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sabato 2 novembre 2013

Ombre - 196

Iscritti raddoppiati in alcune città, in altre iscritti d’autorità, tutti immigrati, per una misera diaria, le primarie del Pd sembrano taccagne: Lauro era più generoso.

Michele Emiliano, sindaco di Bari per grazia di D’Alema, una prima volta, e la seconda del giudice Scelsi e della giornalista Sarzanini, che s’inventarono la D’Addario, ha infine fatto un’ordinanza, in cui proibisce tra i cittadini gli “sguardi di vendetta”. Senza colpa della città?
Questo Emiliano è anche giudice.

Dice bene Maria Laura Rodotà delle baby-prostitute romane: è una storia da Roma Nord. Non inedita – lei la ritrova dieci, venti e trent’anni fa. Omette però di dire che Roma Nord, già solidamente fascista, è da trent’anni solidamente di sinistra. È vero che non si capisce.

Napolitano che s’inchina al giudice Montalto (Montalto, un giudice…), Zanda che vuole Berlusconi impiccato in pubblico (Zanda…): saranno del partito Dementi?

Berlusconi mezza Italia non lo vota per inoppugnabili motivi, e l’altra metà lo vota (forse) a malincuore. Ma com’è che tutto gli dà sempre ragione: il giudice Esposito, la giudice Galli, la Boccassini, e la stessa Rosy Bindi all’Antimafia?

Il 16 ottobre Assante e Castaldo celebrano Lou Reed, al parco della Musica a Roma. Dieci giorni dopo, alla stessa ora di Roma, Lou Reed muore, senza più fegato. Il cardinale Ravasi lo saluta da vecchio fan affettuoso. Il “Fatto Quotidiano” con un: “Odioso come pochi. Per questo grazie”. Perché queste morti diventano odiose? Il vezzo di appropriarsi dei morti e dei funerali, diceva Gioberti, è dei gesuiti – cioè, intendeva, degli ipocriti

“Vuoto palese.\ Vuoto segreto.\ Diritto di vuoto.\ Vuoto per la decadenza.\ Vuoto alle primarie”, sghignazza “thequeenisdead” sul blog di Maria Laura Rodotà. MLR rincara: “Al vuoto, al vuoto”. E il vuoto di coscienza?

Commerzbank, ricapitalizzata dal governo Merkel con 18 miliardi di euro – con 10 miliardi in più i evitava la crisi greca – non trova compratori: il governo tedesco vuole rimediarci qualcosa per il suo 17 per cento residuo, dopo che si è fatto ripagare una parte della spesa dalla stessa banca con un buy-back, ma nessuno offre niente.

Angela Merkel ha speso in cinque anni 290 miliardi in aiuto alle banche tedesche, secondo un calcolo della “Süddeutsche Zeitung”. Senza mai preoccupare le autorità di Bruxelles che vigilano sugli aiuti di Stato.

Letta fa l’ennesimo condono dei capitali in fuga. Ma questa volta non è un condono. Non è deprecato, e anzi non se ne parla nemmeno.

Si diffonde a Roma il cornetto kasher, senza burro e senza latte. Più salubre probabilmente, e sicuramente di gusto migliore, che il cornetto tradizionale, che molto spesso sa di fritto. È a tre punte, invece della solita mezzaluna.

Marotta, direttore generale della Juventus, si rivolge a Collina per avere giustizia dagli arbitri europei. Sembra di sognare.

Dunque Collina, l’arbitro senza vergogna, è dirigente degli arbitri europei. Sembra di sognare.

De Benedetti vuole da Berlusconi per la Mondadori anche i danni morali. Che saranno ingenti, anche più del mezzo miliardo abbondante già sanzionato dalla Cassazione feriale. Chi glielo fa fare a Berlusconi? Di contrastare i giudici invece di leccarli? Sarebbe anche un oppositore e anzi un partigiano.
Berlusconi non sarà un cretino? Sarà questo il suo segreto. 

Il paesaggio si vuole vecchio

“Notoriamente, quasi proverbialmente, Zanzotto è il poeta del paesaggio”, non si non convenire con Matteo Giancotti, che cura questa raccolta di diciotto prose disperse. Heideggeriano, anche questo è vero, uno cioè che fa “vero luogo” del poeta lo sradicamento. Mentre è, personalmente, radicatissimo, il paesaggio è esclusivamente il suo paesaggio, cui ogni altro sempre rinvia. “Orizzonte psichico”, lo vuole Zanzotto, entro cui ognuno si forma e si riconosce. Con esiti alterni.
La raccolta è diseguale, di prose d’occasione, minori, di vario genere. Una utilmente autobiografica, “La memoria della lingua”. Le altre compiaciute, da autore esimio. Quelle di Vienna per  esempio, o degli outcast con cui il poeta dall’alto si identifica, Cecchinel e Nino compresi, i suoi due eponimi – dirsi outcast è già non esserlo. Poco rimane di Nino in questo ritorno, il gigante buono in tutto e a tutto, “coma da biglietto da visita”. E avrebbe potuto essere meglio: la festa di Nino e Freya Stark novantenni a Asolo, per esempio.
Le prime tre prose, veri e propri saggi, “Una certa idea del paesaggio”, di impianto heideggeriano, sono dense e in qualche modo significanti. Un apprezzabilissimo tentativo di filosofia del paesaggio. Il resto degrada al lamento delle “povere cose agresti”, contro l’urbanizzazione selvaggia – l’urbanizzazione è selvaggia. Alla deprecazione degli scempi del boom e del post-boom, in anticipo sull’ecologismo ma già sulla linea frequentatissima Cederna-“L’Espresso” – è da  sessant’anni che l’Italia è morta, sfregiata, sfigurata, almeno da sessanta. Per l’insanabile misoneismo di cui si para il poeta contemporaneo, Zanzotto come Pasolini – anche se è difficile pensarlo afflitto, mentre fa due e tre sacchetti di spazzatura ogni girono. Salvo plaudire ai mulini Stucky a Venezia, che da “gigantesca gaffe economico-architettonica” sono trasposti dalla patina del tempo (dall’abitudine) a buffo “allucinatorio diverticolo”, che porta a “mondi paralleli”. Oppure – Zanzotto se ne compiace - alla nostalgia del “vecchio mondo veneto mitizzatosi come quiete rosea e un po’ tabaccosa”. Mentre la povertà del Cadore, poco fuori Cortina, prima del boom era inimmaginabile – uomini e bestie, uomini-bestie. In un “vecchio mondo veneto”, peraltro, a metà emigrato.
Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi, Bompiani, pp. 230 €11

