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sabato 3 ottobre 2020

Ombre - 532

“Raid neofascista al liceo Augusto” di Roma, “con lancio di volantini di Blocco Studentesco, l’organizzazione che fa capo ai sedicenti fascisti  del Terzo Millennio di CasaPound”. Al tempo delle Br abbiamo avuto a lungo i “sedicenti brigatisti”, ora i “sedicenti fascisti”: gli uffici politici delle questure non ci vedono chiaro? Ma dirsi fascisti non è già un reato?

“Dalla Rai si vedeva un Paese dove il reato non è punibile, mentre lo è non averlo denunciato”: da consigliere d’amministrazione di lungo corso e poi presidente Rai, Walter Pedullà fa questo caso nelle memoria (“Il pallone di stoffa”, p. 325). Dell’azienda che “non può, non deve e non vuole” licenziare, neanche i ladri colti in flagrante. Ma per questo motivo: non ci sarebbero state condanne, solo altre spese, legali – “I sindacati e i magistrati assunsero negli anni Settanta e Ottanta più dipendenti del direttore del personale” Rai. È cambiato qualcosa?

Di colpo, entrato in scena Pignatone, con le “carte” vaticane, la Lega è scomparsa dalle cronache – dalle cronache giudiziarie. Prima le Procure pignatoniane di mezza Italia fornivano quattro e cinque piste, ogni giorno, nuove o seminuove, sui latrocini della Lega. Poi si è passati a quelli vaticani, in minor numero, due-tre al giorno, ma più succulenti: i cardinali che rubano le elemosine.
Gli italiani sono di palato buono, i residui che leggono il giornale, o i giornali se li fanno in Procura, per i Procuratori?
 
Nicola Cosentino, il colto parlamentare napoletano di Berlusconi, un politico molto capace, messo sotto una mezza dozzina di processi, compresa l’associazione camorristica, dalla Procura antimafia di Napoli dieci anni fa, a lungo detenuto, ha cominciato a essere assolto, in Appello e anche in Cassazione. Ma non se ne parla, giusto un poco, per dire che altri processi lo attendono.
 
Nel 2008, prima della disgrazia, Cosentino si era distinto per una legge che istituiva a Caserta, capitale della camorra, la Corte d’Appello accanto al Tribunale, e una Dda, una direzione  distrettuale antimafia. I giudici napoletani si opposero, paventando lo spostamento da Napoli e Caserta, anche se di pochi chilometri, e il presidente della Repubblica Napolitano li sostenne. Bisognerebbe che i napoletani trovassero tutti posto a Napoli, sennò s’incazzano.
 
“Nella Cina di oggi trovi solo frodatori e truffatori”: lo scrittore Yu Hua si tuffa nella rivoluzione del 1911 per rifarsi. È il mercato, dice. Si guarda di dire che la Cina prospera, tra frodi e truffe, in un regime comunista, occhiuto, e anche ferreo.
 
“Maxistipendio” al presidente Inps, “scandalo”, “superburocrate”: sono indignati i giornali di casa Agnelli e di casa Mediobanca perché il presidente dell’Inps Tridico si è aumentato lo stipendio da 62 a 150 mila Euro. Che è ancora 60-70 mila euro sotto quello dei suoi quaranta direttori generali. Quaranta. Ci sarà un motivo se si indignano cosi: informazione non è.
 
Gli “indignati” italiani, per primi i giornali, gli anti-casta, quelli che “i politici rubbeno”, sono poi quelli che piangono sull’antipolitica, sull’evaporazione dell’opinione pubblica, sulla disaffezione e l’ignoranza. E sulle  vendite in calo?  
 
Due e tre pagine ogni giorno per giorni contro un presidente dell’Inps, la maggiore assicurazione d’Italia e una delle maggiori in Europa, che guadagna 62 mila euro, lordi, quanto un qualsiasi dirigente pubblico di prima nomina al livello semidirettivo, sembra una attacco ai 5 Stelle - Tridico, il presidente in questione, è stato “indicato” dai grillini. Perché non sarebbe invece un attacco all’Inps, che è la maggiore assicurazione italiana, una delle maggiori in Europa, e sulla vita ancora batte tutti? Le privatizzazioni non hanno fatto ancora abbastanza danni.

 


Il mistero Italia svelato da Ernst Bloch

Accanto alle impressioni già note e ampiamente discusse di Walter Benjamin su Napoli, col concetto di “porosità”, e su San Gimignano, per la “verticalità”, prove generali del suo opus magnum su Parigi, la proposta di alcuni testi forse più pregnanti, sul Sud Italia, Napoli, le isole, e la stessa “porosità”, di Ernst Bloch, che anche lui soggiornò a lungo nella baia di Napoli. Testi non tradotti, e trascurati anche nell’opera omnia, che la studiosa del filosofo mette in luce.
Capri, Ischia, Positano, Napoli attirarono alla metà degli anni 1920, sulle orme dei russi anteguerra, con Gor’kij in testa, un qualificatissima presenza di scrittori e filosofi tedeschi: Ernst e Linda Bloch, sulla strada per il Nord Africa, Benjamin e Asja Lacis, Kracauer, Adorno, Alfred Sohn-Rethel, Kantorowicz. Non in gruppo ma neanche isolati: si conoscevano e si frequentavano. E prolungavano i soggiorni, per mesi, qualcuno per anni: la vita non è cara, e il fascino sorprendente, scriveva Benjamin a un amico, Richard Weissbach. I tedeschi poi erano di casa: il caffè della piazzetta, della famiglia Morgano, aveva preso un nome tedesco, “Zum Kater Hiddigeigei”, al gatto Hiddigeigei, il gatto nero che a Capri pontifica dall’alto di una torre nel poemetto “Der Trompeter von Säckingen” che August von Scheffel aveva scritto nell’isola nel 1853. E intato mantenevano, malgrado Goethe, il mistero, dietro il fascino, che per molta Germania è l’Italia. Furono, quelle, vacanze stanziali, che lasciarono tracce un po’ in tutti – con l’eccezione forse di Kantorowicz: “Questa costellazione caprese si sarebbe mostrata straordinariamente produttiva: non soltanto tirò fuori molti saggi, ma una eco sfaccettata se ne ritrova in ulteriori lavori dei protagonisti”. Per Benjamin il soggiorno caprese aprirà un filone, di riflessioni e di scritti – le “Immagini di città”, come Peter Szondi intitolerà nel 1963 la raccolta dei suoi saggi sulle città, nella quale “Napoli” viene per primo.
Porosità è termine geologico, della materia di cui è fatta Napoli, il tufo. E - nell’accezione di Asja Lacis che l’avrebbe coniato, attrice di teatro, regista, scenografa – architetturale: la contiguità o commistione di elementi architettonici diversi, portale, cortile, scalone, ballatoio, balcone. Nonché sociale: commistione di attività e di ceti sociali, ricchi e poveri, colti e ignoranti, lusso e lerciume. Per E . Bloch, che ci ripenserà qualche anno dopo, in “Aprile Italiano”, è solo questo: “Essa significa nient’altro che una mescolanza del basso con l’alto e dell’alto col basso”.
La porosità è “di due specie”, spiega Ujma, nelle descrizioni delle città italiane che fanno Benjamin e E. Bloch. Per Benjamin è l’informe e l’informalità: l’adattabilità. Per E. Bloch, che il concetto di “porosità” estende a tutta l’Italia, è la non classicità, di Napoli e del Sud. È anzitutto l’esterno come interno, “Italien und di Porosität”, 1926: “Dalla Piazzetta di Capri a Piazza San Marco a Venezia, l’Italia è cosparsa di tali saloni da festa, anzi da ballo, all’aperto. In queste piazze si mescola – è anzi in esse che si trova finalmente a casa – il caldo riparo degli interni. Ma se si pensa che la porosità abbia a che fare solo col semplice rovescio di dentro e fuori, la strada di Napoli invece insegna come una città italiana possa uscire allo scoperto anche senza piazza; come sia la stessa caoticità della stanza a costruire una piazza nell’immagine della città”. La piazza per dire, evidentemente, la socievolezza, l’informalità - la “disinvoltura” di E. Jünger).
Questa caratteristica E .Bloch estende all’Italia tutta. Contro l’opinione corrente – allora come oggi, con i tanti discorsi ancora in corso sulla Magna Grecia – Bloch lega il Sud, e in qualche misura anche il Nord Italia, al bacino mediterraneo, al Nord Africa: “Il modo giusto per conoscere l’Italia è dal Sud”.
“Si «scende» in Italia, dalle Alpi, questo non va bene”, esordisce il filosofo in “Italien und die Porosität”, 1926, dopo la lettura di Benjamin: “Si visita questo Paese in modo sbagliato. Portandosi dietro desideri e immagini fuorvianti, o perlomeno unilaterali. Sicché molto della vita italiana finisce per sfuggire”. Perché  l’Italia non è “classica”, come in Europa si pensa, e al Sud questo è evidente: “Nel Sud non esiste soltanto la misura classica, che esso sembra peraltro non stimare troppo”. Gli uomini e le stesse cose. “Non solo l’animale uomo che lì fiorisce così variopinto si oppone alla nobile semplicità e alla composta grandezza”,  che si presumono della classicità, ma anche le cose: “Non tutte le cose vi riposano ferme nella luce, nella loro bella forma antica e ben definite in ogni aperte”. Ovunque eccessi, eccezioni, sregolatezze.
Ma di più E. Bloch era interessato al rapporto Germania-Italia, alla reciproca percezione. Nel saggio “Die italienische Deutschfreundlichkeit”, 1925, e qualche anno dopo, 1932, in “Aprile italiano”, scritto dopo un soggiorno a Salò sul lago di Garda. Nel quadro di una riflessione lunga alcuni anni, 1928-1932, sulla esperienza e la percezione  dello straniero – “Mancherlei Fremde”, “Traum von einer Sache” e “Erfahrung der Grenze”. L’idea è che le percezioni sono diverse, tra Italia e Germania, quasi ostili, ma le esperienze hanno molto in comune. Per la storia condivisa e, sotto le differenze religiose e di mentalità, un comune senso del bello.
Uno scritto degli anni dell’esilio in Svizzera, dopo l’arrivo di Hitler al potere, “Venedigs italienische Nacht”, “forse il saggio più elegante e sereno”, mette insieme “tutti gli elementi delle sue precedenti immagini di città: Oriente, Gotico, Barocco e Teatrale si ritrovano qui nell’architettura, il carnevale, la musica”, nelle “fantasie che il viaggiatore si porta con sé”.
Christina Ujma, Zweierlei Porosität. Walter Benjamin und Ernst Bloch beschreiben italienische Städte, “Rivista di letteratura e cultura tedesca – Zeitschrift für deutsche Literatur un Kulturwissenschaft”. Roma-Pisa, 2008, S. 67-64
 


