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sabato 5 dicembre 2020

Letture - 141

letterautore

Casinò – Figlio del caos? L’etimologia è incerta, anche perché ritorna, per questo accentato, dal francese. Ma la più probabile lo collega a “Casina”, una delle commedie riconosciute di Plauto, della ragazza “figlia del caso” – una commedia che sarebbe stata ispirata dal greco Difilo, da una commedia che aveva a protagonista Casina e si intitolava “L’estrazione a sorte”.
 
Classico
– È  romantico, Proust, “Journées de lecture”, 71: “La preferenza dei grandi scrittori va ai libri degli antichi. Quegli stessi che sembrarono ai loro contemporanei i più «romantici» non leggevano che i classici”. Perché il pubblico è romantico, lo scrittore è classico: “Si potrebbe quasi arrivare a dire, rinnovando forse, con questa interpretazione d’altronde tutta parziale, la vecchia distinzione tra classici e romantici, che sono i pubblici (i pubblici intelligenti, beninteso) che sono romantici, mentre i maestri (anche i maestri detti romantici, i maestri preferiti dai pubblici romantici) son classici”. Il fascino è classico, anche, l’antico.

Freud – Il “guignol austriaco, - M. Houellebecq, “Serotonina”.

Glaciazioni – Storia vecchia, non sole geologicamente – e immodificabile: “Tutta la storia umana s’è svolta nell’intervallo tra due glaciazioni che ora sta per finire”, scriveva Calvino nel 1975 come promozione per una ditta giapponese di whisky (poi pubblicata sul “Corriere della sera” come “La glaciazione”, e ripreso in volume in “Prima che tu dica «Pronto»”),  prima del “buco nell’ozono”.
 
Govoni – Lo ricordano due lettori sul “Robinson”, che pubblica le loro lettere, chiamandolo Carlo. Nessuno legge “Robinson”, o le lettere. Giusto sfogliarlo?
 
Lettura - “Si vuole sempre un po’ uscire da sé, viaggiare, quando si legge”, Proust, “Journées de lecture”,74
 
Morte – Meglio non essere nati, meglio la morte che la vita, etc., tutto l’armamentario schopenhaueriano, “le forse venti citazioni in fila” del “Mondo come rappresentazione e come volontà”, dapprima Proust sceneggia -  “riassumo naturalmente le citazioni” – nelle “Giornate di lettura”, da Voltaire a Byron, Erodoto, eccetera, come Schopenhauer li ha citati, collegandoli agli “Aforismi sulla saggezza della vita”, opera evidentemente compilativa, dice sempre Proust, di cui “Schopenhauer può dire il più seriosamente del mondo”: ‘Compilare non è il mio genere’”. Salvo poi concludere per sé, subito dopo, in relazione all’amicizia, “poiché non siamo tutti, tutti i viventi, che dei morti ancora non entrati in funzione”, etc. etc.
 
Nietzsche – È declinato in “l” da Cavino nel “Piccolo sillabario illustrato”, “l” da Lou Salomé – in un’ottima sintesi del rapporto-non rapporto tra i due. “Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salomé avrebbe ben voluto provocare nell’amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica”, Nietzsche le rispondeva che poteva levitare solo con la mente. Da qui la successione delle cinque vocali che Calvino immagina della lettera “L”: “L’ale li l’ho, Lou!” Lambiccato ma il senso è quello.
 
Occidente – “L’Occidente allo stadio orale” ripercorre  Houellebecq, “Serotonina”.
 
Padre – Resta sempre in ombra, semisconosciuto?  È tutto per David Livermore, il regista della Scala, che parlando con Iolanda Barrera, su “L’Economia”, attribuisce tutto il talento e tutto quanto ha fatto al padre: “Volevo fare qualcosa che rendesse felice il mio babbo: amava l’opera e desideravo che la persona che amavo di più sulla terra fosse fiero di me”. Un padre, però, che tiene nascosto e quasi segreto – sarà stato un signore inglese, a giudicare dal nome, ma altro?
 
Poesia – Si vuole giovane? Pasolini è morto di 53 anni, Baudelaire di 46 – alla stessa età Nerval si è impiccato. Leopardi di 41 anni, Campana di 47.
Moltissimi i russi morti presto: Griboëdov di trentaquattro anni, Puškin di trentasette, Lermontov, che trovò pure il tempo per valorose campagne nell’esercito, di ventisette.  Nel Novecento Chlebnikov è morto di trentasette anni, di vagabondaggio e miseria, Gumilëv di trentacinque, di piombo rivoluzionario, Blok di quarantuno, di toska, la fatica di vivere, ubriachezza e amori infelici, Esenin e Majakovskij, i due vitalisti suicidi, di trenta e trentasette, Mandel’štam di quarantasette, ai lavori forzati nel ghiaccio.
Trentasette potrebbe ritenersi l’età fatidica, segnata da Puškin e Majakovskij, dieci più dei poeti del secondo Novecento. Attorno al 1970 – o al mitico Sesantotto – morivano i poeti in musica di ventisette anni: Tomi Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones - Tenco di 29. Esistenze già piene, di poesia, e di sesso, droga e depressione. Reincarnazioni di Freud, si direbbero - o sue vittime: della sessualità serpentesca, da animale a sangue freddo. O è l’artista che presto non ha più nulla da dire – il manager che fa un’ultima puntata sulla morte? O erano i figli della guerra, che avendo vissuto in pace non reggevano la paura? Un tempo si moriva di trentatré, a partire da Alessandro Magno, poi l’età per questo tipo di sparizioni è calata. Sono i numeri che reggono il mondo? E chi li calcola con tanta stolida arguzia?
 
Tedeschi-ebreiSebald, “Storia naturale della distruzione”, nell’edizione originaria in inglese ha un saggio su Améry e uno su Peter Weiss. Due scrittori tedeschi che si sono scoperti all’improvviso non tedeschi – è il tema di Hannah Arendt – per le leggi di Norimberga. Con padri o madri, loro come tanti, ormai cristiani, qualcuno da tempo. E hanno avuto, hanno mentre scrivono, difficoltà a capirsi diversi. Weiss dà spesso nei drammi nomi di ebrei a figure di tedeschi-tedeschi – persecutori, torturatori, carcerieri. Ogni tanto congratulandosi. Weiss scrive nel diario nel 1964: “Quanto sono contento di non essere tedesco”. Ma nel poema dantesco “Die Ermittlung”, un inferno in 33 canti, dà nomi ebrei perfino a assistenti al genocidio, come a comprenderli nella Colpa – Per “un senso soggettivo di coinvolgimento personale nel genocidio” (Sebald, “On the natural History of Destruction”, 189), seppure “nevrotico”.
 
