Cerca nel blog

sabato 4 maggio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (393)

Giuseppe Leuzzi


Il Sud onora le Madonne – più qualche santo sparso, una curiosità locale, in genere mariologo. Perché è della terra, coltivatore, pastore, prima che operaio e urbano. Sarà questa la chiave della bizzarra comunione con l’Africa. Con l’Africa a sud del Sahara. Comunione di linguaggi: ci si capisce, pur non parlando le stesse lingue. Perché l’Africa è terricola - agricola, e materna.

Il dottor Kaarbat, olandese, ha almeno 409 figlie, e probabilmente un paio di centinaia di figli, nati dal suo proprio seme nella sua clinica per la fecondazione assistita. Semplice, un business come gli altri, ma si prendeva lui tutti i soldi. Creava delle false cartelle di falsi donatori, perché la legge vuole che restino identificabili, ma che truffa è? E poi succede in Olanda, mica a Napoli.

Il Sud nella storia è stato “ridotto tutto”, lamenta lo storico Giuseppe Lupo sul “Sole 24 Ore”, alle contese sul latifondo”, e alle narrazioni “dei vinti e dei gattopardi”. Un selfie col fish-eye.

Il Sud anglo-veneziano
“A Milano sei innocente finché non sei colpevole, a Roma sei colpevole finché non sei innocente, in Calabria sei colpevole finché non sei colpevole”, riflette un detenuto in Michael Dibdin, “Nido di topi”. A Milano non è vero – il romanzo del giallista anglo-veneziano è del 1988, alla vigilia del diluvio cosiddetto di Mani Pulite – ma altrove è così.
 “Qualcuno dice che i meridionali siano stupidi”, cosi il commissario veneziano di Dibdin, Aurelio Zen, nello stesso “Nido di topi” intimorisce nell’interrogatorio il bandito calabrese.
 “Come diciamo noi a Napoli”, il questurino napoletano che gli fa da autista mette in guardia Zen nello stesso thriller, “non credere mai a un calabrese a meno che non dica di mentire!”.
Complice di un rapimento a opera di banditi calabresi è, nel romanzo di Dibdin, un ispettore di polizia, che quando è scoperto si difende “sprezzante”: “Non è stato per denaro. Siamo dello stesso posto, di paesi vicini. Mi hanno chiesto semplicemente di aiutarli. Non avrei guadagnato niente per me, solo la riconoscenza di certa gente, gente di rispetto”. Antropologia sommaria perfetta.
E ancora, dell’Aspromonte, allora inaccessibile covo di rapiti: “Un territorio cinquanta volte più grande della repubblica di San Marino e molto più indipendente di quest’ultima dallo Stato italiano”.

Sudismi\sadismi
Pasolini amava Ninetto Davoli, di San Pietro a Maida (che Londra immortala in Maida Vale, in ricordo di una battaglia contro i francesi nel 1807, vinta con i “massisti” calabresi) e disprezzava la Calabria. Non solo a Cutro, nel famoso coast-to-coast papaleiano dell’Italia, Ventimiglia-Trieste, in 48 ore. In “Profezia”, la poesia a forma di croce, della raccolta “Poesia in forma di rosa”, dedicata “a Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato la storia di Alì dagi Occhi Azzurri” (per questo confluirà anche nella raccolta successiva sotto questo titolo di soggetti e sceneggiature), era andato più in là: “Era nel mondo un figlio\ e un giorno andò in Calabria:\ era estate, ed erano\ vuote le casupole,\ nuove, a pandizucchero,\ da fiabe di fate color\ delle feci. Vuote.\ Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi\ senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne.\ Le spighe cresciute per bocche di scheletri.”
Una terra e un destino per i quali “l’operaio di Milano” si è battuto inutilmente: “Nella loro Terra di razze\ diverse, la luna coltiva\ una campagna che tu\ gli hai procurato inutilmente.\ Nella loro terra di Bestie\ Famigliari la luna\ è maestra di anime che tu\ hai modernizzato inutilmente…”. Il Calabrese risalirà la penisola, risalirà l’Europa con gli sbarchi dai “regni della Fame”: “Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,\ a milioni, vestiti di stracci\ asiatici, e di camice americane.\ Subito i Calabresi diranno\ da malandrini a malandrini: «Ecco i vecchi fratelli,\ coi figli e il pane e formaggio»!\ Da Crotone o Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\  nelle Città della Malavita.\ Anime e angeli, topi e pidocchi,\ col germe della Storia Antica.”

 

