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sabato 3 agosto 2013

Berlusconi per il Pd-Grillo

Un governo Pd-Grillo sarebbe l’ipotesi che più sorride a Berlusconi in queste ore buie. Secondo qualcuno dei suoi collaboratori. Un governo Bersani o Renzi col movimento 5 Stelle, questo il ragionamento, incontrerebbe l’ostilità violenta della magistratura, impegnata a prevenire i referendum sulla giustizia con lo scioglimento della legislatura. E comunque non farebbe che male, all’uno e all’altro partner – a livello nazionale l’effetto Crocetta in Sicilia, dove se si rivotasse, l’isola voterebbe per il 70 per cento a destra nei sondaggi: una reazione di rigetto.
Detto così, l’obiettivo di Berlusconi sarebbe quello di Massimo Bucchi, di ”riportare i topi sulla nave”. Ma non un’ipotesi scherzosa, anzi sarebbe qualcosa più di un ragionamento. L’idea sarebbe venuta dall’avvertimento che Napolitano ha fatto avere a Berlusconi, il primo, prima di ogni altra considerazione: che se Berlusconi si sfila dal governo Letta lo scioglimento delle Camere non sarà automatico.

L’Italia condannata dalla Costituzione

A volere la riforma della Costituzione, per un governo stabile espressione del voto, un Parlamento non pletorico, un giudiziario responsabile (infine costituzionale: decorporativizzato), sono rimasti Napolitano e Berlusconi. Poiché Berlusconi è un criminale, Napolitano è solo. Non otterrà quindi nulla.
Ci è abituato, Napolitano è famoso per sbagliare sempre i tempi. Quando avrebbe potuto rendere costituzionale la Costituzione, coerente con lo scopo di governare l’Italia democraticamente, ridando potere al voto, si tirò indietro, perché lo chiedeva Craxi. L’Italia restò in mano “ai partiti”, anche quando i giudici li abolirono – abolirono quelli democratici. Restò in mano cioè ai (vecchi, ex, neo) democristiani, il partito informe del sottogoverno. Che ora si propongono a “politica”, vera, buona effettiva.
Questa politica non vuole cambiare. Per prima nel partito dello stesso Napolitano. Lo ha già detto col finanziamento pubblico ai partiti. Dice che vuole fare, ma poi al voto in Parlamento si disimpegna, rinvia, camuffa, pretende per buone caselle vuote.
Si farà la legge elettorale proporzionale, per sanzionare il governo del sottogoverno. Avremo i sette-otto partiti di sempre, per consentire al governo del sottogoverno il gioco di bascula, un contentino a destra e poi un contentino a sinistra: uno di destra, la Lega forse, Forza Italia, Monti-Casini, gli ex Popolari, gli ex Ds, e Vendola forse. Indietro di vent’anni.
Dopo, la legislatura si chiuderà. Perché non bisogna fare i referendum sulla giustizia. E questo è tutto.

Una vera condanna sarebbe sulla Mondadori

Fare contenti i giudici promuovendo lo scioglimento del Parlamento, per averne un occhio di riguardo sul lodo Mondadori? È questo sicuramente un dilemma che Berlusconi si pone in queste ore. Non che ne abbia parlato con i collaboratori, ma l’uomo è attentissimo ai conti.
La condanna a quattro anni di carcere è un danno in certo senso limitato: essendo una sentenza politica, è politicamente ambivalente. La conferma del danno da pagare a De Benedetti per l’accordo sulla Mondadori, 600 milioni con gli interessi, è invece solo dannosa, e sarebbe un danno grave, minaccerebbe la solidità di Fininvest.
È un ragionamento, e non c’è la certezza che Berlusconi se lo stia facendo. Tanto più che, paradossalmente, passerebbe lui dalla parte dei giudici. Ma è possibile, non è uomo di odi assoluti o di principi. Certo è che non si fida più delle sue antenne romane, Gianni Letta e l’avvocato Coppi. I quali gli prospettano che la Cassazione deciderà sul lodo Mondadori attraverso una sezione con competenze specifiche, e qualche voglia d’indipendenza, non la sezione feriale dei bolliti. Ma lui non si fida.

Il rap dell’io-me

Capita d’incontrasi per caso. Cercando ripetutamente e a vuoto in libreria, allo scaffale Poesia, Anna Maria Carpi, “Quando avrò vita”, una raccolta molto recensita ma evidentemente non stampata, ci s’imbatte invece sempre in questo adiacente rumoroso Catalano, che si spara in copertina con la pompetta del vecchio clacson, e nessuno recensisce. Finché non si lascia Carpi per Catalano, come arrendendosi, e invece vale la pena. 
Catalano non dice molto di sé, se non che è “poeta e performer”, e in effetti questo è, un rapper: temi, metrica e aggettivazioni, con versi monoverbali e anche monosillabici, e le iterazioni. Da manuale “Io non so”, “Cane calmo”, “Tutti al mare”. La raccolta sembra di canzonette, seppure monocordi: rap. Ma con qualcosa in più: Catalano rinnova la poesia burlesca, adattandola nel linguaggio e i temi. Ne ha la plasticità: “Immaginare il cemento” fiorito e profumato, “Io una volta amai una gatta”, “La bambina che contava le gocce di pioggia”, “La ragazza che sbucciava le ciliegie”, o “Ragazza che stendi le noci ad asciugare al davanzale”..  
È della generazione di Furia Cavallo del Re, Snopy e i Supereroi, che il rap se l’è trovato fatto ai quindici anni. E lo esercita con qualche deviazione. Numi tutelari sono, con ragione, Demis Roussos e Mark Knopfler, il poeta laureato (all’università, prima che con varie honoris causa), fondatore e leader dei Dire Straits, virtuoso del fingerpicking. E Billy Collins, poeta laureato Usa, autore degli “Oroscopi per i morti”, Charles Simic, poeta serbo-americano, Henry Sidgwick, il filosofo ottocentesco dell’etica permissiva, dei quali invece non c’è traccia nella raccolta. Idem gli  Skyantos, nel cui nome Catalano ha debuttato con una sua band. Non una colpa. Il limite è l’ombelicalismo – ci si diverte, ma fino a un certo punto, tra “sti cazzi” e “la merda”: Catalano ne è cosciente, della ripetitività e dell’egotismo, di “parlare di se stesso\con se stesso”, o “di quanto io sia stramaledettissimamentemente\ più fico”, il genere antipatizzante non antipatico, ma ancora se ne compiace. Intanto scopre il nero, degli occhi, dei capelli, che è suo ma lui lo vede nelle altre, è un inizio.
Guido Catalano, Piuttosto che morire m’ammazzo, Miraggi, pp. 157 € 14

venerdì 2 agosto 2013

I due ladroni

Berlusconi dopo Craxi: sono gli unici due politici colpevoli nei settant’anni della Repubblica. Non di un delitto ma di “non poter non sapere”: condannati cioè per volontà dei giudici.
Non sono uguali. Berlusconi è un riccastro, pieno di ville e amanti. In vent’anni di indagini, cinquanta processi, uno sproposito di rogatorie e missioni all’estero, l’evasione fiscale per cui è condannato non è stata trovata. Ma non si può dire, magari gliela troveranno. Craxi invece non aveva rubato nulla – la villa di Hammamet quando la comprò costava la metà di un appartamento di cento mq. semiperiferico a Roma.
Hanno però molto in comune. Sono milanesi, e questo già dice molto: Milano periodicamente si fa perdonare il ladrocinio quotidiano, in Borsa, in banca, e al palazzo di Giustizia, con vittime sacrificali. E volevano riformare la giustizia, far lavorare i giudici. Da ultimo con i referendum. Questo non si può, e li accomuna nel giudizio: sono dei cretini politici? dei suicidi? dei martiri?