Yiddish – Per Manldel’stam (“Il rumore del tempo”, 1925, p. 33), “lingua melodiosa, interrogativa, sempre stupefatta e delusa, con accenti marcati sui semitoni”. Stupefatta dunque, ancora poco prima dell’Olocausto: gli ebrei si sorprendono a essere tedeschi.

letterautore@antiit.eu

Feste tristi per Montalbano

Due Capodanni di Montalbano, naturalmente solo, in lite con le feste – tratti da “Un mese con Montalbano” e “Gli arancini di Montalbano”. Due prove che senza la Sicilia non c’è “Montalbano”, non c’è Camilleri.
Il whodunnit alla Poirot di “Capodanno”, chi è stato, è poca cosa - poco lussureggiante nella ambientazione, cervellotico nello schema assassino. Lo “sfunnapedi” di “Gli arancini di Montalbano”, il tranello, che il commissario si inventa, per potersi mangiare indisturbato gli arancini di Adelina, la “cammarera”, è perfino irritante.
Entrambi i racconti, recuperati in due dei film tratti dai Montalbano, invece funzionano: “Gli arancini di Montalbano”, il secondo o terzo film di Sironi, l’inventore del Montalbano al cinema, e dieci anni dopo il secondo della serie “il Giovane Montalbano” di Tavarelli – che ricalca, in economia, quello di Sironi. E allora? C’è, anche, un Montalbano al cinema, di Sironi?
Andrea Camilleri, Capodanno, la Repubblica, pp. 47, gratuito col quotidiano

venerdì 4 dicembre 2020

Ombre - 540

Parte il “cashback” a dicembre? Quando? Sarebbe semplice dirlo, ma non si sa - forse per l’Immacolata. Come ci si iscrive al programma “cashback”?  Che non è semplice – nemmeno per i “nativi digitali”. Sono tutti i caffè, i commerci, i siti online (i siti online, dove i pagamenti si fanno solo per carte di credito, non possono concorrere) pronti a gestire un sistema di pagamenti radicalmente nuovo? Il fatto più rilevante per le abitudini nazionali prende poco o niente spazio, rispetto a Conte e Di Maio, e Salvini. L’informazione non vuol essere informazione.
 
Azionisti Unicredit da tanto a niente: dai dividendi solidi, con buy back di rinforzo al titolo, all’acquisizione forzosa del Monte dei Paschi. Tutto in pochi minuti, nella disattenzione. Come se niente fosse, l’avvelenamento della prima o seconda più grande banca italiana con l’iniezione di Mps.
 
Si liquida Unicredit con la regia del Tesoro. Solidamente in mano al Pd, a Gualtieri con l’impavido Padoan. Non si può dire nemmeno un maleficio del malefico Grillo. Ma nemmeno del fu partito dell’“abbiamo una banca”. No, è il solido vecchio partito del potere, del comandare è meglio che godere. Dei vecchi, confessionali, Dc tournés  Democrat: un altro Andreotti, vicepresidente, con le fondazioni ex casse di risparmio venete e torinese – e con la Banca d’Italia? S’innesca una crisi di proporzioni incalcolabili. Ma come non detto.
 
“Siamo nell’unica regione al mondo che destina il 70 per cento del suo bilancio alla Sanità, con risultati fallimentari”. E: “Quando ho visto che girava la candidatura di Rosy Bindi (a commissario alla Sanità in Calabria, n.d.r.) mi sono messo le mani nei capelli: da lei è iniziato lo slittamento verso il privato”. La tragedia – della Calabria da un quindicennio e dell’Italia nel contagio - è tutta qui. Ci volevano un senza patria come Gino Strada e un cronista non corretto come Smorto per dire queste semplice verità, su “la Repubblica”.
 
La privatizzazione della sanità, opera della sinistra Dc, a favore delle assicurazioni, e dei “compagnucci della parrocchietta” delle cliniche, ha portato alla catastrofe, che Strada sintetizza efficace: “Il pubblico ha perso, i servizi sanitari sono stati depauperati, chiusi gli ospedali, tagliato l’organico. E gli stessi medici si sono trasformati in imprenditori di se stessi, all’interno degli ospedali”.
 
Le ricchezze dei ricchi si moltiplicano da qualche tempo per effetto del basso costo del denaro, che alimenta i boom di Borsa, e di conseguenza gli attivi finanziari. Non è questo il problema della disuguaglianza, spiega Alberto Mingardi, il direttore dell’Istituto Bruno Leoni,  su “L’Economia”: il problema è la “distruzione di competenze, socialità e formazione” per effetto del lockdown – che ormai, si può aggiungere, prenderà un ano, almeno uno. Gli effetti sono pesanti sull’apprendimento, e sul lavoro: “Il Covid ha aperto una voragine fra coloro che hanno un reddito garantito, in larga misura perché lavorano per lo Stato, e tutti gli altri”. Come tra chi ha una famiglia che supplisce alla scuola, e chi non ce l’ha. Che ha perso un anno, e gli stimoli. Ma di questo non si parla.
 
“Non abbiamo mai fatto tagli al personale”, spiega a “L’Economia” il ceo di Crédit Agricole in Italia, Giampiero Maioli. Che vanta: “Sì, dopo 15 acquisizioni siamo italiani”. Quindici acquisizioni senza licenziare nessuno – anzi con “assunzioni giovanili, skill digitali e tecnologiche”. Forse i francesi governano in Italia perché ci sanno – le banche in Italia sopravvivono eliminando personale.