venerdì 1 novembre 2013

Bloccare Schulz, il primo passo

Bloccare la candidatura di Martin Schulz alla presidenza della Ue. Non più richieste di eurobond, o di contabilità diverse per gli investimenti: al ministero degli Esteri si è giunti alla conclusione che la sola possibilità di rianimare la Ue sia politica.
Bloccare Sculz è comunque il compito che la Farnesina si è dato, e in particolare il ministro Emma Bonino. Non per fare un favore a Berlusconi (criticato da Schulz all’Europarlamento, Berlusconi lo bollò di “kapò”), ma perché è l’unico modo per riportare la Germania tra pari a Bruxelles. 
È anche un novità di metodo, seppure un ritorno all’antico: non più “richieste” a Bruxelles e Berlino, né per gli eurobond né per una diversa contabilità nazionale, ma la vecchia diplomazia. Col Muro essendo finita l’Europa del “vogliamoci bene”. Ma per ciò stesso la partita non sarà facile.
Avanzata dai socialisti europei, in realtà tedeschi e francesi, la candidatura Schulz servirà a Angela Merkel per tenere buono il suo governo di sinistra dopo quello di destra. Avrà quindi l’appoggio di una parte consistente del partito Popolare europeo. La candidatura di un socialista è anche in linea con la tradizione di alternanza, al vertice Ue, tra i diversi schieramenti politici. Dopo quindici anni di presidenza “bianca”, con Prodi e Barroso, toccherebbe a un socialista.
La Farnesina deve quindi combattere su due fronti, la Germania, e la prassi europea. È in questa prassi che Emma Bonino cerca la leva per bloccare Schulz.
Martin Schulz si è dedicato nell’ultimo mese ai contatti col partito Democratico, a Roma, a Firenze, e in Sicilia. La persona non ha convinto. Ma anche come immagine: il Pd ha molte resistenze a sponsorizzare un candidato tedesco.
Secondo Bonino, lItalia può rifiutare l’appoggio a Schulz senza problemi formali: il Pd figura a Bruxelles nella terza forza politica, tra i Liberaldemocratici. Anche la presidenza Prodi figura ufficialmente come liberaldemocratica. Dopo il popolare Barroso si tratta dunque di trovare un’altra candidatura liberaldemocratica.
La candidatura alternativa non è ritenuta difficile. Anche perché Schulz è personaggio non gradito non soltanto in Italia. L’unico vero scoglio sarà sempre Merkel, la sua capacità di condizionare i popolari europei in favore del candidato tedesco, benché socialista.

Perché l’Europa teme la Germania

La Germania blocca il mondo? Non è avventata l’accusa del Tesoro Usa: la Germania tiene in scacco l’Europa, per il suo proprio vantaggio. E l’Europa pesa (ancora) sull’economia mondiale.
Non c’è economista che possa dire il contrario. L’arciprudente Prodi ha anticipato il Tesoro Usa sul “Messaggero” e “Il Mattino” il 16 ottobre, proponendo un’iniziativa europea comune fra Italia, Francia e Spagna, nei confronti della Germania, per una politica anticongiunturale:Una politica assolutamente ragionevole per un paese che ha una crescita ancora modesta, nessun rischio d’inflazione e un surplus mostruoso nella bilancia commerciale (negli ultimi mesi più elevato di quello ci-nese)”. Perché “tale elementare e ragionevole politica” non si fa? Per mantenere in soggezione “i «pigri» mediterranei”, Prodi si domandava e si rispondeva. Partendo da un fatto: “Non una sola decisione per rianimare l’economia è stata presa a livello europeo”. Il fatto non è contestabile.
Problematico è perché l’Europa soggiaccia allo strangolamento. La risposta è composita. Londra ha in Angela Merkel – ha avuto nel governo Merkel di centro-destra - il più solido baluardo al suo filibusterismo finanziario: nessuna regola, nessuna tassa. La Francia vive ormai da due presidenze, Sarkozy e Hollande, da saprofita della Germania, come un qualsiasi staterello centroeuropeo. Nasce da qui l’isolamento dell’Italia. Che ha provato a sfidare la Germania e ha perso. Dopo averla tenuta per lunghi anni in scacco, dai tempi in cui ne contrastò il tentativo di farsi membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu.
C’è dunque un’egemonia tedesca. Che però non viene affermata – non si può quindi prendere a partito, come fa il Tesoro usa. Questa egemonia non viene nemmeno contestata, e questo spiega l’inerzia della Ue di fronte alla catastrofe. Ma dall’Italia, benché confusamente, sì. E questo spiega le difficoltà speciali dell’Italia. Spiega anche l’incertezza dell’Europa.
La sfida
Nel caso italiano, il fallimento del collaborazionismo ha dimostrato che non c’è dialogo possibile con la Germania, che solo sa vincere. C’è, c’è sempre stato, anche quando l’Italia era sconfitta, con gli Usa, ma con la Germania non è possibile. Perché, forse, la Germania è fatta così. Ma per l’Italia per un motivo preciso: perché la Germania malgrado tutto si sente ed è in concorrenza col Belpaese. Fino a ieri negli elettrodomestici, ora ancora negli autoveicoli, sempre nelle macchine utensili, la meccanica fine, le biotecnologie, l’arredamento, la casa, e da qualche tempo nell’alimentare e la moda pronta.
La sfida con l’Italia peraltro non è chiusa, anche se l’Italia ha perso un numero considerevole di partite. Sul piano economico tutte – quasi tutte. E anche sul piano politico. E questo aumenta le perplessità, anche dei più sguarniti appeaser – Napolitano perlomeno, se non Monti, e altri leader europei. Per la durezza stessa dello contro. Della Germania reale dietro le buone maniere.

C’è risentimento. La Germania non è al Consiglio di sicurezza Onu, impedita dall’Italia, ma è lo stesso, col consenso francese e britannico, e anche americano, il Quinto Grande nelle assise internazionali dove si decide – in realtà il terzo, stante l’inconsistenza di Parigi e Londra. Perfino in quelle di cui non gli frega nulla, come l’Iran. Uno. Due: Napolitano ha tentato di recuperare stendendosi ai piedi di Angela Merkel. È andata peggio: calci in bocca, con sghignazzi. E le perplessità hanno cominciato ad affiorare: Letta ne ha incontrate in tutte le capitali dell’Est.

