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sabato 18 novembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (345)

Giuseppe Leuzzi

Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”, p. 54, ha una serie di grandi tedeschi “vittime del Sud”, 
 “cominciando dall’imperatore Ottone III, che fu la prima vittima del Sud, fino a Nietzsche”, che ne fu l’ultima”. Il Sud deprecato da Spengler è quello classico, greco e romano, ai quali vuole che si contrappongano i “secoli vivi” del Medio Evo.
Ma di Ottone III dice il nazionalista Thomas Mann nel “Doktor Faustus”: “Quando morì dopo la cacciata dalla sua Roma diletta, le spoglie furono portate in Germania contro il suo sentimento, era un campione di auto-antipatia tedesca e tutta la vita aveva pudicamente sofferto di essere tedesco”.

Luchino Visconti, grande regista e personaggio ingombrante, per mezzo secolo, è dimenticato. Salvo che per “Il Gattopardo”, come se non avesse fatto altro - assortito con “Rocco e i suoi fratelli”, ma poco, il drammone si regge ora poco, troppo melodramma. Resta come testimone del Sud, di un certo Sud cui piace fissare quello vero. Con compiacimento dello stesso Sud: piace pensarsi aristocratici un po’ gualciti.

Gli svedesi visti in tv nella partite con l’Italia sono stati violenti e simulatori, di proposito, sempre lì a lamentarsi con l’arbitro. Tutti l’hanno visto in tv. Ma erano svedesi tipici, alti e biondi, e la cosa non è stata sanzionata, nemmeno deprecata. Violenza e simulazione sono meridionali.

Fa senso la mafia senza complessi di Ostia. Che in una città presidiata speciale su ordine del ministro dell’Interno compie attentati e manda “avvertimenti”. Ostia esemplifica un concetto semplice: che la mafia non è un fatto etnico, come vuole la sociologia dei Carabinieri, ma è insorgenza quasi naturale quando i Carabinieri non vedono o si girano dall’altra parte.
Dove i delitti vengono puniti le mafie non allignano. Anche se fossero “solo” delitti contro la proprietà: è questo il campo di marte delle mafie, a Ostia e altrove. 

Fa senso lo spreco di televisioni e giornali in morte di Riina. Per chi ha vissuto e vive in aree di mafia. E anche per chi ne è lontano, che lo sa killer selvaggio e organizzatore di orribili stragi. Che c’è in quest’uomo da ricordare?
Solo un prete, il vescovo di Monreale, sa dire la parola giusta: “Riina non diventi un mito”. Il giornalismo è il male, violento?

Il giudice di Parma Umberto Ausiello trova il modo d’immortalarsi anche lui, con un procedimento per omicidio colposo sulla morte di Riina. Avvelenato? Ucciso dai chirurghi? Dice: è la legge. Di chi?

Il vescovo di Monreale ha dovuto fare un decreto, due decreti, per escludere i condannati per mafia dalle confraternite, e dalla partecipazione a battesimi e cresime in qualità di padrini..

L’aria del Sud
Rapido e giocoso, il modo d’essere del meridionale a Parigi è irritante e va castigato, spesso con l’ostracismo. In “Féder”, uno dei tanti romanzi incompiuti di Stendhal, il bel giovane di Marsiglia che vuole fare carriera nella captale come pittore, è così indirizzato dall’amante-istitutrice Rosalinde, prima ballerina all’Opéra: “Non è soltanto la commedia malinconica che dovete rappresentare voialtri gente del Sud che pretendete di vivere a Parigi, dovete fare la commedia sempre; niente di meno, mio bell’amico. La vostra aria di gaiezza e la vivacità, la rapidità con la quale rispondete scioccano il Parigino, che è per natura un animale lento, la cui anima è immersa  nella nebbia. La vostra allegria lo irrita: ha l’aria di volerlo far passare per vecchio; che è la cosa che detesta di più. Allora, per vendicarsi, vi dichiara grossolani e incapaci di gustare le parole spirituali che sono l’incubo di felicità del Parigino”.
L’incubo di felicità, un ossimoro non male. Il consiglio di Rosalinde è di prendere “un filo di aria malinconica”. Un’alternativa Stendhal dà nello stesso abbozzo della narrazione o conversazione “in provincia”, sottintendendo del Sud – si applica a dei guasconi di Bordeaux: “In provincia, ciò che si dice essere amabile è impadronirsi della conversazione, parlare a voce alta, e raccontare un seguito di aneddoti pieni di fatti impossibili tanto quanto di sentimenti esagerati, di cui, per un di più di ridicolo, il narratore di fa l’eroe-protagonista”.

Il Sud è arabo
Il Sud è arabo è più che un rimprovero leghista. È più greco o più arabo – saraceno, barbaresco, magrebino, Libia inclusa?
Non ce n’è una storia, eccetto che per la Sicilia. Ma la presenza araba è stata costante e incisiva in Italia nel quattro secoli tra il Nono e il Tredicesimo – fino alle Crociate, che il fronte riportarono nel Medio Oriente. Nei secoli seguenti, fino a tutto l’Ottocento, peraltro non fu dismessa: solo è stata più episodica, anche perché meglio contrastata. Questo sito ne ha dato un breve quadro ricordando il volume “Gli Arabi in Italia”, l’unico tentativo di approfondimento:

Il riflesso si direbbe soprattutto nella fisiognomica. Che però sa più di impressione che di dato storico accertabile. Suppliscono i toponimi arabi, che sono un’enormità, al Sud e nell’Italia tirrenica, fino alle Alpi. Moltissimi anche i cognomi, oltre i tanti Pagano che nascondono il vero nome: D’Alema, Caracciolo, Gaito, Galba e Galbani, Debbio, Morabito, Modafferi, Almirante, Macaluso, Ainis, Badalamenti, Cabibbo, Musumeci, Cangemi-Gangemi, Buscemi, Caffaro, Cuffaro, Cacopardo, Sodano, Sciortino, Vadalà, Bagalà, Zappalà, Fragalà, Giammusso, Guarasci, etc.
Molti i termini di uso comune. Tra cui alcuni dialettali, segno che la presenza araba non è stata momentanea. Il più noto è il “camallo” a Genova. O lo “scialla scialla” in uso per plaudire, festeggiare. E il “mosciame”. Anche il piemontese ha alcune forme arabe ricorrenti: “marghé” per pastore, “cussa” per zucca, “coma” per mucchio, “burnia” per vaso.
Ma più comune è probabilmente il linguaggio. L’economia estrema del linguaggio, nell’uso privato. Nei molteplici  significati dell’esclamativo, dell’interrogativo, dell’interrogativo negativo. Determinati dal contesto. O dal gesto, anch’esso gravido, anche solo uno sguardo, o la stessa pausa. Una brachilogia che si accompagna a una retorica incontenibile nell’uso pubblico. L’umorismo “cattivo”. Molte parole si ritroverebbero pressoché identiche nei dialetti italiani e in arabo. Il francese di Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, contiene spesso termini, per es. “sciarriarsi” per litigare, che si ritrovano nel dialetto calabro-siculo ma non nel Petit Robert francese – però, è vero che in questo caso lo scrittore può aver mediato il movimento inverso, di artigiani e manovali calabresi e siciliani emigrati in Algeria (all’inizio della guerra algerina di liberazione, nel 1955, c’erano più italiani in Algeria che nella ex colonia italiana di Libia).

Napoli
“Antagonisti” a tutto campo a Napoli, contro i professori, i giornalisti, e gli onorevoli. Ora anche contro Camusso, la segretaria della Cgil. Ma non spontanei né selvaggi: all’ombra del sindaco De Magistris. Che li cavalca con lo slogan “Napoli città del’amore e dell’accoglienza”.
Tutto questo “fa molto napoletano” ma lo è anche: Napoli è la sua maschera.


Ha sempre avuto eccellenze. Ora la squadra di calcio. Che gioca rapida, da Napoli, ma ordinata e pulita. E da collettivo, senza primedonne né ingaggi stratosferici. Di un club che ha saputo domare il tifo violento, cosa che non riesce a Roma, Torino e Milano. Ma le eccellenze non fanno sistema.

