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sabato 29 maggio 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (59)

Giuseppe Leuzzi

“The Economist” del 29 aprile ridisegna la carte dell’Europa in base al debito e al malgoverno. La Gran Bretagna manda alla deriva, “verso le Azzorre, il Sud d’Italia stacca dall’Italia, chiamandolo “Bordello”: “La Germania può restare do ve sta, come la Francia. L’Austria dovrebbe spostarsi a sinistra al posto della Svizzera (trasferita in Scandinavia, n.d.r.), lasciando il posto alla Slovenia e alla Croazia un po’ più a Nord-Ovest. Dovrebbero unirsi all’Italia del Nord in una nuova alleanza regionale (idealmente gestita da un Doge, da Venezia). Il resto dell’Italia, da Roma in giù, si dovrebbe separare per unirsi alla Sicilia e formare un nuovo paese, ufficialmente chiamato il Regno delle Due Sicilie (ma soprannominato Bordello). Potrebbe formare un’unione monetaria con la Grecia, e con nessun altro".
Il settimanale britannico lo dice per ridere. Non sa che potrebbe essere una soluzione, peggio con questa Italia non può andare.

Nel romanzo-rivelazione degli Usa, “The End”, Salvatore Scibona fa distinguere ai suoi personaggi la parlata palermitana da quella siracusana. Nella tradizione filologica che impressiona anche nel parlato originale del “Padrino”, la serie dei film di Coppola. È il linguaggio sradicato che si fissa, le differenza restano accentuate. Ma c’è una non svalutazione del Sud. Nulla di falso memoriale, o di retorico. Solo una differenza matter of fact, molto soldia. Bella perché irriducibile.

Aggirandosi per la Garfagnana e l’Appennino ligure-piemontese, zone di forte emigrazione un secolo fa, ancora oggi se ne può trovare la ragione nella natura, arida, ostile. Per chi partiva invece dalla Calabria, dalla Campania, dalla Sicilia orientale, terre ubertose, la ragione è un fatto di storia: dell’incapacità di creare ricchezza, non dell’impossibilità.

Sudismi\sadismi
Gerace è un paese gioiello, di palazzi e chiese ben conservate, pulito, ordinato, attorno a una cattedrale romanica tra le più pure e monumentali, e di gente laboriosa e mite, alta sulla costa sopra lo Ionio, anche il clima vi è invidiabile, fondato dagli antichi locresi. Ma il “Corriere della sera” vi celebra l’unità con due pagine di turpitudini: mafie, ruberie, stupidità (le donne vi credono le olive quadrate…), e naturalmente il feudo – la cui colpa, come si sa, è di non esserci stato. Insomma, con la solita ignoranza prevenuta. Anche se a opera del calabrese Sergio Rizzo. Poi dice che questa Italia non è da vomito.

Sviluppo e eugenetica - 2
L’eugenetica che il professor Lynn ripropone (“In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy”, v. l’’ultimo “A Sud del Sud”) non è una follia di Hitler. Pazzi e prostitute liquidava già Robespierre. Mentre la Svezia sterilizza donne, perlopiù, e uomini, duecentomila dal 1934, su una popolazione di otto milioni di abi-tanti, per “igiene sociale e razziale” – la Svezia ne tiene il conto, altri no: Norvegia, Danimarca, Canada, Usa, Francia, Austria, Olanda, Svizzera. Tutti i valori della modernità convergono sulla buona morte, dagli Usa e gli scandinavi dei buoni sentimenti, come dalla Germania. Alla fine della Grande Guerra, benché la sovrappopolazione fosse decimata dalla spagnola, gli ottimi Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista teutonici, entrambi molto liberali, pubblicavano un Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale, un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale.
Eugenetica, la parola è beneaugurate, la biologia fatalmente vi confluisce, gli anni Venti ci credettero. Fu popolare agli inizi del Novecento in Germania, i Krupp ne finanziarono la ricerca, e negli Usa a opera di Charles Davenport, che a fine Ottocento aveva divisato una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. Nonché di Madison Grant, avvocato, e Theodor Roosevelt, poi presidente Progressista e Nobel per la pace, che fondarono la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e ste-rilizzare gli immigrati da quelle zone, italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione coatta dei poveri si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando ne aveva 86, per i “mentalmente disabili”. Né si è spenta negli Usa la speranza di eliminare geneticamente la criminalità. Gli amori intelligenti Davenport voleva tra partner astemi, danarosi e nordici.
Margaret Sanger, che a Davenport subentrò nell’impegno, praticò gli amori intelligenti a partire da Havelock Ellis, il sessuologo. Una volta libera dal secondo coniugio con tre figli, dopo il primo di prova contratto a diciott’anni. Patrona degli immigrati, distribuì profilattici gratis nei quartieri poveri di New York. Nel controllo delle nascite individuando anche il nodo della liberazione della donna. Si espongono o uccidono le bambine, Margaret spiegherà nel 1920 in Woman and the New Race, in India e Cina, a iniziativa delle stesse madri. Come già a Sparta, dove le donne, possedendo i due quinti della terra, controllavano la famiglia e l’infanticidio selettivo. In Germania la pratica fu tanto diffusa che “un solo principe ebbe a condannare ventimila donne a morte per infanticidio”, e un decreto del 1532 dovette comminare a scopo dissuasivo pene quali l’impalamento, la sepoltura da vivi, l’annegamento in un sacco con un serpente, un cane e un gatto. In Italia per ogni 100 uomini infanticidi Margaret registrava 477 donne – senza contare che l’uomo “di solito lo fa istigato dalla donna”.
Era una genetica utopista, quella degli anni Venti, che la povertà imputava ai geni poveri dei poveri. Specie a Londra, dove l’eugenetica di Davenport fu rilanciata da Keynes, Bertrand Russell, Wells e Maria Stipes, la quale nel ‘21 fondò una Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. Con l’obiettivo di sterilizzare i maschi di colore. Era la parte nobile del “razzismo scientifico”: estirpare il male. Che la Germania non omise di copiare, adibendovi tipicamente una pro-fessione, l’“igienista razziale”. Nel ‘31 gli igienisti razziali Hans Harmsen e Fritz Lenz individuarono la radice della criminalità nelle malattie e-reditarie, e proposero un piano per isolare le “stirpi malate”, per lo “sradicamento dei geni”. Eric Voegelin chiarì nel ‘33 in Razza e stato che il razzismo è utensile dell’imperialismo. Ma Harmsen insistette, e nello stesso anno elaborò con Gunther Ipsen, altro scienziato, un piano per la purezza del popolo tedesco attraverso la separazione razziale e una politica selettiva delle nascite. Nel ‘34 Hitler se n’appropriò, creando la scienza genealogica del popolo tedesco. Harmsen contribuì con la sterilizzazione dei disabili nella Innere Mission, il fronte interno, una catena di cliniche protestanti di cui era l’ufficiale sanitario. Sarà medico ancora dopo la guerra, fondatore della Pro Familia, nuova denominazione delle vecchie leghe eugenetiche, di cui è il presidente. La sterilizzazione, che si pratica tuttora in India, su base volontaria con premio in denaro, ecologi e biologi non cessano di predicarla, un movimento anzi si potrebbe creare, di ecologi che si tagliano le palle in pubblico, per fermare le nascite.
L’eugenetica fu semplice e bella anche per Margaret Sanger. L’aborto selettivo surroga oggi l’infanticidio, con effetti variati: nei paesi islamici si abortisce, rilevò in Woman and the New Race, dopo che è nato il figlio maschio. Negli Usa stimò fra uno e due milioni di aborti l’anno, “una disgrazia per la civiltà”. Abortivano di più i neri, che però insistevano a procreare, e questo era insieme una disgrazia e un problema, moltiplicandosi criminali e asociali. Su questa base l’aborto selettivo diverrà la soluzione anche per Margaret, appena due anni dopo la “disgrazia per la civiltà”: per duecento pagine, in The Pivot of Civilization, calcola il costo “dell’imbecille sull’intera razza umana”, anche “finanziario e cul-turale”, con prefazione di H.G.Wells. The Birth Control Review parlò di “peso morto di rifiuti umani”, allargando la “minaccia alla razza” a neri, latini e balcanici, non a motivo della lingua, ma della inferiorità mentale.