Problemi di base - 157

spock

Ci siamo presi tutto, quelli della guerra, lavoro, pensioni e sanità: è una colpa?

È una colpa essere stati contemporanei di Fellini?

E emigrare per trovare cose nuove?

Dieci, cento,  mille gol (beccati) a Napoli, uno solo a Roma: De Sanctis è il miracolo o il miracolato? Come si svolge la vita di un uomo?

Siamo in  un mondo di facce, truccate: che mondo è?

È un’esibizione di burlesque, spogliarello mascherato?

Andare su facebook per sentirsi soli?

leuzzi@antiit.eu

Roma può essere onesta, parola di Ingeborg

Formidabile Bachmann, si capisce che si rinnovino le riedizioni di queste note di passeggio a Roma, anche a opera della stessa casa editrice, della poetessa ventisettenne.  Con un’esilarante introduzione di Agamben, che fa rivivere, in aggiunta, la relazione poetica del secolo, quella che sempre si sottace tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan. Nonché Giacinto Scelsi, personaggio speciale oltre che musicista.
Note non eccezionali, ma oneste, e questo evidentemente è molto a Roma, moltissimo. Parliamo del 1955. Il Pci è uno “stato dentro lo stato”. L’avvocato Sotgiu, Pci, presidente della Provincia, fustigatore della borghesia nello scandalo Montesi, è un pedofilo. I ricavati del dazio, nei Comuni Pci, vanno al Partito. I liberali si suicidano votando i patti agrari fanfaniani. “Guardando Roma dal Gianicolo si nota come nessuna ciminiera disturba la fisionomia della città”, caso unico fra le capitali dell’Occidente. Cinecittà è (ancora) al secondo posto, dopo Hollywood, nell’industria cinematografica occidentale. Milko Skofic, il marito di Gina Lollobrigida, è uomo di “grande cultura, spesso ospite del famoso archeologo Ludwig Curtius”. La Lollobrigida si è presa una vacanza, per lanciare una gara di pittura:  acquisterà uno solo dei ritratti che le saranno fatti, ma “questo ritratto della Lollobrigida ha risvegliato l’interesse della gente per la pittura”.
Sono le cronache di un anno per radio Brema dal luglio 1954 al giugno 1955 – una corrispondenza nella quale Ingeborg era succeduta a, e su raccomandazione di, Gustav René Hocke: navighiamo in alto. Più alcuni articoli sporadici, e la breve riflessione del titolo, un testo “poetico” – impressionistico. La corrispondente parlò presto benissimo l’italiano – Uwe Johnson giungerà ad attribuirle la traduzione italiana di Jung… L’onestà è anche un fatto di scrittura, e Bachmann malgrado tutto scriveva “semplice”. 
Ingeborg Bachmann, Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, pp. 123 € 11

giovedì 31 ottobre 2013

Giallo d’amore

Una storia di storie. Tabucchi prova il genere suspense, con uno scrittore detective, anche lui misterioso, e lo applica con maestria. Nella forma dello snodo, ellissoidale, qui in aspetto di  mandala, quale solitamente predilige, di agganci di una storia a un’altra. Qui ad altri luoghi, ad altre persone, definite in una loro faccia, seppure in ruoli da caleidoscopio, accattivanti e sfuggenti. Legate da una vicenda che è anch’essa precisa nel dettaglio e nebulosa nell’insieme, indefinita. Pietre d’inciampo tutte variamente sorprendenti e corroboranti, nella vena del più robusto Tabucchi narratore, l’inventore di storie.
La storia è (65) di “una donna che in tutta questa storia forse c’entra o forse non c’entra”. Misterica, eleusina. Elusiva, come tutte le identità, anche prosaiche e non misteriche. A specchio di lui, dell’autore-ricercatore, forse incarnazione di un rimorso. È un racconto definito da quasi vent’anni, che Tabucchi ha sempre curato ma non ha pubblicato. Per pudore? È una storia d’amore, di un primo amore. La Isabel abbandonata è poi seguita, passo si può dire dopo passo, seppure in forma rovesciata, andando a ritroso, l’ora combinando con l’allora, per l’intensità della nostalgia. Sarcastico a volte – “vago distrattamente abbandonato” si dirà daultimo, parafrasando la canzone dell’innamorato. Nella forma del mandala, per cerchi che si dissolvono, che Tabucchi legge come un destino.
Il mandala, la geometria del racconto, l’investigatore-autore presenta anche come una parabola della scrittura, che precisa e slarga, “crea”. Della scrittura che cerca se stessa, perduta nelle proprie scritture. L’autore lo spiega là dove finge di esercitarsi, anche lui, nella filosofia (retorica) della fotografia (p.67): “E se invece fosse la vita?, la vita con la sua immanenza  la sua perentorietà che si lascia sorprendere in un attimo e ci guarda con sarcasmo, perché è lì, fissa, imitabile, e invece noi viviamo nella mutazione…”. La poetica è questa.

Antonio Tabucchi, Per Isabel, Feltrinelli, pp. 121 € 13

Cossiga uccise Moro, parola di generale

La verità vent’anni fa:
“Il generale Bozzo fa dire a «Panorama» che Dalla Chiesa aveva scoperto Gladio leggendo il memoriale Moro, e che temeva che Gladio volesse ucciderlo. Uccidere lui, Dalla Chiesa. Vuole dire che Cossiga (Gladio) uccise Moro.
“Ma Dalla Chiesa non era un Dc, cioè un gladiatore in petto, oltre che un piduista? E un generale dei Carabinieri, Bozzo, che si accredita del Pci?

“Bozzo ha fatto carriera come ammazzasocialisti, portando all’emerito Cordova le teste di tutti i socialisti della Calabria – nessuno era onesto (nessuno fu condannato). Sarà comunista alla Cordova, rosso-nero. Ma è un generale dei Carabinieri in servizio permanente effettivo”. 

mercoledì 30 ottobre 2013

Manca il golpe

Non tutto si ripete, manca il golpe rispetto a quanto se ne doveva scrivere venti anni fa:
“Fioccano i golpe. Su denuncia di amanti tradite, di giornalisti veneti, di “ex” agenti dei servizi segreti. Tramite «L’Espresso» e «Panorama».
“Sono gli schemi, ripetuti al millimetro, del 1974-1975. Manca solo il terrorismo”.