Trova il modo di essere sempre sgradevole, per essere più smart  di tutti, voglia di strafare. Specie nel giudiziario, dove se ne trovano rappresentanti in ogni pizzo. Ora anche in morte di Riina, subito un giudice partenopeo insorge – campano, è vero, però la scuola è partenopea - per imporci le saghe dei “Riina è stato ucciso”  e “Da chi”. Minniti? Mattarella? “Lo Stato”? Senza limiti.

Era colonia inglese alla fine delle guerre napoleoniche. Stendhal nel 1817 vi trova “due o tremila Inglesi”. Inglesi anche le donne belle. Il “Gentleman’s Magazine” londinese ne aveva dato notizia in precedenza: “L’emigrazione dei nostri compatrioti in Italia è così massiccia che a Napoli risiedono ora 400 famiglie inglesi”.
Ci saranno anche molte memorie inglesi, specie di ladies, incantate.

Via Toledo, ch dopo Porta Pia sarà chiamata via Roma, era stata fino ad allora “una delle più ampie, più lunghe e più belle vie d’Europa (De Brosses), “senza pari sia a Londra che a Parigi” (Pilati), “la via più gaia e più popolosa del’Universo” (Stendhal).

Herder poteva dire a Napoli, nei “Ricordi di viaggio in Italia 1786-87”: “Roma è un covo di briganti in confronto a questo paese: ora capisco perfettamente perché lì non mi sono mai trovato bene”. A Napoli dedicherà uno dei due libri dei suoi “Ricordi” – che Napoli non pubblica.

È curioso come Napoli non riesca a scrollarsi di dosso le insolenze di cui è stata oberata dopo l’unità. A ragionare cioè su se stessa, su ciò che fino ad allora aveva creato e poi più non seppe o poté.  Se non in qualche polemica sterile, senza farne cioè occasione di rilancio. Aveva esaurito la sua funzione? Aveva una funzione solo come capitale? Ma anche questo non sarebbe stato un appiglio per ricominciare?

Fa quindicimila chilometri in bicicletta, da Hong Kong, vuole raggiungere Calais con mezzo giro del mondo, e dove gli rubano la bicicletta? A Castel Volturno, nel giro di un paio di minuti. Lo inseguivano da Hong Kong? Il luogo è così pieno di ladri che se ne trova sempre uno a portata di mano?

Ha il monopolio della giustizia, nelle procure e nei tribunali, e nelle istituzioni, Cassazione, Csm, Consulta. Perfino nella giustizia sportiva – la giustizia è molteplice in Italia, ce n’è una anche sportiva.  Con effetti umorali e di parte, alla Consulta e nel calcio visibilmente: le decisioni cambiano da un momento all’altro, da un caso all’altro, da un governo all’altro.
Opportunismo? No, ci mancherebbe. Però, bsognerebbe mettere dei contingenti etnici in alcune professioni sensibili: i giudici, per es., che siano napoletani solo a un tot per cento, non tutti.

Il torinese Agnelli innocente accorre a Roma a difendersi nelle indagini del prefetto napoletano Pecoraro. Il quale non lo ascolta e lo condanna, in termini ingiuriosi. Il napoletano De Laurentiis non solo non accorre, ma quando Pecoraro manda uno a interrogarlo a domicilio non si fa trovare, delega un paio di impiegati. E il prefetto napoletano tace.
Napoli potrebbe in effetti guarire “Napoli”, con la frusta, come usava un tempo. C’è più democrazia (legalità) nei ruoli, che nel free for all, nel todos caballeros. Alcuni lo sono, altri no.

leuzzi@antiit.eu 

Joyce scrittore italiano

Joyce voleva diventare italiano. Ci ha provato con insistenza. Fece l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole, scrisse in italiano, per “Il Piccolo della sera”, il quotidiano di Trieste (si era offerto come inviato in Irlanda, in una delle tante crisi nazionaliste per l’indipendenza da Londra, al “Corriere della sera”….), tenne lezioni e confereze in italiano. Prese lezioni di canto al Conservatorio di Trieste, cantò all’opera Wagner, “I maestri cantori di Norimberga”. Ma la burocrazia fu più forte di lui.
In Italia da fine 1904 per dieci anni, ha letto a amava D’Annunzio, i romanzi, “Il fuoco” in particolare, il più dannunziano. Ma, di più, si era fatto dantista: Dante è stato per lui una rivelazione. Oculatamente il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione gli impedì nel 1911 di “trasferirsi nel Paese la cui lingua usa ogni giorno, avendola scelta deliberatamente come madrelingua per i suoi figli Giorgio e Lucia”, come scrisse nella domanda per un posto di supplente. Per cinque anni scrisse prevalentemente in italiano. Ma, benché cultore di Dante, Joyce non poteva essere di lingua italiana. Oltre che della cittadinanza, l’Italia è gelosa pure della lingua. Allo scoppio della guerra, Trieste essendo asburgica, dovette lasciare la città e l’Italia.
Non se ne parla, e anche questo è un segno - come se l’Italia non ci fosse nemmeno stata nella vita e l’opera di Joyce. Che invece ancora in “Finnegans Wake” parla e pensa italiano, con Anna Livia Plurabella e altre strutture linguistiche. Gli anni da lui passati in Italia furono fertilissimi. Fra Trieste e Roma, con la prima convivenza in matrimonio con Nora, e la nascita dei sue figli, Lucia e Giorgio (tre con una terza nascita abortita), si ambientò ovunque senza problemi. È qui che si precisa, in alcuni scritti italiani non ricompresi nell’antologia, eversore della lingua e restauratore del pensiero – contro il Rinascimento, secondo la tradizione medievistica di una parte del cattolicesimo (con cui Umberto Eco si troverà in sintonia), contro l’illuminismo e ogni dottrina di progresso.
Silvana Panza – che per linkedin persegue gli stessi meandri joyciani nella scuola secondaria italiana… - riesuma qui alcuni degli scritti della prima antologia, “Scritti italiani”, curata nel 1979 da Gianfranco Corsini, Giorgio Melchiorri, Nino Franck e Jacqueline Risset. Sono scritti informati, anche quelli letterari (Dickens, Defoe, Blake). Segnati dal ghigno anticonformista della “Gente di Dublino”, i racconti che andava scrivendo in inglese, e poi in “Dedalus” o “Ritratto dell’artista da giovane”. Joyce aveva debuttato parnassiano, ricercato, nelle poesie raccolte in “Musica da camera”, 1907: l’impronta è evidente, benché non programmatica. Joyce, studente di lingue moderne all’University College, era stato appassionato dell’Ottocento francese, prima che di Dante e l’italiano. Anche i primi racconti, coevi, si possono rileggere accostandoli a Gautier, Banville, Louÿs. Franco Marucci, nello studio forse più circostanziato sul Joyce italiano (“Joyce”), ritraccia l’Italia anche nelle lettere, e ipotizza nell’esperienza triestina incontri condizionanti con Svevo e, tramite Svevo, con la psicoanalisi.
La neo lingua non gli era d’ostacolo, e anzi sembra incentivarne la verve. Specie se rapportata – fatto di grande rilievo che però viene anch’esso rimosso – allo stato comatoso dell’inglese poetico e letterario dell’epoca, il decennio prima della Grande Guerra. Gianfranco Folena è giunto a ipotizzare con buoni argomenti che il plurilinguismo di “Finnegans” Joyce ha derivato dal suo amato italo-veneto. Anche in quanto scrittore delle prime, impressionanti, parolacce, è da ipotizzare che si sia “liberato” nella parlata vernacolare di Roma e Trieste.
A Trieste, fra i tanti grandi eventi di Joyce, vi fu l’incontro con Ezra Pound, l’eversore dichiarato dell’inglese di maniera, che gli pubblicò “Dedalus” e sarà influenza decisiva per la scrittura joyciana, a cominciare dallo stesso “Ulisse”. Il primo effetto dell’incontro fu sul “Giacomo Joyce”, il poemetto lasciato calligrafo incompiuto, sull’amore di una maliarda a Trieste.
James Joyce, L’Irlanda alla sbarra e atri scritti in italiano, Ripostes, pp. 120 € 16

