Cerca nel blog

sabato 5 ottobre 2019

Il mondo com'è (384)

astolfo


Cavallo Pazzo – Più grande da solo dei quattro presidenti del vicino Mount Rushmore, il monumento più grande del mondo è dedicato a Cavallo Pazzo. Molto più grande: i quattro faccioni di Mount Rushmore, messi l’uno sull’altro, raggiungerebbero la metà o poco più della faccia di Cavallo Pazzo.
In costruzione dal 1948, opera dello scultore polacco-americano Korczak Ziolokowski, poi di sua moglie Ruth. Che nel 1998 ha completato la parte frontale del viso. Da allora si considera il monumento finito: inaugurato da Clinton, meta di 4-5 milioni di visitatori ogni anno. Ma dopo 71 anni, il monumento è realizzato solo per un terzo. Il progetto lo vuole alto quattro volte la statua della Libertà. Seduto su un cavallo, il braccio sinistro sollevato a indicare qualcosa. Sui 200 metri, in ampiezza (esattamente 195) e in altezza (172).
Il monumento a Cavallo Pazzo è anche una sorta di proprietà privata: è gestito da una fondazione dei figli di Korczak e Ruth Ziolkowski. I “Sioux”, in realtà i Lakota, nella cui riserva il monumento è situato, non toccano un centesimo. Il governo federale ha provato un paio di volte a rilevare l’area e il monumento per finanziarne la costruzione, ma Ziolkowski prima e poi i suoi familiari hanno rifiutato l’offerta. I Lakota dal canto loro non riconoscono l’appropriazione del territorio,
Il progetto è nato su un’idea di un capo “Sioux” (Lakota), Luther Orso in Piedi, che nel 1939, poco prima di morire, ha o avrebbe scritto a Korczak Ziolkowski, che aveva lavorato per qualche tempo al Mount Rushmore, per protestare che un monumento analogo era necessario per i nativi. Orso in Piedi avrebbe saputo di Ziolkowski perché era stato premiato per la scultura all’esposizione mondiale di New York. Nel 1947 Ziolkowski si stabilì in Sud Dakota, nelle Black Hills non lontano dal Mount Rushmore, e cominciò a comprare terreni. Un anno dopo avviò la costruzione del monumento a Cavallo Pazzo, con una prima esplosione. Alla presenza, fa ricordare dai figli, degli ultimi reduci della battaglia di Little Bighorn, il torrente del Montana, dove Cavallo Pazzo, con i Lakota, i Cheyenne e gli Arapaho sconfisse il colonnello Custer e il Settimo Cavalleria.

Degenerescenza – Ritorna con l’“Alzheimer”, dopo un lungo periodo di disattenzione, se non per la forma dell’arteriosclerosi. Era tema di diffusa esplorazione al culmine dello scientismo, a metà Ottocento. E il problema forse più discusso. Effetto, come oggi, del progresso: le migliori condizioni di vita e di trattamento sociale accrescevano la moltitudine degli anziani. E con essi dei mutilati, di guerra o civili, e delle persone problematiche. Un trattato famoso del 1857, “Trattato delle degenerazioni fisiche, intellettuali e morali della specie umana”, di uno stimato scienziato, lo psichiatra Bénédict Morel, che officiava a La Salpétrière, la addebitava a una sorta di predisposizione alla nascita, rilevandola dall’infanzia – la “demenza precoce” – all’età adulta Ma la “degenerescenza”, come la chiamò, era parte dell’opinione intellettuale prevalente all’epoca, che la collocava nel darwinismo, come una sorta di “maturazione” fisica, individuale, ma applicabile anche alla società e alla storia. Analoga, anche se su presupposti diversi, all’ideologia odierna della crisi.

Media - “I costi di un’emittente televisiva a medio raggio, una volta che sia uscita vittoriosa dalla guerra della concessione delle frequenze, sono di gran lunga superiori a quelli di un quotidiano che ricopra la stessa porzione di territorio”, Andrea Camilleri, “Come la penso”, 294. Ciononostante, le tv prosperano, i quotidiani muoiono: la tv raccoglie – sa raccogliere – la pubblicità. Internet lo sa, e la raccoglie ancora meglio della tv, i cosiddetti Grandi Giganti della rete, subito prosperissimi e ricchissimi.
Camilleri intendeva provare, bizzarramente, che Berlusconi aveva speso un’enormità per diventare capo del governo. Mentre il contrario è vero: Berlusconi non ha speso un’enormità ma ha guadagnato un’enormità con la televisione, prima di diventare capo del governo. Mentre i quotidiani hanno cominciato ad andare in fallimento, sopravvivono a furia di tagli ai costi e di sovvenzioni. Perché ha inventato la pubblicità per tutti – “il mobiliere Aizzone” e la Brianza tutta di Telemilano.
I giornali sopravvivono soprattutto di tagli alle redazioni: al numero, all’anzianità, alle qualifiche e alle retribuzioni dei giornalisti. Pensano di sopravvivere come giornali senza giornalismo, come veicoli pubblicitari. Finora senza risultati, se non ulteriori tagli: la pubblicità ha bisogno di un veicolo di richiamo.

