia del compromesso storico - l'Italia degli Andreotti, Borrelli, Scalfaro, ed è tutto dire, adagiata sul cuscino elettorale degli ex comunisti. Berlusconi emerge quando il compromesso si consolida col golpe giudiziario, e raccoglie in quasi tutte le elezioni, con costanza rinnovata, quella maggioranza che è anticompromissoria, e quindi antigiudiziaria, antispeculativa, antimedia, cioè contro il conformismo, il velinismo e le caste di partito che governano i media. Il suo perdurante successo è l'interfaccia del compromesso storico soffocante, del "raiume", del politicamente corretto dei grandi giornali di Lor Signori, del controllo fazioso dello Stato, dell'informazione, della giustizia, dei carabinieri (delle intercettazioni, le indiscrezioni, i verbali segreti, le note di servizio).
La sinistra dei guitti
Si veda la satira in tv, la satira che è di sinistra. C’è un governo che rifila tasse come noccioline, c'è l'inflazione come negli anni Settanta, senza la contingenza e senza un Istat onesto che la rilevi, c’è una corruzione da levare la pelle, impunita, diffusa, bisogna “pagare” anche per avere il gas e la luce, mentre la chiamata, il contratto, le collaborazioni, le consulenze vanno solo agli amici-degli-amici e ai compagni-dei-compagni. O si veda il Berlusconi che Eco tratteggia da una diecina di anni sui giornali, ora un centinaio di pagine della raccolta "A passo di gambero": talmente mediocre e scoperto nella mediocrità, togliattiano, sessantottesco, profittatore, monopolista, corrotto, anche contro la sua volontà, che bisogna chiedersi se gli avversari non sono peggio, dato che non sanno liberarsi di tale nullità, più togliattiani cioè, spregiudicati, corrotti (i giudici?), non contro la loro vlontà e anzi di programma (per non dire del torto che Eco, così smart, fa a Togliatti e al Sessantotto). Le amministrazioni di sinistra hanno impoverito e imbruttito Bologna e Firenze con le tasse e la speculazione. Si costruisce ovunque, anche nei parchi pubblici. Non per malanimo, per incrementare gli introiti: quelli delle casse pubbliche, per finanziare la macchina politica, ferocissimo cannibale. Ma non solo i semiologi, i grandi comici della realtà italiana hanno perso la parola, solo sanno fare il Pulcinella-Berlusconi: se non parla Berlusconi loro non sanno che dire.
La verità è questa: che trenta milioni di italiani, un buon ottanta per cento degli elettori, debbono tenersi sul gobbo uno che è il più ricco, e possiere dodici ville, per colpa dei comici. Che di una persona di così poco carattere fanno un gigante dei loro spettacoli, Grillo, Benigni, Moretti, eccetera. Non per guadagnare, no, a fin di bene - e si sa già come andrà a finire: fra qualche anno faranno spettacoli per dirci che Berlusconi non era poi male. Il problema è: non come ci liberiamo da Berlusconi, ma come ci liberiamo dai guitti. Non c’è del resto altra sinistra - se non quella della forza pubblica, la carcerazione preventiva, le intercettazioni abusive, le mutande in piazza, e la morte augurata.
Sinistra sinistra
Berlusconi non è furbo. La sua forza nei media, che si ritiene essere la sua forza in politica, Berlusconi ha trasformato in debolezza: non indietreggiando di un palmo, e anzi misconoscendo il conflitto d’interesse, s’è messo contro tutti gli editori, di sinistra e di destra. Per una copia, per un euro di pubblicità. Le sue polemiche sul 25 aprile sono anche segno di pochezza politica: senza il 25 aprile, che è il fondamento della costituzione liberale, Berlusconi sarebbe finito dritto in carcere invece che a Palazzo Chigi, su ordine del suo protetto Fini, con tutto il giustizialismo fascista. Ma ha di fronte di peggio. E' così che il suo stesso antagonizzare gli editori concorrenti si rivolge a suo beneficio. Per l'indigenza dell'informazione.
