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sabato 8 ottobre 2016

Stupidario europeo sexies

Angela Merkel fa la voce grossa sula Brexit: “La libertà di movimento dei lavoratori è un pilastro del mercato unico europeo”. Ma è ciò su cui la Brexit ha vinto: lo stop a Schengen, alla libertà incontrollabile di stabilimento. Non di movimento, Londra non rimetterà i visti. E allora? La Gran Bretagna è il primo mercato europeo della Germania, e si farà la Brexit che vuole.

Simonetta Agnello Hornby, che da quarant’anni vive stabile a Londra, da esperta legista prima che da scrittrice di successo, insiste che Theresa May, che non le piace, non restringe in realtà l’immigrazione. Per un motivo semplice: che “da sempre l’ingresso è stato per comparti”. Programmato, regolato.
Agnello spiega anche molte cose utili. Per  esempio che ci sarà un approccio fattuale alla Brexit,  come è nella tradizione inglese e Londra sta facendo. Ma l’intervistatrice Enrica Roddolo e il suo giornale, il “Corriere della sera”, non ci sentono: loro vogliono che la Brexit sia una bruta cosa, razzista, isolazionista, eccetera. È un modo d’essere, dell’Europa come dello struzzo.

Brexit ha dimostrato che si può rifiutare l’Unione Europea, senza danno, tenendosene i benefici – commerciali. Il no al referendum in Italia farà implodere l’Unione dal di dentro. Ma nessuno se ne accorge: l’Europa non esiste più, di fatto.


Far pagare ai risparmiatori la cattiva gestione delle banche uccide il risparmio e le banche: Come Brexit, anche questo è evidente. Ma ognuno lo vede eccetto l’Unione Europea. Sarà che l’Europa è invaghita dell’eutanasia, ma qui è uno sterminio di massa. 

Seimila arrivi lunedì 3, cinquemila mercoledì 5, sbarcano innumerevoli gli immigrati in Sicilia. Merkel dice: “Ne prenderemo 500 l’anno”, osannata dai media. L’Europa non sa l’aritmetica?

Air France ha escluso dal servizio in aeroporto 73 dipendenti islamici “radicalizzati”. Ma lo stesso trova sugli aerei le scritte “Allah akhbar”. E malfunzionamenti diffusi ai vettori. In agosto perfino un atterraggio negato a un aereo di linea che aveva un pilota femmina. Ma, certo, non è scontro di civiltà (mentalità). Vogliono solo far vincere il Front National? Che li mandi a casa, con biglietto pagato?.

Cinque tunisini nel parco fiorentino di san Salvi hanno prosperato per un paio d’anni, in una palazzina di proprietà della Asl, su ogni sorta di delitto: spaccio, furti, prostituzione, ricettazione, banconote false, traffico internazionale di veicoli – soprattutto motorini, rubati: li esportavano via Genova in Tunisia con un camion attrezzato. Per tutti questi reati, e per detenzione di armi e tentato stupro, sono stai più volte arrestati. Ma sempre impuniti. Fino a quattro giorni fa, quando hanno aggredito un paio di poliziotti.
San Salvi era il vecchio manicomio. Passato all’università, che ci ha trasferito la facoltà di Psicologia. Molte denunce anche dalla facoltà, ma senza eco. Poi dice che c’è lo scontro di civiltà.

Palmira, o il coraggio di dirsi migliori

Una guida archeologica vivente, Veyne sa far rivivere la storia. Un inno alla civiltà, che l’impero romano seppe far prosperare e moltiplicarsi. E un saggio politico-culturale: non conviene ricostruire dopo le distrizioni operate dagli islamisti, saprebbe di posticcio, e il segreto di Palmira è di essere – essere stata – come era al tempo dell’impero; la rabbia distruttrice dell’Is sarà pure islamica, ma nasce dal risentimento: loro sanno che noi siamo migliori di loro – tanto più pericolosi per questo.
Due tesi non corrette, ma Veyne ha spalle solide, come la Roma antica di cui è uno degli ultimi cultori. E sa insegnare: sarà difficile contraddirlo.
Il sotttitolo è “Storia di un tesoro in pericolo”. Ma il danno è già fatto. Urge semmai prevenirne altri, e qui lo storico purtroppo emege solo, l’Europa è una tebaide.
Paul Veyne, Palmira, Garzanti, pp.106, ril. € 15

venerdì 7 ottobre 2016

Dove è la mafia nella capitale

L’ex sindaco Marino assolto non è un errore giudiziario. È il modo di essere di una giustizia ridotta a politicanteria. L’uomo è stato calunniato per anni. Ha perso con ignominia la carica di sindaco. Il suo partito l’ha obbligato a dimettersi, mandando i consiglieri comunali a dimettersi dal notaio. E tutti insieme il suo partito e i giudici della Procura, che a Roma sotto Pignatone sono dello stesso partito, hanno consegnato la capitale ai grillini.
Una sconfitta per Renzi, anche. Considerato che Matteo Orfini, il suo commissario per il Pd romano, è solo un suo compagno di calcio balilla. Ma questo non offende nessuno, giusto Renzi e il suo partito. La giustizia romana è invece una brutta roba.
116richioeste di archiviazione per Mafia Capitale, in aggiunta alla mezza dozzina prospettata la settimana scorsa, non sono un errore giudiziario né un caso. In teoria, fanno onore a una Procura: significano che non lavora contro questo o quello ma per la giustizia. Ma non è questo il caso. Le richieste di archiviazione in questo caso sono l’esito di: 1) Una serie di intercettazioni disposte a tappeto e a piacimento. 2) Un atto violento reiterato 116, o 122, volte: di alcuni indagati sono state divulgate intercettazioni e indiscrezioni, altri sono stati protetti nella massima discrezione. 3) Sono un uso politico, cioè fazioso, cioè mafioso, dell’apparato giudiziario. Senza responsabilità e senza colpe dell’apparato repressivo: nel’ordinamento italiano si può indagare liberamente chiunque. 4. Tutto per non dire che Buzzi, ex galeotto, era parte di una comunità di recupero e assistenza agli ex carcerati. 5. Tralasciando il fatto che, personalmente incorrotto, era manager abilissimo nelle pieghe del terzo settore – e per questo uomo di fiducia della Lega delle Cooperative a Roma.
Settore che avrebbe dovuto essere il vero oggetto di una vera indagine. 