Normanni – Furono gli “agenti del papa” per la latinizzazione del Sud Italia nella vecchia polemica greco-ortodossa contro la chiesa “latina”, di Roma. L’accusa è riconosciuta ora fondata dallo stesso Vaticano, indirettamente, con la “restituzione” di chiese e complessi monastici, benché demaniali, a comunità greco ortodosse. Un fatto sporadico, ma solo perché non si trovano abbastanza greci (anche bulgari, russi, rumeni) greco-ortodossi disposti a trasferirsi in Italia. Significativo comunque nel fatto. Una decina di casi si registrano in Calabria, dopo quello del complesso di san Giovani Therestì a Bivongi. E un paio in Sicilia. Col coinvolgimento di non grandi comunità di monaci, in tutto meno di una cinquantina.
La discesa dei Normanni su commissione è comunque un fatto storico. In un primo tempo i papi del dopo Mille, quando la potenza bizantina si era fatta residuale, avevano puntato sui Longobardi. In funzione anti-bizantina e contro le incursioni arabe. Nel 1040 il discusso e discutibile papa Benedetto IX, Teofilatto dei conti Tuscolo, il casato orgoglio dei Trasteverini, che da alcuni decenni era solito “nominare” il papa  (il papa più giovane, di appena vent’anni, papa tre volte, la seconda dopo essere stato scacciato dal partito dei Romani avverso ai Trasteverini, la terza volta dopo essersi venduto la carica, a un suo amico, dannato dai successori e nella memoria storica come ladro e anche assassino) ne aveva dato investitura a Guaimario V e Gisulfo di Salerno. Nel 1051 ad Argiro, figlio di Melo da Bari – il duca longobardo di cultura greca che si ribellò ai bizantini, contro i quali, non trovando aiuto nell’imperatore in Germania assoldò, per primo in Italia, alcuni cavalieri normanni, capitanati da Gilbert Buatière, che però non gli evitarono la sconfitta.
Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, era già in Calabria, regione ortodossa al pari del Salento, nel 1057. Nell’agosto 1059, nel corso del sinodo di Melfi, ricevette dal papa Nicola II formale investitura per la conquista del Sud. Ma giù a giugno il Guiscardo si era impadronito di Reggio.
Nel 1054 la chiesa latina si era separata formalmente da quella ortodossa – il Grande Scisma, d’Oriente per i latini, d’Occidente per gli ortodossi – dopo alcuni secoli di dura controversia. A fine ano papa Leone IX scomunicò il patriarca Michele I Cerulario – che a sua volta scomunicò il papa. Ma già in precedenza, sul finire del X secolo, Roma si era sottomesse importanti diocesi del Nord della Calabria, Bisignano, Malvito e Cosenza, grazie ai legami che esse avevano con l’archidiocesi di Salerno, in terra longobarda.
La conquista normanna fu rapida. Tanto che i figli di Tancredi, Roberto e Ruggero, cominciarono a litigare per il bottino – già nell’assedio di Reggio. La questione ortodossa fu confidata a Ruggero, in quanto dominus del nuovo regno che andava a costituire dalla capitale Mileto – in attesa dello sbarco agognato in Sicilia, allora occupata prevalentemente dagli arabi. 
Gli accordi di Melfi avevano creato anche le condizioni giuridiche per l’assestamento dei Normanni nel Sud Italia, in Puglia, Calabria e, a Dio piacendo, in Sicilia. I Normanni si impegnavano a sostenere il papa in ogni circostanza, e a garantire la successione pontificia. 
Nominato a Melfi duca di Puglia, Calabria e Sicilia, Roberto il Guiscardo era a tutti gli effetti un vassallo del papa. Nel nome del quale Roberto e poi, con più intensità, Ruggero si adoperarono per imporre la chiesa latina. Con l’elargizione di benefici e feudi, la creazione di chiede e monasteri, la concessione di terre a comunità ecclesiali quali i cistercensi, favorendo il monachesimo benedettino contro quello basiliano, e la creazione di chiese, monasteri, culti, con reliquie e immagini miracolose, specie della Madonna sotto innumerevoli titoli. Con effetti rapidamente pregnanti sull’opinione popolare.
La “grecità” fu però persistente. Il rito latino fu a lungo celebrato in greco. Ci vollero tre-quattro secoli per sradicare la presenza ortodossa nel Salento, in Calabria e in Sicilia. La costituzione di un ceto sacerdotale latino prese tempo, e così pure la creazione di un episcopato.


astolfo@antiit.eu

Nostalgia di Roma


Gli ultimi scatti sono del 2012-2013, a 82-83 anni, sempre “narrativi” (suggestivi), benché di soggetti ordinari, una stazione, una strada, una giovane coppia. Roma è i primi quindici anni di vita di Berengo Gardin, che si dirà veneziano per scelta, ma di ascendenze materne anche svizzero, e di esperienza giramondo. E si vede: il suo rapporto con la città e i dintorni (Oriolo Romano, per esempio) è straordinario e insieme naturale. Il suo occhio cattura lo straordinario nell’ovvio: la fontana, i marmi, i religiosi, il lussureggiante e il misterioso di San Pietro, Cinecittà naturalmente.
Un monumento a Roma soprattutto del dopoguerra. In 75 scatti – di cui 25 qui esposti per la prima volta. Semplici, e quindi nuovi (più veritieri) benché di un’epoca molto scritta. Con i ricordi, a didascalia, di Roma nei primi anni 1940, da balilla e poi sotto i tedeschi.
Curioso l’effetto di una città ancora sei–sette anni fa totalmente diversa da come la si vede e si vive oggi: non muta e arcigna, col fondo di malizia ancora negli sguardi, di intesa. Il Casale scelto per la mostra concorre all’impressione: difficile da raggiungere ma sull’Appia Antica, pur sempre nel cuore di Roma, quale era, e non si può imbruttire.
Gianni Berengo Gardin, Roma, Casale di Santa Maria Nuova, Appia Antica

venerdì 4 ottobre 2019

Problemi di base stellari - 511

spock


“Arduo da vedere il Lato Oscuro è” – maestro Yoda?

La paura è la via per il Lato Oscuro – id.?

“La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza – id.?

“Guerra non fa nessuno grande”, id.?

“No, provare no. Fare o non fare, non esiste provare”, id.?

“Devi sentire la Forza intorno a te”, id.?

“La vostra arroganza vi acceca, maestro Yoda” – Palpatine (Darth Sidious-Lord Sidious)?


spock@antiit.eu

L’orgia del papa, mediatica

Un papa mediatico, che cerca e stimola la curiosità. Si penserebbe lontano dalla funzione, che vuole Auctoritas, autorevolezza, cioè saggezza e discerzione. Ma è come Bergoglio si vuole. Alla Trump, seppure non con i tweet. Con le conversazioni. Con i non credenti. Per le tv. Con le confidenze, ai giornalisti. A padre Spadaro. Difensivo ma solo all’apparenza: la funzione giudica dover salvare, come se fosse minacciata. Salvarla con mezzi criptici.
L’ultimo twwet è la minaccia. Di non si sa chi. I cardinali? L’A merica? Salvini? Per scatenare la ricerca dei complottatori. Che ha già indicato in America, tra gli yanqui. Ma forse tra i cardinali americani. Che non sono gente scelta, in buona parte da lui stesso, trai più saggi tra i cattolici? O forse no, non tra i cardinali, tra gli americani cattolici, tradizionalisti. Chissà.
Ci può essere confusione in ogni istituzione. Ma sollecitare il gossip non può essere la soluzione – si suole dire che lo scandalo è evangelico, ma lo scandalismo certamente no. Il papa è legibus solutus, non deve avere paura: dovrebbe dire lui come e dove cercare i colpevoli, se ci sono, non sollecitare  i media a cercarli: diventa un’orgia. Ci sono stati papi famosi per le orge. Ma da condannare.

Sherlock Holmes in Italia

Sei pastiches conandoyliani. Di Luca Martinelli, Giacomo Mezzabarba, Samuele Nava, Enrico Solito, specialista del genere, Elena Wesnaver, Alain Voudi. In décor rigidamente londinese – con una propaggine sul Lago Maggiore. Su soggetti canonici – veri e bizzarri. La signora Hudson, fedele custode della reliquia, rapita. La stessa ricattata, per un oscuro passato matrimoniale. Lady Freemont in fuga improvvisa, la moglie del famoso egittologo. I retroscena di un possibile femminicidio. La regina Margherita di Savoia scomparsa alla Villa Ducale d Stresa, dove alloggia mister “Albamont”, famoso investigatore londinese. Lady Edwina Cavendish vittima di troppi macabri scherzi.
Le imitazioni di Sherlock Holmes si sono moltiplicate a dismisura. Fino a non molti anni fa i fake si contavano, ed erano irrispettosi – anticanonici - per un verso o per l’altro, le inverosimiglianze, le droghe, l’ironia. Ora sono un genere a parte, nel genere giallo. I Gialli Mondadori ci hanno dedicato una collana apposita, questo è il numero 62. Questo, tutto italiano, è il primo anche tutto donne. 
Un prmo “Sherlock Holmes in Italia”, scritto da italiani, è già uscito a fine 206. Luigi Pachi, che cura la collana, ne promette molti altri. Tutti devoti, la celebrazione di un rito. Testi canonici, benché apocrifi.
La fantasia non difetta. A Sherlock Holmes, o è Watson, Martinelli fa citare Pascal. Ma il criterio canonico – il calco tal quale - mette in rilievo il punto debole di Conan Doyle, la verbosità. Specie dei romanzi, ma anche dei racconti: molti paragrafi inutili, che dovrebbero fare atmosfera, nelle imitazioni sono solo un rito stanco. 
Sherlock Holmes. Donne, intrighi e indagini, Il Giallo Mondadori Sherlock, pp. 236 € 5,90


giovedì 3 ottobre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (404)

Giuseppe Leuzzi


“Lo stesso italiano che una volta stentava a campare in Friuli e mandava la moglie a far la cameriera a Roma o altrove oggi disprezza la cameriera venuta dal Sud”, Camilleri, “Come la penso”, 208).. Anche in Veneto.