venerdì 17 novembre 2017

La morte del papa

Interviene il papa per dire che si può decidere il suicidio. Nel biotestamento o in altro modo. E anche l’omicidio. Pretendendo che non sia nulla di rivoluzionario.
In un senso è vero: quello che dice il papa è quello che si fa nella pratica, caso per caso, senza leggi e senza dottrina, senza impegnare la volontà del sofferente, e senza nemmeno dirselo tra aventi causa, sanitari e congiunti, per la forza delle cose. Nel 1980 la Congregazione per la dottrina della fede ne prendeva atto: “Nell’imminenza di una morte inevitabile…  è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso per la vita”. Ma detto dal papa in occasione solenne, ex cathedra, è un nihil obstat a finirla il prima possibile, con le vite inutili, per i parenti e per le Asl. Con assoluzione garantita.
È possibile che il papa non si renda conto della differenza, ma questo è terribile - o non capisce o è un ipocrita. Oppure è un infiltrato, come dicono i sacrestani scontenti.

Ombre - 391

Agenzia europea del farmaco, per la quale Milano spasima. Giovedì “la Repubblica” dice che è fatta, la Germania vota Italia. Venerdì il “Corriere della sera” dice che no, “Berlino è contro Milano. Come sono volubili i tedeschi.

Trepida “la Repubblica” segue Di Maio in Usa con una inviata speciale. Che lo intervista a tutta pagina, prima e dopo l’incontro al vertice con un sottopancia del Dipartimento di Stato – uno dei molteplici vice-direttori di una qualsiasi area, incaricato di ricevere il vice-presidente della Camera dei Deputati italiana. De Benedetti, tessera numero 1 del Pd, è diventato grillino? Ma lui ha il senso del ridicolo. Alle lettrici di “la Repubblica” piace Di Maio, cocco di mamma? Questo può essere.

Perfino Parolin, il capo del governo del papa, era a Washington per incontrare Di Maio. Non c’è più religione?

Però, una cosa Di Maio l’ha detta, parlando online sul sito del “Washington Post”: “Il nostro movimento è riuscito a disarticolare il centro-sinistra”.

Più corretto sarebbe stato: “Il nostro movimento è riuscito a disarticolare la sinistra”, da destra.

“Intourist, l’agenzia di Stato, era un altro modo per dire Kgb”, si legge su “la Repubblica” per bocca di un allegro giornalista inglese. Allegria! Quanti pellegrinaggi devoti alla patria del comunismo! E pagavamo il Kgb!


Il partito Repubblicano Usa insiste con Roy Moore, candidato senatore in Alabama, perché abbandoni la candidatura dopo le accuse di molestie sessuali. Ma non insiste molto: gli elettori non hanno fiducia nella stampa che riporta le accuse.

“Hanno acceso un riflettore su di lui nel 1977, quando era ancora agli esordi” – lui è Trump, il riflettore lo aveva acceso Breznev. Gianluca di Feo, il vecchio trombettiere di Mani Pulite, si supera su “la Repubblica”: il complotto è perfetto. Ma non diamo una patente di chiaroveggenza ai vecchi comunisti, quasi divina? O di Feo vuole dire che la Russia è sempre quella del 1977? Santa ignoranza.
Non si sa più che leggere – Di Feo vuole solo promuovere un libro dell’allegro giornalista inglese, Luke Harding.

Il commissario Ue Katainen trova che i conti italiani sono bugiardi, che il governo nasconde la verità. È quello che si è detto della Grecia. E comunque non va sottovalutato Katainen: era primo ministro della Finlandia quando Angea Merkel lo fece dimettere per nominarlo supervisore dell’economia a Bruxelles. Ci sarà un altro 2011?

Va al Mondiale la Svizzera, con 9 dei 4 titolari stranieri. Nati all’estero, oppure in Svizzera da genitori stranieri, e naturalizzati. Nel paese che più di tutti ha alimentato e alimenta la polemica anti-immigrazione.

È vero che in Svizzera la popolazione di origine straniera è un quarto del totale, un su quattro – percentuale superiore probabilmente a quella americana di seconda e terza generazione comprese. È il paese che più ha puntato per crescere economicamente nel dopoguerra sull’immigrazione. L’Austria, invece, altro paese di area tedesca, uscito dalla guerra con una forza lavoro maschile ridotta, per mezzo secolo ha adottato la crescita zero per non dover accogliere immigrati, e quando ha abbandonato la crescita zero vota a destra e chiude le frontiere.

Una pagina del “Corriere della sera” per Piero Bassetti, che va alle Nazioni Unite a spiegare “un progetto di dialogo con ispanici, nipponici e indiani per un mondo interconnesso”, elaborato da un sua ong. “Così superiamo gli Stati nazionali”, gli fanno dire. Bassetti è un gentiluomo, di novant’anni. E all’Onu ci possono andare tutti, c’è sempre un posto in qualche corridoio. Ma il provincialismo di Milano è esagerato.

Fubini difende a grossi caratteri la Banca d’Italia nella crisi delle banche, annunciandone la nuova strategia, di ribattere alle polemiche e non starsene buona. Dopo aver dato un colpo al cerchio in tre righette. “La quale (banca d’Italia) pure in questi anni è inciampata in ritardi, sottovalutazioni e errori che ancora non riconosce”. Perché, di cos’altro si discute?

La colpa semmai, spiega profuso Fubini sul”Corriere della sera”, avvinto alla Banca d’Italia, è del governo.  Anzi, del governo Renzi, che, fresco di giuramento, andò a votare il bail-in. Cui la Banca d’Italia però aveva collaborato, e i cui meandri avrebbe dovuto ben spiegare, alle banche e ai risparmiatori, nonché al governo, Renzi o non Renzi. O ci sta lì per che altro? Per non dire dei Fubini – ma l’informazione economica è fuori da ogni commento.

Ombre sul derby Roma-Lazio, allarme: “La Serbia risparmia Kolarov (Roma) e spreme Milinkovic-Savic (Lazio)”. Saranno i serbi i veri padroni della fantomatica proprietà della Roma?

Festival dell’Economia al Parco della Musica a Roma. Fra il centinaio di partecipanti no uno che non sia Dem. Il Parco è saldo presidio Dem. Poi dice come mai nessuno li vota.

Dopo aver perso le elezioni già vinte del 2013 mandando all’astensione metà dell’elettorato, Bersani promosse un governo coi grillini. Fallì, e perse anche il governo. Poi ha spaccato il suo partito, il Pd. Ora rivuole l’alleanza con Grillo. Che lo spernacchia come stalker, un molestatore. Ma chi è Bersani, un goliarda? Un guastatore?

Il Belgio non consegna Puigdemont per non riaprire la sua propria divisione, appena ricomposta, temporaneamente, dopo alcuni anni di non governo – è ben i paese che divise la storica biblioteca di Lovanio in due, francese e fiamminga. Ma non si evita il rincaro su Madrid, accusando la Spagna di franchismo. Che è morto quarant’anni fa.
Perché le secessioni sarebbero un atto di democrazia, specie quando le comunità etniche, linguistiche, religiose sono incastrate da secoli e da millenni?

