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sabato 14 gennaio 2017

Il mondo com'è (290)

astolfo

Bipartitismo – Si è tentato per venticinque anni, e si tenta ancora, di imporlo per legge elettorale. Senza formazioni partitiche degne di questo nome, forti cioè di una tradizione, organizzativa ed elettorale (di sistema elettorale), e di una disciplina etico-giuridica – l’unica che tenta di imporla è la formazione di Grillo, che è la più anti-partito, e peraltro la tenta con metodo antidemocratico.
Un residuo della modernizzazione intesa, a fine Novecento, come importazione di schemi e modelli anglosassoni. Il bipartitismo quindi come il confusionario sistema universitario, della laurea breve, o il depotenziamento dei licei, dove non si studia più nulla. Una camicia di forza in realtà, per impacchettare coalizioni, che fatalmente, dopo il voto, tendono a diversificarsi e a dissolversi. Accompagnata da una legge sul finanziamento dei partiti, al Parlamento nazionale e in quelli regionali, che invita alla frammentazione, alla costituzione di gruppi autonomi,  perfino di un parlamentare (si ottengono, pagati dall’erario, tre e quattro collaboratori personali, e una sede).
Il bipolarismo è stato introdotto forzosamente per favorire la governabilità. Contro la neghittosità, il rinvio, l’indecisione, e il negoziato perpetuo su ogni minimo provvedimento, che favorisce gli interessi particolari a scapito della funzionalità. Ha invece allargato l’ingovernabilità: ha portato alla caduta surrettizia e occasionale dei due governi Prodi, e all’inefficacia dei governi Berlusconi, preda sempre delle componenti più grette e retrive delle coalizioni di destra (le cacciate di Tremonti, la mancata vendita degli alloggi popolari, perché “i sottufficiali dell’Aeronautica a Roma si oppongono”…. ).

Fascismo – Si riabilita Starace, dopo Bottai e Ciano, gli architetti, Rocco, e gli anni del consenso. Dimenticando, un po’, Matteotti e Gramsci: la libertà vale meno oggi, nel regime dei diritti, o un assassinio. Fino alle leggi razziali, certo – non subito nel 1938, la cosa non fu afferrata subito, qualche mese o anno dopo. Il fascismo ha solo perso la guerra?

Governo – Un storia dei governi non c’è, e quindi è azzardato sistematizzare. Ma avendone vissuto una lunga teoria, diciamo dall’estate del 1963, del governo balneare i Giovanni Leone, che personalmente indirizava due gruppi di studenti, ognuno di una dozzina  di partecipanti, per un’esperienza sul campo del sottosviluppo e della cooperazione allo sviluppo, promossa dall’Iri in Tunisia e in Marocco, se ne può abbozzare una.
Si possono distinguere governi qualificati e attivi, di ministri in qualche modo conoscitori e anche specialisti del proprio campo: il quarto e quinto De Gasperi, Monti, Ciampi, Amato, Craxi. O per elevato spessore politico: i primi tre governi De Gasperi, nell’immediato dopoguerra, e il Craxi. Governi di gruppo, o ammucchiata: gli ultimi De Gasperi, i due Spadolini, quelli di Prodi e di Berlusconi. Governi inutili e inerti: i due promossi da Andreotti nel quadro della “solidarietà nazionale” o del compromesso storico, tra il 1976 e il 1979. Negli intervalli molti governi sono stati “monocolore”, cioè democristiani - seppure assistiti da “tecnici”, altrettanto democristiani: quasi sempre minoritari, sono però tra i più attivi, solo un po’ meno del primo gruppo.

Iraq – La liberazione voluta quindici anni fa dall’Occidente sta producendo la più gigantesca caccia all’uomo nel mondo, con conseguente esodo, dalla fine della seconda guerra mondiale. Un fatto oscurato dalla guerra in Siria col terrorismo islamico, ma di dimensioni più ampie dell’esodo dalla Siria, con più profonde implicazioni storiche, culturali. Sono infatti in via di eliminazione le minoranze, etniche o religiose, che qualificavano il Paese. Cancellati i caldei o assiri, in diaspora questi da molto tempo, dall’Ottocento, prima degli armeni e poi con gli armeni, con i quali si confondevano, specie quelli attorno a Mossul. Ritorna la caccia ai curdi, che tuttora sono tra un sesto e un quinto della popolazione. I cattolici romani, che erano un milione e mezzo alla caduta di Saddam nel 2003, sono ora meno di mezzo milione. Presidiavano Ninive, la vecchia capitale degli assiri, la maggioranza della popolazione locale, due terzi dei 175 mila abitanti, e sono scomparsi – forse nelle regioni a Nord, tra i curdi. Gli yazidi, che popolavano il Nord al confine con la Turchia, attorno al monte Sinja, sono scomparsi anche loro, colpevoli di non essere islamici – gli yazidi praticano una religione animista. I mandei  si soni ridotti da 600 mila a 60 mila: sono detti “cristiani di san Giovanni”, una confessione gnostica che usa celebrare il battesimo nel Tigri. Gli ebrei erano scomparsi già con l’arabismo di Saddam – erano una comunità rilevante in Iraq, di circa 130 mila membri.

Islam – È l’Occidente che forgia questo islam, militante: in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia, con tentativi abortiti dapprima nel Libano, e poi in Algeria, in Egitto, in Tunisia. Fanatizzandolo e finanziandolo, lautamente, attraverso le petromonarchie della penisola arabica. E ora con Erdogan, altro potentato portato dall’Occidente. Non se ne parla, ma è un fatto notorio. Che il professor Wael Faruk, un egiziano mussulmano, docente a Scienze linguistiche alla Cattolica di Milano, così sintetizza a formiche.net:  “L’attentato di Istanbul è conseguenza del sostegno di Erdoğan ai gruppi combattenti islamisti in Siria, come al-Nusra. Potenze regionali come il regime di Erdoğan pensano di poter controllare gruppi come al-Nusra per poterli usare per i propri scopi. Forse possono controllare il destino del gruppo intero, ma non le migliaia di individui che a questo gruppo appartengono, cui è stato fatto il lavaggio del cervello e sono pronti a farsi esplodere in nome di Dio”. Una fanatizzazione che viene da Occidente: “Alcuni autori occidentali hanno propagandato Erdoğan come simbolo di un islamismo moderato”, ma non ci sono mezze misure: l’islamismo è “un’ideologia”. E: “Non è favorendo un’ideologia religiosa moderata che l’Europa combatterà quella estremista del terrorismo. Nel mondo dell’ideologia vince il più fanatico e organizzato, che arma la cultura della violenza”.
Faruk ne spiega anche i meccanismi: “In Siria l’Occidente ha compiuto il grave errore di sostenere, nei primi anni del conflitto, i gruppi islamisti armati, presentandoli come combattenti per la libertà. Ora migliaia di giovani europei che si sono arruolati in questi gruppi e hanno giocato un ruolo in questa guerra, cosa faranno se l’accordo di pace avrà successo? Non penso che torneranno in Europa per riposarsi, ma per continuare la loro lotta e vendicare la caduta del Califfato. È già successo negli anni ’90, quando, finita la guerra in Afghanistan contro i sovietici, i combattenti islamici sostenuti dall’Occidente sono tornati in Algeria, Egitto e Tunisia e abbiamo avuto un decennio di terrorismo”.

Riforma – La divisione maggiore – peggiore – della cristianità, anche probabilmente la più sanguinosa, non fu l’esito di un’eresia o di uno scisma, ma un fatto politico: l’insubordinazione di un monaco.