Laterza pubblica il carteggio di Vito Laterza con Corrado Alvaro. Con “lo scrittore calabrese” Corrado Alvaro, dice il curatore. Alvaro ricorre solo come “lo scrittore calabrese”. Lui che è il più cosmopolita del primo Novecento – e anche il meno locale, non una sola riga dialettale. Nemmeno una parola.

“Quelle poche volte che mi sono trovato fuori d’Italia mi sono trovato tra popoli perfetti, tra gente che, sapendomi italiano, non mi nascondeva la sua compassione per i miei difetti meridionali e mediterranei. Alla fine mi sono stancato”, Ennio Flaiano, “Il difetto maggiore degli italiani” (in “Opere. Scritti postumi”, p. 1333).

“Quando per la prima volta si recò a Littoria per la mietitura”, Mussolini “firmò il foglio paga”, annota Flaiano (“L’occhiale indiscreto”), e si avvide che quattro delle firme precedenti erano croci: “Storse la bocca e mormorò qualcosa”. Subito dopo “ordinava che si iniziassero i lavori per il campo sportivo”.
“Un’altra volta”, continua Flaiano, “di ritorno dalla Calabria, dopo aver viste le disagiate condizioni igieniche di quelle popolazioni, fondò l’Accademia d’Italia”.
Il Sud a qualcosa serve.

La mafia come immaginazione
La religione è alimento e veleno del Sud. È nota l’architettura religiosa di cui si ammantava Provenzano, il capo più duraturo di Cosa Nostra, nella corrispondenza e negli atti (omicidi, grassazioni, minacce). Una cappella privata piena di santi e madonne si era fatta in casa Pietro Aglieri mafioso e killer. Perfibo Riina teneva le immaginette in tasca. Si vuole religioso anche il “trito di affiliazione” di cui Gratteri e Nicaso infiorettano i loro bestseller.
Non è colpa della religione, né dei riti “pagani” cje i nuovi vescovi denunciano, le processioni e le statue. È segno dell’immaginazione dei mafiosi. Che difettano in tutto, tratto, prudenza, intelligenza, ma non di immaginazione: il mafioso si penaa santo, e re – legibus solutus.
Antimafia radicale sarebbe sgonfiare questa immaginazione, non alimentarla. Chi vive in aree di mafia sa che è così. L’antimafia invece si vuole prospera alimentandone l’immagine di potenza.  

Il concetto del dialetto
“Un grandissimo numero di parole di un dato dialetto sono su per giù – tolte le alterazioni fonetiche - quelle stesse della lingua, ma come concetti delle cose, non come particolare sentimento di esse” – Pirandello, “Prosa moderna”, 1898.
Camilleri lo spiega in “Cos’è un italiano?” (ora in “Come la penso”): “Semplificando, di una data cosa, la lingua ne esprime il concetto, mentre il dialetto ne esprime i sentimenti”. Ma forse vuole dire “i sentimenti e il concetto”. Nelle sue sfumature: un concetto che è più concetti sottili. Spesso senza bisogno di dire: il dialetto è anche sintetico e ellittico. Perché più significante, concettualmente.
Il dialetto è “il principale donatore di sangue” della lingua, dell’italiano – Camilleri, ib., p.245

Oicofobia, o odio-di-sé
I due ultimi papi europei, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, lo hanno rilevato dell’Europa: un rifiuto delle sue radici cristiane. Sancito anche istituzionalmente, nel progetto di Costituzione opera dei laici Giscard d’Estaing e Giuliano Amato che poi la Francia ha bocciato con referendum. E più in generale per le due guerra del Novecento, che hanno causato un senso di colpa. Quello che Scruton, il teorico dell’oicofobia, l’odio del luogo di origine, chiama “cultura del ripudio”.
Il ripudio è una forma di difesa in realtà, contorta. L’Europa si rifiuta dacché si sente in difficoltà, forse anzi incapace, nella globalizzazione, sovrastata dal dumping  dell’Asia, della Cina, dell’India, e dalla forza anglosassone del denaro. Immagina di doversi scrollare di dosso tutto ciò che è europeo e indossare una pelle nuova. Senza senso.
La componente più forte della oicofobia, dell’odio-di-sé, è però il senso di colpa, interiorizzato. Di debolezza o incapacità, che porta all’inazione e alla smobilitazione.
Questo si tocca con mano  nelle realtà meridionali, ambivalenti. Tra grande creatività e grande criminalità, in Siclia o a Napoli, e abbandno delle tradizioni, in Calabria, in Sardegna, per mettersi al passo dela modernizzazione, cioè del emrcato, di ciò che si impone come necessario. Un processo non moltiplicatore ma deleterio della ricchezza.

Calabria
Ferdinandea, un piccolo centro di minatori a sud del monte Pecoraro nelle Serre, tra i comuni di S tilo, Pazzano e Bivongi, ospitò a Ferragosto del 1883 Matilde Serao, su invito di Achille Fazzari. S erao ne scrisse sul “Corriere di Roma”: “Si entra ora nella foresta dei faggi, fresca, profonda, verde foresta. La luce vi è mite, delicatissima. In fondo al burrone canta il torrente”. E dopo essere saliti, “fra la boscaglia fitta per un’ampia via”, ecco Ferdinandea: “Volete voi leggere? Ferdinanea ha una bellissima biblioteca.b Suonare il pianoforte, suonare la chitarra, giocare a bocce, giocare agli scacchi, a dòmino?” Ferdinandea provvede a tutto. “Fare gite a piedi? Ecco la foresta. Uscire un carrozzino, guidando, uscire in berak, uscire a cavallo, cavalcare l’asino, andare in carro trascinato dai buoi?”, etc. Oggi è il deserto.

Reggio Calabria è una dele città meno produttive, e quella che fa pagare più tasse, fra Stato, Regione e Comune, a chi lavora: esattamente il 69,8 per cento. Si lavora per il fisco a Reggio Calabria fino all’11 settembre, calcola la Cna, la Confederazione dell’artigianato. A Bolzano, all’opposto, dove non si vive  peggio che a Reggio Calabria, basta il 53 per cento – e in tutto il Nord-Est.

Duisburg, dove la Calabria si è resa famigerata nel mondo, ha 50 moschee. Cinquanta, per 500 mila abitanti. Una città islamica in Germania.

Multata l’ambulanza che portava in ospedale un incidentato soccorso. I vigili di Grotteria a mare hanno accertato il superamento di 3 km\h del limite consentito. In Calabria l’osservanza della legge è rigida.