Recessione (55)

Entra nel decimo anno:

Meno 400 mila assunzioni nei primi sette mesi del 2016 rispetto ai primi sette mesi del 2015 – il 10 per cento in meno.

Cadono anche le esportazioni, di un quattro per cento.

Quasi la metà delle 400 mila imprese laziali, stima Federlazio, “non vede la luce in fondo al tunnel”. Più di dieci imprese su cento sono a rischio chiusura. Più del doppio che nel 2015.

L’80 per cento dei giovani – fino ai 29 anni – vive dai genitori.

Il 27 per cento dei giovani, fino ai 29 anni, non ha occupazione né mestiere. Circa 2,5 milioni, il doppio della media Ocse, che – malgrado la zavorra italiana – scende al 15 per cento.

La disoccupazione giovanile (mancata produzione di reddito) è il dato che più condiziona negativamente il pil, di un 1,5 per cento l’anno

Solo il Russentum ci potrà salvare

L’ebraismo (storico, culturale, modo di essere) causa e impersona lo sradicamento. Che è – è diventato – la condizione storica dell’Occidente. Non la causa, la cosa stessa. Comune all’americanismo come al bolscevismo: la civiltà della tecnica che sterilizza – o della razionalità, o dell’oggettività. “Occorre un popolo a ogni inizio”, Nancy sintetizza Heidegger  “E ne occorre uno anche a ogni fine”. Più chiaramente: “Il popolo ebraico appartiene in maniera essenziale al processo di devastazione del mondo”. È tutto qui l’antisemitismo di Heidegger – è poco?
La banalità è intesa nel senso di “normalità”. Di senso comune. Corrente nel caso dell’antisemitismo negli anni 1930. La banalità di Heidegger e del suo antisemitismo è di essere normale. Tanto più per essere blando, scontato, accettato tranquillamente senza mai porsi una domanda. A un certo punto Nancy rileva con orrore che Heidegger segue i “Protocolli di Sion”, l’antisemitismo “più banale, volgare, triviale e tornbido”: “La prossimità fra i discorsi di Heidegger e quel testo (i temi del calcolo, della democrazia, della manipolazione, dell’internazionalismo) non lascia dubbi”. Ma così, non per cattiveria, non c’è nemmeno bisogno di indagare se Heidegger abbia letto i “Protocolli”, si affretta a dire Nancy, erano nell’aria del tempo. In una con le critiche al nazismo, e al cristianesimo, di cui i “Quaderni neri” abbondano.
Come insinuare che gli umori del filosofo non erano filosofici. Ma non c’è anche qualcosa di più? Non biasimevole? Nancy dice di sì, ma se ne ritrae – seppure con le mani nei capelli: “da non credere”, commenta un paio di volte, “senza parole”, lo Heidegger dei “Quaderni”. Che non contengono parole approssimate o avventate, ma caute e curate, e riviste anzi per la pubblicazione.
Ma allora la banalità, “normale”, è di una certa cultura, che specialmente nel Novecento ha attaccato e corroso l’Occidente – e tuttora lo insidia. Ed è la non banale “cultura tedesca”. Per Heidegger – come per Thomas Mann – l’Europa e l’Occidente sono impegnati “in un formidabile autoannientamento delle proprie forze e delle proprie tendenze”. Anzi, è in questa deriva che si innesta il loro (anche di Thomas Mann) antisemitismo “banale”, in quanto sarebbe l’ebraismo ad avere dirottato e portato a mali passi – l’“autoannientamento” – l’Europa e l’Occidente. Questo perché l’Europa non ha accettato l’egemonia tedesca – argomento non filosofico e quindi trascurato, ma ineliminabile..
È la conferenza, rivista, con un postscriptum, al convegno “Heidegger und die Juden” allo
Heidegger Institut di Wuppertal due anni fa. Una lettura per più aspetti analoga e contemporanea a Donatella Di Cesare, “Heidegger e gli ebrei”. Ma già Lyotard sapeva, “Heidegger e gli ebrei”, 1989. L’ipotesi è che Heidegger è “rimasto profondamente attaccato all’odio di sé che ha continuato a caratterizzare l’Occidente – almeno da Roma in poi”. Che è un po’ prenderla alla larga. Più in concreto (“il fatto sussiste“), “il pensiero di Heidegger, nella misura in cui si è sottomesso, negli anni 1930-1945, al motivo dell’inizio e della storicità – di un’unica storicità – ha fatto ricorso all’antisemitismo”. Lo ha fatto “con una certa vergogna”, dissimulando, “ma la dissimulazione e la confusione spesso caratterizzano l’antisemitismo”. E insomma, menala come vuoi, “si è fatto istupidire e trascinare nella peggiore e nella più malevola banalità. Fino all’insostenibile”.
Un tentativo molto amorevole di “salvare” Heidegger, alla maniera della sua sempre innamorata Hannah Arendt, che lo diceva un orso che si armava da sé le sue trappole, per eccesso d’ingegno. Insomma, un po’ cretino. Ma Heidegger non stimava Hannah. Si può girare attorno ai fatti, ma non si cancellano.
Heidegger non era razzista. Non nel senso del razzismo “biologico”, che più volte condanna e irride. Ma sì nel senso di “tutti quanti”. Non codnanna mai le persecuzionik antisemite, neppure quella propagandate, come la Kristallnacht. E non dice una parola nei trent’anni abbondanti che visse e pensò dopo la guerra, sulla persecuzione degli ebrei, se non dello sterminio. Per quanto il “motivo dell’inizio e della storicità” possa averlo zavorrato, la constatazione è inevitabile: “Bisognava che si distruggesse l’agente della distruzione occidentale”. Un’altra maniera per dire: bisognava distruggere gli ebrei. Il ragionamento semmai si rovescia, e Nancy non evita, trasognato, di farlo: “Heidegger non è stato solo antisemita: ha voluto pensare fino al suo punto più estremo una necessità costitutiva e storico-destinale dell’antisemitismo”.