La sinistra, apparentemente sostenuta dai grandi editori concorrenti di Berlusconi, Rai, banche, Fiat, Caltagirone, Confindustria, De Benedetti, è in realtà annichilita da un giornalismo stantio. Che vive di frasi fatte. E il suo impegno di ricerca e di denuncia limita ai dossier di tutori felloni dell'ordine. E a togliere la parola all’avversario prima che parli. Salvo che non abbia qualcosa da dire contro un suo alleato, nel qual caso si fa un’edizione straordinaria – quante volte non abbiamo letto che Bossi critica Berlusconi, e Fini è un gentiluomo, sempre rispetto a Berlusconi? Tutto falso, non solo il giornalista lo sa, anche il lettore.
Le epiche sfide, di Cofferati, i girotondini, il professor Zaccaria, i procuratori napoletani, che pure sono miracoli di comunicazione, basandosi sul malaffare dichiarato, sul loro proprio malaffare, corroborano l’inconsistenza di questo privilegio editoriale. Il pastone del Tg1 sicuramente allontana i giovani e i non trinariciuti dalla politica, e quindi dalla sinistra, ma anche le prime pagine di “Repubblica”, del “Corriere”, della “Stampa”. Una voragine - sarà uno dei punti di più ampia analisi per gli storici: la censura costante, la faziosità, il servilismo, totto il velo rutilante, brillante, sempre compiaciuto.
Della sinistra Berlusconi in realtà è il totem, più che lo specchio: è l'unica sua forza politica. L’unica forza di Berlusconi è la debolezza degli altri, le terze file dell’ex Dc e dell’ex Pci. In proprio è l’imprenditore che non capitalizza, benché di successo, in politica ancora meno che nell’economia. L’imprenditore che ha idee, fiuta il mercato, organizza anche, ma non abbastanza, la sua stessa irruenza creativa lo porta a trascurare le condizioni per la stabilizzazione, e perfino a scontrarvisi: le alleanze, i lip services, le lisciatine o adulazioni, e il far guadagnare i potenti.
È anche - la cosa più triste - il reagente di un’intellettualità bacata. Leggere Asor Rosa che gli preferisce il fascismo, perché il fascismo era “di massa”. O Lucio Villari che obietta: “Che c’entra, anche Hitler vinse le elezioni”. Uno si chiede: a che punto eravamo? Ci si può certo congratulare dell'impoliticità di storici e letterati. Ma fino a un certo punto. Uno non voterà Berlusconi a pelo, a fiuto, ma a sinistra il puzzo è forte, bisogna proprio turarsi il naso. Senza contare che la storia già si vede, e Berlusconi è il male minore - è la faccia migliore del milanesismo che governa l'Italia, di cui la Lega è la faccia giusta.
Politica mercato
Si può prendere Berlusconi per quello che è, ma bisogna anche prenderlo sul serio, per quello che nasconde.
Nella storia, quella che ormai a tutti gli effettui è l’era Berlusconi, dopo la famosa rivoluzione ambrosiana (in realtà ambro-partenopea), alcune cose sono già avvenute. Ha semplificato lo schieramento politico riottoso, verso un bipartitismo obbligato (la cultura politica italiana solo sa concepire soluzioni obbligate: la famosa “Europa”, l’euro, la flessibilità dopo i licenziamenti di massa). Ha ridato (un po’ di) iniziativa alla politica, seduta dietro i giornalisti-giudici. Ha riassorbito la Lega. Sta liberando la sinistra dalla questione comunista. Qualcosa è già nella storia: Berlusconi è quello che ha evitato all’Italia nel 1994 di naufragare nella palude Dc-Pci, i resti delle possenti armate, con i loro compari ex giudici, gente di mano. E questo è un fatto. L’altro è che lo ha fatto senza barricate. Senza carcere per nessuno.
Tutto questo per essere il migliore interprete della politica ridotta a teatrino, come dice lui. O a mercato: lui parla meglio di tutti il linguaggio del bazar con cui i golpisti si camuffavano. Uno che ha avuto successo da imprenditore, come dice lui, non può non essere una garanzia politica. Se la politica appunto è un mercato. Dove Berlusconi, da buon venditore, decanta la sua merce, mentre gli altri si limitano a dire che puzza. Perché non hanno merce, o hanno merce avariata – in tutte le democrazie, anche le più radicalizzate, i politici si rispettano, Zapatero rispetta Rajoy, per esempio, e viceversa, solo in Italia una parte politica non presenta argomenti, solo contumelie.