Aspromonte
“La più remota montagna della penisola italiana” chiama il massiccio Corrado Alvaro, nel saggio “Rich literature and Poor Life”, scritto per “Confluence”, la rivista di Henry Kissinger, nel 1954. Era così ancora di recente, al tempo dei sequestri di persona. Ma non in Calabria.
La Montagna è in Calabria l’Aspromonte. La Montagna, ogni paese e ogni anfratto, è femminile. Vive di miti femminili, unificati nei vari culti della Madonna.
C’è da rivedere tutta l’antropologia sulla donna del Sud, nella Montagna e anche altrove.

Ovunque nell’Aspromonte riciccia la Francia. Per “La chanson d’Aspremont” voluta dai normanni, per i normanni, che vi si nobilitarono, e per il culto della Madonna della Montagna. Per i tanti nomi, dei luoghi e delle persone. Per gli studi che sono stati fatti nel Novecento, sui normanni, i bizantini, l’Aspromonte e la Calabria.
C’è anche Pascal, che a una certo punto adottò lo pseudonimo Montalte – Montalto è la cima dell’Aspromonte. Per pubblicare nel 1656 le “Lettere a un Provinciale”. L’aveva preso da un autore italiano che aveva pubblicato in latino una “Revisione della sentenza di Pilato contro Gesù Cristo”.
Lo pseudonimo Pascal aveva adottato per sfuggire ai gesuiti. Che infine lo snidarono. Ma non riuscirono a capire perché Montalte. L’autore italiano l’aveva adoperato anche lui come pseudonimo, essendo probabilmente ebreo.
Louis de Montalte non bastando, Pascal lo anagrammò poi variamente, in Salomon de Tultie, altro pseudonimo, o Amos Dettonville.

Ovunque si scavi, a Oppido Mamertina nel suo vasto agro, a Nardodipace, a Monasterace, sui pianori dell’Aspromonte, tracce emergono greche e romane. Fuori terra c’è un patrimonio bizantino da ricostituire, forse più vasto di quello che la Grecia s’è ricostituito negli anni 1990 con i finanziamenti europei. E c’è un documentatissimo patrimonio normanno, di atti, notarili, giudiziari, domestici, chanson de geste, chiese, torri, castelli, tombe, epigrafi, che terrebbe impegnata una buona università per molti anni. C’è un patrimonio religioso antico e antichissimo: il santuario di Polsi è il luogo di venerazione con più continuità nella storia. Ma con tanti manufatti storici, la storia in Calabria non esiste. Meno che mai nell’Aspromonte.
L’isolamento nell’Italia moderna, e la dannazione in quella unita, hanno creato un forte pedigree di smemoratezza. Riempita di vuote ciance senza mai una pezza d’appoggio – la famosa scuola patriottica meridionale, “l’intellettuale della Magna Grecia” che l’Avvocato Agnelli derideva. L’unica storia è quella dei sequestri, dei Nirta-Strangio, dei Piromalli. Dopo quella del feudo, che in Calabria è colpevole perché non c’è stato.

