lunedì 19 maggio 2025
Trump-Ue, storia vecchia
Nel gennaio 1981 si insediava a Washington Ronald Reagan, un presidente poi passato alla storia (per avere sconfitto l’Urss, ridotto la burocrazia, chiuso il ciclo quasi ventennale di appannamento degli Stati Uniti - Cuba, assassinio Kennedy, crisi del dollaro, Vietnam, Nixon, Iran - e avviato un ciclo trentennale di crescita dell’economia, fino alla crisi delle banche), ma visto all’epoca come un personaggio minore (attore e sindacalista fallito, etc.) e un forte destrorso. Anche lui repubblicano, come Trump, anche lui portato dall’ala reazionaria – populista - del partito, che allora aveva anche un’ala liberal, dei Rockefeller. E analogamente rifiutato.
martedì 13 maggio 2025
Letture - 578
letterautore
Antifascismo - P. Battista
sul “Foglio” reperta vare bio wikipedia di giornalisti, di sinistra e di destra,
rifatte ponendo alla prima riga un nonno o un padre fascistissimo, cioè
repubblichino. Di chi la “manina”, si chiede? Battista opina per la sinistra
politica, genere Anpi. Ma potrebbe anche essere un nostalgico, che ricorda il fascismo
a chi lo ha rimosso – la fede nel fascismo, anche perdente. Il fascismo come ossessione
invece che come fatto strico.
Architettura
fascista –
“Non esiste” per i media, anche se vi ci s’imbatte a ogni passo, specie a Roma
e in Lombardia (Milano, Bergamo, Brescia, Piacenza…). Negli edifici e nell’urbanistica -
di cui la Repubblica è stata ed è singolarmente sprovvista, ognuno costruisce quello
che vuole dove vuole (si è perfino teorizzato l’abusivismo, quello “creativo”
non quello “di necessità”, della stanza in più). Gianni Biondillo pubblica un
libro, “La costruzione del potere”, in cui spiega, come da sottotitolo, “Perché
l’architettura fascista non esiste”. E intende forse “non esiste” alla romana:
non ce ne frega, facciamo che non c’è. Per poi fare lui stesso su “La Lettura”
una mappa dettagliata degli edifici, e della ristrutturazione urbanistica, edifici
compresi, di Milano. Dando alla città, va aggiunto, la fisonomia che solo
adesso, con i grattacieli, sta (forse) cambiando.
Confessione - Come racconto,
prima che come sacramento o testimonianza, nasce come si sa da sant’Agostino. E
ha dilagato ultimamente nella narrativa - un racconto o romanzo su due, si calcola,
è in forma memoir. E quasi sempre nella forma psicoanalitica. Di cui si
considera precursore Philip Roth, per “Portnoy’s Complaint”, 1969, che si rilancia
oggi con grande enfasi, e non Berto, “Il male oscuro”, pubblicato nel 1964,
anch’esso con grande successo – premio Viareggio e premio Campiello, record di
vendite, traduzioni immediate. Si privilegia cioè il racconto di psicoanalisi che
non è presa sul serio.
Latino – “«Il latino si
studia obbligatoriamente in tutte le scuole superiori del Nord-America»”,
poteva scrivere un secolo fa Filippo Virgilii: “«La storia romana è insegnata
in tutti gli istituti, e tale insegnamento rivaleggia, se non supera quello che
vien fatto nei ginnasi e nei licei italiani, perché nelle scuole americane la
classica storia di Roma antica è tradotta fedelmente da Tacito e da Cesare, da
Sallustio e da Tito Livio, mentre in Italia si ricorre troppo spesso e troppo ‘supinamente’
alle deformate (sic) traduzioni di Lipsia». Filippo Virgilii, “L’espansione
della cultura italiana, «Nuova Antologia», 1° dicembre 1928 (il brano è a p.
346); (né può essere errore di stampa, dato il senso di tutto il periodo! E il
Virgilii è professore di Università e ha fatto le scuole classiche!” (Gramsci,
“Gli intellettuali”)
Malaparte – “Lo strano è
che a sostenere il razzismo oggi (con l’Italia Barbara, L’Arcitaliano e lo
strapaesismo)”, riflette Gramsci in una delle note de “Gli intellettuali”, sul razzismo
in Italia, “sia Kurt Erich Suckert, nome evidentemente razzista e strapaesano”.
Ma Malaparte-Suckert non è il solo: “Ricordare durante la guerra Arturo
Foà e le sue esaltazioni della stirpe italica, altrettanto congruenti che nel
Suckert”. Arturo Foà, di Cuneo, “il poeta ebreo dimenticato” - morirà nel lager
di Auschwitz, nel 1944.
Roma – “Tutti
volevano stare a Roma”, Giancarlo Giammetti, 87 anni, socio e partner di
Valentino, serioso a Michele Masneri sul “Foglio” sabato: “Sa, era un periodo
non comprensibile oggi… Era un’epoca irripetibile. Che bello che era!” Ma anche
oggi, “è comunqe una città piacevole, meglio di New York, meglio di Parigi”.
Era romana negli anni 1960-1970 anche l’alta moda. Giammetti ricorda il
loro studio-laboratorio in via Gregoriana, allora la via della haute couture:
“Arrivava Marella Agnelli, arrivava Mia Acquarone, tutte le signore più importanti.
Davanti a noi c’erano gli atelier di Simonetta (un marchio in realtà, n.d.r.,
di Donna Simonetta Colonna Romano di Cesarò, già sposata Visconti, proprietaria
dell’intero palazzo), poi c’era Capucci, e poco distante Galitzine, e ancora Federico
Forquet, Fabiani, tutti bravissimi”.
Montale – Memorabile,
cioè citabile, lo vuole Lorenzo Tomasin sul “Sole 24 Ore Domenica”. Per una serie
di espressioni entrate nel linguaggio comune: : “Male di vivere”, “Ciò che non
siamo, ciò che non vogliamo”, “Pallido e assorto”, “Scabro ed essenziale”, “È
nato e morto, e non ha avuto un nome”, “la razza di chi rimane a terra”.