A D., comune commissariato per mafia, uno dei tanti, il commissario capo si segnala dopo nove mesi di amministrazione per una sfuriata ai vigili che non provvedono a far rimuove (come?) o a multare le macchine in sosta davanti alla pasticceria. In sosta a spina invece che in parallelo, come indica la striscia bianca. La legge è legge.

Uscendo dalla Salerno-Reggio Calabria a Bisignano o a Gioia Tauro si aveva netta la sensazione di un passaggio nel peggio, per le strade rattoppate male, quasi ad aggravare le buche invece che a colmarle. Ora non più, venendo da Roma: si va per le ex statali in Calabria come per le vie romane.  Una sorta di uguaglianza al ribasso. Che non sia questa la soluzione? Quando Milano dichiarerà falilimento, l’Italia sarà allora unita?

Mileto non si celebra sulla Salerno-Reggio con i Normani, che se ne fecero capitale per un secolo, guardando l’agognata Sicilia, e molto vi hanno lasciato (che non si recupera, se non per il poco che riesce a fare il vescovo), ma per una Madonna – “Santuaio della Cattolica“, dice il cartellone pubblicitario. Una delle tante che nella chiesa ex ortodossa abbondano.

Terra di monaci e eremiti? Non si direbbe. Però.
Due monaci calabresi inventarono la Georgia – cioè le diedero il nome. 
Due monaci calabresi inventarono i Cappuccini.
Orval, l’abbazia benedettina nella foresta delle Ardenne in Belgio, è stata fondata da monaci calabresi (Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, 132).

Ma, soprattutto, la birra “sbarca in Europa attraverso la Calabria, grazie ai monaci copti d’Egitto, risale la Penisola dall’abbazia di san Francesco da Paola che ne aveva codificato la ricetta, segue la dorsale appenninica, inonda la Padania lasciando tracce di schiuma sui baffoni dei Longobardi, per poi valicare le Alpi e dissetare le masse carolingie a est e a ovest del Reno, diventare Oktoberfest tra i tedecshi…” – Paolo Rumiz. “Il filo infinito”, 67.

Criticando il film “Uomo all’angolo della casa rosa”, tratto dal suo racconto, perché sposta l’azione e la scena dal 1890 al 1910, e il quartiere Maldonado popola ancora di gauchos, Borges aggiunge: “Cosa falsa nel 1910; nel quartiere Maldonado c’era infatti molta delinquenza calabrese”.

Per girare le scene di mare, tra spiagge dorate e scogli a picco, il regista di “Duisburg, linea di sangue”, un noir sulla strage di Duisburg, a opera di gente di San Luca in Calabria, Enzo Monteleone deve fare capo a Peschici, nel Gargano.

La Calabria, 404 Comuni per due milioni di abitanti, ha il record dei Comuni in dissesto, in rapporto al numero dei Comni, qussi il trenta per cento,  e in assoluto riapetto a ogni atra Regione, 124 – compresi Cosenza, Reggio Calabria, e Vibo Valentia.
La seconda Regione più dissestata, la Sicilia, ne ha 29, su 390, per una popolazione di cinque milioni. Come poi la Campania, 28 – e dietro le tre niente, solo poche unità per Regione.
La Calabria si distingue per l’incapacità totale della politica, non ne ha nemmeno la concezione.  


leuzzi@antiit.eu

Flaiano malinconico, solitario y final

“Su nessuna città come su Roma si esercita l’ingegno e la costanza degli inetti”. “La comune degli uomini identifica classicità con serietà e si comporta con essa come con la r eligione”. Gli attacchi flaianei non difettano. “Alcuni anni fa circolava una curiosa facezia”, è annotazione dell’1 settembre 1944, “cioè che le iscrizioni all’antifascismo erano chiuse”. Ma la raccolta è più piana che umorale. Lepidezze. “Uno dei caratteri dell’italiano è la facilità con cui prende le sue risoluzioni”, Qualche verità scomoda. “Non ho mai avuto simpatia per i settimanali umoristici”, corrivi al potere.  Anche fulminante: “Nel 1922 entrò a Roma a testa nuda”, Mussolini, “non sapeva ancora che piega avrebbero preso gli avvenimenti” – “pochi giorni dopo indossava la prima tuba della sua vita”, e la borghesia si rassicurò: la diagnosi del fascismo è, breve, molto approfondita. Anche del dopo: “Ho notato, a proposito di intolleranza, che in Italia non esistono avversari ma solo «cretini” – oggi sarebbero “fascisti”. Curiose note del 1941-42, su “Documenti”, danno un’informazione di prima mano di ciò che si scriveva nei giornali in America e in Inghilterra, come se non si fosse in guerra.
Flaiano è scrittore apparentemente semplice. E invece “di inifiniti pentimenti e ripensamenti, pur nello stile così tagliente, spontaneo e beffardo” è nel ritratto di Spadolini su “La Stampa”del 26 agosto 1986, “Il tunnel di Flaiano”. Uno scrittore. In attesa di riconoscimento.
La raccolta è di articoli e note del lascito. Di varia fonte, da “Risorgimenti liberale”, 1944-45, , a “L’Espresso”, anni 1970, e anche di annotazioni inedite. “Occhiale indiscreto” è una sua rubrica del 1945, su “Il Secolo XIX”. Materiali già ripescati e ordinati nei Classici Bompiani, “Opere. Scritti postumi”, a cura di Maria Corti e Anna Longoni. Adelphi tenta di riordinare il lascito, voluminoso e trattato casualmente dai suoi editori dopo la morte, Rizzoli e Bompiani - “senza un piano organico”, lamentava Spadolini, “con titoli di accatto (non suoi: talvolta fuorvianti), con allargamenti o integrazioni a ventaglio, rasentanti l’arbitrio”.
Qui sono raccolti trent’anni di articoli e note sparse, dal 1941 al 1972. Non tutto quello che Flaiano andava scrivendo, ma buona parte di quello che non raccolse in volume –meno anche della sezione dallo stesso titolo organizzata da Corti e Longoni, dove “L’Occhiale indiscreto” parte dal 1935, con scritti di architettura, e recensioni. Prose più malinconiche che giocose. “Aspettavamo la fine dell’arte, è venuta la fine della moda” è del 1971 - “Il tempo dietro il tempo”. Molti anche i “platonici”, le argomentazioni in forma di dialogo. 