L’Aspromonte è quello di “Gente in Aspromonte”, la raccolta di racconti di Corrado Alvaro. Che è di ottant’anni fa. E rievoca un mondo di cento-centoventi anni fa. Ed è solo l’opera di un grande scrittore, che tra l’altro non amava la montagna. È come se uno dicesse che Milano era nell’Ottocento quella del Seicento di Manzoni, quindi con sessantamila bravi, più di tutti i mafiosi della Calabria, della Sicilia e di Napoli messi assieme.

leuzzi@antiit.eu

Scomoda nei giornali la verità del terrorismo

Una testimonianza della rozzezza del giornalismo, e delle censure (ex) Pci. Una testimonianza perfino benevola, tale è la devastazione dei casi che le sottostanno. E che, oltre al disgusto, lascia il gusto dell’insipienza politica: tanto rivoluzionarismo ha avuto i suoi morti ma non ha influito sugli eventi, non ha spostato l’opinione. Una prova dunque d’incapacità. Ma, allora, perché si continua ad averne timore? È che l’apparato rivoluzionario non va più ma quello censorio resta forte. E perché resta forte? Perché, allora come ora, i giornali appartengono a gruppi di interesse, sempre gli stessi, che, con diversa articolazione, si basano sempre sulla stessa dissimmetria: l’accordo con gli (ex) comunisti. L’impronta è sempre la stessa: un liberale, allora Ottone, che dirige il giornale con gli apparati del partito.
Il libro è coraggioso, ma si legge in questi giorni di celebrazione dell’assassinio di Tobagi con disagio: l’autore di un libro che Bompiani-Rizzoli pubblica, giornalista del “Corriere della sera”, deve non dire le cose che sa.
Michele Brambilla, L’eskimo in redazione