Chavez - Non si può dire che non sia quello che è, un cacicco sudamericano, irascibile, violento, familistico, amorale, ostile al mondo. Un golpista e un dittatore. Che trova comodo fare il nazionalista antimperialista. Contro gli Usa quindi e contro il cartello del petrolio. Ma a favore del cartello del petrolio vero, dell’Opec, contro il Brasile e Lula, per esempio. Nemico della Spagna socialista, dell’Inghilterra, della Colombia (è per le Farc?). Non si può fargliene una colpa: è quello che è, in questo senso è onesto.
Ma cosa c’è in Chavez che un leader politico italiano abbia da adulare e portare a esempio? Che il comunismo possa dire in qualche modo affine? Che l’onestà, se non la ragione politica, trovi degno di nota, se non da additare a esempio? Nulla. C’è che è popolare in Italia: c’è un fondo di cieco anarchismo nella democrazia italiana, di lutulento. Un fondo che è stato correttamente fascista, ma si dice comunista.

Mitrokhin - Si chiude – si chiude? – una vicenda che assomma nel ridicolo tutto il tragico dell’Italia post-comunista. Ridicola per quei suoi consulenti inattendibili e inquietanti. Lo Sgaramella è tutto Totò, anche nel nome. Qualcuno c’è morto, ma nemmeno questo si riesce a sapere se è vero.
Ridicola e inquietante, però, la vicenda non è per quello che sottintende quanto per quello che rivela. E cioè che il dossier è stato manipolato. Da mani italiane. Che lo hanno disseminato di spie improbabili. Mani di giornalista, che ha buttato giù i primi nomi che sicuramente non c'entravano, di Gozzano, Lizzadri, Viola. E Prodi, perché no. I servizi segreti italiani manipolano il dossier, col governo D’Alema, e su questo falso si fa una commissione parlamentare d’inchiesta, si nominano superperiti.

Orwell - “La fattoria degli animali” in Italia non sarebbe stato pubblicato. O si sarebbe pubblicato in conto spese, e nessuno l’avrebbe letto. Oppure, se fosse stato letto, si sarebbe detto che è esagerato e di parte, come in effetti è. Da noi solo “don camilli”, un colpo di qua e uno di là, con molte assoluzioni – i preti italiani, si sa, hanno sempre considerato Woytiła un fanatico. Di scrittori come Guareschi, che nel 1946 si mise in salvo per alcuni mesi nella tana del lupo, il giornale del Pci “Milano-sera”.

Weimar - È sempre un mistero politico: perché la prima repubblica in Germania deperisce rapidamente e si suicida. E s’intende: perché i tedeschi erano inadatti alla democrazia. Anche i tedeschi migliori, Thomas Mann, Ernst Jünger. È vero, i tedeschi si sono adattati alla democrazia dopo Hitler, per paura. Ma non è tutto, il mistero resta.
Un’altra storia si può raccontare. I tedeschi avevano scelto al repubblica, abbandonando il kaiser e l’impero millenario, per essere accettati nel concerto delle nazioni. Ne furono invece esclusi. Per Weimar hanno operato alcuni dei tedeschi migliori, Rathenau, Stresemann, lo stesso Hindenburg, in una stagione culturale così ricca di opere e di talenti in appena una dozzina d’anni da costituire probabilmente un record storico mondiale. Contro Weimar è bastato Poincaré, con pochi altri francesi ancora più mediocri, nella Slesia dapprima e poi nella Ruhr.
È un confronto asimmetrico. Non a favore della Germania, se tanta intelligenza e bellezza furono sconfitti dall’insolenza. In una scena europea che non isolava la Germania e anzi, con le opposte esigenze dell’Urss, dell’Italia, della Gran Bretagna, avrebbe consentito d’isolare e ridurre l’inimicizia preconcetta – quello che Hitler scoprì presto, con suo beneficio. È che a Parigi, e nella repubblica di Weimar, si dava per scontato un secondo, “definitivo”, colpo alla Germania. Salvo trovarsi impreparati quando la sfida fu raccolta.
Parlare di Weimar non è inutile – non è da storici. È un caso coerente di istituzioni che deperiscono gravemente e rapidamente. Altre istituzioni deperiscono, più spesso con lentezza, senza colpi di scena, non sempre gravemente, poiché lo stadio finale non s’intravvede, ma con costanza. Apparentemente anche senza motivi, ma perché sono ben celati.