Simul stabunt vel simul cadent

Finisce il bipolarismo, finisce con Berlusconi anche il Pd. Si tengono – si tenevano – l’un altro come la Rai con Mediaset. Arrivato al capolinea Berlusconi, col fascio Lega-Pdl è destinato a sfaldarsi anche il Pd.  Che non aveva – non ha – altro collante: partendo dalle coalizioni di dodici partiti dell’Ulivo di Prodi, il Pd non è riuscito ad amalgamarli in questi sei anni di vita.
È l’effetto non casuale della liquidazione di Berlusconi, perseguita da Milano fulmineamente per via giudiziaria dopo il fallimento con Monti di quella elettorale. Era l’obiettivo del partito neo guelfo, dichiarato da Casini e Monti, perseguito da metà dei cattedratici, da Zagrebelsky in giù, esemplificato dal governo Letta in carica. Tornare al governo del non-governo, cioè dell’establishment politico-burocratico imperturbato.
Le formule sono quelle note, dei governi di coalizione. Articolati in numerosi piccoli partiti, come già ora nella grande coalizione, che è tale solo per la forma. Con un sistema elettorale proporzionale.

Ponzio Pilato e il sinedrio

Non si può dire Ponzio Pilato, altrimenti Berlusconi... E poi Napolitano è tutti noi. Insomma, non si può dire. Ma che ci sta a fare? È sempre lo stesso di quando stava nel Partito, sa ma non fa.
Veramente anche Pilato seppe ma non fece. Ma Napolitano lo ha fatto per tutta la vita e non si può pretendere che cambi a novant’anni.
Ora Napolitano difende la magistratura, perché, giustamente, che ne sarebbe dell’Italia se si sapesse che anche i giudici sono gaglioffi? E tuttavia, lui è il capo della magistratura, come fa a non vedere che lo prendono in giro? Cioè, l’ha visto, quando volevano incriminarlo a Palermo – e chi poi, un giudice che funziona solo con Crozza. Ma se l’è dimenticato. E tutto come nel Pci, dove ha passato la sua migliore vita.
Dice che no, in realtà ha parlato per promettere la riforma della giustizia, ha paura che Berlusconi gli scippi il governo e gli rovini le vacanze. Speriamo di no, ma allora che stanno lì a lavorare, per il giaguaro?
Dice: soprattutto vuole salvare la riforma della Costituzione. Vuole salvare l’Italia, che ha bisogno di una riforma della Costituzione: un esecutivo in grado di governare, e una giustizia meno lavativa. Lui è stato presidente della Camera e sa che una repubblica assembleare non funziona, nemmenoal minimo. Ma non vede chi e come vuole impedirla? Possibile che non lo veda? Che i giudici qui non commettono irritualità ma veri e propri delitti. La giustizia politica, che è sempre un delitto, in questo dopo-elezioni è diventata sfacciata, non è chi non lo vede.
Totò
Il sinedrio che ha condannato Berlusconi è roba, a quello che s’è visto in tv, da film di Totò. Tanto più sapendo che è la sezione feriale, composta da chi deve farsi a Roma i due mesi più caldi mentre gli altri si fanno due mesi di ferie. Ma è, pur nella sua insignificanza, un tribunale speciale: formalistico e abulico nelle prospettazioni, ma con una sentenza già scritta (è quella del Procuratore Generale, dell’accusa). Un ultimo atto scontato – Berlusconi aveva già redatta, polita e registrata la sua mozione degli affetti. A fronte dell’ingiusto processo dichiaratamente politico a Gramsci, bisogna dire che il Tribunale Speciale fascista si garantiva almeno sul piano formale. 
Non si dice ma è successa una cosa grave: un procedimeto è stato dirottato dal suo giudice naturale. Questo non si può far in base ai codici, presuppone anzi una sentenza precostituita, ma la Cassazione l’ha fatto:
ha assegnato alla sezione feriale il processo Berlusconi al posto del suo giudice naturale, competente per i reati fiscali, la seconda o la terza sezione della Cassazione. Per un motivo che non si può dire ma si sa: che queste sezioni in altri procedimenti non avevano avallato il non può non sapere, mentre il giudice Esposito evidentemente no. Dirottare un procedimento è un reato. Ma non per i napolitani che ci governano – per molto meno il presidente della Repubblica ha protestato, anche con la Cassazione.
I diritti Rcs 
La corsa a condannare Berlusconi dopo la fine impietosa della tentata liquidazione politica con Monti. E dopo la fine del Pd e di Fini, i protettori politici dei giudici. L’urgenza. La sezione feriale. La decisione presa prima del dibattimento, con chiarezza, che si voleva anzi che si sapesse. Per lo stesso reato, “non poteva non sapere”, per il quale Berlusconi era già stato assolto in Cassazione due volte. I turpi segreti che i cronisti giudiziari si rubano e si imputano. Con la connivenza dei procuratori della Repubblica e dei giudici.Una sezione speciale chiamata a interinare la famosa sentenza dell’irruento giudice D’Avossa, che ha condannato Berlusconi per non potere non sapere, assolvendo il presidente dell’azienda che ha commesso a suo giudizio l’evasione fiscale, quello che controlla i bilanci e li firma. Quando si farà la storia, D’Avossa avrà senz’altro un posto. Ma non è tutta la lista delle turpitudini di questa giustizia.
Non è il primo caso, sono vent’anni che Milano “fa” la giustizia. Senza curarsi delle prove, mai o quasi mai.
Perseguendo, per un reato non provato, certi soggetti, mentre non persegue per lo stesso reato, provato, altri. Un caso riguarda proprio i diritti cinematografici sovrappagati all’estero (documentato nel 1997 nel nostro “Mediobanca Editore”,  un libro tuttora in commercio): Montezemolo esportò in due anni, a partire dal maggio 1991, in qualità di amministratore delegato di Rcs Video, 250 milioni di dollari, praticamente senza contropartita – “Rcs Video has a virtually unlimited availability of money”, annunciava a febbraio del 1993 la rivista “Video Age”, più scandalizzata che connivente, una disponibilità di denaro virtualmente illimitata. Nessuna indagine, benché i reati ipotizzati fossero gravi: evasione fiscale, costituzione di fondi neri, distrazione di fondi societari. Anzi, la denuncia di Kpmg, i revisori dei conti, veniva cassata dalla Procura. La stessa che, ma questo lo saprà anche Napolitano, cancellava i cinque partiti democratici per lasciare soli Fini e Occhetto. Gli sconfitti della storia, asservibili al partito dei giudici senza residui. Non per caso, ma di proposito, secondo un disegno. Vuoi mettere Napolitano con Di Pietro?