Berlusconi abbandonato, seconda - 13

astolfo

Fa impressione vedere il senatore Zanda implacabile persecutore di Berlusconi, ogni giorno, in ogni ora del giorno, su ogni tg. Uno che, giovane segretario di Cossiga, si accreditava come Grande Fratello – a specchio  sull’altra sponda, di Luigi Bisignani con Stammati. La scelta sofferta - cioè non sua, dopo che aveva affermato tutto il contrario - di Linda Lanzillotta, Grande Sorella riconosciuta, conferma l’impressione. E, prima, i giudici Esposito, Grande Famiglia influente. Mentre è mancata la difesa da parte di Santacroce, presidente della Cassazione, anch’egli influente seppure di Famiglia opposta. Tra gli Esposito e Lanzillotta, lo schieramento di parlamentari autorevoli-benché-senza-constituency, quali Cicchitto e Quagliariello, aveva confermato i dubbi.
La Grande Famiglia
Berlusconi continua ad accusare i “comunisti”, e qui si capisce che sta perdendo colpi. Si può anche dire che, morto Berlusconi, se ne fa un altro. Ma è importante sapere di cosa si muore. Di lui si dice, negli epicedi che già si affollano, che si è intrufolato in un’area libera, come un ladro rubandosela. Non si dice qual è quest’area, che ha continuato a votarlo contro ogni probabilità, e ogni “evidenza” giudiziaria. È quella della domanda di una minore invadenza della burocrazia e della tasse, certo. Una domanda vasta, vastissima, che ha continuato a votare per lui contro venti e maree: Berlusconi ha trascinato su questo, praticamente da solo, con le ali marcianti pafarasciste e leghiste, tra Stato e campanile, metà dell’elettorato. Compresa buona parte dell’altra metà, che non può votarlo giusto perché è Berlusconi, l’arricchito dalle dieci o venti ville. Questa è una buona ragione, comprensibile. Un ciclo politico che ora sarebbe giunto alla fine.
Ma fronteggia Berlusconi non una linea di resistenza, bensì un establishment formidabile, e questo è meno comprensibile. Estremamente conservatore, anche se di sinistra. Anzi sovversivo reazionario. Forte delle banche, e di una certa sinistra politica che tiene sotto sferza, avendola conquistata. Con uno schieramento mediatico che nanizza quello berlusconiano, per la vastità e la determinazione: i media di Berlusconi sono acqua e rose, al confronto della pervicacia e sapienza dello schieramento avverso, di destra (gruppo Rcs, gruppo Riffeser, Rai, Fiat) e di sinistra (gruppo De Benedetti), martellante, invasivo, su ogni aspetto della sua vita e di quella dei suoi congiunti, grazie a un’informazione dettagliata, infaticabile.
Figlie-e giornalisti-e
E allora non resta che una verità: Berlusconi finisce per mano della sua stessa Famiglia. Di quella elettiva oltre che di quella di sangue – elevare la moglie Veronica a crudele Medea è troppo divagare, ma l’ambizione è quella, l’ambizione di lei. Di cui Berlusconi è stato sempre ossequente. Verso De Benedetti per esempio, malgrado tutto: pronto a ogni cenno dell’Ingegnere, dal regalo di “Repubblica” a CdbWebTech. Nonché, ora, a salvarne i bilanci 2013 con i 542 milioni sanciti dalla Cassazione, subito pagati senza ricorso alle normali pratiche dilatorie. Ma soprattutto con le assunzioni. Di Alfano a segretario, ma soprattutto di figli camuffati da giornalisti.
Dare un lavoro (una retribuzione se non una carriera) ai figli scioperati è una delle prime occupazioni della Famiglia, e Berlusconi si è sempre segnalato in questa obbedienza. In particolare facendone giornalisti, professione ambita per la visibilità, l’onorabilità sociale, la retribuzione, l’assicurazione medica, e la pensione. La lista dei suoi giornalisti, specie in tv, parla da sola: Calabrese, De Biase, Della Seta, Geronzi, Giliberto, Parodi Delfino, Praderio, Savignoni, Scalfari, Travaglio, etc, - è lunga. Tutti, si può dire, specie al Tg 5 come lo aveva messo in piedi Mentana, sono figli e figlie.
Fininvest sotto scacco
Questo non basta più, e Berlusconi è in affanno: si vede dai tentativi di arrocco. La riperimetrazione delle difese tenta ritornando a vent’anni fa, attorno al gruppo Fininvest. Sa che è in atto un’offensiva contro la figlia Marina, l’unica con una qualche capacità di resistenza, e vuole sapere che prezzo deve pagare per mantenere la proprietà del gruppo e evitarne la dissoluzione. Forse solo dare il partito a Alfano.

La stupidità, di Musil

“Se la stupidità non somigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento che a malapena possiamo distinguerla, nessuno vorrebbe essere stupido”. Musil esordisce ricordando quanto scriveva nel 1931, una freddura. Ora siamo nella primavera del 1937, c’è Hitler in Germania, Musil ha già dovuto lasciare Berlino per Vienna subito nel 1933, l’Austria è ancora libera, Musil dovrà emigrare l’anno dopo, dopo l’Anschluss, avendo moglie ebrea, e alla Federazione Austriaca del Lavoro, che si diletta dell’argomento per una serie di conferenze, ne fa un ghirigoro. Parlare della stupidità, si schermisce, “può essere interpretato come presunzione, arroganza”, etc.

La conferenza si è trasformata in un saggio apprezzato di Musil in Italia – non in lingua tedesca: oltre a queste tre edizioni, ne ha avute almeno cinque, “Carte segrete” nel 1967, Einaudi, Shakespeare & Company, Archinto, Oscar Mondadori – da cui prendiamo le traduzioni, di Andrea Casalegno, le più scorrevoli. Ma, concettosa, è singolarmente vuota.
Il tema sarebbe invece fertile. Da Jean Paul in poi. Kant aggiungerà: “La stupidità è frutto di un cuore maligno”. “Ciò non è vero”, obietterà Hannah Arendt, “la malvagità nasce dalla mancanza di pensiero”. Che non è stupidità, “può riscontrarsi in persone di grande intelligenza”. Quanto alla stupidità amorosa, è inattaccabile, dice Barthes. È la  più trita, ma è anche un’urgenza, un desiderio, una carne: “La stupidità è l’essere superiori. L’innamorato lo è continuamente”, e se ne fa una ragione: “È stupido – dice -  e tuttavia è vero.
O non sarà la condizione umana, tra stupore e stolidità? Da cui cerchiamo di uscire, anche con la stupidità propriamente intesa. La sua negazione è una delle grandi colpe della contemporaneità: ha reso la vita – già gaudiosa – impossibile agli stupidi. La stupidità si vendica contagiando gli abolizionisti: psicologi, analisti, anime buone.
Robert Musil, Sulla stupidità, Se, pp. 79 € 12
La Vita Felice, pp. € 105 € 9,50
Free online, nella traduzione di Antonello Sciacchitano

martedì 29 ottobre 2013

Fisco, appalti, abusi – 38

“Sul risparmio 13 miliardi di imposte”. Il doppio che a fine 2011. Per promuovere i consumi e gli investimenti?