Heidegger è tornato postumo col testamento “Solo un Dio ci potrà salvare”. Ma qui, nel terzo dei “Quaderni neri” che viene commentato, Nancy dice che l’aveva sostituito con un “Solo la Russia (Russentum) ci potrà salvare”, il Volk russo dopo il Volk tedesco. Ma certo, si sa, Heideggere è per il Volk, il popolo.  “Senza connotazioni negative di razza”, gli concede Nancy. Il suo popolo è ciò che proviene da “un incontro appropriato fra un’umanità e una divinità”: “Un popolo è ciò che proviene da questo incontro\risposta e che apre perciò una possibilità storica”. E il popolo ebraico, checché se ne possa pensare con tutti i suoi testi sacri, il Dio Unico, la creazione, intriso di divino fino al beghinismo, non ha religione. Questa sì che è una scoperta. La religione l’ebreo l’ha perduta con la dispersione: “La questione intorno al ruolo dell’ebraismo mondiale non è una questione razziale, ma è la questione metafisica intorno al tipo di modalità dell’umano che, in quanto assolutamente priva di vincoli, può assumeere come «compito» storico-universale lo sradicamento di ogni ente dall’essere”. Questo è Heidegger, e in effetti non c’è molto da pensare. 
Jean-Luc Nancy, Banalità di Heidegger, Cronopio, pp. 78 € 11

giovedì 6 ottobre 2016

La Seconda Repubblica anti-Nobel

Federico Del Prete fa sulla “Nazione” il censimento dei Nobel mancati dall’Italia in Fisica e in Chimica. Troppe esclusioni inspiegabili, dice, se non perché l’Italia non conta. Ma non dice che  i Nobel si danno sentendo anche la comunità scientifica di appartenenza. È il motivo per cui fu escluso Cabibbo, “padre” della matrice Ckm, mentre furono premiati il secondo e il terzo del crittogramma, Kobayashi e Maskava. O che il fisico Parisi, candidato autorevolmente da francesi e americani tre volte, è stato escluso per lo stesso motivo. Perché la comunità scientifica “democristiana”, Rubbia, Maiani, Zichichi, et al., si oppose  ai “sinistrorsi”. Che poi candido Maiani, per vederselo silurato dalla sinistra, Cabibbo, Parisi, Bernardini etc. È così che la Seconda Repubblica lavora, per fazioni.
Cabibbo fu silurato senza essere nemmeno tanto di sinistra, ma era laico. Il che non impedì al Vaticano di cooptarlo nella sua Pontificia Accademia delle Scienze e anzi di farsene il presidente.

Stupidario referendario

Giubila Grillo perché il “Financial Times” boccia la riforma costituzionale. Poteri forti?

Il “Financial Times” in realtà non boccia la riforma, dice che è “un ponte sul nulla”. Come dire: l’Italia è un paese vuoto, che vota Grillo. E lo dice anche.

Tutto questo in realtà non lo dice “il” “Financial Times”, ma il commentatore Tony Barber, recente sostenitore di Renzi. In pausa whisky?

E cosa dice Barber: “Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi più rapide ma piuttosto meno leggi e migliori”? Di rara chiaroveggenza.

Dice Benigni il “no” peggio della Brexit. Che è una verità semplice, qualsiasi scalzacani lo capisce. Ma non i grandi giornali e i (grandi?) commentatori: scandalo.

La Banca d’Italia sa che il “no” al referendum sarebbe un altro 2011: spread a 500 e nuove tasse. Finis Italiae. Ma non lo dice per non influenzare il voto. Dice invece tranquillamente che le cifre del governo sono false. Niente di meno. 

