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sabato 19 novembre 2016

Recessione – 58

“Nessun paese può fare a lungo più deficit che pil” (Tremonti, ma così).
Il deficit è sul 2,4 per cento, contabilmente – di fatto oltre il 3 per cento, molte coperture essendo di comodo.
Il pil cresce al più dell’1 per cento.

La spesa alimentare è in forte calo: negli anni 2007-2015 è diminuita del 12,2 per cento (Censis).

Un ampio food social gap si è prodotto, un classismo del cibo (Censis), rispetto al 2007, all’inizio della crisi: a fronte di una spesa media per alimentazione ridotta del 12,2 per cento, quella delle famiglie operaie si è ridotta del 19,4 per cento (e se in capo a un disoccupato del 28,9).

Nei primi nove mesi del 12016 quasi mezzo milione (442 mila) assunzioni a tempo indeterminato in meno rispetto al 2015 (Istat).

In Italia e in Europa l’occupazione è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, 2007, anche se di poco.
Lo sarebbe di più se non fossero aumentati gli occupati immigrati: di un punto e mezzo percentuale sul totale degli occupati, da 14 a 17,2 milioni.

Trump è venuto sulle onde radio

Si è detto dello schieramento massiccio dei media in favore di Hillary Clinton, dei giornali a stampa e online, e delle tv. All’ultimo censimento, due settimane prima del voto, 280 quotidiani erano a favore della candidata democratica, con 22 milioni di copie, quattro per il repubblicano, con 276.000 copie di tiratura. Ma forse l’inefficacia dei media non è stata totale: le radio tifavano prevalentemente Trump.
I principali talk radiofonici sono conservatori e hanno tifato Trump: una platea calcolata in 45 milioni di ascoltatori. Inoltre, la maggiore rete radiofonica americana, l’iHeart Media texana, avrebbe siglato un accordo informale con Trump per sostenerne la candidatura: iHeart è il maggior gruppo editoriale americano, con un fatturato annuo di sei miliardi di dollari, il doppio del maggiore gruppo della carta stampata, Gannett (“Usa Today”).
La radio è il terzo mezzo di comunicazione per fatturato negli Usa, dietro la Tv e la carta stampata, ma il secondo e forse anche il primo per abitudini di ascolto. Essendo fruibile in automobile, che è mezzo di spostamento obbligato per il lavoro e la spesa. L’ascolto medio pro capite giornaliero sarebbe di circa due ore. Secondo uno studio del portale tedesco Statista, il 54 per cento della popolazione si sintonizza ogni giorno sulla radio, contro il 75 per cento della tv, e il 46 per cento dei social media.

La banda del buco alla Repubblica

La Repubblica è quella di Scalfari, il giornale. “Il racconto di uno dei fondatori”, recita il sottotitolo. Furono numerosi, ma Giovanni non lo era. Scritto per l’editrice de “Il Fatto”, il giornale concorrente. Una resa dei conti personale, contro De Benedetti che sostituì Valentini all’“Espresso” con Rinaldi. Ma a volte si presume troppo di sé.
Si legge facile, non resta nulla - a volte si presume troppo di sé. C’è Monica Mondardini “Crudelia Demona”. C’è Mario Calabresi “l’orfano d’Italia”. Della fusione con “La Stampa” non c’è nulla. Di Omnitel c’è il pettegolezzo: Valentini che fa avere a De Benedetti dal missino ma compaesano Tatarella, vice-presidente del consiglio dell’odiatissimo Berlusconi e ministro delle Poste e Telecomunicazioni, la concessione delle frequenze Omnitel Pronto Italia, oggi Wind Infostrada.

Questa storia è lunga: c’è Scalfari che ogni giorno sollecita Valentini su sollecitazione di De Benedetti, e c’è l’invito risolutivo a casa Valentini di Tatarella e De Benedetti, con l’invio risarcitivo di un semplice mazzo di fiori dell’ingegnere alla signora anfitriona. Ma l’essenziale manca, la “creazione del denaro”, grazie al monopolio delle frequenze: una licenza costata niente e rivenduta dopo pochi mesi in Germania per 7,5 miliardi. Il miracolo della banda del buco, di cui in Solov’ev: c’era una volta una setta di dyromoliai, adoratori del buco, la cui religione consisteva nel praticare un buco nell’isba, poggiarvi le labbra, e ripetere: “Isba mia, buco mio, salvatemi!”. Non mentivano, dice il primo e unico filosofo russo: l’isba chiamavano isba, e il buco nel muro buco. Almeno finché del buco non fecero il regno di Dio in terra.
Giovanni Valentini, La Repubblica tradita, Paper First, pp. 142 € 112

Problemi di base cosmopoliti - 301

spock

Si congeda Obama intristito dall’Europa: vuole asilo politico?

Ogni settimana Assad bombarda ad Aleppo una scuola o un ospedale pediatrico: ne aveva costruiti così tanti?

Questo Putin vince in Ucraina, Siria, Bulgaria, Moldavia, e ora in America: e in Italia, è anche lui per il no?

Putin vince senza fare le guerre: non potrebbe insegnare alla Nato come si fa?

Perché alla Ue tutti si baciano?

Avvicina-allontana di più l’Europa il bellicoso Renzi o il pappamolla Prodi?

Come si tiene meglio l’Europa, facendone vita vissuta o coi regolamenti?

Ma Milano è la capitale morale d’Italia, l’unica città “europea”, la sede d’ogni virtù, oppure un lazzaretto di ghetti e voragini sociali che ha bisogno dell’esercito? 

spock@antiit.eu

Il papa del sorriso muore

Esattamente non si sa, potrebbe anche essere sopravvissuto – questo dipenderà dalla ricezione del serial. Ma il colpo che il papa ha avuto alla sua prima apparizione in pubblico, così scenografica, dal frontone della basilica sulla piazza San Marco, apoplessia, infarto, dissezione dell’aorta, potrebbe essere stato fatale. Intervenuto dopo l’aura fortissima dei genitori che scompaiono - morti, chissà, vagabondi. Una fine simbolica, anche la morte dei genitori un bambino soffre come un abbandono, che lascia il papa solo, come deve essere per ogni indignado.
È su due figure del tempo, il giovane indignado e il papa venuto dalla fine del mondo, che Sorrentino ha costruito il serial. Verboso, per dire che è serio - oppure no, di una oratoria solida, nelle allocuzioni e nei repartee, affascinanti, tutto il contrario dei serial di frasi smozzicate. Entrambe figure modello. Entrambe isolate, l’indignado in piazza, il papa nei palazzi. Veritiero: i sacerdoti che si vedono in Vaticano e a Roma, in prevalenza ora non mediterranei, bianchi e neri, sono aitanti, sportivi, fumatori, e parlano liberamente, niente di pretesco. E naturalmente straordinario: immaginifico, lussurioso, come solo può oggi distinguersi il cinema da youtube, dal video virale, dalla scenetta, nonché per i dialoghi, e i grandi discorsi.
O forse anche – così è nell’esito – su una terza figura del tempo, rovesciata: il rifiuto della folla indistinta della contemporaneità, dei social, anonimo, incolore. Cui il giovane papa si rifiuta dal balcone, finendo per incontrarla in “non luoghi”, la stazione di servizio, l’autogrill. Il film laico di Sorrentino sarebbe così un luogo di spiritualità, per gli spettatori sperduti in questa contemporaneità chiacchierona e vacua, unidimensionale e spenta. Un deserto sottolineato dall’amore del papa per la giovane coppia che vuole un figlio. E dalla scenografia che sempre lo rappresenta in luoghi chiusi, anche intimi, pieni di vita: un soffitta, uno studiolo, il bagno, giardini vissuti, animando gli stessi solenni appartamenti papali. 
Piace legarne anche l’idea a Eco, alla sua delusione da ultimo per la mediocrità del contemporaneo, della visibilità o esibizionismo, e dello tsunami social. Non un legame specifico, la delusione è ampia, e forse generale, ma sì per il fatto visivamente dominante del giovane papa che fuma, in ogni circostanza. Di cui alla barzelletta del domenicano e del gesuita nell’apologo “My heart belongs to daddy” di Umberto Eco sull’“Espresso” qualche anno fa. Il gesuita fuma. Il domenicano chiede: come puoi? Ho chiesto il permesso, dice il gesuita. L’ho chiesto anch’io ma me lo hanno negato, dice il domenicano. E come l’hai chiesto? Ho chiesto: posso fumare mentre prego? E ti hanno risposto no, certo, dovevi chiedere: posso pregare mentre fumo? Il fumo come preghiera, dunque. Che non è solo una barzelletta, è filosofia al quadrato, logica e mistica.
È una spiritualità fatta di fisicità – al confronto appunto con la sterilizzazione della rete: fumo, sport, amicizie, affetti. Col supporto di un linguaggio semplice, quello di tutti. Del papa, dei suoi amici e anche del suo segretario di Stato. Finalmente ripulito dal pretesco - il modo di porgere dei sacerdoti è rimasto quello che Molière prendeva in giro, dei tartufi, già dunque alcuni secoli fa.   
Una rappresentazione del potere, che si vuole solitario, ma più veritiera: senza compiacimento - non c’è gioia nel potere, se non si diletta della crudeltà. Un papa che si rifiuta di “fare il papa”: dare carezze e benedizioni – sono “esibizionismo”. E ha un Dio, quello che sorride: dai fedeli vuole che sorridano, e ne è felice, certo che un giorno sarà in grado di abbracciarli “a uno a uno”.
Un’idea geniale, cioè semplice. E opera d’autore che farà epoca, di forza evocativa e suggestione impressionanti. Tanto più nel silenzio che lo accoglie, fragoroso – non di sbadataggine. Con molto Fellini, la visionarietà, quale Sorrentino usa. E al fondo, innominato, Nanni Moretti, “Habemus Papam”, soggetto e sceneggiatura (temi e stacchi), e qualche immagine - nonché, chissà, la stessa idea della inadeguatezza, che insidia Moretti ma non solo, è patologia-terapia ora privilegiata nel business strizzacervelli. Sostenuto - soprattutto? - dalla qualità oratoria: grande teatro, sembra Shakespeare.  