La purezza di Simone Weil

Opera storica “singolare” la dice Giancarlo Gaeta nella presentazione.”Fare l’inventario della civiltà che ci schiaccia” è del resto il proposito di Simone Weil. Un mondo rivalutando, di cui professa di sapere poco, per il tramite di un poemetto cortese sull’assedio e la presa di Tolosa. Ma che sceglie di elegere a mondo utopico, di un cristianesimo sprovvisto di Bibbia, e di Chiesa romana. Dove tutti vivono in pace, professando la loro fede.
Due saggi per un numero speciale della rivista “Cahiers du Sud”, dedicato a “Le génie d’Oc et l’homme méditerranéen”. Scritti a Marsiglia negli anni di Pétain, quando Simone Weil stessa era con un piede dentro e uno fuori della Francia, sebbene non personalmente assediata. Dopo un frettolosa, quanto avvincente, incursione nel mondo d’Oc.
La crociata contro gli Albgesi, con l’assedio finale di Tolosa, non senza la partecipazione di Luigi IX di Francia, che il papa Bonifacio VIII, altrimenti famoso, farà santo, è una guera religiosa in cui non si fa questione di religione ma di idee: il re santo e il papa segregano l’Europa nel suo vero Medio Evo, troncandone il suo vero Rinascimento, la fioritura pacifica di uomini e idee. Tesi ardita, ma appassionata: “L’Europa non ha mai più ritrovato allo stesso livello la libertà spirituale perduta per effetto di quella guerra”. Fu uccisa un’idea di civiltà ricchissima e “civile”, persiana, araba, greca: “Per quanto si sappia poco dei catari, sembra chiaro che essi furono in qualche modo gli eredi del pensiero platonico, delle dottrine iniziatiche e dei Misteri di quella civiltà preromana che abbracciava il Mediterraneo e il Vicino Oriente”. Non solo: “Che sia per caso o no, la loro dottrina ricorda per certi tratti, insieme al buddismo, insieme a Pitagora e Platone, la dottrina dei druidi che un tempo ebbe a impregnare questa stessa terra”.
Le tracce S.Weil trova nel poema, di cui fa l’anamnesi. Ma anche, piuttosto disinvoltamente, nella storia: “Vi si trovava quel sentimento civico intenso che ha animato l’Italia nel medioevo,vi si trovava anche una concezione della subordinazione simile a quella che T.E.Lawrence trovò viva in Arabia nel 1917, a quella che, portata forse dai Mori, ha impregnato per  secoli la vita spagnola”. Una concezione “che rende il servo uguale al padrone grazie a uan fedeltà volontaria, e gli permette di inginocchiarsi, d obbedire, di sopportare le punizioni senza nula perdere della propria fierezza”, che s ritroverà nel “Poema del Cid”, e nel teatrto spangolo del Cinque-Seicento. Prix e parage sono le parole del poema: premio e parità.
Nella parte meno avventurosa, è l’elogio della civiltà romanica. Il romanico “fu l’autentico Rinascimento: lo spirito greco rinacque sotto la forma cristiana che è la sua verità”. E l’umanesimo? “L’altro Rinascimenro” è un “falso”: “A partire dal XIII secolo l’Europa si ripeigò su se stessa e presto non uscì più dal territorio del suo continente se non per distruggere”. A partire dal Medioevo gotico, “un tentativo di spiritualità totalitaria”. Ma in sé un mondo non imbelle: “L’essenza dell’ispirazione occitana è identica a quella dell’ispirazione greca. Essa è costituita dalal conoscenza dela forza”. Che per Siomone Weil “L’Iliade, poema dela forza” non è bruta ma “coraggio soprannaturale”.
Un grido di dolore – l’analisi è avventata. Quando non è la ennesima crociata di Simone per la purezza introvabile. Con un paio di pagine magistrali. Sull’amore: “L’amore umano fu uno dei ponti fra l’uomo e Dio”. Contro il progresso: l’idea di progresso “la si è creduta associata alla concezione scientifica del mondo, mentre la scienza le è contraria esattamente come la filosofia autentica”. La quale “insegna, con Platone, che l’imperfetto non può produrre qualcosa di perfetto né il meno buono qualcosa di migliore”.
L’edizione Marietti è corredata del poema cortese da cui muove la riflessione di Simone Weil, in originale con traduzione, a cura di A ndrea Fassò. E da due lettere a Déodat Roché, studioso del catarismo. Contestualizzando in una lunga nota il poema da cui muove Simone Weil nel ciclo dei poemi cavallereschi, Gian Luca Potestà dice chiaro che la storia che Simone Weil ne ricava è di fantasia. Ne rileva un minimo interesse storiografico come tentativo di fare la storia dalla parte dei vinti.
Gaeta porta la sua riflessione domani a Firenze alla giornata di studi “Alla riscoperta dei catari: dalla mistica alla democrazia”, organizzato dall’Istituto universitario Lorenzo dei Medici, alla chiesa di San Jacopo in Campo Corbolini. Dove pezzo forte si preannuncia il richiamo, non nuovo ma smarrito, a Dante. “La civiltà catara nei versi di Dante «A così bello viver cittadini»”, nella relazione di Maria Soresina, già autrice di un “Il catarismo nella Commedia di Dante” e  .
L’edizione Chiarelettere assottisce i due saggi brevi per “Cahiers du Sud” con “L’Iliade, poema dela forza”.
Simone Weil,  I Catari e la civiltà mediterranea, Marietti, pp. 98 € 10
Il libro del potere, Chiarelettere, pp. 93 € 9,50

giovedì 16 novembre 2017

Secondi pensieri (326)

zeulig

Antisemitismo – Nonché topos letterario, come le tante generalizzazioni correnti, nazionali, regionali, tribali, fu tra le due guerre anche tema di pensiero. Di una differenza, per lo più negativa – le due o tre considerazioni critiche dei “Quaderni Neri” di Heidegger su un “pensiero ebraico” non sono isolate e non sono eccessive. Simone Weil torna più volte sull’ebraismo – tal quale, senza distinzioni - in termini negativi nei “Quaderni”, quando, negli anni 1940-42, della sconfitta e la barbarie, costantemente deprecava il mondo romano e ebraico come quelli che avevano distrutto la lezione greca e quindi la civiltà. Di più deprecava la Bibbia, per averne fatto infine la lettura integrale, coi racconti di distruzioni e violenze di ogni genere. Una delle tante citazioni: “Non si facevano statue a Yahweh, ma Israele è la statua di Yahweh. Questo popolo è stato fabbricato come una statua di legno, a colpi d’ascia. Popolo artificiale”. O: gli ebrei “sono tenuti assieme da una terribile violenza; non assimilabili, non assimilatori”.

Decostruzionismo – Fu anticipato dal Medio Evo arabo? Lo scettico Al-Ghazzali (in realtà persiano) fu autore di una testo tradotto come “Destructio Philosophiae”. Provocando la reazione del dogmatico, razionalista, idealista Averroè (un berbero), che gli oppose una “Destructio destructionis philosophorum”.       

Fuga – Si penserebbe uno stato indesiderabile – instabile, incerto, faticoso. Ma non è più praticato (emigrazione, trasferimenti, dromomania, esotismo) che la fissità o stabilità? Il moto è lo stato fisico più stabile – lo stato di quiete è la morte fisica.

Morte – L’esaltazione della morte è un teatro politico. Del Tercio come della Resistenza, e ora della Crisi – nella sintesi di Severino: “Già alle origini dell’Occidente, con i greci, la storia diventava impossibile. I greci hanno scoperto il carattere radicale del nulla”, i greci costruttori di colonie e imperi: Vivere tra il nulla e il nulla è in realtà morire, e questo è l’atto supremo di conoscenza”. Il nichilista è miglior cristiano lo diceva Oscar Wilde, in altro senso.
È teatro commerciale, anche.

Amore-morte è una forza per l’anagramma.

Ozio - L’ozio è tema romantico, da Schlegel e Carlyle, il filosofo dei vestiti, a Trockij – il cerbero del lavoro obbligatorio l’uomo dice “ozioso”, e ne fa “una qualità”. Per questo non riuscì a Bertrand Russell, logico operoso. Sì invece a Montaigne, per essere uno stile di vita, e a Savinio, il traduttore di Luciano e delle “Dame galanti”. Nonché al signor Keuner di Brecht: “Mettersi a riposo è un lavoro, e deve riuscire”.

Il riposo va ordinato.