Il rebus del socialismo

Era ieri, ma sembra un tempo remoto. Il libro raccoglie i taccuini  degli ultimi sei anni di vita del patriarca del partito Socialista, dal 1973 al 1979 (morì l’1 gennaio 1980), a cura di Maria Vittoria Tomassi, con una prefazione di Paolo Franchi.
Riflessioni sparse, di un animale politico per eccellenza, che visse nell’isolamento gli ultimi suoi anni. E un uomo semplice, che i pensieri sparsi annotava sulle agende delle banche, con grafia minuta, allungando la pagina dove necessario con foglietti incollati. Sembra di un un’altra epoca nella politica-show, dei “bucatori delo schermo”, ma era ieri.  
Un uomo vecchio stile, come il suo socialismo. Leggendo Nenni, si capisce anche la fine ingloriosa del partito Socialista, facile preda di cinici neo fascisti, e di comunisti trinariucuti (ma più che altro “in carriera”). Un uomo politico di rara appetenza: “un uomo buono” per De Gasperi, “un politico che conosce la gente” per Enzo Biagi. Protagonista di tutte le battaglie politiche del Novecento. Il repubblicanesimo anticlericale. La scelta del socialismo nel momento in cui il socialismo stesso veniva sfidato dall’interno, dal nascemte comunismo, nel 1921. L’antifascismo, le botte e l’esilio. La guerra di Spagna. Il filocomunismo del dopoguerra – il “frontismo” – che consegnò il voto socialista, fino a allora maggioritario, direttamente  al partito Comunista, alleato in realtà concorrente. Il centro-sinistra, che è stata una stagione breve ma la più proficua di buone leggi per la Repubblica – poche e efficaci. Il ritiro da ultimo dalla politica delle cose da presidente del Psi, più che altro figurativo.
Un irresoluto? Nenni resta un personaggio umanamente simpatico. Ma in politica forse confuso. La spia è in una delle annotazioni iniziali, sul golpe di Pinochet in Cile, e il rifiuto della socialdemocrazia in Svezia: “Metà della popolazione violentemente (in Cile) o democraticamente (in Svezia) è inaccessibile alla soluzione scialista. Un rebus”. Mentre un rebus era il suo socialismo romanticamente universale, irrefutabile.
Pietro Nenni, Socialista, libertario, giacobino, Marsilio, pp. 511, ril., € 25

mercoledì 5 ottobre 2016

Brexit inaugura l’Europa su ordinazione

Londra vuole restare parte del mercato comune e dei progetti di difesa integrata europea, e insieme riacquistare piena autonomia, oltre che di bilancio, che già aveva, anche in materia di libera circolazione. La posizione negoziale avanzata dal primo ministro May ricalca quella dei fautori della Brexit, tra essi il suo ministro degli Esteri Boris Johnson.
L’Unione Europea non avrà altra risposta che accettare queste condizioni. Con ciò sancendo la fine del progetto politico, di una Europa unita: ci sarà l’Europa alla carta, come al ristorante, su ordinazione.
La Brexit, contrariamente a quanto si dice, non è una catastrofe per la Gran Bretagna, e può anzi essere un capolavoro diplomatico - arte nella quale Londra è sempre stata specialmente abile. Mentre sarà la fine dell’Europa unita: l’Ue non ha altra via che adire alle richieste di Londra. La Brexit ne sta portando a galla tutta la debolezza. Di intelligenza politica e di management della politica stessa.
Invece che un errore, Brexit si sta dimostrando una strategia vincente. Anche di fatto, sui mercati: la comunità internazionale punta su Londra fuori dalla Ue più di quanto ci puntava dentro la Ue.

Ombre - 336

I partigiani non ci sono più, ovvio. L’Anpi, associazione dei partigiani, è un gruppo politico d’opinione. Neanche tanto cospicuo, soprattutto in materia di idee. Un poco fasulla insomma, che si fa portabandiera della “legalità”

In Milan-Sassuolo l’arbitro Guida annulla un gol e nega un rigore, buoni, al Sassuolo, e dà un rigore inesistente al Milan. L’allenatore del Sassuolo Di Francesco si limita a dire: “Avete visto anche voi, io non parlo sennò mi squalificano. Il Milan è una società forte, noi siamo una piccola società”. Che doveva dire di più?

Gli arbitri sbagliano. Ma quando sbagliano a favore del Milan no. Dai tempi di Lo Bello padre. E poi di Collina. Ora di Galliani, di cui Tavecchio è la fotocopia.

Il Milan è tutti noi? “Corriere della sera” e “Gazzetta dello Sport” annegano gli errori di Guida in Milan-Sassuolo nella cronaca: tre righe. Ma allora, anche Berlusconi è tutti noi?

Le banche, comparto portante di tutte le Borse in Europa, sono in rapida contrazione dopo il bail-in della Banca centrale europea: hanno perso il 23 per cento del valore – a Milano il 50. Più della metà necessita ora di una ricapitalizzazione. Che non può che andare deserta: chi comprerà mai più azioni o obbligazioni di una banca?
Quanti harakiri, non sarebbe meglio che l’Europa morisse presto?.

Scrive il lettore Cataldi da Palermo a “la Repubblica”. “Vedo le commemorazioni per gli 80 anni dell’uomo di Arcore (mi ostino a non nominarlo”, cervantesiano). Risponde Corrado Augias: "l’amico di una vita Fedele Confalonieri” ha detto che “se non fosse entrato in politica rischiava la bancarotta” e la galera.
Confalonieri non l’ha detto, ma Augias lo invidia: “Gli invidio il diploma in pianoforte”. La politica minuetto.

Virginia Raggi che parla col capo della sua segreteria sul tetto del Campidoglio, seduta su un lucernario, lo fa per evitare le pulci e i microfoni direzionali. “Un’ora d’aria non si nega a nessuno”, commenta. Per dire: “Siamo in custodia”. E per una volta dice la verità. Ci sono molte terrazze sul Campidoglio, meglio attrezzate per prendere l’aria, ma sul lucernario nessuna mafia inquirente.