Paolo Sorrentino, The young pope

venerdì 18 novembre 2016

Il mondo com'è (283)

astolfo

Comunismo  -Si vuole agli atti come un disegno di palingenesi, morale e sociale, ma è stato, è tuttora in Cina, il regno del formalismo, sterile – nonché della,repressione: dell’esclusione e non dell’inclusione. Un formalismo necessario per addomesticare le ambizioni personali, i carrierismi, la corruzione, lo strapotere, che però la funzione politica riduce a burocrazia. Non ha risolto il problema istituzionale, della rappresentanza e del voto di base,  e per questo è sterile.
È la formalizzazione del potere, in realtà. Un disegno di potere ma poco rigenerante. E limitato: solo per la parte ascesa sociale e politica di alcuni invece che di altri, senza criterio di giustizia o di uguaglianza. Angela Davis, comunista di partito pura e dura, ha nella sua “Autobiografia”, senza umorismo, l’aneddoto di Gus Hall, il presidente del Partito Comunista Usa, che quando lei fu rimessa in libertà, al termine della campagna che aveva impegnato per molti mesi prioritariamente il partito, non seppe se festeggiare: “La notizia era arrivata nel bel mezzo di una seduta del congresso del partito. I compagni furono combattuti tra il desiderio di dare subito l’annuncio e la certezza che la notizia avrebbe mandato all’aria la riunione”.

È – è stato – anche palestra di depoliticizzazione. All’insegna del tutto è politica, e anzi della scuola di politica. Ma secondo un canone e un format “marxista-leninista” che non era nient’altro oltre la formula “obbedire alle parole d’ordine”.

Conquista – L’avventura forse più celebrata e europea dell’Europa – della “madre della civiltà” – l’“americanista” Lévi-Strauss poteva tranquillamente definire, per esempio nell’intervista con Marcello Massenzio, ora in “Razza e storia. Razza e cultura”, “la colpa più grande commessa nella storia del’umanità: l’avere distrutto, o cercato di distruggere, ciò che rappresentava la metà della ricchezza umana”, la metà del futuro Occidente – e lo poteva dire da ebreo, tenendo dunque conto dell’Olocausto. Un “peccato inespiabile”, di cui fu colpevole tutta l’Europa già costituita in Stati, Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, e il papato.

Destra-sinistra – Concetti apparentemente semplici, nella storia e nella politica, un po’ meno a fine Novecento, malgrado gli sforzi di semplificazione di Bobbio, sembrano del tutto irrelati nel millennio, già da prima della crisi. (Non tanto tra di loro quanto )in eraltà difficilmente def inibili, ) Irrelati non tanto tra di loro, anzi semmai al contrario, mescolati, ma sì con la realtà. Per questo anche di difficile ora definizione. Nella confusione che si labella populismo, a sua volta di destra e di sinistra, ma giusto perché la crisi dei due concetti coincide con la crisi dei partiti politici di tipo tardo Ottocento-Novecento: organizzati e istituzionalizzati, nella geografia elettorale e in quella parlamentare e di sottogoverno.
I due concetti non sanno definirsi in rapporto alla giustizia. In tutte le sue forme, penale, sociale, e perfino civile – è più forte il creditore e, il debitore, il contratto, la fededegna? In rapporto al “mercato”. In rapporto alla povertà, al lavoro, alla retribuzione giusta – che senso hanno i minijob americani e tedeschi, senza prospettiva? Alla produzione e al tempo libero. In rapporto alla guerra, alla pace, all’ambiente – il radicalismo ecologico è stato di destra, anche estrema. Ai diritti civili, sociali, di genere – quanto confuso conformismo.
Lo scadimento di destra e sinistra va in uno con lo scadimento dei concetti politici, e della politica tout court. Dell’opinione pubblica: la comunicazione, la rappresentazione o narrazione. Ridotta a manifestazione epidermica, al piccolo magnetismo tv, ai linguaggi cifrati e scontati, parole d’ordine rimasticate.

Masterchef – Il cibo diventa un culto perché diventa raro, e quasi esoterico: non si mai parlato tanto di cucina ora che non si pratica più. E l’alimentazione si vuole una scienza, con abuso di dietologi, gastroenterologi, gastronomi, enologi, biologi. Le rubriche di gastronomia, enologia, dietologia, di semplice colore sui cibi, grezzi e cucinati, si moltiplicano, è il settore del giornalismo in espansione, l’unico, degli esperti di alimentazione per qualche verso, anche non ecologica. .
In una giornata qualsiasi sono una dozzina i programmi tv nella prime dieci reti in chiaro dedicati ai cuochi e alla cucina, più un’altra dozzina sul satellite. Si fanno grandi personaggi del Masterchef e dei cuochi “stellati”. E anche dei non stellati purché in tv buchino lo schermo – anche per insipienza. Cuochi e cucine prendono un paio di pagine ogni giorno sui quotidiani, si fanno supplementi interamente dedicati alle ricette, agli ingredienti, al “km. 0”, o viceversa al mercato elastico. Non da ora, da alcuni anni. In parallelo con l’abitudine ormai diffusa di non cucinare: nessuno cucina più o quasi, se non gli spaghetti. Si mangiano come fossero capolavori culinari i panini che un tempo si rifiutavano, se non per forza maggiore, e per risparmiare, mentre si è praticamente sostituita la trattoria, anche in paese, con la pizzeria e l’apericena alla caffetteria, tutto rigorosamente surgelato, anche le polpettine fritte. Surgelata la pizza, chi l’avrebbe detto: eppure.
Fatta la tara della pubblicità alimentare moltiplicata col moltiplicarsi della non cucina, e quindi dell’offerta in scatola o surgelata, una pubblicità da catturare con le tv che non costano o con i supplementi a stampa, il fenomeno resta curioso: si apprezza il bene per la curiosità, per la scarsità. Fino al fanatismo.
Non si mangia del resto nemmeno professionalmente, se non, qualche volta, nei ristoranti stellati – ma con l’amaro in bocca: la fama è sempre superiore alla realtà. Alle trattorie e ai tavoli comuni per i più si sostituiscono peraltro sgabelli alti da tortura, scomodi per scoraggiare la lunga permanenza, e un cibo che in rarissimi casi è cucinato. Per mangiare solitamente sfizi, l’alimentazione si riduce a poco: pizze al taglio riscaldate, e fritti rifritti, ribattezzati gourmet e streetfood
Lo scadimento è del gusto. Con ricorso ormai generalizzato all’offerta pubblica, di salsamenterie, rosticcerie, caffetterie. Per una nutrizione veloce, riscaldata invece che cucinata. La stessa peraltro che si pratica, riscaldando invece che cucinando, oppure ordinando, alla produzione di cibi precotti.
La novità – la pubblicità - fa aggio sulla qualità del cibo in offerta pubblica.