L’ozio, ha stabilito Friedrich Schlegel, è il fine di una vera vita romantica - non la fine? Ma è pure un fatto. Un santo Farniente si festeggia alla Napoule, tra Cannes e Fréjus, a Pasquetta, per sette giorni. Lafargue, che fondò dopo le nozze con la figlia di Marx prediletta il partito Operaio francese, deve la fama a un “Elogio dell’ozio”. Una santa Farniente era all’epoca un’immagine di Èpinal, sdraiata sul letto a celebrare l’ozio, che, col sonno, dà la felicità. A Roma era “tempo donato allo spirito”.
Ford ha inventato il lavoro a orario e la civiltà dei consumi, per poter dire che il capitalismo è ozio e non sfruttamento. Mentre estendeva la fatica al tempo libero, e moltiplicava il lavoro, per moltiplicare i guadagni, suoi e degli altri - i consumi sono l’arma surrettizia contro l’onesto sindacalismo, che voleva far lavorare di meno.

È appropriazione del tempo. Per questo può generare angoscia, fra gli anziani e i giovani, per l’incapacità di sostituire al tempo obbligato un tempo libero.

Progresso – L’idea di progresso “la si è creduta associata alla concezione scientifica del mondo, mentre la scienza le è contraria esattamente come la filosofia autentica”. La quale “insegna, con Platone, che l’imperfetto non può produrre qualcosa di perfetto né il meno buono qualcosa di migliore” – Simone Weil, “I Catari e la civiltà mediterranea”. Cancellando desiderio, ambizione, Prometeo, progetto, proponimento, o in una parola, la speranza? Simon Weil può essere stata influenzata dall’epoca, il 1940-4, della sconfitta e la minaccia. Ma si spiega con una singolare negazione: “Ciò che è migliore di noi non possiamo trovarlo nel futuro. Il futuro è vuoto, e la nostra immaginazione lo riempie.” Che è il progresso. Anche se “la perfezione che noi immaginiamo” non può che essere “a nostra misura”, e quindi “è altrettanto imperfetta che noi stessi”.

Ragione – È multipla, come la verità. Adattabile anche – oggi questo, domani l’opposto. Circostanziale.

Socrate – Cinico più che scettico, sparito per questo? Irridente più che ragionativo. Sarà più ragionativo (umano) il Gesù dei Vangeli, non impassibile (intoccato) di fronte al male – al male e poi al dolore. Della verità e la vita mal sopportate invece dai cinici, con senso di trionfo.

Storia – Si può vedere come una macina, del bene e della verità. Se il cammino dell’uomo è sulla via della verità e del bene, la storia provvede a sparigliare sempre le carte – o a depurarle?

Hegel, che tutto fa storia, la negherebbe, se, come vuole, “ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale”. Da mo’ che sarebbe finita.

“L’umanità corre eternamente nella sua storia per la stessa ragione per cui corre un uomo su un suolo cosparso di carboni ardenti”, G. Rensi, “Autobiografia di un intellettuale”.

Aggredirla è normale, ammesso che sia la strada della virtù, e sondarla pure. Rensi, ib., per dimostrare che la storia è dell’assurdo, elenca una serie non eccezionale, e tuttavia effettiva, di “moti o tendenze anomale, dementi, viziose, dannose… sicure del trionfo” dove e quando irrompono: “Il dionisismo, le altre ondate selvagge di fanatismo religioso, l’anarchismo, il bolscevismo e altri moti affini, o in altro campo il tabagismo e il cocainismo”.

Verità - È, sarebbe, figurativamente un punto unico. Come lo raffigura Rensi, “La mia filosofia (Lo scetticismo)”: “Un punto unico, centrico, esattamente come il centro del bersaglio, matematicamente inesteso, vale a dire che non lascia luogo a latitudine, scarti e deviazioni”.

zeulig@antiit.eu 

Problemi di base giornalistici - 371

spock

Mosca tampina Trump dal 1977: Trump era nato?

E Putin?

È più hackerizzato il giornalismo (americano) o gli hacker di Putin?

Che sarà questo Russia Today che manomette l’elettorato americano e fa eleggere Trump e Berlusconi – non è nemmeno un servizio segreto?

Russia Today batte i potenti media Usa, che fanno sognare il mondo?

Quando sapremo cosa hanno hackerizzato gli hacker di Putin nella campagna presidenziale americana – un paio d’anni sono passati?

E come mai non c’è Trump a Panama?

E Berlusconi?

Perché dobbiamo credere ai giornali americani, che non credono a nulla?

spock@antiit.eu

Notturno Tabucchi

Un omaggio aTabucchi. Tra affetto e apprezzamento. Col libro-intervista di Carlos Gumpert, il suo traduttore spagnolo. Con quattro buonissimi saggi, molto circostanziati: di Luciana Stegagno Picchio sul “Piccolo naviglio”, a lei dedicato, di Remo Bodei sulle “vite parallele” dello scrittore, di Remo Ceserani su “Il filo dell’orizzonte” e di Bruno Ferrero sui romanzi portoghesi.  E con alcune affettuose testimonianze, di Davide Benati, Carlo e Inge Feltrinelli, Jorge Herralde. 
La conversazione con Gumpert, pure troppo distesa, ne mette in chiaro molti aspetti. Dal debutto come scrittore, casuale, per l’amicizia con Enrico Filippini. Alla scrittura economica. E “metafisica”, ma allora al modo di De Chirico, dei vuoti animati nella staticità (monumentalità) – “un’enorme ansia di Semplificazione”. A un complesso ritornante di indaguatezza: “La noia è una sensazione che provo molto spesso”. Con “una visione un po’ ossessiva della realtà”.
Un omaggio più intelligente che commovente, come inevitabilmente è per la morte intervenuta di Tabucchi. Dacia Maraini, nella dedica amichevole che introduce il volume, ne traccia in poche righe il ritratto più veritiero a distanza. Nele parole chiave “nascondersi” e “notte, notturno”.

Claudio Cattaruzza (a cura di), Dedica a Antonio Tabucchi, Associazione per la Prosa, Pordenone, pp. 237, ill. € 10,33

mercoledì 15 novembre 2017

La tratta degli africani

L’Onu scopre la Libia, dopo avere patrocinato una guerra sei anni fa per disgregare il paese e lasciarlo in balia delle tribù – delle bande tribali. Dopo un esodo di centinaia di migliaia di africani ogni anno via Libia, con almeno cinquemila annegati in quattro o cinque anni.
Pronta la Cnn documenta un mercato degli schiavi in Libia. Dove sicuramente una troupe televisiva americana non ha potuto girare inosservata. Un mercato di cui il milione o due milioni di immigrati africani passati in questi anni per l’Italia non ha mai dato notizia. Neanche per farsi belli in tv. E schiavi per quali padroni, i libici, che hanno le pezze al culo?
La Cnn mostra confusi i materiali che la delegazione Onu le ha dato, dei rifugi infetti, e dei maltrattamenti cui gli africani sono soggetti. Per “vendere” questi materiali la tratta degli schiavi è di sicuro richiamo – business as usual.
Viviamo in un’informazione fasulla. Che comunque il senso generale della cosa perlomeno mette a fuoco: bisgna finirla con questo mercato selvaggio dell’immigrazione di massa. Un’informazione appena appena degna si sarebbe chiesta e ci avrebbe spiegato come mai siamo inondati da giovani africani senza arte e senza voglia, che affollano ogni via e piazza a Roma e altrove per mendicare, con location sicure e turni di lavoro precisi al minuto. Sono organizzati da italiani? Da africani? E come è possibile.
È il vecchi mistero della prostituzione nigeriana che ha affollato i marciapiedi del Centro Italia ormai per quarant’anni. Di un paese lontano migliaia di miglia, con nulla in comune con l’Italia.

Appalti, fisco, abusi (112)

Metà della bolletta elettrica è di “oneri di sistema”, paga le fonti di energia rinnovabili – la “materia energia” non va oltre un quarto del costo. Va cioè a profitto dell’industria che le produce, una delle più floride sul mercato – si lavora poco, si guadagna moltissimo, con beneficio nulla o trascurabile sull’aria e l’ambiente. .Un’industria cui si consentono ricarichi stratosferici. Tanto più che oltre la metà delle rinnovabili viene da impianti idroelettrici ammortizzata da decenni.