venerdì 2 ottobre 2020

Problemi di base - 597

spock

“Il Bordeaux era meglio o peggio nel 1780, senza igp né doc”, J.P.Sartre?
 
“Gli uomini stupidi&fatui\ non sono tutti necessariamente\tutti stupidi&fatui”, J.Kerouac?
 
Perché bisogna sempre fare la fila alle Poste?
 
Conviene indebitarsi?
 
Conviene indebitarsi, e comprare oro?
 
(Perché) chi passa la giornata sui social è muto quando deve parlare?
 
Si parla a distanza meglio che da vicino?

spock@antiit.eu

Se la tradizione è cativa

Scene belle, da documentarista esperto quale è Roccati. Per una storia di resistenza agli inquinatori. Una storia semplice. Del contadino, vedovo inconsolabile, padre di una figlia problematica, che con lei deve affrontare un’odissea terrestre per aver resistito agli inquinatori, per cui vediamo la Lucania quale è, fascinosa, ordinata e pulita, per finire poi vittima degli inquinatori, una morte che libera dalla figlia dai suoi diavoli interiori. Ma anche ambigua. L’ambiguità della storia è data dalla localizzazione gridata dal titolo: la Lucania. Violenta, anche il padre lo è, di linguaggio cupo e chiuso. E ancora immersa nella stregoneria, nera e bianca – la musica.
Una storia di tutti, siamo tutti contro l’inquinamento, benché localizzata, sarebbe stata più accetta, mentre così sembra un attacco polemico. Che un mondo moderno accula alla durezza familiare, la stregoneria, la violenza sull’ambiente e sugli uomini – nel mentre che dice i  briganti storici combattenti di libertà. La tradizione non è bella se è cattiva.
Il film si vede su Sky perché all’uscita, ancora in stagione, a giugno 2019,  è andato deserto - visto da tre-quattromila spettatori, tutti in Lucania, la curiosità della prima uscita, e subito uscito dalle sale. È difficile trangugiare un mondo fantastico e favolistico che si pretende reale, da denuncia sociale.
Gigi Roccati,
LUCANIA –Terra Sangue e Magia

giovedì 1 ottobre 2020

Il mondo com'è (411)

astolfo

Plautilla Bricci – La prima architetta della storia moderna. Riconosciuta documentalmente autrice di un palazzetto di fronte alla chiesa di San Giovanni in Aymo, e del completamento di san Luigi dei Francesi, la cui costruzione era stata avviata da Fontana. Nota soprattutto per la vila Benedetta, o del Vascello, a Porta san Pancrazio a Roma, sul Gianicolo.
La villa Benedetta, ridota in macerie dai cannoneggiamenti francesi che posero fine nel 1849 alla Repubblica Romana, è stata restaurata, su due piani, nei tardi anni 1970 come civile abitazione di Eleonora Giorgi, l’attrice moglie di Angelo Rizzoli jr. è stata a lungo ascritta a Basilio Bricci, fratello di Plautilla. Mentre Plautilla veniva menzionata all’epoca come coautrice, in qualità di “ottima pittrice”. Lavorò anche alla decorazione interna della vila, insieme con altri pittori, Pietro da Cortina, Francesco Allegrini, Giovan Francesco Grimaldi. Ma il capitolato di appalto la dà architetta.
Villa Benedetta, o del Vascello, fu commissionata da Elpidio Benedetti, agente francese in Roma prima per conto del Mazzarino, il successore di Richelieu, fino alla morte di quest’ultimo, nel 1661, e poi del re Sole Luigi XIV. Benedetti era stato inviato in Francia del cardinale Francesco Barberini, nipote del papa Urbano VIII, nel 1635, in cerca di opere d’arte e d’influenza politica. In Francia divenne segretario del Mazzarino. Che lo incaricò in particolare di organizzare il viaggio di Bernini in Francia, e poi di controllare gli artisti francesi a Roma che avrebbero dovuto progettare il Louvre.
La villa fu detta del Vascello per la facciata a onde. Sull’esempio delle increspature che Bernini aveva disseminato sotto le finestre e lateralmente al palazzo d Montecitorio. Lo stesso tipo di facciata è stata ripresa nel restauro anni 1970.
Plautilla Bricci si diceva, almeno nel suo caso non conoscendosene altri, “architettrice”. Non si poneva allora, fine Seicento, il problema del femminile dei mestieri.
 
Francia-Gran Bretagna – A un certo punto delle sue letture, parlando di un libriccino pubblicato a Londra agli inizi dell’Ottocento, “Intercepted Letters”, che avrebbero testimoniato di intrighi francesi contro gli espatriati inglesi in  Egitto e in Africa, Conan Doyle usa l’espressione: “Il quasi incredibile odio che esisteva tra le due nazioni alla fine del Settecento”. Non solo alla fine del Settecento, ma per tutto il Millennio, si può dire, a partire dall’invasione normanna dell’Inghiltera, fino a fine Otttocento, qua do al flotta che il kaiser Guglielmo II, volendo la sua flotta militare  grande quanto e più di quella dei sui cugini a Londra, spinse la filogermanica Gran Bretagna all’Intesa con la Francia. Buona parte del Novecento è stato di amicizia anglo-francese, almeno fino alla creazione del Mec e poi della Unione Europea, e con alti e bassi dopo – si è fatto il tunnel sotto la Manica, Brexit mostra di avere interrotto il legame.
A lungo i re inglesi contrastarono la creazione della nazione francese, occupando e sovvertendo la Francia, contri Giovanna d’Arco e per molti secoli. La guerra fu lunga e “totale”, per le dimensioni degli schieramenti bellici dell’epoca. Ancora contro la rivoluzione francese, e poi contro Napoleone. Si era intanto allargata, ed è poi proseguita con numerose scaramucce su tutti i mari e in tutti i continenti nei secoli del colonialismo, nelle Americhe, in India, nelle isole del Pacifico, e a a lungo, fino ala seconda guerra mondiale e dopo. Soprattutto in Africa, a Sud del Sahara, e a Nord.
 
Giotto – Fu coetaneo di Dante, 1267 lui, 1265 Dante. E fiorentino anche lui, essendo nato a Vicchio nel Mugello e morto a Firenze – Dante passò gli ultimi venti anni in esilio e morì a Ravenna, presto, di 56 anni, Giotto durò fino ai 70. Attivo soprattutto a Assisi, Padova, Roma – e in varie altre città, Bologna, Milano, Napoli, Rimini, Prato, etc.. A Firenze veniva richiamato di tanto in tanto, per commesse circoscritte. Se si eccettua alla fine il campanile che porta il suo mone, per un progetto che però non fu realizzato.
Il campanile di Giotto non è di Giotto. Il suo progetto di campanile era una cuspide piramidale da elevarsi sopra il primo piano, altra circa 30 metri. Il campanile è di Arnolfo di Cambio, Andrea Pisano e Francesco Talenti. Giotto fu chiamato a occuparsene, sovrintendente alle opere pubbliche, con lo stipendio onorevole di cento fiorini l’anno, nei suoi ultimi anni, dal 9 luglio 1934, due anni e mezzo dopo, l’8 gennaio 1337 moriva, settantenne. Lasciò l’impronta nel ciclo figurativo che adorna il basamento della costruzione. Che non è opera sua ma di Andrea Pisano, con alcuni bassorilievi di Luca della Robbia, ma a Giotto si vuole fare credito di averlo programmato.
 