Terrorismo islamico – Ne è ben nota nel mondo arabo e islamico la matrice, nonché le protezioni di cui gode, nelle sue varie denominazioni – ora prevalente l’Is. In Tunisia, in Algeria, nel Marocco, in Egitto, nel Libano, dovunque c’è ancora un minimo di opinione pubblica, di dibattito. La matrice è salafita-wahabita, cioè saudita. I suoi mullah vengono dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia. Le moschee più prestigiose anche, in Nigeria, in Germania e altrove. Finanziamenti e armi a profusione dall’Arabia Saudita, dal Qatar e anche dalla Turchia. Non all’oscuro degli Stati Uniti, e quindi con il loro supporto – la neutralità in materia di terrorismo non è no, e nemmeno ni, è si.
Di questo però non c’è traccia nelle tante monografie dedicate al fenomeno, da Ahmed Rashid e i Talebani a Loretta Napoleoni e l’Is. Sono panoramiche fornite dai servizi d’informazione Usa e britannici?  Le monografie francesi sono già diverse - ma sembrano non sapere molto degli ultimi sviluppi, diciamo del Millennio (gli studiosi francesi non leggono più i giornali nordafricani? È vero che il Maghreb sta abbandonando il francese, il bilinguismo).

astolfo@antiit.eu

Il Mediterraneo sta a Trento

Un centinaio di opere collezionate dal museo di Trento e Rovereto, datate lungo tutto il Novecento e fino al 2005, su temi mediterranei. Che siano archeologia, miti, segni di qualsiasi foggia, scrittura. Fino al nodo – quindici anni fa – dei migranti, che poi sarebbero diventati massa imane. Con molti bei reperti. De Pisis, De Chirico naturalmente e Savinio (“Ulisse e Polifemo”), Guttuso (un ritorno alle origini erotizzante, Jodice (un’emozionante emulsione della “Via Colonnata e il Tetrapylon” di Palmira), Kiefer (un mare procesloso, prodromo delle stragi recenti, con almeno tremila africani inghiottti dalle sua acque).
Una mostra a tema fra le più ricche e meglio costruite. In un piccolo museo decentrato, una villetta fine Ottocento fuori dallo scalo dei ferry, dopo san Salvatore dei Greci, sulla strada verso i sobborghi del Capo Faro, dai nomi certo evocativi, Pace, Paradiso. Messina non le ha trovato collocazione migliore. Forse perché se ne vergognava – si vergogna di non averci pensato essa stessa? Del resto, l’ex museo provinciale ospita da sempre senza lustro due meravigliosi Antonello, almeno due Caravaggio, forse tre, da non buttare, e un ottimo Mattia Preti, con la “Madonna della Lettera”, patrona di Messina – eredità della collezione Ruffo (Ruffo della Scaletta), la più importante in italia nel Cinque-Seicento, poi dispersa nel Settecento.  
Mediterraneo luoghi e miti. Capolavori del Mart, Messina, Museo regionale interdisciplinare, ex filanda Barbera-Mellinghoff

venerdì 13 gennaio 2017

Il business ambiente

L’Epa, l’agenzia americana per l’ambiente, che ha messo sotto accusa la Fca, fu creata da Nixon nel 1970. È un’agenzia politica, come del resto tutta la protezione ambientale, con un forte potere di controllo e un grosso budget di spesa, e una delle prime nomine nel nuovo presidente americano ha riguardato proprio la presidenza dell’Epa. Non è neppure un caso che i suoi interventi più cattivi siano stati sui motori diesel, specialità tedesca e italiana: rovinare un concorrente rientra nell’etica americana.
Era stato Nixon, il presidente poi discreditato, a tenere a battesimo la protezione dell’ambiente l’anno prima, uno dei suoi primi atti da presidente. Subito dopo l’elezione, nel ‘68, aveva sollevato il problema dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, affidandone la soluzione alle industrie. Due ani dopo le compagnie petrolifere, chimiche e automobilistiche si contendevano gli spazi pubblicitari in America per celebrare l’Earth Day, una festa annuale della terra, che le aveva nuovamente arricchite. Altrove, e nella stessa America, la protezione ambientale ha peraltro presto favorito anche un  sottobosco associativo e affaristico di vastissima portata – tanto quanto è inefficiente e anzi nocivo.
Nixon aveva visto giusto: era un business di enorme portata. E tale è rimasto per questi cinquant’anni. Molti programmi, molte conferenze, piani di spesa sempre più massicci, con poco o nessun esito. Anzi con la moltiplicazione degli scarichi e gli scarti velenosi. Delle grosse cilindrate, con i pick-up urbani e i suv. Del packaging, a cui si devono due terzi dei rifiuti, con la scusa dell’igiene. Si sono messi in produzione in Nord America gli scisti bituminosi per fare petrolio, l’attività mineraria più inquinante, più del carbone.  Il parco macchine è più che triplicato, il trasporto per ferrovia si è ridotto, le ferrovie urbane sono diventate troppo costose.  
Si dice che la politica ecologica, se non ha fato regredire l’inquinamento, ne ha evitato una crescita ancora più mostruosa, ma questo è da dimostrare. Da dimostrare cioè che i benefici sono stati rispondenti ai costi.
Si sono moltiplicate le Agenzie regionali per la protezione ambientale, Arpa. A nessun effetto, se non la distribuzione di stipendi e consulenze per architetti e ingeneri, con comodi uffici in tutte le province italiane, per lo più deserti – provare per credere, valgono la passeggiata. Agenzie analoghe sono state create molte città, in Toscana, in Emilia. Piene di imboscati, che non sanno nulla di quello che dovrebbero sapere - basta provarsi a fare una pratica per lo smaltimento dell’amianto – e volentieri vi si trasferiscono per poter non fare nulla, nemmeno bollare le carte.  
Arpa e agenzie comunale non sanno nemmeno fare la raccolta diversificata dei rifiuti. Si fa nominalmente, per beneficiare dei fondi appositi, ma a nessuno o scarso riutilizzo. Si è moltiplicato il business del disinquinamento. Soprattutto dei depuratori delle acque. Che sono per la maggior parte inutilizzati-abili, e quelli che funzionano inefficienti e insufficienti.

Lo scandalo di Obama

Prima di andare Obama: 1) accelera lo schieramento “Atlantic Resolve”, delle truppe americane, canadesi, tedesche , francesi e inglesi nei paesi baltici, 2) mette l’Fbi sotto inchiesta per avere indagato sull’uso incorretto della posta elettronica alla segreteria di Stato, 3) fa accusare la Fca, all’ultimo momento utile, prima dell’uscita dalla Casa Bianca, e dell’avvicendamento al vertice dell’Epa, l’Agenzia per l’ambiente.
È questa una vendetta politica? È Fca colpevole di essersi schierata con Trump in materia di investimenti, in America meglio che fuori? Gli investimenti non si fanno in un giorno, a capriccio dei capi, e a perdere, e non sono comunque sanzionabili.
È un Obama vendicativo che esce dalla Casa Bianca. Non ci sono precedenti di presidenti così attivisti nel rendere la vita difficile al successore del partito avverso. Non Lyndon Johnson con Nixon nel 1968, non Bush sr. con Clinton nel 1992, non Clinton con Bush jr. nel 2000.
È un Obama ferito. Si vede anche dal patetico di cui ha infiorettato l’ultimo discorso pubblico: non un bilancio orgoglioso di quanto ha fatto ma un appello ai buoni sentimenti. Ferito dalla sconfitta elettorale, che è stata di Hillary Clinton, ma in grande misura è una sconfessione della sua presidenza.
Ma è questa la novità nella costituzione (di fatto) americana, non l’elezione a sorpresa d Trump: un ex presidente che vuole creare problemi al successore, cioè all’America.

L’America non è più forte

Impazzano i dossier di spie, dop che Obama li ha scatenati. Della Cia contro l’Fbi, di agenti inglesi, forse doppiogiochisti per conto dei russi, contro Trump.
La politica occidentale fatta dai servizi segreti, inglesi, americani, magari al servizio dei russi (troppe spie e ambasciatori inglesi di lungo corso a Mosca, e si sa quanto gli inglesi amino il doppio e triplo gioco), sarà stata una delle debolezza della presidenza Obama. A partire dallo spionaggio imbarazzante sui governanti europei, al caso Assange e wikileaks – e anche alla mancata chiusura di Guantànamo. Non è onorevole, e anche imbarazzante, che Obama lascia la presidenza tra gli scandali dei servizi segreti.
L’Fbi è sotto inchiesta da parte del ministro della Giustizia, cioè di Obama – i ministri americani sono estensioni della Casa Bianca. Probabilmente su impulso della Cia, che si rilancia da qualche tempo rilanciando la guerra fredda. Se c’era del marcio nell’Fbi su cui indagare è impossibile che questo sia avvenuto nell’ultima settimana di presidenza, di un presidente già in uscita da due mesi.
Questo è un segno certo di debolezza politica negli Usa, più che la vittoria dell’improbabile Trump. I corpi separati dello Stato in guerra tra di loro si erano visti solo in Italia, normalmente sono materia da Terzo mondo, di intrighi e golpismo.

La pace di Putin per la Libia

In Libia la Russia non c’entra nulla. Ancora meno che in Siria, dove non ha mai contato nulla, ma perlomeno è vicina di casa. E invece anche in Libia la pace passerà probabilmente per Mosca.
Putin fa semplicemente quello che curiosamente hanno evitato di fare gli Stati Uniti, cui l’Italia si è associata: rimettere nel quadro l’Egitto, che della Libia è sempre stato un vicino ingombrate. E con l’Egitto metà della Libia quella di Bengasi e del petrolio. Ora controllata dal generale Haftar. Il quale inutilmente per un paio d’anni si è era proposto interlocutore sia a Roma che a Parigi e agli stessi Stati Uniti.
Non sarà facile comunque riportare la Libia alla pace e all’unità. Ma per Bangasi e il Cairo bisognerà passare: solo Putin lo ha capito?