Terrore – Si associa alle condanne a morte e alle esecuzioni a vista. È il Terrore della Rivoluzione francese. Quello Rosso dopo l’attentato a Lenin nel 1926. Metodi grossolani. Costosi e inutili, anche al fine di diffondere la paura. La Turchia, che un secolo fa aveva sperimentato lo sterminio genetico, contro gli Armeni, ora fa le prove del terrore bianco: Non meno effettivo, tutto lascia presumere, del terrore rosso ai fini del controllo della popolazione, ma senza l’onere degli esami critici internazionali. La Turchia è peraltro paese Nato, e quindi a tutti gli effetti del blocco liberale o occidentale,
Dopo il golpe fallito del 15 luglio, lo stato di emergenza è stato decretato per novanta giorni, che ha consentito arresti e destituzioni in massa, su decisione del governo, senza giudizio né contraddittorio. Di golpisti, di “gülenisti”, sostenitori di Gülen, il leader politico esiliato in America oppositore del presidente Erdogan, di esponenti liberali, di esponenti della minoranza curda.
Circa 160 giornali o siti d’informazione sono stati chiusi – tra essi il “Corriere della sera” turco, “Cumhuriyet”. Almeno 130 giornalisti sono stati carcerati in attesa di un’incolpazione specifica. Due e tre volte questo numero si sono esiliati o hanno smesso l’attività. Gli arresti sono in totale circa 37 mila – novantamila detenuti per reati comuni sono in dismissione, verso la libertà provvisoria ai domiciliari, per fare posto ai carcerati politici. Le sospensioni dall’impiego pubblico, di giudici, insegnanti, le due categorie più colpite, militari e poliziotti, sono state 110 mila. Più 11 mila insegnanti curdi, e trenta sindaci di cittadine curde.  Il 4 novembre sono stati carcerati anche dodici deputati curdi, senza reati specifici.
Nel Kurdistan turco almeno 1.700 persone sono state uccise dai raid aerei e dall’artiglieria turca malgrado un armistizio concluso a suo tempo tra il governo centrale e il partito indipendentista  curdo, o dei Lavoratori Curdi (Pkk).
La repressione è stata accompagnata dalla confisca di case e beni dei carcerati e dei perseguiti. Secondo un dato ufficiale, sono stati confiscati beni per 5 miliardi di dollari. Ma la cifra reale si attesterebbe sui 13 miliardi, secondo calcoli più attendibili.
Nel golpe sono morte 241 persone.
Lo stato d’emergenza è stato prolungato il 3 ottobre per altri novanta giorni.

astolfo@antiit.eu 

Tra lo sconfitto Obama e la perdente Merkel

Si fa in sordina la visita di commiato di Obama dall’Europa. Una conclusione mesta per una presidenza che si voleva epocale, il primo nero presidente degli Usa, al comando del mondo. Che tristemente Angela Merkel si sforza di far passare come l’affidamento del testimone, dal comandante americano alla comandante europea – soprattutto, per una bizzarra morfologia della sua comunicazione, con la stampa italiana. Una serie di vertici tra uno son fitto e una perdente.
La presidenza di Obama è stata degna di nota, anche se più fallimentare che non – guerre, sanità, reddito. Quella europea, se la cancelliera vuole ascriversela a credito, in concomitanza con la presidenza Obama, é stata otto anni di disastri e risentimenti – la Germania dice che sta bene, che sono gli altri a stare male, i lazzaroni, ma nemmeno lei è convinta, e oggi non rieleggerebbe la prima donna, che sconfessa in tutte le elezioni.
Ma l’Europa è in secondo piano, il focus è sugli Usa. Basta fare il confronto di questo tour europeo di Obama con un mese fa, la celebrazione dell’Italia alla Casa Bianca: il presidente vi figurava ancora playmaker della stessa “piccola” Europa. La festa per l’Italia segnava “euforia” (“La stampa”), “un messaggio forte soprattutto per l’Europa e per la Germania” (“Sole 24 Ore”), un invito a Renzi “ad alzare i toni con l’Europa” (“la Repubblica”). La sconfitta era  inimmaginabile.
La vittoria di Trump è una sconfitta di Obama più che di Hillary Clinton. La cosa non viene detta ma è un fatto. E il suo primo esito è lo sconcerto dell’Europa. Che, incapace a fare da sé, ha avuto a lungo un padre-madre a Washington, e ora è senza una bussola in quella capitale.
Questa bussola l’Europa tuttora probabilmente ce l’ha, ma  non sa riconoscerla – l’Europa ha anche un deficit forte di conoscenze. Trump non indebolisce gli Usa – non è detto, bisognerà vedere cosa farà. Ma lascia in questa transizione, ancora per un paio di mesi, l’Europa sola con se stessa. Che non sa pensare ad altro di meglio – almeno i suoi giornalisti accreditati - che a un succedaneo Merkel.

Il partito (Democratico) che non c’è

Sa di buffo, se non fosse anche un po’ tragico, il doppio ruolo di Renzi, di capo del governo e capo del partito D emicranico. Perché il partito non c’è. Per quel poco che se ne manifesta è un dei tanti gruppi anti-Renzi, e di suo accumula solo insufficienze, anche penose.
Un partito d’incapaci. Ha vinto le elezioni e non ha saputo fare il governo – glielo ha dovuto fare Napolitano, l’allora presidente della repubblica, con la stampella della destra. Anche in precedenza, quando si chiamava dell’Ulivo, aveva vinto varie elezioni, e sempre si era mostrato incapace di governare.
Un partito di rancorosi. Ha silurato Prodi più volte, che adesso invoca contro Renzi. E silura Renzi, compatto al referendum, non sa nemmeno in nome di che o di chi. Anche magari a costo di perdere poi le elezioni.
Un partito di stupidi. Voleva commissariare Roma per mafia. Roma. La capitale d’Italia. La capitale della cristianità. La città più grande d’Italia. E un sindaco Pd.
Lo stesso Renzi a questo punto c’è da chiedersi: ma chi è, cosa vuole? Se organizza un congresso a gennaio di un partito che non c’è.

Morire per la Lega

Si moltiplicano “nel territorio”, i ricordi e le celebrazioni degli entusiasmi e dei lutti della Grande Guerra – nel silenzio delle istituzioni e dei media: c’è stata una Grande Guerra? con un milione di morti? Un’altra Italia, che ancora resiste alla dissoluzione, per questo se non altro a suo modo emozionante: controcorrente.
I comuni pre-aspromontani che si sono riuniti nell’associazione culturale Mesogaia (Cosoleto, Delianuova, Oppido Mamertina, Santa Cristina d’Aspromonte, Scido), hanno tenuto nel 2015 due convegni per celebrare i propri caduti, a Delianuova il 4 agosto e a Oppido Mamertina il 4 novembre, e questa pubblicazione ne raccoglie gli atti.  Storie di personaggi, soldati semplici o ufficiali, preti o mangiapreti. Le poesie d’autore locali sulle magnifiche sorti dell’Italia. I monumenti ai Caduti che ogni singolo Paese volle a fine conflitto. E una notizia biografica di tutti i caduti dei cinque paesi: Oppido a cura di Antonietta Bonarrigo e Rocco Liberti, Delianuova di Giuseppe Frisina e Angelo Fortunato Schiava, Cosoleto di quest’ultimo, Scido di Giuseppe Frisina, Santa Cristina di Antonio Violi. La cifra dei caduti basta a dirne il senso: 322, per una popolazione mobilitabile non superiore alle tremila unità. Il 10 per cento di morti sono pochi, molti? Ma, dopo un secolo, sono morti per niente – anzi già trent’anni fa, al dilagare della Lega.
Il patriottismo si spinse fino alla mobilitazione per ospitare e sfamare i profughi delle Venezie dopo Caporetto: circa 250 mila fuggirono sotto il Piace, calcola la storica Giovanna Procacci, e una buona metà fu ospitata al Sud, Delianuova ne conserva il ricordo.
Associazione Culturale Mesogaia, Il contributo del territorio di Mesogaia alla Grande Guerra, Nuove Edizioni Barbaro, pp. 176 € 12