Giulio II – Fu papa solo per dieci anni, il più grande committente d’arte della storia, competente, fortunato: Bramante, il progetto di San Pietro, Tiziano ventunenne, Raffaello venticinquenne,  Michelangelo. E Perugino, Lotto, Bramantino, Sodoma, Baldassarre Peruzzi. Committente di grandi opere, San Pietro, la Cappella Sistina, Stanze Vaticane.
Fu anche, da cardinale, in esilio in Francia per proteggersi dal papa Borgia che l’aveva sconfitto al conclave, l’artefice della discesa in Italia di Carlo VIII, con la pretesa al regno di Napoli, e della fine delle speranze italiane. Rovina continuata da Roma, con la guerra che volle europea contro la Repubblica di Venezia.
Guicciardini ne è ammirato. Nel “Principe” Machiavelli ne fa perfino il modello del “principe fortunato”. Ma non nella politica. Tentò alla fine di recuperare promuovendo una Lega Santa contro la F rancia, ma l’Italia restò destinata allo smembramento, nel mentre che si costituivano le nazioni europee.
Fu la Roma di Giulio II a scandalizzare Lutero nella sua visita a Roma nel 1510, di un papa che non era principe della chiesa ma del potere e delle ricchezze. Erasmo lo giudicò severamente in morte, nella satira “Iulius exclusus e Coeli”, rappresentando Giulio II che tenta invano di accedere al paradiso.
 
Resistenza – La Francia, malgrado la retorica, e la Germania, i due paesi che hanno avuto il movimento di Resistenza più ampio al nazismo, la Francia sotto l’occupazione, la Germania per i tutti i dodici anni di Hitler, sono quelli che meno la celebrano, e anche non la fanno valere. In Germania il silenzio è quasi totale, con l’eccezione di pochi e ininfluenti storici. In Francia si fa di più ma poco. Per non dover aprire il fronte della Resistenza che non fu possibile nei primi anni dopo la sconfitta, perché Hitler era l’alleato di Stalin, la Germania nazista dell’Unione Sovietica, e il patto Hitler-Stalin era salutato nei tre anni e mezzo fino al giugno 1942 come un patto di libertà dal partito Comunista francese, al punto che in prossimità e durante la breve guerra fu operato anche il sabotaggio della produzione, in favore di Hitler. Si celebra la Resistenza sotto il regime collaborazionista di Vichy, di Pétain, ma non si fa intera la storia.
Curiosamente, perfino al storia politica e militare è per questo monca in Franca, sulla “drôle de guerre”, la strana guerra, non combattuta, contro l’invasione.

astolfo@antiit.eu


Tra figlio e padre quasi un capolavoro

Si procede su un’onda lunga di tensione subliminale, senza eccessi, di scene e immagini semplici e geniali. Partendo da un improvviso inspiegato colpo di panico del protagonista adulto in metropolitana. E da un ragazzo inquieto, tifoso laziale che gioca a subbuteo con un compagno invisibile. Si procede ansiosi, con l’attentato dei terroristi Nap, Nuclei Armati Proletari, al padre vice-questore e alla sua scorta, un attacco coi mitra, in piazza, a Roma, con sparatorie da western. L’assenza del padre, muta. Il ritorno. La materializzazione dell’amico del ragazzo, di un amico, calciatore abilissimo. La fuga dalla scuola. Le visite degli amici e colleghi della Polizia. Con pistole che s’intravedono tra borse e fondine, la cinepresa per un minuto di svago, le chiacchiere preoccupate e svagate al pokerino. Con l’amico che appare e scompare. Fino al viaggio in vacanza in Calabria, un ritorno per il padre. Con la coda, di notte, in una galleria non illuminata, il traffico bloccato da un incidente. E il ritrovo con i tanti parenti, sapido e rapido. Poi tempi lenti, dilatati, ripetitivi.
Autoritratto dell’autore da giovane. Un bambino-ragazzo inquieto, che fugge da scuola, esce di casa la mattina all’alba, e intrattiene un amico immaginario, con cotolette, palloni firmati da Chinaglia, furti in sacrestia, biciclette, bagni di mare. Un po’ come “Nuovo cinema Paradiso”, con la tensione del noir, della violenza incombente.
La Coppa Volpi che ha sorpreso Favino per la migliore interpretazione è in effetti sorprendente, avendo l’attore poche pose e battute - il focus è sul bambino-ragazzo. Ma è come usa ai festival, un risarcimento e un riconoscimento al film, indiretto potendosi premiare solo un film, e “Padrenostro” essendo imperfetto. Un capolavoro a metà: il racconto si stiracchia nella seconda parte, riverberando negativamente su tutto il film, la suspense della prima metà rifluisce in irritazione – lo spettatore si sorprende a rifarsi un rimontaggio (si fece con successo per “Nuovo cinema Paradiso”), con 15-20 minuti in meno, la gita in barca per esempio, qualcuna delle tante volte sopra la scogliera minacciosa al mare, per una sorta di fai-da-te del racconto, per ridargli fisionomia tanto apprezzandone il resto.
Claudio Noce,
Padrenostro

mercoledì 30 settembre 2020

Problemi di base papali papali - 596

spock
I preti prima tutti pedofili ora tutti ladri: solo il papa non capisce?
 
E Erdogan, il primo cui fece visita, sorridente, che bombarda gli Armeni, colpevoli di essere cristiani, dopo aver sfrattato santa Sofia?
 
E gli accordi di Abramo, tra Israele e i governi arabi?

Siamo laici, ma turchi?

O è la geografia che manca a questo papa, benché gesuita, e la storia? 

(Perché non) si può sapere dell’accordo Vaticano-Cina?

Meglio l’ordine comunista che le proteste di Hong Kong, ancorché umane e cristiane?
 
Una Realpolitk confessionale?

spock@antiit.eu


Eco nemico di Eco

Ci creiamo nemici per farci belli. Dichiariamo nemico anche soltanto è diverso da noi, per storia, religione e cultura, o per il colore della pelle.
Eco parte alla Eco in questa conferenza del 15 maggio 2008 all’università di Bologna alle serate sui classici (già pubblicata nella sua raccolta di scritti vari dallo stesso titolo nel 2011, e ancora prima, nel 2009, nella raccolta “Elogio della politica”, a cura di Ivano Dionigi): l’aneddoto ormai famoso del tassista pakistano a New York che si meraviglia che l’Italia, il paese da cui proviene il suo passeggero, non abbia nemici è spassoso. L’argomentazione porta poi avanti con baluginio di citazioni, di autori più disparati, da Giovenale a Orwell, con sant’Agostino, Berchet ((“irto, increscioso alemanno”),Cicerone, Omero naturalmente, Tacito, Chaucer, il Bérillon della “Policresia della razza tedesca” (più cacca, più fetida), Liutpramdo e Lombroso, Hitler e Wagner, Franti e De Amicis, e James Bond.
“Pare che del nemico non si possa fare a meno”, è la conclusione, “la figura del nemico non può essere avobolita dai processi di civilizzazione”, il tassista ha ragione.
Ha ragione? Finito il fuoco d’artificio, il dubbio viene. Sulla scia di Carl Schmitt, l’unico che non nomina, la “costruzione” del nemico sembra in questa conferenza l’attività principale dell’uomo. Si può dire uno dei paradossi di Eco, che li amava – col metodo non sottile di “partire per la tangente”, il paradosso costruendo sul paradosso. Se non che questa non sembra essere l’attività ordinaria di Eco, che è uno di noi – non lo è?  Non sa infatti costruire oggi un nemico, con tutto il suo ingegno brillante,  se non ricorrendo a un po’ di politicamente corretto: l’immigrato siamo noi, eccetera.
Si vede nel particolare. Nemico, dice, “oggi diremmo l’immigrato extracomunitaro, che in qualche modo si comporta in modo diverso o parla male la nostra lingua”, e l’extracomunitario individua nel “nemico rumeno, capro espiatorio”, cioè nella comunità più numerosa, un milione, di più antica immigrazione, e meglio integrata in Italia (ma già allora i rumeni non era “comunitari”?).
È vero che per rumeni s’intenono vari tipi di rom – anche quando non lo sono. Ma i rom non sono di accettazione facile perché non vogliono. E comunque nessuno li odia. Un nemico è un problem serio, è un fatto di odio e di interessi, con la battute non si risolve.
Umberto Eco,
Costruire il nemico, La Nave di Teseo, pp. 64 € 5