Da fine ottobre le banche passeranno alle Entrate tutti i conti correnti e titoli. Ai quali le Entrate avevano comunque accesso per gli accertamenti. Li passeranno ora anticipatamente per gravare i costi agli utenti, cui le banche in qualche modo li addebiteranno. Quelli delle banche in aggiunta a quelli delle Entrate, che già spesiamo per intero, per coprire la gestione della massa ingestibile di dati.

Il sindaco di Roma Marino ha riconosciuto al consorzio Caltagirone appaltatore della Metto C di Roma maggiori oneri per 230 milioni, più Iva, senza la prescritta certificazione dei costi da parte del Cipe e del ministero delle Infrastrutture.

La metro C di Roma è in ritardo di cinque anni: sarà completata, forse, nel 2020 invece che nel 2015. E per la metà del percorso, nella migliore delle ipotesi. Il consorzio francese che si era proposto di realizzarla vent’anni fa, in concessione trentennale, senza costi, l’avrebbe costruita in cinque anni.

Sulle fiancata dei taxi a Roma si esibiscono, “contro abusivi e truffatori”,  le tariffe per gli aeroporti: € 30 Ciampino, € 48 Fiumicino. Il frequent flyer sa che sono il doppio che a New York, ma non si formalizza: la benzina costa anche il doppio. Se non che le tariffe non sono mai applicate: valgono “fino alle Mura”. Questo significa che, da qualsiasi punto della città, anche molto vicino a Fiumicino, si deve pagare di più.

Equitalia manda in giro cartelle pazze, che sa essere infondate e di cui declina “ogni responsabilità”, a un  costo – di gestione (immissione della pratica nei ruoli, stampa di nove pagine di testo, busta grande) e postale. Senza addebitarlo all’emittente.

Equitalia manda ogni comunicazione per raccomandata. Nel caso, frequente, che non sia il destinatario in persona a riceverla, manda una seconda raccomandata, con la quale “notifica” che ha consegnato la prima raccomandata a XY, persona “che si è qualificata come familiare convivente (139 cpc) che ha firmato quale consegnatario” l’avviso bonario per raccomandata.

Equitalia quanto ci costi

Un esattore senza concorrenza. Che pratica aggi esosissimi, fuori da ogni criterio attuariale. Da usura, anche se legale. E che non ci guadagna. Anzi, ci perde, i bilanci sono fittizi: molti costi del personale li addebita all’Agenzia delle Entrate e all’Inps, i suoi azionisti. Cioè, si fa mantenere dai cittadini che tartassa. Nemmeno l’Unione Sovietica era riuscita in una capolavoro del genere.
Le tasse sono impopolari e Equitalia, si dice, soffre anch’essa di questa sindrome. È possibile. Ma non è un fortino di eroi: è la camera di compensazione dei Comuni. Di quelli in qualche modo amici, quasi tutti democratici ex Margherita, con berlusconiani di origine o fragranza casiniana. Cui provvede ampi anticipi per chiudere il bilancio. Anche a fronte di crediti inesistenti.
È sbagliato dire Equitalia la camera di compensazione della cattiva amministrazione, se non della corruzione. Perché la cattiva amministrazione e la corruzione non hanno corpo, sono mercuriali, invasivi. Ma un utile strumento sì. Almeno si pagasse con le esazioni. 

L’amore nella nuvola

Una storia d’amore epistolare lunga una pratica di assunzione, col “lei”, tra l’applicante e la segretaria d’azienda, un vedovo e una single, reduce da un fidanzamento di venticinque ani. “La doccia è stata fantastica”, scrive lei, che più osa, nello scambio più osé, “ma non sono riuscita a immaginarlo nudo. Secondo me lei di sotto non è nudo”. Perché è una storia di esseri incorporei, nella nuvola elettronica. Per questo, si penserebbe, pieni di umori, senza censure, e invece sono solo scherzosi: la vanitas è al quadrato.
O la rete è il più grande palcoscenico da “Corrida”. Anche se poco frequentato: storie inimmaginabili l’attraversano a ogni istante, ma con scarso interesse delle arti - si ricorda la trilogia “Millennium” dello svedese Stieg Larsson, il film “Viol@” della messinese Donatella Maiorca, già quindici anni fa, e che altro? I due solitari non sanno peraltro che dirsi, spesso si scambiano lunghissime canzoni, di Aznavour, di Omara Portuondo
Una storia “col contagocce”, la vuole l’autore, di riserve più che di slanci. Come deve, forse, essere una relazione via e-mail. Che finirà "spiegata", coi  dei titoli di coda. Un apologo, quindi. Si dovrebbe dire dell’impossibilità di essere. Ma Vigo, umorista e pubblicitario, è più interessato al divertimento: come si possono svagare due adulti soli e un po’ solitari. Senza impegno. In due posti “remoti”, tra Toulouse e Perpignan. Una partita di battute, una partitina di battutine, lunga due mesi, l’orizzonte di un “buon film francese”, come lo vuole lei.
Vincenzo Vigo, Allego alla presente il mio amore per lei, fuori|onda, pp. 125 € 8

lunedì 28 ottobre 2013

Se la tolleranza è una trappola

Simmaco, prefetto imperiale, propone la tolleranza: “Contempliamo le stesse stelle, abbiamo lo stesso cielo in comune, siamo parte di uno stesso universo, che importa con quale ideologia ognuno cerca il vero?” E: “Non si può giungere per una sola via a un mistero così grande”. La esclude Ambrogio, innovatore e santo. Massimo Cacciari si sforza in questa edizione Bur di spiegare che Ambrogio deve disinnescare una trappola che Simmaco gli aveva armato presso l’imperatore. Ma poi la verità di Ambrogio è che c’è una sola religione.
La discussione è marginale, se l’Altare della Vittoria può e deve presiedere all’aula del Senato. La sostanza è decisiva: se la religione cristiana debba essere la sola dell’impero. L’appello di Simmaco alla tolleranza il vescovo di Milano censura come furbesca volontà di dominio. È un dibattito fra due grandi oratori, Simmaco è reputato il più grande oratore romano dopo Cicerone e il fondatore  della filologia, ma Ambrogio ha la forza della certezza.
La tolleranza è dunque un paradosso? Locke, il fondatore, aveva forti preclusioni: dalla tolleranza  escludeva la chiesa cattolica perché intollerante, e gli atei.
Ambrogio-Simmaco, La maschera della tolleranza