giovedì 17 novembre 2016

Gli scoraggiati della politica

Al trionfo di Putin ha partecipato il 48 per cento dei russi aventi diritto – e meno ancora nelle metropoli: il 33 per cento a Pietroburgo, il 35 a Mosca. Si astengono gli ungheresi dell’agitatore Orban: al suo referendum anti-immigrati ha votato solo il 43 per cento. Si astengono i francesi: all’ultimo voto, a inizio anno, per le regionali, si è astenuto al primo turno il 50 per cento dell’elettorato (al secondo il 70 e oltre per cento). Si astengono i lavoratori: nei primi dieci quartieri di Parigi a maggioranza salariata l’astensione al primo turno è stata tra il 60 e il 70 per cento. Si astengono anche i tedeschi: alle ultime ragionali al 38 e più per cento – alle comunali di Hannover al 44,5.
Si astengono gli italiani: il referendum potrebbe vincerlo l’astensionismo. Non in senso tecnico – il referendum comunque sarà valido – ma politico: potrebbe vedere una partecipazione miserevole. Le premesse ci sono, nei sondaggi, e nella parole d’ordine che corrono nei vecchi partiti. E non sarebbe una novità. Nemmeno uno scandalo, l’astensione è uno dei modi di fare politica. Ma sì nel quadro di fondo, che porta sempre più e sempre in più paesi all’astensione: quasi dappertutto il “primo partito”: come se gli elettori lasciassero scoraggiati il mercato politico - così come molti, dopo troppi fallimenti, smettono di cercare lavoro, gli “scoraggiati”.
È il trend in Italia
Il fenomeno è universale – nel piccolo universo europeo. In Italia è un trend sempre più robusto. Per il sindaco di Milano si sono astenuti, malgrado una campagna elettorale vivace, il 45 per cento degli aventi diritto – erano stati il 24 per cento alle politiche nel 2013. E come a Parigi, l’astensione è stata superiore nei quartieri di salariati, un 53 per cento (59 a Rogoredo, 58,5 al Corvetto, 56 a Quarto Oggiaro, 57 al Giambellino). Anche a Torino, il successo di Appendino è frutto dell’astensione, al 45 per cento al primo turno.- con tassi superiori nei quartieri operai: Villette al 54, Mirafiori Nord al 55, Madonna di Campagna al 51. O in Liguria per le regionali l’anno scorso: in due anni l’astensione è passata da poco più del 25 al 50,5 per cento – con tassi più alti nei quartieri operai: 58,8 a Marassi, 53,3 a Cornigliano, 52, 6  Bolzaneto.

Nell’Italia che votava sempre e comunque, la tendenza si può anzi dire storica. Fino alle regionali del 1976 l’astensione era fisiologica, attorno al 10 per cento. Alle politiche del 1979, la prima sconfitta del Pci, è salita al 13,1. Nel decennio successivo ha oscillato sul 16 per cento. Negli anni 1990 sul 20 per cento - la fine della “Prima Repubblica” si compensava con la mobilitazione per la “Seconda”, specie a destra. Nel 2001, vittoria di Berlusconi, e quindi della destra, è però salita al 25 per cento. Nel 2013, trionfo di Grillo, al 30. Tredici milioni di elettori, una volta e mezzo il voto del Pd, o di Grillo, o della coalizione di destra. Necessariamente di elettori salariati, per due terzi o quattro quinti. Con un tasso di astensione triplicato in quattro decenni, con progressione costante. Nelle elezioni locali successive l’astensione ha raggiunto il 50 per cento e oltre.
Impoverimento
Le ragioni sono molteplici. Il non voto di protesta. La frustrazione per le aspettative non realizzate. Le nuove stratificazioni sociali, imposte dal mercato o globalizzazione, e dalla crisi persistente, ormai quasi da un decennio. La difficle integrazione etnica.
Questa, da tempo aperta negli Usa, è una questione nuova in Europa. Negli stessi Usa ha una recrudescenza, paradossalmente proprio sotto la prima presidenza di una minoranza, per l’immigrazione clandestina massiccia da una dozzina d’anni a questa parte: 43 milioni di arrivi nel millennio, legali e illegali, su una popolazione di 320 milioni, a fronte dei 21,1 entrati nella Ue con grande scandalo, su una popolazione di 507 milioni.
La frustrazione non è una novità, ed è inerente alla politica. La novità è che è estesa e stratificata, consolidata. Le nuove povertà sono una novità, evidentemente, il nome lo dice, ma una novità tanto più insopportabile per venire dopo l’affluenza, come impoverimento.
Tutti questi fenomeni solitamente inducono alla mobilitazione: sociale, etnica, nazionalistica. Retrograda o progressista, ma nel senso di una maggiore partecipazione. È il caso in Francia col successo crescente del Front Natioanl, in Italia col successo nel 2013 di Grillo, e ora a Torino e Roma, in Germania con quello di Aternative für Deutschland. Tutti movimenti interclassisti, ma con una coloritura decisa anti-immigrati e anti-europei. Ma sempre più la rivalsa cede alla demoralizzazione. Evidente in questo scorcio di millennio: le rivalse, come se sbattessero contro un muro inerte, sembrano agire da emolliente e spingono al disarmo morale, al ritiro. La globalizzazione potrebbe avere alzato la linea del conflitto ad altezze che masse crescenti ritengono di non potere più condividere in qualche modo, perdenti, vincenti o semplici partecipanti.

Ombre - 342

Da Bersani a D’Alema, fa senso vedere gli ex Pci impegnati a silurare, con il “no” o l’astensione, la riforma costituzionale – che sanno necessaria, e in passato loro stessi hanno propostoper calcoli di carriera, contro Renzi. Al peggio non c’è limite, ma bisogna esser perversi alla radice.

L’astensione sarà generale tra gli ex Pci, come al voto comunale a Roma: la parola d’ordine corre, coperta ma ramificata. Della riforma ci sarebbe bisogno? Chi se ne frega: è sempre il partito del tanto peggio tanto meglio.

Insiste il sindaco di Milano Sala: “La nostra non è una città insicura”. Dopo aver chiesto l’esercito per le strade, e mobilitato i media per una crociata sicurezza. Che politica dobbiamo salvare?

La Commissione antimafia del Comune di Milano esce dal letargo alla vigilia del derby per chiedere “gli effettivi titolari della proprietà di Milan e Inter”. La mafia a Milano può essere solo cinese – in alternativa alla calabrese.

L’Italia è povera, lo dice Eurostat: a rischio povertà. Il settimo, o sesto, o quinto, paese più ricco del mondo. Peggio dell’Italia sta solo la Romania. Molto meglio, per esempio, la Polonia.
Questo dà la misura dell’Europa, di come pensa, cioè di come “fa politica”. Ma fa la gioia della Rai, che paga un migliaio di superstipendi – tutti direttori e vice-direttori in azienda: non c’è notiziario che non ci ricami, su quanto siamo poveri.

Renzi fa mille giorni di governo, ecco perché è da abbattere. È lui il cinghialone, il nuovo Craxi, da puntare: Milano e le altre prefiche della nazione si agitano, i presidenti della Repubblica mancati, Rodotà, Zagrebelsky, Settis, le ambizioni sono sempre sterminate, che non hanno altro da piangere.

Renzi è da abbattere al referendum, o meglio dopo, ancora per via giudiziaria. Cioè definitivamente: non si combattono più i nemici politici, vincendo e perdendo, ma si abbattono con le manette.
La voce corre a Milano nei trivi della Procura. Il procuratore Capo Greco deve molto a Renzi, ma sotto di lui Di Pietro in erba scalpitano: si lavora alacremente a un avviso di reato.

“Siamo entrati nella comunicazione di francesi e tedeschi che cercano di mettere in difficoltà il sistema bancario italiano per poi magari effettuare delle acquisizioni”. È così semplice.
Forse per questo le dichiarazioni di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa, hanno poche righe sul “Corriere della sera”, negli altri giornali niente.

Gerard Baker, giornalista inglese direttore del “Wall Street Journal”,  gruppo Murdoch, “è diventato un idolo dei social” americani “quando con il suo accento british moderò i dibattiti tra i candidati repubblicani”, scrive Cazzullo. “scatenando le ironie”. Ma, spiega Baker, “l’intervistatore di Trump è uno dei mestieri che gli americani non vogliono più fare”. I giornalisti americani – meglio tagliarseli.