giovedì 27 maggio 2010

Tobagi contro il giornalismo dei dossier

Il volume dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, “Walter Tobagi giornalista”, a cura di Giuseppe Baiocchi e Marco Volpati, scaricabile dalla rete sul sito dell’Ordine, un’antologica dell’opera del giornalista assassinato nel 1980 dalle Forze Comuniste Combattenti, contiene l’ultimo intervento di Tobagi nella sua Stampa lombarda, aspramente contestato da molti convenuti all’assemblea. Un dibattito all’insegna dei fronti contrapposti, e con l’inevitabile “imbarbarimento della società”. Tobagi poneva il problema delle fonti e delle strumentalizzazione, dell’uso pilotato delle indiscrezioni. Il giornalista del “Corriere della sera” assassinato è un martire della libertà d’informazione, ma non come la intendono coloro che se ne sono gesuiticamente impossessati. Il testo del suo intervento si può leggere di seguito, con la premessa dei curatori.
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Il 27 maggio 1980 si tiene al Circolo della Stampa di Milano un affollato convegno, promosso dall’Associazione lombarda dei Giornalisti sul tema “Fare cronaca fra segreto professionale e segreto istruttorio”. Il convegno era un modo per rispondere al malessere suscitato fra i giornalisti dal caso Isman (il giornalista del Messaggero incriminato per aver pubblicato i verbali dell’interrogatorio di Patrizio Peci forniti da un alto dirigente dei servizi, Russomanno). Le vicende del terrorismo avevano infatti aperto nel mondo dell’informazione la spiacevole sensazione di venire in alcune occasioni usati, non per trasmettere notizie, ma per essere trasformati in strumenti involontari di lotte di potere interne agli investigatori, alla magistratura, al potere politico. Su questi effetti perversi quella sera si interrogano, in un dibattito di alto profilo etico e intellettuale, giornalisti, magistrati, avvocati. Tobagi ne tira le fila, riassumendo rischi e disagi ma anche, com’era suo costume intellettuale, cercando di proporre in positivo strumenti nuovi e modalità per tutelare meglio libertà di stampa e diritto del cittadino all’informazione. È l’ultimo suo intervento. La mattina dopo, il delitto.
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In senso proprio, credo non ci possano essere conclusioni di un dibattito come uello di stasera ed è, direi, quasi imbarazzante parlare dopo il professor Pisapia per le cose così limpide che ha detto. Quindi il tentativo che farò, scusandomi se non sarò brevissimo, nonostante l’ora tarda, è di ragionare un po’ sulle cose che sono avvenute, sulle cose che sono state dette.
La prima osservazione, ma debbo prima chiedere scusa personale a un collega se mi sono permesso di interromperlo verso la fine, ma mi pareva si fosse perso il senso drammatico della situazione nella quale anche questo nostro dibattito si sviluppa con frequenza crescente. È vero che c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo purtroppo come nasce questo imbarbarimento e possiamo meravigliarci ogni volta che scopriamo degli effetti prodotti da questa situazione, ma sappiamo appunto come nasce e dobbiamo anche domandarci in che modo possiamo evitare che si propaghi.
La prima osservazione è che questi convegni si vanno ripetendo con un eccesso di frequenza. Ne abbiamo fatti – mi pare – tre da gennaio in qua, quindi a ritmo di quasi uno al mese, il timore è che non si cada un po’ nel vezzo, nella inefficienza, nell’inadeguatezza delle famose «grida spagnolesche» che non servivano. Perché tutte le volte noi ripetiamo gli stessi appelli, poi le cose vanno avanti come prima: vediamo a chi toccherà la prossima volta.
La seconda osservazione riguarda lo sciopero. Lo sciopero è stato evidentemente per molti di noi, se non per tutti, uno sciopero difficile perché poteva dare la sensazione che noi volessimo pronunciarci esplicitamente contro una sentenza. Da questo punto di vista è particolarmente sgradevole e non voluta questa interpretazione dello sciopero da parte di chi è estremamente sensibile a un concetto di democrazia che si fonda sulla diversità e sull’autonomia delle istituzioni, ognuna delle quali deve funzionare nella propria autonomia sostanziale e quindi ogni manifestazione che in qualche modo tende a vincolare e condizionare le scelte compiute da un’istituzione autonoma, qual è la magistratura, può apparire non tollerabile, non sostenibile. È altresì vero e credo che in questo senso l’adesione allo sciopero è stata poi così massiccia e così convinta da parte dei giornalisti che c’era in gioco non solo un elemento di solidarietà personale con il collega Isman – qui noi abbiamo sentito il fratello di Fabio, Fabio è un collega che molti di noi hanno conosciuto perché è uno di quei colleghi che si trovano sempre sul campo, sempre dove c’è da correre, da lavorare – quindi c’è un elemento di solidarietà personale da parte di chi lo conosce, ma c’è anche il senso di dare un’indicazione che la categoria dei giornalisti, nonché non rivendicare dei privilegi corporativi, non è disposta a diventare una sorta di capro espiatorio di chissà quali cose vengono fatte al di sopra delle proprie teste.
E qui si inserisce anche l’altra considerazione che purtroppo dobbiamo fare perché non capiremmo la situazione che si è determinata se non ci dicessimo con brutale franchezza che nella vicenda Russomanno, così come in altri casi, si è avuta la percezione netta della politica proseguita con altri mezzi, cioè l’amministrazione della giustizia o meglio delle indiscrezioni che trapelano dal segreto d’ufficio come uno degli strumenti della lotta politica che avviene in questo Paese. È una cosa probabilmente non nuovissima, anzi è una cosa vecchia.
La novità credo solamente stia nell’intensità con cui il ricorso a questo metodo iproprio di lotta politica avviene e nella gravità perciò che essa assume. Perciò, se noi vogliamo seriamente fare i giornalisti, questo è un problema; abbiamo parlato molto di segreto istruttorio, stasera, non abbiamo parlato di segreto professionale, anzi non abbiamo parlato, credo, abbastanza, di deontologia professionale; quello che
dobbiamo affrontare è un problema molto interno ai giornalisti, ma dobbiamo dircelo, il problema delle fonti e della strumentalizzazione.
Chi ha fatto giornalismo negli ultimi dieci anni è cresciuto alla scuola della controinformazione, la grande lezione imparata alla fine degli anni ’60 è che le notizie delle fonti ufficiali non sempre erano sufficienti, adeguate, non sempre neanche veritiere. Da lì è nata la controinformazione. Io credo a questo principio: noi dobbiamo restare saldamente ancorati, stando attenti però a non confondere la controinformazione con la superinformazione, che è un’altra cosa, perché quando l’apparente contro informazione altro non è che un servizio prestato a una superinformazione di cui sfuggono completamente fini e modalità, allora il giornalista deve porsi l’interrogativo se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso specifico è assai meno nobile. Questo per quanto riguarda le fonti. Diciamoci anche con altrettanta franchezza il problema della strumentalizzazione.
Siccome siamo abbastanza adulti in questo mestiere, sappiamo che le notizie non sono dei funghi che spuntano dopo la pioggia e sappiamo anche che gli «scoop» non si fanno rovistando nei cestini di carta straccia. Questo lo sappiamo tutti; anche a chi è capitato di fare, diciamo così controvoglia, qualche «scoop», così, sa come accadono queste cose, anche i magistrati lo sanno benissimo, lo sanno benissimo gli avvocati. Però, qual è il problema? Il problema è di essere coscienti della strumentalizzazione che si subisce e che si attua perché non c’è dubbio che nel rapporto tra il giornalista e la sua fonte esiste costantemente un rapporto di strumentalizzazione che è biunivoco e allora se è così, come credo sia evidente che sia, il problema fondamentale che uno degli elementi base sui quali si può costruire un’informazione sana è il problema della pubblicità delle fonti.