Il papa degli atei

Avremo presto il papa in una loggia massonica? Dopo che è sceso dalla papamobile per abbracciare il riluttante Marino, il Grande Fratello sindaco di Roma, sarebbe anche giusto che lo invitassero.
Non si sa più cosa il papa debba escogitare per farsi benvolere.  Di tutto, purché fare il papa. Accattoli immaginava ieri su “Lettura” che anche il papa argentino “rimetta il mandato, come quello tedesco”, e l’ipotesi non è tanto per ridere.
Insedia il nuovo segretario di Stato (il 15 ottobre) in absentia, essendo lo stesso ammalato con poche possibilità di ripresa. Per non saper cacciare il vecchio segretario di Stato? Quello contro cui la sua pupilla Francesca Immacolata Chaouqui aveva lanciato velenosissime accuse. No, perché non gliene frega nulla dello Stato del Vaticano, come ha confidato al gentile Scalfari. E sarà un atto rivoluzionario, rinunciare al simbolo di uno Stato, ma confidare in Francesca Immacolata?
Un papa che fa atti inconsulti alle udienze pubbliche, per andare sui giornali. E moltiplica le stesse udienze pubbliche – gli piacciono i “bagni di folla”. Che scrive come un forsennato su tweet. E telefona non richiesto a questo e quello, sempre per la sorpresa. Gli manca che faccia cucù, alla Berlusconi – cioè, l’ha già fatto. Scalfari spiega benevolo a Fazio che “queste sono gestualità, usare scarpe vecchie, stare a Santa Marta”. Ma c’è altro? A parte che siamo per i poveri e contro le guerre? Sembra un papa che si camuffa, qualche volta da papa.
Ha fatto prima sorridere il papa che dialoga con gli atei. Cioè con gli anticlericali. Anche se non era solo, il co-papa Ratzinger ha avuto pure lui questa tentazione. Ma di fronte alla persistenza, e anzi al privilegio che assicura agli atei rispetto ai credenti, ai quali si limita a imporre le mani, c’è da chiedersi chi è questo papa? Fisso su un dialogo che non interessa a nessuno e forse dà fastidio, anche se dà la famosa visibilità. Lo stesso Scafari se ne mostra infastidito, benché riconoscente per il lustro che ne ha ricevuto.
A sei mesi dall’insediamento il papa argentino ha al suo attivo giusto un’enciclica, scritta peraltro già da papa Ratzinger, indirizzata agli atei, appunto. E una nutrita corrispondenza con alcuni ateisti professi – Scalfari è il più onesto e famoso, ma non è il solo.

Secondi pensieri - 154

zeulig

Ateismo – “E se Dio e il diavolo fossero atei?”: il quesito di Antonio Veneziani non è solo irrispettoso, come di può supporre del poeta burlesco, l’ateismo è una professione di fede.

Fondamentalismo – È (si può dire) l’ateismo più radicale. Il fondamentalismo, riportando la religione alla distruzione, ripropone l’inaccettabilità del messianismo, della rivelazione esclusiva – non del monoteismo in sé, ma di quello che si vuole esclusivo perché “opera” di un profeta. Finisce per escludere dal sentimento religioso, che è riconoscimento e riconoscenza di e a Dio, proprio i monoteismi più rigidi. 

Guerra – In greco è maschile , polemos. È di tutte le cose “grandi” è padre e non madre. È maschilista l’Eraclito bellicoso, è patriarcale e dominatore, e non mistero generativo: “Polemos di tutte le cose è padre”, nella traduzione di Giorgio Colli, “di tutto poi è re;  gli uni manifesta come dei, gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri invece come liberi”.

Memoria – La figura di Adriano Olivetti non è ancora arrivata sullo schermo che tutti quelli che vi hanno contribuito già ne danno una lettura diversa. Non si sa fino a che punto il personal computer fosse stato elaborato da Olivetti, e sia stato poi ceduto alla General Electric. Laura, la figlia, afferma che fu Valletta: “Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, che dopo la morte di mio padre era diventata azionista di Olivetti, a metà degli anni Sessanta disse che la divisione elettronica era «un neo da estirpare»”. Sottintendendo: lo disse per favorire General Electric, la società Usa, con la quale la Fiat era in affari per i motori di aviazione. Ma General Electric non era nell’informatica.
La figlia di Mario Tchou, l’ingegnere mago dell’elettronica che morì in un incidente d’auto poco più che quarantenne, deve protestare indignata contro ogni ipotesi di complotto: suo padre morì proprio in un incidente, una leggerezza dell’autista, che morì anche lui.
Molto diverse anche tra i figli le letture della vita affettiva di Adriano Olivetti. E dell’eredità cui  gli stessi figli non erano preparati.
La memoria, più che condivisa, più spesso è divisa: separa, allontana. Discrimina come sempre: quella personale e quella storica – se ce n’è una.

Ottimismo – È necessario al creativo. Anche al più pessimista. Al quale si richiede, per esempio al grande pessimista Baudelaire, costanza di giudizi e intelligenza, oltre all’applicazione. Che per il genio è più faticosa che per ogni altro, ma è incessante, è un habitus, “lavorare”. Non senza forza quindi, o allegria.
Leopardi lo riconosce in un frammento del 24 giugno 1820 (“Zibaldone”, 126): “Quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità,  e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo un raggio un barlume d’allegrezza”. O Nietzsche, che scrivendo a Gast il 3 settembre 1883 così spiega la tetraggine di cui deve avvolgere Zarathustra: “Così vuole il piano. Ma per poter fare codesta parte, prima ho bisogno io stesso d’una allegria profonda, celeste” – il “patetico della più alta qualità” può riuscire “solamente come giuoco”,  e “alla fine tutto diventa luminoso”.

Pessimismo – È indotto dalla scienza, afferma il secondo Nietzsche risoluto: è l’umanesimo scientifico che approda al nichilismo, “alla decadenza del sentire e del valore”.