Gli oneri di sistema non sono legali, benché passati truffaldinamente dal Parlamento. E sono controproducenti economicamente, come stili di vita e educazione ai consumi. Non è educativo far pagare metà del prezzo a beneficio di alcuni gruppi e alcuni affaristi. Non lo è far pagare come imposta di scopo metà del prezzo di un bene. Ma il richiamo non interessa alle associazioni “a protezione” del consumatore,  Adoc, Adiconsum Codacons, etc.
Le associazioni consumeristiche sono il vero problema delle tariffe in Italia, dove ogni sorta di abuso viene perpetrato: in tutti i settori e in tutte le fasi del mercato danno l’idea di essere al soldo delle utilities.

Le associazioni consumeristiche si fanno ora forti della retromarcia delle utilities sul mese di 28 giorni, cioè sui canoni annuali aumentati surrettiziamente di un mese. Ma il mese lunare in bolletta non è di ora, è vecchio di almeno un anno. È ora d’attualità perché le utilities trovano comodo tornare alla vecchia fatturazione –qualcuna anche a due mesi, come usavano, invece che a un mese (è più comveniente dal pujnto di vista organizzativo) – dopo che nell’ammuìna hanno aumentato tutti i canoni (Tim, semplicemente, lo ha raddoppiato).

Si può vendere un prodotto (sciroppo, bevanda, dolcificante, perfino l’aria) con la parola miele senza che ci sia del miele dentro. Lo consentono  i regolamenti europei.

Si puo’ produrre olio d’oliva – non extravergine, ma pur semrpe olio d’oliva – con solo il 4 per cento di vero olio d’oliva. Lo consentono i regolamenti europei.

Si esce dal supermercato, in regime di raccolta differenziata e protezione ambientale, con decine di  involucri di plastica, anche tre per ogni prodotto. Li richiede l’Europa.

L’enorme packaging prodotto dai supermercati è articolato per confluire nell’indifferenziata, il rifiuto urbano che va in discarica, intrattabile: plastiche incollate alla carta, o al vetro, vetro e carta, vetro e plastica. Più l’enorme bigliettazione in carta-non-carta – ricevute, scontrini, promozioni.


Si riducono le pensioni per rientrare dal tasso d’inflazione programmata, risultato superiore di un punto rispetto a quella poi effettiva. Il recupero è di qualche euro al mese, ma si fa pesare tutto insieme sul rateo di novembre. Senza avvertire i pensionati – quella buona metà dei pensionati Inps per i quali dieci euro sono il 2 per cento dell’assegno.

Ci sono stati gli arabi in Italia

È il volumone approntato quarant’anni fa dal Credito Italiano, l’antenato di Unicredit, come strenna omaggio natalizio, della lussuosa serie “Antica Madre”, organizzata da Giovanni Pugliese Carratelli, in quindici volumi, uno l’anno, a partire dal 1978. Curato per la parte grafica e iconografica da Scheiwiller, come tutta la serie, questo volume è organizzato dall’orientalista Gabrieli e dall’archeologo Scerrato. 
Una serie di grande richiamo, corredata di testi redatti per un grande pubblico. Che però la Utet ha  riprodotto venticinque anni fa tal quale, per peso (circa 3 kg. a volume) e costo. Senza mai pensare a una ristampa economica, di sicuro successo per molti dei suoi titoli. Per esempio “Rasenna” (gli Etruschi), Megale Hellas, Sikanie, I barbari in Italia, Ichnussa (la Sardegna), I bizantini, i due volumi sulle civiltà italiche, e l’ultimo, da Aquileia a Venezia.
Allievo di Bausani, Gabrieli scrive anch’egli agile, ed è aggiornatissimo. Ma al 1978. Gabrieli fa soprattutto la constatazione di una mancanza desolante di fonti, documentali, storiche, archivistiche, sia da parte araba che da parte italiana. Ma dà l’idea di una presenza consistente seppure rapsodica, da guerra di corsa. Nell’Otto e Novecento, prima del Mille, nell’Italia del Sud, in Puglia, Calabria e Campania, fino alle porte di Napoli, oltre che in Sicilia. E nei primi due secoli del secondo millennio anche al Nord, a Genova, sul Delta del Po, attorno a Venezia, come altrove in Europa, a partire da un emirato duraturo instaurato in Provenza - da altre fonti, una razzia è documentata nel 1627 di pirati algerini sulle coste dell'Islanda, dalle quali trassero 370 ostaggi che vendettero come schiavi in Africa.  
Il poco che Gabrieli cita fa presumere una presenza forte e costante. Benché senza disegno strategico, in una fase in cui la forza mussulmana era divisa fra molti potentate in concorrenza, e ognuno si faceva emiro. Per esempio la lettera di recente scoperta di una Berta “duchessa di Toscana” (in realtà di Lotaringia, figlia di Lotario II) a un califfo di Bagdad a lei ignoto, di cui però stima grande la potenza, poiché accompagna la missiva con cinquanta costosi doni, e si offre come sua longa manus in questa parte del mondo. Prima del colonialismo europeo, che ora si vuole retrodatare alle Crociate, c’è stata la Conquista arabo-mussulmana dell’Europa, per almeno cinque secoli.
Scerrato, archeologo e storico dell’arte orientale, conferma documentalmente, per la sua parte specialistica, questa impressione. Di una costante e diffusa presenza araba in Italia tra il IX e il XIImo secolo, con illustraziioni e descrizioni dell’urbanistica e le arti decorative, nonché di un cospicuo numero di monumenti architettonici, in molti borghi, grandi e piccoli, in tutta Italia.
Francesco Gabrieli-Umberto Scerrato (a cura di), Gli Arabi in Italia

martedì 14 novembre 2017

Problemi di base psichiatrici - 370

spock

Trump è pazzo (“The Dangerous Case of Donald Trump”, autori 27 psichiatri americani, coordinati dalla dottoressa Bandy X. Lee)?

Mike Pence è peggio (“The New Yorker”: lo dice anche sua madre, ha sempre voluto essere presidente, da ragazzo)?

Sono casi di telepsichiatria?

E Macron, che ha appena dato la Legione d’onore, massima onorificenza, al lupo Weinstein?

E Bersani che vuole per forza Grillo?

E Grillo?

E la dottoressa Bandy X.Lee?

“La saggezza ha eccessi, e non meno bisogno di moderazione della follia”(Montaigne)?

spock@antiit.eu

Dumas in crociera coi Mille

Sontuosa edizione de “I Garibaldini”, ampiamente presentata e annotata da Claude Schopp. Di un evento e un personaggio, i Mille e Garibaldi, che calamitarono l’Europa tutta, prima e dopo il 1860. Con un Dumas impegnato, impegnatissimo, per la libertà e la democrazia. Anche se all’interno di un progetto, che Schopp presenta per esteso, di crociera nel Mediterraneo, per la quale aveva cercato e trovato finanziamenti – da ripagare col ricavato delle corrispondenze.
Un’altra Italia, un’altra Europa, e un’altra industria culturale. Schopp documenta anche, attraverso articoli non raccolti nel volume, un Dumas implacabile contro i Borboni di Napoli, contro i quali invita insistente a “vigilare”, un sessantenne sessantottino.
Un’edizione molto curata, con un solo contributo italiano, della biblioteca della Regione Sicilia, per un riscontro bibliografico. Ri-collazionata sul giornale di Dumas “Le Monte-Cristo”, sul quale era stata pubblicata sotto forma di memoria nel 1862. Con un copiosissimo dizionario delle persone citate, senza imprecisioni nei riscontri effettuati. .
Alexandre Dumas, Viva Garibaldi! Une odyssée en 1860, Fayard, pp. 610 € 25,40