Troppe assoluzioni

Le assoluzioni degli ex ministri Guidi e De Girolamo, dopo quella del sindaco Marino, e di Penati, Errani, De Luca, fanno massa. Non sono errori, che possono capitare, sono un metodo. I succedono infatti senza autocritica, né degli inquirenti, né dei media che i tre casi hanno magnificato.
La cosa è da tempo nota come asse media-giustizia. A cui però si impedisce di porre rimedio.
C’è un distinta volontà di impedire la politica e il governo. Nel nome, si dice, dell’onestà. Ma in questi tre casi, e in molti altri, la disonestà sta nell’asse stampa-giudici.
È sempre il partito della crisi che governa l’Italia. Nell’interesse degli editori, e delle banche con cui gli editori turpemente intrecciano, evidentemente – oltre che delle carriere dei giudici, da un trentennio legate al terrorismo. Ma c’entra anche il giornalismo, la cosiddetta deontologia professionale.
Agli inizi del giustizialismo, si diceva che dire la verità avrebbe gatto grandi i giornali. I giornali invece si son rimpiccioliti, e dunque con gli scandali non dicono la verità?

Il silenzio di Dio sul cristianesimo

Un film crepuscolare e claustrofobico. Non diminutivo, anzi tragico, con punte di sadomasochismo, inevitabili con i martiri e i martirî: ma nei toni grigio azzurri del purgatorio. Una professione lenta, negativa ma costante, di fede, che però non finisce in gloria ma nell’incubo. Se la salvezza non sia nel tradimento.
Il tema è sempre quello del cercatore di fede: il silenzio di Dio, il male. Con la tentazione è Giuda, di allargare la possiblità di redenzione al tradimento. Lo era già per Scorsese giovane dell’“Ultima tentazione di Cristo”. Lo è qui, meno gridata, ma suadente. Tre giovani gesuiti partono alla ricerca di un confratello che in missione in Giappone sarebbe finito nell’apostasia: è il loro maestro, che non può  essere un traditore, è per questo che i tre partono, per ristabilire la verità. Finiranno interpreti, sbirri e confidenti dei persecutori: i due superstiti dei tre  I due gesuiti compaiono dopo qualche anno, dolenti apostati, o forse solo marrani, come agenti della dogana nipponica, con l’incarico che svolgono pignolo di scovare amuleti cristiani tra le cuciture e gli orli di giacche e borse degli olandesi infine ammessi alla mercatura in Giappone.
Una grande produzione. Con sbavature. Il protagonista, Andrew Garfield, verrà fatto somigliante a un certo punto all’immagine del Cristo, ma per due ore e passa ha quella del giocatore di football, iperproteinico – un gesuita portoghese del Seicento? La sceneggiatura è poco coerente. L’interprete giapponese quasi occidentalizzato, nei modi e nell’eloquio, all’improvviso è un freddo decapitatore. Gli inquisitori urlano in giapponese, e in italiano suonano melliflui. Ma tutto il doppiaggio è spiazzante (si sente pure una parlata toscana), con l’estraniamento sempre di ascoltare nella propria lingua una vicenda che si svolge nel Seicento in Giappone – si parla poco giapponese coi sottotitoli.

È tuttavia due ore e mezza di cinema, in qualche modo avvincente. Sarà il tema, l’occidentale perseguitato in Asia? C’è voglia di rivedere la storia, finora compressa allo stereotipo dell’europeo colonialista e razzista – mai, per esempio, quanto un giapponese.  
Martin Scorsese, Silence

giovedì 12 gennaio 2017

Problemi di base diplomatici - 309

spock

Tre miliardi per i profughi alla Turchia, trecento milioni alla Libia: Germania batte Italia 10-1?

Perché la Germania è avanti in tutto, e l’Italia è indietro in tutto?

Obama se ne va e accende la guerra fredda – per aver perso tutte le altre?

Ma quanti bambini s’è mangiato questo Trump che gli americani ci hanno votato?

E perché Berlusconi a Bruxelles sta con i democristiani, e non con i liberali, quale si professa?

Ma a Tokyo c’è ancora il mare?

E a Shangai?

In Cina liquidano le bambine per tenere alta la quotazione del genere donna?

spock@antiit.eu

Il pilastro è flaccido dell’Occidente

Erigere il pene a pilastro del’Occidente sa di genere, gay. Tanto più oggi, che la demoralizzazione dell’Occidente ha ben più solido e vasto fondamento, l’arricchitevi scatenato con la globalizzazione (o la globalizzazione scatenata dall’arricchiamoci – noi i pochi, i furbi). Ma l’oggetto di culto è traccia per un excursus sulla repressione sessuale indotta, a partire da fine Settecento, dalla borghesia. Dai vincitori  della rivoluzione del 1979 – non dalla chiesa né dalla classe dirigente ancien régime, che al contrario se ne disinteressavano. Come pietra di fondazione dell’edificio della rispettabilità. Con la mobilitazione di molta scienza e schiere di scienziati, pedagoghi e clinici, e naturalmente della giustizia. In realtà come foglia di fico – la rispettabilità dei costumi – di ben altre vergogne: di avidità, sfruttamento, prepotenza.
Era un tempo, quando la ricerca fu pubblicata, 1978, in cui si continuava a fare il processo in serie alla borghesia – oggi che la borghesia si caratterizza non per la repressione ma per la licenza, che ne direbbero Aron e Kempf? Ed era ancora un tempo in cui la libertà sessuale era un campo di battaglia: la “Storia del pene” è stata concepita come una rivendicazione. Aron, gay professo, sarà uno dei primi a morire di Aids. La “glaciazione” del sesso o repressione è ripercorsa in particolare sui tabù eretti contro i suoi usi “anormali”. Ma l’excursus è dettagliato, anche esilarante.
Roger Kempf è stato uno specialista della letteratura francese del Sette-Ottocento. Aron, nipote del politologo liberale Raymond Aron, è stato di suo pubblicista, ma curioso della borghesia nell’Ottocento. Aveva in precedenza studiato la ferma militare obbligatoria in Francia e, in ben due volumi, l’alimentazione, sempre della borghesia in Francia.
Jean-Paul Aron-Roger Kempf, Storia del pene. Demoralizzazione dell’Occidente e genealogia della morale borghese. Pgreco, pp. 232 € 18

mercoledì 11 gennaio 2017

Obama sonnambulo alla guerra fredda

Commuove il discorso di addio di Obama. Che però lascia il mondo nella guerra fredda. Quella da lui stesso sferrata contro la Russia. Su nessun’altra base che intrighi spionistici, quelli da cui ogni capo di Stato si tiene alla larga.
Non se ne parla, ma quella aperta da Obama contro la Russia è proprio una guerra fredda. Preparata con l’apertura di diecine di basi terrestri e aeree negli ex paesi dell’Est. Rafforzata con nuove basi presto operative in Polonia e Romania (Usa), Lettonia (Canada), Lituania (Germania), Estonia (Francia e Gran Bretagna). Sferrata dopo la débâcle elettorale – che è di Hillary Clinton, partita sicura vincente, ma più del presidente uscente che la patrocinava – e non durante, come avrebbe dovuto se la Russia effettivamente interferiva con le elezioni. Uno scontro deciso con una motivazione risibile (v.sotto). Che riapre la corsa al riarmo atomico, dormiente da trent’anni. In un periodo di transizione, anzi una settimana prima di lasciare la Casa Bianca.
Di guerra fredda ha parlato il ministro della Difesa di Clinton, William Perry, col sito “Politico: “Stiamo avviando una nuova guerra fredda. Sembriamo sonnambuli sonnambuli lanciati in una nuova corsa all’armamento  nucleare.
L’uomo è certamente simpatico, sportivo, compagnone, marito fedele, buon padre di famiglia, fanno bene tutti a congratularsi che in otto anni non ha dato scandalo. Ma lo statista?