Durano ormai due mesi le voci su Paola Muraro, l’unica assessora stabile della giunta 5 Stelle a Roma. In un altro ordinamento, in qualsiasi altro ordinamento, anche di Bokassa, sarebbe stata assolta o condannata. Nella patria del diritto no, magari ce la terremo a mollo, e impossibilitata a fare, per un paio d’anni.

Il m della Regione Campania De Luca è stato processato per dicotto anni. Per non si sa quale delitto nella realizzazione di un centro acquatico nella sua città, Salerno, ma con profusione di sospetti e di mezze accuse, che hanno fatto i giornali per molti giorni, a ogni sua candidatura o carica: sindaco, vice-ministro, presidente della Regione. Poi, di notte, di sabato, nel mezzo di un terremoto, dopo diciotto anni, viene assolto. Due righe. Anzi no: cinque.

Zagrebelsky in tv per argomentare il No al referendum istituzionale sembra inventato tanto è finto: inconcludente, bugiardo, cattivo conoscitore dei fondamenti del diritto pubblico e costituzionale. E invece la sua magari non è duplicità, l’uomo è quello.

Scalfari, novant’anni, celebra Berlusconi, ottanta, come un personaggio autoritario e (ma) divertente. Insieme hanno dominato l’Italia degli ultimi venticinque anni e l’hanno distrutta, letteralmente. Depressa, sgonfiata. Senza nessuna saggezza, nemmeno a questa età.

Il no all’Olimpiade costa a Roma 5,3 miliardi di fondi pubblici per il miglioramento urbano. Strade e verde inselvatichiti, mezzi pubblici, palazzi fatiscenti, Roma avrebbe potuto rifare pelle nuova. Ma Raggi e Grillo non hanno voluto. Col sostegno quasi unanime dei romani. Può essere la politica criminale? Certo, fuori dai tribunali e dalle carceri.

Berto controcorrente piace negli Usa

Sono gli atti di un Convegno tenuto a New York da tre università, la Rutgers, la Fordham e la State University di New York. Trent’anni dopo la morte dello scrittorre veneto trapiantato in Calabria, nel 1978. Un convegno rimasto anch’esso senza eco, e quindi come nuovo.
Berto è uno degli scrittori del secondo Novecento che più reggono al tempo, ma non in Italia Si dice perché era fascista, ma lo fu in gioventù, come tutti. Fu semmai autore di solidi romanzi marxisti, quele nel 1961 “Il brigante”. No, è che la filologia è morta in Italia probabiolmente col 1989, col “patrimonio delle certezze”. In realtà di Berto dava e dà fastidio la libertà intellettuale, fuori dai salotti e le camarille letterarie più che dai partiti o la politica: non c’è nulla in lui che si debba censurare, ma il giusto ogoglio lo ha isolato e lo isola. Essere congtrocorrentye si può in Italia ma alla maniera di Malaparte, per parlar male delal corrente di cui si è stai parte.
La celebrazione americana mette l’accento sul fatto che Berto nacque scrittore durante la prigionia, 1943-45, a Hereford nel Texas. Dove scrisse racconti di guerra e di prigionia, e due romanzi. Il secondo dei quali, “La perduta gente”, pubblicato nel 1947 da Longanesi col titolo “Il cielo è rosso”, lo promosse scrittore a pieno titolo – ma era la sua ambizione: prima della prigionia aveva pubblicato a settembre del 1940 sul “Gazzettino sera” un lungo racconto in quattro puntate della sua guerra in Africa (è stato ripreso postumo come “La colonna Feletti”).
Giuseppe Berto: thirty years later, Marsilio, pp. 94 € 12

martedì 4 ottobre 2016

Le cinque piaghe di Renzi

Giovane, giovanissimo, il più giovane. Uno che è arrivato a palazzo Chigi senza nemmeno passare per il Parlamento: non ha perso tempo. E allora ha deciso di fare piuttosto che di non fare – come vorrebbe il ruolo costituzionale del presidente del consiglio dei ministri (si fanno chiamare dopo Berlusconi primi ministri, ma sono solo presidenti del consiglio dei ministri: non possono spostare una virgola, giusto mediare fra le correnti). Ma imbarcato in una serie di avvitamenti all’incontrario, come a voler fare marcia indietro, o a cancellarsi.  
La strategia dell’antipatia – Come si fa a proporre un referendum “solo contro tutti”, che in Italia vuol dire 30 a 70. Percentuali appena sperimentate a Roma, nella volata tirata a Virginia Raggi – e, ancora, a 30 Renzi ci arriva con qualche decimale del fedele Alfano. Un referendum non è un testa a testa, come nelle elezioni americane, chi glielo ha detto. Come già Fanfani, l’altro grande toscano della Repubblica, Renzi coltiva la sfida. Si divertirà?
La sindrome Fidel – Straparla, sembra una macchinetta. In un giorno è andato a Gerusalemme per i funerali di Peres, sette ore di volo tra andata e ritorno, più mettiamone due per presentarsi al funerale, stringere qualche mano, farsi qualche foto, e niente: la sera imperversa per tre ore di chiacchiere col giudice Zagrebelski, una mezza figura. Dopo aver passato un paio d’ore a litigare con i compagni di partito. Non si prende sul serio?
L’elemosina -. Con gli ottanta euro, i 500 euro, la quattordicesima e altre provvidenze avrebbe potuto benissimo fare una manovra ogni anno nel senso di scalare le tasse. Anche di poco, cento euro, dieci: sai che effettone sull’opinione. Bastava poco, Ma il principio è che l’uomo di potere fa l’elemosina.
Ignoranza - Non molti a Firenze sanno dov’è il Sud. Come si compone, come si scompone. Renzi sembra essere uno di questi, anche se ha fiori di consiglieri e assistenti. E la mena con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria già finita, mentre per almeno una cinquantina di km. non è stata nemmeno cominciata. O col Ponte, di cui al Sud non frega nulla a nessuno.
Tribalismo – Non ha amici né collaboratori se non toscani. La capa vigile di Pietrasanta, Antonella Manzione, che ora ha voluto consigliera di Stato, ha fatto capa vigile a Firenze quando era sindaco, e capa a palazzo Chigi della segreteria tecnica. Che non è quella che stura i lavandini, ma quella che fa le leggi. Manzione fratello, invece, un giudice, ha fatto sottosegretario. Sono due di una trentina di collaboratori personali e istituzionali decisivi. Sanno tutto meglio in Toscana? I fratelli Manzione avevano cacciato il sindaco di Pietrasanta, Mallegni, con un falso processo. Che però è arrivato a sentenza, Mallegni è stato assolto e Pietrasanta l’ha rieletto.
Sembra che Renzi voglia perdere elezioni.