martedì 29 settembre 2020

Secondi pensieri - 430

zeulig


Guerra giusta – La guerra perde nel suo svolgersi le sue motivazioni, non c’è giustificazione per la guerra giusta, Simone Weil rileva dai primi svolgimenti della guerra civile in Spagna: “Le necessità belliche fanno dimenticare molto presto le lo scopo iniziale; esse costringono a trascurare il desiderio di giustizia, di libertà e dì umanità che ha fatto intraprendere  quella stessa guerra”. E un anno dopo, nei “Nouveaux Cahiers” (“Non ricominciamo la guerra di Troia”), elenca ironica gli “ideali” per i quali i popoli europei si apprestavano a sterminarsi: “Nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazia”.
In precedenza, però, nelle “Riflessioni sulla guerra”, 1933, - lontana da minacce di guerra, ma “dopo il trionfo di Hitler in Germania” – ha teorizzato come giusta perfino la guerra preventiva: “La pace sembra meno preziosa, dal momento che può comportare gli indicibili orrori sotto il cui peso languono migliaia di lavoratori nei campi di concentramento tedeschi”. Contro il fascismo chiama alle armi “le nazioni ancora democratiche”. Senza un problema di giusta causa: “Poco importa che si tratti di una guerra di difesa o di una ‘guerra preventiva’; sarebbe persino meglio una guerra preventiva”. Confermandosi col principio d’autorità: “Marx ed Engels non hanno forse cercato, a un certo punto, di spingere l’Inghilterra da attaccare la Russia?”.
Non c’è una guerra “giusta” in astratto. Specie se senza limiti.
 
HölderlinGravosamente portato da Heidegger a testimone della filosofia come poesia, il Dichter des Dichters, nelle tante riflessioni a lui dedicate (raccolte nel 1944, quando il “destino” era segnato ma non ancora per la Germania, pe certi tedeschi) e un po’ ovunque nella vasta opera. Mentre la questione è semplice, si può dirla con Eco (“Assoluto e relativo”, in “Costruire il nemico”): “Alcuni filosofi ingenui hanno avanzato la proposta che solo i poeti sappiano dirci che cosa sia l’Essere o l’Assolto, ma essi di fato esprimono soltanto l’indefinito”.
Eco non porta a esempio Hölderlin ma Mallarmé: “Ertala poetica di Mallarmé, che ha speso la vita per cercare di esprimere una «spiegazione orfica della terra»”, senza riuscirvi. Una scacco, della poesia inclusa, che Eco commenta beffardo: “Scacco che Dante aveva dato per accettato fin dall’inizio, comprendendo che è orgoglio luciferino pretendere di esprimere finitamente l’infinito, e aveva evitato lo scacco della poesia proprio facendo poesia dello scacco, che non è poesia che vuole  dire l’indicibile bensì poesia dell’impossibilità di dirlo”.
 
Patria – “Il patriottismo è l’amore dei suoi, il nazionalismo è l’odio degli altri”, Romain Gary, “ Educazione europea”, cap.31.
 
Sartre – Uno scrittore, con curiosità filosofiche. Ha opera sparsa, rileggendo la quale gli scritti teoretici sono parte minima, e comunque trattai sempre in forma letteraria. Ha immagine monolitica, ma era di suo confuso e instabile, quasi di programma. Scriveva – la variegata dispersa produzione ha pure un senso, di teatro, narrativa, filosofia, reportages, politica, vita sociale, memorialistica. Si direbbe uno e centomila, come è anche giusto, suo diritto. Se non che si fatica a non rimproverargli la coerenza, l’uniformità. Perché? Perché è professorale, mentre era un adolescente attardato: femminista impenitente e pentito, bugiardo, posatore (opportunista), filosofico e antifilosofico, sempre tagliente (definitivo), e rideva anche spesso. Un adolescente, rimasto al liceo, di quando lo frequentava, e di quando vi insegnava la filosofia. Uno che gli piaceva andare a cento allora – “È la ragione che fa New York, città così dura per tanti aspetti, malgrado tutto rassicurante: vi si vive a cento all’ora” (“La regina Abemarle o l’ultimo turista”. Aperto a ogni esperienza, a ogni vento del tempo: iniezioni di mescalina nel 1935, passività sotto l’Occupazione, poi i caffè e le boîtes, staliniano prima, maoista poi, il cinema, perfino i rotocalchi, e una pubblicistica variata.
 
Storia – Non si sente più molto bene. Espulsa dalle scuole e dalla ricerca, traballa, come un pugile suonato anche se ancora in piedi nel ring. Per un forte verso anche alla fase del rifiuto-rigetto. In America con le cancel culture  e gli inclusion standard, in Gran Bretagna con la Brexit – qui la rinuncia alla storia si veste di ritorno a una storia non più vivente. La Francia non ne produce più, morti Furet e Foucault. E anzi se ne disfa: le chiese che non “si” incendiano, le svende ai fratelli in massoneria, per farci baretti e pied-à-terre. Nel mentre che vuole chiudere e frontiere e si lamenta di essere invasa dai mussulmani. È curioso come anche la Francia, che critica la rabbia iconoclasta e obliteratoria americana, abbia tata voglia di privarsi della storia.
 
Francesco De Gregori, il cantautore,  storico mancato ma di solida formazione,  dice in un sua composizione, “La storia”: “La storia siamo noi”, padri e figli, ricchi e poveri, “nessun si senta escluso”. La storiografia anche nelle forme del secondo Novecento, che ne fu fertile, delle mentalità, egli esclusi, delle minorane, delle microstorie, delle donne o di genere, trova questo compito arduo. Ma ora si è perduta anche la storiografia tradizionale, politica e dei grandi eventi, imperiale, economica, delle guerre, calde e fredde, delle personalità “decisive”. “La storia dà i brividi”, canta ancora De Gregori, “perché nessuno la può cambiare”. Ma conoscerla, anche mentre si fa? “La storia non si ferma”, ancora De Gregori, la storiografia sì?
 
È mobile: si racconta, si ricostruisce, si scrive, e quindi si riscrive. Revisionismo suona male perché è accorgimento, arma di conflitti ideologici o politici, ma è nei fatti, la storia non è immutabile. Nuovi documenti si acquisiscono, nuovi metodi di ricerca, nuove sensibilità.
 
Vite
– Una buona metà dei film a Venezia erano di vita, propria e altrui, biografie e autobiografie, anche di registi giovani e di poca o nessuna esperienza. In un solco già scavato in Italia, da Nanni Moretti e, in parte, da Fellini. Ma ora senza pretese d’autore, di costruzione comico-drammatica: come testimonianza. Vite critiche o compiaciute non importa, ma sempre autoreferenti – così succede, in fondo, anche nelle biografie: si racconta (romanza) una vita in cui ci si rispecchia. Anche nella narrativa, il genere che va è la biografia, meglio se propria – Carrère che è partito dalle vite degli altri (“L’avversario”, Limonov, Philip Dick, “Vite che non sono la mia”), è approdato alla propria – già in “Un romanzo russo”, in parte nel “Regno”, e ora dilaga in “Yoga”.  e ora in quest’aultimo. A partire dal caso di Annie Ernaux. Che però raccontava contestualizzando, mentre ora si racconta introspettivamente.
A un secolo dalle “Confessioni” di Svevo (il genere certo è antico, da Rousseau a sant’Agostino, ma era casi unici), una patristica rinforzata dalla narrativa americana del secondo Novecento - fino a Auster - di cultura o famiglia ebraica. Meglio se condita da uno storione familiare, ma anche semplice. Anzi, ora più spesso come sagra nuda dell’autorappresentazione.
I social sono la forma genera lizzata di questo bisogno di essere esibendosi invece che ritraendosi,  seppure povera, minuscola, in fondo inerte pur in mezzo alle frotte di follower – che leggono distratti, come di riflessi allo specchio. E sono non un insulto al riserbo tradizionale, come sogliono rappresentarsi, ma piccoli schermi, tenui, poco illuminati, di minute-minime realtà, voglie, desideri, ansie, le più recenti “inadeguatezze”. Molti del resto, che non filmano o non scrivono, pagano il cosiddetto psicoanalista per farsi ascoltare.
L’autorappresentazione esprime un bisogno di essere, di essere manifestandosi. Un tempo si sarebbe detto vanagloria, oggi si rappresenta sotto il segno della sofferenza, la depressione, la disgrazia, il mal di vivere, la crisi. Ma è anche un forma di isolamento – non salva la confessione dallo strizzacervelli, interlocutore freddo. Di ritiro dal mondo? La massima socievolezza come una forma di conventualizzazione, di ritiro dal mondo.