Una Cina di sciocchezze

Quante sciocchezze: cinquecento fitte pagine di niente.
Maria Antonietta Macciocchi, Dalla Cina. Dopo la rivoluzione culturale

giovedì 1 agosto 2013

Delenda Fiat

Non c’è procedimento giudiziario in cui Fiat non sia condannata. Una volta per colpa della legge, sic!, altre forse per sue colpe, lo sapremo dalle motivazioni delle sentenze, che si fanno aspettare. Ma con puntualità, quale che sia la causa, la Fiat viene condannata.
La Corte Costituzione scopre ora, nel 2013, dopo 44 anni, che l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori è incostituzionale. Non perché nessuno l’aveva mai impugnato: era stato fatto, ma non dalla Cgil come ora. Mentre la Corte di Cassazione sancisce, sempre su ricorso della Cgil, la fine del licenziamento per giusta causa. Ma solo per la Fiat, le badanti e le colf si possono licenziare liberamente. Il comma 1 dell’art 19 limitava la partecipazione alle Rsu aziendali ai sindacati che riconoscono i contratti collettivi applicati in azienda.
C’è una dose di sinistrismo, di falsa buona coscienza, in questi “supremi” giudici. Che naturalmente sono fascisti: lo sono per natura, tale è la natura del giudice in Italia. La Corte Costituzionale hanno adito, sicuri delle condanna, ben tre tribunali, Torino, Vercelli e Modena, due dei quali c’entrano poco o nulla con la Fiat. Ma questi giudici non sono soli, c’è un ritorno del “tutto è politica” democristiano: riportare tutto sotto controllo, dal Cnr al Tribunale circondariale. Questi “giudici” hanno cominciato con Finmeccanica e con Eni, sospetti di derive berlusconiane, che infatti subito sono rientrati a cuccia, Pansa e Scaroni non perdono botta per dichiarare la loro fedeltà, e si punta ora alla Fiat.
Anche Marchionne potrà licenziare chi sabota la produzione, ma dopo aver fatto atto di sottomissione alla Dc–che-non-c’è, arcigna: discuta coi nuovi ras i piani d’investimento, le localizzazioni, le assunzioni, gli sfioramenti. Per Marchionne sarà difficile capirlo, ma dia ascolto a Giovannini, il “vaselina”: Giovannini è il tipico ministro democristiano, che parla tanto e non fa nulla, per i disoccupati, i giovani senza occupazione, gli esodati, e la flessibilità del lavoro (che tanto vanta, ma per la Germania), e quindi avrà un grande futuro.

Almunia il tedesco vuole Mps fallita

Joaquín Almunia rifiuta il piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi di Siena perché vi sospetta “aiuti di Stato”. Gli aiuti non ci sono nel piano. Almunia dice che ci potrebbero essere in futuro. E boccia il piano ora.  Una procedura pretestuosa. E tuttavia inappellabile: Almunia minaccia di aprire un contenzioso contro l’Italia, e mettere l’Italia, le banche italiane, nel mirino è il suo obiettivo. Tragico, trucido, ma è quello che ha fatto e scritto. Almunia che a Bruxelles, inossidabile dopo dieci anni, è chiamato il tedesco, lui che è stato candidato premier in Spagna. Uno che parla per conto della Bundesbank e del governo di Berlino, che scalpitano per rimettere l’Italia nel mirino della speculazione.  
In alternativa alla condanna di Mps e dell’Italia per aiuti di Stato a venire, forse, per ragioni che ancora non sappiamo, Almunia vorrebbe Mps chiusa, con tagli di metà dell’attivo, dei dipendenti, della proiezione territoriale. Vorrebbe un default italiano: non c’è altra spiegazione alla sua inspiegata bocciatura.
Una condanna per un futuribile è ridicola, anche con metro giudiziario italico. Ma Almunia se la può permettere, evidentemente. Giacché il flebile Saccomanni e l’europeista Moavero non difendono Mps, non si difendono. In fondo l’asimmetria di questa Europa tedesca è quasi tutta nel gregarismo degli altri, Italia per prima. La servitù volontaria non è un paradosso.

Sussurri al potere

Da Andreotti a Bergoglio, promette Bisignani – aggiornamento last minute, per le origini argentine? Purtroppo “Gigi” continua a sussurrare, niente che non sapessimo. “Trent'anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate”, promette il sottotitolo. Quando si comincia? Luigi Bisignani-Paolo Madron, L’uomo che sussurrava ai potenti, Chiarelettere, pp. 324 € 13

mercoledì 31 luglio 2013

Critico

La casa ha grande
Piena di libri
Paga l’affitto
Per criticarli.

Delendo Cacciari

L’unico vizio che Cacciari non ha è rubare – è lui il politico della domenica. Prende anche i mezzi pubblici, ma per “esibire le sue belle” - dovrebbe “esibirle” brutte? E questo è il meno, non c’è turpitudine di cui non si è macchiato. Non sa neppure scrivere in italiano. E sarà pure vero, ma perché tante contumelie? Cosa ci siamo persi che non si dice?
Il libriccino non si vuole presuntuoso, ma pone questo interrogativo. A Marcello Baraghini, che Stampa Alternativa anima, Cacciari stava antipatico già vent’anni fa, “Il giovane Cacciari”. Anche a Liucci ora evidentemente, biografo di Montanelli. Liucci, collaboratore di “Belfagor”, ce l’ha però pure con la morta rivista: s’è illustrata, dice, con i versi di “Nicola Vendola, detto Nichi”. E col “Fatto Quotidiano” – al quale collabora. I suoi buoni sono Giavazzi, altrimenti famoso per le “giavazzate”, con le quali ha affossato l’università e mezza economia pubblica, l’ateista Odifreddi, e (mezzo) “Fatto”. E Sergio Luzzatto. Qui la cosa si chiarisce, ma in altro senso.
Domenica “Il Sole 24 Ore” e Sergio Luzzatto, eleggendo Liucci a “storico veneziano”, hanno fatto a fette il filosofo – che però lunedì era ancora vivo, e confidava alla “Nazione” di aver “visto lo Spirito Santo” nel papa Francesco. “Spalmati su mezzo secolo di vita pubblica, il narcisismo e la supponenza, il giravoltismo e la vanità, il presenzialismo e la logorrea di Cacciari hanno prodotto una messe di fonti storiche così abbondanti da rendere fin troppo facile il compito” di crocifiggerlo: questa è prosa di Luzzatto. E dunque abbiamo un polemista tourné storico, e uno storico che ambisce a fare il polemista. Ma le “fonti storiche” - di “mezzo secolo”, quanti anni avrà Cacciari? Il bersaglio sembra ridere più dei tiratori, per quanto scelti.
Raffaele Liucci, Il politico della domenica, Stampa Alternativa, pp. 47 € 1

