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mercoledì 28 maggio 2008

L'arresto era per Bertolaso

C’era Bertolaso, il capo della Protezione civile in qualità di ex commissario ai rifiuti di Napoli, nella richiesta originaria di arresti che il giudice Rosanna Saraceno ha trasformato nella retata di ieri. Lo assicura un fonte giudiziaria che la Procura di Napoli ha conosciuto molto bene dal di dentro in un recente passato e che vi mantiene ancora collegamenti informati. Marta Di Gennaro, direttore generale della Protezione civile, subcommissaria all’epoca di Bertolaso a Napoli, tra gli arrestati di ieri, entrava originariamente nell’inchiesta in posizione defilata.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.

Ceffoni laici di Bertone ai giudici liguri

C’era forse fretta a Genova di coinvolgere il Vaticano nello scandalo delle mense scolastiche. Non per distogliere l’attenzione dall’establishment diessino, questo no. Ma non si spiega altrimenti la scarcerazione, senza motivazione, del manager cattolico Giuseppe Profiti, collaboratore a Genova del cardinale Tarcisio Bertone, ora segretario di Stato in Vaticano, dallo stesso portato a Roma, alla direzione dell’ospedale Bambin Gesù.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.

domenica 25 maggio 2008

Ci vuole la destra per le cose di sinistra

“Ci vuole la sinistra per fare le cose di destra”, disse l’Avvocato Agnelli nel 1976, o nel 1978, mentre si comprava gratis il “Corriere della sera”. È stato uno dei detti più celebri dell’Avvocato, e ha fatto la politica italiana per trent’anni. Partendo dai famosi tre contratti del compromesso storico vero e proprio, dal 1975 al 1979, ad aumenti zero, certo uguali per tutti. Ma ora non è più vero – è quasi un bene che gli Agnelli non ci siano più, si sarebbero dispiaciuti.
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?

Berlusconi al gas? a grappolo? anti-uomo

Che fine ha fatto Rosy Bindi?
E Follini? Fece nel 2005 una crisi di governo, pur non essendo nemmeno deputato.
E Marini, presidente del Senato?
Che fine ha fatto Bertinotti, che si vedeva ogni sera in tutte le televisioni, così simpatico?
E Pecoraro Scanio? Lui che aveva un parere su tutto, napoletano verace.
Con le elezioni sono scomparsi molti personaggi. In attesa che siano svelate le polizie segrete, le carceri e le camere di tortura di Berlusconi, non sarà lecito presumere che più che al voto abbia sfidato i suoi avversari in campi aperti disseminati di congegni anti-uomo, d’insidiose bombe a grappolo, di gas tossici? La loro scomparsa è fisica.
Pare che la questione sia seria. Che un’elezione, come il parto, ancorché felice, possa provocare depressioni. Figurarsi se infelice.
Ma già prima del voto molti erano scomparsi, che non avevano argomenti.

Problemi di base

Perchè i comacini discesero l’Italia, fino a Trapani, e non risalirono le Alpi?

Perché nei segni non si vedono le facce – si sa chi è, fante, regina, eccetera, ma non se ne vede la faccia?

Il tè distende, il caffé concentra. Perché gli italiani, fannulloni, prendono il caffè, e gli inglesi il tè?

Perché gli uccelli sono carnivori – loro che vivono tra gli alberi e l’erba?

Perché gli uccelli migratori fanno tante migliaia di chilometri, ogni anno, sempre sugli stessi tragitti da e per gli stessi posti? E che pensano quando in incontrano i cacciatori che li ammazzano in volo? Magari ne ammazzano i piccoli, da alcune specie così coccolati.

Perché non ci sono pentiti contro Berlusconi? Solo Santoro, dopo due anni di Mediaset. Ma non ha detto granché.

Chi è Marco Follini?