zeulig@antiit.eu

Evaso da Auschwitz, liquidato da Stalin

Nella primavera del 1940 si hanno notizie nella Resistenza polacca dell’avvio di un campo di lavoro forzato nazista a Auschwitz. Dove vengno fatti confluire lavoratori dei paesi occupati, principalmente da Francia, Polonia e Cecoslovacchi, e ebrei di ogni condizione, età e genere, dagli stessi paesi. Witold Pilecki ha l’idea di farsi rinchiudere a Auschwitz per organizzarvi la Resistenza. È un tenente dell’esercito polacco, che lavora nella Resistenza dopo la disfatta. Il progetto è approvato, e Pilecki fa in modo di farsi arrestare dalla Gestapo e rinchiudere a Auschwitz.
È il settembre del 1940. Sei mesi dopo un suo primo rapporto è inoltrato a Londra, al governo polacco in esilio. Che lo gira al governo britannico, Che lo giudica “esagerato”.
È Ian Karski che porta questa e altre testimonianze della realtà dei lager di Htler, non creduto, a Londra e poi anche a Washington, come ha raccontato in dettaglio nel suo libro di memorie. Pilecki rimase a Auschwitz fino al 26 aprile 1943, quasi tre anni. Quella notte riuscì a evadere. Scrisse un rapporto dettagliato su Auschwitz, che mandò a Londra. Al governo polacco in esilio e quindi al governo britannico. Anche questa volta senza esito.   
Della serie Terzo Reich, tornato in voga col nazismo privato nel Millennio - con le “assaggiatrici
 di Rosella Postorino e l’americano V.S .Alexander, e altre familiarità di Hitler, la nipote, la fotografia, il cane, la fidanzata, la bambina, la spia, la voce (P. Handke), “Le benevole” di Littell, etc.. Ma questa particolare ripresa, dopo la riproposta delle memorie di Karski, è parte della storia dello sterminio. Che a lungo non fu parte della guerra.

L’obbrobrio del nemico è parte della guerra, e a un certo punto la resa incondizionata e la colpa collettiva emersero. Non lo sterminio, che pure si sapeva atroce, non c’era bisogno d’inventarlo o simularlo. Ci fu più di un rapporto di Pilecki da Auschwitz – che Karski portò a Londra. Se ne parlava. Anne Frank lo seppe dalla Bbc il 9 ottobre 1942: “La radio inglese parla di camere a gas”. Le Nazioni Unite lo dettagliarono a dicembre. Il “New York Times” ne aveva riferito il 30 giugno e il 2 luglio. Ma non si prendevano contromisure.
Nelly Sachs sapeva nell’esilio a Stoccolma, nel ‘43, quando scrisse “il tuo corpo è fumo nell’aria”, l’epicedio per il “fidanzato morto”, il giovane che mai la amò. Malaparte, ospite gradito a Varsavia del Re tedesco di Polonia Hans Frank, lo diceva e lo scrisse nel ‘43, degli ebrei morti in massa, dentro e fuori del ghetto, per fame, forca, mitra, e dei vagoni piombati, delle ragazze ristrette nei postriboli. A fine ‘43 circola in Svizzera un “Manuale del maggiore polacco”: Jerzy Tabeau, uno studente di medicina, evaso da Auschwitz, vi stima in mezzo milione gli ebrei già eliminati nei lager. Ma la consegna è del silenzio: i russi, che libereranno Auschwitz a gennaio del ’45, ne parlano a maggio, senza menzionare gli ebrei. È che il disprezzo dell’ebreo è un fatto, prima di Hitler, e durante.
Pilecki reintegrò le fila della Resistenza, partecipando nell’agosto-settembre 1944 alla rivolta di Varsavia. Finita la guerra, a maggio del 1945 fu inviato in Italia, tra i collaboratori del generale Anders. Incarico che presto lasciò per partecipare in Polonia alla formazione della Resistenza antirussa. Si infitrò nei servizi di sicurezza di Stalin e mandò vari rapporti al suo governo. Che a un certo punto, temendo che si fosse esposto troppo, gli ordinò di tornare in Italia. Pilecki, che ora aveva in Polonia moglie e due figli, chiese di restarvi. Arrestato dal Kgb, fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca il 25 maggio 1948. Il divieto di parlarne fu totale, compresi i familiari, fino al 1989.
Jack Fairweather, Volontario ad Auschwitz, Newton Compton, pp. 416 € 9,90

lunedì 28 settembre 2020

Letture - 434

letterautore


Capuana
– Della famiglia dei notabili di Minèo in provincia di Catania, appassionato e inventivo fotografo, come sarà Zola in Francia, le prime macchine fotografiche costruendosi da sé, giovane unitario e garibadino, animatore dopo l’unità del caffè fiorentino dell’epoca, il caffè Michelangelo, con Telemaco Signorini, Aleardi, Prati, Capponi, Nencioni, critico teatrale della “Nazione”, quindi di nuovo a Minèo, ispettore scolastico, sindaco, animatore, poi a Milano, chiamato da Verga, critico letterario e teatrale del “Corriere della sera”, andando e tornando da Minèo per sfuggire l’inverno milanese, che il suo fisico non sopporta, viaggi di due e re giorni, quindi a Roma direttore del “Fanfulla della domenica”, supplemento letterario, dove pubblica per primo Pirandello, che personalmente ha indirizzato dalla giovanile vocazione di poeta alla prosa, mediatore di Zola in Italia, che invita a Roma nel 1895, facendolo incontrare con Verga, infine di nuovo in Sicilia, professore di Stilistica all’università di Catania, scrittore di molti romanzi, dalla vena arguta per ragazzi e adulti, fu costante amante della giovane serva di famiglia, Beppa Sansone, alla quale scriveva lettere appassionate in dialetto, che l’amico d’infanzia Corrado Guzzanti (un bisavolo?) le leggeva, e con la quale fece una mezza dozzina di figli, che lasciava in orfanotrofio, a Caltagirone.
A 69 anni, sette prima di morire, sposerà – testimone Verga - Adelaide Bernardini, che undici anni prima, ventenne e col morbo di scrivere, aveva tentato il suicidio, e Capuana impietosito aveva preso come bibliotecaria.  
 
Cognomi – Il catalogo è fisso, non ce ne sono più di nuovi. In tutte le specie di formazioni note – che possiamo sintetizzare con Bonaviri in un suo excursus sui soprannomi (prefazione a Luigi Capuana, “Scurpiddu”, ed. Bur): “Un po’ tutti i cognomi (che danno origine alla scienza dell’antroponimìa),derivano da soprannomi indicanti un carattere corporeo, o un aspetto morale del portatore; o possono avere anche estrazione etnica o religiosa; o possono nascere da toponimi, o nomi di regioni e città; o, infine, riportano nomi dei genitori (patronimici e matronimici).
Non ci sono più soprannomi, e quindi non ci sono cognomi nuovi? O il catalogo è fisso da quando è stata creata l’anagrafe?


Umberto Eco – Non ha un solo riferimento tedesco. Ha scritto tanto, narrativa, filosofia, giornalismo ma senza mai un riferimento alla onnipresente Kultur  tedesca. Kant nel titolo dei saggi filosofici, in cui contesta, di striscio, Heidegger, ponendo il problema del realismo. Nemmeno di Marx fa il nome, pur professando politicamente la Sinistra, e anche trinariciuto sotto l’arguzia, con i tanti “manifesti” di protesta. Non ha in riferimento tedesco quindi di proposito.
 
Gary-Malaparte – Alcuni capitoli di “Educazione europea” , il romanzo d’esordio, hanno un flair distintamente “malapartiano” – alla Malaparte di “Kaputt”, del realismo irreale. Due in particolare, sul finale, aggiunti alla storia: il 29, dei tedeschi congelati, e il 31, dei corvi, tedeschi e russi, che  filosofeggiano sui cadaveri.  Il sarcasmo sulla guerra era nell’aria? Gary era un poliglotta. Fra gli pseudonimi adottati per i primi romanzi c’ anche un Fosco Sinibaldi. Pilota dell’aviazione francese (col grado di caporale, non essendo un francese etnico), nel 1940 aveva raggiunto Londra per unirsi a De Gaulle. Fu pilota combattente in molte missioni, anche contro obiettivi italiani, e finì la guerra col grado, nel marzo 1945, di capitano. A gennaio aveva visto “Educazione europea”, il romanzo della resistenza polacca – anche ai russi - pubblicato in Francia. Dove Malaparte era autore apprezzato - aveva scritto anche in francese.
La scrittura di “Kaputt”  Malaparte data da agosto 1941 (Pessianka, in Ucraina) al settembre 1943 (Capri). Il libro fu pubblicato a Napoli, da Casella, nel settembre 1944, con successo: ebbe più edizioni , la seconda reca un finito di stampare il 15 febbraio 1945. Preceduto nel 1943 da “Il Volga nasce in Europa”, narrazione della guerra sugli stessi temi che poi saranno di “Kaputt”.  
 