lunedì 13 novembre 2017

La guerra della Cia a Trump

È da repubblica delle banane la guerra che la Cia, l’Fbi e la Nsa, gli ex della Cia, dell’Fbi e della Nsa, conducono contro Trump, presidente in carica. Che vogliono ora succube di Putin. Dopo averlo voluto per un paio d’anni l’eletto di Putin. Spregiatori della democrazia americana, che a loro dire un qualsiasi Putin, o hacker di Putin, può infettare. Gli stessi che nella campagna presidenziale non hanno saputo contrastare le manovre che ora denunciano di Putin, contravvenendo ai loro specifici compiti. E di queste manovre continuano a non dire e non dare i termini, limitandosi a gridare al lupo. In un paese bene ordinato questi signori verrebbero detti, loro, al servizio di Putin.
Ma trattandosi degli Stati Uniti c’è da preoccuparsi. Trattandosi dei media americani, che a queste spie, ex, danno patenti di nobiltà, e a loro vorrebbero si conformasse la superpotenza americana. Gli ex si può capirli: c’inzuppano il pane – per modo di dire, le comparsate sono molto pagate. Ma credere alle spie? Farne i paladini della democrazia? Un tempo il nemico era la Cia, nessun vero giornalista se ne sarebbe fatto paladino. Per fondati motivi.         
E perché credere a spie, sia pure ex, che lavorano contro il loro paese? Gli spioni americani, come gli inglesi, usano arrotondare la pensione andando in giro a raccontare misteri che non sono misteri - altrimenti non glieli lascerebbero raccontare. Ma non come opinionisti, né masanielli. Anzi, tenuti in punta di bastone nelle redazioni.
Il fatto è più agghiacciante se si riflette che questi ex capi della Cia, l’Fbi, la Nsa non solo non hanno protetto gli Usa da Putin e i suoi hacker nell’elezione presidenziale, ma sono probabilmente gli stessi che hanno aperto alla Russia la porta dell’Ucraina, hanno traviato Obama sulle primavere arabe, hanno lasciato crescere il terrorismo islamico. Dopo non aver preservato gli Usa dall’11 settembre, a opera di arabi sauditi e americanizzati. Un atto di guerra che sembra una nemesi celeste, ma si è potuta produrre solo per la totale incapacità dei servizi segreti americani.

Il manicomio aperto di Lombroso

Un secolo prima di Basaglia e il manicomio aperto, Cesare Lombroso “apriva” il manicomio di Pesaro, di cui era stato nominato direttore nel 1872. Aveva accettato, documenta Vecchiarelli, che s’è imbattuto nella vicenda per caso e vi si è appassionato, svolgendo poi approfondite ricerche, a condizione che si procedesse a un miglioramento igienico-sanitario. Queste le richieste specifiche: rivestimento di sughero per le camere e le celle d’isolamento, aerazione degli ambienti, portando le finestre a livello pavimenti, veri e propri letti invece dei pagliericci in uso, acquisizione di campi per i lavori agricoli, apertura di un laboratorio da fabbro e di uno per la lavorazione di stuoie, pellami, tessuti, legno. Così aveva risposto nel luglio 1971 al Consiglio provinciale di Pesaro, che gli aveva proposto la direzione del manicomio San Benedetto. Nell’ottica di un recupero degli internati in base ad attività a loro congeniali, che li restituisse alla normalità.
Questo allora si poteva, sarà successiva, del 1904, la legge Giolitti che ha fatto dei manicomi dei reclusori. Il recupero era anche funzionale, poiché la maggior parte degli internati non erano clinicamente pazzi, ma solo reclusi dalle famiglie per i più diversi motivi, dall’alcolismo alla depressione, all’epilessia, alle “cattive abitudini”.
Il 22 aprile 1872, un mese dopo aver assunto la direzione, Lombroso faceva un’altra richiesta al Consiglio provinciale: “In conformità a quanto si usa nei migliori Manicomi di Germania e Inghilterra, il sottoscritto ha pensato d’istituire una specie di Diario o bollettino, stampato, e, nella parte letteraria, anche, composto dai ricoverati”. Nacque così il “Diario dell’ospizio di san Benedetto” che Vecchiarelli, titolare di storia dello Spettacolo a Urbino, partito per fare un ritratto del Tasso, pazzo eminente, a Pesaro, alla corte del duca di Urbino, ha scoperto con sorpresa negli archivi del nosocomio ora chiuso. Il suo libro ne è anche un’antologia. Ma soprattutto dà nuova luce su Lombroso, e apre un’altra finestra sul mondo “poetico” degli alienati.
Lombroso resterà pochi mesi a Pesaro, ma il “Diario” sarà continuato da un assistente e dai successivi direttori. Il suo programma, scrisse il 22 aprile al Consiglio, era di “tenere occupati alcuni alienati di singolare ingegno, letterati e tipografi”, e “di diffondere idee più esatte e più nobili sulle condizioni morali degli alienati e rialzarli agli occhi del volgo che considera spesso i dementi come bestie feroci”. Nel poco tempo che passò a Pesaro, creò una scuola elementare per le donne e una di disegno per gli uomini, introdusse la ginastica, oganizzò conferenze, facilitò la cura di animali domestici o esotici, portò gli internati in gita la domenica, riattivò I canali con le famiglie. Questo nel preupposto che l’isolamento di cui soffricano gli internati fosse soprattutto con la famiglia, le origini, l’ambiente. E gli internati risposero, in un italiano non sempre appropriato, ma pieno di immagini e pensieri, conchiusi.
Roberto Vecchiarelli, Cronache dal manicomio, Oltre, pp. 458 € 21


domenica 12 novembre 2017

Letture - 323

letterautore

Antisemitismo – Era ordinario nei primi decenni del Novecento, prima di Hitler, una sorta di critica culturale. Si fa colpa a Irène Némirovsky, scrittrice eminentemente ebrea, anche se battezzata all’invasione tedesca, morta a Auschwitz, di notazione antisemite per molti personaggi e quadri dei romanzi e racconti.  Ma lo stesso è di Otto Weininger, Karl Kraus, Yvan Goll, anche Josef Roth e Canetti, per restare tra gli ebrei. Lo stesso come di T.S.Eliot e altri intellettuali, Céline compreso – Pound no, era ossessionato dalle sue teorie del denaro.
Dopo la guerra le stesse tematiche divennero sensibili. Philip Roth debuttò sul “New Yorker” nel 1959 con un racconto, “Difensore della fede”, che produsse molte proteste di lettori ebrei, con cancellazione di abbonamenti. Il racconto era stato venduto in precedenza a “Esquire”, che però ci ripensò, per evitare l’accusa di antisemitismo.

Campana – “L’ultimo dei Germani in Italia”: così lui stesso definisce se stesso e l’opera, in tedesco, “Die tragödie des letzten Germanen in Italien”, sotto la dedica “A Guglielmo II Imperatore dei Germani”, nella copia originale dei “Canti Orfici” che alla rivista “Lacerba” Ardengo  Soffici si perdette, ai primi del 1913. Campana fu costretto a riscrivere l’opera a memoria, e nel 1914 la pubblicò con altro frontespizio. La bozza perduta è riemersa nel 1971, e figura nella riedizione Vallecchi 1973 delle opere curate nel 1960 da Enrico Falqui – con nuove presentazioni di Mario Luzi, che ne accentua la “mitologia barbarica”, e note di Marco Ramat – senza spiegare il cambiamento. Di cui poi si farà la storia nell’edizione Bur del 1989, a cura da Fiorenza Ceragioli.
 
Capessa – Stendhal ha in “Une position sociale”, l’abbozzo di romanzo “romano”, una protagonista che dice “ambasciatrice” a preferenza di duchessa, anche se solo in funzione di moglie dell’ambasciatore a Roma. E la dice anche “capessa”, chefesse.
Mme de Vaussaye è bella, naturalmente, ma soprattutto “non era più la donna ambiziosa di successo, un’altra Mme de Staël, altrettanto ambiziosa di conquiste, onorata dai triplici successi dell’eloquenza, dell’ambizione e forse dell’amore”. Una post-femminista.