La scomparsa della mafia
Palermo senza mafia? Il processo ormai quindicennale Stato-mafia ha avuto l’effetto di far sparire la mafia: dunque era vero che la mafia è lo Stato?
Riapre il processo allo Stato a Palermo, una città in cui, dopo la cattura di Provenzano nel 2006, la mafia è scomparsa. Se non per vendette di affaristi, che si accusano l’un l’altro di mafia.Non ci sono più cupole, e nemmeno capi, né mandamenti. Si favoleggia di un ricercato numero 1, Messina Denaro, che sarà pure un supermafioso ma può vivere tranquillo a casa, tra Palermo e Trapani, nessuno si perita di andarlo a prendere.
La cosa purtroppo non è da ridere, e c’è da vedere il perché.
Si potrebbe chiudere lo Stato mafia subito con Massimo Bordin, la voce di radio Radicale tanto vituperata e ora, in morte, santificata, che il processo vedeva come un carrozzone: “Il processo si è strutturato come una gigantesca matrioska, contenitore di altri processi che a loro volta ne contengono altri… I protagonisti sono sempre gli stessi, imputati, pentiti e testimoni, sentiti più volte sui medesimi episodi” (“Panorama”. 30 dicembre 2013). Con testimonianze, va aggiunto, variabili sullo stesso punto in anni e processi differenti. “Inevitabile effetto della convergenza di più fattori discorsivi”, secondo  il celebrato penalista palermitano Giovanni Fiandaca: le dinamiche complesse della memoria e il condizionamento dei media, degli altri processi, degli altri testimoni. E le tecniche e tattiche del pentitismo all’italiana? Se non altro del bisogno del pentito di conformarsi al suo inquirente.
Bordin e Fiandaca sono garantisti, quindi non fanno testo. Ma si è riaperto sabato in appello il quindicennale processo all’insegna della teatralità. Non sono bastate le scenografie faraoniche del presidente della corte d’assise Alfredo Montalto, che ha condito le sue severe condanne con una sentenza biblica di 5.200 pagine. Dopo aver condotto la sua corte come un circo spettacolare su e giù per l’Italia, per onorare questo o quel Grande Pentito di Mafia, e perfino al Quirinale. Con codazzo di giornalisti come una starlette, “rivelazioni” facendo balenare su Berlusconi, su Napolitano, su chiunque. Dopo l’esordio con un giudice-che-va-veloce all’udienza preliminare, Piergiorgio Morosini. Uno che la pensa così: “Le trattative oscure tra cosche e pezzi dello Stato non sono una novità… Trattative si sono svolte a ogni livello della vita sociale, economica e istituzionale del Paese”. Cosa non si fa per magnificare la mafia. Per disattenzione? Sarebbe bello.
Il giudice dell’appello, Angelo Pellino, ha aperto il sipario con una presa in giro dei predecessori, della pretesa di “fare la storia dal buco della serratura”. Con una lezione di metodologia: “È stato detto che non si può riscrivere la storia del paese guardandolo dal buco della serratura. Al di là della metafora non felicissima, credo sia una verità condivisibile, quasi banale, se con questo si vuole significare che la complessità dei fatti storici non può essere compressa nella gabbia del paradigma giudiziario nel quale è giusto che si muova”. Bonario ha aggiunto: questo può accadere. “Può accadere che ci sia un effetto (del genere), che non sia cercato e voluto e non si sostituisca all'unico scopo del processo penale che, per il secondo grado, è la verifica dei motivi di appello”. E ha promesso un giudizio imparziale: “Gli imputati saranno giudicati per ciò che hanno fatto o non hanno fatto: spero che ci sia un serrato confronto sulle questioni tecnico giuridiche e sull’accertamento probatorio”. Ma Pellino stesso è famoso per una sentenza – un’assoluzione per Riina, sì, proprio lui, al processo per l’assassinio di Mauro De Mauro – di 2.200 pagine.
La giustizia ha riti suoi a Palermo, analizzati da una letteratura vasta, a partire da Sciascia, ma indistricabili. Si può solo dire quello che si vede. Il processo matrioska è una serie di processi in realtà. Tutti senza indagini specifiche, né prima né durante il dibattimento. Prove sono le convinzioni dei giudici, e le testimonianze di “pentiti” erratici, che dicono una cosa in un processo e un’altra in un’altra. Non si cerca altro, basta la testimonianza di questi personaggi che restano indegni benché la legge li protegga. Pronti ad assecondare l’accusa contro lo Stato, ma sempre da furbi, parlando cioè per  “sentito dire” – non si sa mai che gli inquirenti cambino, che qualcuno degli accusati faccia carriera, che la copertura venga scoperta.
Nel frattempo i giudici che hanno promosso il processo si sono sistemati. Ingroia, il creatore del pool Stato-mafia e suo primo coordinatore, si è candidato alla presidenza del consiglio nel 2013 e ha lasciato la magistratura. Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si sono sistemati a Roma, al cuore della capitale. Di Matteo e Del Bene alla Direazione nazionale antimafia, dove non c’è nulla da fare, nel bellissimo palazzo di via Giulia. Tartaglia alla Commissione parlamentare antimafia in qualità di consulente. Teresi, che è succeduto a Ingroia quale coordinatore, è rimasto a Palermo, in attesa del passaggio a capo della Procura.
Dei giudici, ancorché della Procura, non si può parlare male, perché hanno avuto troppe vittime di mafia. Lo dicono loro e hanno ragione: le vittime sono troppe. Le vittime di mafia sono sempre troppe. Anche tra i giornalisti, e tra i politici – sì, ci sono politici assassinati dalla mafia. Proprio per questo sarebbe necessaria una vigilanza continua, e armata. Invece di disarmare i corpi dello Stato che devono effettuarla.
Palermo ha suoi riti speciali specie a palazzo di Giustizia. All’insegna del “tragediatore”, il tipo che Sciascia ha reso famoso. Lo Stato-mafia si è riaperto sabato con la desistenza di Ciancimino jr., il teste che più aveva allietato le sedute di Montalto. Col “papello”, un documento falso per tutti, eccetto che per  giudici palermitani. Quando poi l’attendibilità di Ciancimino figlio non si è potuta più sostenere, lo stesso è diventato imputato, di mafia, falsa testimonianza eccetera. Ora può defilarsi dal processo, dove ha fatto condannare i Carabinieri, perché non se la sente. Senza il supertestimone magari i Carabinieri in appello saranno assolti. Ma intanto sono stati sbugiardati. E, direbbe un mafioso, messi in guardia.
Tragediaturi è, nel Camillerindex online, due cose: “Dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli càpita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio. La traduzione letterale sarebbe questa, ma già nel suo «Kermesse» Sciascia opera una sottile distinzione tra due «tragediaturi», quello dell’area palermitana e quello della più ristretta area racalmutese. Dalle mie parti, a una manciata di chilometri dal paese di Sciascia, «tragediaturi» significa tutt’altra cosa: è propriamente chi organizza beffe e burle, spesso pesanti, a rischio di ritorsioni ancora più grevi” (Per Sciascia invece): “Tragidiaturi, Tragediatore. Che rende il vivere continua tragedia, a sé e agli altri. Ma altrove in Sicilia, e a Palermo specialmente, «tragidiaturi» è chi tiene i familiari in triboli, in angoscia; chi li assilla, li ricatta, li minaccia; chi a minime inosservanze, distrazioni o sprechi reagisce con lunghe prediche o mute violenze. A Racalmuto, invece, il «tragidiaturi» è una specie di «ingegnoso nemico di se stesso»: uno che si arrovella, che si rode di preoccupazione e di apprensione per ogni cosa che i familiari fanno o non fanno, di tutto malcontento – ed anche delle cose buone e belle, di cui diffida e mugugna aspettandosene il rovesciamento, l’inevitabile avvento del contrario. Ragionatore, sofista, ma sempre della scienza del peggio. S’appartiene al pirandellismo di natura, rigoglioso nella zona. Gli amici e i conoscenti tengono in considerazione di filosofi o di saggi coloro che nel «tragediare» danno nel sublime; le mogli, le madri, le figlie (la parola è di prevalente uso femminile) li considerano semplicemente e soltanto «tragidiatura»: ma più con compatimento e leggera irrisione che con astio” - L. Sciascia, “Kermesse”, Sellerio, 1982, pp. 60-61. Oppure è un imbroglione. 
Il peggio è considerare gli avventurosi personaggi dello Stato-mafia di sinistra. Si coprono con Berlusconi – a distanza. Ma non volevano processare Napolitano? Non vogliono – lo dicono – abbattere lo Stato? L’antiberlusconismo non faccia velo – c’è ancora l’antiberlusconismo: la sinistra, quella che parla e scrive non quella che soffre, vive ancora all’era di Berlusconi. Il complottismo è di destra, ne è il pilastro: l’autoritarismo, il sospetto, la caccia alle streghe. La carriera dei grandi, e “informati”, complottisti parla chiaro, da D’Avanzo a Travaglio. Quest’ultimo è stato anche colonna dell’“Unità” e questo dice tutto sulla confusione. Che giornali liberali come “la Repubblica” o il “Corriere della sera” si siano dovuti affidare per le cronache giudiziarie a giornalisti di estrema destra, i soli a conoscere i “segreti” dei palazzi, può essere stata una necessità, ma dice bene di cosa stiamo in realtà parlando. E se non è una strategia aggressiva, contro le istituzioni, è stupidità.
Resta da spiegare la scomparsa della mafia, a Palermo. Quelli che hanno sgominato i corleonesi, gente da un centinaio di omicidi eccellenti e stragi, e un migliaio di morti ammazzati, Mori, Subranni e De Donno, condannati a dodici anni i primi due e a otto il terzo. E la mafia non più perseguita dacché il processo è stato avviato: quindi anni – ma sono già venticinque, come vedremo - di impunità. Non si trova Messina Denaro perché non lo si cerca, Carabinieri e Polizia se ne guardano. Mentre quelli ora a processo la mafia l’avevano decapitata, arrestandone capi, sottocapi e killer, senza pagare nulla, senza sconti di pena e nemmeno indulti, anzi con pene aggravate.
È l’uso tra i giudici a Palermo schierarsi a sinistra, perché l’antimafia è di sinistra. Che non è uno scandalo in sé, ognuno si colloca politicamente dove vuole, ma per la verità del fatto sì. Perché si hanno giudici di sinistra che non sono garantisti, non si attengono ai fatti delle indagini. E perché sono giudici che, oltre ad assaltare lo Stato, di cui farebbero parte, lasciano la mafia intonsa. È un gioco ai quattro cantoni che è un imbrogliare le carte. Involontariamente? Non è possibile, l’astuzia in campo è troppa.
La giustizia ha riti suoi a Palermo che non merita indagare. Ma viene in maschera. Afflittiva. La più abusata è quella di vecchi arnesi democristiani e fascisti che si mettono a sinistra, perché l’antimafia è di sinistra, dai tempi di Leoluca Orlando trent’anni fa, quando andava in giro ad accusare Falcone. Gente tipo Lo Forte e Scarpinato, di cui Chinnici, capo dei giudici inquirenti, che sarà vittima di una strage con autobomba, diffidava in quanto manutengoli della zona grigia.
Il giudice Montalto non avrebbe potuto giudicare in assise la “trattativa”, poiché l’aveva già sanzionata come giudice delle indagini preliminari vent’anni prima, e aveva giudicato in errore. Aveva fatto carcerare Calogero Mannino, il parlamentare e ministro Dc, il 13 febbraio 1995, come pilastro della trattativa, mafioso di complemento. Mannino si fece nove mesi di Rebibbia, e tredici ai domiciliari, poi fu assolto. Assolto in primo grado, dopo sei anni, nel 2001, condannato in appello, dal giudice Salvatore Virga, nel 2004, assolto definitivamente nel 2008 da altra corte d’appello, cui la Cassazione aveva rinviato il giudizio, avendo cassato la condanna di Virga, con una pronuncia a sezioni riunite che ha ripulito un po’ dell’arbitrio con cui il nuovo reato del concorso esterno veniva applicato.
La lotta alla mafia è prerogativa esclusiva dei giudici? È prerogativa – non un dovere, non un obbligo? No, è obbligo della Stato, quindi del governo e dell’apparato repressivo, compresi i giudici. I giudici hanno avuto tanti morti nel contrasto alla mafia? Si, tantissimi,. Come pure le polizie. E i giornalisti. E molti politici, anche senza colpa. La “prerogativa” è di giudici malati in testa. Che si vedono ancora in ermellino, privilegiati come da Mussolini e tuttora casta intoccabile, nel 2019 – gli sfascisti di Pannella.
Sui giudici incontinenti Pirandello ha un detto chiaro, in “Taccuino segreto”, nel frammento “A giarra”: “Mi pari ca parla quantu un judici poviru!”