Sex worker - Gramsci era
violentemente contro: “Turati. Il discorso parlamentare sulle «salariate
dell'amore». Discorso disonorevole e abbietto. I tratti di «cattivo gusto» del
Turati sono numerosi nelle sue «poesie»” – l’annotazione è raccolta ne “Gli
intellettuali”, parte degli appunti finali sul “lorianesimo”.
Traduzione – Matteo
Codignola spiega su “La Lettura”, in una argomentata intervista con Cristina
Taglietti, la sua traduzione di Ph. Roth,
“Portnoy’s Complaint” - la terza, ogni editore, Bompiani, Einaudi e ora Adelphi,
avendone adottato una propria – con “l’idea… di restituire a Portnoy il suono
che aveva in origine”. Se non che, nelle pagine iniziali del romanzo, che il settimanale
pubblica in originale e nella traduzione di Codignola, l’originale ha un suono diverso
dall’italiano. “Conficcato” per “embedded”, “mi fiondavo” per “rush off”, “la
becchi” per “make it” sono traduzioni lecite, e aggiornate, sono la
terminologia dell’adolescente di oggi, ma non sono “Ph. Roth”. La patina fa parte
del linguaggio.
“Portnoy’s Complaint”, il titolo originale di Ph. Roth, nella riedizione
Adelphi è semplificato in “Portnoy”. Di “complaint”, lamenta Codignola, si danno
del resto quattro significati diversi: “una solenne lirica in onore di un amore
non corrisposto, o perduto; un certo disturbo della personalità; una citazione
in giudizio; e poi sì, la lagna dell’amico”. Ce ne sono di più, il “Roget’s
Thesaurus” ne repertoria un decina - tra essi forse il più appropriato “tormento”.
Wagner – “Wagner (cfr. l’Ecce homo di Nietzsche) sapeva ciò che
faceva affermando che la sua arte era l’espressione del genio tedesco,
invitando così tutta una razza ad applaudire se stessa nelle sue opere”
(Gramsci, “Quaderni del carcere”, 3 (XX) § (2)).
letterautore@antiit.eu
sabato 21 settembre 2024
L’irresistibile ascesa del neonazismo
I
sondaggi danno Alternative für Deutschland in testa domani nel Brandeburgo – e già
il partito Socialdemocratico, che il Brandeburgo governa da molti anni, si
dichiara lo stesso soddisfatto, perché non scende al 5 o 6 per cento, come in
Turingia e Sassonia.
Il
voto in Turingia, Sassonia e Brandeburgo non decide niente sul piano nazionale,
i tre Laender insieme fanno più o meno la Sicilia, sei milioni di residenti, ma
l’ascesa di Afd richiama gli anni 1931-1933, quando a ogni votazione il partitino
di Hitler faceva un balzo, in avanti.
È
la grande colpa di Angela Merkel, trascurata nel trionfalismo generale di cui
la cancelliera godeva (in Italia), ma che un riesame del suo ventennio non
poteva non rimarcare - in questo sito già prima del suo ritiro:
http://www.antiit.com/2021/09/angela-la-padrina.html
Il
partito di Merkel, la Cdu-Csu, dei democristiani tedeschi, o popolari, ha sempre
vigilato sulla sua destra, a non far emergere tendenze neonaziste, e nel caso
ad ammansirle, tenendole fuori dal Parlamento, sotto il 5 per cento. E c’è riuscito
per quasi settant’anni, fino al 2015. Due anni più tardi, alle elezioni del
settembre 2017, Afd, un partito costituto da tre o quattro anni, era già il
terzo partito più grande del Bundestag, il Parlamento tedesco, dove otteneva 94
seggi su 709, principale forza di opposizione all’ennesima grande coalizione dei
cristiano-democratici con i socialdemocratici.
martedì 27 agosto 2024
Il mondo si restringe
Gli Stati Uniti di Biden-Harris hanno alzato contro la
Cina per l’auto elettrica e il settore dell’innovazione energetica dazi del 100
per cento – imitati ora dal Canada, che pure non ha industrie nazionali di
questi settori da proteggere. Mentre Trump ha nel programma un dazio universale
del 10 per cento – del 60 sull’importazione dalla Cina. La Ue ha introdotto dazi
dal 18 al 36 per cento sulle auto di fabbricazione cinese – lasciando aperta
una trattativa, che Pechino ha accettato in linea di principo, ma il dazio è
già attivo. In entrambi i casi con decisione sovrana, senza cioè i sospetti o
le accuse di dumping, o di
concorrenza comunque sleale, che nel diritto commerciale internazionale
consentono teroicamente dazi e contingenti.
Dal Fondo Monetario il vice direttore Gita Gopinath
denuncia una “frammentazione” degli scambi commerciali analoga a quella degli anni
più rigidi della guerra fredda – il periodo più restrittivo per gli scambi
internazionalei della storia moderna e contemporanea. Se non che – ed è
un’aggravante – i pesi sono diversi oggi rispetto agli anni 1950-1960: allora
il peso economico e commerciale degli Stati Uniti era preponderante, tre volte
la quota dell’Urss nel pil mondiale, e addirittura dieci volte nel commercio
internazionale. Oggi il confronto Usa-Cina vede gli Stati Uniti secondi:
secondi nella quota del pil mondiale, 15,6 per cento nel 2023 contro il 18,7;
secondi nella quota delle esportazioni mondiali, 9,9 sempre nel 2023 contro
11,3. Per non dire del confronto demografico. Anche in
campo militare, dove il raffronto è impossibile, la Cina tuttavia è ben più
forte dell’Urss di settanta anni fa.
lunedì 8 aprile 2024
Problemi di base stupidi bis - 798
spock
La negazione della stupidità è una delle grandi
colpe della contemporaneità: ha reso la vita – già gaudiosa – impossibile agli
stupidi?
lunedì 1 aprile 2024
Cronache dell’altro mondo – plutocratiche (263)
La più grande e solida democrazia del
mondo ha la più elevata concentrazione della ricchezza: un terzo della
ricchezza americana - il 30 per vento per l’esattezza - è posseduto dall’1 per cento
della popolazione. Due terzi della ricchezza - il 67 per cento - sono posseduti
dal 10 epr cento della popolazione (Federal Reserve Usa, “Monetary Policy Report”,
marzo 2024))
P.S. “La Lettura” dà all’1 per cento più
ricco degli Usa, nell’ultimo grafico Visual Data (24 marzo), solo il 20 per cento
della ricchezza. Ma su dati anteriori che risentivano del rallentamento covid.