Le bufale dello spionaggio americano

Una bufala. Che se ha un senso è una provocazione. Ma contro Obama e a favore di Trump: lo spionaggio russo a favore di Trump non esiste, lo dicono le agenzie americane di spionaggio. Il rapporto che l’Odni, il coordinamento dei servizi americani d’informazione, Cia, Bbi, Nsa etc., ha divulgato per la Befana,
è talmente vuoto che non si sa che pensare -  può darsi che le prove ci siano, o almeno gli indizi, ma perché allora occultarle?
Del resto, Trump è Trump, un presidente fuori da ogni regola. Ma una marionetta degli hacker russi, cioè dell’ex Kgb, questo sarebbe solo ridicolo. E almeno per questo il rapporto si salva, per quelo che evita per fortuna di dire..
Il rapporto è presentato come  “una valutazione analitica messa a punto e coordinata tra la Cia, l’Fbi e la Nsa”. Segue la conclusione: Putin ha ordinato una “campagna di orientamento nel 2016 mirata all’elezione presidenziale americana”. Con tre scopi: “Indebolire la fiducia nel processo democratico, denigrare la Segretaria (di Stato) Clinton e danneggiare la sua eleggibilità e potenziale presidenza”. Ma poi, in tante pagine, non dice né chi, né dove, né come, né quando.
Si fa grande caso di RT, una diecina di pagine, la tv russa in lingua inglese, come se potesse orientare gli americani. Solo che in America nessuno la vede. RT, dice il rapporto, ha una audience “di 550 milioni di persone nel mondo, e di 85 milioni negli Usa”. Che sono il pubblico a cui RT si rivolge, quello che potrebbe raggiungere con la sua presenza nell’etere, ma gli ascolti, in America come altrove, sono bassissimi. Nielsen, che ha analizzato 94 programmi di notizie via cable-tv negli Usa, da dicembre 2014 a marzo 2015, i 94 più seguiti, non ci ha mai trovato RT.
RT inoltre avrebbe influenzato gli americani con un programma, “Breaking the set”, dismesso nel 2014. Mentre i suoi commentatori più seguiti, tutti americani, si sono distinti in campagna elettorale per criticare Trump.

Secondi pensieri - 291

zeulig

Allegoria – “La gente oggi non sa cosa sia l’allegoria e invece ne consuma a tutto spiano immagazzinando la pubblicità” – Paolo Poli.

Conservazione – “È uno dei grandi misteri dell’anima quest’affezionarsi alle cose più che agli uomini, i quali d’altra parte, durano meno ancora di quelle. L’attaccamento a luoghi, a reliquie, a tradizioni, a ricordi, non è che una forma coltivata, una forma voluta, secondo la nostra maggiore chiaroveggenza umana, dall’universale istinto di conservazione” – Guido Gozzano.

Essere – È sempre un verbo, benché sostantivo: il “fondo della cosa” resta inafferrabile. Allo stesso modo che il tao cinese, il dharma indù, sostantivi ma indicativi. Non cose ma punti di interrogazione – vie, percorsi, metodologie.

Gelosia – In forma endemica, applicata non soltanto al rapporto di coppia, è una perdita del sé, della capacità critica – nella sfera sociale e politica è il complottismo. Di capire il mondo e quindi adattarvisi. Perdente inevitabilmente poiché non ci si può mettere contro il mondo.
Nasce come iter e serbatoio totalizzante, il completamento del processo conoscitivo e razionale, mentre ne è la negazione o svuotamento.
Abbatte le difese, critiche e intuitive.  Se tutto turba, non c’è più filtro allo sguardo altrui. Che diventa odioso-distruttivo. Sotto le apparenze di una soggettività dominante, totalizzante, se ne vive lo svuotamento. 

“La passione più intelligente e ciononostante la massima sciocchezza” di Nietzsche – ma è poco frequentata in filosofia.
Nell’antichità e in letteratura è distruttiva, di vite, speranze, volti . Femminile dapprima, curiosamente, Era, Medea, la Ermione dell’“Andromaca” di Euripide, la Deianira delle “Trachinie” di Sofocle, poi maschile. La psicopatologia l’assegna ai deliri. Ma della specie più sottile, più insidiosa. Proust ci ha scritto sopra un migliaio di pagine, e mai arriva a una definizione.

Morte – Ricorre una sola volta, ma in vita molte volte. Con resurrezioni e non. Rilke nelle lettere parla del giovane Malte come di un essere alle prese con una prova alla quale dovrà soccombere. Ma qual è la prova di Malte Laurids Brigge? Certo non liberarsi di Lou Andreas-Salomé, quarantenne, per impalmare Clara Westhoff, Rilke non è volgare. Il libro non è scritto se non al prezzo, per l’autore, di una privazione di sé durata dieci anni. Rilke dice soltanto, del personaggio e di sé: “Nella disperazione conseguente, Malte è giunto dietro a tutti, in una certa misura dietro la morte, al punto che niente mi è più possibile, neppure morire”.
I santi, i mistici, tutti l’hanno detto un giorno: “Il mio cuore è arido”. Non la morte fisica, ma sì la morte.

Il tedesco – Novalis – ha i “rapimenti della morte”, le “Todes Entzuckungen”. Questa radice “ent-” affascina del tedesco, “essere” e insieme “contro”, di cui non c’è l’equivalente in traduzione.
Novalis la morte tratta romanticamente, come economia di vita: “Io vivo di giorno\ con fede e coraggio,\ e muoio la notte...”. Molto patetico, di più nelle rime e i ritmi originali, con la voglia di dissoluzione, le notti, le lune, le fedi disfatte. Per il riserbo dell’intellettuale, il poeta moderno, che fa le parodie. Ma il fatto c’è: la morte appare e scompare.

Pornografia – È rivoluzionaria, si dice periodicamente. E anche ora che traborda da ogni piega del linguaggio e dell’immagine, in conversazione, sui media e sul web. Si vorrebbe poter dire.
Un linguaggio che assuma gli atti dell’unica – forse - quotidianità non legata all’omerica krateré ananke, la dura necessità, è impresa benemerita oltre che attraente. Ma, se questo progetto c’è, non se ne vedono esiti: la filosofia se ne disinteressa, e non perché è - era - tabù.
Non è un tema, è solo un aspetto della prostituzione, dell’uso dei corpi. A scopo di lucro, cioè senza la sacralità che si accompagnava alla prostituzione come rito. L’uso dei corpi può essere bello, cioè attraente, E in questa forma è anche entrato nell’estetica (versi, immagini, storie), ma sempre settorialmente, quasi un artigianato, non legato a un’ontologia o a una metafisica. Parte della più vasta e sfuggente ontologia e metafisica del corpo. Ogni atto è sacrale, ma nelle forme della pornografia è un mestiere, un artigianato.

È un esorcismo della violenza domestica o di coppia, si dice anche. Ma questo è dubbio: potrebbe essere uno stimolo.

Riso – Freud lo fa nascere quando finisce la paura - come Baudelaire. Anche Umberto Eco nel “Nome della rosa”: il vecchio frate Jorje da Burgos, che sarà assassino e si appresta a sopprimere la parte della “Poetica” che Aristotele aveva dedicato al riso, lo fa perché il riso cancella la paura, ed è sulla paura che si basa il timore di Dio su cui i frati vigilano, e la fede stessa.
O non piuttosto viene a difesa, per sconfiggere la paura? Oppure viene come in Pirandello, che lo assume (disinnesca) nell’umorismo, come una forma sottilmente critica. Di un “oggetto” imprecisato che però tutti sanno esserci, un grumo, una storia, un modo.

Non si ride degli altri ma sempre e solo di se stessi. Per un senso di superiorità che è scongiuro dell’insicurezza. Detto del riso come forma dell’umorismo, della distanziazione. Perché si ride anche per un senso di gioia, di letizia. Di compartecipazione – col tempo, l’aria, le cose, le parole, le persone. Di benessere spirituale coniugato con - espresso da? – la forma fisica: salute, temperamento, ambiente (temperatura, visione, luce, suoni…).

Tempo – L’animale ne ha percezione? Si difende dalla morte, fugge, ma nulla predispone contro il tempo che lo consuma. Il tempo è la paura della morte – è un metronomo, che batte la morte.

Le stelle, ha ragione Kant, ci liberano. Come i fiori, che fioriscono e muoiono. In altri orizzonti di passaggio, nelle stelle, nei fiori, nella durata cioè e nell’effimero, lo stesso tempo e lo stesso mondo si caricano di ebrietà. A nessuno piacerà durare in eterno, come non piace finire in poche ore, al modo delle stelle e dei fiori, e tuttavia non se ne ricava l’accentuazione della paura che incute il tempo terribile. Al contrario, è come se l’effimero e l’eterno si sgravassero di questo sgradevole incumbent: liberano dalla pura della morte, che è scadenza, a tempo.