Gotico – “È un divertimento, non una necessità” - Sartre in Italia, a Venezia specialmente (“La regina Albemarle o l’ultimo turista”).
 
Joyce – Dannunziano lo dice Eco, con Richard Ellmann – come non averci pensato? Eco lo dice concionando su fuoco e fianna al festival La Milanesiana nel 2008 (ora in “Costruire il nemico”), con citazioni. “Ispirato proprio dal «Fuoco» d annunziano, che aveva letto e amato, ecco il massimo teorico dell’epifania, James Joyce”. “Per epifania intendeva Stefano una improvvisa manifestazione spirituale”, «Stephen Hero»”, Eco ricorda. E ancora: “La parola ‘fuoco’ ritorna nel «Portrait» 59 volte, ‘fiamma’ e ‘fiammeggiante’ 35 volte, per non dire di termini associati come ‘radiosità’ o ‘splendore’”. Analoghe dice ancora le sensazioni per la Foscarina e Stelio Effrena, e per Stephen Dedalus, con citazioni da “Il fuoco” e dal “Portrait”.
 
Pirandello – Diventa narratore in età, dopo un’adolescenza e una prima giovinezza da poeta. A venticinque ani, quando viene presentato a Capuana, che ne legge i componimenti e, senza criticarlo, gli consiglia la prosa.
Due anni dopo, alle nozze Piandello-Portulano Capuana presenta in dono la plaquette  di poesie “Istantanee” – era un fotografo appassionato e capace.
 
Romanzo – “Il genere della totalità che moltiplica il senso della vita”, W. Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 71.
 
Tintoretto – “Un regista moderno” lo vuole Sartre in vacanza a Venezia nel settembre 1951. Nelle lunghissime note su Venezia, quasi un libro “La regina Albemarle o l’ultimo turista”), buona parte delle riflessioni sono su Tintoretto – con qualche sbavatura: “Non è ancora l’opera comique di Raffaello”, nota a proposito del “teatro” del veneziano, come se fosse un precursore.
Poi però lo farà Seicento, copernicano, galileiano, pre-einsteiniano: “Col Tintoretto la terra gira ma, di colpo, l’uomo è perduto nello spazio”. Lo assilla un problema: “Il suo problema è come mettere tutto l’uomo in un quadro. Problema moderno. È il passaggio dallo spazio-concetto di Leibniz allo spazio kantiano”.
 
Trump - Sarà l’“americano rurale” la sua base elettorale, il pilastro del primo uomo d’affari, di denari, a capo degli Stati Uniti? L’americano rurale di Kerouac, “Il libro degli schizzi”, p. 165, dei vagabondaggi per l’America dei primi anni 1950 (niente è cambiato?): “L’Americano rurale\ è l’Americano più forte\ perché vicino alla con-\ dizione dei Fellaheen” – il fellah, contadino egiziano, Kerouac aveva eletto e idealizzato nell’americano povero e puro, di campagna o anche di periferia.
 
Verga – La lingua di Verga Bonaviri trova dolcemente musicale” nell’introduzione a Luigi Capuana, “Scurpiddu”, Bur: “Nata dalle tante stratificazioni d’umori e di lingua del popolo siciliano”.


letterautore@antiit.eu

Un papa laico - e comunista?

Fa senso legge un “Espresso” dedicato al papa. Sotto un titolo evangelico, certo, “Fuori i mercanti dal tempio”. Inteso: scacciati dal papa. È il papa Franceso un papa laico, consacrato dal  settimanale anti-Vaticano, dopo avere a sua volta consacrato Scalfari, massone professo (il settimanale non si smentisce: chiude proponendo contro il Covid la marijuana)?
Laico non si sa – in Argentina c’è confusione in proposito - ma comunista sì. Comunista nel senso proprio, politico, del partito Comunista, che oggi come oggi esiste solo in Cina. Papa Francesco non riceve il segetario di Stato americano Pompeo, perché il governo Trump è anti-Cina. Non ha ricevuto il cardinale di Hong-Kong Zen, che era venuto a Roma per perorare la nomina di un vescovo a Hong-Kong, sede vacante da un anno e mezzo. Non nomina il vescovo di Hong-Kong per non dispiacere al partito Comunista Cinese.
Non ha speso una parola nei sermoni domenicali, e neppure in privato, per Hong-Kong in rivolta contro gli statuti polizieschi di Pechino, anche se la città conta molti cattolici. Anzi, i manifestanti di Hong-Kong per la libertà ha assimialto in conferenza stampa ai gilet gialli francesi, dei casseurs. E a chi gli ha obiettato che la Francia non è la Cina, che rispetta i manifestanti, ha risposto per una volta laconico: “La repressione c’è anche in Francia”. Anche questo fa impressione, un papa comunista, oggi, nel 2020.

Un’altra vita con Paolo Conte

Una rimpatriata. Una celebrazione di Conte, poeta, musicista, pittore (immaginista). Malinconica – “vedere tutto il tempo che è passato mi mette un po’ di malinconia” si dice lui stesso. Ma non per fatto personale: è un altro mondo, appena pochi decenni fa, Conte come De André, Modugno, Jannacci, un’altra canzone, un’altra musica. Solo diversa? Un fatto geenrazionale? No: musica, e poesia, a fronte del nulla, con tutti i suoi likes e followers.
Semplice, anche. “Mah, l’autobiografia serve, marginalmente. Asti è una città particolare. Non ha poeti. Siamo per le tragedie. Comporre canzoni è come fare il cinema, i luoghi sono importanti, ma servono gli sguardi, i tempi giusti, i sorrisi”. Con tanta musica naturalmente, dei primissimi interpreti di Conte, il ragazzo Celentano e Enzo Jannacci, Caterina Caselli, Milva, e di Conte passato e presente, e in giro per il mondo,  a Parigi in particolare, nei tanti concerti, compreso l’ultimissimo a luglio, e al San Carlo di Napoli. E tante testimonianze.  
Giorgio Verdelli, Paolo Conte – via con me

domenica 27 settembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (437)

Giuseppe Leuzzi

Conrad ha “il tipo del giovanotto italiano del Meridione”, nel racconto napoletano “patetico” del “Gruppo di sei”, “Il Conde – Vedi Napoli e poi muori”: “Carnagione chiara e pallida, labbra rosse,  baffetti neri e neri occhi liquidi, così meravigliosamente espressivi nella tenerezza e nel cipiglio”. Di uno che riserva sorprese, camorriste.
 
Trovando sul tavolo di Carlo Levi a Roma nel 1951 due caciocavalli in forma di “statuette di cavalli”, Sartre chiede: “Sono africani? Etruschi?” “Sono formaggi”, risponde Levi, “me li mandano dalla Calabria”.Sartre:  “Si direbbe gres”. Levi: “Più si scende al sud e più i cibi si avvicinano alla pietra o al legno morto. Per forza: bisogna conservarli a lungo”.
Il Nord non fa conserve, o allora di porcellana? È lo stesso Levi del “Cristo s’è fermato a Eboli”. Bisogna reinterpretarlo?
 
“Diminutivi e vezzeggiativi”, Mimmo, Mico o Mimì, Nino, Totò, ‘Ntoni o Ninì, Sasà, Pepè, Rorò o Nanà, “per evitare di chiamare qualcuno Domenico, Antonio, Salvatore, Giuseppe o Fortunato”, Walter Pedullà riconduce allo “stato infantile caro alle madri” (nelle “memorie di un nonagenario” in uscita, “Il pallone di stoffa”, 71-72) – con quei Mimì, Sasà, Nanà e Pepè non si invecchia mai”,
 
Se l’Africa fosse stata in Europa
La fotografa americana Maxine Helfman ha avuto l’idea di sostituire volti neri a una serie di ritratti fiamminghi del Seicento – il tipo del viso contornato da “cornette” (copricapi con le ali), gorgiere o soggoli, merletti, candidi sulla veste rigorosamente nera - sotto il titolo “Historical Correction”. Come a dire che sarebbe stata un’altra storia se le africane e gli africani in Europa o in America fossero stati commercianti o baroni invece che schiavi. Ma la cosa non si presenta bene, i visi africani sul “nero spagnolo” (americano in realtà, la nuova tintura veniva dal Nuovo Mondo), che trine e merletti candidi non ravvivano, anzi scuriscono. Gli africani probabilmente si sarebero vestiti colorati, nonostante la Controriforma o il puritanesimo.
La storia naturalmente non si rifà, ma anche a ipotizzarla diversa, bisogna ipotizzare, quela è, l’Africa diversa dall’Europa, il nero diverso dal bianco. Senza contare che “l’Africa ha più storie e più geografie”, come Igiaba Scego scrive sul settimanale “D”, a commento della collezione di Helfman -  “e anche gli afrodiscendenti partecipano a questa molteplicità di storie”.
Mettersi nelle scarpe, sulle orme, degli altri, i più ricchi, fortunati, intelligenti, potenti, è una cosa buona e cattiva. Se è un camuffamento. Per essere bisogna solo affermarsi: Anche differenziandosi – differenziarsi è più produttivo, per esempio oggi. È la chiave – e il problema – delle teorie dello sviluppo. Nei mercati come nelle culture: integrarsi al meglio ma non cancellarsi, copiare ma non dssolversi, aggiungere e, se possibile, senza diminuirsi.  
 