La scoperta della mafia

Finalmente un film vero sulla mafia. Sulla barbarie, la stupidità, la bassezza della mafia in Sicilia negli ultimi trent’anni del Novecento. Un film documentario, con pochi fronzoli sulle sceneggiate di contorno, ma potente, per montaggio, e immagini e audio d’epoca. Con le testimonianze dal vivo delle giudici popolari che Angela Finocchiaro riassume nel docufilm: Teresa Cerniglia, Maddalena Cucchiara, Francesca Vitale – più Mario Lombardo, uno dei giurati. E i giudici del processo, Giordano, Grasso e Ayala.
Un film vero perché centrato finalmente sul “noi e loro”, com’è giusto, di siciliani che giudicano e condannano, inorriditi, altri siciliani. Per il diritto, e per rendere giustizia alle centinaia di servitori dello Stato trucidati, alle migliaia di mafiosi (e non mafiosi) vittime della mafia. Dei terribili anni 1970-1980.
Un capolavoro. Che pochi hanno visto. Poco promosso, è vero, ma le cifre della audience sono misere: 3,4 milioni di spettatori– che si penserebbero molti ma non per Rai 1: sono un terzo degli spettatori di un Montalbano sulla stessa rete. Non piace la mafia così com’è, trucida – è la colpa dell’antimafia, che l’ha magnificata.
Francesco Micciché, Io, un giudice popolare al maxiprocesso, Rai 1

giovedì 3 dicembre 2020

Il mondo com'è (416)

astolfo

Disgelo – Non fu sempre guerra, seppure fredda, nella guerra fredda. Alla morte di Stalin a Mosca, il 5 marzo del 1953, seguì un periodo detto in russo del “disgelo” – da titolo di una romanzo di Ilya Ehrenrburg, del 1954. L’ala dura del partito Comunista sovietico, capitanata dal capo dei servizi segreti Beria, fu presto sconfitta: a luglio Beria è in disgrazia, la polizia segreta sottomessa al partito, e il capo del governo, Malenkov, e del partito, Krusciov, annunciano un nuovo indirizzo: più beni di consumo, prezzi remunerativi ai produttori agricoli, soppressione dei campi di lavoro  forzato, amnistia politica. Un gruppo di riforme che sarà ribattezzato col titolo del romanzo di Ilya Ehrenburg allora in uscita, “Il disgelo”. Mentre si fanno contestare nella stampa di partito gli abusi di potere autoritario e le spese di prestigio. E si lasciano circolare voci sull’impreparazione sovietica a fronte della minaccia hitleriana, ridimensionando Stalin nel suo titolo di maggior gloria, la sconfitta di Hitler. Si riaprirono i contatti con gli Stati Uniti e i primi colloqui furono avviati a Ginevra in vista di accordi di disarmo bilaterale. Si conclude con un armistizio la guerra di Corea. Mosca partecipa alla conferenze internazionali sulla Germania e sull’Indocina. Abbandona le pretese su Porkkala (Finlandia) e Port Arthur (Cina). Smobilita un milione 200 mila soldati.
Il XXmo congresso del Pcus, quello della denuncia dello stalinismo, lancia la strategia della coesistenza pacifica: competizione economica con l’Occidente e sostengo sempre alle guerre di liberazione, ma la guerra mondiale non è più in agenda. 
Un periodo breve, che verrà alimentato dalle voci sul rapporto di Krusciov al Pcus contro lo stalinismo, e porterà nel 1964 all’accordo per il bando degli esperimenti nucleari. Ma si è già chiuso politicamente nel 1956, con la repressione in Polonia, dopo i fatti di Poznan a giugno (l’insurrezione operaia è repressa dalle truppe sovietiche), e con l’invasione a ottobre dell’Ungheria, contro la rivolta popolare.

Italo Calvino lo ricorda, ma in chiave si direbbe contemporanea, di un dissidio con l’egemonismo cinese - nella “Nota 1979” al racconto che aveva scritto nel 1957, “La gran bonaccia delle Antille”, sullo stallo in Italia tra Democrazia Cristiana e partito Comunista. Crede di ricordare “la prospettiva di una guerra atomica che proprio allora divideva i sovietici, che la presentavano come la fine della civiltà, dai cinesi che tendevano a minimizzare i pericoli”.
 
Scomparsi
- Gli scomparsi sono tanti, in ogni paese, persone di cui all’improvviso non si sa più nulla. Sono stati 245 mila in Italia negli anni dal 1974, da quando se ne tiene il conto, fino al 31 dicembre 2019. Rintracciate solo per due terzi. E vanno ad aumentare, per effetto dell’immigrazione ma non solo. Nel 2018 sono stati quasi 5 mila, con un aumento del 16 percento – in Francia 13 mila. Nel 2019 oltre quindicimila - 15.044 (di queste ne sono state ritrovate i due terzi, 9.846 – di cui 227 prive di vita).
Per classi di età, il maggior numero sono minori. Soprattutto dei centri di accoglienza per immigrati. Nel 2019 le denunce di scomparsa di minori sono state  8.331, il doppio del 2018. In 2.955 casi i minori scomparsi sono stati italiani, per 5.376 stranieri. Dall’1 gennaio 1974 al 31 marzo 2019 il numero dei minori scomparsi censito dal ministero dell’Interno era di 122.208, per un terzo ancora da ricercare, 42.044. Un caso a settimana, in media, in Italia riguarda bambini sottratti per liti familiari e finiti in Stati esteri. Ma questo aspetto del fenomeno è legato soprattutto allo sfruttamento dei minori, per lavoro illegale, accattonaggio, prostituzione. Il numero dei bambini che ogni anno scompaiono nel mondo è attorno al milione
In Italia il fenomeno si è accresciuto soprattutto con l’immigrazione. Dei 61.036 residenti in Italia  che al 31 dicembre 2019 risultavano ancora da rintracciare, erano italiani poco meno di un sesto, 9.959. I cinque sesti erano stranieri, esattamente 51.077. È su questa quota di sparizioni che è molto forte l’incidenza dei minori: erano 41.848 a fine 2019, i quattro quinti del totale degli immigrati mancanti all’appello.
Dei 15.044 residenti di cui è stata denunciata nel 2019 la scomparsa, più delle metà erano italiani, 7.905 (gli stranieri sono stati di meno, 7.109) Le donne scomparse sono state 4.776. I minori molto più della metà del totale, 8.331.
Su base regionale (i dati disponibili sono di fine 2018) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denunce - sul totale (1974-2018) di 229.687. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia (4.080.
 