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"Casi critici" sono i critici italiani

Autore un anno fa con Giulio Ferroni di mille pagine di stroncature (“Sul banco dei cattivi”, Donzelli), a soli 11 euro, Berardinelli scrive diretto. Di Eco, Citati, Gadda. Ha un utile canone in dieci punti del Novecento. Ripropone lo sfizioso “Stili dell’estremismo”. Nel libro raccoglie saggi, argomenti ripensati, e non elzeviri sparsi alla gloria di Narciso. Ma ha, vuole avere, il senso della consistenza della letteratura, nel solco di Fortini, Debenedetti. Non cede alla divagazione bonaria che è la cifra più alta delle lettere contemporanee, da Eco a Camilleri, i due autori che hanno riempito le librerie negli ultimi quindici anni. Né al ricamo che esaurisce la critica sua coetanea.
La critica del ricamo ha cause forse generazionali: i critici cinquantenni vogliono le posizioni tenute dai settantenni, all’università e nei giornali, mentre nelle case editrici imperversano i trentenni, specialisti in best-seller. I posti sono occupati e la generazione è forse perduta. Ma a questo punto senza pietà, basta vedere ciò che scrivono, e come. Il non luogo, il non testo, la non scrittura, i cinquantenni sono ancora all’armamentario del vecchio postmoderno, pur sapendo che la categoria era stata inventata per svago. È una critica disimpegnata, ma con tanta pervicacia che uno rimpiange perfino la critica militante, che almeno aveva passione. Forse senza colpa, non una specifica: è il non essere dell’epoca, un morbo molto italiano – gli asiatici sono molto appassionati e vecchi credenti, gli americani, del Nord e del Sud, e i francesi, i tedeschi, probabilmente gli svizzeri, eccetera.
Berardinelli da tempo ormai lo sa, e si è smarcato. Anche se non vede attorno che mura erte, e come potrebbe altrimenti? L’Italia non è nel mainstream, per motivi storici e per provincialismo. Milano non è Parigi-New York, le capitali dell’editoria, delle idee, degli stili, non è nemmeno Londra o Barcellona, o l’Asia, o l’America Latina. Berardinelli lo sa, che in partenza chiosa:“La nostra narrativa, già con gli anni Ottanta e soprattutto dopo, nasce e si moltiplica ignorando modernità e postmodernità”. Capita di rileggere il Novecento, sempre con la stessa sorpresa: ma che mancanza di sorpresa! Prima e dopo il neorealismo: come si faceva a scrivere così piatto? Ora siamo nel Duemila, e Berardineli parte alla ricerca di cosa c’è dopo: cosa c’è dopo la postmodernità? Dove?
Il problema di Berardinelli è nel suo assunto iniziale, se il canone è, è stato, in Italia il postmoderno. Postmoderno Calvino? Nel 1952? Forse Arbasino, che però non è di scuola citare. Nessuno è in realtà interessato alla lingua, Pasolini meno di tutti, che è un esteta di paese e non un costruttore. Una piccola eccezione è Gadda, che però di suo è un social scientist. L’Italia è un paese diverso.