“Il cemento scadente c’era anche 80 anni fa”, titola il “Corriere della sera-Roma”. Una sopraelevazione al quartiere Flaminio è crollata danneggiando tutto lo stabile: “La colpa è – secondo i consulenti della Procura – del regime fascista”. Potenza del sopraelevatore – nel caso una sopraelevatrice – che non vuole pagare i danni? L’antifascismo è anche del sopraelevatore abusivo – sopraelevatrice.

Ma questi consulenti – dunque più di uno? – sono della Procura. Dunque, l’antifascismo è di Pignatone, a 360 gradi, a sfera.

Si scoprono, ex post, l’immigrata, la mussulmana, l’ispanica, e il ragazzo caucasico patito di Sanders, che hanno votato Trump. Manca una nera, ma ce ne sono – ad Harlem dicono: “Obama? Non è uno dei nostri”:
L’immigrata mussulmana, giornalista, single con figlio, dice: “Come madre single non posso permettermi l’assicurazione sanitaria di Obama”. Semplice.

Si scopre anche il professor Panebianco, che da liberale prende le distanze: Reagan sì, “l’ex presidente restituì fiducia nei principi liberali al suo paese e  tutto il mondo occidentale”. Si può essere contro Trump sostenendo Reagan?

Reagan liberale? Uno che faceva uccidere i prigionieri politici, e cacciava i professori indigesti dall’Ucla. Uno che bombardò Grenada – Grenada…

Si sono moltiplicati in 48 ore, anzi in 24, quelli che sanno tutto di Trump. Che non ci avevano detto  un momento prima. E ci spiegano cosa farà con la Nato, con la Russia, con la Cina, con l’Europa, con  gli Stati Uniti. La scienza viene infusa, come la grazia divina? Viene di colpo, per caso, senza tirocinio. Come cadendo da cavallo.

L’immobiliarista italo-americano George Lombardi, coinquilino di Trump a New York, spiega a Serena Danna sul “Corriere della sera” che nel palazzo ci sono pure oppositori di Trump. Uno che aveva comprato a 4 milioni di dollari ha svenduto a 3 pur di non incontrare Trump per le scale. Un freedom fighter immobiliare. Che si compra casa a 4 milioni di dollari. E uno lo butta via.
E da chi aveva comprato nella Trump Tower, da innominati? La destra e la sinistra sono concetti complessi.

Il papa in colpa

Un libro modesto, come il suo autore, un papa fanciullesco, benché teologo accreditato, torna in discussione con l’edizione Usa. Benedetto XVI vi parla a ruota libera, benché papa emerito (pensionato), in qualche modo sempre in cattedra. Dei suoi problemi di pontefice, la pedofilia dei preti, gli scandali finanziari, il dialogo interreligioso, e di quelli dell’uomo del tempo, il fine-vita, le biotecnologie, il mondo interconnesso. Già rimesso violentemente in discussione negli Usa, “La guerra di papa Ratzinger”, si critica ora per non aver parlato abbastanza in questo libro-confessione (col giornalista Peter Seewald) di Hitler, né del “tradimento” del Concilio, per il rifiuto del femminismo e la condanna dell’omosessualità, per aver levatola scomunica al negazionista Williamson, mentre criticava l’islam.
Cose vere e non vere: Ratzinger è un “innocente”, si sarebbe detto, la sua unica colpa è di essere stato papa. Cosa a cui lui stesso non credeva. “La guerra di papa Ratzinger”, contro la teologia della violencia, o dell’odio, da lui censurata, da prefetto della fede di Giovanni Paolo II, dopo essere stato al Concilio un “giovane turco” della teologia, è opera di un domenicano, Matthew Fox, da lui stesso allontanato nel 1993 per disobbedienza. Ma Ratzinger non ha nulla dell’inquisitore arcigno.
Scorrendo il libro, la cosa che colpisce è la levità, mista al compiacimento, dell’intellettuale: da  conversatore acuto. Che però non è una colpa. O lo è? Ma allora non per essere intellettuale, i tempi sono feroci ma non ancora anti-intellettuali, non osano: per essere o essere stato papa. C’è risentimento nella chiesa cattolica, a opera degli stessi cattolici. Come un senso di colpa. Che si è diffuso proprio con gli ultimi papi, con la generalizzazione della richiesta di perdono, dei pontefici in ginocchio, chi per colpe passate, chi per colpe presenti, chi per inadeguatezza (Benedetto XVI), chi perfino per colpe future (Francesco).
Benedetto XVI, Luce del mondo. Il papa, la Chiesa e i segni dei tempi, Oscar, pp. 208 € 12

mercoledì 16 novembre 2016

Secondi pensieri - 285

zeulig

Camus – La “filosofia della rinuncia” è più o meno etica? Discolperebbe l’insuccesso, e la viltà. Ma il lato socratico è indefettibile, che il sapere decide il fare, e quindi anche il non volere.
È del resto vero che ognuno si determina – vuole - per ciò che sa – tra il reale e l’ideale c’è un abisso, e dunque con un’etica astratta.
La vita, se non l’arte, è un progetto, ogni particolare vi confluìsce. È la Venere di Cranach il Vecchio, che non è vera ma è un bel progetto. Un progetto è sempre bello. Poi magari uno viene  condannato alla cicuta. Dai suoi, del suo partito. Ma sono due cose diverse. Se i democratici di Atene avessero saputo quello che sapeva Socrate non l’avrebbero ucciso, il killer è analfabeta.

Dandysmo  – È la mimesi di Girard, desiderio di ciò che l’altro ha o è – una forma di gelosia. Così sarà nella tradizione filologica, dell’applicazione e delle metodologie.
Ma la mimesi si può vivere diminutiva, quella del mimo e dell’azione teatrale: una riduzione dell’io e la disponibilità a entrare negli altri. Senza altruismo, la voglia fastidiosa di sacrificio: per natura (complessione) o modo d’essere. È in questa disposizione il dandysmo, nel dono fisiologico del gaudium, o laetitia, di cui in Seneca, il piacere che nasce da noi stessi in noi stessi, in opposizione alla voluptas, il piacere che viene da altri – un “milidandysmo”.

Digitazione – Nell’attesa, al bancomat, alla posta, alla biglietteria, alla stazione, in aeroporto, tutti digitiamo. Anche nei viaggi, in treno, in aereo, per quanto lunghi, e perfino camminando, anche se non si aspetti nulla. Non leggiamo, non conversiamo, non guardiamo curiosi, non guardiamo il nulla: digitiamo curvi sul cellulare – con qualche interruzione per dialoghi a distanza, sempre al cellulare. È chiaro che la comunicazione è digitale. Come anche, alla seconda generazione, la formazione.
Anche la conversazione si preferisce al telefono. Ma di preferenza, seppure faticosa, su Whatsapp. Come interlocuzione, con ritrattazione ampiamente possibile – come rinvio, e non coinvolgimento.
In quanto spettacolo il fenomeno non è grato. Appesantito dal concomitante grigiore delle apparenze, abbigliamento, sui toni del grigio e del nero, la stessa pelle si vuole coperta di tatuaggi, e delle forme, accuratamente trasandate, e più spesso sporche – la mancanza di cura, da cura diventa abitudine e abito. Se l’estetica ha un fondo di verità, la verità contemporanea è grigia e gretta.

La digitazione non accelera ma rallenta. I tempi di attesa si moltiplicano invece di ridursi. Effetto dell’attenzione diminuita – ossia accentrata sul cellulare, sul “non qui non ora”, e quindi indisponibile. Il tempo, bene immateriale, si spreca. Senza colpa né sensi di colpa.

Malgrado il monopolismo digitale, la vendita\acquisto di libri è in aumento: il tempo libero cresce in parallelo col tempo sprecato (l’attesa)? Forse a spese del tempo famigliare o degli affetti – posto che il tempo di lavoro resta obbligato, al cronometro marcatempo (o, se ridotto contrattualmente, si amplia col pendolarismo).
Si è dilatato il tempo libero? O l’attenzione? Più informazione più curiosità, la conoscenza si autoalimenta.