Il mondo com'è (10)

astolfo

Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe ridetta, poiché l’Europa continua a vivere a a quell’ora, superba, indisponente. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi e disadattati, i migliori erano semplicemente poveri, riversati in Africa negli ultimi decenni dell’Ottocento con le promesse sottintese di scopare a piacere e dirsi superiori ai migliori africani. Masse di indigenti catapultati conquistatori in Africa, e per questo stesso fatto promossi, nobilitati, eroicizzati. Per il potere nella forma più turpe, dei ranocchi che si proclamano re. Con corredo di apologeti, etnografi e antropologi, della superiorità e dei destini manifesti, delle missioni civilizzatrici, di culture fondate sui fucili, i pantaloni col risvolto e il sangue bianco. Un progetto insano, prima che cattivo, e in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le grandezzate di Balbo e le nequizie di Graziani non cercava il petrolio - si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio ha ragione, ai suoi geologi era incomodo anche solo parlare coi miserabili fellah, che le fiammelle utilizzavano.
Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprivano all’Est, sulle coste del Mediterraneo o dell’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il commercio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce degli illuministi. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, che aveva un disegno e una convenienza, anche se perversi, avendo sortito la storia più brutta dell’umanità, tra razzie e schiavitù: l’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupidità europea, l’era dei primati nazionali. Che si esercitano nella violenza: siamo superiori.

Imperialismo – È furbo: tesse le fila ma non fa la rete. In questo senso Mao ha ragione, è una tigre di carta. È anche efficiente. In Kipling è perfino coraggioso.
Il governo britannico impose nel 1741 allo zar con apposito trattato commerciale l’obbligo di vestire l’esercito di lane inglesi. Ma le lane inglesi erano buone. “La nozione di oppressione è una stupidaggine: non c’è che da leggere l’“Iliade”. E, a maggior ragione, la nozione di classe oppressiva”, già Simone Weil aveva un’altra nozione dell’imperialismo tigre di carta: “Si può soltanto parlare di una struttura oppressiva della società”.
L’imperialismo è un programma su una corda tesa: non si governa con la polizia, e nemmeno con i missili. Almeno questo il Novecento avrà insegnato, al prezzo di cento, centocinquanta, milioni di morti assassinati, con le pallottole, le bombe, il gas, il veleno, il machete, una verità semplice: la libertà è difficile, certo è un’utopia, ma il potere non può che limitarsi. Per totalitario che si voglia o sia. Il massimo di potenza è impotenza, e preavviso di deflagrazione: il Novecento avrà sperimentato la politica totalitaria solo per provarne i limiti. L’equilibrio del terrore, era chiamato ed è, ma è intollerabile, tanto più per venire nel nome della democrazia. La deterrenza è minaccia costante, rinnovata, sovraeccitata. Ed è vero dominio, che il mondo ordinato vuole sotto di sé, obbediente, disciplinato, uniforme.
Gli inglesi hanno avuto il buonsenso di non farsi fare guerra. Niente Indocine né Algerie. Quando l’India ha marciato sul serio si sono ritirati. Anche in Sud Africa, purtroppo. E a tutti hanno dato, col passaporto, parità di diritti, giamaicani, pakistani, cingalesi. La violenza è generale, anche dei poveri. Dum-dum era la ragione sociale di una fabbrica di pallottole di Calcutta: se ne sbrecciava la punta per un motivo residuo della tratta dei negri, per essere la pelle degli africani più dura. Ma c’è nella violenza un più e un meno. O un disegno, violento è il male fine a se stesso:
L’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Sarà perché il primo inglese ad affacciarsi sull’oceano Indiano fu, nel 1580, un gesuita, Thomas Stevens. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina, per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Oppure si può dire al contrario: dovendosi radere ogni mattina, gli inglesi fecero un ottimo rasoio. Il segreto dell’imperialismo è semplice, direbbe Dickens: “La Provvidenza ha fatto un grande onore a confinare l’indomabile flotta inglese in una nazione così piccola, in mezzo a tanti popoli corrotti”. Questo vale anche per i romani, che all’opposto si indianizzarono: avevano di sicuro una loro poesia i fescennini dei romani, i canti saliari e il ritmo saturnio, ma Roma vi rinunciò grecizzandosi.
È vero che l’imperialismo può essere nemico del capitale, inteso come arricchimento, la potenza ha un’altra logica, o il fascino dell’azzardo, che sempre è perdizione. Anche due volte nemico, se hanno ragione quelli che pongono la potenza, cioè la conquista e la guerra, all’origine del progresso più che della ricchezza. L’India fu conquistata per espandere il mercato. Poi fu usata per limitarlo, nell’interesse di questo o quello, nemmeno tanto grande, produttore britannico di cotonate. L’imperialismo lasciato a se stesso, all’espansione irrefrenabile, esclude anche il terzomondismo, Antonio Negri ha ragione, la sentimentale nostalgia dell’uomo nudo - o della donna: trattati se ne potrebbero scrivere, Freud questa se l’è lasciata sfuggire, il desiderio della madre nera. L’imperialismo è distruzione, sinonimo di guerra. Agli indiani d’America, che i missionari con terrore vedevano sparire a occhio. O a Lepanto, dove non ci furono turchi prigionieri, e neppure feriti, tutti i venticinquemila morirono.
Ma non c’è simmetria tra i due imperialismi, non c’è reversibilità. Lepanto e la Conquista furono guerre di religione, in campo era il prete, direbbero Michelet e Le Goff, e non il mercante. E con le multinazionali l’imperialismo diventa impossibile, si trasforma nella democrazia come mercato di Bentham e Constant. Il sistema sociale di controllo può esservi altrettanto ramificato, ma non vuole l’anima come invece chiedeva il Pcus, con la scusa del Diamat, del povero Marx. È per questo che il Commercio ha abbattuto il Muro.