Il pessimismo rigenerativo è classico, greco. Quello contemporaneo, “tedesco”, Nietzsche fa derivare (“Il pessimismo tedesco”,  frammento del giugno-luglio 1885) dall’illuminismo: “Verso il 1770 si notava già la serenità scemare”. Dall’illuminismo non in quanto scienza e sapienza ma delimitazione (diminuzione) delle stessa.
Meglio ancora in un frammento di tre anni più tardi, Nietzsche individua “le filosofie del pessimismo” come “fisiologicamente decadenti”. Dei “pessimisti moderni”, che elenca: Schopenhauer, Leopardi, Baudelaire, Goncourt, Dostoevskij tra essi.

Ma secondo lo stesso Nietzsche, frammento della primavera 1878, è effetto della cattiva digestione: “I pessimisti sono persone intelligenti con lo stomaco rovinato: col cervello si vendicano della cattiva digestione”. E non si sa che pensare – di Nietzsche.

Religione – L’inutilità più utile. O la più inutile delle necessità. Non connessa alla verità, non è nella sua natura – è l’errore più comune della critica scientista. L’uomo sarà quello che Zhaung-zi diceva dell’albero secolare: “Quest’albero è davvero inutilizzabile! Per questo ha potuto raggiungere tale altezza. Già, l’uomo divino è anche lui null’altro che legno inutilizzabile”. La storia del Cristo – di storia tra l’altro si tratta, documentabile – è più di un mondo per il cristiano (colui che sa goderne).

Ricerca – Più del riso è il proprio dell’uomo (il mito di Ulisse), con le derivate di infinito e eternità. L’affinamento costante non solo, che è attività artigianale, allineata col fare, con l’accumulo di esperienze e la progettualità. Ma questa piuttosto, allargata “oltre” la verità e il bene, a un più inesauribile di verità e di bene che fatalmente è sempre oltre. Incostanza? L’insoddisfazione è il segno dell’uomo. Anche la rassegnazione si ambienta in un quadro multiplo, sotto la cenere cova sempre la rivolta – il risveglio, lo stimolo.

Riso – Leopardi e poi, con lui, Nietzsche, lo connettono alla sofferenza. Nelle “Operette morali”, al “Dialogo di Timandro e di Eleandro”, ne fa cenno: “Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso”. E nello “Zibaldone”, 188, 26 luglio 1820: i pazzi “più malinconici e disperati” ridono più di frequente, “cosa però notabilissima anche nei savi ridotti alla intiera disperazione della vita”. Nietzsche può precisarsi con orgoglio: “Forse so meglio di tutti perché solo l’uomo rida: solo lui soffre così profondamente da aver dovuto inventare il riso ,è giusto che l’animale più infelice e melanconico sia anche il più allegro”.

Sapere – Una ricchezza che si può condividere arricchendosi.

zeulig@antiit.eu

La Procura delle Sette Sorelle

Kashagan il giacimento di petrolio più grande del mondo, è immobilizzato da sedici anni, dalla sua scoperta. Le compagnie ci hanno investito (perso?) 45 miliardi di dollari, senza ricavarne nulla. Solo l’Eni ci ha guadagnato qualcosa, essendo diventato l’operatore del consorzio a causa delle liti che dividevano le major inglesi, americane e francesi. In questa veste ha avuto contati costanti col governo del Kazachistan. E qualcosa ci ha rimediato: appalti per la Saipem, servizi, materiali, finanziamenti. Avendo imparato per forza di cose come si opera in Kazachistan, con la corruzione - come del resto in tutti i paesi del petrolio.
Questo è almeno quello che le compagnie socie dicono e fanno dire, con cospicui dossier. Immediatamente fatti propri dalla Procura di Milano. Gratis, probabilmente - le major non hanno bisogno qui di ungere, da tempo il procuratore De Pasquale vuole dissolvere l’Eni, sono già una ventina d’anni: punta alla caccia grossa.
L’Eni (Agip, Saipem, Snam, etc.) è nelle mire del procuratore ufficialmente perché, in Kazachistan e altrove, Algeria, Nigeria, si piega alla corruzione. È la realtà dei fatti: non ci vuole molto ingegno per scoprirlo. Ma perché solo l’Eni? Perché le compagnie socie-nemiche moltiplicano veleni – si contesta Obama, ma le Sette Sorelle sono ben più attive. La giustizia vuole essere stupida?

domenica 27 ottobre 2013

Italia modello, prima dell’agguato tedesco

Scorrendo a distanza di un anno questa raccolta di 90 “pezzi” della rubrica dallo stesso titolo del settimanale “Plus” del quotidiano della Confindustria, pubblicata a fine settembre 2012, con dati quindi vecchi di uno e due anni, in parte ancora del 2010, si può fare già una “storia” della crisi stessa. Ma più si resta colpiti dalle insidie e dalla gravità della recessione. Insidie non solo delle banche e i finanzieri, ma anche, anzi soprattutto, degli Stati, l’uno contro l’altro, e più nella zona euro.
Una trama violenta si disegna a distanza. L’Italia era “paragone della virtù di bilancio” a metà 2010, sulla base dei dati Ocse 2007-2010, con il deficit di bilancio più basso rispetto agli altri paesi industriali. Il saldo in termini di pil era anzi “attivo”, migliorato di 0,2 punti, tra il 2007 e il 2010, dall’1,3 all’1,1 del pil, una volta “corretto dagli effetti del ciclo” (cioè dall’aumento dei tassi), rispetto agli Usa (- 4,9), all’Eurozona (- 1,9) e al Giappone (- 1,4). Ma il debito non condiziona le economie: il paese che più si è indebitato nella crisi è quello che ne esce meglio, gli Usa, seguiti dalla Gran Bretagna, che anch’essa si è indebitata, quasi come gli Usa. Comprando Treasury a man bassa, nel 2007 e dopo, la Federal Reserve Usa ha moltiplicato i suoi utili: erano aumentati del 26 per cento tra il 2002 e il 2008, aumentarono del  47,4 nel 2009, del 79,3 nel 2010 e del 76,9 nel 2011. Utili riversati all’azionista Tesoro, che così si è ripagato di buona parte degli interessi sui suoi Treasury. Mentre la virtuosità fiscale, non solo non premia, ma non protegge dalla crisi. Può non proteggere: è il caso della stessa Italia.
“Questa scomoda virtù è stata scelta da governo Berlusconi per timore che un allargamento del disavanzo di un Paese ad alto debito venisse male interpretato dai mercati e punito con l’aumento dei tassi, se non addirittura con le aste deserte”, scrivevano Fabrizio Galimberti e Isabella Della Valle all’inizio del 2011. Ma non bastò contro l’assalto della Germania, tramite le vendite della Deutsche Bank, il blocco delle istituzioni europee, Bce e Consiglio, e dichiarazioni a catena contro l’Italia, della Bundesbank e del ministro del Tesoro. Col sostegno di una “Milano”  ben oleata dalla Germania, soprattutto i giornali, e poi col governo Monti – la contabilità non conta, la verità ha sempre un padrone..
Fabrizio Galimberti, Isabella Della Valle, Dietro i numeri. Una cronaca della grande recessione, Il Sole 24 Ore, pp. 95 € 0,50