Nei grafici “La
Lettura” la quota del reddito nazionale detenuta dall’1 per cento più ricco della
popolazione è massima nell’ex Terzo Mondo: Messico 26,8 per cento, Perù 25,2,
Cile 23,7, Costa d’Avorio 21, Costa Rica 20,9, Libano, 20,5, Brasile 19,7,
Colombia e Sudafrica 19.3.
La Russia, l’ex
paese del comunismo, viene al terzo posto, col 23,8 per cento – la Georgia
segue, col 18,5.
La classificazione
“La Lettura”, di Federica Fragapane, non è mondiale, riguarda “una selezione
di 30 paesi”. In Europa viene prima la Danimarca, con un tasso quasi terzomondista, 18,6
per cento.
L’Italia figura nel
Visual Data della ricchezza fra i primi dieci paesi al mondo per numero di
miliardari, al sesto posto ma quasi alla pari col quinto, Hong Kong, 64 contro
66 miliardari – e prima della Gran Bretagna, decima con soli 52 superricchi.
sabato 2 marzo 2024
Quando Craxi salvò la vita di Gheddafi
Val la pena rileggere questa memoria di Sergio Romano, diplomatico e storico, non tanto per la ricorrenza dei venticinque anni, o quanti sono della morte di Craxi, quanto di un certo modo di fare politica, in epoca anche recente, sebbene suoni oggi inverosimile, nel rapporto pure di fedeltà agli gli Stati Uniti (dal “Corriere della sera” del 9 marzo 2011, “Opinioni-Lettere al Corriere”):
Corrisponde al vero che nel 1980 fu Bettino Craxi a salvare la vita a Gheddafi informandolo che gli americani lo volevano uccidere?Angelo Marzorati, angelo.marzorati@gmail.com
“Caro
Marzorati,
accadde nell’aprile del 1986, pochi giorni prima dell’incursione aerea
americana contro la grande caserma Bab al-Aziziya di Tripoli, costruita durante
il periodo coloniale italiano, in cui Gheddafi ha fissato la sua residenza
nella capitale. I missili dell’aviazione degli Stati Uniti fecero parecchie
vittime e uccisero la figlia adottiva del colonnello (il suo letto è stato
collocato all’interno di una grande teca di vetro in una stanza del palazzo),
ma Gheddafi ne uscì indenne. L’intervento di Bettino Craxi, allora presidente
del Consiglio, è stato confermato tre anni fa durante un convegno organizzato a
Roma nella sede del ministero degli Esteri. Fra i partecipanti vi era Muhammed
Abdulrramahan Shalgam, uno dei personaggi più interessanti della classe
politica libica. Come ha ricordato Maurizio Caprara sul Corriere del 28
febbraio, Shalgam è stato ambasciatore a Roma dal 1984 al 1995, ministro degli
Esteri dal 2000 al 2009, rappresentante della Libia all’Onu dal 2009 al
momento, pochi giorni fa, quando ha preso pubblicamente posizione contro
Gheddafi e ne ha denunciato i crimini contro l’umanità. Durante il convegno
romano, Shalgam, allora ministro degli Esteri, disse che il messaggio di Craxi
gli fu trasmesso da Antonio Badini, consigliere diplomatico del presidente del
Consiglio. Giulio Andreotti, presente all’incontro, confermò la circostanza
(«credo proprio che dall’Italia partì un avvertimento per la Libia ») e
aggiunse: «Quell’attacco americano era una iniziativa impropria». Le ricordo,
caro Marzorati, che Andreotti era allora ministro degli Esteri e non si
esprimerebbe in questi termini se avesse qualche dubbio sul ruolo del governo
italiano in quella vicenda.
“La parola «impropria» appartiene allo stile distaccato e ironico di Andreotti,
ma riflette perfettamente le preoccupazioni italiane per un «omicidio mirato»
che avrebbe compromesso la politica del governo Craxi nella regione. In quali
mani sarebbe caduta la Libia se Gheddafi fosse stato ucciso? Quali sarebbero
state le reazioni, non tanto dei governi arabi (alcuni di essi sarebbero stati
probabilmente felici della scomparsa del colonnello) quanto dei loro cittadini?
Conveniva all’Italia che il Mediterraneo diventasse un lago americano?
“Resta da capire perché il Colonnello abbia risposto al gesto amichevole del
governo italiano lanciando un missile che cadde nelle acque di Lampedusa. Al
convegno di Roma Shalgam rispose: «Perché gli Stati Uniti usarono Lampedusa; la
Libia reagì contro gli Stati Uniti, non contro l’Italia». Nell’isola esisteva
effettivamente una stazione radio americana, ma è probabile che Gheddafi, pur
apprezzando il gesto di Craxi, non abbia rinunciato ad agitare lo spettro
dell’Italia colonialista, «nemico secolare» della nazione libica. Era il mito
su cui aveva fondato il suo potere e non intendeva farne a meno”.
venerdì 15 dicembre 2023
La guerra finirà con i palestinesi
“La
guerra durerà mesi”: l’annuncio del governo israeliano vuole significare che la
guerra non si concluderà. Le operazioni belliche finiranno anche a giorni, Gaza
è un territorio irrisorio e senza difese, ma non ci sarà pace.
La
guerra continua è la risposta israeliana alle pressioni americane per un
cessate il fuoco e per l’avvio di un negoziato. La risposta è no. La ragione è
che Israele non negozierà mai con Hamas, e che la guerra continua è necessaria
per annientare Hamas.
La
guerra a oltranza a Hamas è la risposta tattica. Il senso del no israeliano è
che non ci sarà uno Stato palestinese, con o senza Hamas. Il gabinetto di guerra
è stretto attorno a Netanyahu, il cui fondamento politico è la negazione dei
Palestinesi, fuori e dentro Israele - in Israele contando la Cisgiordania.
Netanyahu
è stato rieletto pochi mesi fa. E con il 7 ottobre ha rafforzato la sua leadership.