Tedeschi-ebrei – In quarantamila sono tornati a Berlino. Da Israele, non da un qualsiasi ghetto orientale. Qualcuno a titolo di risarcimento, o così dice, “ci riprendiamo un po’ di quello che ci hanno tolto”, in realtà perché in Germania si ritrovano, non hanno mai smesso di essere tedeschi. A lungo in Israele, a Tel Aviv ma anche a Gerusalemme, la lingua franca è stata il tedesco, puro o nella forma yiddish.
È più di un paradosso, che degli ebrei si vogliano tedeschi. E ancora di più il viceversa, dei tedeschi ebrei, in petto, seppure recalcitranti e maneschi. È ebrea la cosa più simpatica della Germania, il Maggiolino Volkswagen. Era di Josef Ganz la Standard Superior del 1933, pubblicizzata come “deutsche Volkswagen”, e come tale spiegata a Hitler al Salone dell’Auto di Berlino in primavera, macchina popolare. Nel nome in codice, Maikäfer, maggiolino, e in alcune componenti poi decisive per il successo: telaio a tubo centrale, motore posteriore orizzontale, assali oscillanti, sospensioni indipendenti. Ganz era ebreo. Volkswagen riconoscerà il debito nel 1961, quando era incalzata in tribunale in una causa plurimiliardaria dal vecchio costruttore Tatra, per dodici brevetti rubati alla Tatra 11, la prima utilitaria tedesca. Cercò Ganz, lo trovò in Australia malato di cuore, effetto di una cronica sindrome maniaco-depressiva, e gli chiese di certificare il suo contributo originale al Maggiolino. Ganz testimoniò, gratis, ebbe solo una decorazione di Prima classe per servizi resi alla Repubblica tedesca, il Bundesverdienstkreuz I. Klasse des Verdiestordes der Bundesrepublik Deutschland, e morì contento.
Il Novembre Rosso, col licenziamento del kaiser e la proclamazione della repubblica, delle repubbliche, alla fine della Grande Guerra, furono opera di ebrei. L’agitazione e la lega di Spartaco ebbero in primo piano Rosa Luxemburg, Leo Logisches, Paul Levi.  Preminente la presenza ebraica nella repubblica socialista presieduta da Kurt Esiner, che il 7 novembre 1918 a Monaco aveva liquidato i regnanti di Baviera – prodromo alla cacciata del kaiser. E quando, il 6 aprile 1919, dopo l’assassinio di Eisner, fu proclama la Repubblica dei Consigli, erano ebrei i membri più influenti: Erich Mühsam, Ernst Toller, Frida Rubiner, Tobias Akselrod, Gustav Landauer, Ernst Niekisch. Così pure Eugen Levine-Nissen, il capo degli spartachisti che subentrarono agli anarchici.

astolfo@antiit.eu

Un paese attorno al Gianicolo

Un album di foto dei residenti, dei padri, i nonni, del quartiere come cominciò a formarsi, dalle ville fuori porta, che furono la scena, attorno al Gianicolo, della fine della Repubblica Romana, nel 1849. Il secondo di una serie, iniziata, sempre a Roma, col Salario, per riacquistare alla città la dimensione paese, nell’ambito del quartiere – siamo alla nuova questione identitaria, ma Roma è sempre stata una città di quartieri, ognuno con una propria fisionoma. Una dimensione urbana fatta di conoscenze, punti di riferimento comuni, valori condivisi. Illustrata dai nomi importanti ”. Qui soprattutto scrittori, Gadda, Pasolini, Caproni, Elsa Morante – dimenticati stranamente i Bertolucci – e da Escher (trascurati i musicisti, Morricone, Piovani). E dai personaggi comuni, negozianti, artigiani, professionisti, che per un qualche motivo si ricordano, l’anzianità, la cordialità.  
Le immagini familiari sono mescolate con quelle tratte dagli archivi pubblici. Con pochi contributi scritti, ma bastanti a delineare una fisonomia. Di Paolo Masini, ex assessore alla Cultura in circoscrizione e in Campidoglio, che attivò l’archivio storico culturale del Municipio, e presiede il Rome Best Practices Award. Di Simona Marchini con le memorie familiari. Dello scrittore Emanuele De Luca, che per molti anni editò il mensile di quartiere “Quattro passi”. E una serie di aneddoti e figure evocati da Sara Fabrizi e Martina Gatti. Carlo Picozza ricostruisce la “ferita aperta” del Forlanini, il grande ospedale, venti ettari, da venti anni abbandonato – e questa è la storia di Roma città – Roma capitale?
Una realizzazione Typimedia, la società di Luigi Carletti e Edoardo Fedele, che ha avviato a Roma il progetto “Community”; custodire, e in fondo creare, una pratica di vita d’insieme, di quartiere,
Com’eravamo: Monteverde 1849-1950
, Communitybook, pp. 213, il. € 14,90
 

mercoledì 2 dicembre 2020

Il salto nel buio - lo strano caso di Unicredit

Si  dice che i grandi azionisti Unicredit erano scontenti del pay-back, non sufficientemente remunerativo, a partire dalla quotazione in Borsa. Perché, la quotazione dopo Mustier è migliorata – ha perso il 5 per cento il primo giorno, l’8 il secondo? Non volevano, si dice, fanno dire, una presenza più marcata in Germania. Che è la ragion per le quale, spiega Mediobanca, le banche francesi guardano a Unicredit come preda, per entrare nel mercato tedesco. Volevano, si dice anche, dividendi più sostanziosi, e ora non avranno nulla, nemmeno uno di consolazione. Mentre erano al sicuro dalle rischiose avventure M&A, fusioni e acquisizioni, tipo il Monte dei Paschi di  Siena, e ora vi saranno costretti.
La vicenda sembra insensata, ma evidentemente non lo è. Gli azionisti passano da una banca prospera, con l’annuncio di dividendi, e di un solido buy-back, al nulla – all’ipotesi che Unicredit sia vittima di una banca francese. Qual è la ratio  di questo “imbroglio”? L’unica spiegazione è politica, la “vecchia politica” che non si peritava di distruggere pur di comandare. Qui rappresentata dal dominus  dell’operazione, il vice-presidente Lamberto Andreotti, il figlio, per conto delle fondazioni ex casse di risparmio che lo hanno nominato, il quale ha portato dentro Padoan, l’ex ministro del Tesoro di Renzi. Non è bastata, si vede, la rovina di Mps, quella delle banche venete, quella di banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara.