leuzzi@antiit.eu

La stupidità è contagiosa - imbattibile

Lo stronzo che vi confronta vuole fare di voi uno stronzo. O è lo stupido? Un saggio che si colloca nel grande letto della stupidità, dopo Cipolla, Musil. Jean Paul. Anche se l’autore ne fa un fenomeno soprattutto aggressivo: tanto più uno\a è con tanto più è aggressivo\a. Con non ha l’equivalente in italiano - sarebbe coglione, ma qui è un attaccante di sfondamento, non un centrocampista svagato. Proposto come “creatura maligna”, quindi uno “stronzo” in italiano, benché non codificato dalla Crusca, a metà tra lo stupido e lo scorretto, sempre comunque dannoso.
La stronzaggine Rovere rileva vasta e diversificata. Ma soprattutto di due tipi. Quella pubblica, delle società di servizi che “offrono” solo disservizi, e dello Stato che in tutte le articolazioni s’impegna a renderci la vita impossibile. E, di più, quella di lui\lei nel rapporto quotidiano, di coppia o di lavoro. Più insistente, anche cattiva, la trattazione di quest’ultima: l’impressione è che Rovere, quarantenne “scrittore e storico della filosofia”, già a Magistero a Lione, ora alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro, abbia di mira uno o più casi di quest’ultima natura. A un certo punto è anche questione di una preside particolarmente stronza. Ma più di chi vi raggira le carte in tavola, esercizio effettivamente distruttivo, senza fondo.
Presentato, anche graficamente, come un divertimento, tra lo scherzoso e il surreale. Come gli altri testi canonici sulla stupidità, con “humour, benevolenza e saggezza”, e come “una nuova etica per pensare e curare questo flagello del nostro tempo, malattia del collettivo e veleno delle nostre vite”, procede come un’invettiva, sviluppato da Rovere seriosamente, con cipiglio. Lo spunto sardonico - ubuesco, rabelaisiano - non manca, ma sopraffatto dal risentimento. Contro le varie tipologie di stronzaggine, fino a “un con di sistema”, che Revere vuole “chi non si preoccupa di coerenza, e che, invece di avere un sistema di valori differente dal vostro, ciò che sarebbe interessante, ha per valore di non avere alcuna logica, altrimenti detto di essere del tutto incoerente”. Insomma un lui\lei nato per amareggiarvi la vita.
La parte centrale sottende sottende esplicitamente un fatto personale: “Ai cons non gliene frega di voi. Non soltanto non hanno rispetto per voi, ma soprattutto non vogliono tenere conto della vostra esistenza. Non vi considerano.  Il loro più grande desiderio è di fare come se voi non esisteste… Ai loro occhi siete nulli e non avvenuti… Questa esperienza, vissuta qui, sotto il mio proprio tetto, mi ha aperto, senza esagerare, uno dei baratri più vertiginosi della mia vita”. Un solenne, ribadito, ripetuto, ripetitivo, atto d’accusa. Una sorta di lavacro, liberatorio. Perché non c’è altro rimedio possible: sì la diplomazia, sì la comprensione, sì l’ascolto paziente della sua narrazione, la rappresentazione che ama di se stesso, ma il con non lascia scampo.Un risarcimento, come di una persecuzione – “I cons adorano colpevolizzare gli altri”. Senza reazione possible: “Quando fate la morale a uno stronzo, gli parlate un dialetto che non comprende”.
“Sermone” è la parola più ricorrente – la morale, la predica. “Il sermone è dello stronzo. Ma al fine di indurvi a sermoneggiare pure voi.” Ma si va anche oltre il caso personale, il rapporto di coppia.  “Per non farne uno di se stesso” è il sottotitolo. È  per questo un libello, feroce. Più che una disamina filosofica come di  proposito: esaminare la stronzaggine in quanto tale, fenomenica, fattuale, senza “intellettualizzarla”, nelle sue forme pratiche, che si dicono “l’opinione, i pregiudizi, l’orgoglio, la superstizione, l’intolleranza, le passioni, il dogmatismo, il pedantismo, il nichilismo, etc.”
Le conclusioni sono preliminari, in tre canoni: “Si è sempre il con”, lo stupido, lo stronzo, “di qualcuno; le forme della stupidità sono in numero infinito; il con principale si trova in noi stessi” – quello cioè per cui la stronzaggine può fare presa. Si parte con una messa in guardia.
La stupidità è contagiosa, inevitabile, senza scampo: “Gli stronzi ci sommergono,” specie se “vogliamo vivere lontano da loro”. Sono “come le sabbie mobili”: “Più vi dibattete per sfuggire allo stupido-stronzo, più aiutate la nascita di uno di essi – in voi”.  Ma solo a  distanza ravvicinata, sembra di capire: “La stupidità non ha spettatori, solo complici”. E più di tutto, a questa distanza, contro il\la lui\lei della coppia.
“Non lottate contro l’emozione, svuotatela” è la difesa consigliata. Altrimenti “l’impotenza genera il dovere”, e uno resta impiccato all’albero che ha cresciuto: “La postura moralizzante di fronte agli stronzi riposa su un sermone implicito,  che questo sermone comporta una falsificazione, e questa falsificazione vi condanna all’insoddisfazione”. Insulti o comprensione non portano a nulla.
Una “ricerca in etica interattiva” è il proposito. A fini di prevenzione, contro l’avvitamento inevitabile:  “Ogni connerie genera una connerie reciproca” – la stronzaggine è una provocazione. Uno studio sulla “postura moralizzante” dei rapporti personali. Con poca aria. Specie nella conclusione, irritata, nervosa – da trauma non disinnescato – in quattro tassativi capitoli: “Perché gli stronzi preferiscono distruggere”, “Perché governano”, “Perché si moltiplicano”, “Perché vincono sempre”. Ogni titolo una dozzina di pagine di ejaculazioni.
L’unica difesa è asserragliarsi: il finale è un fuoco di fila da assediato rassegnato. Rischioso. Perché tanto potere ai cons? “In effetti, noi non abbiamo senza ragione un desiderio teoricamente perverso di sottomissione”. E guai a far ricorso alla morale: un suicidio. Ma accettare l’assedio non è una sconfitta? Per di più professandosi superiori – che caduta nella stronzaggine-stupidità. Insomma, non c’è rimedio.
Maxime Rovere, Que faire des cons?, Flammarion, pp. 204 € 12