Il suo è un governo legittimato, quindi
con pieni poteri.
lunedì 2 ottobre 2023
Sui migranti la lite è tedesca
La ministra
degli Esteri Baerbock lavora a Berlino per far perdere i socialdemocratici alle
elezioni regionali tra dieci giorni, in Baviera e Assia? La questione degli
emigranti, sì alle ong nel Medierraneo, no ai migranti in Germania, è vissuta in
Italia come un conflitto tra Italia e Germania. Mentre è al centro, uno dei più
sensibili, delle elezioni regionali che si preparano in Germania.
I sondaggi
danno in ripresa la Csu, la Dc bavarese, che nelle ultime votazioni ha perso
molti consensi a favore dell’Afd, il partito di estrema destra. Ma insieme
danno in ascesa anche l’Afd. Per la recessione economica, imputata al governo
di sinistra, e per la questione migranti. È per fermare lo slittamento del voto
che il cancelliere socialista Scholz impone a giorni alterni la chiusura delle
frontiere - anche per scrollarsi di dosso la nomea di Flüchtlingskanzler, cancelliere
dei rifugiati. È per favorirlo che la sua alleata di governo, la leader dei Verdi
Baerbock, alimenta, senza reale necessità, un impegno finanziario e
organizzativo per favorire gli sbarchi.
Il voto in
Baviera, il Land più grande e più ricco della Germania, e in Assia, un anticipo
del voto europeo a maggio, sembra indirizzato verso una tenaglia attorno al
partito Socialdemocratico, vincitore delle elezioni politiche appena due anni
fa. La Csu, e l’alleata Cdu, i Popolari tedeschi, che attualmente governano a
Bruxelles col sostegno dei socialisti-progressisti, sono orientati verso
posizioni conservatrici, sia nella politica fiscale che in quella
dell’immigrazione. Per contrastare la crescita dell’Afd, un partito che,
malgrado il suo fondo estremista, risponde all’elettorato moderato,
tradizionalmente orientato su Csu-Cdu. Ai sondaggi di oggi, la prossima
maggioranza all’europarlamento sarà della Cdu-Csu, i Popolari, con i
Conservatori di Meloni.
La sinistrare
divisa non è una novità in Germania, anzi è una costante. Il baratro che un
secolo fa divise socialisti e comunisti ora si ripropone tra Verdi e
Socialdemocratici. Baerbock, leader un po’ inventata dei Verdi in Germania, un
po’ alla Schlein nel Pd, anche alla Conte con i 5 Stelle, non fa mistero di
voler diventare il partito pilastro della sinistra, scalzando la
socialdemocrazia, “vecchia” di 150 anni. Prima della minicrisi con l’Italia
Baerbock aveva messo Scholz in imbarazzo con la Cina: all’improvviso, da
ministra degli Esteri, ha definito il presidente cinese Xi, cui Scholz aveva
appena fatto visita, con gran seguito di affari, “un dittatore”.
sabato 13 maggio 2023
Quando Pisani (il capo della Polizia) era camorrista
Si ricorda poco del nuovo capo della Polizia, Pisani. Che pure ha passato dei brutti momenti – catturava i boss camorristi e questo dava fastidio. Questo sito se ne è occupato a più riprese. Il post “Chi tocca i camorristi muore”, 8 dicembre 2011, merita una scorsa:
“La cattura del
superricercato Zagaria è coordinata da Vittorio Pisani ma non si dice. Non si
deve dire. Perché Pisani l’anno scorso, appena catturò l’altro superricercato
Iovine, fu dimesso da capo della Mobile a Napoli e allontanato dalla città, su
iniziativa della Procura di Lepore, dalla giudice Maria Vittoria Foschini. Che
l’accusarono di avere troppi contatti coi camorristi. Infatti, come si sa, i
capi della camorra si catturano con lo Spirito Santo.
“Se (Pisani) è estraneo, come dice, alle accuse, lo proverà
davanti a un giudice terzo”, dice Lepore , dopo averlo allontanato, cioè
condannato. Le prove contro Pisani sono le accuse di un camorrista
“mezzo” pentito, uno dei Lo Russo. Lepore soave è corroborante: testimonia che
nulla è impossibile nella vita, nessuna ambizione.
“Un romanziere supporrebbe che i giudici hanno allontanato in
fretta Pisani perché non catturasse anche il compare di Iovine, Zagaria. I due
avevano organizzato e capitanavano la camorra di “Gomorra”. Della quale i Lo
Russo un po’ sono affiliati e un po’ concorrenti. Ma Lepore su questo non ci
lascia sperare molto - purtroppo? E la giudice Foschini appartiene alla nobiltà
napoletana. Magari lo hanno fatto a questo scopo ma non lo sanno.
“C’è da dire che non era la prima volta, un anno e mezzo fa,
che i giudici avvertivano Pisani, era la terza. Ma Pisani imperterrito ha
continuato ad arrestare i camorristi. Un po’ se l’è cercata - chi l’ha detto
che lo Stato è uno?”
martedì 7 febbraio 2023
L’Italia senza braccia
Il recupero dei pensionati, per ora dei
medici e infermieri, basterà a colmare il buco che si va aggravando nella produzione
e nei servizi? Non basta più l’immigrazione a compensare il deficit di nascite
in Italia. Direttamente, con l’immissione degli immigrati nella produzione, e
indirettamente, per la maggiore prolificità delle madri immigrate.
La previsione, ormai quasi certezza, dell’Istat
e dei maggiori demografi, tra essi lo stesso presidente dell’Istat, Blangiardo,
è che tra pochi anni, all’orizzonte 2030, la popolazione italiana in età lavorativa
(le classi dì età 21-65 anni) diminuirà di 1,7 milioni. Di poco meno del 10 per
cento rispetto ai livelli attuali, che non sono reputati ottimali. Con le ovvie
conseguenze negative sulla capacità produttiva e sul finanziamento della
previdenza.