Ennio Flaiano, L’occhiale indiscreto, Adelphi, pp. 278 € 15


mercoledì 2 ottobre 2019

Con Skomina non c'è partita - l'asse Slovenia-Spagna

Con l’arbitro sloveno non c’era trippa per l’Inter col Barcellona. Si sapeva ed è avvenuto. Il Barcellona, fermo a un punto come l’Inter, aveva bisogno di vincere, e Čeferin, il presidente sloveno della Uefa, ci ha mandato il suo arbitro – che ha consacrato con la finale di Champions 2018-2019. Come fa un arbitro a un passo da un calciatore catalano che tira giù con mani e braccia uno dell’Inter a non vedere il fallo? Impossibile non è. In Slovenia. Sull’asse Slovenia-Spagna.
Čeferin è il dominus. Il designatore Rosetti, come il predecessore Collina, non contano, o contano perché dicono di sì. E con Čeferin le squadre spagnole debbono strafare per perdere. 
Con Skomina il Barcellona ha perso una volta, ma lui aveva fatto di tutto per rimediare. Skomina è l’arbitro che fece perdere la Roma l’anno scorso, con scandalo, perché il Madrid non voleva la Roma in semifinale, preferiva il Liverpool. 
Altro arbitro di supporto a Čeferin è il turco Çakir, che ha arbitrato l’anno scorso due eliminatorie di fila della stessa squadra, il Real Madrid - per il quarto di finale con la Juventus e per la semifinale col Bayern. Inverosimile, non fosse successo. Non solo Çakir: quattro partite di fila il Real Madrid ha disputato nell’ultima Champions con arbitri a favore, supplenti un olandese e un inglese. Non per sviste o errori di valutazione, con determinazione.
Oltre la Roma, c’è passata anche la Juventus. Un  anno fa “Der Spiegel” rivelava con i Football Leaks, i segreti del mondo dello sport, non smentiti nella fattispecie dalla Uefa, che il madridista Ramos, palesemente alterato a fine partita, la finale di Champions Juventus-Real Madrid del 2017, a Cardiff, protagonista di una simulazione colossale che giustificò la pronta espulsione del juventino Cuadrado da parte dell’arbitro tedesco Felix Brych, era drogato. La cosa è stata accertata, ma l’Uefa ha ritenuto di non intervenire. Né contro il calciatore né contro il club, e tanto meno sull’esito del match. La droga era stata somministrata al nervosissimo Ramos per errore dal medico che ne curava un’infezione.
L’espulsione di Cuadrado a Cardiff non fu un errore. L’arbitro Brych vide benissimo la simulazione. Ma, arbitro tedesco di mezza classifica, era stato sbalzato da Collina e Čeferin ad arbitrare la finale: si pagano servitù per questo.
Perché tutto questo? Perché l’avvocato, non di fama, Ceferin presiede l’Uefa per conto di Florentino Perez, il potente patron del Real Madrid. Ora Ceferin è sponsorizzato da Andrea Agnelli, il presidente della Juventus, ora che Perez non se la passa molto bene. Ma la Spagna è il paese dei castelli – si spera solo metaforici, perché Florentino Perez è un immobiliarista di abbondanti risorse.

Letture - 398

letterautore


Compleanno – “Una festa che è sempre un po’ triste”, Federico De Roberto, “La morte dell’amore”, 83.

Dialetto – Preserva la lingua dalla globalizzazione – Camilleri, “Cos’è un italiano?” (in “Come la Penso”): “Le radici dialettali. Sono esse in definitiva che ancora oggi impediscono alla lingua italiana di diventare definitivamente una colonia dell’inglese”.

Flaubert – Una didascalia avventata del “Trovaroma” di “la Repubblica” lo fa poeta: “In una famosa lettera indirizzata ala poetessa Louise Colet del 3 ottobre 1846, il poeta francese Gustave Flaubert…”. Il curioso è che non fu poeta, nemmeno di un verso: si è pubblicato tutto quello che scrisse da ragazzo, ma sono solo prose.
Come Balzac – che però cominciò a scrivere tardi. I soli romanzieri di cui non si ha un solo verso. Con Dostoevskij. Walter Scott debuttò da poeta, Dickens scrisse poesie per tutta la vita. Perfino Zola ne scrisse, una anche “All’imperatrice Eugenia – Reggente”, la vedova dell’infausto Napoleone III, a capo in esilio del partito bonapartista.
Neanche Tolstòj ne scrisse. Ma è autore di un aforisma molto citato: “Il misticismo senza poesia è superstizione, e la poesia senza misticismo è prosa”.

Groenlandia – L’isola che Trump vorrebbe comprare atterriva l’Ottocento. Michelet lo spiega in dettaglio ne “Il mare”, al § “L’arpione”: “«Il marinaio che arriva in vista della Groenlandia non ha (dice ingenuamente John Ross) nessun piacere a vedere queste terra». Lo credo bene”, può aggiungere Michelet di suo, pur non essendoci mai stato: “È anzitutto una costa di ferro, di aspetto impietoso, in cui il nero granito scosceso non trattiene nemmeno la neve. Dappertutto altrove ghiacci. Nessuna vegetazione. Questa terra desolata, che ci nasconde il polo, sembra un terra di morte e di fame”, etc., per una  quindicina di pagine.

Italiano – La lingua è femminile per Michelet, che ne era entusiasta. Ne “Il mare” ha un cap. che intitola “Vita nuova delle nazioni”, in cui celebra l’Italia, ripetendo l’elogio della lingua in questi termini: “Lingua affascinante di donne e di bambini, così tenera, e tuttavia brillante, graziosa nello stesso dolore. È una pioggia di lacrime e di fiori”

Il tipo ha 25 pagine di vizi per Camilleri, “Cos’è un italiano?” (ora in “Come la penso”) - che, naturalmente, non è “italiano”. Opera di Berlusconi, “sotto il mantello protettore di Craxi”.

Letteratura – Nel senso di scrivere, di opera di bella scrittura, è parola di fine Settecento, nel Battaglia e nel Petit Robert..

Michelet – Un italianista, entusiasta. Viaggiatore spesso in Italia. Studioso del Rinascimento. Per due volte provò anche a stabilirsi in Italia. Nel 1853-54 a Nervi, sull’Aurelia, “a due assi al mare” - dove fece varie cure termali, soprattutto colpito da quelle dei fanghi di Acqui. Nel 1870-71 a Firenze. Nel dicembre 1860 interrompe la rifinitura de “Il mare”, cui aveva lavorato per un  anno, per inserire un capitolo in lode dell’Italia, appena ricomposta a unità,“Vita nuova des nations”: “La risuscitata, l’Italia, la nostra gloriosa madre di tutti”, “Un paese da cui ci arrivano spesso grandi notizie: nel 1300, quella di D ante; nel 1500, quella di Amerigo; nel 1600, Galileo”, “Piccola solo in apparenza! Ma immensa per i risultati!”. Eccetera. Soprattutto è colpito dalla capacità di mostrarsi commossi, in pubblico: “È una cosa tutta italiana. Altrove ci si guarderebbe bene dal mostrarsi deboli e teneri; si temerebbe il ridicolo”.

Pirandello – Alle stroncature, del narratore e anche del commediografo, esumate da Ferdinando Taviani nel Meridiano dei “Saggi”, Croce, Renato Serra, Contini, Garboli, Elsa Morante, Camilleri aggiunge, nel discorso di accettazione della laurea ad honorem dell’università di Chieti (ora in “Come la penso”, 185 segg.) Sergio Solmi e, a lungo, Gramsci.
Croce cita nell’ennesima stroncatura, 1935, “il famoso industriale americano Henry Ford”, che invece di Pirandello si volle fare impresario: “Io non sono competente in fatto di letteratura, però sono dell’opinione  che con lui si possa fare un affare eccellente, ragione per cui è in me radicato il proposito di finanziare una sua tournée in America. Voglio dimostrare che con lui si possono guadagnare milioni”.
In quel 1935 Pirandello, un anno dopo il Nobel, sbarcava a New York in realtà senza Ford, con progetti di cinema, anche per l’interesse di Marlene Dietrich a portare sullo schermo “Trovarsi”, il dramma scritto per Marta Abba. Ford aveva sponsorizzato la tournée americana di Pirandello nel 1923. Su iniziativa di G.B.Shaw, che aveva visto a Londra i “Sei personaggi in cerca d’autore”, e aveva provato di sua iniziativa a cercare un impresario americano. Sbarcando a dicembre 1923 a New York, Pirandello si era ritrovato felicemente popolare: “Allo scalo ho trovato una rappresentanza della Società Italo-Americana, di cui sono ospite”, scrisse a Marta Abba (così scrive Camilleri, in realtà la lettera non è a M.Abba, che Pirandello conoscerà due anni dopo) n.d.r.), “e all’uscita una folla infinita, di migliaia e migliaia di persone, che mi hanno accolto come un sovrano con grida di evviva e applausi strepitosi”.