zeulig@antiit.eu

Contro Mussolini e contro le donne

Alla pubblicazione tardiva, nel 1967, “Eros e Priapo” sembrò senza senso, un po’ come “I Luigi di Francia”, al limite del bislacco: una tiritera contro  Mussolini. Variamente definito a ogni piega in modo derisorio: la grancassa armonica del chitarrone italiano, il Bombetta, er Baffo, il Gangaride, Piropolinice smargiasso, Ku-cè, il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore di scemenze e di enfatiche cazziate, il Poffarbacco,  il Sozzo nostro, il Somaro principe, il Costruttore, il Priapo Ottimo Massimo, il Super Balano o Priapo Invagina, Pirla, Soprannumero Sopracciò, il Mugghiante, Batrace Tritacco, Bombarda di Tripoli e Grecia, il Giuda-Maramaldo, il Paflagone-smargiasso, Priapo moscio, l’Appiccato Carogna, il Gran Correggione del Nulla, il Fava, il Predappio-Fava, il Culone in Cavallo, El Fava impestatissimo, il Batrace Stivaluto, il Priapo Tumefatto, il Grinta, Priapo Maccherone Maramaldo, Gran Somaro Nocchiero.
Non un elenco rabelaisiano, superlativo per accumulo, ma una ripetitività faticosa a ogni pagina. Stucchevole, per duecento e passa pagine. E più in questa “edizione originale”, o prima redazione (quella del 1967 fu curata dallo stesso Gadda), che è come dicono i curatori, “più violenta, sboccata e oltraggiosa”. Fastidioso, tanto più sapendo Gadda un “antemarcia”.
Oggi si ripropone a una lettura - riuscendo a superare l’ingombro mussoliniano - di angosce e teorie gaddiane: una sorta di autoanalisi, dello scrittore con se stesso, paziente e terapeuta. E anche di filosofia della storia, degli eventi che vive – sempre al suo modo, “atroce” (probabilmente la parola  più ricorrente, naturalmente antifrastica, della corrispondenza, le conversazioni e le memorie). È come dice Citati, forse il letterato che più lo ha frequentato e meglio conosciuto, sul “Corriere della sera” lunedì: “Quando venne pubblicato per la prima volta nel 1967, «Eros e Priapo» fu considerato poco più di una bizzarria gaddiana. Oggi ci appare invece come un’opera capitale, dove Gadda esplora il mondo: inventa la sua psicologia e sociologia e, sia pure per cenni, la sua metafisica. Anche quando gioca e scherza, o finge di giocare e scherzare, sottolinea il carattere conoscitivo della propria impresa: la «dolorosa, disperata conoscenza», «l’analisi disinteressata»”.
Gadda filosofo
Gadda tra le righe appare per ciò che sempre fu, tra le esagerazioni dei suoi amici, fiorentini e romani, che ne facevano il solito bozzetto, un personaggio, un eccentrico: uno che leggeva e rifletteva molto, e a un certo punto ha scelto per esprimersi una prosa sempre modellata. In una sorta di spersonalizzazione. Che gli derivava, è evidente dalle tante prose autobiografiche, dalla coscienza di un io soverchiante del quale voleva liberarsi, o comunque tenersi a distanza. Qui, come dice Citati, “in ogni pagina si avvertono uno psicologo, uno psichiatra, un frenologo, un medico, uno storico delle religioni, un economista, un ingegnere, un agricoltore, un perito delle cose morali, un endocrinologo, un pediatra, un pedagogo, un dermosifilopatico, un filosofo, uno studioso delle api e degli insetti”. Molto curioso ma sempre autopunitivo: “Dovunque domina «quella preoccupazione, quell’angoscia, quella tenerezza per la verità che spinge qualunque creatura sensata a vagliare cioè setacciare con vaglio e setaccio le informazioni, le notizie: che spinge Tommaso a toccare la piaga del Cristo, e che induce il Cristo a permettergli di toccarlo». Voleva applicare tutti i modi, i metodi, le tecniche e le discipline della mente”.
Si rilegge così “Eros e Priapo” come una riflessione sulla storia, la giustizia, le masse, il nazionalismo, e molta psicopatologia freudiana, la sessualità, il narcisismo, la schizofrenia, la dipendenza, le “latenze e non latenze” . C’è pure l’amore: “Te, se ami, a un certo punto, di Io, te tu doventi Tu: (donde entusiasmo, intuire, intuirsi): e devi intuarti in quella ch’hai tolto: o ch’ài abbindolato. L’amore è flusso, o flussione,  scorrimento, o ρεΰμα, o rjeka, o ruma, o corrente, o ruina (da ruo)….”. Con la misoginia, contro la “moltitudine-femmina” e la femmina in sé: le “scalmanate mamillone” a ogni pagina inseguono il “Ku-ce” - che l’uomo, nell’“erotia normale”, vogliono tacchino, “l’uomo-dindo”.
Citati malizioso lo rappresenta in subbuglio nel 1944 per paura di essere arrestato quale fascista. Il progetto del libro era del 1941, attesta Citati. Ma fu scritto tra marzo e fine 1945, da un Gadda vagante tra Firenze e Roma, senza casa e con la rendita paurosamente assottigliata. Ma con le idee chiare. Il titolo variò: da “Eros e la banda” a “Il bugiardone”, a “Eros e Priapo”. I modelli erano forti, quali li elenca Citati: “LInferno di Dante, i «Contes drolatiques» di Balzac, il «Viaggio sentimentale» di Sterne, «Laus vitae» di D’Annunzio; Aristofane, Plauto, Catullo, Giovenale e, sopratutto, le grandiose immagini dell’«Apocalisse», che da tempo portava nella mente”.
La lingua goliardica
Le riviste cui Gadda collaborava ne rifiutarono le anticipazioni perché, a suo dire, “oltraggiose”. A novembre del 1948 rinunciò a cercare un editore, confidando a un corrispondente:  “Il manoscritto di «Eros e Priapo» deve essere in parte riscritto perché il testo non sarebbe oggi pubblicabile. Bisogna riscriverlo, edulcorarlo da cima a fondo: e ancora mi procurerebbe odî e seccature, processi e minacce”. La rivista “Officina” ne pubblicò una sezione nel 1956-57.
Più di tutto il libello si fa leggere per la lingua. È un testo intermedio, linguisticamente, tra i tinelli ambrosiani e lo sbraco romanesco-meridionale del “Pasticciaccio”, che dopo “Eros e Priapo” impegnò Gadda. La lingua avrebbe dovuto essere una prosa toscana di tipo cinquecentesco, scriveva a un corrispondente nel 1945: “Una contaminazione Machiavelli-Cellini, fiorentino odierno, con qualche interpolazione dialettale”. In effetti ha le cadenze e i modi del fiorentino. Ma - qui si vede meglio - assunto in forma distaccata e quasi goliardica, da residente di lungo corso, che si piega occasionalmente, nei costrutti, negli idiomi, nei vezzi, alla pratica quotidiana. La stessa maniera che poi privilegerà nel “Pasticciaccio” nel romanesco e i dialetti meridionali, tanto più godibili, leziosi forse, del romanesco studiato e legnoso – filologico? classista? - di Pasolini.
Con una godibilissima nota storico-filologica dei curatori, Paola Italia e Giorgio Pinotti, che  raddoppia, quasi, la consistenza del volume.
Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo (ed.orig.), Adelphi, pp. 451 € 23

martedì 10 gennaio 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (313)

Giuseppe Leuzzi

Corrado Alvaro, prossimo ai sessant’anni (morirà di 61), espresse a molti l’intenzione di tornare al paese, in Calabria. Lui, lo scrittore più cosmopolita del suo tempo, il primo Novecento. C’è una magia nelle cose.

Domenico De Masi (“Style”, gennaio-febbraio 2017) compara la Svizzera, otto milioni di abitanti, senza aria di mare, “un clima infame”, con la Campania e la Sicilia, che insieme fanno poco più di otto milioni: “Qui il clima è soave, la terra è fertile, le opere d’arte traboccano, il mare guizza da ogni parte, ma il pil pro capite è un quinto di quello elvetico”.

“Preferisco il Sud, il caldo, gente nuda”, dice Paolo Poli nella raccolta di citazioni “Alfabeto Poli”, perché fa “più Gustavo Doré”, scene infernali – la citazione viene dopo quest’altra: “Machiavelli aveva Belfagor come spirito guida, e anch’io spero nell’inferno”.

“La civiltà meridionale è femminile, anzi matriarcale”: dopo tanto indagare Walter Pedullà, “Il mondo visto da sotto”, giunge a questa conclusione.
In letteratura sì. Ma anche nella vita. È un bene? Vale ugualmente per i miti e per i violenti, tutti i maschi, gli uni inetti gli altri mafiosi.

Meravigliava il pittore Hopper, quando partì alla scoperta dellEuropa nel 1908, la gente in strada a Parigi a tutte le ore. Questo in America non usava. Neanche a Milano usa – sarà Milano americana?

Non c’è la Sicilia, non c’è la Campania, non c’è la Puglia, non c’è la Sardegna. Tra i consigli regionali zeppi di gruppi parlamentari fittizi, di uno o due consiglieri, per avere pagate dalla regione quattro o cinque collaboratori, e in uso gratuito una sede prestigiosa. La Calabria ne ha solo due. Su 62 in tutta Italia.

“Il Pipistrello” consacrava Johann Strauss jr. nell’operetta il 5 aprile 1874 a Vienna. Il 26 giugno 1875 la prima all’estero, a Napoli, al Teatro Nuovo.