Una diversità è la stessa iperfetazione della critica, di qualsiasi generazione. In contemporanea con “Casi critici” se ne pubblica anche un dizionario a prezzi popolari. Berardinelli stesso chiude col saggio più lusinghiero in argomento, “Saggistica e stili di pensiero”. Se gli italiani scrivono più che leggere, questo disgraziatamente è più vero per i critici, che non hanno nessuna scusa. Di che scrivono i critici? Di altri critici. I poeti e i narratori si possono pensare costretti ad arrancare per tenersi all’altezza, per non uscire di scena.
Sono diversi anche i lettori. Sentiamo lo stesso Berardinelli: “Il romanzo forse più letto della seconda metà del Novecento, “Cent’anni di solitudine”, è l’esempio di un’epica artificiale, mitico-etnica e barocca che parodizza l’idea occidentale di Storia ambientandola in un mondo in cui la Storia è vanificata”. Ciò è forse nelle intenzioni di Garcia Marquez, se si guarda alla successiva sua produzione, soprattutto al terribile “Autunno del patriarca”, e sicuramente allo stato dei fatti: “Cent’anni di solitudine” si rilegge come una parodia. Ma questo artificio è stato, ed è, l’epica di milioni di lettori, in Italia se non in America Latina, per la forza dell’ideologia, cui la critica certamente non si sottrae: l’interruzione della Storia nel nome della tradizione, della rivoluzione eccetera. L’ultimo residuato del romanticismo eterno.
E gli scrittori? La scrittura italiana è sempre fuori della storia, manzoniana al tempo del terribile Risorgimento, dannunziana al tempo delle trincee, rondista nel fascismo, neorealista nel boom, informe (d'avanguardia) nel terrorismo. Da una quindicina d'anni è quella delle scuole di scrittura. Di Moby Dick e Fandango, di nowhere, nonpersons e no issues, l'epidemia Baricco, che ha anche una scuola di scrittura, una casa editrice e una di produzione cinematografica , dove il postmoderno si cita per la moda, ma la prosa è corretta, bisogna riconoscere, nell’ortografia e aggiornata nella toponomastica globale. Doppiata nell'ultimo lustro dallo stile Internet, delle mail, le chat e i blog, uniforme, giusto un tantino irriverente. È come il restauro dei borghi emiliani, o toscani, o umbri. C’è abbondanza di soldi, architetti e soluzioni tecniche, per risultati di nessun segno. Se non la riproduzione dell’immobiliare, nelle valli e i piani finitimi al “patrimonio dell’umanità”, suprema certificazione di valore. È scrittura cosmetica, il genio è tutto nel saperla vendere.
Dovendo fare una storia della letteratura - l'eccellenza dello stile italiano - il penultimo libro di Faletti, “Niente di vero tranne gli occhi”, il più venduto in Italia nel 2006, rifà Ed McBain, il noir newyorchese, e “Fuori da un evidente destino”, il best-seller 2007, il giallo di ambientazione navajo di Tony Hillermann, o l’Arizona del primo Elmore Leonard. Ma sono solo esercizi di bravura di settecento pagine, di cui è lecito non ricordare nulla. Adesso, a Berardinelli non farà piacere, ma i critici come lui, disponibili, inventivi, brillanti, sono sprecati, in Italia.
Alfonso Berardinelli, “Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione”. Quodlibet, pp 418 € 28.