Pizzuto – Ha fermato il tempo. Nessuno più lo ricorda, l’autore di “Signorima Rosina” e altri testi che furono la sola “produzione” delle avanguardie italiane negli ani 1960, l’ultima decade delle avanguardie. Ma in “Signorina Rosina”, che è del 1956, rilanciato tre anni dopo dall’editore Lerici, arguisce Camilleri in “Come la penso”, 265-6, “il tempo lo annulla”. È il suo segreto in effetti: “Se un lettore, terminata la lettura di «Signorina Rosina», si domandasse quale sia l’arco temporale nel quale si svolge la vicenda, se pochi anni, una decina d’anni, oppure una vita intera, non saprebbe darsi assolutamente una risposta, perché Pizzuto già da questo suo primo libro, abolisce completamente la categoria del tempo. Di conseguenza il procedimento narrativo di Pizzuto è rigorosamente non-lineare, si dipana per azioni contigue, parallele”. È anche piatto, oltre che disorientante
L’abolizione del tempo moltiplica e dà rilievo al “gratuito”, dice ancora Camilleri, con Giuliano Gramigna. Ma nell’insignificanza..

Stile - Se il linguaggio è “al di qua della letteratura”, è dato, “lo stile è quasi al di là”. R. Barthes, “Il grado zero della scrittura”, § “Che cos’è la scrittura”, ne fa il panegirico – il primo dopo Boileau: .“Delle immagini, un flusso, un lessico nascono dal corpo e dal passato dello scrittore e divengono a poco a poco gli automatismi stessi della sua arte”. Sembra ricamato su Céline, il massimo avocatore dello “stile”. Che avrebbe sicuramente insolentito Barthes, ne avesse avuto conoscenza (è il 1953, ma Céline leggeva ancora?). E continua con molte specifiche – tutte céliniane: “Così, sotto il nome di stile si forma un linguaggio autarchico che non si radica che nella mitologia personale e segreta dell’autore, in questa ipofisica della parole (saussuriana, n.d.r), in cui si forma la prima coppia delle parole e delle cose, in cui si installano una volta per tutte i grandi tempi verbali della sua esistenza. Quale che sia la sua raffinatezza, lo stile ha sempre qualche cosa di brutale…”.
Il seguito non è meno allettante: “È una forma senza destinazione, è il prodotto di una spinta, non di un intenzione, è come un dimensione verticale e solitaria del pensiero. I suoi riferimenti sono al livello di una biologia e di un Passato, non di una Storia: è la «cosa» dello scrittore, il suo splendore e la sua prigione, la sua solitudine”.
Molte altre raffinatezze Barthes rileva. Concludendo: “Il tipo dello scrittore senza stile è Gide”, che “sfrutta il piacere moderno di un certo ethos classico proprio come Saint-Saëns ha rifatto Bach o Poulenc Schubert”.

Umorismo – Com’è triste Livorno, che pure è città umorale, nel week-end dell’umorismo – del festival “Il senso del ridicolo”. Che pure è alla quarta o quinta edizione. Con letture e conferenze sul comico, al cinema, tra gli scrittori, anche nella moda, e nel design.

letterautore@antiit.eu

Il crimine muove la ricchezza - e la società

È un’esagerazione, che Marx svolge come paradosso, in una annotazione che non pubblica, degli anni 1860-62. Poi aggiunta da Engels, nel lavoro febbrile per completare il “Capitale” sugli scritti lasciati da Marx, in nota alla “Teoria del plusvalore”, il cosiddetto quarto volume del “Capitale” (o forse fu aggiunta da Kaustky: fu il socialdemocratico tedesco a occuparsi della pubblicazione della “Teoria del plusvalore”, dopo la morte di Engels nel 1895).
Una riscoperta del Sessantotto: la riscoperta di Marx in Bernard de Mandeville, bello spirito olandese, “La favola delle api”, con l’idea sacrilega delle società che progrediscono per i vizi e non per le virtù. Dell’economia che accumula e cresce per la spesa, anche suntuaria, invece che per il risparmio. E perché non per il crimine, Marx aggiunge nello stesso spirito paradossale annotando Mandeville. Tesi peraltro non provocatoria: Bertrand Russell la troverà scandalizzato all’opera nel miracolo economico ch ha fatto grande l’America nel secondo Ottocento, a opera dei robebr barrons – che non rifuggivano dalla violenza contro le persone, sia pure solitamente come bastonature.
Camilleri sbaglia nell’introduzione a dire di recensione di Marx che è di “singolare, inattesa, ironia”. Perché Marx vive e scrive l’ironia, nelle lettere, nei tanti articoli “alimentari”, nei discorsi e nei manifesti politici, a partire dal “Manifesto” più celebre, e anche nei trattati.
Karl Marx e Andrea Camilleri, Elogio del crimine, Nottetempo, pp. 24 € 3