Da anni sono evidenti le carenze nell’organizzazione
della sanità, tra medici e paramedici. Le organizzazioni imprenditoriali lamentano
da oltre un anno, dalla ripresa post-covid, una carenza di forza lavoro in molti
settori, specialmente (e paradossalmente) nei servizi alla persona, accoglienza
e famiglie. E questo deficit proiettano nel 2030 a una cifra elevatissima, tra
1,5 e 2 milioni di posti di lavoro.
Una crisi già in atto, quindi, che però
si confronta con due paradossi. Una disoccupazione ancora alta, sull’8 per
cento. E un’immigrazione asfittica, benché se ne discuta in politica come di un’invasione.
Negli anni dal 2013 al 2019, anni di governo del partito Democratico, in teoria
più incline all’immigrazione, il saldo netto fra immigrati ed emigranti si è
ridotto a poche decine di migliaia l’anno, in totale meno di 500 mila unità nei
sette anni (nei dodici anni precedenti il saldo netto ha oscillato fra 4 e 500 mila ingressi ogni anno per quattro anni, e fra 2 e 300 mila negli altri otto), e ora l’Italia ne ha carenza. Secondo Blangiardo l’Italia avrebbe
bisogno già da subito del triplo dell’immigrazione netta, per colmare il
fossato crescente nel mercato del lavoro, da 130 mila a 370 mila nuovi ingressi
l’anno. Non ci sono soluzioni alternative: le politiche di sostegno alle nascite,
di cui si parla, se anche attuate, non daranno benefici prima di una generazione
o due.
Il lag disoccupazione-offerta di
lavoro inevasa è effetto delle retribuzioni basse. Soprattutto nei servizi. Che
disincentivano le migrazioni interne – il tasso nazionale è diseguale
regionalmente, tra la quasi piena occupazione in Lombardia, e il 12-13 per
cento di disoccupazione in Sicilia. Mentre l’immigrazione è sempre regolata da
una legge restrittiva, la Bossi-Fini, che ribaltò la legge Martelli, proiettata
su un “buco” demografico già noto, e ha precarizzato gli accessi e, di più, la
stabilizzazione del lavoro immigrato – la residenza, la cittadinanza. Stroncandone
anche la natalità.
sabato 28 gennaio 2023
Cronache dell’altro mondo - immigratorie (245)
Cica 650
mila tecnici stranieri lavorano negli S tati Uniti con un visto speciale, l’H-B1.
In posizioni loro riservate solo perché costano meno dei tecnici americani di
analoga professionalità. È una delle ultime polemiche sollevate dal sito online
di destra, Breitbart News.
L’H-B1 è
un visto lavorativo speciale per personale con diploma di laurea. Va dai tre ai
sei anni, ed è rinnovabile. Poco meno di 200 mila l’anno sono i nuovi visti H-B1.
La polemica
è stata innescata dalla decisione delle autorità pubbliche di South Bend, nell’Indiana,
di finanziare con 300 mila dollari un’agenzia di outsourcing, fornitrice
di servizi alle industrie locali, per la ricerca di tecnici stranieri. Ma il
più gran numero dei 650 mila lavorano per i grandi complessi tecnologici,
Google, Apple, Microsoft, Amazon, Facebook, e per JP Morgan Chase. E costituiscono
il settore di maggiore attività dei “body shop”, società per la ricerca di personale:
Ibm, Cognizant, Accenture, Infosys, Tata Consulting, Capgemini.
Breitbart
sostiene che la ricerca di tecnici stranieri, in prevalenza indiani, si
avvantaggia del loro minor costo, rispetto agli analoghi americani. E quindi
restringe le opportunità di lavoro qualificato per gli americani: “Secondo le
ricerche dell’Economic Policy Institute, la maggioranza delle aziende che
importano tecnici col visto H-B1 lo fano per significativi risparmi di costo”.
venerdì 18 novembre 2022
Se il terrorismo non c'è stato
“Esterno notte”, lo sceneggiato di Bellocchio sul rapimento e l’assassinio di Moro, ben drammatizzato e molto pubblicizzato, dal festival di Venezia in poi per due mesi, ha raccolto la metà degli spettatori medi di Rai 1 in prima serata: 3,3 milioni lunedì, con i primi due episodi, con una quota (share) infima rispetto si 24-25 milioni di spettatori alla tv in quelle ore, 2,7 milioni nelle puntate successive – alla pari col trito “Grande Fratello”.
Non sono
piaciuti il personaggio, l’argomento (terrorismo), i comprimari che tengono la
scena nei sei episodi, Cossiga, Paolo VI, i mediatori, Faranda e Morucci,
Andreotti e la Dc, la moglie di Moro? La spiegazione è a monte: il rifiuto,
poiché di rifiuto si tratta, non è della presentazione o narrazione dello
sceneggiato, è la scelta di non sintonizzarsi sulla proposta. Se non da parte di
un pubblico limitato – lo share normalmente della terza rete Rai.
Non piace
la storia, non dice niente la vicenda narrata, per un terzo buono degli
spettatori adulti del tutto nuova? Il terrorismo non fa spettacolo - diversamente dalla banda della Magliana, o dalle Gomorra? Non piace rivangare il passato recente,
politico, minaccioso, il rischio corso, di un terrorismo rozzo e vuoto che ha
fatto centinaia di morti e migliaia di feriti, a nessun fine? È l’Italia della
“brava gente”, che non s’è mai fatto colpa del fascismo, delle guerre inflitte
a chi capitava a tiro, figurarsi del terrorismo – se non fruire dei benefici di
legge?
No, non
piace la memoria: del fascismo come del terrorismo, che pure è vicenda recente
e non divisiva – sinistra e destra unite nelle bombe come nella P 38. Nel
pubblico in generale, ma più forse nell’opinione pubblica, nei media. In
contemporanea con l’evocazione della strage di via Fani e l’assassinio di Moro
da tutte la parti si legge che chi non si è ribellato non è mai stato giovane,
saggezza variamente attribuita a Allende o Cioran.
domenica 23 ottobre 2022
La ghigliottina a Milano
Come oggi trent’anni fa, si poteva annotare:
“È curiosa, un po’ losca,
la disattenzione di Scalfari, Mieli, Anselmi, per la composizione del
direttorio milanese, il tribunale dei procuratori: due missini, e due
comunisti, orchestrati da un procuratore Capo che deve la nomina a Andreotti.