Indipendenza – L’esperienza mostra nel Terzo mondo un pattern ricorrente: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa.
Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico.
Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (18)

Giuseppe Leuzzi

Napoli. I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? Si è sempre detto, senza crederci, perché sono stati i primi illuministi in Italia, i primi industriali, e insomma al passo coi tempi. Senza credere nel loro illuminismo, opportunistico - come se gli altri, i Savoia, gli Hohenzollern, i Sassonia-Coburgo, ne fossero appassionati. Senza crederci loro stessi. Ma sarebbe ora di ripensarci: è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano. Dal lazzaronismo, dalle continue invasioni di campo franche e iberiche, dall’oscuro Medio Evo, dalla galere di Baia e Capo Miseno. E dall’isolamento internazionale, perché no.
Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio.

Napoli è stata “il Regno” fino praticamente al referendum per la Repubblica. Ma s’è rapidamente acconciata, e da decenni è anzi repubblica che bordeggia l’anarchia.

Milano. A Basiglio, o Milano 3, il comune più ricco d’Italia, una famiglia d’immigrati meridionali dava fastidio. Davano fastidio i due figli, di nove anni lei e tredici lui, che andando a scuola la infettavano. Sia quella elementare sia la scuola media. Finché un’insegnante delle elementari, la direttrice, il sindaco, lo psicologo e gli assistenti sociali non sono riusciti a mandare sorella e fratello in galera – in casa di correzione, in due case separate. Con l’imputazione di disegni osceni.
A questo punto succede una cosa straordinaria: virtù impensate emergono nel giornalismo del gossip. Il fatto non poteva sfuggirgli, che dei meridionali pecorecci vadano a infettare la civica Milano. Ma allora, perpetuandosi lo scandalo per qualche giorno, si viene a sapere, un po' detto, un po' negato, ma insomma: non la bambina incriminata ha fatto il disegno osceno, bensì un’altra. Come si arguisce del resto dalla didascalia che lo accompagna. Dopo due mesi, e una sentenza del Tribunale dei minorenni, anzi esattamente 69 giorni, i due bambini incarcerati vengono liberati. Non subito: il ragazzo si farà un'altra settimana, perché la psicologa che seve dare il prescritto parere, non ha avuto il tempo di perscrutarlo.
Il fatto non vuole dire nulla. Magari la direttrice, l’insegnante e le assistenti sociali sono meridionali, e la psicologa che dopo due mesi, trovando il tempo, scagiona i due bambini, è settentrionale. Oppure è viceversa. Il fatto è che Milano imbastardisce tutto. E sempre si assolve.
La casa di correzione i giornali pudicamente chiamano istituto, si elogia il senso civico della bambina che si è accusata dei disegni osceni, si critica lo Stato insensibile, e si tenta di non dire più che i colpevoli erano meridionali, infiltrati nel comune più ricco d’Italia. Di tacere che è stato detto. Ma sopratutto se ne parla il meno possibile: non ci sono tavole rotonde né articolesse sui bambini traumatizzati, sui genitori aggrediti, sugli insegnanti incapaci di leggere o razzisti, sugli psicologi che si pronunciano una volta a settimana - gratis?
Nessuno si chiede se l’insegnante e il direttore didattico abbiano poi denunciato la bambina che ha fatto i disegni (non l’hanno denunciata), se gli assistenti sociali siano venuti a prelevarla e richiuderla (non sono venuti), o perlomeno se abbiano chiesto ai suoi genitori come mai a nove anni sapesse così bene il kamasutra (non l’hanno chiesto). Né perché a Basiglio lo Stato dei milanesi vituperato usi due metri.
Solo è stata preparata con cura la festa dei compagni per il ritorno - la solita scena televisiva dei bambini civilmente impegnati. Magari dallo stesso sindaco e dal direttore didattico, la Rai non è così cinica.