Appalti, fisco, abusi (190)

A  Roma lo straordinario notturno dei Vigili Urbani scatta alle 16.
A Roma è giorno dalle 8 alle 16, poi è notte fonda?
 
Due crolli e mezzo di Unicredit in Borsa per l’allontanamento dell’ad Mustier domenica, senza una discussione preliminare e senza un sostituto. Difficile non vederci una speculazione al ribasso sul titolo. E già si parla di un “cavaliere bianco” che verrebbe dalla Francia a salvare Unicredit. Ma Unicredit non è – era – la migliore banca in Italia, insomma la seconda migliore?
 
Si è proceduto all’allontanamento di Mustier dopo l’ingresso in banca di Padoan, l’ex ministro del Tesoro. Portato dal responsabile nomine per conto del consiglio d’amministrazione, il vice-presidente Lamberto Andreotti (figlio, sì). Per conto delle fondazioni delle ex casse di risparmio torinese e venete. Il vecchio mondo Dc ora Pd. Che ha guastato le banche venete, al fallimento, il Monte dei Paschi di Siena, e le banche tosco-umbro-marchigiane minori. Ora ci prova con Unicredit? Senza difese?
 
Enel fattura 450 kWh mensili per 100 euro – tutto compreso: abbonamento Rai, oneri di sistema, trasporto, accise e iva. Ora propone 200 kWh mensili per 50 euro, come promozione speciale, eccezionale, solo per un anno. L’offerta, cioè, costa più del servizio ordinario.

Il signor Nessuno

“Era il rovescio di ogni cosa che m’incuriosiva, il rovescio delle case, il rovescio dei giardini, il rovescio delle strade, il rovescio delle città, il rovescio dei televisori, il rovescio delle lavastoviglie, il rovescio del mare, il rovescio della luna”. Ancora nel 1978, mentre cogitava  questo “Palomar”, forse lo stava scrivendo, Calvino immaginava un “Fulgenzio” che la sua giovinezza vede così (“Lo specchio, il bersaglio”,  sul “Corriere della sera” 14 dicembre 1978, ora in “Prima che tu dica «Pronto»”). Insoddisfatto: “Ma quando riuscivo a raggiungere il rovescio, capivo che quello che cercavo io era il rovescio del rovescio, anzi il rovescio del rovescio del rovescio, no; il rovescio del rovescio del rovescio….”.
Questo è quello che fa il signor Palomar. In spiaggia d’estate guarda e indaga le onde e il topless, fa la “nuotata serale”, perplesso, forse stanco, trova nel giardino di casa lo strombazzare degli uccelli, specie il “fischio del merlo”, con qualche fastidio (“ma i dialoghi umani sono qualcosa di diverso?”), strappa le erbacce, osserva i tre “pianeti esterni” per una notte visibili tutt’e tre insieme, Marte, Saturno e Giove. Poi si sposta in città. A Roma combatte i piccioni, “lumen-pennuti”, “progenie degenerata e sozza e infetta, né domestica né selvatica ma integrata nelle istituzioni pubbliche, e come tale inestinguibile”. E osserva gli storni, perplesso – sull’intelligenza animale, o delle trasmigrazioni. Indeciso la sera se guardare la tv o il geco. A Parigi va dal formaggiaio, dal macellaio, allo zoo di Vincennes, che gli richiama lo zoo di Barcellona, e al Jardin des Plantes. Ogni capitoletto segnando con tre cifre, 1, 2, 3, ma non nello stesso ordine, spiega infine in nota, le cifre si spostano col racconto. Perché ognuna di essere corrisponde a un particolare senso tematico della zona del capitoletto che designa: “Gli 1 corrispondono generalmente a un’esperienza visiva” (“un’immagine”), “nei 2 sono presenti elementi antropologici, cuturali in senso lato”, “i 3 rendono conto di esperienze di tipi più speculativo”, cosmo, tempo, infinito, io, mondo – passando così “dall’ambito della descrizione e del racconto a quello della meditazione”. A Parigi seguono “i viaggi di Palomar”. Che iniziano con “I silenzi di Palomar” – i silenzi per cui Calvino era famoso. Combattuto tra “il parlare in certa misura e il non parlare mai”. Prova ad occuparsi della diatriba tra i giovani e i vecchi. Ma non si appassiona che a modelli, fisici, matematici, logici. Prova a farne forme di vita, non ci riesce. E allora guarda il mondo, come se non fosse mondo. Insomma, ha “difficoltà di rapporti con il prossimo”, ci “soffre molto”, e finisce per pensare al mondo senza di lui.
Una parabola della vita – di Calvino. Un exploit notevole, ma niente più di questo, niente di appassionante o memorabile. Poco empatico, come si dice oggi, e un pizzino anzi misantropo.
Scorre in fretta, come il fischio del merlo, si chiude con disappunto, per il signor Palomar a disagio, e per sé. Il racconto di un’inappetenza.
Italo Calvino,
Palomar, Sorrisi e Canzoni tv + la Repubblica, pp. 132 € 8,90

martedì 1 dicembre 2020

Armi spuntate a Teheran

L’uccisione dell’ing.Fakhrizadeh è un “avvertimento” di Nethanyahu a Biden? È la sola conclusione, seppure in forma interrogativa, cui è arrivata la Farnesina, di concerto con le altre cancellerie europee. Pochi o nulli i timori per la minacciata rappresaglia iraniana. La rappresaglia non si è avuta per l’uccisione del generale Suleimani, ben più drammatica, non la si aspetta per il direttore del programma nucleare di Teheran, di cui gli ayatollah non sanno nemmeno spiegare le modalità dell’uccisione, malgrado le minacce solenni di vendetta.
In Libano l’organizzazione sciita filoiraniana degli Hezbollah, in altri tempi una spina nel fianco di Israele, è sulla difensiva, per i disastri provocati dai suoi governi, su iniziativa delle forze sunnite e cristiane. In Europa, la rete dei killer iraniani è ovunque sotto processo dopo le tante morti tra le fila dell’opposizione agli ayatollah.
L’uccisione dell’ing. Fakhrizadeh, indubbiamente per mano israeliana, anche se non rivendicata, viene spiegata come un altolà all’amministrazione entrante Biden in America. In particolare al nuovo segretario di Stato Blinken. A Blinken Nethanyahu imputa la politica di appeasement verso l’Iran del secondo mandato Obama, nella posizione, allora, di vice-segretario di Stato.  