venerdì 3 maggio 2019

Ombre - 461

Caterina Chinnici, che alle passate europee nel 2013 aveva guidato la lista concorrente del Pd, è ora capolista del Pd. “If you can’t beat it, join it”, è vecchia massima della diplomazia britannica.


Manca, o potrebbe mancare, sul mercato internazionale il petrolio dell’Iran, della Libia, del Venezuela, e probabilmente dell’Algeria (con Buteflika fuori gioco va in crisi la Sonatrach, l’Eni algerina), ma le quotazioni del greggio scendono. È il mercato? Di chi?

Barcelona-Liverpool si gioca per tre quarti a una sola porta, quella del Barcellona. Ma la telecronaca Rai parla solo del Barcellona – Di Gennaro di calcio se ne intende, ma il telecronista lo porta sempre su Messi & co., sul Barça, sulla Catalogna. Bisogna aspettare Paolo Rossi, nel dopopartita, per farsi spiegare la verità. Gli spettatori italiani sono tutti per il Barcellona e la Catalogna? No, bisogna montare Messi per fare dispetto a Ronaldo, che è della Juventus.

Messi (Barcellona) e Salah (Liverpool) alzano le braccia e gli occhi al cielo. Per invocazione, e ringraziamento – Messi di più, poiché ha fatto due gol. Il Dio di Messi è migliore di quello di Salah?

L’anticipazione che Barbara Palombelli dà del suo libro in uscita “Mai fermarsi”esemplifica ruvida l’inefficienza, quando non è illegalità, dei tribunali dei minori, competenti per la patria potestà, l’affido, l’adozione. Di giudici criminali, anche se solo per neghittosità.
Tutti ora sono giudici, gli allievi dei maestri, i dipendenti del capo, solo i giudici sono intoccabili, nella loro (in)attività.

Ci vogliono tre giorni perché Corriere della sera” e “la Repubblica” dicano, solo nelle cronache locali, che lo sparatore di Monterotondo è del Pd. Vige sempre al sindrome Mottola, il segretario di redazione del “Corriere della sera” che negli anni Cinquanta dell’indigesto, volgare “Lascia o raddoppia” argomentava. “Se non  ne parliamo noi, non esiste”. Al tempo dei social.

Spara a Monterotondo ai ladri che ha trovato in casa di giorno, entrati da una finestra di cui hanno divelto la protezione in ferro. Uno che è di sinistra, come i genitori. Si teme la barbarie, ma da che alto? Il furto in casa in effetti è più di un’aggressione fisica, è il disprezzo. 

Il “Corriere della sera” dà domenica, poche righe, il professore che a Tarato ricorda a Di Maio le sue tante bugie sull’Ilva, sull’inquinamento che si moltiplica invece di ridursi. Un video mostrato per intero e commentato sardonico da Crozza in tv due giorni prima. È sempre la sindrome Mottola? Le notizie a stampa sono più lente della rete? Certo, c’è da stamparle.

Javier Cercas, una vita vissuta in Catalogna, è contro l’indipendenza. Per un motivo semplice, spiega a Cazzullo: “Perché è una bandiera per i corrotti. La Catalogna è una cleptocrazia. Parlano di patria per continuare a rubare”. Perbacco. Non si poteva dire?
Ma ci pagano per non dirlo?


Spalletti alla Roma aveva il caso Totti, che gli rendeva la vita difficle con la squadra e gli alienava i tifosi. Spalletti all’Inter ha il caso Icardi, idem. Scalogna, o è Spalletti che se le cerca, un portatore di rogne?
Vita da allenatore, quando l’allenatore sostituisce la società. Cinese all’Inter, americana – si fa per dire – alla Roma.

“Sono l’unico direttore votato all’unanimità, su indicazione del presidente Letizia Moratti, che non fu mai insediato in un tg”, Michele Santoro spiega a Lorenzetto del “Corriere della sera”: “Il dg Minicucci bloccò la nomina per conto del Pds.  Mi risarcirono garantendo autonomia a «Tempo reale». Appena Prodi vinse le elezioni la struttura fu sciolta”. Senza scampo. Ma come non detto – se non lo diceva Santoro, a babbo morto. Forse il problema della sinistra è l’ipocrisia.

La Cassazione vuole “prove certe” che l’immigrato clandestino non è un rifugiato per motivi politici. Non le valutazioni internazionali, che dicono in quale paese ci sono dittature e persecuzioni. Forse è solo provincialismo – il giudice italiano pensa che mandando una rogatoria in Pakistan o in Burkina Faso rispondano: “Sì, li perseguitiamo”.  Ma l’effetto è di dare lo status di rifugiato politico a tutti. A questo non arriva nemmeno l’ipocrisia papale.