Milano, sorniona e sempre furba, pensa di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece ne è infetta. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta Sportiva” ma svuotandola - la leggono sempre meno, e le sue Milan-Inter soffrono di rimorsi e pastette. Milano è in via di meridionalizzazione, cioè in declino.
È vero che Milano si lascia impregnare, già da Mussolini, poi da Craxi, ma sempre sopravvive, è madre robusta. Ora un sindaco genovese potrebbe salvarla, avendole dato con l’Expo un impegno preciso su cui operare. Ma Napoli è insidiosa. È affabile, spensierata, disinteressata, e colpisce a morte.

Lega e Mani Pulite vanno assieme. Non sono il ripudio di Roma Ladrona e dell’Italia Unita. Sono la riconquista del Sud – Roma è il Resto d’Italia. Da parte dei milanesi, dopo la conquista piemontese. A condizioni di realizzo: un mercato di sbocco, per la moda pronta, le arguzie Mediaset, e i vini algidi dell’Oltrepò, e un mercato del lavoro, si spera, di nuovo a buon mercato con le gabbie salariali.
La differenza tra Torino e Milano è enorme, tra il senso dello Stato e la corruzione in atti giudiziari.

“E pensare che non c’è nebbia nei paesi latini, i paesi degli assassini”, dice Sherlock Holmes nel racconto “I piani di Bruce Partington”.
Lo dice stizzito, contro i ladri e i grassatori di Londra che se ne stanno tranquilli. Ma è vero, non c’è la nebbia al Sud. E ci sono gli assassini. Quelli rilevati, non quelli delle statistiche, che sono sempre più numerosi al Nord.

C’è, nella guerra piccolo libanese tra i Rugolo e i Crea a Gioia Tauro, il vincolo familiare classico della vulgata mafiosa, tra un suocero e tre generi da una parte, e un padre e tre figli maschi dall’altra, le due parti in lotta. Ma ci sono anche generi che tramano contro il suocero, subordinati che sparano al Capo, tutti in un modo o nell’altro confidenti dei carabinieri, e pentiti da quindici anni che continuano a dettare l’oggi.
La mafia è una guerra di tutti contro tutti. La sociologia delle cupole, della mafia imprenditrice, del controllo del territorio, della mafia politica serve ad ampliare i confini della violenza, ad adeguarli alla realtà storica. Ma la mafia – il crimine organizzato – è una guerra “civile”, fra persone e gruppi mafiosi. Viene combattuta e vinta – la mafia è sempre perdente-vincente – nelle aree socialmente molli. Per psicologia, traumi, spopolamento (l’emigrazione, che è sempre dei più determinati, se non forti).
Il Sud, il familismo, la corruzione pubblica? I Borboni furono riformatori per primi. E gli arabi sono come gli spagnoli, la storia conta poco. I bravi di Manzoni, che prosperavano sotto le “grida” spagnolesche, di un governo assente, furono sconfitti, in breve, in silenzio, definitivamente, da preti coraggiosi, contadini tosti, mercanti intraprendenti, che sapevano il valore dei soldi, e della fatica, l’applicazione costante.