La fame a Gerace
Presentando il libro della sua vacanza con tre amiche in Turchia, “Quel tipo di donna”, Valeria Parrella ricorda che la madre di una di loro “insegnava in un istituto magistrale di un paesino della Calabria. Un giorno, per l’apertura della Upim di Crotone, organizzò un’uscita della classe: nessuna delle ragazze aveva mai visto un grande magazzino. Un’altra volta le porta a Taormina, e loro s’incantano davanti alla scala mobile, anche quella mai vista prima nella vita”.
Fatta la tara della “Calabria” dei napoletani, l’aneddoto è verosimile. Fra i quaranta e i cinquanta, a giudicare dalla foto, le amiche in viaggio, l’aneddoto si riferisce ai tardi anni 1960-primi 1970. Cinquant’anni fa, appena. Riguarda ragazze fra i 14 e i 18 anni. E l’istituto magistrale non poteva essere che di Crotone (ora l’hanno chiuso), non di un paesino: non c’erano scuole superiori nei paesi, nemmeno le medie. Crotone era già un “polo chimico” (anche questo chiuso, inquinava). E s’intitolava un premio letterario rinomato, con Debenedetti e tutta l’intellighentsia Pci. Che però erano mondi a parte. Ora Crotone ha l’aeroporto, molto turismo, molta inventiva, anche ambientale, molte produzioni agroindustriali, e gioca in serie A.

Anche Pasquale Clemente, un amico ora morto, aveva un ricordo analogo, di un altro luogo dello Jonio, il versante calabrese ora in spolvero ma povero e semiabbandonato non molti anni fa. Insegnava materie tecniche nella scuola media di recente istituzione a Gerace. E ricordava classi cenciose, benché pulite, e smagrite, di ragazzi che spesso si addormentavano, come sfiniti. Un giorno che si era portato in classe un pane, un “pane di grano”, di due chili, come allora usava, cotto a legna dal fornaio locale, che al nostro paese non si faceva più, vide che i ragazzi lo guatavano, e propose una pausa: “Assaggiamo questo pane, se è vero pane di grano”. “Fu divorato”, ricordava, “senza vergogna”. Lo rifece con lealtre due classi, e diventò un’abitudine, di cui nessuno si vergognava. La scuola media obbligatoria è stata istituita a fine 1962, il ricordo di Pasquale era quindi degli anni anni a metà del 1960. 
“Avevamo tanta fame che avremmo sgranocchiato il legno”, ricorda di qualche anno prima Walter Pedullà a Siderno, poco distante, nelle memorie, “Il pallone di stoffa”. Oggi, ma già da alcuni decenni, Gerace è un borgo d’arte, restaurato, rinnovato, e uno dei posti più prosperi, oltre che meglio tenuti e più belli, dello Jonio e della Calabria.
La geografia economica è mutevole, anche in breve periodo, basta l’impegno, anche poco – e l’ingegno, certo.

L’Italia va vista dal Sud
Il modo giusto per conoscere l’Italia è – come questa rubrica da tempo sottintende - dal Sud. Arrivare dal Sud è la raccomandazione di Ernst Bloch in uno scritto poco conosciuto dei suoi tanti sull’Italia, dove viaggiò spesso negli anni 1920 - una parte di questo scritto è stata tradotta in “Dadapolis”, l’antologia di opinioni su Napoli voluta e stampata dagli editori tedeschi una trentina di anni fa come omaggio all’Italia ospite della fiera del libro di Francoforte.  
“Si “scende” in Italia, dalle Alpi, questo non va bene”, esordisce il filosofo: “Si visita questo Paese in modo sbagliato. Portandosi dietro desideri e immagini fuorvianti, o perlomeno unilaterali. Sicché molto dela vita italiana finisce per sfuggire”. Perché  l’Italia non è “classica”, come in Europa si pensa, e al Sud questo è evidente: “Nel Sud non esiste soltanto la misura classica, che esso sembra peraltro non stimare troppo”. Gli uomini e le stesse cose. “Non solo l’animale uomo che lì fiorisce così variopinto si oppone alla nobile semplicità e alla composta grandezza”,  che si presumono della classicità, ma anche le cose: “Non tutte le cose vi riposano ferme nella luce, nella loro bella forma antica e ben definite in ogni parte”. Ovuqnue eccessi, eccezioni, sregolatezze - quello che si sa, che si legge, in parte anche si vive.
A meno che la classicità non sia quella costruita in epoca umanistica e rinascimentale – che potrebbe avere preso, molto o poco, dalle pratiche e le forme d’oltralpe, iperboree. Che sia come l’architettura e la statuaria greche, che erano dipinte e variopinte, non così semplici, levigate, serene come il museo ora le rappreenta.
 
Il senso della mafia
Conrad, benché di poca esperienza in Italia, e di quasi nessuna del Sud, ma uno che ha vissuto, prima di scrivere, dà nel racconto napoletano “patetico”, “Il Conde”, il senso vero della amfia, del suo impatto, della sua forza dissolutrice – perché la mafia è dissolutrice, checché ne dicano i suoi tanti aedi millennial. Il cachet proprio della prepotenza mafiosa, dietro le sociologie da caserma, dell’omerta, il familismo, la vendetta, il giuramento, il “santino”: è la prepotenza.
Conrad non lo dice ma lo racconta. Un gentiluomo del Nord che per ragioni di salute e convenienza sverna a Napoi, felice nella sua modesta routine di uomo senza problemi, una persona pregevole e gradevole sotto tutti gli aspetti, ha una brutta avventura una sera, che passeggia sovrappensiero, acoltando la banda che suona nei giardini pubblici, alla Villa Nazionale. Viene derubato con  la minaccia di un coltello da un giovanotto azzimato, un viso sconosciuto che aveva notato al ristorante dell’albergo, e il sigarettaio gli ha sussurrato di passaggio essere un camorrista. Di fatto non viene derubato, poiché non ha soldi con sé, non ha gioielli addosso, a l’orologio porta di poco conto. Ma l’umiliazione lo sopraffà, l’aggressione senza risposta possibile. “Da quanto potei capire”, dice il narratore di Conrad, “era disgustato di se stesso. Non già del suo contegno. .. No, non era questo. Egli non provava vergogna. Era nauseato dall’idea di essere stato vittima di tanto disprezzo, più che del furto in se stesso. La sua tranquillità era stata empiamente profanata. La sua lieta, serena visione del mondo, che l’aveva accompagnato per tutta la vita, era stata sfigurata”.
Lo sconforto contagia pure il narratore: “In quell’oltraggio premeditato vi era una sfrenata insolenza che sgomentò me pure”. L’oltraggio premeditato. E la sfrenata insolenza.
 
Calabria
Partono dalla Turchia, curdi, iraniani, iracheni, afghani, e arrivano tra Roccella Jonica e Crotone, la vecchia rotta della magna Grecia, molti in barca a vela. La Magna Grecia, le migrazioni, furono disegnate dalle correnti, dai venti.
 
Satireggiando Salvini, Michele Serra scrive oggi sull’“Espresso”: “Ora la sua leadership viene messa in discussione perfino nelle sezioni leghiste dell’Aspromonte, fino a pchi mesi fa una sua roccaforte, ora devotissime a Zaia”. Che è vero, la roccaforte: il capo della Lega è senatore della Calabria – Zaia non si sa, per ora siamo al “chi è questo?”
 
I migranti arrivano dalla Turchia in Calabria, tra Roccella e Crotone, non in minor numero che a Lampedusa, non con più sicurezza - invece dei gommoni vecchie barche a vela – e non senza infezioni contagiose. Accolti in strutture piccole e  minime, ognuna delle quali con problemi di contagi indotti dagli arrivi. Con pochi rimedi, né per la prevenzione – nessuno va a trattare la questione in Turchia – né per l’accoglienza: la Calabria è come se non esistesse. Un mondo che non sa comunicare, e non sa contare, farsi valere.