Le notizie di padre ignoto non servono perché, al lettore al quale si dà un’informazione, si deve anche dire in quel momento o lasciare comunque intendere o fornire gli elementi che consentano l’identificazione di qual è la fonte che ha diffuso in quel momento quella informazione perché se non si fa questo i giornali rischiano di diventare degli strumenti che servono per guerre combattute per conto terzi.
Beninteso, io credo che anche su questo, visto che si sono ricordate storie di 25/30 anni fa, ci sono maestri che hanno vissuto queste esperienze e hanno anche conosciuto queste persone. Mi permetto di citare una persona che ovviamente non ho conosciuto per ragioni di età, ma di cui ho letto con molto interesse gli scritti e che era un giornalista che tutti noi faremmo bene a riscoprire e che era Mario Borsa. Borsa teorizzava in modo limpido che la libertà di stampa esiste in un Paese quando ci sono almeno due gruppi economici editoriali in concorrenza tra di loro e
quindi le notizie che non vengono date da un gruppo sono date dall’altro gruppo. Almeno due certi.
Debbo dire che la prima volta che io lessi questo principio affermato da Borsa in diversi scritti pensai: come è angusta questa concezione di libertà di stampa quando ci sono tante fonti, tutto questo pluralismo. Era il ’72-73. Sembrava tutto pluralistico. Ecco, io credo che noi faremmo bene anche a riscoprire anche questa chiarezza di impostazione per cui la diversificazione dei gruppi editoriali è uno degli elementi centrali e probabilmente le difficoltà di cui ci troviamo come giornalisti dipendono anche da questa gestione gelatinosa dei rapporti editoriali che non consentono di individuarlo, di stabilire un rapporto diretto tra fonti e
non fonti.
E questo evidentemente si collega a quanto dicevo prima, che non è assolutamente sano in un Paese democratico che non vuole subire delle involuzioni pericolose che la politica si faccia nei Palazzi di Giustizia, perché se un processo di questo genere si consolida e va avanti vuol dire che nel meccanismo istituzionale esistono delle disfunzioni gravi e serie. Io non so se le cose alle quali si riferiva il giudice Cerrato sono corrette nel senso che ho letto – mi sembrava una lieve forzatura – nel senso che io ho letto questa intervista sull’Europeo – se quella era la fonte, e mi pareva che come si usa fare con un mal vezzo corrente, si diceva che se così fosse sarebbe grave – cosa che non implica una responsabilità diretta dell’affermazione, ma adombra la cultura dei sospetti che si manifesta poi in molti di questi casi.
Per non farla troppo lunga io pensavo di dire alcune cose brevi sul segreto istruttorio: sono stato anticipato da Fini e da Pisapia. Quello che noi dovremmo rivendicare come giornalisti è proprio la difesa dei diritti dei singoli che non sappiamo chi siano. E questo, credo, deve costituire un motivo di seria riflessione perché io mi domando – sempre per tornare alle cose che 10 anni fa credevamo
estremamente arretrate ed invece adesso scopriamo che sono una specie di quintessenza della democrazia – mi domando proprio il rapporto tra la pubblicità che la stampa italiana può dare alle vicende giudiziarie nella fase istruttoria ed il rigore al quale è tenuta la stampa britannica.
Mi spiego con un esempio. Io mi sono occupato, come molti altri giornalisti, almeno per un certo periodo, della vicenda del «7 aprile», ma si può parlare del «7 aprile »e si può parlare di altre vicende analoghe. Il meccanismo informativo così come funziona adesso che cosa determina? Determina una situazione nella quale quando alcune persone vengono arrestate – talvolta addirittura è sufficiente che nei loro confronti venga emessa una comunicazione giudiziaria – la stampa si appropria di queste notizie, le amplifica e di fatto agli occhi della larga massa dell’opinione pubblica queste persone diventano colpevoli. Dopodiché i meccanismi giudiziari vanno avanti col rigore di cui io in coscienza non mi sentirei di rivolgere alcun rimprovero, ma che sono dei meccanismi lunghi, dei meccanismi complicati. Per
cui i magistrati, mano a mano che accertano che la persona non c’entra, questa viene rimessa in libertà.
Il problema di fronte al quale noi ci troviamo, che sento come cittadino prima ancora che come giornalista, è che tipo di garanzia si offrirà a queste persone; io confesso tranquillamente che non so, ad un anno di distanza – se Nicotri c’è ancora mi può fare un rapido punto della situazione – quanti dell’inchiesta «7 aprile» sono usciti. Ogni tanto si legge su un giornale, in una notiziola, che ne è uscito uno; così per le ragioni più varie. O non si legge.
Il tipo di problema che credo molto rigorosamente noi ci dovremmo porre, che potrebbe anche probabilmente conciliare una serie di esigenze diverse che la magistratura per un verso e la stampa per un altro, hanno, è se non sia davvero più rigoroso e più corretto vedere in che modo si possa trapiantare in una società italiana un meccanismo doppiamente garantistico che non costringa i magistrati a nascondere delle cose, che non costringa i giornalisti per dovere d’ufficio a scrivere degli articoli lunghissimi quando esistono dei materiali che non offrono la documentazione sufficiente, ed invece si possa e si debba premere perché si arrivi rapidissimamente – e comunque con rapidità maggiore (certo più di quello che non c’è adesso) – a dei dibattimenti che sono anche l’unico momento nel quale è possibile ricostruire una duplicità di versione.
Credo che da questo punto di vista ci sia veramente uno sforzo di fantasia da fare.
Debbo esprimere invece un’opinione molto modesta, molto personale su quanto diceva Ziccardi in relazione a una sorta di frammentazione del segreto istruttorio. Io non sono assolutamente un tecnico, quindi magari applico a questa proposta un criterio che non vale. Però vorrei richiamarlo semplicemente a riflettere su, per esempio, alcuni problemi che derivano nella diplomazia attuale dalla introduzione di quelle norme americane che dopo cinque anni, in base al diritto di informazione, consentono la pubblicazione di questo materiale.
Leggevo la scorsa settimana alcune pagine delle relazioni degli ambasciatori veneziani nel ’500, ’600, ’700 che sono state ripubblicate, e mi colpiva molto la franchezza di contenuto che gli ambasciatori potevano avere dicendo: «Il tal personaggio che abbiamo incontrato il tal giorno è uno del tutto incapace, quell’altro è un furfante» e così via. E confrontavo questo, con un articolo
comparso un paio di settimane fa sull’"Herald Tribune", nel quale si analizzava invece la crescente gelatinosità dei rapporti dei diplomatici americani nei vari Paesi i quali, quando parlano di una persona, che sia in Italia, che sia in Polonia, non possono esprimersi con altrettanta brutalità, perché sanno che dopo cinque anni quel loro giudizio diventa pubblico.
Non so se un problema di questo genere sia trasferibile ed applicabile a questo meccanismo, però credo che bisogna tenerne conto. Concludo rapidamente, per dire che con tutti i problemi che possiamo avere, con tutte le tensioni che si possono essere innescate, credo che abbia ragione il giudice Beria d’Argentine quando dice che la via da seguire è la via del dialogo e della proposta pratica.
Questa proposta dei comitati di giustizia e informazione: proviamo a vedere se riusciamo a crearli, almeno in embrione, qui a Milano. Io da questo punto di vista vorrei anche rivolgere – e con questo chiudo – un invito ai colleghi che sono qui stasera. Stasera è stata una serata molto importante nella vita del giornalismo milanese e dell’Associazione in specie, perché a questa nostra sera sono venuti molti colleghi giovani, sono venuti molti colleghi che normalmente non si vedono nelle nostre riunioni. Quindi credo che sia estremamente importante se tra i colleghi che hanno seguito il dibattito questa sera ve ne sono alcuni che sono disposti, che sono interessati a occuparsi di questo tema che è estremamente delicato e che credo richieda un’analisi approfondita e alcuni sforzi di fantasia, insieme con gli amici magistrati, per tentare di definire delle strade possibili.
Se ci sono dei colleghi appunto interessati a questo, saremo felici di accoglierli al lavoro della nostra Associazione.