martedì 1 ottobre 2019

Ecofavole dell’ecobusiness


La promozione dell’entusiasmo è magistrale, ma la narrazione è deviata.
Si sbandierano calcoli del genere: “Metà della plastica esistente oggi è stata prodotta negli ultimi quindici anni”.  O: “Nel 1950 la produzione di plastica era di 2,3 milioni di tonnellate, nel 2015 di 448 milioni. Si prevede che raddoppi entro il 2050”. Ma non si dice che non si beve acqua se non “minerale”, soprattutto al ristorante: non ce n’è altra. Trent’anni fa si beveva acqua corrente. Si beve anche sule Alpi, sull’Appennino tosco-emiliano, su mondi della Laga, acqua in bottiglia, di plastica. Molte famiglie sono passate all’acqua da bere “minerale”, cioè nella plastica. Né si può compare niente al banco alimentari del supermercato se non avvolto in triplice involucro di plastica.  Spesso servito con guanti indossati ad hoc. 
Viviamo compiaciuti, tra modelli superpromozioanti, all’epoca dei Suv. Macchine inutili, che ingombrano tre e quattro volte la dimensione utile, consumano il doppio, producono emissioni e polveri come un autobus. Per portare il bambino a scuola la mattina.
Il Suv è al centro dele strategie di fabbricazione – l’Alfa Romeo è in crisi perché non ha ancora un Suv.
Ma tutte le macchine sono cresciute di peso e dimensioni, a nessun effetto – la sicurezza, si dice, ma gli incidenti non sono meno onerosi: basta paragonare la vecchia Cinquecento alla nuova. Con doppio-triplo ingombro su strada, doppie-triple emissioni nocive, doppio-triplo consumo di materiali, gomme, plastiche, metalli, vernici.
Quanta acqua si spreca per pulire i rifiuti da raccolta diversificata, plastiche, vetri?
Quanta CO2 inutile non si butta nell’atmosfera – se è sua la colpa dell’effetto serra – per avere il termosifone a 130 gradi, il condizionatore in ogni stanza, la lavapanni e la lavastoviglie sempre in funzione? Vent’anni fa non c’erano i condizionatori, e non si moriva di calore. Neanche quindici anni
Le risorse fossili sono in esaurimento ma per effetto della globalizzazione. L’urbanizzazione accelerata della Cina per effetto dalla globalizzazione – manodopera in città – ha consumato più sabbia per l’edilizia di quanta ne abbiano consumato gli Stati Uniti dalla fondazione due secoli e mezzo fa.
Flygskam e tagskryt, vergogna di volare e vantarsi di andare in treno, sono due hashtag in voga in Svezia per per dirsi impegnagti nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Come se il treno non viaggiasse con l’elettricità, che una centrale termica deve produrre. E non producesse con al frizione nuvole di particolato e altre emissioni nocive, metalliche. Mentre della Co2 in fondo viviamo.
“Io compenso sempre le mie emissioni di andride carbonica” è la nuova frontiera delle ecofavole. Anche se immobili non possiamo stare. Far scorrere l’acqua dal rubinetto produce CO2, anche mandare un sms. Alimentarsi ne produce molto di più: due chili per un bicchiere di vino, tre per una bistecca. Andare in macchina – o in treno – ne produce ovviamente molto di più.
L’ecofriendly preferisce la doccia al bagno, per ridurre l’emissione, non copre i termosifoni, usa un solo condizionatore per la tutta la casa, sbrina speso il freezer…. E pianta alberi. Questo è già un business, fiorente: ci sono onlus specializzate nel piantare alberi per noi, in Italia e all’estero, per un fee, mdesto naturalmente. Phoresta Onlus offre anche “servizi ecosistemici” – “Paghiamo, per esempio, per rimandatre il taglio di un bosco da legna di dieci anni”, spiega il titolare a Candida Morvillo sul “Corriere della sera”.

Ombre - 481

“Barr in Italia: «aiutateci sul Russiagate»”: sei righe del “Corriere della sera” per dire che il ministro della Giustizia di Trump si è scomodato fino a Roma per indagare sull’origine del Russiagate. Anzi su ruolo che vi avrebbero avuto l’Fbi e\o la Cia, secondo la “Washington Post” e il “New York Times”, che invece ne parlano diffusamente.
Che la presidenza americana, quale che sia, dubiti dei suo servizi segreti, che poi sono “i nostri”, non è una notizia.

L’ipotesi è che la Cia abbia creato il Russiagate, col “documento” di una ex spia inglese, e ora lo scandalo ucraino, con un suggeritore occulto, per coprire il suo mismanagement delle presidenziali 2016. Quando Hillary Clinton era sicura vincitrice, e la Cia preparava le carte per “azzopparla”. Una ipotesi non da poco, la Cia che “controlla” il suo governo.
Il dossier Russiagate sarebbe stato acquistato in fretta e furia per “azzoppare” Trump. Che però vede il bluff: sono quasi tre anni che sfida la Cia.

“La Repubblica” invece dedica alla visita straordinaria, del tutto irrituale, del ministro americano un articolo. Ma per dire che Trump e i suoi “fanno pressioni”. Le hanno fatte anche in Australia, spiega prolissa. Dell’Italia invece nulla.
Il governo italiano non si fa condizionare? Sarebbe opportuno spiegarlo – ottimo giornalismo sarebbe.

Che il ministro di Trump sia stato in Italia “più volte”, come dice la “Washington Post”, neanche questo è tema di giornalismo. Neanche che si possa dubitare delle politiche di Fbi e Cia – tema che pure si presterebbe a molto giornalismo investigativo.
Basta che parli male di Trump, l’informazione si ritiene salva in Italia.

Il film tv “Imma Tatarianni”, con  profusione d’immagini e personaggi, in una Basilicata da sogno, fa il 20 per cento di share, con 4 milioni o poco più di spettatori.  La sera successiva il “Montalbano” d’annata, 2008, rivisto già n volte, 4,6 milioni. Tutto sa di rancido in Italia: il pubblico, le abitudini, i prodotti, la tv.

“Berlusconi: i fascisti e la Lega senza di noi non sanno vincere”. Ed è vero. È anche la ragione per cui passerà agli annali: aver addomesticato i fascisti, veri, nel 1992, e la Lega secessionista - l’operazione per cui è famoso Giolitti, rifatta un secolo dopo, sul versante politico opposto.
È vero pure che fascisti e leghisti senza di lui non contavano, e anzi  perdevano. Bossi, che lo sfidò per conto di Scalfaro, rischiò di scomparire dal Parlamento.

“Anche le migrazioni non sono estranee al riscaldamento globale, che sempre più condizionerà la nostra realtà” - Amitav Ghosh. Cioè?
Non è vero, ma se fosse vero?

Che di meglio per Putin dell’impeachment di Trump, se si farà? In Ucraina, e non solo.
La Cia non cessa di fare danni agli Stati Uniti. Volendo razionalizzare, è la quinta colonna russa. Il vero Russiagate.
Il nuovo presidente ucraino l’ha capito, che già si è messo in sintonia col Cremlino.

“Migliora il gradimento del nuovo governo”, recita in grosso il sondaggista Pagnoncelli sul “Corriere della sera”. Poi snocciola: Dem in calo al 19,5 per cento, M5S giù di oltre tre punti (20,8), governo in calo di 5 punti rispetto alla rilevazione precedente.
,
“Fui l’unico assunto al Tg 1 con il via libera di Rumor e della sinistra Dc”, si vanta con Lorenzetto l’ex dg Rai Alfredo Meocci. Il più grande titolo di merito.

“Sono un pontefice assediato, pregate per me”, confida il papa Francesco ai suoi gesuiti, che lo confidano al mondo. Da chi? Dal diavolo? Dai cardinali?
E chi è il diavolo, la cattiva coscienza? Un papa si penserebbe tranquillo, deve trasmettere forza, è una guida e un pastore. Il papa argentino si diverte, ma i suoi fedeli?

Lo scrittore calabrese e l’editore pugliese – effetto Lega

La storia di una storia che non fu: poche e brevi lettere, con lunghe didascalie del curatore. Un omaggio più che altro a Corrado Alvaro, mai abbastanza considerate, troppo presto dimenticato.
Laterza voleva rinovare la casa editrice, affrancandola dall’eredità di Croce, e si rivolge aa Alvaro come mediatore culturale col mondo liberal-radicale, della rivista “Il Mondo”. Sia come autore: le proposte di Laterza furono tre o quattro, ma impraticabili, Alvaro essendo legato per contratto a Bompiani. Sia come curatore di nuove collane, procacciatore di nuovi collaboratori alla casa editrice.
La pubblicazione non aggiunte molto, né alla storia della casa editrice né a quella di Alvaro. Laterza si rivolge ad Alvaro dopo il rifiuto di Carlo Levi. Alvaro ci teneva a raccogliere gli scritti sul Sud, pubblicati sul “Correre della sera” e, più numerosi, su “La Stampa”, ma lo farà con Bompiani, “Un treno del Sud”. Ma è rinfrescante leggere – supportati dai chiarimenti estesi del curatore in nota - in che termini un editore pensava alla sua casa editrice. Gli anni 1950 sono lontani, ma non poi tanto.
Un curioso segno dei tempi è peraltro introdotto dallo stesso curatore. Nisini dice di Alvaro “scrittore calabrese”, di Scotellaro “scrittore lucano”, di Croce “filosofo abruzzese” – manca di Laterza l’editore pugliese o barese, ma l’effetto Lega è imponente. Ora la Lega si nega, ma parliamo e professiamo il suo linguaggio.
Giorgio Nisini (a cura di), Corrado Avaro e Vito Laterza, carteggio 1952-56, Laterza, pp. XXVIII-76 € 14

lunedì 30 settembre 2019

Secondi pensieri - 396

zeulig


Aneddoto – Ritorna prevalente e anzi privilegiato a scapito, come già nel secondo Ottocento, della filosofia – quando la riflessione non ha buon corso. In questo primo Millennio perfino nelle forme piatte dell’autofiction o selfie, dell’aneddoto impalpabile. Il qui e subito, il circoscritto, il piccolo e breve: il pensiero si vuole narrativo – e di non grande respiro, senza presumere troppo.