“La cosa terribile della Calabria è l’invidia, è tremenda”, diceva un anno fa a Patrizia Capua , “le Repubblica” (16 giugno 2019), Eleonora Acton, la nobildonna di Cannavà, borgo di Rizziconi, nell’agro di Gioia Tauro, dove ha sede l’azienda agricola di famiglia, 300 ettari, che lei a lungo ha gestito, col marito Pierluigi Taccone. Zona di ‘ndrangheta, da cui si è dovuta salvare con un lungo soggiorno a Napoli,  e il marito ha faticato a fronteggiare. Ma l’invidia è più distruttiva.
 
La Regione Calabria, di centro-destra, appalta a Gabriele Muccino un documentario promozionale per il turismo al costo di 1,7 milioni – cifra paperoniana. Muccino si vuole di sinistra ma accetta volentieri. Bisogna punire la dabbenaggine?.
 
Reggio si scopre con sorpresa una delle città in cui si legge di più, si leggono libri. Scesa in un anno dal 51.mo posto, fra le città capoluogo, al 37mo.

Lombardo, Lombardi  è il cognome più ricorrente in Calabria dopo quelli greci, e Morabito, che è arabo.
 
S’intendono Platì, San Luca, paesi che non riescono a farsi un sindaco, di sequestri di persona e ogni altro traffico sporco, di ‘ndrangheta e di spaccio, come due centri chiusi, cupi, remoti. Invece guardano il mare da cui distano pochi minuti, e raggiungono agevolmente, San Luca in macchina una decina di minuti al più, a piedi un’ora e mezza, Plati il doppio, su tratturi e strade semplici e quasi in rettilineo, senza scoscendimenti, lungo i torrenti. Non è la geografia che fa le “razze”, i “caratteri originari” della Enciclopedia Einaudi.
 
Era “calasebrella” il terziglio, gioco di carte comune nelle osterie e ritrovi popolari in tutta Italia a fine Ottocento – variante del tresette a tre giocatori. Fucini la mette al centro della lite tra amici del racconto “La pipa di Batone” (“Veglie di Neri”).
 
Si organizza in Calabria un Cammino Basiliano, sulle orme del vecchio ordine monastico greco-otordosso rifugiatosi nella penisola nel VII secolo, per sfuggire all’iconoclastia di Bisanzio. Sulla traccia del Camino de Compostela (Santiago) e altri itinerari di escursone religiosi – la via Francigena, per esempio, che stenta a decollare da un cinquantennio ormai, la via dei pellegrini dal Centro Europa verso Roma. Con questa presentazione: “Il Cammino Basiliano – 1.040 km da Rocca Imperiale a Reggio Calabria , 77 tappe, 149 borghi – permetterà di conoscere monasteri, chiese e fortezze orientali, che evocano le atmosfere del Monte Athos, dell'Armenia, della Siria e della Turchia, e castelli, chiese e monasteri latini, al punto che al visitatore sembrerà di trovarsi in Germania, Framcia, Belgio, Spagna, o in Inghilterra”. Niente di meno.
 
Si scoprono ora ovunque “chiese” (rovine) bizantine. Dopo la scoperta, con trentanni di ritardo, malgrado le tante rappresentazioni che della cosa sono state fatte dove si decide, che ci sono fondi europei per le civiltà minori. Senza però progettare o comunque mettere in moto i fondi europei: si scoprono i tanti sant’Elia disseminati nella penisola col gusto dell’antichista. Una volta stabilito che il sito è bizantino, la soddisfazione è colma.
 
Quando in Grecia scoprirono, negli anni 1980, i fondi europei per il recupero culturale, i mille santi e chioschi bizantini abbandonati per il paese furono recuperati e rinnovati. In non più di cinque anni. C’è Grecia e Grecia? O l’eredita della Magna Grecia è infetta?
 
“Testa di calabrisi” ricorre ancora nei racconti di Camilleri, per esempio ne “La confessione”, anche se “Vigata” è agli antipodi (siciliani) dalla Calabria, per dire testardo, cocciuto.
 
Il “Tirreno cosentino”, bei paesi e belle spiagge, da Maratea a Diamante, il primo a dotarsi di infrastruttire moderne di accoglienza, fin dagli anni 1960, auspice il Gran Referente dell’area, Giacomo Mancini, alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, secondo case a gogò, festival estivi e invernali, non decolla. Tavole rotonde. Piani. Recriminazioni. Poi si scopre che un anno – cinque di fatto, un’estate dopo l’altra – è ostaggio di introvabili bidoni velenosi inabissati dalla ‘ndrangheta. Un anno soffre di cattivi odori. Un anno le acque in mare di colpo si sporcano. Un tesoro sterile, se non buttato via. Mentre si sa, ma non si dice, che un Comune trova più semplice scaricare i liquami a mare. E che la rete dei depuratori è “disomogenea” - un depuratore non può supplire all’altro, quando ha problemi tecnici o è in sovraccarico. Programmare è impossibile in Calabria, mettere d’accordo, anche solo due interlocutori?

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Appalti, fisco, abusi (186)

Nel “settembre nero” di Borsa, che si è mangiata una buona metà della ripresa estiva dei mercati azionari, il ribasso medio è un trend che attraversa un’altalena di rimbalzi. Per tutti i  titolo eccetto uno, Unicredit. Era a 8,31 a inizio mese, è a 6,74 (cioè a metà della quotazione ante coronavirus) , per sfilacciamento costante. I titoli bancari, come gli industriali, vanno anch’essi in altalena in Borsa, un giorno superrialzi, un giorno superribassi. Intesa, Bpm, Bper, Mediobanca scendono e salgono,  eccetto Unicredit. Anche se non è cambiato nulla – a parte il passaggio indolore del piano esuberi, che avrebbe dovuto favorire il titolo. I conti sono gli stessi, i piani pure, Unicredit deve passare di mano? Non è possibile, forse deve solo comprare il Monte dei Paschi fallimentare.
 
Da un anno ormai, abbondante, si dà in vigore il rebate fiscale sugli acquisti con carta di credito. Mentre invece non c’è niente, solo chiacchiere.
E perché non un rebate con i pagamenti bancomat – se la misura è di polizia, la tracciabilità, per chi compra e per chi vende? Lavoriamo per le banche, commercianti, acquirenti e fisco, uniti nella lotta?
 
Fuoco di sbarramento coordinato contro il presidente dell’Inps che osa aumentarsi lo stipendio da 62 mila euro, lordi, una sorta di soglia di povertà dirigenziale, lo stipendio di un dirigente di prima nomina, un terzo di quello dei suoi 40 (quaranta) direttori generali, a 150 mila. Uno scandalo? Un attacco all’Inps?
L’Inps è il maggior assicuratore italiano, di gran lunga – anche nel ramo vita. L’attacco viene dai giornali di Exor e di Mediobanca.
 
La richiesta periodica dei dati personali, ogni due anni, per dire che “io sono io”, in banca, all’assicurazione, con le carte di credito, “ai fini dell’antiriciclaggio” è una sciocchezza, e tutti lo sanno. È un sopruso, in quanto obbliga a perdere ore e giorni, oltre che attenzione, ora imponendo anche la pec, per dichiarazioni che nessuno utilizzerà mai – quando non uno spreco di carte, specie in banca, dove raccolgono queste assicurazioni in montagne che nessuno, anche volendolo, potrà consultare mai (anche perché non vengono archiviate). Senza contare che uno è sempre se stesso, finché vive.
Si impongono queste vessazioni, nel nome dell’antiriciclaggio antimafia per non fare i controlli veri?

Camilleri novelliere

L’innocenza vince nel primo racconto. Nelle forme estreme: la ragazza orfana e ingenua, il ragazzo che ha bisogno del “sostegno”. C’è chi scommette su di essa, e ne organizza lo sfruttamento, ma non c’è partita: i semplici vincono.
Alla Don Camillo e Peppone il secondo. Con un Camilleri che tradisce sbadato le professioni di fede politicamente corrette: l’“opposizione” trinariciuta non ci fa bella figura – invoca pratiche magiche, si affida al vescovo.
Camilleri prova, nella raccolta da cui i due racconti sono tratti, “Le vichinghe volanti e altre storie d’amore di Vigata”, tutte le corde della tradizione novellistica.
Vale quanto questo sito evidenziava all’uscita della raccolta nel 2015: “L’affabulazione viene meglio a Camilleri in dialetto, rispetto a quella su temi analoghi finora esercitata in lingua nei romanzetti di costume. Con un effetto doppio. Il rinvio indiretto, il dialetto risuonando come un arcaismo, al Tre-Quattrocento, quando la narrazione non aveva messo le mutande, e il toscano-volgare era ancora dialettale. E la costituzione, attorno all’aneddoto lubrico, di un piccolo mondo chiuso, di caratteri diversi e quindi interessanti benché di vite inutili”.
Andrea Camilleri, L’asta
I fantasmi
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