Letture - 145

letterautore

Croce – Ha in uno dei saggi “la mula del Berni”, che sollevava i sassi per inciamparvi dentro.  Marcello Vannucci, analizzando l’avversione dello stesso Croce per Vittorio Imbriani, benché a suo modo anche questi un burlesco, ha: “Don Benedetto pare uno «che fabbrichi prima le palle e poi se le tiri addosso»”, come potrebbe dire uno dei personaggi delle “novellaje” popolari dello stesso Imbriani. 

Inglese -  L’antico inglese si vuole sassone. Per dire tedesco. Ma era celta, e poi romano – e poi francese. Le persistenze latine, limitate generalmente alle parole in -.imo e –one, sono invece prevalenti, nel lessico giuridico e politico, e in quello letterario. Bat- per esempio, fino a butterfly e batman.

Italiano – Cresce in piazze d’architetto, tra ninfe e tritoni in fontane d’artista. Un americano non s’aggira per piazze ornate di palazzi, cattedrali e fontane con le naiadi, e dentro i palazzi e le cattedrali intarsi, stucchi, statue, dipinti e pavimenti marmorei, multicolori. L’italiano vive nel bello, anche se lo ignora, col culto spontaneo della prospettiva, nelle piazze, i palazzi, l’urbanistica, anche del villaggio più piccolo o povero. Della geometria del mondo.
Questa è una visione del mondo che sembra “naturale”, mentre non lo è. Lo è stata per il predominio che questa Italia ha esercito per alcuni secoli sulla cultura occidentale, e quindi mondiale, che ora è in apnea, o è esaurita. Del centro Italia, da Piero della Francesca a Alberti e Galileo, Realista e imaginifico, mondano e ultraterreno.

Leggerezza – Quella di Savinio, teorico dell’antiprofondismo, è ricercata, molto. Quella di Calvino, che la celebra, è l’esito di un lento, applicato, lavoro di bulino. La superficialità è sempre pesante, è noiosa.

Romanzo – “Se qualcosa si può chiamare col nome di lettura, il procedimento stesso dovrà essere attraente e piacevole; dovremo gongolare su un libro, essere rapiti del tutto fuori da noi stessi, e uscire dalla scorsa con la mente presa dalla più affollata, caleidoscopica danza di immagini, incapaci di sonno o di un pensiero consistente. Le parole, se il libro è eloquente, dovrebbero scorrere da allora in poi nelle nostre orecchie col suono dello scricchiolio, e la storia, se è una storia, ripetersi in migliaia d’immagini colorate all’occhio”. È l’esordio di “A gossip on romance”, il saggio con cui Stevenson s’intrometteva nel 1882 nel dibattito tra Henry James e Walter Besant sulla “natura” del romanzo, tra il realista e l’antirealista (sommariamente etichettato “romantico”). A favore del secondo, ma facendo testo a sé: “Il teatro è la poesie dei comportamenti, il romanzo la poesia delle circostanze”..
Il curatore del saggio su Literature Network vuole Stevenson un “romantico” di scuola: “Nell’eterno conflitto tra Romanticismo e Realismo, Stevenson fu anima e corpo col primo, e per fortuna visse abbastanza da vedere gli effetti pratici dei suoi precetti e della sua influenza. Quando cominciò a scrivere, il Realismo nella narrativa sembrava in controllo assoluto, quando morì il revival romantico prevaleva”.
Stevenson scrisse “A gossip on romance” a Davos, nell’inverno 1881-82, e lo pubblicò a novembre nel “Longman’s Magazine”. Cinque anni dopo, nel 1887, lo riprese in “Memorie e ritratti”, seguito da “Un’umile rimostranza”. L’idea originaria di Stevenson era di raccogliere in un volume a sé gli scritti sul romanzo, ma non ne produsse altri. Eco, citando la disputa nelle “Poetiche di Joyce”, dice di Stevenson che “la visione classicista si era scontrata con l’inquietudine di chi avvertiva la presenza di una nuova realtà”. In realtà la disputa presentava più connessioni che fronteggiamenti. Besant voleva il romanzo “netto, finito, autonomo, fluido”, mentre la vita diceva “mostruosa, infinita, illogica, improvvisata e spasmodica”. James gli obiettava per modo di dire:  “L’umanità è immensa… L’esperienza non è mai limitata e non è mai completa”, e tuttavia “essa è la vera atmosfera dello spirito…. Esso accoglie in sé le più deboli allusioni della vita, e converte i battiti d’aria in rivelazioni”.

Scrivere – È la scoperta dell’America. È scoprire. Vagare, con o senza bussola, ma tentando sempre la scoperta di un’America. Ricercata- casuale..


Lo scrittore è irrisolto, per definizione: è uno che scrive sempre, cioè cerca sempre. Si scrive per scoprire, vagheggiare, mettere a punto. Ma senza i punti che fanno un sistema.

letterautore@antiit.com 

martedì 30 luglio 2013

La notte dell’Italia “indisfattibile”