Il romanzo delle età inutili

Il primo selfie, 1936 – genere che Queneau replicherà l’anno dopo, con “Odile”, e il successivo con “I figli del limo”. Frammentario, e questo è una novità stilistica. Con vari abbozzi di acrobazie verbali, quali poi saranno incoronate in “Zazie”. Ma da letterato già da avanscena, appena trentenne: la polemica fa insistita contro il surrealismo (spiritismo astrologia, inconscio) . nel quale, beninteso, si era formato e respirava.
Una teen-story doppiata di una third age-story, le due stagioni della vita “inutili”: futili, inerti, saccenti. Le due età s’incontrano tangenzialmente, entrambe dissennate. Un progetto niente male viene elaborato strada facendo, in mezzo ai tanti altri fantastici: ”comprarsi la Germania”, dato che un franco comprava miliardi di marchi. Che nel 1936 doveva suonare beffardo, sinistro.
La storia è datata poco dopo la Grande Guerra, quando Queneau-Tuquedenne ventenne sbarca da Le Havre a Parigi per studiarvi la filosofia. Sarà il primo anche dei filosofi romanzieri, caro per questo a Italo Calvino e a Eco. Un “sistema filosofico” in 28 punti inaugiura una serie di altre interpolazioni. esistenziali, tomistiche, goethiane.
La traduzione di Francesco Bergamasco, benché letterale, dà più ritmo alla divagazione. Arnaldo Colasanti – con Queneau condivide la capigliatura? – si diverte nell’introduzione.
Raymond Queneau, Gli ultimi giorni, Newton Compton, pp. 223 € 4,90

lunedì 3 ottobre 2016

L’antichità qui e ora

Quello che sapete – gli “ultimi giorni di Pompei” - preparato e vissuto ai margini. Con tutto il necessario, Plinio il Vecchio, gli imperatori Flavi, la flotta imperiale, un’avanzatissima idrologia, il Vesuvio, i segni premonitori, e ancora di più, la moderna vulcanologia, i sintomi, le analisi. Ma visti di sguincio, attraverso l’aquarius  dell’Acquedotto Augusteo da Capo Miseno a Pozzuoli, apice a Benevento, che solo si occupa di riparare l'acquedotto, infiltrato e interrotto dal magma ancora sotterraneo. Il climax dell'anticlimax.
Un best-seller (intrighi, amori, catastrofi) in forma di anti-bestseller (ananke, storia, mediocrità). Una sfida forse, come se Harris fosse insoddisfatto della sua stessa bravura,  o un divertimento, ma anche per il lettore. E poi, i pompeiani, non erano simpatici, che solo pensavano al soldo. O i numinosi Campi Flegrei, che una razza di galeotti già allora popolava, progenie di assermentati alle galere imperiali, venticinque anni ai remi per ottenere la cittadinanza romana. Un’antichità vivente.
Robert Harris, Pompei, Oscar, pp. 297 € 10,50


Fisco, appalti, abusi (93)

I prefabbricati in legno delle Coop Trentino per i terremotati di Amatrice costano il 10-15 per cento in più delle case stabili in muratura.
Vasco Errani è nominato commissario alla ricostruzione a Amatrice per garantire l’appalto a trattativa diretta alla Lega Coop. 

Renzi ha spodestato d’arbitrio, e contro il parere dells Banca centrale europea, il management di Monte dei Paschi, il presidente Tononi e l’ad Viola. Non direttamente, l'ha fatto fare al ministro del Tesoro Padoan, in qualità di piccolo azionista, al 4 per cento, della banca

Renzi non è intervenuto in Mps per metterci uomini suoi, ma quelli della banca d’affari americana Jp Morgan. Che è responsabile del primo malaffare dell’istituto senese, dodici anni fa. E ora si propone a capo di un consorzio bancario per il salvataggio del Monte, a un costo che potrebbe essere nuovamente catastrofico.