La Calabria è uno dei 52 posti che il “New York Times” consiglia di visitare quest’anno. Uno dei pochi europei, il solo in Italia. Il motivo è nella scelta, “food in Italy outside tre well traveled regions”, come mangiare bene fuori dai soliti percorsi. La Calabria è consigliata da Danielle Pergament - illustrata da una foto di Susan Wright, che però è il castello aragonese di Capo Rizzuto -  perché è passata dallo speziato a “una più mite cucina, a produzione organiche, e a vini di vitigni locali”.  Una scelta dell’autenticità. Generosa? Sarebbe la prima volta che la Calabria mette senno.

Sudismi\sadismi
Di un progetto urbanistico a Capo Colonna che offende, forse, l’estetica (ma la offende più dell’incuria in cui la Soprintendenza tiene il sito?) Gian Antonio Stella fa la sua rituale pagina di abominazioni sul “Corriere della sera”. Evocando la mafia, naturalmente, e ogni altra turpitudine. Della condanna di due sindaci padovani, di Montegrotto e Abano Terme, fa invece una paginetta invisibile nel supplemento “Sette”. E giusto perché i due sono stati perseguiti da Federica Baccaglini, la giudice che “scoprì il caso clamoroso degli esami copiati dagli aspiranti avvocati di Catanzaro”. Senza spiegare ovviamente che sono, erano, aspiranti di ogni parte d’Italia, convenuti a Catanzaro perché sede di esami da procuratore legale..

Il Sud è meglio fuori
È ricorrente la constatazione che il meridionale è applicato e produttivo fuori dal Sud. Inventivo anche, e costante. Dunque è il Sud che rende impossibile al meridionale di farsi applicato e costruttivo. Il Sud che è dei meridionali. Ma forse, a questo punto, non soltanto.
Sono i meridionali che scelgono i loro governanti, che sono per lo più incapaci e fannulloni, oppure vispi ma corrotti. Ma non è meridionale la Legge. Intesa come apparato repressivo (giudici e polizie) e come apparato normativo. Le norme sugli appalti, per es., così corruttive, le norme sui licenziamenti, così prossime all’inganno, quelle sull’uso dei fondi pubblici (i rimborsi dei consiglieri regionali, i gruppi consiliari individuali nei parlamentini regionali), la concussione implicita nella burocrazia interminabile, del famoso gioco dell’oca, l’accesso sempre corruttivo al beneficio degli investimenti pubblici, anche in quelli diffusi, l’insegnamento, le poste, la medicina di base, e tutte le attività comunali, dai vigili ai trasporti, la nettezza urbana, l’assistenza ai poveri e disagiati. .
Non è meridionale l’opinione. L’opinione negativa e distruttiva, che da trent’anni è il fatto del Sud, la sua realtà. Da Roma in giù, e Roma compresa. Che ognuno vede migliore delle altre città italiane – insufficiente ma non peggiore. Un’opinione opera spesso di meridionali, un certo tipo di meridionali a caccia di influenze: i giudici “paglietti” e i giornalisti di Napoli a Milano, i giudici e i giornalisti siciliani antimafia, ma in Calabria e a Roma.
È un circolo vizioso? No, tutto nasce col leghismo. Con Sciascia rivoltato (“il cavallo era vecchio e l’abbiamo rivoltato”) a maestro delle buone coscienze. Ma i furbi ci sono sempre stati. È facendo aggio sul leghismo (Sciascia precursore del leghismo, o il rifiuto-di-sé come gradus ad Parnassum) che i molti sono diventati conculcatori del Sud. Di ogni Sud, dall’abusivismo a ogni eccellenza, studi, ambiente, umore: vigilano occhiuti, anche di notte, quando tutti gli altri dormono, che niente sorga o si stabilizzi al Sud. Eccetto le mafie. Ne arrestano ogni giorno a dozzine, ma il malaffare, per esempio la cocaina a Milano, continua a prosperare - è possibile? sì.
Si dice: le borghesie meridionali. Sono avide, compradoras, corrotte, eccetera – si diceva quando la colpa era della borghesia, oggi non si dice più niente, solo contumelie. Mentre sono applicate e inventive, come tutte le borghesie. Ma non hanno, caso unico al mondo, effetto diffusivo, della produzione e della ricchezza.Non sono la vycondra repens che scaccia le erbacce. Perché il terreno è arido, e fa crescere solo erbacce? E perché lo sarebbe? In quale storia, ecologia, etologia, sistema darwiniano, si procede distruggendo? No, quella del Sud non è ignavia. Né tabe genetica: è una lotta dura ogni giorno per sopravvivere, le polizie sono occhiutissime.

Tutti longa manus
Felice Cavallaro fa un quadro ieri sul “Corriere della sera” degli antimafiosi anti-Sciascia, quando lo scrittore trent’anni fa denunciò il professionismo (opportunismo, carrierismo) antimafia. A Palermo si costituì naturalmente un Comitato antimafia anti-Sciascia, di giovani ambiziosi. Tutti ora naturalmente pentiti - eccetto uno, Franco Pitruzzella, che vive di consulenze antimafia. Uno di loro, poi avvocato di fama e professore di diritto penale, Costantino Visconti, ha appena pubblicato un vivace libello contro l’antimafia di professione, con un titolo più provocatorio di quello di Sciascia: “La mafia è dappertutto. Falso!” – dove però ricorda poco di quell’episodio.
Anche “la Repubblica”, giornale concorrente del “Corriere della sera”, si schierò contro Sciascia. Ci imbastì sopra una lunga battaglia. Schierando il suo meglio: Scalfari, Bocca, Pansa, Nando Dalla Chiesa, figlio del generale, e il mafiologo Pino Arlacchi, vicino all’allora Procuratore Capo di Palmi, Cordova, che era vicino al Msi.
Dalla Chiesa riprese lo scambio con Sciascia in “Delitto imperfetto”, riproducendo nelle ultime trenta pagine i testi della polemica. “Uno scambio agghiacciante”, così “Fuori l’Italia dal Sud” ne sintetizza la lettura, “più delle follie normali di Patricia Highsmith: un giovane ferito negli affetti e negli ideali e un grande scrittore mortalmente malato si accusano, attorno alla tomba del generale massacrato, di essere la longa manus della mafia”. Cavallaro trascura Dalla Chiesa, mentre è invece un pezzo importante di quella guerra civile.
Sociologo, Dalla Chiesa è tuttora attivissimo, in quando consultore in materia del Comune di Milano, a scovare i mafiosi che in città si camuffano da bidelli e insegnanti alle elementari. Anche alle medie – trascura, chissà perché, le dirigenze, i vecchi presidi. Non dice dove né come, peccando di omertà – “Mi è stato confidato da alcuni insegnanti e dirigenti, di più non posso dire”. Da ultimo, la penetrazione mafiosa estende anche all’università. Agli studenti di origine calabrese; “C’è il rischio che certi personaggi arrivino alla laurea senza mai avere sostenuto esami. E questo non lo fanno nelle università calabresi, dove potrebbero destare sospetti, ma in quelle lombarde”). La sua denuncia – documentata proprio da Visconti, nel pamphlet sopra citato – è già stata esposta su questo sito:


leuzzi@antiit.eu

Meglio perdere il Campidoglio che il sottogoverno

Passata in sordina, l’assoluzione di Marino, l’ex sindaco di Roma, per gli scontrini (non ha rubato mille euro al Comune), dellaquale si pubblicano le motivazioni, apre un abisso. Dice quanto il partito Democratico a Roma è corrotto, quanto i 5 Stelle sono truffaldini, quanto la stampa romana è incapace o corriva – truffaldina e corrotta.
Il Pd romano, pur commissariato due volte in due anni, è andato in massa dal notaio per costringere Marino alle dimissioni, quando la Procura della Repubblica titubava ad incriminarlo. Ha preferito cedere il Campidoglio ai 5 Stelle. Sotto i quali evidentemente continua a prosperare nel sottogoverno.
Contro Marino due storie. Quella di una Panda parcheggiata in area riservata – prospiciente casa ma riservata al Senato (anche quando il Senato dorme, quattro giorni su sette). Vendetta evidente dei Vigili Urbani, da Marino denunciati per l’assenteismo. E una serie di consumi privati che avrebbe messo in conto al Comune. Gli “scontrini” per i quali la vicenda è stata chiusa con l’assoluzione. Le denunce anonime sono partite da funzionari della contabilità e del personale legati al Pd romano? È probabile. E di altri che miravano a fare carriera con i 5 Stelle? È possibile. Anzi, le quattro o cinque carriere fulminee di funzionari capitolini che si contestano alla sindaca ci sono pochi dubbi che siano uno sdebitamento (di che non si sa: l’ipotesi Marino è quella meno turpe).
L’assoluzione, che è un fatto enorme, è passata in breve sui giornali, e solo sulle cronache romane, perché ne sono corresponsabili. Corresponsabili del linciaggio. Virulente e virulentissime Senza mai dire qual era l’origine delle accuse. I cronisti sono la parte più avventurosa del giornale, ma ci sono limiti: controlli, sui testi, sulle fonti, vigilanza, riscontri.