Una nave traghetto è l’ammiraglia iraniana

La “scoperta” che l’ammiraglia della flotta iraniana è una nave traghetto costruita trent’anni fa in Italia, la Galaxy F (riadattando un vecchio cargo, Altinia), non turba la Farnesina. La scoperta è stata fatta dal sito russo Sputnik, con dovizia di particolari.
Galaxy F sembra un nome a effetto, essendo al sigla dell’ultima linea di cellulari Samsung. Una traghetto ro-ro (roll on-roll off, per il trasporto di automezzi) con questo nome c’è stata, varata nel 1992 dai cantieri Visentini sul mare di Rovigo, ma non battente bandiera italiana né armata da italiani.
Del fatto interessa di più la sorgente dell’informativa-denuncia. Che cioè essa sia arrivata da Mosca. Un segno forse che il rapporto già stretto fra Russia e Iran, sul nucleare,  e sulla guerra in Siria, si è incrinato. In parallelo, la Russia ha avviato una concertazione col reame saudita, l’arcinemico degli ayatollah, sulla politica petrolifera e su quella degli armamenti.   
La foto del ponte della nave iraniana, diffusa da Sputnik, è sembrata peraltro una sorta di fiera degli armamenti disponibili per la Marina dei pasdaran, razzi e droni. Cioè un segno di debolezza. Analogamente per l’ipotesi fatta circolare che la Shahid Rudaki, come l’ex cargo è stato ribattezzato, abbia abbattuto il drone stealth americano Global Hawk nello stretto di Hormuz il 20 giugno 2019, e\o abbia lanciato i droni che colpirono i siti petroliferi sauditi (senza peraltro danneggiarli) il 14 settembre dello stesso anno.

L’horror dell’horror

Un affastellamento di identità, storie, orrori, attorno agli scomparsi, tanti i bambini – nel 2018 oltre quindicimila, solo in Italia. Un fenomeno reale, che Carrisi drammatizza sul lato perversioni.
Si va alla follia, e oltre. Attorno a due mostri sacri, Dustin Hoffman e Toni Servillo, ma il filo scappa sempre, per due ore d’immagini tetre, tra personaggi inconcludenti, in luoghi non luoghi, dai nomi vagamente americani – come il dottor Green, ambigua “specie di dottore”. E non finisce mai, il contorcimento di budella dura due ore e passa.
Ci sarà un zoscar dei film di serie B, cui Carrisi avrà voluto concorrere. Ma perché  farsi pagare per mostrarlo?
Donato Carrisi, L’uomo del labirinto, Sky Cinema

lunedì 30 novembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (441)

Giuseppe Leuzzi

È al Sud la percentuale più alta di non fumatori: il 70 per cento in Basilicata, il 66 in Calabria, il 63 in Puglia, il 61 in Campania, il 59 in Sicilia. In fatto di prevenzione, della salute, il meridionale è vigile.
 
“È la democrazia”, dice il senatore Nicola Morra a proposito dei calabresi che hanno votato Jole Santelli, colpevole di essere poi morta: “Ognuno deve essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, sei grande e grosso”. Ma anche lui è eletto in Calabria, benché genovese. Che non abbia tutti i torti.
 
A “Non è la D’Urso” su Canale 5 domenica
l’ altra Sansonetti, ora direttore del “Riformista”, un tempo impegnato in Calabria con un paio di giornali sul fronte della legalità, continua a contestare, come soleva, il giudice antimafia Gratteri, che accusa di carrierismo e di troppi processi andati a vuoto. Gli contesta l’arresto del presidente del consiglio regionale Calabria, senza nessuna colpa specifica o addebito agli atti della sua indagine. Salvini, anche lui in studio da remoto, ne approfitta per fare lo statista e si proclama difensore di chi combatte le mafie a rischio della vita. Ma si professa “buon amico” del giudice Gratteri: terminologia equivoca, non lo sa?

Gratteri va da Fazio e ci scherza sopra. Non si querela mai, e quindi non sta a contestare i giornalisti. Salottiero, benché sotto scorta da decenni. Gratteri è autore di best-seller, in tandem con Nicasio, per la Mondadori – il filone aperto dall’indimenticabile “Gomorra”, prodotto editoriale da due milioni di copie, solo in Italia (la mafia rende).
 
Buccini sul “Corriere della sera”, dovendo ritinteggiare la farsa del commissario alla Sanità in Calabria, ripesca lo storico De Cesare, che a Ferdinando II, penultimo re di Napoli, fa trovare “le sue Calabrie”, con sgomento, “divise dal mondo, separate fra loro da distanze assurde” e, come oggi per la sanità, “senza alcun conforto della vita civile”. Ma si dimentica che Ferdinando II era pur sempre il re, anche di quelle Calabrie, di un regno ereditato da molte generazioni.
 