Guerra civile – Non ritorna con Trump, dopo tante manifestazioni recenti, ed è strano. La sua elezione ha innescato manifestazioni di protesta, anche nutrite e radicali. Ma il concetto non è stato evocato, né quello connesso di resistenza. Neppure nella forma della disobbedienza civile, che fu forte negli Usa negli anni1960 e portò alla riflessione più celebre di Hannah Arendt. Il test è insidioso, è pur l’esito di un voto popolare che si contesta, senza peraltro metterne in dubbio l’autenticità. Quindi libero - di esso non si dice nemmeno che possa essere stato manipolato dalla propaganda, o che alcune frange dell’elettorato possano essere state plagiate in qualche modo. Si attua la protesta come per scarico di coscienza, e si mette agli atti.
La guerra civile di cui si è pensato e scritto molto in questi anni è in realtà una forma di guerra “classica”, contro cioè un nemico esterno. L’islam che si rivolta, in Europa (Londra, Bruxelles, la Francia tutta) e negli Usa, alla seconda o terza generazione, in teoria quindi assimilato, è in realtà un nemico esterno. Si vuole tale, è percepito tale.

Lettura - Presuppone il saper leggere, come apprendere presuppone il voler imparare: non sono funzioni passive – “I libri istruiscono soltanto coloro che già sanno” sono parole famose di Paul-Louis  Courier morente, uno che per ridere leggeva Plutarco (“le vite sono romanzi comici”).

Populismo – Tra popolo e populismo solo una paretimologia? Come tra lima e limone, tinca e tincone, pontefice e ponte, e tra pira, piramide e piramidone?

Sapere - Pone Kant l’illuminismo sotto la divisa “sapere aude”, san Paolo sotto il precettto “noli alterum sapere, sed time”, non indagare, porta rispetto. Il sapiente potrebbe essere  quello che mangia il gelato perché gli piace la cialda – l’esercizio della curiosità.

Sherlock Holmes – Ma è un filosofo. Il Metodo Sherlock Holmes è l’attenzione per le piccole cose, la Cura filosofica.

Storia – È in rapporto al punto di vista – esigenze, pregiudizio, ideologia. Non c’è storia, per quanto monumentale, catastrofica, ineliminabile, che s’imponga se non è recepita - secondo i canoni del recettore, i suoi criteri di giudizio e le sue esigenze.

La storicità è tolleranza, sia pure senza indulgenza, come Goethe voleva.
È la “currendi libido” dei fanciulli, o morbo “pestiferae navigationis”. Irrequieta e incostante. Rivoltosa perciò, ma in spirito accomodante: non sa dire di no, sopporta.
È stata, fino a non molti anni fa, quella di Cornelia madre dei Gracchi che diceva “i miei gioielli” i figli ribelli, nel quadro del fascismo e non del Sessantotto.

Veder dire - L’interrogatorio dei giurati nella procedura americana, da parte del giudice ma anche della difesa, per appurarne l’equanimità, senza pregiudizio (un giudizio preconcetto), si chiama voir dire. La formula avrà una sua origine specifica, tra i coloni o cacciatori francesi d’America, ma una persona si capisce vedendola parlare?

zeulig@antiit.eu 

Vite spensierate sopra il vulcano

È il catalogo della mostra un anno fa a Torino della pittrice polacca, ma si sfoglia come un libro di avventure. Boccaccesche per lo più, come era nel temperamento dell’artista. Con uomini e donne indifferentemente, purché nobili o artisti. Tutti eccentrici e individuati. Di un’eccentricità cioè non di maniera, quindi godibili al racconto che ne fa la curatrice. Ma inquietanti.
Erano gli anni 1920 e 1930, che guardati  retrospettivamente si vedono minacciosi. Ma si vivevano con leggerezza: cocaina, alcol, notti equivoche, e lo schermo dell’arte, tra molti corpi senza anima. Come oggi, seppure non con modalità di massa (le veline, i tronisti, i social…). Si diranno questi primi decenni del Millennio minacciosi senza saperlo?
Gioia Mori, Tamara de Lempicka, pp. 317, ill. € 42

martedì 15 novembre 2016

Recessione - 57

La produzione si riprende nel terzo trimestre, crescendo di uno 0,3 per cento, rispetto ala stagnazione del secondo trimestre. Ma la crescita è dovuta alle vendite automotive (Fca). Senza beneficio per l’occupazione e il reddito.

L’economia resta in deflazione: i pressi arretrano ancora. Di poco, dello 0,2 per cento a ottobre, ma su una linea di tendenza costante: la domanda è debole, l’offerta si fragilizza.

Il debito pubblico diminuisce a settembre, di 12 miliardi, rispetto a agosto. Ma per effetto  di una riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (pari a 25,3 miliardi) – e in piccola parte (1,9 miliardi) della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, e\o per effetto della rivalutazione dell’euro. Una partita di giro.
La spesa pubblica è in realtà aumentata di 15,2 miliardi. Questa maggiore spesa, più i “risparmi” di 12 miliardi, in totale 27,2 miliardi, si compensano con la ridotta liquidità del Tesoro e la rivalutazione dello stock dei titoli di debito.
Il debito pubblico è comunque incrementato quest’anno di 40 miliardi - di 65 senza la riduzione “cosmetica” della liquidità del Tesoro.

Lo “spread”, il differenziale d’interesse dei Btp sui titoli tedeschi, è salito dall’1 all’1,8 per cento in poche settimane, quasi raddoppiato. Ed è atteso al 3 per cento dopo il referendum del 4 dicembre, e la prevista vittoria del No alle riforme.
Su uno stock del debito di 2.250 miliardi, un punto in più equivale a una spesa suppletiva per interessi di poco meno di 25 miliardi.

In Germania come negli Usa la disoccupazione si riduce a livelli “fisiologici” per il gran numero di “scoraggiati” (soprattutto donne) che abbandonano il mercato del lavoro, e per il gran numero di mini-job, lavoro solo per poche ore al mese.

Negli Usa 48 milioni di persone, su 320, si nutrono grazie alla social card - ai buoni governativi. 

Moro senza “l’Unità”