Non c’è una mafia imprenditrice, ci sono imprenditori che lavorano per la mafia: consulenti, manager, mediatori, prestanome. Il mafioso non è uno che crea, in nessuna circostanza (estorsioni, appalti, droga, terreni e immobili, esercizi commerciali): La sua opera è sempre di distruzione, di valore aggiunto oltre che di persone e famiglie: dove c’è la mafia la ricchezza non cresce ma diminuisce.
In assoluto può crescere ma comparativamente diminuisce, rispetto a un periodo anteriore, rispetto ad altre società in analoghe condizioni. Dalle rovine, e con dispendio di risorse, il mafioso usa ora costruire, alla luce del sole, gli “imperi del racket”, catene commerciali, centri catering e di ristorazione “dalla culla alla tomba”, per ogni occorrenza familiare, finanziarie e banche popolari, società sportive, per i vantaggi fiscali connessi, aziende agricole modello, per le sovvenzioni, ma con spreco di risorse e per periodi limitati. Le risorse vanno agli imprenditori di contorno, che non possono reinvestirle se non in piccola parte, per la necessaria riservatezza. Mentre i mafiosi si assassinano o si denunciano a ogni generazione: la violenza prevale sempre su ogni considerazione di utile.

Nella mafia è una carica straordinaria di energia – si può (si deve) anche leggere così. I fratelli Graviano, all’ergastolo per l’assassinio nel settembre 1993 di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, studiavano in carcere nel 2005 per laurearsi, uno in ingegneria e uno in matematica, hanno voluto figli protetti a Roma in un collegio di gran nome, e continuavano a gestire i loro affari attraverso “delegati” e “prestanome”. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere il perché.
La mafia si differenzia dalla delinquenza comune perché la violenza vi esprime anche energia, capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza: innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare ricchezza. Partendo da condizioni sfavorite: immigrati marginali e isolati in America, villani in Sicilia e Calabria.
Sono una conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio? Questa è la chiave, e quella psicologica. Mentre l’argomento è stato finora trattato ironicamente, in stile marxiano, per denunciare le origini sempre poco onorevoli del capitale. O dal sociologo Pino Arlacchi in chiave giudiziaria (dove sono i soldi della mafia).

Secondi pensieri (13)

zeulig

Agnizione – Recupera il timore del mancato riconoscimento, degli altri e di sé. È artificio diffuso perché il timore è diffuso, è anzi il meccanismo basilare della conoscenza, per tentativi ed errori.
Anche le storie d’amore sono un tentativo di riconoscimento.

Amore - È talvolta una scoperta di estraneità. Anche quello carnale, di parentela.
L’amore è magia, cioè volontà di amare, applicata. Ma non solo nella durata, anche nell’atto dell’innamoramento, e nell’amore folle.

È la grazia. Una condizione insieme coltivata, per la quale bisogna “essere preparati”, e donata.

È l’attenzione – la Sorge di Heidegger, la premura. Ma Heidegger non sa nominarlo, perché?

Dopo i vent’anni non c’è rappresentazione dell’amore felice. Si potrebbe farlo, è una buona sfida per un buon scrittore, ma non si fa. C’è la coppia – fidanzamento, convivenza, matrimonio. E c’è la singletudine, sempre inquieta. E lo scarto sui due stati, l’innamoramento, è da tempo immemorabile fonte di dolore e disgrazia non di felicità.
Non c’è amore proprio, senza sanzione. L’amore non va con la libertà.

Antisemitismo - È cresciuto con l’uso della Bibbia.
Non c’era nel primo millennio del cristianesimo. È scomparso con papa Woytila, che non ha mai fatto una citazione biblica, e con il dialogo che tanto fortissimamente ha voluto.

Celan-Céline - È più che un’assonanza. Nemmeno blasfema, facendo la tara dell’antisemitismo. Il legame è più autentico di quello Celan-Heidegger, che è posticcio (politico). Chiarisce l’oscurità del poeta, il suo bisogno di esprimere, malgrado la camicia di forza mallarmeana indossata, l’orrendo e l’irrimovibile che ha fatto la sua esperienza, storica, familiare, personale.

Germanesimo – Si può dire l’amore della morte. A Rilke l’identificazione scatta prepotente, a Kafka: non si muore per accidente, malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per bellezza e amore, il segreto della vita.
Non c’è mai nella poesia tedesca dell’Otto-Novecento abbastanza purezza, è come per i poveri di generazioni affamati, non c’è mai per loro abbastanza cibo.
Essendo nipoti o nonni di Freud, in sonno, in partibus, in incognito, i tedeschi sono igienisti. Dei sentimenti, della passione, della ragione.