Un libro che meriterebbe una celebrazione, per il quarantennale – anche se ci sono voluti quasi altrettanti anni per la sua pubblicazione in italiano. Sembra semplice: è la scoperta dell’Italia nella sua arte, nei quadri, le sculture, le architetture,  il paesaggio, nell’età in cui si fanno le scoperte, l’adolescenza: “Il libro ha per oggetto i sogni, le illusioni, che si rischiano nelle ore di solitudine”, minimizza il poeta nella postfazione scritta per questa edizione, di Marta Donzelli e Gabriella Caramore. Arricchita da immagini – d’arte e sociali – quasi tutte sorprendenti. Ma è molto di più. L’Italia evoca “il buio”, il rovescio dei sassi al sole della “strada bianca”, per i tanti passati che si accumulano e non si cancellano, o si sublimano nell’inconscio.: “Le paure più arcaiche, le intravisioni più fuggitive, e le grida nel nero, anche a mezzogiorno: credo, ho torto, d’incontrarli ovunque nell’immaginario italiano”. E per il numero, la geometrie che l’Italia ricompone.
Un libro vero. Una rilettura affascinante dell’Italia, tra Siena e Urbino. La “dimora a Urbino”, dove Bonnefoy di fatto non ha mai dimorato. Ma riflettendo giustamente che il palazzo di Francesco di Giorgio Martini è “l’emanazione dell’arte di Piero della Francesca”. Che, tra tutti gli artisti, è ben
“il maestro dei numeri” e “essenzialmente un architetto”, e questa è la ragione della sua ricerca di “armonia delle forme”: “Il numero, che non è che un sogno, l’incessante sogno del platonismo attraverso la storia, può tuttavia aiutare a disimpegnarsi dal sogno, pur senza trascurare niente, in quell’esperienza nuova, e spesso lucida, delle aspirazioni che avevano dato vita a quel grande miraggio. Ciò che gli consente di essere ora uno specchio dell’esistenza qual è, non come la si vuole: un mezzo per la verità”.
Un’antologia, tutto vi è citabile, degno di nota. “La malinconia, questo desiderio infelice dell’inaccessibile, ama anch’essa, benché a suo modo, il compasso e la regola”. L’architettura, “liberata grazie alla «musica» di cui parla Alberti dalle forme troppo affettate che l’arte gotica prediligeva”, con l’edificio a pianta centrale (“il centro del mondo è qui dove ci si trova”), è “il qui e oggi riconquistati, la finitezza raggiunta, fatta evidenza col mezzo imprevisto del numero”. Una scoperta che il poeta, dice, ha poi personalmente superato, “nelle sabbie dell’Asia”, e che tuttavia si legge fertile, seminale. 
Una lettura inebriante. “La prospettiva nel suo progetto d’origine si occupa meno della padronanza astratta dello spazio che di ristabilire un rapporto della persona col suo luogo naturale – e col suo corpo – che il pensiero puramente verbale dei teologi medievali aveva cancellato per troppo tempo. È un incitamento a uscire da quella notte, e un mezzo per farlo”. Tanto più per essere l’ultima lettura appassionante, una delle ultime, dell’Italia prima della sua eclissi. Cosa resta, volendo essere ottimisti, e riemergerà? La lucidità, inconscia, generale, modo di essere (per accumulo storico? per dna?). “La Notte”, che Michelamgelo volle fredda, in pietra serena, “fra i toni cadi del giorno che bagna l’edificio”, è “una metafora della notte che resta al fondo di questo giorno, indisfatta, e forse indisfattibile”.
Yves Bonnefoy, L’entroterra, Donzelli, pp. XXIII + 119 € 23 

Il mondo com'è - 143

astolfo

Corruzione – È ineliminabile dalla democrazia? Il voto di scambio, s’intende, la corruzione elettorale. Bobbio propende per il sì: non lo dice apertamente ma in più di uno scritto assimila la democrazia a “un grande e libero mercato in cui la merce principale è il voto”. In questa forma lo dice presentando nel 1983 la riedizione degli scritti di Gaetano Mosca, al punto in cui lo studioso delle élites critica il malcostume del voto di scambio, della compravendita del voto. Ma non c’è esempio di democrazia esente dalla corruzione. Cesare, spiega Luciano Canfora nella sua biografia, s’indebitò tanto, per farsi eleggere, che in caso di sconfitta sarebbe andato in bancarotta - Brecht ci ha scritto sopra un romanzo storico, “Gli affari del signor Giulio Cesare”. Ma senza scandalo, era la prassi a Roma già al tempo d’oro della repubblica. Sallustio, Tito Livio, Plutarco non si ricordano quando il voto di scambio è cominciato.
All’opposto si può mettere Grillo e il suo movimento: i loro sono voti liberi, liberissimi. E tuttavia inconcludenti, improduttivi.
Nel mezzo si può mettere la “questione morale”. Dei giornali e dei giudici che con costanza, da almeno venti-venticinque anni, colpiscono il voto di scambio. Ma è essa stessa troppo spesso una forma di corruttela, e in questo caso la più grave, quando discrimina.

Negli Usa il finanziamento delle campagne elettorali è detraibile dalle tasse. È quindi doppiamente pubblico. Ma è una forma d’investimento in lobbying, col crisma della legalità. Oppure, nelle altre democrazie, dove le spese sono pubbliche, sono i controlli oggetto di mercimonio. Inclusi quelli giudiziari.

Destra-sinistra – Non c’è ambivalenza nell’ambivalenza: è piuttosto un moto destrorso a camuffarsi a sinistra. Non ci sono “comunisti” che si vogliono “fascisti”, mentre ci sono fascisti che diventano colonne della sinistra. Di Pietro per esempio, Travaglio, D’Avanzo. Dei partiti, dei giornali, e dei tanti, troppi, talkshow della sinistra. Cui impongono tattiche e tematiche fasciste. Di cui l’incitazione costante alla “guerra civile”, tipica degli sconfitti della storia, è la più importante. Condita dalle vecchie soffiate delle questure, oggi chiamate gossip o indiscrezioni, e gonfiate dalle intercettazioni libere (le intercettazioni sono libere, i giudici ci mettono il cappello), per le quali invariabilmente tutti “rubbeno” e tutti “se ‘mproseno”. Roba da confidenti, o spie.
Si dice che questa roba vende, ma non è vero: venti pagine di soffiate non le regge più nessuno, e infatti vendite e ascolti non tirano.
Volendo razionalizzare, si può dire una destra che camuffa – che viene utilizzata per camuffare - i veri problemi, del mercato, del capitale, dello sfruttamento, delle disparità, sotto  falsi problemi. Ma è odio puro: il tormentone di “Repubblica” sulla vita privata di Berlusconi, copyright di D’Avanzo, peraltro il più onesto di questi transfughi, era solo uno squallido incitamento all’odio.Le domande a Berlsuconi  

Islam - La moschea è luogo di preghiera ma anche piazza, foro: istruzione, formazione, informazione, controllo sociale stretto.

È la religione più aperta al terrorismo, da sempre. Dal Vecchio della Montagna e i suoi hashishin. Da qui la patente d’intolleranza. Ma la radicalizzazione deriva dall’assenza di guida, di una gerarchia sacerdotale.

Sembravano storie inventate dalla Cia per screditare gli arabi, ma “Al Jazira” le ha documentate: le decapitazioni e tutto il resto. Nel video più celebre il boia è un ragazzo di dodici anni, ma potrebbe averne meno, che con un coltello più lungo del suo braccio sgozza il condannato.
Anche della celebre lotta fra cristiani e mussulmani, non ci sono precedenti, non che si ricordino, di cristiani che abbiano martirizzato gli islamici mentre pregavano nelle moschee, o abbiano rapito, sgozzato e buttato ai porci mullah e ayatollah.