Sudismi\sadismi
Klaus Davi si è trovata la mafia a letto. Non propriamente, forse un semplice carcerato – uno che aveva abbordato in chat, col quale aveva avuto “molti incontri in albergo”, a Reggio Calabria, nella piana di Gioia Tauro, sulla Sila, finché a un certo punto il giovanotto si era cancellato, scomparso. Aveva un tatuaggio, piccolo, un quadrato coi puntini, ricorda Davi. Che ha poi scoperto essere comune tra i carcerati, ma lui preferisce dirlo di ‘ndrangheta - tipo i santini del giudice Gratteri. La mafia è componente necessaria anche all’orgasmo? C’era un dubbio, se tanti non riescono a farne a meno.
Davi dice anche - da sociologo di massa, non più di massmedia: “L’omosessualità è molto diffusa nella mafia. Ogni grande famiglia di ‘ndrangheta ha almeno un omosessuale o una lesbica in casa”. Finalmente una parola chiara, ma a pro della mafia o non contro? Davi rischia il politicamente scorretto.
Forse, indirettamente, nel subconscio - nel subconscio dell’analista Davi? - c’è la nobilitazione della mafia. Le “grandi famiglie”, certo, sono ingorde, di tutto – una volta si sarebbe detto che si permettono tutti i vizi, ma la gloria è quella.
 
Calabria gaudiosa
Eugenio Gaudio, anatomopatologo di fama, con un impact factor elevatissimo, 75, e amministratore capace, all’Aquila e alla Sapienza, che ha retto egregiamente per sei anni, è finito nel ludibrio per avere detto che rinunciava all’incarico di commissario alla Sanità in Calabria perché sua moglie non vuole “andare a Catanzaro”. Magari è una battuta, Gaudio non aveva nessuna voglia di fare il medico dei poveri – aveva avuto una richiesta, non aveva detto sì. Un understatement naturale per lui, che è british di educazione e di modi. Ma siccome lui e la moglie sono calabresi la cosa è stata messa in ridicolo: tutti hanno riso della moglie, come di una cretina – e di Gaudio zimbello della moglie, come nelle vecchie vignette di Manzi su “Tempo” illustrato. Come se Ida Cavalcanti, nata e cresciuta a Cosenza, come il marito, non esistesse. Non potesse dire: “Non voglio trasferirmi a Catanzaro”.  Nemmeno una donna, in epoca di femminismo, solitamente ciarliero sul ruolo della donna, si è sentita di dover protestare: perché un marito non dovrebbe considerare la volontà della moglie? La “donna del Sud”, poi, figurarsi.
La questione in sé è diversa e semplice, e Gaudio, alla calabrese, l’ha detta: la Calabria è considerata, dai commissari valtellinesi, campani, emiliani, zona di confine o coloniale, dove si va qualche giorno l’anno, giusto per scaldare la poltrona. Anche per 200 mila euro, l’anno, ma questo naturalmente non è elegante dirlo.
 
La scoperta di Siracusa
Lunga intervista in punta di penna di Francesco Merlo sul “Venerdì di Repubblica” dieci giorni fa con Lucia Azzolina, l’insegnante siracusana ministra delI’Istruzione, la sola che si batte nel governo, con intelligenza, per tenere aperte le scuole. Cosa che lo stesso Cts, il comitato tecnico-scientifico da cui il governo si fa assistere nella pandemia, raccomanda: “Le scuole vanno aperte. O per i ragazzi sarà un massacro”, va dicendo il presidente del Comitato, Agostino Miozzo. Ma a vuoto: il governo chiude le scuole per evitare di dover limitare o chiudere la produzione,  il commercio – è la posizione anche del giornale di Merlo. E questo si capisce, della sorpresa di Merlo: fa colpo incontrare qualcuno intelligente contrario alle posizioni che uno deve sostenere. Un po’ insegnante, un po’ Teresa Mannino.
Ma non è solo questo. Di più c’è il fatto – Merlo lo ripete più volte, segno della sua sorpresa – che la ministra è di Siracusa. Come dire di origine bassa, “babba” in siciliano – vuota, insipida, muta. Anche se la città si è fatta in pochi anni uno dei posti più civili, in Italia e in Europa. Merlo, di Catania (i giorni in cui non è di Parigi), si vede che da parecchio non ci va, se mai c’è stato. Il più restio a scoprire il Sud è il meridionale. A scoprirlo al di sotto della patina greve di abomini e insulti.
È tanto sorpreso, Merlo, che si dimentica di dire al lettore che la ministra è sostenuta dal Cts. Il quale ha spiegato più volte che, contro il contagio, basta scaglionare gli ingressi a scuola, e predisporre mezzi di trasporto aggiuntivi per l’ora di ingresso e quella di uscita dalle scuole. Bastava, sarebbe bastato. Perché le scuole, con Azzolina, si sono organizzate, i trasporti no. Cioè i sindaci e il governo, la politica.

Oicofobia
“Dopo il caso Calabria esplode il caso Sicilia”. Il ministro della Sanità Speranza manda gli ispettori  a monitorare la sanità in Sicilia. Non l’ha fatto per Vò né per Lodi, o Alzano, dove il contagio era diffuso dagli ospedali, lo ha fatto quando finalmente ha potuto farlo in due regioni del Sud, che invece riescono a contenere disagi e morti. Per consentire i titoli infamanti? Un finto ingenuo, di Potenza, che si conquista i media col tasto leghista? È l’oicofobia di Roger Scruton, l’odio dei luoghi d’origine.
 
Lo stesso è di Annunziata? Faceva rabbia, fino alla pena, l’intervista sdraiata a “Mezz’ora in più” su Rai 3 ieri con l’impresentabile Morra, quello dei calabresi bastardi perché hanno votato Jole Santelli. Dopo avergli letto, ammiccando complice, “una letterina per lei da parte dei vertici…, del vertice aziendale” – una lettera di scuse per avere escluso lo stesso Morra da una precedente trasmissione di Rai 3. Si può cercare lo scandalo – si fa per dire: questo Morra chi è, a chi interessa? – ma non a costo di un minimo di dignità. Anche soltanto di solidarietà femminile. Per una irpina di De Mita la Calabria sarà terra incognita, l’“Affrica”, il deserto.