Raccontare diventa la funzione fondamentale di ogni forma di comunicazione. Non solo della riflessione, anche dell’informazione, e perfino della comunicazione politica. Una forma minore di rappresentazione, lo storytelling. In cui non conta la cosa detta, ma il modo: il modo diventa credibile e creduto.
È una forma superiore o inferiore di comunicazione? Quando la storia si voleva progressiva, da Vico in poi, l’oralità si relegava agli stati primitivi della società.
È però vero che l’oralità scardina le stratificazioni, e quindi le disuguaglianze. Le impressioni (umori) non creano accumuli e questo agisce nei due sensi, della non imposizione, e della non conoscenza.  

Filosofia – Una prepotenza e una quasi-mistificazione. Che si avvera quando si espone – espone i suo trucchi, tranelli, i suoi utensili.
Lo è come ogni forma di espressione – che è un’arte: l’espressione è modulare, si fa per modelli, più o meno stabilizzati (classici).
La riflessione s’impone arrivati al finale delle considerazioni di Diderot sul “sublime” – il bello (il bello del brutto), l’arte, la stessa conoscenza. Diderot confessa una messinscena, analoga a quella dei dialoghi di Platone: ha finto di discutere della natura come se fosse nella natura, mentre era solo di fronte a quadri che rappresentano la natura. Lo fa dire (denunciare) nei termini della commedia del’arte, in italiano: “Che, mi direte, l’istitutore, i suoi due piccoli allievi, la colazione sull’erba, il paté, sono immaginati?”. “È vero”, “I posti sono quadri diVernet?” “Tu l’hai detto”. “Ed  è per rompere la noia”, etc. “che hai inquadrato i paesaggi come colloqui?” “A maraviglia. Bravo; ben sentito”.

Heidegger – Si dirà il novello Platone – il Filosofo Secondo (o non Bino, Platone e Aristotele insieme?). In antitesi a Platone sul tema fondamentale della poesia, linguaggio e essenza. Ma ugualmente avvolgente, ugualmente nella forma indiretta – nel dialogo, nel dubbio, nella interrogazione, nell’opinione: non apodittico ma suggestivo.
Il parallelo nasce dall’“impegno” politico, in entrambi fuorviante, di sudditanza al tiranno. Dalla Forza startrekkiana che sola li anima. Dal nessun conto della democrazia. Ma i tempi e i modi accomunano di più. Si applica curiosamente a Heidegger il Platone nel giudizio di Popper, in appendice al primo volume di “La società aperta e i suoi nemici” - quello dedicato appunto a Platone: “La mia opinione che Platone sia stato il più grande di tutti i filosofi non è per nulla mutata. Anche la sua filosofia morale e politica, come realizzazione intellettuale non può essere paragonata ad alcun’altra, anche se la trovo moralmente riprovevole e addirittura spaventosa”

Mare – È figurazione, fra gli elementi, di quello integralmente democratico, rispetto all’aria, la terra, il fuoco. Indivisibile e non appropriabile, aperto, indipendente. Un sorta dematerializzazione del divino.
Materializzazione è la parola giusta, poiché il mare è anche creatore. Così come è distruttore, seppure con procedimenti lenti.

Meritocrazia – Nasconde o afferma i diritti individuali – i diritti ugualitari? Un punto che sembrava lineare nello sviluppo del pensiero, del pensiero applicato in questo casso alla società, diventa controverso. Il merito presuppone il sapere. Che non si saprebbe qualificare come discriminatorio. E invece lo è. Specie se va acquisito a caro prezzo, e attraverso patrocinii.
L’uguaglianza si esercita solo ai minimi termini, al livello minimo. Della condizione e anche delle aspettative.

Poesia – Tradisce la filosofia – come aveva stabilito Platone? È la filosofia per Heidegger – che per questo si può dire il secondo Platone, come avrebbe voluto, sebbene aggrovigliato (fumoso? Heidegger è poeta in proprio, non occasionale): il modo di conoscenza più approfondito, e veritiero: Il modo espressivo, anche, più completo. Anche se, usandolo al ragionamento al modo di Heidegger, non si direbbe: troppe parole. 

Populismo - È dei grandi repubblicani, di Jefferson come di Jackson, o in Francia Victor Hugo, Michelet, Zola. È del progressismo, prima e dopo la sua cancellazione col classismo di Marx: il socialismo è a lungo populista. Lo stesso in Russia, dove poi diventerà un movimento politico specifico: ma fu presto attivo nei Tolstòj, nella nobiltà aperta al popolo, e fra gli intellettuali, alla Dostoevskij.

Corrado Alvaro può rimproverarlo a Ricco Scotellaro - sul “Corriere della sera”, l’11 settembre 1954 - recensendo “L’uva puttanella”, in termini di dispetto della cultura. Alvaro elogia l’impegno di Scotellaro, sindacalista, ma gli rimprovera “un certo vezzo populista di seconda mano”, per “il fastidio della cultura senza avervi lavorato in profondità”.

Potere - Ha connotazioni tutte sulfuree. Mentre può essere benefico. E sa essere anche sornione. Si è appena conclusa una crisi politica in Italia aperta e chiusa da tre democristiani, di tre generazioni, Mattarella, Casini, Conte, mentre l’opinione pubblica si pensa alla Terza Repubblica. Questo è anzi più nella sua natura, d’imporsi senza mostrarsi - esibirsi, fare violenza.

Storia – “La Storia è sempre e anzitutto una scelta, e i limiti di questa scelta”, R.Barthes, “Il grado zero della scrittura”.
La storia è narrazione. E quindi scelta, il linguaggio non è innocente: è impostazione, vagliatura, brillatura, ritmo, effetto. Personalizzati. Tanto più se scritta. Un esito complesso, anche non voluto: le parole hanno memoria e senso riposti, che germogliano anche non voluti. “Lo stile è propriamente un fenomeno d’ordine germinativo, è la trasposizione di un Umore”, sempre R.Barthes, ib., Ma un Umore difficilmente rilevabile in un’opera di storia, indagata, analizzata, raccontata. Quindi tanto più insidioso.

È la storia della verità. Di un bisogno, cioè, inafferrabile – che sempre appare e lusinga, e poi sfugge.


zeulig@antiit.eu