Isolato dall’Europa, nella sua chiusura su se stessa. C’erano contatti e scambi con Parigi e Londra, per molti aspetti decisivi, e con Roma. Solo l’Italia ancora coltiva qualche rapporto, per il resto il Nord Africa e il medio Oriente rimane solo con se stesso, e con gli Usa. Che si tratti del terrorismo in Algeria, della modernizzazione del Marocco o della penisola arabica, della normalizzazione in Libia, della sicurezza di Israele, della guerra civile in Libano, l’Europa non va oltre le rituali evocazioni di pace e progresso. Il confronto del mondo arabo è con la vasta globalizzazione, che gli Stati Uniti governano con logiche lontane, incontrollabili, e con la sovversione latente a opera dell’Iran, dell’islam iraniano, che condiziona tutte le aree di crisi aperte, in Palestina, Libano e Iraq.

Sulle donne bisogna intendersi. In regime elettorale, è il caso dell’Iran come della Turchia, l’islam clericale - politicizzato e tradizionalista - è numericamente l’esito del voto alle donne. La modernizzazione è per le donne violenta, proponendosi come liberazione del corpo. Il corpo è duro tiranno, poiché è correttivo: alto, magro, biondo, atletico, levigato. È sovvertitore: ogni altra certezza scombina, familiare, parentale, giuridica, tradizionale. Emargina e non include: un cinque per cento, un dieci per cento delle donne, urbane, istruite, affluenti, se ne può permettere la cura. Dove le donne votano, in Iran, in Turchia, in Pakistan, nella stessa Israele tra gli arabi israeliani, votano conservatore.  
In Iran la condizione della donna non è dirimente: le donne sono state e sono, in massa e in dettaglio, il pilastro vincente del regime. Trent’anni fa contro lo scià che le aveva laicizzate, una riforma sentita come una violenza. Nelle penultime elezioni a sostegno della parte retriva del regime. Sul ruolo in generale delle donne in politica mancano analisi accurate: nel 1850, quando il governo di Massimo D’Azeglio laicizzò le scuole e la vita civile a Torino con le leggi Siccardi, le donne furono tutte contro, anche con violenza. Il regime onora in Iran la donna in famiglia e nell’amore, e le protegge nei giudizi di divorzio con formule perfino fantasiose: nei patti matrimoniali, ultimamente, ci sono donne che hanno inserito come clausola per la rescissione il pagamento da parte del marito di 8.100 libri di poesia, o di 124 mila rose rosse, patti che i giudici hanno avallato – ottomila libri di poesia? La donna è protetta anche nella prostituzione, col sigheh, il contratto a tempo.

Ci sono tante nazioni dentro l’islam. Nel senso proprio del termine, di paesi che votano all’Onu, e in quello reale: c’è l’Iran, per esempio, che non ha nulla a che vedere col resto dell’islam, arabo e asiatico. Ci sono i montanari dell’Atlante – i berberi - e delle Zone di Frontiera con l’Afghanistan, e ci sono le città, c’è il deserto e c’è l’Asia formicolante.

Questione morale - Luciano Canfora la mette indirettamente (non volutamente?) in relazione, nella  “Intervista sul potere” (p. 179), con l’imbarbarimento della vita politica a Roma al tempo di Silla, a motivo delle sue proscrizioni, 82 a.C.: “Mettere in lista persone da eliminare, promettendo un premio in denaro a chi le avesse uccise o denunciate, per poi confiscarne i beni a beneficio dei propri scherani, fu un atto gravissimo che portò a uno scandaloso arricchimento; non di Silla, che poco se ne curava perché di suo aveva già molto, ma di chi gli stava intorno. Da quel momento in avanti la degenerazione diventa inarrestabile”.

La questione morale italiana non è dissimile: la degenerazione si è moltiplicata con Mani Pulite, come se ne fosse stata “liberata”. È generalizzata, basta stare dalla parte giusta della giustizia e della politica, il che per un corrotto non è un problema.

lunedì 29 luglio 2013

Dalla “coesistenza concertata” alla globalizzazione

La ripresa dei contatti tra Usa e Cina nel 1971, dopo la guerra per procura in Corea a partire dal 1950, avviata a Pechino in segreto da Kissinger, allora mero consigliere di Nixon per la Sicurezza, è anche l’avvio della “coesistenza concertata”. Della politica che domina da quasi mezzo secolo i rapporti tra le due superpotenze, e ha stabilizzato il Pacifico, facendone l’area di maggiore sviluppo al mondo e nella storia. Nixon e Mao la consacrarono nella stessa Pechino l’anno successivo.
La “coesistenza concertata” si basava, e si basa, sull’accantonamento di tutto ciò che può creare frizioni, per dare libero corso invece alle opportunità di scambio e libera evoluzione delle reciproche sfere d’influenza. È stata ribadita nella visita l’altro mese del presidente cinese Xi negli Usa. Ha dato benefici enormi sia all’una che all’altra parte. Ha consentito una rapidissima integrazione della Cina nelle istituzioni economiche internazionali, Wto, Fmi, Banca Mondiale – mentre la Russia, l’altra superpotenza ex comunista, ha trovato, e trova ancora, resistenze.
L’arte diplomatica
L’arte diplomatica è in disuso e anzi in disgrazia. Ma non si saprebbe non apprezzarne la qualità. Anche nel tono minore che Kissinger usa per rivendicarla. Da storico, che sempre si rifà a esperienze precedenti. In passato basò il multilaterialismo sulla politica del concerto, o dell’equilibrio, del Congresso di Vienna. Sembrava una snobberia e invece il professore era serio. Non senza ragione. La “coesistenza concertata”, spiega qui, è quella che resse l’equilibrio europeo tra le superpotenze d’allora: l’Inghilterra vittoriana imperiale e la Germania di Bismarck che cresceva a passi da gigante. Fino al 1914. Ad agosto i due paesi erano in guerra, a luglio ancora  negoziavano un prestito inglese alla Deutsche Bank per finanziare la ferrovia Berlino-Baghdad, progettata per cortocircuitare il dominio britannico del mare, almeno in Medio Oriente.
Kissinger ci arriva dopo una lezione non inopportuna sulla storia dell’India, che sembra “non avere avuto inizio” e sia senza sviluppo. Ciò non è vero naturalmente. Ma il professore intende che con la Cina ci vuole pazienza, e cautela. E batterie pronte. Oggi meglio, a suo avviso, di tipo commerciale. S’innestano qui i due progetti obamiani, per un’area di libero scambio atlantica, Tafta o Ttip, e una transpacifica, Tpp, senza la Cina. Kissinger, il realpolitiker per eccellenza, si assottiglia, ma sa di che parla. Nei suoi contatti informale a Pechino nel 1971, e poi nell’incontro “storico” di Nixon con Mao, che pose le basi della “globalizzazione”, nientedimeno, la “coesistenza concertata” fu concordata in termini semplici: mettere da parte gli attriti e le questioni che ne erano alla base e sviluppare i punti di convergenza, anche per consentire agli attriti di dissolversi, spiegarsi, rientrare. Dandosi anche però reciprocamente degli strumenti per “valutare le vere intenzioni” dell’una e dell’altra parte in caso di crisi. Non una politica ipocrita, ma una maniera efficace per inquadrare e depotenziare i contrasti, inevitabili in ogni relazione e più tra superpotenze.
Dopo Machiavelli Kissinger
Per questo Kissinger è detto un realpolitiker, ma il suo approccio è intellettuale. Dopo Machiavelli, l’altro grande cancelliere intellettuale nella politica delle potenze. Il suo approccio è sempre concettuale. Kissinger non parte dal conto delle testate multiple americane, o dal potenziale Usa di distruzione.
Il professore sa, prosaicamente, che in quindici casi studiati di confronto tra una potenza emergente e una potenza dominante, undici volte la cosa è finita in conflitto. Ma Kissinger non si vergogna di essere (buon) diplomatico, oggi del tutto controcorrente: c’è una certa nobiltà nel cercare di evitare la guerra, sia pure contro le ragioni nobili della giustizia e dell’onore – senza naturalmente rinnegarle, né sminuirle.
Henry Kissinger, Cina, Oscar, pp. 514 € 13