Diritti – “La lettura”, accedendo ai borderò storici della rivista “Esquire”, fa vedere come si può arricchire in America scrivendo, oppure no. Truman Capote veniva pagato nel 1975 per un racconto 80 mila dollari “(380 mila attuali)”. E Philip Roth 100. Due scrittori a differenti stadi di carriera, e un racconto, quello di Roth, che era una ristampa. Ma si può essere scrittoti in America come Messi a Barcellona, o solo Bonucci al Milan.

Italiano – L’aplomb italiano, il controllo di sé e la capacità di dissimulazione, meravigliava Stendhal. Che il suo personaggio di “Une position sociale” porta a riflettere: “Che uomini! Come fanno a non essere i padroni in casa loro e altrove?”

Leopardi e Stendhal – Quando Stendhal, abitando nell’albergo di piazza della Minerva, scrisse “Une position sociale”, l’abbozzo di romanzo “romano”, era poco lontano da palazzo Antici-Mattei alle Botteghe Oscure, dove Leopardi aveva soggiornato dieci anni prima nel suo primo viaggio fuori casa. Entrambi in qualche modo segnati da Niebuhr, l’economista prussiano che fu ambasciatore a Roma per quasi dieci anni e storico di Roma antica. Leopardi ammirato, in senso attivo e passivo – invitato spesso dal’ambasciatore e complimentato. Stendhal infastidito. Ne fa cenno grottesco nel suo abbozzo di romanzo romano, “Une position sociale”, 1832: “L’argomento alla moda” a Roma dice quell’anno “la disputa che un tedesco, chiamato Niebuhr, faceva allora al vecchio storico Tito-Livio” – allora è impreciso, Nieburh erà già morto da almeno un anno.

Monteverdi – “Lo Shakespeare della musica”. L’accostamento è del maestro Gardiner, che per Monteverdi ha una speciale passione – debuttò nel 1964, quando era studente a Cambridge, organizzando un’esecuzione dei “Vespri”. A ottobre Gardiner ha aperto le celebrazioni per i 450 anni della nascita di Monteverdi con l’esecuzione delle tre opere, “Orfeo”, “Il ritorno di Ulisse” e “L’incoronazione di Poppea”.
Ma con Gardner sono molti musicologi a Londra e New York. Non senza argomenti. Il miscuglio di alto e basso. E di serio e faceto. La capacità di dare consistenza a soggetti e temi noti e scontati. E soprattutto di costruire personalità. Fuori entrambi dagli schemi preconcetti, della legge e l’ordine – il destino, il dovere. In “Poppea” la virtù è punita, la malvagità premiata. Il ritorno di Ulisse a Itaca è una fuga dal destino, dalla storia fatale. Con un titolo di merito in più per Monteverdi, dato che l’opera era stata appena inventata, solo un decennio prima dell’“Orfeo”, che è del 1607.
La ricorrenza della nascita è più festeggiata fuori che in Italia. Gardiner ha fatto il pieno a ottobre alla Alice Tully Hall, l’auditorium del Lincoln Center.

Petrarca – “Fervente archeologo” lo dice Spengler in apertura del “Tramonto del’Occidente”. Un fatto non trascurabile – di codici più che di reperti lapidei.

Roma – Ispira”eroine” tormentate dallo spirito religioso, almeno tra gli autori francesi. La duchessa de Vaussaye, la bella tentatrice del romanzo romano incompiuto di Stendhal. Poi Mme Gervaisis del romanzo omonimo dei Goncourt.

Era detta città di uomini e di mendicanti – o di puttane e mendicanti. Per vari motivi: celibato, pellegrini, chiese e conventi innumerevoli. I mendicanti sono sempre qui, ce nè uno ogni pochi metri, in tutti i quartieri, da tutta Europa e ora anche dallAfrica. Ma erano un tempo mendicanti di migliore scuola degli spagnoli, a giudizio di un viaggiatore iberico del Seicento, più insistenti e scaltri. Arte si vede decaduta col tempo: un abate Baudin scoperto da Victor Del Litto, che fu nella Civitavecchia di Stendhal nel 1838, scrive meravigliato di “specie di pastori coperti di pelli di bestie, e di mendicanti in stracci, ma in stracci di stracci”.

Stendhal – Fu precocissimo in politica. A dieci anni “uccide” il padre, aborre la religione, inneggia all’esecuzione di Luigi XVI. A 17 anni, provinciale a Parigi col disegno d’iscriversi all’École polytechnique, s’impiega al ministero della Difesa, come scrivano. E subito dopo s’ingaggia nell’esercito, seppure nei servizi non combattenti di commissariato, sbancando con la Grande Armée a Milano, l’esperienza della vita. A 23 anni è aggiunto di commissariato, e partecipa alla guerra in Germania, Quindi, tre anni più tardi, a quella in A ustria. Nel 1810, a 27 anni, è uditore al Consiglio di Stato. A 29 è in Russia, responsabile della corrispondenza di Napoleone.

Lo scrittore “dei prestiti e il non finito”.

Uno di sinistra, anche radicale, che poi è stato imbricato per le sue storie a destra – “È il solo colpo di stato riuscito alla destra dopo Napoleone III, la presa di Stendhal”, Charles Dantzig. Non fece in tempo a dirsi, o non dirsi, giacobino, ma fu sempre, dopo essere stato fervente napoleonico, un liberale, del genere allora in voga, riformista. I suoi personaggi, anche classici e nobili, si rivoltano contro ogni convenzione, a partire dalla famiglia. In “Une position sociale”, romanzo abbozzato a Roma, ha “gli imbecilli dell’estrema destra”. E si definisce, nelle vesti del protagonista, un “liberale”, nel senso oggi americano, di radicale: uno, spiega, che voleva che la monarchia orleanista applicasse la “rivoluzione” del luglio 1830. Ripetutamente fa la critica della borghesia in  termini novecenteschi, post-marxisti. Di Mme Vaussaye, il suo idolo in “Une position sociale”, nota che sarebbe stata  celebre per “le follie fatte e l’amore”se “non fosse nata in un’epoca in cui gli interessi di denaro forzano la sua classe a rappresentare la commedia della morale”. Ma contro il terrorismo, si direbbe oggi: nello stesso abbozzo di romanzo romano ha un principe Savelli “capo della sicurezza dei carbonari”, che, “come tutti i carbonari, uomini chimerici e appassionati”, è “abbastanza noioso”.

Amore è probabilmente la parola da lui più usata – sicuramente lo è il tema, le sue storie sono d’amore. Perché ne fu privo? Di sé dice, nel lungo frammento “Une position sociale”, dove si ritrae come Roizand: “Se in politica, nell’arte militare, nelle cose serie, Roizand ci vedeva chiaro e lontano, è perché ci metteva poco interesse. Niente di passionale. Ma in ognii storia in cui una donna che gli sembrava bene era parte, il suo cuore impazziva come a diciotto anni”.   

C’è bene uno Stendhal “romano”, oltre che l’autocertificato “Henri Beyle milanese”. A Roma passò forse più tempo che a Milano. E anche se non vi ebbe grandi storie – non se le narrò – come a Milano, ne ricavò molti racconti. Le “Cronache italiane” e molti dei testi narrativi incompiuti. Non c‘è un Foscolo Di Benedetto che lo certifichi, ma questa è un’altra storia – Roma è sempre “generone, anche in filologia, non si cura molto

Uno scrittore per scrittori. Della felicità del romanzare, soprattutto la vita propria, punto o poco memorabile nella realtà, nei romanzi, sia nella “Certosa” che ne “Il rosso e il nero”.E senza pensieri attraenti, a un secondo sguardo, non della sostanza di un Tostòj o un Dostoevskij, né dell’appropriatezza di Balzac o di Flaubert. Meglio - rapido, quasi da “giallista” – nei racconti pubblicati, specie in quelli “italiani”. Il suo esprit è al punto, sapido, di battute “fulminanti”, da conversatore – salottiero, arguto.

Vittoriani - Alla lista canonica di Lytton Strachey P.D.James aggiunge nella sua breve storia del giallo inglese, “A proposito del giallo”, Conan Doyle e Chesterston


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