“Quello di Andreotti è l’unico
potentato politico del centro-sinistra tenuto al riparo, anche se il più
indiziato di malaffare. La ghigliottina è stata eretta dopo la mancata ascesa
di Andreotti al Quirinale - grave sottovalutazione di Craxi. E per il rigurgito
di sovranità della Dc, sopra e sotto traccia, sull’energia (Eni, Enel, Enea
etc.) che Craxi pretendeva di insidiare, oltre che sulla scuola, sulle Poste, e
sulla ricerca - Cnr, Infn, spazio, acceleratori.
“Craxi si rifarà con l’affare
Enimont? Con uno spicchio della tangente un imprenditore andreottiano,
Bonifacio, si è preso “Il Tempo”. Ma non è detto: Craxi non ha la
procura-tribunale di Andreotti, e nemmeno i servizi segreti”.
giovedì 12 maggio 2022
Ombre - 615
“Di certo, nessun ricorda un cardinale della Chiesa cattolica di 90 anni che finisce in manette”. C’è finito a Hong Hong, il giorno dopo la nomina a governatore del capo (pechinese) della polizia, John Lee. A Jenin nella (ex) Cisgiordania una giornalista palestinese cattolica è uccisa con un colpo alla testa – naturalmente fortuito. Una grido di dolore del papa – ne lancia tanti? Un sospiro?
Bancassurance è la nuova stella polare degli affari: “La
nuova sfida tra le banche sarà sul ricco mercato delle polizze”. Ricco grazie a
un’autorità di sorveglianza corriva: polizza aumentate, come nella scala
musicale, e cartelli a piacere.
“Leo Gassman salva turista
americana dallo stupro”: “Questa notte io e alcuni passanti abbiamo
soccorso una ragazza americana che
poco prima era stata abusata da un ragazzo di origine francese”. Una “studentessa”
di 29 anni. Al Portonaccio, quartiere romano da movida, mentre urlava per strada.
Ubriaca. Ce n’è voluto, ma alla fine ha spiegato che era stata “importunata”. In
un taxì. O su un autobus. Da un francese. Che le aveva messo una mano sulla
coscia. “Sono scesa urlando” etc. Dal taxi, dal bus?
L’ubriachezza non è un’aggravante – un’ambulanza e una squadra della Mobile impegnate per una notte, oltre all’eroico Gassman jr.? Queste studentesse americane di 29 anni non saranno le famose streghe redivive?
Fa senso rivedere l’avvocato Coppi – impersonato da un attore somigliante, che comunque la scheda del film individua come “Avvocato Coppi” - ne “Il traditore”, il film di Bellocchio su Tommaso Buscetta, demolire la testimonianza, benché fondata, del pentito contro Andreotti. Lo fa in base ai verbali del processo, ed è come se riconoscesse l’accusa fondata, ma non comprovabile. Dovrebbe illustrare l’abilità del controversista, ma è come se si dicesse correo – anche senza colpa.
Si fanno le barricate contro la revisione del catasto perché viene al pettine l’abusivismo di necessità, trovata dell’urbanistica degli anni 1970-1980, del Pci trionfante. Il peggior ludibrio del territorio. Immune perfino alle sanatorie di Tremonti e Berlusconi. Si parla di 12 o 13 milioni di vani, costruiti contro ogni piano regolatore, esentasse.
Si colpiscono con le sanzioni gli oligarchi russi che avevano trasferito i loro capitali all'estero all’indomani dell’evizione di Khodorkovskij, e della liquidazione di fatto del gruppo petrolifero Yukos. Ci fu un “panico” in Russia, di tre giorni, Di code chilometriche ai bancomat.
È vero che le sanzioni sono sequestri conservativi, non confische: si tengono i beni in caldo per quando, dopo la guerra, i legittimi padroni potranno tornarne in possesso – esibirle, godersele, venderle a buon prezzo.
“L’Italia assume il comando della missione Nato di
addestramento in Iraq”, nientedimeno: “L’Italia schiera mille unità, con 270
mezzi terrestri e dodici aerei, e un budget di circa 260 milioni di euro”. Per
fare che, preparare un’altra fuga, come dall’Afghanistan dopo venti anni di
addestramento?
Nei venti anni della guerra in Iraq – una guerra da
Tribunale dell’Aja, dichiarata e imposta, con massacri aerei incontrollati, su
pretesti inventati da Inghilterra e Stati Uniti – l’Italia ha speso quattro
miliardi. Di nessuna utilità per l’Iraq. E nemmeno per la coalizione dei “volenterosi”
al seguito dei valorosi inglesi e americani. Spesi inutilmente, giusto per la “trasferta”
del corpo di spedizione, che così si può “fare casa” a casa.
Ferdinand Marcos, erede di una
famiglia e un regime di stravaganze, ruberie e soprusi, stravince le elezioni
presidenziali nelle Filippine. Ma la sua concorrente, che si dice e viene avvocatessa
dei diritti umani, Leni Roredo, è ritenuta capo-mafia, dei cartelli della
droga.
Si dice “Orbàn è cattivo”, e ci si
lava le mani. Mentre tutti importano dalla Russia. E del gas non possono fare a
meno. Cosa notoria ma non si dice.
Né si dice che la Germania paga il
gas in rubli, cosa che tutti sanno, come richiesto da Mosca. Forse
non è ipocrisia, la stupidità esiste.
Giulia Ligresti, scagionata, viene
rimborsata, con molti soldi. Bisognava prendersi FondiariaSai, mica un biscottino,
e lei, con il fratello, è stata la vittima sacrificale, delle Procure di Torino
e Milano. Uno scandalo che si fa finta non ci sia stato. Tra, Milano che non
tollerava i siciliani, e i compagnucci della parrocchietta, i giudici trinariciuti Caselli a Torino e Greco a Milano, che dovevano farne un regalo. A quelli di “abbiamo
una banca”, Consorte e il fido avventuroso Cimbri, di via Stalingrado.
Schema 43, la nuova denominazione della finanziaria
Benetton, deve cambiare nome: Alessandro Benetton ci ripensa, 43 evocando i morti
di Genova per colpa loro. I padroni non sanno
nemmeno che nome hanno le loro aziende. Un gruppo passato presto dai fratelli artigiani
ai figli e nipoti che sanno solo staccare la cedola.