JP Morgan è forte del suo vice-presidente Vittorio Grilli, ex ragioniere generale dello Stato e ministro del Tesoro. Nonché di Claudio Costamagna, un banchiere d’affari vicino all’ex Dc, che Renzi ha nominato al vertice della Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte del governo.

In assenza di una giunta di governo, il Comune di Roma va avanti da quasi quattro mesi con “interventi urgenti”, senza gara d’appalto cioè. In omaggio alla trasparenza, che è il fondamento del movimento 5 Stelle, che regge il Campidoglio?.

Il Comune di Roma va avanti con interventi urgenti senza che l’Autorità anti-corruzione ritenga di dover intervenire. In omaggio alla trasparenza?

In assenza di una giunta e di direttive di amministrazione i consigli circoscrizionali di Roma continuano a riunirsi senza prendere alcuna decisione, senza nemmeno discutere. Per il gettone di presenza. Sono quindici circoscrizioni, o municipi, ognuno forte di 25 consiglieri, 375 persone, tutte giovani e senza mestiere.

Tredici dei quindici municipi romani sono a stragrande maggioranza 5 Stelle. In totale i consiglieri municipali 5 Stelle che beneficiano del gettone di presenza per non fare nulla sono 186.

Circa 80 sono a Roma i presidenti e i vice-presidenti di municipio e gli assessori che beneficiano dell’indennità di funzione, uno stipendio. Per non fare? O altrimenti che?

domenica 2 ottobre 2016

Il mondo com'è (278)

astolfo

Arabia Saudita – Il regno più stabile del Medio Oriente sarà sovvertito dal via libera del Congresso Usa alle azioni di responsabilità per li attentati dell’11 settembre 2001? Non c’è dubbio che le azioni giudiziarie verranno promo esse, che saranno migliaia e diecine di migliaia, e che saranno giudicate negli Usa: è la manna per gli avvocati a percentuale, che fanno degli Stati Uniti il paese più litigioso al mondo.
Potrebbe essere la fine di un’epoca, del petrolio abbondante. E il prologo a una serie di crisi, nel Medio Oriente, nel mercato dell’energia, e nei mercati finanziari. Non ci sarà la guerra mondiale, perché non ce ne possono essere più, ma sarà quella che più le si avvicina – senza peraltro escludere l’arma nucleare.
Ma questo soprattutto perché l’Arabia Saudita non è lo Stato più stabile del Medio Oriente: il reame non è nuovo al soqquadro, benché sembri monolitico e addormentato. È anzi un focolaio di gravi contrasti e fattori di crisi. Il re in carica da un anno, Salman, ottantunenne, è di transizione: l’ultimo dei fratellastri figli del fondatore della dinastia Abdelaziz Ibn Seud. Il suo successore designato, anche se formalmente secondo nella linea di successione, con l’inedito titolo di vice-principe ereditario, suo figlio Mohammed bin Salman, si sta giocando il proprio futuro in questi mesi con la guerra all’Iran nello Yemen, da lui decisa in qualità di ministro della Difesa. Una guerra tradizionale, di eserciti e aerei, che per ora è in stallo.
Il regno si classifica come sunnita wahabita. Dopo la graduale espansione delle tribù wahabite dell’interno contro sufi, sciiti, zaiditi, e altre minoranze delle regioni costiere e rubane alla fine dell’Ottocento. Ma la dinastia regnante, sicuramente sunnita wahabita, si impose quando negli anni 1930 il fondatore, Abdelazid Ibn Seud, stroncò con centinaia di esecuzioni la Fratellanza Wahabita, l’ala radicale che si espandeva a partire dall’Iraq e dalla Giordani.  Ridando libertà di culto alle minoranze. Soprattutto, all’Est del paese, agli sciiti. Nonché ai vari “infedeli” che popolavano il paese per l’industria del petrolio. A Gedda, la capitale diplomatica, e a Dammam, la capitale del petrolio, si dava conto delle celebrazioni festive cristiane oltre che islamiche, c’erano dei cinema pubblici, si davano concerti, le donne potevano mostrarsi anche poco velate.
Nel 1975 il re Feisal fu ucciso da un nipote. Feisal aveva deposto nel 1964 per incapacità, d’accordo con i fratelli, il primo successore del padre fondatore della dinastia, il primogenito Saud. E aveva promosso, anche per contrastare la propaganda nazionalista araba egiziana, “radio Nasser”, una cauta modernizzazione. Una televisione, anche se con programmi prevalentemente religiosi. E le prime scuole pubbliche per ragazze, con insegnanti ciechi.
Quattro anni dopo, sull’onda del khomeinismo, che in Iran aveva debuttato rovesciando lo scià, un movimento analogo agitò l’Arabia Saudita. Militanti sunniti wahabiti presero d’assalto la Grande Moschea della Mecca, il luogo santo per eccellenza dell’islam, e proclamarono un nuovo regime invece del saudita, sotto un Mahdi, un redentore. Le forze wahabite fedeli alla monarchia contrattaccarono e ripresero la moschea. Ma il contrattacco fu diplomatico più che militare: un accordo per cui il controllo sulle donne (spostamenti, sempre con accompagnatore, e abbigliamento, sempre in nero) veniva passato alla polizia fondamentalista,  e cinema e teatri-concerti venivano chiusi.
Dopo di allora, nel quasi mezzo secolo successivo, i regnanti si sono ritagliati l’economia del regno, mentre il fondamentalismo wahabita ha invaso il paese, anche le città, in tutti gli aspetti della vita associata: giustizia, scuola, costume. Creando nuove frizioni con  le minoranze, soprattutto con gli sciiti, che ora hanno come riferimento la potenza esterna, e concorrente, dell’Iran.
È su questo sviluppo che s’innesta la decisione del Congresso Usa, di aprire le porte alle cause per  risarcimento: c’è una parte dell’Arabia Saudita dietro gli attentati dell’11 settembre e dietro l’Is. Che re Salman e il figlio Mohammed tentano ora di contrastare. Ma hanno troppi fronti aperti: wahabismo radicale, sciismo militare (Iran), la contestazione urbana delle giovani generazioni, per la modernizzazione.