leuzzi@antiit.eu

Dopo il matrimonio c'è un domani

Un formidabile exploit. Di Annette Benning soprattutto, e del regista-autore William Nicholson, sceneggiatore di film di successo, drammaturgo, che filma in proprio un suo dramma di vent’anni fa, “Hope Gap”. Della donna che il matrimonio vive scontato, finché il marito non la lascia, al trentesimo anno di vita coniugale.
Un dramma senza drammi: niente Ibsen, un dramma borghese, comune, ovvio, nell’inciampo, nello svolgimento, nella conclusione. Fra persone ordinarie, seppure con le loro peculiarità, come è di ognuno. In una relazione di cui niente lasciava presagire la crisi. Ma la stanchezza è un motivo. Sul presupposto ovvio che “il matrimonio funziona se entrambi i coniugi vogliono che funzioni”. E tuttavia un dramma speciale. Come lo è ogni anche minima o consueta o scontata vicenda umana. Ma qui con arte, con pochi “attrezzi” cinematografici: pochi personaggi, poche scene, poche ambientazioni, pochi esterni, e sempre gli stessi, le stesse luci e inquadrature. Sul viso, i tagli, le parole di Benning, eterna giovane amante della poesia, con la quale si esprime.
Un film parlato, di parole, come si diceva il teatro di parola, ma in realtà calcolato finemente, nelle immagini, il taglio, la successione.
La crisi del matrimonio non è un dramma. O meglio, lo è ma non una dannazione. E può aprire una nuova vita – cambiare fa bene.
William Nicholson, Le cose che non ti ho detto, Sky Cinema

domenica 29 novembre 2020

Problemi di base - 609

spock

Non sono morali le azioni per amore di sé, p.es. fare l’elemosina – I. Kant?

Solo il rispetto merita rispetto – I. Kant?
 
“Solo abbattendo ogni pretesa dell’amore di sé si conferisce autorità alla legge morale” – I. Kant?
 
Meglio della “morale delle intenzioni” è la morale della “responsabilità”, delle conseguenze delle nostre azioni - Max Weber?
 
La morale dell’uguaglianza non implica la disuguaglianza – sia pure nella forma della diversità?
 
Si tollera se si comprende, o si comprende se si tollera?
 
Si comprende anche se non si capisce?

spock@antiit.eu

Nabokov ironico, malinconico, e il fascino della Russia

Un’immersione nel fantastico, anche quando è realistico, storico, scientifico, entomologico. Per la scrittura rarefatta che snoda i racconti, eterea, umbratile. Di persone, situazioni, storie come avvolte o dissolte in una nebbia, di certezze, di sentimenti. Nella bizzarria – la bizzarria è il segno di Nabokov, il sorprendente, ma con il coinvolgimento dell’autore, come trasognato. Racconti di sogni, come sogni. Irenici. Anche nei disastri: “La parola”, il racconto di un esiliato cui una schiera di angeli mostra un mondo idilliaco sopra una realtà barbarica, è stato scritto dopo l’assassinio del padre di Nabokov, a Berlino dove i due abitavano - per mano di due emigrati estremisti che non gli perdonavano di essere stato segretario alla presidenza del governo Kerensky, del governo provvisorio dopo la prima rivoluzione, di febbraio (figlio a sua volta di un ministro della Giustizia dello zar Alessandro II, un ministro riformista).
Molti i racconti di figure femminili, che più spesso sono la ragazza piena di felicità. Con Berlino e Parigi, i luoghi dell’emigrazione, e il ricordo costante di Pietroburgo. La Russia – molta Russia d’antan - sempre con malinconia, ma vista indefettibilmente con lente ironica. In “Rumori” l’evocazione nostalgica dell’amore impossibile per la cugina Tatiana Evghenievna Segelkranz, sposata, tra fughe di Bach, abiti vaporosi, gite in bici, chiacchiere perse con l’amico artistoide, nel mezzo reca la domanda: “Ma dov’è questa Sarajevo?” Il racconto del titolo è il matrimonio a trent’anni, dopo molti rifiuti, di una donna affascinante, naturalmente russa, con uno sconosciuto incontrato in casa di amici che le chiede di sposarlo. 
È la summa dei racconti di Nabokov, scritti a partire dal 1921, dapprima a Berlino e poi a Parigi, alcuni ripescati e tradotti dal russo da Dmitri, il figlio dello scrittore, gli altri ritradotti dall’inglese, come li aveva riscritti lo stesso autore, che li ripubblicò in quattro raccolte, tra il 1958, dopo il successo di “Lolita”, e il 1976, un anno prima della morte. Questa, curata da Dmitri, cantante lirico e italianista, li comprende tutti, una cinquantina, eccetto i tredici pubblicati a parte col titolo “La Veneziana”. Compreso un inedito, “Natascia”, datato Berlino 1921 e firmato Vl. Sirine, che compendia Nabokov: le realtà rarefatte, l’emigrazione, la povertà dignitosa, la solitudine, la morte – ma la morte non turba l’innocenza.
Molto avviene in treno. A segnare le distanze, che per un russo sono un fatto, e la casualità, degli incontri, delle conversazioni, delle considerazioni, delle conoscenze. “In balia del caso” inscena un russo emigrato che serve come cameriere nel vagone ristorante di un treno sul quale viaggia la moglie amata, che lui crede dispersa in Unione Sovietica. Il treno è il mezzo dell’avvicinamento e, di più, dell’allontanamento. Il luogo di un mondo sradicato: il successo di Nabokv, non vittimista, e anzi bonario ironista della storia, copre un mondo di fatiche e sacrifici, anche nei casi, pochi, di riuscita, di rinascita.
Con la percezione acuta della violenza nella Germania di Hitler già nel 1933: “Il Leonardo”, slang della mala americana per falsario, traduce il russo “reuccio”, titolo originale del racconto, che mette in scena la violenza insensata tra coinquilini a Berlino. Con le note dello stesso autore. Altri racconti, a volte, nei racconti. Di “Favola”, che non rileggeva, dice, dal 1930, traducendolo in inglese scopre che anticipava Lolita: “Lavorando alla traduzione, ho trasalito incontrando un Humbert un po’ decrepito ma inconfondibile, che già scortava la sua ninfetta”. In nota a “Terrore” ironizza su Sartre: “Precedette di almeno una dozzina d’anni ‘La Nausée’ di Sartre, con cui condivide certe sfumature di pensiero, ma nessuno dei difetti fatali di quel romanzo”.
L’edizione è arricchita da Dmitri di una informata prefazione e di altre note esplicative, con ricordi personali e paterni. Le traduzioni italiane sono dello stesso Dmitri, e di France Pece, Anna Raffetto, Ugo Tessitore.
Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, pp. 768 € 22