Grandi interminabili bla-bla sul gas della Russia,
quando si sa, almeno i giornali dovrebbero saperlo, che il gas continua e continuerà
ad arrivare, anche in Italia. Pena il blocco dell’economia.
Singolare la decisione dell’Eni di tagliarsi i
ponti con la Russia – uno dei quattro o cinque gruppi che in tutto il mondo occidentale
l’abbiano fatto realmente, secondo l’osservatorio della Yale University
http://www.antiit.com/2022/05/unicredit-et-al-sempre-operativi-in.html
Dopo avere aperto la via della Russia nel 1953, in
contrasto con tutto il mondo “occidentale”, per il petrolio. Raddoppiando nel
1968, con l’invasione della Cecoslovacchia in corso, come partner principale per
il gas in Europa. E avere avuto nella Russia, per la prima metà dei suoi anni, la
sola fonte di guadagno.
mercoledì 8 settembre 2021
Cronache dell’altro mondo – terroristiche (138)
“Il nuovo presidente dell’Emirato islamico
dell’Afghanistan dovrebbe essere Abdul Ghani Baradar, già vice del mullah Omar.
Baradar fu catturato in Pakistan dalla Cia nel 2010 ed è stato rilasciato dalle
autorità locali su richiesta americana nel 2018. Dal 2017 è inserito nella lista
dei terroristi dell’Unione Europea” – Mattia Sorbi, “la Repubblica”, 4
settembre.
No, due giorni dopo i Talebani formano un governo di
ricercati. Per terrorismo, il capo del nuovo governo e mezzo governo: tutti
nelle liste wanted, in sede Onu e Interpol. Ma è vero: non c’è
solo mezzo governo a Kabul di terroristi, condannati dall’Onu e sulle liste dei
ricercati, il governo è stato mediato (organizzato) da Baradar, che stava in
prigione per terrorismo, quando fu fatto liberare dagli americani, per mediare
un governo di transizione, e per averlo interlocutore a Doha (Qatar) nei
negoziati per il ritiro. La cultura americana del no ethnicism sembra
stupida: tutti uguali, tutti americani –
cioè, anche fuori degli Stati Uniti, senza nessun controllo sotto nessuna legge?
Vogliamo i Talebani al potere come già la
Fratellanza mussulmana, quella delle famose “primavere arabe”. L’islam
fondamentalista, antifemminile, barbuto, assassino, è il cocco dell’Occidente,
dell’America? In simbiosi con i potentati del Golfo, che così allontanano da sé
l’Arco delle Tempeste, dove sarebbe più opportuno e invece non c’è?
martedì 8 giugno 2021
Le quattro mancate modernizzazioni del miracolo cinese
Nel 2018 la Banca Mondiale
ha calcolato che in Cina si produceva il 28 per cento del valore aggiunto
industriale mondiale, negli Stati Uniti il 17 per cento, come nella Unione
Europea, in Giappone il 7 per cento, in Corea del Sud il 3, come in India. Una
quota, quella cinese, negli ultimi due anni verosimilmente aumentata, malgrado
i paletti posti da Trump.
Le stime precedenti hanno
visto per un secolo gli Stati Uniti al primo posto, con percentuali diverse a
seconda dei diversi calconi degli economisti, ma tutte elevate. Lo storico
belga-svizzero dell’econmia del Terzo mondo Paul Bairoch ha cacoallo che nel
1913, prima della Grande Guerra, gli Stati Uniti producevano già il 32 per
cento del valore aggiunto industriale mondiale, la Germania il 14,8 per cento,
la Gran Bretagna il 13,6, la Russia l’8,2, la Francia il 6,1. Alla vigilia
della seconda guerra mondiale, nel 1937,
lo storico tedesco-britannico dell’economia Hal Hillmann attribuisce agli Usa
il 35,1 per cento del valore aggiunto mondiale, all’Urss il 14,1 per cento,
alla Germania l’11,4, alla Gran Bretagna il 9,4, alla Francia il 4,5 e al
Giappone il 3,5 per cento.
C’è stato il sorpasso della
Cina sugli Stati Uniti. In termini quantitativi. E come potenziale – come
Kissinger, “Sulla Cina”, scriveva dieci anni fa: “Per la prima volta l’America
si confronta con un paese che possiede capacità economiche comparabili e ha un
passato storico di grande abilità negli affari internazionali”.
La leadership produttiva di
Pechino nel mercato mondiale è confermata dalle esportazioni industriali. La Cina
è passata dal 4,7 per cento del totale dell’export mondiale nel 2000 al 18 per
cento nel 2019. Più della Ue, che aveva in precedenza il record, contenuta nel
15 per cento, il doppio degli Stati Uniti (9 per cento), tre volte il Giappone
(4,7 per cento). In parallelo sono esplosi gli investimenti diretti cinesi all’estero,
passando da 28 miliardi di dollari appena nel 2000 a 2.100 miliardi nel 2019,
il 6 per cento degli investimenti diretti all’estero nel mondo – l’11 per cento
aggiungendo i 1.750 miliardi di investimenti targati Hong Kong. È dunque cinese
la leadership mondiale dell’economia – è il “millennio cinese”?
È un miracolo certamente,
prodottosi in trent’anni o poco più, dopo la svolta impresa al partito
Comunista Cinese da Deng Hsiao Ping con le Quattro Modernizzazioni. Dalle
quali escluse nel 1989, col massacro di Tienanmen, quella politica. Ma è un
miracolo dalle quattro incognite. La prima è Tienanmen, la mancata
modernizzazione politica. La seconda è lo stesso “passato storico di grande
abilità” di Kissinger, che in effetti è rimasto inalterato, ma più che abile
(diplomatico, equilibrato) è imperiale (espansivo, esclusivo). Ed è “cinese”,
cioè Han: un rullo compressore delle altre nazionalità del subcontinente, già del
Tibet come ora degli Uiguri, e in quanto cinese sta macinando Hong Kng, vuole farlo presto di
Taiwan, e in prospettiva guarda alla terza Cina, a Singapore . La terza
incognita, alle altre due collegate, è che il miracolo cinese si fa a spese
dello sfruttamento di mezzo miliardo o poco meno di lavoratori, senza orario e
con paghe basse. E quasi tutti immigrati: nel dato ufficiale, dei censimenti
decennali, la popolazione urbana rsult a passata tra il 2000 e il 2020 da 456 a
902 milioni, cioè è raddoppiata, mentre quella rurale diminuiva in proporzione.