Kafka in persona

Questo è anche Kafka, un insicuro, un bugiardo. Uno spiritoso, molto. Un impiegato. Un dandy. Ai venticinque anni, e ancora ai trentacinque, scambiato per un ragazzo. Un gran disegnatore – è riprodotta la piantina dell’appartamento dove Gregor Samsa si risveglierà trasformato in insetto.  Uno che bara alla maturità. Che l’impulso sessuale risente come un’ossessione. Beve birra, e non sa piangere. E a un certo punto fa anche body-building.
Cento pezzi di Kafka divertenti. Assortiti da schizzi e vignette dello stesso Kafka. Un’antologia divertente. Ma non giocosa, gioiosa piuttosto. Prodroma di una rilettura di Kafka, se già non lo è in proprio. Operazione peraltro legittima, e anzi dovuta, quella di rivedere periodicamente i monumenti, i classici. Se non altro per rinfrescare la lingua, giacché le traduzioni inevitabilmente risentono dell’ambiente (letterario, culturale, politico, sociale, mentale…) di ricezione. La traduzione dei reperti di Stach, di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola, lascia intravedere una scrittura piuttosto diversa da quella “kafkiana”  cui siamo avvezzi.
Una lettura gradevole, questo “altro” Kafka reincarnato: tutto quello che l’aggettivo ha cancellato, e il biografo fedele Stach ben conosce, scandito tematicamente, per meglio imprimersi nell’immagine. Senza scandalo. Tutto desunto di prima mano, da lettere, diari, note, progetti. L’impulso sessuale risentito come un’ossessione. L’attrazione-repulsione per le prostitute, con tante visite in compagnia ai casini, a Praga e a Parigi. Uno che vorrebbe essere Voltaire. E non sopporta Else Lasker-Schüler.
Veniamo a sapere anche cose importanti, che Stach evidentemente ha accertato nella sua monumentale biografia, in tre volumi, che non si traduce. La più importante è che Franz aveva già scritto al padre, prima della lettera canonica, e aveva sollevato un vespaio in famiglia. E che la lettera canonica era stata in una prima stesura indirizzata a entrambi i genitori. Stach, un tecnico di formazione, kafkiano da sempre, è anche autore, oltre che della biografia, di un promettente “Il mito erotico di Kafka”. E di “La sposa di Kafka”, nel quale presenta il lascito di Felice Bauer, da lui scovato negli Usa, dove era finito. Che non si traducono neanch’essi.
Reiner Stach, Questo è Kafka?, Adelphi, pp. 360, ill. € 28 

lunedì 9 gennaio 2017

Ombre - 349

“Il problema non è l’islam”, spiega a formiche.net il professor Wael Faruk, egiziano, mussulmano, docente alla Cattolica, “ma l’islam politico: l’islamismo. Cioè un’ideologia. Non è favorendo un’ideologia religiosa moderata che l’Europa combatterà quella estremista del terrorismo. Nel mondo dell’ideologia vince il più fanatico e organizzato, che arma la cultura della violenza”.

Dunque, José Eduardo dos Santos, collaboratore di Agostinho Neto, l’animatore del Movimento per la Liberazione dell’Angola, e suo successore dopo l’indipendenza, è dal 1979 presidente del paese petrolifero africano. Ininterottamente. E ora che ha una certa età, delega alla figlia Isabel. Meglio l’indipendenza che il Portogallo, certo, il Terzo mondo che tanti mezzo secolo fa animava ne ha fatta di strada. Ma in avanti?

Anche in Sud Africa, il glorioso African National Congress di Nelson Mandela è divenuto patrimonio familiare. Di Jacob Zuma, il pittoresco capo Zulù che con sei mogli che è succeduto nel 2009 a Mandela, e dopo due mandati si assicura la continuità. Ma non per filiazione, per coniugio: Jacob cede lo scettro di presidente del Sud Africa a una delle mogli, Nkosazana Dlamin-Zuma.

Nkosazama è l’unica per la verità delle mogli che si è divorziata. Ma era già la terza moglie, convivente, e ha fatto a Jacob quattro figli – venti sono quelli riconosciuti.

Grillo a Bruxelles lascia gli anti-euro britannici per passare al gruppo parlamentare liberale. Cioè agli europeisti puri e duri. Non per essersi convertito, ma per avere incarichi nel Parlamento europeo, e accesso a una parte consistente del fondo spese dei parlamentari za 5 Stelle, pari a 700 mila euro.

Al Tribunale di Roma che venerdì deve pronunciarsi sull’esposto di un avvocato di area Pd sulla costituzionalità del suo contratto per l’ortodossia con 5 Stelle, pena il pagamento di 150 mila euro, Virginia Raggia raddoppia l’argomento dell’esponente. Ha presentato una memoria in cui sostiene  che il contratto e la penale sono nulli in quanto in contrasto col codice civile. Lei, giustamente, è avvocato civilista e non costituzionalista.

A Torino, invece, Chiara Appendino non ha sottoscritto alcun impegno. Non costretta, evidentemente. È dei romani che Grillo non si fida? O dice quello che prima gli passa per la testa?

“Missione: sopravvivere a Trump & Co.”. Martin Wolf, il commentatore economico del “Financial Times” è catastrofico sull’ “Espresso”: “Incantati Da un demagogo per finire in mano a un tiranno: può accadere nelle più importanti democrazie occidentali? La risposta è sì”.
Negli Stati Uniti? Un sistema istituzionale che ha superato la guerra del Vietnam, l’inconvertibilità del dollaro, l’uso sconsiderato della bomba atomica? Serve più allarme o più onestà intellettuale?

“la Repubblica” di De Benedetti – di Calabresi? dell’uno e l’altro insieme – è per la guerra a Mosca. Che sarebbe all’origine della vittoria di Trump. Le prime cinque pagine menano il torrone. Rampini viene in sesta, per dire che Obamacare sì, la riforma sanitaria di Obama è bella di buona ma costa maledettamente caro, e qualcuno gli ha votato contro.
Quando saprà il lettore di “Repubblica” – che pare sia una lettrice – perché Trump ha vinto le elezioni? O lo hanno votato i russi, marpioni?

Pezzo forte dei dossier della Cia & company sullo spionaggio russo sono le intercettazioni dei politici e funzionari di Mosca che esultano per la vittoria di Trump. Ci voleva lo spionaggio per scoprirlo, siamo ridotti male?

Nessun dubbio in chi ha visto Napoli-Sampdoria che l’arbitro Di Bello ha giocato per il Napoli. Non ha fatto errori, ha proprio giocato per i padroni di casa. E allora? Niente, va bene così.

“Non è la crisi la nemica delle nascite”, argomenta Federico Fubini su “Sette” portando al confronto il boom del 1944, l’“anno terribile dell’Italia”. E invece sì: il 1944 era la speranza, il paese rinasceva dopo la guerra, per tre quarti dell’Italia già finita.

Si stracciano le vesti, i giudici e i giornalisti romani, alla “rivelazione” che per entrare all’Atac, all’Ama, e alle altre aziende del Comune di Roma, e non esclusi i Vigili Urbani, Il primo stipendio annuale, a volte anche due. Cosa che a Roma tutti sanno – le famiglie si tassano per l’anticipo, si fanno “buffi”.

Ci sono le sanzioni contro la Russia, ma non impediscono all’americana Glencore e al fondo del Qatar Qia di comprarsi un 20 per cento di Rosneft, il gruppo del petrolio di cui Putin ha messo in vendita una quota. Un acquisto finanziato dalla milanese Intesa San Paolo, con vanto. Gli affari vengono prima.

“Chi è indagato può non dimettersi”: nessun dubbio che Grillo ha cambiato le regole per non perdere Roma, sapendo che la sua sindaca Raggi dovrà essere incriminata. Ma: come ha fatto Grillo a saperlo? Lo sa da Cantore, da Ielo, dai Carabinieri, dalla Finanza?

Come fa Grillo a sapere di un avviso di reato in arrivo è il vero problema, Che però non possiamo risolvere. Invece è chiaro che il comico è un politicante, di molto vecchi conio: un opportunista e un furbo.

È per questo che Grillo riceve infine la benedizione dei grandi quotidiani? Ai quali comincia a piacere anche l’inutile Raggi. Che è, al meglio, una sprovveduta. La Cenerentola, come non pensarci. Ma noi che principi siamo che ce la possiamo permettere?