Come sopravvivere, malgrado l’assistenza pubblica

Un diurno non è un notturno, l’assistenza ai senzatetto va su binari precisi. Quando il diurno viene chiuso per motivi di bilancio, e i senzatetto che lo frequentano mandati lontano, senza mezzi di trasporto, volontari e assistenti sociali si organizzano per farne una struttura autonoma, che sopravvive con le capacità di ognuno degli assistiti. Che vengono risvegliate: il mestiere che ognuno praticava un tempo, le abilità manuali maturate, quelle che riesce a imparare.
Un racconto di tutte donne. Diretto da un uomo, ma ma il soggetto e la sceneggiatura sono di Claire Lajeunie, che ha studiato “le invisibili” francesi in libri e documentari – quattro senzatetto su dieci sono in Francia donne. E i personaggi sono tutti donne. Prese, sembra, dalla strada, che si pensano e si dicono Lady D., Brigitte Macron, Edith Piaf. Sono tutte professioniste in realtà, ma con esperienze personali complicate, se non proprio da senzatetto.
Un film che sembra fatto con niente ma efficace. Si ride, anche se alla fine la legge s’impone, cieca: la struttura diurna non può ospitare le donne di notte, e quindi viene chiusa, dalla forza pubblica in gran dispiego. La povertà non si può battere, la legge non lo consente, ma almeno ci siamo divertiti.
Louis-Julien Petit, Le invisibili

giovedì 2 maggio 2019

Il Giudice del Semplice


Ai trent’anni voleva aprire un laboratorio, per l’attività di ebanista di cui in qualche modo s’era impratichito, ma il Giudice glielo impedì, i precedenti non lo consentono. Tentò allora di rientrare in possesso dei beni ereditari, ma il Giudice glielo impedì, su sollecitazione di qualcun altro. Era malinconico, era incerto, i compagni lo chiamavano il Semplice, e non faceva bella figura in tribunale, al momento di parlare le parole si assentavano. Poi trovò una bella ragazza, molto fresca e molto giovane, se ne innamorò, e pensò di potere comunque ambire a un po’ di felicità, ma il Giudice glielo impedì, non si convive senza regolare matrimonio, un domicilio certo, un’attività remunerativa. Sempre qualcuno protestava e sempre il Giudice gli dava ragione.
Già in precedenza c’era stato qualche inconveniente: ai vent’anni lo avevano chiamato alla leva militare, lui aveva obiettato per motivi di coscienza, ma il Giudice glielo aveva impedito, facendolo rinchiudere in una prigione militare e condannare per diserzione, benché ristretto. Qui non c’era da spiegarsi, era una questione di principio e un fatto pratico, ma il Giudice gli aveva dato torto perché la Legge lo impone.
Era un Giudice Esterno, contrariamente a quello che dice Kafka, che il Censore è interno. Un uomo in carne e ossa, con cancelliere e commi, e gli sbirri che svogliati ne eseguivano trucidamene gli ordini. Si assestava gli occhiali, non lo guardava nemmeno, solo sembrava vedere le sue carte e una sua interna uggia, e gli precludeva questo e quello.
Era già andato via di casa, era ancora minorenne, aveva diciassette anni, ma con le idee chiare sulla vita e il mondo, ai quali voleva dare un contributo entusiasta, operoso, e dai quali si attendeva il paradiso di ritorno, e il Giudice glielo impedì. Poi vennero gli anni turbolenti della rivolta giovanile e lui come altri aveva preso a farsi idee esprimendole liberamente con un giornale, finché il Giudice non glielo impedì.
Pensò allora di liberarsi del Giudice, da cui in qualche modo si doveva nascondere. In tutti i modi che la fantasia e il lungo tormento, giorno e notte, gli prospettarono, compreso l’alibi di ferro che solo dissuade sbirri, giudici e avvocati. Ma al risveglio, anche se era semplicemente l’avvento della luce sulla notte, decideva di no. Perché non ci si libera della giustizia, e una persona modesta, perfino inutile, non può ambire a nulla.





i trent’anni voleva aprire un laboratorio, per l’attività di ebanista di cui in qualche modo s’era impratichito, ma il Giudice glielo impedì, i precedenti non lo consentono. Tentò allora di rientrare in possesso dei beni ereditari, ma il Giudice glielo impedì, su sollecitazione di qualcun altro. Era malinconico, era incerto, i compagni lo chiamavano il Semplice, e non faceva bella figura in tribunale, al momento di parlare le parole si assentavano. Poi trovò una bella ragazza, molto fresca e molto giovane, se ne innamorò, e pensò di potere comunque ambire a un po’ di felicità, ma il Giudice glielo impedì, non si convive senza regolare matrimonio, un domicilio certo, un’attività remunerativa. Sempre qualcuno protestava e sempre il Giudice gli dava ragione.
Già in precedenza c’era stato qualche inconveniente: ai vent’anni lo avevano chiamato alla leva militare, lui aveva obiettato per motivi di coscienza, ma il Giudice glielo aveva impedito, facendolo rinchiudere in una prigione militare e condannare per diserzione, benché ristretto. Qui non c’era da spiegarsi, era una questione di principio e un fatto pratico, ma il Giudice gli aveva dato torto perché la Legge lo impone.
Era un Giudice Esterno, contrariamente a quello che dice Kafka, che il Censore è interno. Un uomo in carne e ossa, con cancelliere e commi, e gli sbirri che svogliati ne eseguivano trucidamene gli ordini. Si assestava gli occhiali, non lo guardava nemmeno, solo sembrava vedere le sue carte e una sua interna uggia, e gli precludeva questo e quello.
Era già andato via di casa, era ancora minorenne, aveva diciasset-te anni, ma con le idee chiare sulla vita e il mondo, ai quali voleva dare un contributo entusiasta, operoso, e dai quali si attendeva il paradiso di ritorno, e il Giudice glielo impedì. Poi vennero gli anni turbolenti della rivolta giovanile e lui come altri aveva preso a farsi idee esprimendole  liberamente con un giornale, finché il Giudice non glielo impedì.
Pensò allora di liberarsi del Giudice, da cui in qualche modo si doveva nascondere. In tutti i modi che la fantasia e il lungo tormento, giorno e notte, gli prospettarono, compreso l’alibi di ferro che solo dis-suade sbirri, giudici e avvocati. Ma al risveglio, anche se era semplice-mente l’avvento della luce sulla notte, decideva di no. Perché non ci si libera della giustizia, e una persona modesta, perfino inutile, non può ambire a nulla.

Problemi di base macroniani - 484

spock


Macron che fa la guerra a Di Maio è un piccolo Macron o un grande di Maio?

E quello che fa la guerra in Libia?

Cosa lega Macron a Sarkozy, in Libia e sui migranti, la loggia?

Bisogna essere per l’islam, ma per l’islam-bordello?

Bisogna essere per l’islam saudita, contro i siriani, contro i libici, in virtù di che?

Macron piace in Italia: alle mamme?

Ma anche agli uomini?

Non avrebbe Macron bisogno di una mamma, istituzionale?