Immigrato significa, in base alle leggi del vecchio comunismo dirigistico
cinese, senza diritto alla residenza, e quindi alla sanità, agli assegni
familiari e all’edilizia pubblica (c’è mezzo miliardo di sans papiers in Cina, di “invisibili”).
La quarta incognita, e
quella che più conta, è che il miracolo cinese è dovuto alla globalizzazione.
La quale è una ricetta americana per la gestione degli affari, attraverso
delocalizzazione e licenze che garantissero maggiori e anzi enormi profitti.
Se, per ipotesi, contingenti e dazi dessero più profitti agli americani, grandi
e piccoli (i piccoli risparmiatori che beneficiano dei grandi dividendi), la
globalizzazione finirebbe. Senza difese, o possibilità di rappresaglie.
Le maggiori incognite sono
tuttavia quelle interne. La Cina è sempre un sistema politico comunista,
rigido, senza nessuna flessibilità o modernizzazione. Di cui nessuna teoria
politica avalla la durata, se non sotto coercizione. Lo sviluppo dell’economia
autoportante – cioè non quello “terzista”, del “lavoro per conto”, come è
all’80 per cento quello cinese - necessita di stabilità. Altrimenti i capitali
e i mercati scompaiono in un lampo.
Le stime precedenti hanno visto per un secolo gli Stati Uniti al primo posto, con percentuali diverse a seconda dei diversi calconi degli economisti, ma tutte elevate. Lo storico belga-svizzero dell’econmia del Terzo mondo Paul Bairoch ha cacoallo che nel 1913, prima della Grande Guerra, gli Stati Uniti producevano già il 32 per cento del valore aggiunto industriale mondiale, la Germania il 14,8 per cento, la Gran Bretagna il 13,6, la Russia l’8,2, la Francia il 6,1. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel 1937, lo storico tedesco-britannico dell’economia Hal Hillmann attribuisce agli Usa il 35,1 per cento del valore aggiunto mondiale, all’Urss il 14,1 per cento, alla Germania l’11,4, alla Gran Bretagna il 9,4, alla Francia il 4,5 e al Giappone il 3,5 per cento.
C’è stato il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti. In termini quantitativi. E come potenziale – come Kissinger, “Sulla Cina”, scriveva dieci anni fa: “Per la prima volta l’America si confronta con un paese che possiede capacità economiche comparabili e ha un passato storico di grande abilità negli affari internazionali”.
La leadership produttiva di Pechino nel mercato mondiale è confermata dalle esportazioni industriali. La Cina è passata dal 4,7 per cento del totale dell’export mondiale nel 2000 al 18 per cento nel 2019. Più della Ue, che aveva in precedenza il record, contenuta nel 15 per cento, il doppio degli Stati Uniti (9 per cento), tre volte il Giappone (4,7 per cento). In parallelo sono esplosi gli investimenti diretti cinesi all’estero, passando da 28 miliardi di dollari appena nel 2000 a 2.100 miliardi nel 2019, il 6 per cento degli investimenti diretti all’estero nel mondo – l’11 per cento aggiungendo i 1.750 miliardi di investimenti targati Hong Kong. È dunque cinese la leadership mondiale dell’economia – è il “millennio cinese”?
È un miracolo certamente, prodottosi in trent’anni o poco più, dopo la svolta impresa al partito Comunista Cinese da Deng Hsiao Ping con le Quattro Modernizzazioni. Dalle quali escluse nel 1989, col massacro di Tienanmen, quella politica. Ma è un miracolo dalle quattro incognite. La prima è Tienanmen, la mancata modernizzazione politica. La seconda è lo stesso “passato storico di grande abilità” di Kissinger, che in effetti è rimasto inalterato, ma più che abile (diplomatico, equilibrato) è imperiale (espansivo, esclusivo). Ed è “cinese”, cioè Han: un rullo compressore delle altre nazionalità del subcontinente, già del Tibet come ora degli Uiguri, e in quanto cinese sta macinando Hong Kng, vuole farlo presto di Taiwan, e in prospettiva guarda alla terza Cina, a Singapore . La terza incognita, alle altre due collegate, è che il miracolo cinese si fa a spese dello sfruttamento di mezzo miliardo o poco meno di lavoratori, senza orario e con paghe basse. E quasi tutti immigrati: nel dato ufficiale, dei censimenti decennali, la popolazione urbana rsult a passata tra il 2000 e il 2020 da 456 a 902 milioni, cioè è raddoppiata, mentre quella rurale diminuiva in proporzione. Immigrato significa, in base alle leggi del vecchio comunismo dirigistico cinese, senza diritto alla residenza, e quindi alla sanità, agli assegni familiari e all’edilizia pubblica (c’è mezzo miliardo di sans papiers in Cina, di “invisibili”).
La quarta incognita, e quella che più conta, è che il miracolo cinese è dovuto alla globalizzazione. La quale è una ricetta americana per la gestione degli affari, attraverso delocalizzazione e licenze che garantissero maggiori e anzi enormi profitti. Se, per ipotesi, contingenti e dazi dessero più profitti agli americani, grandi e piccoli (i piccoli risparmiatori che beneficiano dei grandi dividendi), la globalizzazione finirebbe. Senza difese, o possibilità di rappresaglie.
Le maggiori incognite sono tuttavia quelle interne. La Cina è sempre un sistema politico comunista, rigido, senza nessuna flessibilità o modernizzazione. Di cui nessuna teoria politica avalla la durata, se non sotto coercizione. Lo sviluppo dell’economia autoportante – cioè non quello “terzista”, del “lavoro per conto”, come è all’80 per cento quello cinese - necessita di stabilità. Altrimenti i capitali e i mercati scompaiono in un lampo.