I banchieri amano farsi ritrarre frontali con le braccia conserte. È la posa del mezzobusto, di uno cioè pieno di sé. Danno sicurezza, o si danno sicurezza, sui milioni che si pagano cm retribuzione?
La semantica la dice una posizione di difesa. Contro il risparmiatore? 

L’amore non è romanista

Strana impressione, scorrere un santino quando il santo o eroe si è dissolto, svanito. Già da tempo, non molto dopo la celebrazione. Non si riesce a compiangere l’eroe ora vilipeso – e a lui non piacerebbe nemmeno. Ma sì, vivendo a Roma, di compiangersi, di compiangere invece se stessi.
E del Garcia allenatore di calcio che si parla. Altri lo definiscono “l’uomo che fa sognare Roma” – lo definivano: era l’anno della “Grande Bellezza”. Un anno dopo era tutto svanito, Garcia con la chiesa – e l’Oscar con la bellezza: Roma è tornata piagnona e rancorosa, come usa pendolare da secoli. Non c’è sogno durevole, ma l’intermittenza dei sogni romani è particolare: accesissima e freddissima.
Il libro non è delirante, ma l’esito sì. Non solo Garcia è stato licenziato a furor di popolo, ma è del tutto dimenticato, rimosso. La città, anzi, ora è contro perfino la stessa squadra del cuore, per quanto maggica: i biglietti costano troppo, i giocatori non giocano, gli allenatori non allenano, la società non spende, e vuole perfino eliminare i violenti dallo stadio…
Non è “una questione di tifo”. Cioè di nessun interesse. È un modo di essere, per accensioni inconsulte. Infettivo – i settecentomila voti alla Raggi non sono un miraggio.
Andrea Corti, Rudi Garcia. La chiesa al centro del villaggio, Editori Internazionali Riuniti, pp. 160 € 9

domenica 8 gennaio 2017

Letture - 287

letterautore

Borowczyk – Remota programmazione al Filmstudio, poi totalmente dimenticato, ha almeno due film culto. “Gotho, l’île d’amour”, tragedia di mosche e tradimenti. E “Blanche”, storia inebriante e come s’immagina l’amore, che stimola un moto d’attrazione fisica proprio quando il marito geloso punisce la moglie inquieta murandola. I film della gelosia incarnata. Forte tonico è la gelosia, non c’è rimedio.

Comico – Il primo che vuole andare al potere è Grillo. In Italia. “È stato Fo il primo comico predicatore”, fa sapere Grillo. Ma Fo non era uomo di un paritto, non ha mai cercato di crearne uno.
Un comico si era candidato in Francia, Coluche. Di cui wikipedia così riassume la vicenda: “Il 30 ottobre del 1980, in un periodo critico per la Francia, in cui la disoccupazione e linflazione galoppavano, durante una conferenza stampa presso il “Théâtre du Gymnase” annunciò di volersi candidare alle elezioni presidenziali del 1981. Tutti pensavano stesse scherzando, anche se in seguito perfino alcuni intellettuali del calibro di Pierre Bourdieu, Félix Guattari e Gilles Deleuze presero a sostenerlo calorosamente; abbandonò il progetto a causa delle forti tensioni scatenate dai sondaggi a lui favorevoli (alcuni dei quali rilevarono fino al 16 per cento dei consensi). Il suo collaboratore René Gorlin fu assassinato, ed egli ricevette anche delle minacce. Per questo motivo, nell'aprile del 1981, annunciò il ritiro della candidatura.
Nel 1983 Coluche ricevette l’Oscar francese come miglior attore comico. Nel 1985 recitò con Grillo, nel film “Scemo di guerra”.

Editore puro – “Io credo nei giornali”: così Urbano Cairo si è presentato ai nuovi dipendenti della Rcs nel pranzo annuale che allestisce per gli auguri di fine anno ai dipendenti. È in effetti la prima volta, dopo quarant’anni, che la Rcs (“Corriere della sera”, “Gazzetta dello sport”, i maggiori quotidiani italiani, e periodici di varia natura) ha un editore-editore, dai tempi dei Rizzoli: nel mezzo è stata di proprietà della Fiat e delle banche. Cairo è del resto l’unico editore “puro” oggi su piazza. Carlo De Benedetti, padrone della maggiore concentrazione editoriale, L’Espresso-la Repubblica-La Stampa, è un uomo di finanza di vari interessi, molto proiettato anche sulla politica.
È solo in Italia che i giornali hanno sempre faticato a trovare un editore “puro”, interessato cioè al mercato giornalistico.
I due temi sono analizzati in dettaglio da Giuseppe Leuzzi, “«Il Mondo» non abita più qui” e “Mediobanca Editore”. Il primo libro analizza l’anomalia italiana, ed espone la ricerca e il fallimento dell’editore “puro”, attraverso il progetto “la Repubblica”, derivato da “l’Espresso” e “Il Mondo” di Pannunzio. Il secondo dettaglia la manomissione, al limite del ludibrio, del maggiore editore di giornali, la Rizzoli-Corriere della sera. A opera non della P 2, che pure ci tentò, ma del miglior capitale italiano, Mediobanca, Agnelli, il “salotto buono” milanese. Archeologia, i due libri sono del 1989 e del 1997 - rispetto allo sbracamento successivo di tutta l’informazione, con minime eccezioni. Ma i due editori, Liguori e Seam, ce li hanno ancora in catalogo. Alla Rizzoli-Corriere della sera fu distratto in appropriazioni di vario tipo un patrimonio di 1.300 miliardi di lire, 700 milioni di euro, cifra iperbolica per un gruppo editoriale. 

Mein Kampf – Alla prima pubblicazione tedesca dopo la guerra – pubblicazione ufficiale e non pirata - ha venduto in undici mesi 85 mila copie. Benché si presenti indigeribile: integrale in edizione critica, con un apparato che lo triplica di lunghezza, fino a 2.000 pagine, al prezzo di 360 euro… Ce n’era proprio bisogno.

Novecento – Non ce ne liberiamo. Se non per la parte sostanziosa, ce ne restano i cascami. Non c’è altro, se non un tardo Ottocento: un po’ di verismo, in versione periferie e degrado, neo neo realista; un po’ di scapigliatura – a danno dei minori invece che delle ragazze povere: qui un po’ di novità c’è; un po’ di biografie dolorose; un po’ di denuncia della corruzione; e molta corruzione, editoriale e di scrittura (loffia, cosa vuole il mercato). Allora alla deriva da Parigi, oggi dagli Usa – se ne presentano perfino in anteprima, in inglese, i capolavori su cui gli editori puntano, per un successo a prima uscita, prima che il passaparola li blocchi.

Pirandello – “Dal Mediterraneo al Giappone, che con «Rashomon» riscrive il «Cosi è se vi pare». C’è un effetto mondiale che prende il nome dal grande drammaturgo siciliano. L’ha inventato lui col suo pensiero probabilistico” – Walter Pedullà, “Il mondo visto da sotto”, 33.
È un fatto, che si sottovaluta.

Non è un caso che Pirandello cominci a modellare la contemporaneità, dopo una stagione quasi verista, partendo dal saggio sull’umorismo. Dove s’interroga, più che concludere. Ma in cuor suo, forse inconsciamente, ne ha mediato la natura divisori più che attiva e costruttiva: irridente, destruens.
Uno, nessuno e centomila, e i personaggi in cerca d’autore sono una reinvenzione, in senso drammatico e tragico, di materia tradizionale, dal mito e fino all’operetta e al cabaret, e ora agli “Ocean Eleven”: quello che è quelo che non è è un “classico”. In chiave di tragedia, come in “Edipo”, e più di commedia, e anzi farsa. “Il pipistrello”, l’operetta di Johan Strauss jr., è un susseguirsi di personaggi che sono quello che non sono – una tramina derivata specificamente da una commedia parigina, “Le Reveillon”, di Meilhac e Halévy (a sua volta derivata da una Posse, una farsa, del berlinese Roderik Benedix). Pirandello eleva la burla a metafisica: ne recupera le tensioni tradizionali, di stampo filosofico, chi siamo e cosa facciamo, storicizzandole, in vesti borghesi invece che astrattamente tragiche.. 

Posse – La posse spagnola, il gruppo, la banda, cui si è ispirata in Italia molta musica di protesta (wikipedia elenca una cinquantina di formazioni posse), è in tedesco tutt’altro: buffoneria.

Registi – Che fine ha fatto Antonioni? Anche Germi. Lattuada, perché no. Perfino di Rossellini, poco se ne sa.
E Luchino Visconti? Lui è in regola, ma resta per “Il Gattopardo”, in chiave Sud – fissare un certo Sud.

Selvatico – “Salvatico è quegli che si salva” (Gozzano). Nella selva?

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