spock@antiit.eu

Lo Stato mafia fa pietà, salviamo i procuratori

La colpa non è della mafia, è dello Stato, è tesi del mafioso Vito Ciancimino, del suo memoriale “Le mafie”, che il partito degli accusatori celebra nel suo sito, ioSo.info. Lupo lo tratta con sufficienza: “Si tratta di un dattiloscritto, che trovo riprodotto sul sito ioSo.info” (il sito non c’è più, o è inaccessibile a google). Ma che dire di un atto d’accusa contro l’Italia tutta, ministri vecchi e nuovi, qualche presidente della Repubblica, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, e mezza arma dei Carabinieri, che si basa sul sentiment di un mafioso? Disinvolta e terribile, è questa accusa, il  processo Stato-mafia, che Lupo e Fiandaca, lo storico accreditato della mafia e uno studioso eminente del diritto penale, si applicano a contestare in due saggi. Accurati, e perciò patetici.
Il libro è del 2014, prima delle condanne annunciate in corte d’assise dal giudice Montalto. Letto oggi, all’apertura altrettanto teatrale del processo d’appello, sa di impegno inutile. Lo storico è prudente, il giurisperito  preciso, quasi pedante. Mentre la mafia è scomparsa a Palermo in questi quindici anni di processo allo Stato, dopo la cattura di Provenzano – il processo si trascina, tra interviste, saggi, libri compiacenti, comparsate tv, campagne elettorali e capi d’imputazione assortiti, da oltre quindici anni. Se non marginalmente, per le vendette solite tra affaristi. Non si cerca nemmeno Messina Denaro, il superlatitante, che può vivere, probabilmente prospero, tra Palermo e Trapani.
Il lavoro è ammirevole. Lo storico deve sorbettarsi una documentazione prodotta da “pentiti”, da mafiosi furbi – testimoniano solo “per sentito dire”, in date imprecisate, non si sa mai che i giudici cambino. E da giudici che non sanno quello che dicono – al meglio non sanno.  Il giurista deve spiegare, minuzioso, per molte pagine, “il valore irrinunciabile, per uno Stato, del garantismo penale”. Per uno Stato di cui anche i giudici fanno parte. Ma la sostanza, la verità della cosa, è che col processo Stato-mafia da quindici anni non c’è più mafia a Palermo-Trapani, larea a più alta densità mafiosa. E questa verità nel libro non c’è.
Lo sforzo di Lupo e Fiandaca di contribuire alla “verità del processo” non può nascondere la teatralità del dibattimento in corte d’assise. Che si rifletterà in condanne, dodici anni per il generale Subranni e il colonnello ora generale Mori, otto per il maggiore ora colonnello De Donno, cui nessuno crede - il giudice che le ha comminate, Alfredo Montalto, si giustificherà con una sentenza di 5.200 pagine….
La giustizia ha riti suoi a Palermo. E viene in maschera. Nel libro la “verità della cosa” non c’è perché è un tentativo, vecchio stile ancora nel 2014, di recuperare alla sinistra ragionevole quella che si ritiene una sinistra estrema. Due saggi accurati, come più non usa, ma oggi patetici, per la stazza degli autori. Patetico che nel 2014 si scrivesse ancora in questa ottica: c’erano i governi Pd ma come non vedere che erano minoritari, e sorpassati. Che l’aria, anche a sinistra, era all’avventura, al liberi tutti.
Giovanni Fiandaca-Salvatore Lupo, La mafia non ha vinto, pp. 161 € 12

mercoledì 1 maggio 2019

L’Europa non è più quella

Di che stiamo parlando?
“La storia è il giorno che verrà, ma in Europa è già tramontato, il tempo è fermo. Con tutti i suoi classici, greci o no, l’europeo è un indigente che cerca di sapere di sé dagli altri, un mendicante. Gli storici scopriranno che l’Europa ha prosperato come non mai tagliata in due, puntandosi contro missili e cannoni, e sembrerà un fatto straordinario. Ora, con la Germania e l’Europa unite, è come a Tokyo, dove si può girare da soli, ma non si sa dove si va: non ci sono indirizzi, anche a decrittare la lingua. Se l’Europa sparisse si farebbe un po’ di pulizia nella storia, certo, e ci sarebbe una novità.
“Si dice che l’euro ha messo in crisi l’Europa, l’avidità al posto dell’utopia. Non è vero, è l’Europa che è in crisi, dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, il progetto federativo: la Germania, che ne era l’alfiere e aveva convinto la Francia, non vi ha più interesse. Nell’opinione pubblica alla compiacenza è succeduto il ghigno.
“La pregiudiziale europeista – tutto si decide a Bruxelles – ha comportato un cosmopolitismo liquidatorio, in una con la moneta unica, l’abolizione del passaporto e la standardizzazione dei modi di vita, l’alimentazione, l’abbigliamento, la pedagogia. E una parallela insorgenza delle peculiarità etniche e linguistiche all’interno delle vecchie patrie, in Italia il leghismo. I due fenomeni sono stati convogliati in una dottrina del superamento delle nazionalità, fra un governo europeo e le specifiche comunità.  Ma non è così. Non lo è più dopo la fine della guerra fredda. Ma non lo è mai stato: era la guerra fredda che sopiva i nazionalismi. Cessata la paura sono riemersi, anche con crudezza. Era inevitabile e non è una colpa: le convivenze obbligate dalla storia, e le condivisioni di lingue e linguaggi, creano simbiosi che sono comunque forti identità. Anche il concetto identitario si vorrebbe in crisi, ma il fatto è evidente: l’Europa è una comunità d’interessi nazionali. Incontestata se serve. Senza ipocrisia. Quindi senza colpa, a patto che la diversità d’interessi non si trasformi in prevaricazione”.
(G. Leuzzi, “Gentile Germania”, p. 132-33).

La sovranità è rivoluzionaria


“La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato un fascista”. Mentre la vera sinistra, quella storica, ha sempre guardato con sospetto le cessioni di sovranità, alla Nato o altrove.
L’eminente giurisperito, studioso della “rivoluzione conservatrice” tedesca tra le due guerre, di Carl Schmitt in particolare e di Ernst Jünger, già deputato Pd, non lesina certezze nelle polemiche che hanno seguito questo suo saggio. “Togliatti sarebbe stato sovranista”, “Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista”, “Sovrano è chi si impegna”, in interviste, lettere, articoli, affannandosi con slogan e battute a riportare l’opinione vagante ai fatti. Lavoro improbo, dovendo fare luce sulla melassa di una sinistra politica, o di opinione, senza idee perché senza più studi. E nemmeno informazione – i suoi media sono pulpiti: sul sovranismo come sul populismo, sui social, sull’intelligenza artificiale, su ogni “novità”, cioè evento o realtà.
Nel saggio l’argomentazione è distesa. Partendo, da scienziato politico onesto, dalla lezione metodologica di Sartori: “Di che stiamo parlando?” - la sintesi, pubblicata su “Limes” online già un anno fa, il 5 marzo 2018, e sul n. 2\2018 della rivista, “Una strategia per l’Italia”, è leggibile anche sul sito di Galli, “Ragioni politiche”. Nell’ultimo dei tanti interventi a cui si è indotto per la passione politica, su “La Lettura” in edicola, ne dà inappellabile sintesi:
“La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere con il fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, che ha una volontà e una capacità di agire. C’è esistenza politica se c’è sovranità.
“La sovranità è l’ordine giuridico che vige in un territorio… Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l’esistenza. L’ordine dello Stato.
“Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici. E che mentre si afferma, esiste….
“Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l’altra faccia della sovrantà. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per darne vita a un’altra, più adeguata a tempi. Qui c’è l’aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordine attraverso il disordine, norme attraverso l’eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra…
“Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra”.
Le argomentazioni sono semplici, e per questo polemiche, amareggiate. Per una sinistra politica che Galli considera sviata dalla retorica della globalizzazizone, e invece è solo instupidita. Al pari dell’informazione, che è all’origine, i media classici forse peggio dei social, dell’imbarbarimento concettuale.
Se la confusione non è voluta: l’informazione, e i criteri per valutarla, non mancano e non sono difficili. Ma il virus della disinformazione è radicato e radicale: nonché non vedere e non sapere, si contesta perfino l’opportunità di vedere e sapere. Che sia per albagia invece che per incapienza, non cambia: la stupidità è una coperta larga.
Carlo Galli, Sovranità, Il Mulino, pp. 154 € 12


martedì 30 aprile 2019

Il mondo com'è (373)

astolfo

Corfù – Fu “italiana” fino alla metà dell’Ottocento, benché, dopo l’occupazione napoleonica di Venezia, fosse passata con le isole Jonie, l’“Eptaneso”, sotto il controllo francese prima, e poi inglese - sloggiate dalla flotta inglese, le truppe francesi rioccuparono l’Eptaneso dieci anni dopo, nel 1807, ma anche questa volta ne furono prontamente sloggiati. I corfioti continuarono a studiare a Padova e Pavia. I giornali avevano testate italiane ed erano redatti in gran parte in italiano.