Letture - 151

letterautore

Bar – È  trasmigrato dallo sport alla letteratura. Malvaldi dopo Benni, con la saga del Bar Lume e con “Argento vivo”, e altri caratteristi, i vecchietti nelle pause della briscola, i pensionati che ci pensano su sorseggiando l’aperitivo, qualche vecchietta pure, ci vuole, con la sua “ombra” furtiva all’angolino. È il luogo della socialità italiana, come di quella americana. Lì però da alcolisti, violenta, qui da passatempo. Per noir all’acqua di rose.
Best-seller – “Due edizioni in un giorno”, vanta una pubblicità Garzanti. Nel senso che, esaurita la prima, se ne avvia una seconda? O è come dal panettiere dopo la carestia, che si inforna in continuazione? Ma c’è carestia di romanzi?
Dostoevskij – Nietzsche lo mette, in un frammento della primavera 1888, tra “i pessimisti moderni” come decadenti. Bisognava pensarci.

Filologia A lungo, e ancora, dominante, via ermeneutica. Leopardi, grande filologo, appassionato, ne aveva bassa opinione. A meno che il filologo non fosse poeta, scrittore. Nietzsche condivide l’esenzione che Leopardi accordava ai “filologi-poeti” del Rinascimento, e in generale a quelli che “sanno scrivere”.
Leopardi era severo: “Non basta”, al filologo, “essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore che hassi a giudicare”.
Galiani – Nietzsche lo dice migliore di Voltaire, nel frammento sul “Pessimismo tedesco”. Dichiarando se stesso, “quanto a iluminismo, due secoli avanti a Voltaire e anche a Galiani”, fa seguire l’inciso: “Che era qualcosa di molto più profondo”. Ora sparito, non solo di fronte a Voltaire.
Intellettuale – Nel “Giornalino Secondo” Sanguineti ricorda che a Sciascia disse, nel giugno del 1977, quando Moro era ancora vivo e faceva i governi ma le cose non andavano proprio bene: “Caro Sciascia, a rischio di apparirti fortemente indiziato di masochismo, io ti confesso che godo, per qualche verso, nel mio ruolo di consigliere comunale, anzi proprio di votante con la mano”. All’intellettuale che Sciascia vuole segnato a grandi cose e alla ricerca della verità, Sanguineti oppone le “piccole cose” che il buon cittadino si sente onorato e ha l’obbligo di fare. La polemica se non la cosa – Sanguineti non era così semplice – non sembra delle più acuminate.

Pochi mesi dopo la lettera di Sanguineti, Sciascia si preciserà così sulla “Stampa” (l’articolo Vecellio inserirà in “La palma va a Nord”): “L’intellettuale è uno che esercita nella società civile  - almeno dall’affare Dreyfus in poi – la funzione di capire e i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e si scorgerne le conseguenze possibili”, mosso “dall’amore alla verità”. In armonia con la fase profetica di Pasolini, quello dell’ “io so”  del novembre 1974, un anno prima della morte: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentati di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano, regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero”. Compito immane, dare coerenza, subito, al “quadro politico”. Che Sciascia, se ci avesse ripensato, come ebbe poi a fare con “L’affaire Moro”, avrebbe probabilmente rigettato o trascurato. Col Montaigne che cita nel racconto “La sentenza memorabile” (1982): “I nostri ragionamenti anticipano spesso i fatti”. Vagando: “Giudicano e si esercitano sulla vanità stessa e sulle cose che non sono”.
L’affare Dreyfus implicava un esercizio di verità su una falsità manifesta: schierarsi era un atto politico e non di verità, che era nota.

Nel “Compendio della vita di Gesù Cristo” Pascal evidenzia che, “venuto al Tempio”, a insegnare e discutere, “pone in evidenza i vizi nascosti degli scribi”. Questo è evidente, anche i non credenti. 

Leopardi – Ghiotto di gelati lo fa Ranieri, e infelice, per il petto gracile, ingobbito. Ma
soprattutto era ghiotto di bellezza, nella forma di “donne belle”, “avvenenti”.

Letterat-Usa – Roger Hobbs, nuovissimo Grande Scrittore Americano – ce n’è uno al mese – si presenta su “Repubblica” con piglio del noir. Come lavora? “Faccio ricerche sul campo: entro nei bar ad alta densità malavitosa, mi porto molti pacchetti di sigarette, mi preparo ad offrire parecchi giri di whisky e inizio la mia indagine”. Ma non è proibito fumare al bar? Hobbs esibisce peraltro una faccia da bamboccio, impossibile da vedere in un bar di malavirìtosi, e con la quale comunque nessun malavitoso se la farebbe. Magari è anche un buono scrittore, ma l’autore Usa deve ammannirci, da un secolo buono, una biografia un po’ maledetta. Prima fu il carpentiere-manovale. Poi il bucaiolo, la generazione beat. Ora, si vede, il marketing premia l’immagine del buono all’inferno – seppure globalizzato, sanitarizzato e quasi da Salvation Army. Mentre sono sempre letteratissimi, come lo erano quelli con le ghette, Hawthorne o Henry James, e più i “vitalisti”, Hemingway, Kerouac, Foster Wallace.

MillennioSulla base, non infondata, dei “Saggi di psicologia contemporanea” di Paul Bourget 130 anni fa, si può dire il Millennio frivolo e disappetente. Con guerricciole umanitarie qua e là, per il frizzo delle armi – ma più che altro fanno sbuffi, mulinelli di polvere. Va a piccoli assaggi, epoca  dell’aperitivo. Incostante. Incapace di proposte di qualche interesse, a parte l’“immagine” dell’autore, e ad esse non interessato. Ondivago.

Bourget, applicando il principio di Taine, che la letteratura voleva “psicologia vivente”,  fece un’analisi psicologica degli autori dell’Ottocento, che ancora si fa leggere: dello stesso Taine, Stendhal, Baudelaire.

letterautore@antiit.eu