Secondi pensieri - 147

zeulig

Dio È generazionale, pure lui. Immutabile solo nel fatto minimo dell’esistenza, ma soggetto al declinare del tempo.
Nella Bibbia è uomo d’ordine – se fosse femmina lo sarebbe? È vero che è anche capriccioso, ma soprattutto non ammett che gli si disobbedisca. Cosa che invece avviene a ogni riga dei Vangeli. E dunque come si pongono i Vangeli nei confronti di Dio? Qui tutto è libertà, curiosità, anche dubbio. È Gesù un figlio ribelle? È Dio padre che si acconcia alle nuove generazioni?

È più assurdo concepire un essere che non sia finito e conosciuto, o non è più assurdo il contrario,
l’essere finito?

Anatole France lo fa dire “bugiardo” dagli angeli ribelli. E un po’ ignorante: se ha creato il mondo, non ne conosce le leggi.

Giustizia – Sant’Agostino non ne parla, è stato notato, pur avendo scritto tanto di tutto, essendo di formazione giurisperito, avendo esercitato la giurisdizione da vescovo. Aveva paura anche lui dei giudici? Non considerava granché la giustizia: ne scrisse molto, e compassionevole, in termini oltremondani, del giudizio finale, dei morti senza battesimo, degli angeli ribelli.

Internet - È la licenza. La rifrazione di Internet è massima nella pubblicità, dove l’illimitatezza è la norma – così come nell’arte, che nella contemporaneità fa illimitato il suo segno.
Penetra anche nelle cronache, la letteratura, la critica, che sono invece organizzate e misurate – hanno canoni. Si dice che le libera, ma più che altro le alleggerisce. Le svuota cioè: la leggerezza che, dopo Italo Calvino, s’intende bene supremo, non lo è (Calvino non è certamente leggero, come s’intende che voglia essere).

Un distinto fideismo, entusiasta, apocalittico, santifica il mezzo ma non per le sue qualità peculiari. È tutta qui la fortuna delle chat e dei forum, piazze altrimenti artificiose e fredde. I movimenti politici che si fanno ascendere a questa chiave elettronica sono artificiosi e freddi, sotto l’entusiasmo di marca. I Girotondi si sono dissolti in pochi giorni. I 5 Stelle durano di più per l’invadenza di Grillo, il vecchio mattatore degli anni mussoliniani - comiziante esperto, nuotatore, mietitore, maestro di scuola. La politica è ruvida e robusta e non fa per Internet.
Il successo di Obama non sposta. È vero che attraverso Internet ha mobilitato i giovani. Che hanno vinto per lui gli interminabilili caucuses, dove le primarie erano del tipo caucus, che Hillary ha evitato, più decisi e con più tempo a disposizione degli adulti. Ma è la crisi economica che ha fatto vincere Obama. Alla rielezione, senza più l’urgenza della crisi, il suo caucus giovanile internettiano si è spento.

Realismo Grosse bite, direbbe Sade. In un mondo in cui la fisica scompare – per la stessa scienza fisica. A favore del virtuale e il dichiaratamente irreale. Antonio Tabucchi, uno scrittore, è vero, e non un filosofo, ne scriveva il 16 giugno 1986 su “Repubblica”, quasi trent’anni fa: “In un mondo in cui l’oggetto perde sempre più di significato a favore della parola che indica quell’oggetto, in un mondo in cui la parola (il concetto, il virtuale) sta diventando più reale di ciò a cui quella parola si riferisce; in un mondo che si sta spogliando di fisicità, perché essa appartiene solo alle classi più infime e concentra il suo potere sul fatto di decorporeizzarsi per diventare una gigantesca e mostruosa rete di parole e di informazioni”. Il realismo si rivuole quindi sotto i ponti, coi rom? O non vuole appropriarsi di questi nuovi mondi?

Speranza – Ne parla – ne parlava - solo papa Ratzinger. Dal pulpito, per riaffermarla, per la sua funzione di papa. Anche perché è pur sempre una virtù teologale. Ma è scomparsa dal gergo dopo “Il principio speranza” di Bloch, sessant’anni fa. Diluviano i suoi surrogati, dall’accanimento terapeutico alla metempsicosi e al miracolo, l’istituto moscovita delle resurrezioni è risuscitato con le clonazioni e i trapianti. Ma nella rassegnazione (“bisogna pur vivere”).

Storia – Quella di Canfora, “Intervista sul potere”, 191, è strabica: “Il mestiere di storico impone di essere «strabici», di pensare contemporaneamente con la nostra testa e con quella degli uomini vissuti nel passato”. L’immagine di Benjamin, dell’angelo con la testa rivolta al passato, è migliore.

Ma perché la storia sarebbe un angelo? Quella dei fatti e quella raccontata, la storiografia. Normalmente è un  avvoltoio. Diciamo, un’aquila. Un falchetto. Un rapace.

Milano si è stancata dei napoletani

Abbattuto Berlusconi, Milano licenzia i napoletani? Veraci (da Borrelli a Minale, Boccassini, Greco, De Magistris) e regnicoli (De Pasquale, Di Pietro, Bruti Liberati). La condanna è senza dibattimento e senza appello oggi sul “Corriere della sera”:
Antonio Polito è un giornalista che sa pensare. Ma la sua critica al farfallone De Magistris è eccezionalmente uscita dalla pagine dei commenti per aprire il giornale di Milano, come fondo. De Magistris è anche uno che non s’è mai capito perché fosse diventato una bandiera, ma il “Corriere della sera” non l’ha censurato al tempo delle sue assurde inchieste di Catanzaro, e anzi ne ha utilizzato le indiscrezioni e ha montato il personaggio. Più ancora pesa il nocciolo della critica di Polito: “Le inchieste contro De Magistris gareggiano per inconsistenza e superficialità con quelli che lui allestiva da pm”.
Il prossimo passo sarà dire la stessa cosa – prenderne atto - delle inchieste “napoletane” a Milano? E delle non inchieste, delle omissioni.

domenica 28 luglio 2013

Fisco, appalti, abusi – 33

Si ordini un libro o un disco su Amazon.com – costano da metà a un terzo del prezzo italiano. Le Dogane faranno di tutto per intercettare la spedizione presso Poste Italiane. Sulla quale ricaricheranno l’Iva, cosa illegale. E ricaricheranno le spese di spedizione dal luogo (fittizio: Mondovì) di controllo del plico. Seconda illegalità. Speculando sul fatto che un ricorso non si farà perché costa.