Identità - Il problema dell’identità è che esso si complica con la ricerca dell’identità, della sua definizione e del reperimento di essa. Come di ogni altro concetto e, Heisenberg avrebbe detto, ogni entità. Aggravato però da una speciale sensibilità: dall’esclusione che la ricerca dell’identità presuppone e rafforza, sia pure sotto la forma dell’autoesclusione.

Magia - È naturale, per stati esaltati dell’animo, schizofrenie lievi, forme depressive, sogni erotici (incubi, succubi), metereopatia, allucinogeni erbacei (segala, cannabis, datura, elleboro, aconito), nei cibi, le bevande, gli estratti, gli unguenti, per le persistenze dell’universo infantile, senza tempo e senza spazio. È una forma di follia ragionata, ragionevole. È una forma (estensione) della logica.

Marx - È Cristo, è vero – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia.
Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat.

La verità è che della fabbrica non resta nulla, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione lo sa. Anche politicamente: altrimenti sarebbe un comunismo di schiavi, senza possibilità di realizzare l’uomo, poiché elimina ogni spazio comune.

Nichilismo – È materia cristiana, mussulmana, ebraica: del Dio unico. Quello più rigoroso non è ateo ma credente – si è atei perché si ragiona, si crede nella ragione. Quando non c’è è più il divino, ma un Dio unico, il Principio di tutte le cose, ascendere a Lui è, diceva William Blake, “scendere
nell’annientamento del proprio io”. Quello che cercano i mistici. Che poi diventa, conseguentemente, annullamento dell’io.
Si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù. Bisogna essere umili, fino all’annientamento.

Ottimismo – Nasce dalla capacità critica, dalla ragione. La vicenda umana è indifferente.
Baudelaire ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.

Passato - È la nostra essenza. È duro non perché è millenario, ma perché è cerebrale, nervoso, folle.

Proselitismo – Include. È la storia e la fortuna del cristianesimo in tutte le sue articolazioni. L’eredità del processo inclusivo che fece la fortuna dell’impero romano.
Il fattore religioso può essere dirimente sull’identità. Si distinguono le religioni che fanno proselitismo da quelle che non lo fanno, forse solo l’ebraismo. Ma sull’identità il proselitismo opera al contrario, include. Non si fa molto caso nel cattolicesimo agli ebrei convertiti, seppure rinomati, Edith Stein, Simone Weil. Mentre l’ebraismo se ne scandalizza.

Religione - È portentosa. Il culto di Dio è luminoso. In senso onorifico ma anche proiettivo: non si saprebbe immaginare Dio triste, o perdente, o anche rutiniero.

Storia - È distruttiva. Distrugge i miti e le menzogne, sia pure benevole, di cui la vita si compiace: il senso della storia è nemico delle illusioni, dell’immaginazione..

Si dice – George Santayana –che “quelli che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. Ma anche quelli che vivono nel passato. E quelli che vivono nel futuro, lo anticipano.
È il tempo che è confuso.
E la retorica, la bella frase. Che sempre sarà vera, ma per sé – per Santayana, i nostalgici, i logici sistemisti, ma la storia?

Sesso – È come il denaro, la stessa storia di “possessioni”, la glottologia non sbaglia, solo il dottor Freud non se n’è accorto. Per questo chi ha l’uno non cerca l’altro. I poveri scopano con più piacere.
Per le donne può essere vario – avventuroso. Per gli uomini è ripetitivo. Per questo sono sentimentali.
Gli uomini hanno inventato la pornografia pensando di variare il sesso. Per questo non resta loro che piangere.

Tempo – È irrilevante per l’esistenza: c’è chi è lo stesso per tutta la vita. O capita di cambiare tutto in un istante, un incidente per esempio. Perfino in guerra si fatica a percepirne il passaggio: eventi anche gravi e dolorosi possono essere lenti, ripetitivi, abitudinari.

È comprimibile. Facendo, o anche non facendo. Ed è estensibile – la durata: ricostruzione, immaginazione, memoria, storia – senza limiti.

Si ricostituisce – esorcizza l’inatteso – attraverso le nozioni di destino, i miti, l’astrologia.

Uguaglianza - È l’amore di sé. Il sé che diventa mondo.
L’uguaglianza livella in quanto riduce ad unum – non necessariamente porta verso il basso, verso il minimo denominatore comune. E questo uno è se stessi: il fautore benevolo dell’uguaglianza vuole tutti uguale a se stesso. È uno contento di sé.

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