La morte ne ha afferrato l’immagine e la storia. Una tragedia, con la connessa catarsi. Mentre di fatto sono state la fine sostanziale della Repubblica, quella della ricostruzione e del boom, delle libertà civili, della stabilità politica, per quanto relativa. L’uomo dell’egemonia Dc a tutti i costi. Della mediazione interminabile e inconclusiva, dove s’innesta e dilaga la corruzione.
La morte violenta ne ha afferrato l’immagine, e di più poi il post-Pci opportunista di Veltroni. Che si cercò gli antenati nella Dc, in Dossetti e Moro. Con la diffusione della foto del 7 maggio 1977, di Moro e Berlinguer che si stringono la mano prima di cominciare la trattativa per il solito governicchio Andreotti: l’unica in cui i due uomini politici sorridono – si sorridono. E la statua vent’anni dopo a Maglie – alla presenza dell’incredibile Scalfaro, altro uomo di destra - di Moro con “l’Unità” in tasca. Moro non leggeva “l’Unità”, e non la portava in tasca. Moro non leggeva i giornali, anzi non ci parlava, nemmeno con le televisioni. Non parlava: era l’uomo politico arcano, che annunciava e non discuteva. Annunciava magari dopo trattative, anche estenuanti, anzi soprattutto estenuanti, dopo le quali annunciava il meno possibile.
Non fosse per la tragica fine, non si saprebbe dove mettere Moro nella storia della Repubblica, che ora si celebra. Certamente non sugli altari. “Lo statista  il suo dramma” Formigoni, storico pur simpatetico, usa come titolo non per sottolinearne la fine ma la politica. La difficoltà di Moro di “fare” politica, benché l’abbia sempre praticata, da quando era ragazzo, indeciso a tutto. Secondo alcune testimonianze di parte comunista indeciso nel 1944 se aderire al Pci o alla Dc. In ancorato in ambito cattolico, e negli anni universitari dirigente nazionale della Fuci, la gioventù cattolica, uno dei due puledri di razza del cappellano della Fuci, mons. Montini, che sarà papa Paolo VI – l’altro era Andreotti. “Il suo modo di fare politica, e la sua peculiare leadership, erano in effetti difficili da capire”, sintetizza Formigoni. Che lo dice via via “prolisso”, “noioso”, “pigro insabbiatore delle novità”. Oggi si direbbe l’apostolo del non fare. Che in politica è distruggere.
Formigoni, storico navigato, la tira in lungo per non stroncare il suo personaggio. Non è il solo, è difficile leggere di Moro – a prescindere dal caso umano. Che cosa? Mentre il suo modo di fare politico e i suoi governi, dal 1963 al 1978, hanno azzoppato, costantemente, concordemente,  forse definitivamente, la rigogliosa Repubblica. È stato fatto passare per l’artefice del compromesso storico, dell’alleanza di governo Dc-Pci. Che lui in effetti promosse, ma come sempre per farla fallire. Su questo Formigoni ha una parola chiara da dire: l’apertura a Berlinguer era intesa a “consolidare il sistema democratico e accompagnare l’evoluzione politica e ideologica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico”. E così via, una serie di distinzioni che valgono per quello che sottintendono: una presa di distanza dello storico. Mentre la sostanza fu non la democratizzazione del Pci, figurarsi (il Pci ha preferito suicidarsi per non democratizzarsi), ma proprio la logica consociativa, dietro i tre o quattro governicchi Andreotti cui Moro presiedette dopo il 1975 – fino alla sconfitta finale del Pci, la prima, al voto del 1979. La sua storia in fondo è il cap. XIX dei “Promessi sposi”, la politica è la stessa del Conte Zio, del “troncare, sopire, sopire, troncare”, non ha altro senso la sua politica dello smussare le differenze.
In breve: Moro ha fatto fallire il centro-sinistra con il Psi, il periodo più fecondo di buone leggi, per poi avviare il fallimento del Pci. Il “suo” presidente del consiglio del compromesso storico era Andreotti, altro uomo del non fare, ma luciferino. Col quale aveva appena finito – cioè non finito in realtà - di regolare una lite colossale per il controllo dei servizi segreti. Avviata nel 1968 con la rivelazione a Iannuzzi e Scalfari del Piano Solo, il golpe tenuto in caldo negli anni di Moro al centro-sinistra. Rinfocolata nel 1974, alla vigilia del “compromesso”, con un violento attacco al capo dei servizi segreti Miceli, un generale voluto e protetto da Moro. A un certo punto Formigoni non si sottrae all’ipotesi dei servizi segreti deviati che complottano contro lo Stato e quindi contro Moro: ma Moro è stato il dominus dei servizi segreti per quindici anni.
Anche questa è una dimensione di Moro che si sottace, una triplice dimensione: il penchant per il lato oscuro del governo, per i neofascisti, e per il sottogoverno. L’attribuzione vigile a uomini di sua fiducia dei posti negli uffici e gli enti pubblici. L’Eni, l’Enel, la Rai, e altri enti minori. Fino ai conti in Svizzera del suo importante segretario di una vita, Sereno Freato – detto “assegno in bocca” dagli imprenditori che chiedevano udienza. E compresi i servizi segreti. Ai quali Moro volle uomini, De Lorenzo e Miceli, che in disgrazia confluiranno nel Msi. Del resto Moro era stato fautore risoluto di “Stay behind”, l’organizzazione paramilitare anticomunista in ambito Nato. E subito dopo di Tambroni – alla cui caduta aveva pronto un rifugio in Svizzera.
Un altro aspetto da rivedere. Il santino del quasi-compagno vuole Moro anti-americano. Perché Kissinger ne parlava sorridendo. Ma Kissinger ne parlava sorridendo perché lo sapeva il più “amerikano” dei democristiani, e anzi dei suoi governi, considerando l’inattendibilità – per i criteri Usa – anche dei socialisti. Confermata dalla “comprensione” nel 1963 per l’avventura del Vietnam. Senza manie neutralistiche, e senza spirito d’avventura nell’allora Terzo mondo.
Pasolini lo diceva “il meno coinvolto” nella corruzione? Pasolini lo diceva anche “la lingua della menzogna”. Moro si oppose vivamente all’“Io so” di Pasolini, urlando in Parlamento, per una volta senza ritegno: “Non ci processerete nelle piazze”. E qui aveva ragione: perché non dargliela?
Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino, pp. 486 € 28

lunedì 14 novembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (307)

Giuseppe Leuzzi

Turisti a Milano
Un dominicano accoltellato a piazzale Loreto e il sindaco Sala chiama l’esercito: “A Milano serve l’esercito”. Forse vuole imitare Trump, benché riciclato Democrat. Ma questa è la città che si vuole la più inteligente, sensibile, attiva, onesta d’Italia. E se a Sala si desse da gestire lEsquilino?

“Sulla storia di Milano, delle sue istituzioni e dei suoi protagonisti”, riepiloga Giuliano Vigini su “La lettura”, ci sono oggi più di 2.500 saggi, guide, libri illustrati, grandi opere, di cui 100 uscite nel 2016”. Ma, aggiunge, “i milanesi conscono poco la loro città”. Ne parlano soltanto, per sentito dire?

Non  è molto che il sindaco Sala poneva Milano avanti a Roma come numero di turisti. Forse l’eletto di Renzi non sa contare. Turisti a Milano?

L’invenzione di Africo
“In uno di questi vani”, miserabili casupole, “vidi nella penombra, steso su d’un letto, accanto ad un malarico febbricitante, un grosso maiale:
- Issu trema pa frevi (febbre) – mi spiegarono - u porcu nci duna u focu soi”.
“Africo”, la perdizione, nasce con Zanotti Bianco, che nel 1928 visitò il paese, attendandosi fuori dell’abitato, per le attività assistenziali della sua associazione e per svolgervi un’inchiesta. E ne scrisse un racconto, “Tra la perduta gente (Africo)” – poi, dopo una trentina d’anni, confluito nella raccolta dallo stesso titolo. Il grande, gigantesco, quasi inimmaginabile, filantropo, imprenditore sociale, archeologo, storico, etc., della Calabria e di tutto il Sud Italia, avviava una serie e quasi un genere: “Mangiamo l’ortichi cotti comu alli rimiri”, si fa raccontare Zanotti Bianco, “e l’agghianda, cu permessu parrandu, com’i porcelluzzi”.
Due anni dopo Corrado Alvaro riproporrà l’immagine degli africoti, sparsi per la pianura padana, scacciati dalla propria terra dalle cattive fiumare (o da un terremoto?), che si nutrono masticando paglia.
Zanotti Bianco aveva spedito, alla sua prima visita, a vari conoscenti e studiosi una pagnotta del “pane” di Africo: un “mischio” di “farina di lenticchie, di cicerchie e d’orzo, dal gusto acido e amaro” – pagnotte, commenta, “che non hanno alcuno dei caratteri del pane di frumento e sono in massima parte ammuffite”. Africo sarà tema di molte trattazioni: reportages, racconti, denunce, ora anche film. Ma tutti sulla traccia di UBZ.
A passarci, il paese appare singolarmente deserto. Vuoto di quel mormorio, di voci sospese o anche nute, come di aria stagnante, che fa una comunità. Scritto, più forse di San Luca, ma singolarmente anonimo. Un nome più che un paese, di storie  quindi e di vite.
Il tratto luciferino della leggenda di Africo è fattuale, la retorica chiede poco a Zanotti Bianco – il racconto è da antologia, per sobrietà e ricchezza di mezzi. Vi si arriva per una mulattiera. Preceduta da un tratto di carozzabile che appena costruita si è dissolta. Si cena con una sbobba che il cane Lupo rifiuta - avrà poi problemi ad addormentarsi, stupito della miseria del giaciglio dell’amato padrone, in un abituro che non può nemmeno dirsi una causopola – in attesa di montare la tenda fuori paese che il filantropo preveniente si è portato.
Il giorno dopo è diverso. La scuola serale è stipata, da giovani per lo più. Gli abituri di Africo hanno retto al terremoto. Non molto, ma molto meglio che nell’Italia centrale oggi, benché il terremoto del 1908 fosse di intensità più elevata. Di 135 case censite 15 sono rimaste illese, venti crollate completamente, 30 parzialmente, il resto lesionate. E Africo bene o male paga in un anno 60 mila lire, cifra enorme, di tasse sui pascoli delle capre. Mentre incontestabile è la barbarie dell’Italia: impone la leva e le tasse ai poveri, e severa li multa alla scadenza, non dà alcuna assistenza medica, fa pagare la pagella ai bambini a scuola, e chiude i mulini ad acqua, imponendo “per modernità” quelli meccanizzati – che sono uno solo, a Reggio Calabria, due giorni di viaggio delle granaglie, e costo trplicato. Suscitando reazioni tutto sommato miti: che fastidio davano i nostri mulini, argomenta un mugnaio, non impegnavano nemmeno la forza elettrica.