Malta – Fu russa per un periodo, il papa riconosceva sull’Ordine di Malta e sull’arcipelago la sovranità dello zar. Risale a Pietro il Grande, primo del Settecento, l’idea e la pratica di tenere i contatti col papa attraverso l’Ordine di Malta. Malta interessava in funzione anti-turca, la Turchia essendo stata a lungo il grande nemico della Russia, e come piattaforma per i contatti con i potentati europei.
Lo zar Paolo I, nel suo breve regno, 1796-1801, creò un Priorato russo dell’Ordine di Malta, a San Pietroburgo, aprendolo all’adesione di soggetti non cattolici romani, cioè di ortodossi russi. E fu a lui che l’Ordine si rivolse quando si trovò sotto la minaccia rivoluzionaria francese. Quando cioè Napoleone la occupò e depredò, in funzione anti-inglese, a metà del 1798, sulla via per l’Egitto. Col patrocinio russo, il Gran Maestro Hompesch pubblicò un manifesto per spiegare che la cessione di Malta alla Francia gli era stata imposta con la forza. Subito dopo, i cavalieri di Malta nominarono Gran Maestro proprio Paolo. Che immediatamente fece sapere al papa Pio VII, altro avversario di Napoleone, tramite l’ambasciatore di Napoli, il duca Serracapriola, la sua disponibilità a un fronte antirivoluzionario, cioè antifrancese. In  cambio, sottinteso, del riconoscimento dello zar come Gran Maestro dell’Ordine di Malta. Pio VII si disse disponibile alla soddisfazione “dei desideri di Sua Maestà Imperiale”. E una trattativa si avviò per il riconoscimento dello zar  come capo dell’Ordine. Fu anch ipotizzato, da parte vaticana, la secolarizzazione dell’Ordine, con la rimozione della sudditanza dell’Ordine stesso al Vaticano libero quindi di porsi sotto l’ombrello della corte russa. Secondo un ambasciatore di Paolo I; l’inviato in Toscana Akim Lizakevich, il 24 gennaio 1801 Pio VII gli espresse la disponibilità di “portare a lieto fine il caso”, giudicando “molto gradevole” l’ipotesi di Pietro I Gran Maestro. Nel quadro di un riavvicinamento della chiesa latina con quella ortodossa. Ma il messaggio di Lizakevich giunse a Losca l’8 aprile, quando Paolo I era morto da un mese. Malta intanto veniva recuperata, con l’aiuto degli stesi maltesi, partigiani antifrancesi, dall’Inghilterra. Mentre a luglio Pio VII firmava il Concordato con l’odiato Napoleone.

Mohammed bin Salman – Sembra – si propone - come re Feisal, il figlio dello “sceriffo” della Mecca, quello che fece la gloria di T.E.Lawrence risalendo nel 1918 da solo con pochi uomini fino a Damasco, liberando-occupando la Siria – che l’anno dopo fu passata ai francesi, per compensazione Feisal fu fatto eleggere dalle tribù re di un Iraq appositamente costituito, sulla vecchia Mesopotamia.
Ne ha l’età, 33 anni, la baldanza, la baraka. I fratelli figli di Ibn Saud, che hanno governato finora il reame, sono un’eccezione nel mondo orientale, e specialmente in quello arabo del deserto, tribale: non si sono fatti la guerra tra di loro, e anzi hanno cooperato, regnando per accordo l’uno dopo l’altro, dalla morte del fondatore del regno, Ibn Saud, nel 1953. Ora Mbs tenta un’altra novità, seconda generazione (il re Salman suo padre è l’ultimo dei fratelli, dei figli di Ibn Saud): costruire uno Stato, con istituzioni e leggi. Ce ne vorrà, prima di avere un parlamento, con elezioni, ma l’ambizione è quella.
Personalmente, come il principe sherifiano visto e descritto da T.E.Lawrecnce e Gertrude Bell, ha la freddezza mescolata con l’attenzione all’interlocutore, che fa suo amico e complice, e con l’umorismo, spesso tagliente ma non cattivo, nella padronanza dell’inglese – è quello che incanta l’interlocutore, sia esso Trump o Macron. Anch’egli già “un veterano guerriero a 33 anni” – avendo conquistato l’Arabia Saudita, seppure per  l’intermediazione del re suo padre. Ma Salman, il padre, il meno politico e intromettente dei fratelli, è re perché Mohammed ha surclassato i cugini. Anche quelli con molta esperienza politica, come i figli già anziani dei re Feisal e Fahed, e del principe Sultan.
Mbs è per questo, come Feisal, anche accorto e calcolatore, dovendo procedere in ogni azione per una serie di equilibri instabili. Tra essi la sicurezza, demandata ai biscugini che sono a capo del ministro dell’Interno e di quello della Guardia Nazionale. Sui quali, con cautela, sta riversando la responsabilità dello scandalo Kashoggi - l’assassinio, con occultamento del cadavere, del giornalista Kashoggi nell’ambasciata saudita in Turchia.

Preghiera – È periodica nella giornata per l’islam, cinque volte al giorno. Scandita da un richiamo, dal muezzin. Lo era anche per il cristianesimo, scandito da una campana. La regola di san Benedetto, la più antica di cui si ha memoria, del 525, la prevede sette volte al giorno, sulla base del salmo 119 (“Sette volte al giorno ti lodo per la tua giusta legge”): Lodi o Mattutino, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta.