mercoledì 26 maggio 2010

Problemi di base - 29

spock

Perché i Prefetti alimentano la sovversione?

Perché i Giudici sono ostaggio dei Prefetti?

È più teologo Santoro o Hans Küng?

Si ricorda la contessa Marie Catherine Sophie, contessa d'Agoult, nata viscontessa di Flavigny, più per essere stata l’amante di Liszt per tre anni, e la madre dei suoi tre figli, compresa Cosima Wagner, o dopo aver lasciato Liszt per la politica, per il sostegno a Manin, Mazzini, Cavour? L’Italia non ricorda?

Cacciatori no, subacquei sì: il pesce è meno animale degli uccelli?

L’Europa è brutta dopo Stalin e Hitler, o Hitler, Stalin e Breznev ne sono stati il compimento?

È la geografia che fa l’atlante, o l’atlante la geografia?

Che fine ha fatto il processo alla giunta Domenici per lo scandalo Castello?

spock@antiit.eu

Letture - 32

letterautore

Borges – Ha nei migliori racconti figure e miti dell’ermetismo: sfere, triangoli, teurgie, specchi, doppi, biforcazioni, trasmigrazioni… Borges è per metà nella tradizione ermetica, per metà a Buenos Aires e nel chaco. Dov’è il suo fascino? Nella scrittura. Nell’ermetismo sono cose illeggibili. Con tutto il suo corteggio, di cabbale, teosofie, sincretismi. Anche con le mitologie telluriche iperboree, con la banalità tematica.

Chisciotte - È parodia che avvince perché Cervantes ci crede, crede in Alonso Quijano. Di cui fa in realtà l’agiografia, bonaria, non trionfalistica (impositiva): don Chisciotte è il santo delle cose impossibili, dall’eroismo all’amore. Con ironia per non disperare – dopo, non si scrive.

Dostoevskij – Erede di Gogol’, ne fa la parodia, dice Tynjanov, “Per una parodia della teoria”. Che abissi apre, un Dostoevskij sornione invece che polemico e lugubre.

Fantascienza – È genere nordico, rappresenta l’iperoreocratismo – siano pure questi Iperborei quelli dei Greci: mondo senza compassione, popoli dall’occhio vitreo. Sviluppa l’immaginazione fredda, che inevitabilmente sbocca in sogni (progetti, azioni) di potere. Mondo piatto, a una sola dimensione, l’impero, la Forza appunto, iperboreocratica.

Italiano – È straordinario come il dibattito italiano sulla lingua, quello di cinquant’anni fa, rispecchi il dibattito sulla lingua russa si primi dell’Ottocento. Karamzin, poeta e drammaturgo, in “Perché c’è penuria di talento di scrittori”, un articolo del 1811, affermava: “La lingua francese è tutta nei libri (con tutte le tinte e le ombre, come avviene nei quadri), quella russa invece lo è solo in parte…. I francesi scrivono come parlano, mentre i russi di molti argomenti devono ancora parlare come scriverà un uomo di talento”. Il poeta Šiškov gli obiettava: “La lingua di Racine non è quella che parlano tutti, altrimenti tutti sarebbero Racine” (tutto questo è in J.N.Tynjanov, “Formalismo e storia letteraria”). E anche: “La lingua dotta, per acquistare dignità ha sempre bisogno di differenziarsi in qualche misura da quella popolare”.

Heidegger – “L’autoaffermazione dell’università tedesca”, la professione di fede nazista a fine maggio 1933 dal rettorato di Friburgo, non fu ambigua per Croce (“studenti dà tre obblighi, il primo dei quali è il nazionalismo: un filosofo direbbe il Timor Dei”). Che ne scrisse scultoreo: “Scrittore di generiche sottigliezze. Proust cattedratico”.
Croce, recensendo Essere e Tempo, l’aveva trovato gotico Totentanz, un ballo dei morti.

Pasolini – Nei testi, riletti, nei film, è agli antipodi del personaggio: riservato (crepuscolare), pudico, anche troppo compassionevole. E credeva nella gioventù, lui sì: la gioventù come innocenza.