Tutti mafiosi
“’Ndrangheta unitaria, verità storica, Al centro c’è il Crimine di Polsi”. Ora, Polsi non è abitata, si fatica a vederne il “Crimine”, se si intende una associazione criminosa, un’oligarchia. Anche una monarchia, seppure di malaffare, è arduo immaginarla. Ma lo dice la Cassazione e bisogna  crederci.
Lo dice in maniera incomprensibile - bisognerà credere per atto di fede? Stabilisce la Cassazione al culmine di un processo contro piccoli delinquenti in Piemonte: “Il rilievo dell’unitarietà del sistema creato, rinveniente in primo luogo dal riconoscimento della reciproca esistenza e della corretta volontà di costituire un sistema articolato ma unitario comoprta che l’analisi del metodo mafioso e del suo utilizzo non dovesse essere partitamente condotta con riferimento a ciascuna locale, ma dovesse essere effettuata con rigaurdo al sistema nel suo complesso” – “locale” nel senso di cosca locale. È la motivazione della sentenza di condanna al processo “Minotauro”.
L’indagine “Minotauro” e la Cassazione confermano anche la neo formazione – neologismo? -  “mafia silente”: “Non può essere riferita a una mafia che non utilizza il metodo mafioso, ma ben diversamente a una mafia che non ha bisogno di dimostrare ulteriormente alcunché, perché essa è già riconosciuta”. Ciò ai fini dell’applicazione dell’art. 416-bis del codice penaòe, dell’associazione mafiosa. Basta niente.
Tutti mafiosi è più giusto che mafiosi e non mafiosi? Certo, è meno difficile.

Calabria
Michele Giuttari, “La donna della ‘ndrangheta”, riporta la mafia a san Tommaso: “Andragathia est viri virtus adinventiva communicabilium operum”, “Summa Theologica”, II-IIae, Quaestio 128, De  partibus fortitudinins. La citazione sembra cosa di furbetti del quartierino, e non di uomini d’onore. Che invece Giuttari sottolinea, nei riferimenti e nella traduzione: “L’andragatìa è la virtù dell’uomo che sa sperimentare gli espedienti che occorrono nelle opere vantaggiose”.
Quello di costituire un mounmento alla ‘ndrangheta effettivamente è un grosso problema – san Tommaso dispererebbe.

Le Guardie Forestali annesse ai Carabinieri sono subito addette ai controlli alimentari, che nessuno vuole svolgere. Ma non  sanno nemmeno questo, e si passano la mattinata alla rinomata pasticceria. Dove sono sicuri di trovare in ordine le carte che non sanno leggere: dipendenti, assicurazioni sociali, materiali in lavorazione, etichettature fedeli, igiene in laboratorio, prodotti naturalmente non scaduti, etc. Non tutti i giorni, ma ogni due giorni sì.
È così che si costruisce il rapporto di fiducia con la popolazione, specie con chi lavora e non vorrebbe perdere tempo.

Imputato lascia il Tribunale, compie una rapina, e ritorna in aula. È successo a Paola, Cosenza.

Macera è in dialetto il muro a secco. Si usa in molte regioni, non avendo l’italiano l’equivalente in una sola parola. Si fa derivare da “macerie”, ma la macera non è un impasto di materiali residui, è una costruzione con pietre angolari, seppure povere. Più probabile dervi dal greco per altezza, lunghezza.
È ritenuta parola dell’italiano, come tamarro, togo e madosca, di cui non si spiega l’origine.

Bandello fu a Altomonte, nel 1506, a 21 anni. Al seguito dello zio Vincenzo, superiore domenicano. A dodici anni, nel 1497, Matteo Bandello era a Milano ed entrava nel convento domenicano retto dallo zio, Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo dipingeva l’Ultima Cena – nel convento pronunciò nel 1500, a 15 anni, i voti.  Proseguì gli studi in varie città, Pavia, Ferrara, Genova, fino al 1505. Quell’anno partì in missione con lo zio, in qualità di cancelliere guardasigilli, in un viaggio d’ispezione ai conventi  domenicani in Italia. Insieme furono a Firenze, Roma, Napoli, e in Calabria. A Altomonte lo zio all’improvviso morì, il 27 agosto 1506. Seppellito lo zio a Napoli, tornò a Milano, a Santa Maria delle Grazie.

Ha molto toro nella toponomastica. Ce n’è anche in Grecia – Tauro e Tauriana – ma in Calabria di più.
Il Toro è emblema della potenza vitale. Mitra ha il compito di ucciderlo. Ci riesce, con l’aiuto di uno scorpione, che colpisce il toro ai testicoli, e di un serpente, che lo avvelena. Ma morendo il Toro genera le piante che sfamano l’uomo: il grano e la vite.
La lettura cabbalistica e esoterica rovescia il senso del segno, negli echi bibilici: il toro è canto, il toro è femmina. Il Toro, secondo segno zodiacale, è il femminile. E dal punto di vista astrologico governa la gola, quindi la voce e il canto. Inoltre è legato, sempre dal punto di vista astrologico, all’ambiente bucolico e naturale. Tutto questo, il canto, il femminile, la campagna idilliaca, rinvia al “Cantico dei Cantici”, in ebraico “Shir Ha-Shirim”. Dove Shir, tradotto con “cantico”, ha radice identica con Shor, toro.

leuzzi@antiit.eu

Hitler è vivo e combatte insieme a noi

Un giallo interessante, si fa leggere benché prolisso. Ma come esemplare di ucronia, del mondo come avrebbe potuto essere, è solo l’idea: lo svolgimento è cauto.
Siamo nel 1964. Nella Berlino monumentale che Hitler ha disegnato con Speer. Si celebrano i suoi 75 anni. Nell’attesa di una visita riparatrice del presidente americano Kennedy – Joseph, il padre “gangster, affarista e antisemita”, anche lui di 75 anni. Dopo la pace firmata nel 1946: in risposta a Hiroshima, che fece capitolare il Giappone, Hiller aveva inviato una V-3 sul cielo di New York, per significare la sua capacità di distruzione. L’Inghilterra affamata ha firmato la pace nel 1944, mandando Churchill “e i suoi guerrafondai” in esilio in Canada, con la regina Elisabetta - suo zio Edoardo VIII è di nuovo sul trono. C’è anche la Comunità Europea a Berlino, con un Parlamento nel quale dodici Stati sono rappresentati, ma conta poco.
La città ruota  attorno alla nuova stazione Gotenland, che collega al Reich l’Oriente germanizzato: la Moscovia, il Governatorato Centrale, l’Ucraina sempre fedele, e l’Ostland balcanico – i Baltici non fanno destinazione a parte. La Crimea non è di Putin ma di Hitler, la Costa  Azzurra orientale. Sebastopoli è il Porto di Teodorico. Le polizie sono efficienti. Gli “asociali” sono tollerati ma sorvegliati, quelli che dicono le barzellette, non fanno il saluto al Führer e non contribuiscono al Soccorso Invernale. Il Reich si gode il meglio dell’Europa che ha conquistato: profumi francesi, seterie italiane, pellicce scandinave, sigari olandesi, caffè belga,caviale russo, televisori britannici. I figli sospettano e denunciano i padri, come i piccoli Morosov di Stalin.
Ma Hitler non ha vinto la guerra: si combatte ancora all’Est, in Polonia e negli Urali, anche se solo contro sacche di guerriglia, alimentate dagli Usa. Un conflitto mascherato, che viene chiamato della Guerra Fredda. E non regna in patria: i giovani sono inquieti, ascoltano le radio americane, leggono Grass e Orwell, Graham Greene e Salinger, contestano i genitori, e lo Stato. Si mandano per posta, e scoppiano, pacchi-bomba. Si fanno attentati nella stessa Germania, opera di polacchi, lettoni, estoni, ucraini, cechi, croati, caucasici, georgiani – “rossi? anarchici? chi lo sa, di questi tempi potrebbe essere chiunque”. Una grossa cospirazione si prepara all’interno. Il morto è un vecchio compagno di Hitler nel putsch della birreria nel 1923. È come se la guerra si fosse prolungata. Ci sono anche le vedove di guerra che vogliono risposarsi.

Il clima è da “arrivano i nostri”, mentre l’ucronia è abbastanza seria, anche senza Hitler. 
Robert Harris, Fatherland