"L'avventura di una città" - contro l'Italia

“L’avventura di una città” è un omaggio a Milano, i cui tanti titoli il risvolto riassume efficace. Spigliato, pieno di aneddoti, divertente. Marta, milanese gentile, ha voluto ricostruire negli ultimi tre secoli la crescita della città, da borgo minore a capitale morale. Ma poi tutte le città hanno in qualche modo operato per il bene della patria, anche Napoli per dire, tutte sono capitali di qualcosa. Se è del bene della patria che si parla. Il sottotitolo “tre secoli di storia, idee, battaglie che hanno fatto l’Italia” si può applicare ugualmente a Torino. O a Roma. Ma anche a Firenze, che ha “fatto” il Manzoni. E a Palermo, perché no. A Venezia.
Milano è sicuramente, come Marta non si esime dal ripetere, il luogo dell’illuminismo italiano – con Napoli: la storia ha di queste sorprese. Di una religiosità convinta e composta. Della nota operosità. È volentieri generosa. È uno dei posti più ricchi del mondo – se non, probabilmente, il più ricco. Ma è – la Milano di oggi, per l’Italia, per il futuro - anche altre cose. “L’avventura di una città” si ferma al 1969, quando l’allora giovane commissario di Ps Achille Serra viene mandato e Piazza Fontana per lo “scoppio di una caldaia”, e deve invece chiedere “almeno cento ambulanze”. Da allora, e sono quarant'anni, Milano è la capitale - la fomentatrice -dell'antipolitica.
Dapprima con le parole di legno della rivoluzione. Poi con la presunta autodifesa della Lega. Milano, Milano 1, il cuore della città, è la capitale del leghismo – dopo esserlo stata del fascismo: di una reazione scomposta ai problemi del Sud che non la lambivano neanche, cui ha dato in più votazioni più del venti per cento dei suffragi, e poi la guida della città. È da quarant’anni la capitale della violenza politica, da Piazza Fontana a Feltrinelli e Calabresi, e al terrorismo che infine vi si è innestato. Del segreto della violenza politica. Dove si sono fatti ripetuti processi politici, che sempre sono una violenza. E il linguaggio ne è la prova: il birignao vuoto, ripetitivo,
sterile, che ha imposto all'Italia.
Milano è soprattutto la capitale di quella questione morale che è essa stessa la questione morale dell’Italia: è la capitale della corruzione. Si ruba di più ovviamente dove maggiore è la ricchezza, ma a Milano si ruba impunemente. Il riscontro penale alla Procura non interessa, se non si tratta di politici, e in sede civile non si arriva a sentenza prima dei dieci anni. Milano è il luogo del ludibrio della legalità. Che con Mani Pulite ha privato l’Italia della funzione politica, e tuttora la tiene sub judice, con le intercettazioni, i pentiti di comodo (i falliti, talvolta bancarottieri), le indiscrezioni, una stampa anche violenta. E alla politica ha sostituito e sostituisce Berlusconi e Prodi, un uomo d’affari e un andreottiano minore.
Marta Boneschi, Milano, l’avventura di una città, Mondadori, pp.428, rilegato, € 20.

Capolavoro in cucina, da Omero a Lucullo

Un libro da leggere. Geniale l’idea, alimenti e cucine da Ulisse a Lucullo, e magistrale la realizzazione – bizzarramente confinata in un volumetto a buttar via della Bur, senza indici, senza glossario, senza dizionario degli autori, impaginato, legato e copertinato perfino con impazienza. Una sterminata letteratura, per lo più confinata in frammenti noti solo agli eruditi, e un millennio di cucina sono repertoriati e raccontati con grazia, e quasi rappresentati plasticamente. Un gioiello. Le tantissime variazioni sono orchestrate per una lettura sempre piacevole. Come pure le novità e le sorprese, che intervallano la presentazione, senza cadere nello scontato dell’esotico. Sorrette da un’aneddotica che, ovviamente pertinente, riesce sempre suggestiva. Si legge anche come un’antologia, un excursus di testi, tutti di buona grana in questa traduzione, altrimenti irreperibili. Contorni e contesti sono tracciati con mano sicura, brevi e precisi. Un piccolo capolavoro, di erudizione e di scrittura.
Lia Del Corno, "A tavola con Omero", Bur, pp.119, euro 5