Cos’è il demone del personaggio? L’autore esibizionista fa senso, e tuttavia non è anomalo. È la ragione della fama? Più accentuata nel cinema? In Pasolini è specialmente stridente, e può averlo divorato – non è felice nelle lettere da ultimo, non più energico, acquisitivo: è turbato, incerto come negli articoli del “Corriere” per cui più è famoso.
Le Madonne non piangono più, vi scriveva. E le lucciole sono sparite. Ripetendo Montale, le falene, le farfalle, i grilli, dopo il troppo odio - lucciole e grilli che peraltro sono lasciti del marchesino De Pisis, che fu poeta, se non della luna di Alvaro, sparita e riapparsa, l’esercizio era comune al tempo del realismo magico. “Chiudere le scuole”, l’altra sua proposta, era invece Papini, 1914. Non vedere più la Madonna, certo, può essere un problema. Che Pasolini estendeva ai diletti borgatari, che in un’intervista alla “Stampa” per Capodanno del 1975 aveva detto perduti nell’omologazione. Lui s’era perduto prima, con Totò e Riccetto, se lui è l’uccellaccio e non più l’uccellino, tra borgatari che sfrattano i più borgatari, e fottono le più sfigate.
Siamo tutti malati, scriveva sul “Corriere” agli albori del terrorismo, perché siamo tutti fascisti, la Dc e la Repubblica – i non violenti per la stupidità. Non tutti: nella nuovissima Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza che si pubblicava in quattro volumi di 800 pagine il fratello Guido non c’era, che c’era morto, lui imboscato si. Per l’episodio Freud-Einstein di Porcile, non girato ma illustrato nella sceneggiatura che si pubblicava negli stessi giorni con le note, voleva ebrei che anelano l’impalamento, e negroni inastati di nome Cock, Ball e Balloon, un’estetica nazista più che fascista – i nazisti erano perversi conclamati, per eredità o scelta estetica, la forza del piccolo borghese mettevano tutta nelle palle.
La maggioranza diceva “somma dei mediocri”, semrpe sul Corriere della sera, il buonsenso “autoassoggettamento degli imbecilli”, molto malapartiano, o dannunziano minore. Eccetto che nel popolo, per “la faccia umile e generosa della sua povertà”. Fare l’amore “un atto politico”. E “un atto di diserzione politica, di dimissione, quando diventa una mania irresponsabile”. L’aborto voleva prevenuto mediante tecniche “diverse”, da propagandare in tv, poiché “rafforza la comodità del coito eterosessuale” – il coito omosessuale è scomodo? E ancora: “È folle pensare che una «autorità» compaia dal video reclamizzando «diverse» tecniche amatorie?” Una Maria Antonietta della improsatura?
Si dirà Pasolini “uno dei cento poeti incerti”, benché non di avanguardia, il polemista è elegiaco decadente. Quello che recita la depressione, con arte per il successo. “Il poeta scrive per il successo”, dice Saba, il Poeta di Colorni: “Ciò che il poeta canta sono le sue colpe. E le canta per liberarsene, per confessarsi, per purificarsi. Se il pubblico gli volta le spalle, le colpe gli ricadono addosso, più tormentose di prima”. È una regola che sovrasta ogni altra, pena la scomparsa. Il poeta è incinto di se stesso. Grande tragedia Pasolini avrebbe potuto farne, di quello che è e non è, con i mezzi che aveva. Traduttore di Eschilo superbo, la sua Orestiade è un’altra. E di Edipo grande filologo, oltre che pittore, non c’è altra Grecia. O commedia: è Aristofane, l’Eautontimorùmenos? O Plauto, il soldato vantone? Sembrava si divertisse, nelle marane coi pischelli e le periferie, ma era in posa, sempre allo specchio. Si vede dalla foto in giacca e cravatta sul campo di calcio, il tackle perfetto secondo i canoni del Calcio illustrato, coi ragazzini sporchi nel fango. Mentre nel fotoservizio per L’Espresso è in maglietta e calzoncini d’ordinanza, calzettoni, parastinchi, scarpini lucidi coi tacchetti bianchi, i capelli ordinatamente imbrillantinati. Imbalsamato nell’impegno, che è l’unica cosa che non sapeva, e quella forse che lo rendeva nervoso.

Reality – È un bisogno di normalità. Di ricostituire un tessuto connettivo nell’insignificanza della vita quotidiana – senza più tempo, quindi senza più scopo. Che dev’essere grande se, per cerare l’illusione teatrale, non ha bisogno dell’enigmatico e del mirifico ma basta la banalità. Cioè la stessa vita quotidiana.

Socrate -È Platone, in quasi tutto quello che ha detto, e nella sua grandezza (nell’immagine). Il cardine della filosofia e dell’etica occidentali, e anzi cristiane, è un personaggio in maschera, un eroe eponimo dissimulato.

Umorista – Se si compiace, è essso stesso una barzelletta: l’humour si presume, spontaneo, casuale, è sotterraneo. Ma lo scrittore umorista deve organizzarlo, con cura e sapienza, nei ritmi, nei tempi, e nella sprezzatura.

Tradizione – Walter Scott, l’inventore della tradizione scozzese, con clan, tartan e danze, nell’exergue di “Ivanhoe” si passa da scozzese a inglese. La tradizione non vince in opposizione al potere.

letterautore@antiit.eu

martedì 25 maggio 2010

Il best-seller mena il can per l’aia?

“Rimase di stucco”, cápita di leggere aprendo a caso in libreria uno dei romanzi che fanno la classifica. E non è un caso: “Sbarcava il lunario” cápita di leggere, sempre sfogliando a caso, nello stesso romanzo. E “per soprammercato”. O in altri, sempre nuovissimi, sempre nei primi posti della lista, sempre romanzi che la libreria privilegia fornendoli in molteplici cataste agli angoli strategici, tutti editi da grandi case con grandi redazioni e apparati editoriali: “Era per indole un bastian contrario”, “Posso dire di averla scampata bella”, “Il gioco non vale la candela”. Si legge perfino: “Menava il can per l’aia”. E uno rimane di stucco.
Dice: la scrittura è volutamente sciatta, una sorta di bella scrittura al rovescio, sono romanzi, conta la storia. Ma le storie sono neorealistiche: risapute, noiose. Si conoscono ormai, benché non propagandate e anzi camuffate, varie tattiche del best-seller. Il capitolo in lettura gratuita, la valutazione col sorteggio di un premio, le anticipazioni su quotidiani e settimanali e le prenotazioni a sconto per creare il passaparola. L’occupazione delle librerie all’uscita con cessioni in bulk a metà prezzo, il prolungamento delle vendite in libreria oltre le canoniche due settimane col supersconto. Con lo strascico delle presentazioni, delle fiere, dei festival e dei premi per tentare il long-seller. Il tutto spruzzato in ogni fase da recensioni-presentazioni. È un investimento (di gratuito ci sono solo recensioni, si suppone), e va rispettato. Ma non si potrebbero scrivere i libri anche in italiano? Non costa nulla.