Emigrazione islamica – È stata in passato più spesso sconsigliata, e anche vietata, in terra cristiana. Oggetto di molte fatwa, pareri giuridico-religiosi. In materia specialmente caute, velate, ma esplicite. Amedeo Feniello, “Sotto il segno del leone”, ne sintetizza alcune al § 5. “Una «fatwa» per non morire”, del cap. 5. Ahmed ibn Yahya al-Wansharisi, il giurista e teologo algerino che esercitò a Fez nel Trecento, si distinse per sconsigliarla con durezza, in numerose fatwa.

Esecuzione – La rivoluzione francese, dopo la repubblica e l’impero romani, e prima di Hitler, studiò, progettò ed eseguì esecuzioni di massa. Individuali cioè, dopo un simulacro di condanna oppure per editto, ma in gran numero. Per colpa in genere “collettiva” e non specifica: politica.
Il sistema più noto, la ghigliottina, concluse una ricerca durata un millennio sulla decapitazione. Assassinio più di tutti simbolico, ma di ardua esecuzione, qualora non si abbiano boia di mano ferma e lame affilate: la sega, sperimentata in Giappone, era risultata rumorosa e lenta. L’annegamento, forma preferita di suicidio, si rivelò soluzione insufficiente per essere individualista. come i polsi tagliati, l’impiccagione, il salto nel vuoto, l’avvelenamento, l’inedia, Si sperimentò a Nantes, nelle famose “nomade”, e si abbandonò. La città dell’editto fu anche mezzo di esecuzione di massa, uno dei primi, tra novembre e dicembre 1793, studiati con applicazione: i condannati erano imbarcati, cinquanta alla volta, con le mani e i piedi legati, in barconi a fondo mobile sulla Loira, che sulla piena del fiume veniva aperto.
Le “nomade” erano state pensate come mezzo meno costoso delle fucilazioni. In precedenza i controrivoluzionari erano stati fucilati. Ma, pur procedendosi a una media di 200 fucilazioni collettive al giorno, il sistema si era dimostrato lento, oltre che costoso.

Femminismo – Fra le testimonianze e gli aneddoti che Amedeo Feniello riporta della pubblicistica araba sulle città cristiane nei secoli attorno al Mille, in “Sotto il segno del leone”, spiccano quelle ammirative sulla giustizia. Specie nel diritto familiare: Al Bakri, XI secolo, nota: “Presso di loro non esiste il ripudio.  Fanno ereditare alle donne due parti del patrimonio e all’uomo una parte”.

Islam – Nasce in città: alla Mecca e a Medina. E borghese, di commercianti. Non pastorale né nomade. E la cura mette soprattutto, fin dagli inizi per un’organizzazione di corte e lo sviluppo urbano. Tutte le sue città storiche sono monumenti architettonici, e anche urbanistici.

Normanni – Si trascura, da Amato di Montecassino (i liberatori della cristianità) a Amari (tutto ripresero dai modelli arabo-mussulmani) e al fantasioso “Regno del Sole” di Norwich, che i settanta anni di regno Altavilla a Palermo furono preceduti a un secolo di signoria a Mileto, “pacificatori” della Calabria e della Puglia, le due aree cristiane ortodosse. Scesi a Sud si invito e con la benedizione papali, in divisi ma coordinati (familiari, tribali) gruppi d’arme, per latinizzare le due aree. È la tesi della tradizione ortodossa, ma non per questo falsa. Una sorta di “guerra santa” combatterono, latina.

La “pacificazione” della “vera fede” i normanni portarono a effetto alleandosi anche truppe e popolazioni islamiche, all’assedio di Capua, e poi più tardi, col loro successore l’imperatore tedesco Federico II, nel sue guerre contro i padani.

astolfo@antiit.eu

Bambini per ridere

Tre racconti per bambini, altro il nome Collodi non evoca, ma riproposti non per errore al pubblico del “Sole 24 Ore”. Di una fantasia molto didattica, e soprattutto di humour resistente – fuori anche dal bozzettismo toscano, il brodo di coltura del fiorentino Lorenzini. Che il trend non sia a riscoprire, dopo tanto impegno, dolorismo e internazionalismo, la vena scherzoaa, ironica, satirica, delle lettere italiane? Così apprezzata prima e così trascurata dal secondo Novecento in poi.

“La festa di Natale” è una prova dickensiana, quindi edificante anche contro le intenzioni. “Pipì o lo scimmiottino color rosa”, è un sequel parodia di “Pinocchio”, che Collodi aveva appena finito di pubblicare a puntate, nei due anni precedenti, sul “Giornale per i bambini”, e raccoglieva in volume. “L’omino anticipato”, il terzo racconto, è una canzonatura, anche cattiva, della pedagogia che vuole il bambino cresciuto, sempre una spanna sopra se stesso.
Carlo Collodi, Tre storie allegre, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50