L’acqua e una potenza elettrica minima sono consumi non interrompibili nelle esecuzioni fallimentari e nelle pratiche comunali di assistenza ai poveri. L’Azienda Idrica Toscana e le società idriche comunali della regione tagliano l’acqua alla prima bolletta non pagata.

Una truffa assicurativa ben più ampia e diffusa dello “specchietto rotto” che ingombra le cronache è quella del finto tamponamento. A opera normalmente da chi usa l’usato garantito tedesco o il leasing. Per ogni macchina in uso si cerca un macchina “tamponatrice” di un’assicurazione ogni volta diversa. E si inviano, a opera di finti studi legali, richieste risarcitorie secondo modelli standard. Uno diffuso fa stato anche della condizione sociale elevata del richiedente, configurando una sorta di danno sociale. E si richiede, per la foto di un graffio, non moltissimo, per non allarmare l’assicurazione controparte, ma non poco: sui mille euro.
Il trucco è noto e diffuso tra i periti delle assicurazioni, che compartecipano agli utili. Le assicurazioni proteggono la frode: l’ignaro tamponatore verrà a conoscenza della pratica a “danno” liquidato. Senza gli estremi del tamponato, e nemmeno dell’incidente che avrebbe provocato. Con conseguente declassamento della propria classe di merito, e aumento del premio.

Le città toscane, Pietrasanta, Forte dei marmi, Pisa, Pistoia, segnalano le aree a circolazione limitata con cartelli scentrati, non luminosi, anonimi, scritti a caratteri minuscoli. Che pongono al limite delle stesse aree, non prima. Per multare i forestieri.

Non si fa l’autostrada tirrenica per proteggere la Maremma. Ma i comuni della Maremma hanno fra i più alti indici edificatori: San Vincenzo, Campiglia, Follonica, Castiglione della Pescaia, Albinia, e un paio di lottizzazioni “California”.
Non si fa l’autostrada per fare dell’Aurelia una macchina da soldi, con variazioni di velocità ogni trecento metri di media - ce ne sono 700 circa nei 205 km da Civitavecchia a Rosignano – 380 nei 95 km. tra Civitavecchia e Grosseto, con una densità doppia nel segmento toscano della tratta.

Protezione Ue al fotovoltaico tedesco

La Germania critica l’accordo tra l’Unione Europea e la Cina per un prezzo minimo all’importazione di pannelli solari: è un accordo protezionistico. Le industrie tedesche di pannelli solari hanno imposto il blocco delle importazioni che ha preceduto l’accordo, e ritengono l’accordo stesso insufficiente: il prezzo minimo che i cinesi si sono impegnati a praticare non le “garantisce”.
Non è schizofrenia, è il modo di procedere della Germania di Angela Merkel, del “qui lo dico qui lo nego”. Che fa legge a Bruxelles. Dove si fa peraltro solo ciò che interessa alla Germania – inutile pretendere la protezione del parmigiano, per esempio, che pure è un prodotto specifico e localizzato. L’accordo per i pannelli solari cinesi l’hanno pagato i produttori francesi di vini: per reazione al blocco dei suoi pannelli solari la Cina ha bloccato l’import di vini europei.

L'invasione di campo, sport napoletano

Era uno spettacolo comico, quello che Alessandro Siani aveva messo su agli scavi di Pompei. Con una finalità benefica, devolvere il ricavato dei biglietti al pagamento degli arretrati non pagati ai dipendenti degli scavi stessi. Ma facendo ridere. Invece niente ricavato, e molte liti: i napoletani imbucati erano tanti che i paganti non vedevano e non sentivano nulla. Con finale malinconico: spettacolo sospeso, biglietti rimborsati ai paganti, ventimila euro personali di Siani ai dipendenti, in conto contributo per gli arretrati.
Siani è napoletano. Ma chi è Napoli? Non lui certamente, la città è i suoi imbucati. Contro di essi Siani non può nulla, giusto pagare di tasca propria, né c’è altro argine, di polizia o di folla. Imbucati in massa, non isolati, della stessa razza dei disoccupati organizzati in piazza Municipio ogni giorno ormai dagli anni del sindaco Valenzi, quasi quaranta. Delle folle che impediscono che Napoli tratti i suoi rifiuti, la regione Campania deve farsi carico di pagargliene lo smaltimento a caro prezzo in Germania. Piccola borghesia famelica, degli impieghi, della “repubblica”, del sottogoverno. Che si fa forte – questo è il nodo che Napoli non sa sciogliere – delle masse effettivamente bisognose, le quali invece faticano, non rubano, nemmeno i posti a teatro, e seppure poveramente sopravvivono con decoro. Il problema di Napoli è che la città è dominata da questi gruppi parassitari: non sa, o non vuole, liberarsene.
I commenti a Siani sembrano scandalizzati. Ma gli imbucati sono la norma a Napoli. A ogni concerto di cantante famoso. A ogni partita di cartello del Napoli. Memorabile, ma senza scandalo, la partita Italia-Argentina del Mondiale 1990: la tribuna stampa era già occupata quando fu aperta ai giornalisti. Da donne perlopiù, due e tre per ogni postazione, voluminose anche, schiamazzanti, accreditatesi di qualche stazione radio di paese o di tinello. Uno spettacolo lugubre, prima ancora che cominciassero a starnazzare gli argentini in campo. Tanto più che la “stampa” napoletana tifava in cuor suo per Maradona contro l’Italia.
Perché la prevaricazione paga a Napoli? In qualsiasi ambiente, nazione, società c’è il crimine, più o meno organizzato, e c’è la prepotenza. Ma solo a Napoli questi fenomeni non vengono isolati, non sono anomalie. La prepotenza vi è diventata anzi - vi è sempre stata? - regolare, scontata.

Giallo fiacco d’agosto

Manzini (“Rocco Schiavone”) ci prova. Gli altri, Camilleri, Malvaldi, Costa, Recami, si passano il tempo, anche loro. Alicia Giménez-Bartlett fa naturalmente sul serio. La “scuola Sellerio”, che il libro celebra, batte la fiacca.
Ferragosto in giallo, Sellerio, pp. 277 € 14