lunedì 26 novembre 2007

L'esistenza filosofica di Fred Vargas

Un po’ di francese, anche maccheronico, ed è fatta: i cultori dell’“amico” Vargashanno di che esilararsi. Fred non ha scritto un giallo ma un trattato di filosofia. Che a sua volta è uno scherzo. Nulla a che vedere con l’ira della difesa di Battisti, la sua opera successiva di varia umanità: l’“autorice” che tanti amanti ha si diverte a sgonfiare alcuni secoli di filosofia. Analizzando, immaginate, "il senso della vita", in un tour de force sul nulla - sull'idea stessa di trattato.Ce n’è per tutti, anche per i contadini: “À tout sol ses produits”, d’impeccabile originalità, dopo il “concetto vitale” del ver de terre, il verme. Con gli accorgimenti del genere trattatistico: “Ci ritornerò su” e “Vedi sopra”. C’è l’amore, naturalmente, in tutte le sue forme grammaticali: “Come mancarlo”, “Come evitare di mancarlo”, “Come essere amati dall’essere amato”. Ci sono i figli, le sorelle, i nipoti, i viaggi, le vacanze, che più spesso non si fanno, e la guerra ("senza nemico l'individuo non sa più chi è"). Con problemi non facili: il “Principio dell’attesa”, l’excretum”, che purtroppo è giornaliero, il “Principio dei contrari”. Alcuni concetti controversi: la pressione, l’ultimatum, il “Concetto di gambero”, il “Concetto del pitone”, il Rimprovero (sottocategoria: la solitudine compatta). E sicure perle di saggezza: “Perché la sabbia, più si stringe, più se ne va?” “Il mulino macina le sue proprie pietre”. Un esercizio d’iperletteratura, al termine del quale, dopo le quasi cento pagine, non avete letto niente. Cioè, non avete incamerato niente – del resto non costa niente, due caffè milanesi.
Fred Vargas, Petit traité de toutes vérités sur l’existence, Librio, pp. 94, € 2

La vedette del "Sole" è l'immigrato

Non c’è argomento più interessante per “Il Sole-24 Ore” e per i suoi lettori da qualche giorno: la corsa al lavoratore immigrato. Pagine su pagine attorno al decreto flussi 2007 in pubblicazione venerdì, con scadenze, orari esatti di presentazione delle domande, e le innumerevoli modalità naturalmente. Con istruzioni e download gratuiti dal sito del quotidiano. Non per una cifra enorme, si tratta solo di 170 mila permessi, ma l’attesa sembra essere, essa sì, enorme.
È un rovesciamento dei ruoli non si sa se più tragico o comico. Gli imprenditori, gli orrendi padroni, gli sfruttatori, etc., alla caccia spasmodica della possibilità di assumere lavoro legalmente. Il governo, popolare e di sinistra, naturalmente benemerito e pensoso dell’ordine pubblico, che i permessi invece lesina, creando la scarsezza che è all’origine della ferocissima, costosissima, cruentissima, immigrazione illegale. Quando non cogita, magari solo per mettere in difficoltà Veltroni, provvedimenti generalizzati di deportazione.

Anche La 7 si mette al Centro

L’operazione di ricentramento avviata a Apbiscom viene rilanciata a La 7: anche la tv, soprattutto il telegiornale, dovrà riequilibrarsi politicamente. Cioè aprire al Centro, al centrodestra. Nell’ambito del programma “più d’intrattenimento, meno faziosità” che nell’ultimo anno ha dato buoni risultati. “Crozza Italia” serve da pilota, che ora è citato anche da Berlusconi. Ma anche programmi affermati, come “Le invasioni barbariche”, “L’infedele”, e lo stesso Ferrara del più recente “Otto e 1\2”, in attesa che decolli l’incerto “Exit” della D’Amico.
Perazzini e Campo Dall’Orto, che gestiscono Telecom Italia Media, la holding radiotelevisiva di Telecom Italia, si ritengono in uscita, dopo gli avvicendamenti nella proprietà e al vertice del gruppo, benché siano in carica da pochi mesi. Intendono tuttavia presentare al nuovo management, il progressista Bernabé e il moderato Galateri, un gruppo media orientato verso il mercato piuttosto che verso il potere politico.