Suffragiste-suffragette – Il movimento femminile inglese di fine Ottocento-primo Novecento per la parità di diritti alle donne e il voto femminile prese nome dal voto, il suffragio. Con una distinzione tra chi protestava entro le regole, le suffragiste, e chi, Christabel Pankhurst e sua madre Emmeline, agitava programmi radicali e agiva con metodi violenti: contro il matrimonio, per la prostituzione legalizzata, e contro la proprietà, con aggressioni incendi, pacchi bomba, attacchi a uomini isolati, distruzione dei nudi nei musei.
La protesta militante si intensificò dopo il fallimento dei progetti di legge (“Conciliation Bills”) che ammettevano al voto alcune categorie di donne. L’esclusione delle donne dal voto restò così totale, e dalla politica. A Emmeline Pankhurt il partito Laburista rifiutò nel 1903 l’iscrizione proprio perché donna.
Il dibattito sull’estensione del voto urtò a Londra, caratteristicamente, con le lessi sulla proprietà: i beni della donna diventavano automaticamente proprietà del marito al matrimonio. Il voto, anche maschile, era allora censuario, si basava sulla disponibilità economica, sul presupposto che solo gli abbienti avessero capacità di giudizio e tempo per la politica. Lunghi dibattiti si fecero per risolvere il problema donna-proprietà-censo, ma senza esito.
C’era anche prevenzione. Quando filantrope di grandi famiglie tentarono di ottenere le rappresentanze locali, essendo l’assistenza ai poveri, e ai lavoratori bisognosi demandata agli enti locali, ci furono manifestazioni di uomini contro. Si creò anche una Lega Anti-Suffragio, una Lega nazionale di donne, favorevoli alla rappresentanza locale ma non a quella politica. La promossero nel 1907, dopo una vasta corrispondenza anti-suffragio ospitata dal “Times” nel 1906-1907, trenta mogli di Lord, della Camera dei Lord, nell’assetto costituzionale dell’epoca molto influente, ma ebbe larghe adesioni femminili. Fu creata con un’assise pubblica il 23 luglio 1908. Restò in vita fino alla fine della guerra, nel 1918, pubblicando per dieci anni, da dicembre 1908, anche una rivista, “Anti-Suffrage Review”. Di questa Lega fecero parte anche donne molto indipendenti e molto impegnate politicamente, tra esse le scrittrici Gertrude Bell, Violet Markham, Mrs. Humphry Ward, Ethel Bertha Harrison, e la sorella minore di Christabel, Sylvie Pankhurst.

La questione fu complicata a Londra anche per la diversa “qualità sociale” delle sue esponenti. Il film “Suffragette” tre anni fa ne ha dato involontaria rappresentazione. Emmeline e Christabel Pankhurst sono milionarie borghesi (anche il film è di una milionaria, Susan Gavron, padre milionario laburista e baronetto, madre vice-sindaco di Londra), trattate dalla polizia con riguardo, le violente sono scarmigliate popolane: operaie licenziate per la militanza, donne picchiate dai mariti o cacciate di casa, private dei figli, e solo privilegiate da carceri e manganelli, che mettono le bombe e non sanno perché. L’unico personaggio storico, nel film, di questa turba senza nome, Emily (Davison), che alla fine muore – non volendo - per la causa, è una che in pochi mesi fu imprigionata nove volte, e contro gli scioperi della fame subì una cinquantina di nutrizioni forzate, una specie di tortura. Dopo aver cercato più volte, per anni, un acculturamento universitario e una qualificazione che la redimessero dal lavoro di bambinaia.

astolfo@antiit.eu


L’insopportabile Socrate

In un’epoca in cui tutti siamo saputi – siamo Socrate – quello vero è solo opportuno. Non il sospetto e il complottismo ma la disponibilità amabile alla ricerca.
La disponibilità è in sé amabile, anche se il Socrate storico fu un provocatore. Non lo fu a fini eversivi, Socrate non è un cinico. È uno che sostiene: “Nessuno sbaglia di sua propria volontà”. Un presupposto conoscitivo (logico) più che etico, e tuttavia pregno di bontà, di umana connivenza.
Radice apre con l’eccezione Socrate: “Socrate era brutto” è l’incipit. In una città, Atene, che faceva della bellezza una virtù, la virtù. E sarà un personaggio ma anche una traccia: Socrate è uno per Platone (è più di uno anche per Platone…), uno “metafisico o addirittura cristiano”, e uno umanista, il “Sancte Socrates, ora pro nobis” di Erasmo. Ma non è vero che Socrate è molteplice, cioè sfuggente – è anche poco, bisogna dire tra parentesi, per i filosofi, che non lo amano. È semplicemente, come disse Cicerone, quello che ha portato la filosofia dal cielo in terra, dall’argomentazione astrusa a quella logica e morale. 
Ritenuto da un paio di secoli, anzi da tre, il padre dell’agnosticismo, della critica alle posizioni assolute o universali, è invece l’assertore della verità, nella sua unica forma pensabile, “so di non sapere”, della conoscenza come ricerca. Quello per il quale la virtù è scienza, conoscenza.
Il metodo socratico è di molta virtù. L’uomo è invece faticoso, spesso insopportabile – si può dare ragione a Nietzsche almeno in questo. Nei dialoghi di Platone, che monopolizza: un chiacchierone, che passava le mattine a importunare gli ateniesi nelle piazze e nei mercati. E nel processo, quando provocò senza necessità la folta giuria, 1501 persone. Sia al momento di decidere la colpevolezza che dopo, quando andava decisa la pena.  Giungendo, dopo la condanna risicata, a farsi mandare a morte con una maggioranza di due terzi, e a chiedere sfottente come pena alternativa, cui aveva diritto, non l’autoesilio (così si era regolato Anassagora), ma il mantenimento a vita, a spese dello Stato, nel luogo più augusto della città, il Pritaneo che lo giudicava.
Con una cronografia dettagliata, una piccola antologia, e una bibliografia accessibile.

Roberto Radice (a cura di), Socrate, suppl. Corriere della sera, pp. 167, ill., gratuito col giornale 

lunedì 29 aprile 2019

Problemi di base giudiziari - 484

spock


Perché si condanna uno e poi si fa il processo?

Sarà questa linversione della prova?

Perché paga lo Stato per lerrore del giudice?

Perché non si fanno mai i nomi dei pubblici ministeri e dei giudici politici?

Perché la giustizia politica sarebbe giustizia (giusta) –solo in Italia, patria del diritto?

Perché non si fanno i nomi nemmeno dei giudici del fascismo, che condannavano a cinque, dieci e quindici anni di carcere a seconda di come decideva il duce – che pure sono storia (e ottime storie pure ne verrebbero)?

Perché la giustizia si cìrconda di omertà – anche al Nord?


spock@antiit.eu

Il lavoro si crea


Il “Corriere della sera” confina al supplemento “Trovo lavoro” la semplice acuta analisi del “lavoro che non si trova” che fa Polito. Cui bastano due soli riferimenti per inquadrare il problema. La ricerca inglese di quindici ani fa, nell’euforia da new economy, del lavoro semplificato e moltiplicato dall’Ict, l’information technology, che al primo posto nei mestieri più richiesti del ventennio successivo metteva parrucchieri e badanti – i servizi alla famiglia. E l’esperienza vissuta da Einaudi un secolo fa, da lui affidata a una delle “Prediche inutili” nel 1953, del vaccaro nel podere di un noto economista negli Usa che era risultato un laureato (diplomato) dell’università in cui l’economista insegnava - con questa postilla dell’ex presidente: “I milioni di baccellieri e di masters, i quali escono dagli istituti universitari americani, sanno che il diploma non dà diritto a nulla”.
La verità sul lavoro è che il lavoro si crea e non si trova. Non c’è un mercato del lavoro con le offerte bene esposte a cui ognuno fa aderire la sua vocazione o ambizione. Bisogna adattarsi, accettando, cambiando luogo e occupazione, migliorandosi. A meno che. A  meno che per lavoro non si intenda il posto. Che è quello che intende il “laureato” in Italia.
Si spiegano così anche i due paradossi italiani. Che i laureati siano troppo pochi, molti di meno che nel resto dell’Europa, ma non trovino lo stesso lavoro – non lo cercano: l’Italia ha il record della disoccupazione giovanile. E che buona parte di queste lauree siano del tutto inutili ai fini di un’occupazione - danno il titolo per il concorso e basta: scienze dell’informazione, scienze della formazione, scienze di ogni tipo, purché di esami pochi e facili.