Tobagi e il giornalismo di “padre ignoto”

Commemorandolo ai trent’anni dall’assassinio, Ferruccio de Bortoli ricorda sul “Corriere” che la sera prima dell’attentato Walter Tobagi presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano. Si discuteva del caso Isman, di Fabio Isman che era stato carcerato per aver pubblicato un dossier dei sevizi segreti dai quali una manina previdente aveva strappato la pagina che parlava di Marco Donat Cattin. L’aveva strappata per concentrare l’attenzione sulla pagina mancante, e cioè sul presidente del consiglio Cossiga che del figlio terrorista avrebbe reso edotto il padre ministro, e che qualcuno voleva sloggiare da palazzo Chigi. Ma questo il direttore del “Corriere della sera” non lo ricorda, benché l’argomento sia attualissimo e in discussione alla Camera: della disinformazione che interessi coperti, politici o giudiziari, fanno passare come controinformazione o libertà d’informazione.
Il tema della disinformazione allora non era la corruzione ma il terrorismo. Il dibattito al Circolo della stampa fu infuocato, e Tobagi personalmente fu fatto fatto oggetto di ripetute aggressioni verbali. Di cui la traccia è stata fatta sparire, con i nastri della registrazione del dibattito. Neanche questo de Bortoli nel suo commosso articolo ricorda. Il “sovietismo che non c’è” controlla ancora via Solferino? Tobagi disse tra l’altro, in questo discorso al Circolo della stampa che non si ripubblica, nemmeno nel libro della figlia Benedetta: “C’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti. Ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti”. Si commemorano i morti, anche nel caso di Tobagi, per ipocrita autocelebrazione, senza mai rispetto per la verità.
È certamente lecito per Ferruccio de Bortoli celebrare Tobagi, è uno dei pochi giornalisti italiani a specchiarne l’autonomia di giudizio. Un po’ meno per il giornale e per l’editore: impadronirsi del morto è vecchia pratica gesuitica, non commendevole, specie quando il morto viene celebrato dopo qualche anno e in certi momenti, l’opportunismo cozza con l’onestà intellettuale che è il segno di Tobagi. Sulla disinformazione, i dossier che inquinano l’opinione, i tanti “documenti” che i giornali pubblicano per pettegolezzo, o per obbedire a logiche segrete o di parte, il pensiero di Tobagi è ben sintetizzato da Franco Abruzzo nella prefazione a Federica Mazza, “La storia del sindacato dei giornalisti da Francesco de Sanctis a Walter Tobagi”, Scheiwiller, 2005:
“Contro i rischi della superinformazione e della diffusione di notizie di «padre ignoto», si alza ammonitrice la voce di Walter Tobagi, del Tobagi dell’ultimo dibattito al Circolo della Stampa di Milano. Era il 27 maggio 1980. Un discorso ancora oggi attualissimo. Non dobbiamo confondere controinformazione e superinformazione, consapevoli anche che l'apparente controinformazione potrebbe essere «un servizio prestato a una superinformazione di cui sfuggono completamente fini e modalità». Se cade in questo errore, diceva Tobagi, «il giornalista deve chiedersi se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso specifico è assai meno nobile». Il lettore non può essere destinatario di notizie di «padre ignoto». Al lettore si deve anche dire la fonte che ha diffuso l’informazione «perché se non si fa questo i giornali rischiano di diventare degli strumenti che servono per combattere battaglie per conto terzi». Tobagi suggeriva una via d’uscita alla crisi dei rapporti giudici-giornalisti: dibattimenti rapidi in modo tale che i giudici non siano costretti a nascondere le notizie e i giornalisti non siano costretti a scrivere articoli sulla base di pochi dati. Era il 27 maggio 1980. Nove anni dopo è entrato in vigore il nuovo rito processuale penale. Le cose non sono migliorate. I processi sono sempre lenti. Dai Palazzi di Giustizia continuano a uscire molte notizie di «padre ignoto»”.

Ma il sociale non può essere sovietico

Bobbio critica lo “Stato minimo” come espressione dei ceti proprietari, e lo assimila allo Stato carabiniere, mentre lo Stato sociale sarebbe la democrazia, la domanda di servizi discendendo da ceti e esigenze del grande numero. Ma lo Stato minimo non è la sua democrazia delle regole? Quella del principio russoviano che una democrazia bene ordinata vuole poche leggi, giacché la loro moltiplicazione le rende inefficaci e favorisce gli abusi e la corruzione.
Lo Stato sociale di questo “Futuro della democrazia” è lo Stato sovietico. Poco importa il processo di formazione del potere, se attraverso un pluralismo elettorale o un partito unico. L’esito è sempre monocratico, per la complessa dipendenza dal potere politico che questo Stato sociale implica: com’è inteso, benché non funzioni più per nessuno, è una ragnatela di doveri della collettività, più che di diritti dei singoli. Questi si affermano selezionandoli. È la selezione che consente lo Stato minimo, che individua i bisogni relativi e ad essi commisura il suo intervento. Stato sovietico o Stato cosiddetto del capitale: è il potere burocratico (partitico, della partitocrazia, del bonapartismo) che l’illuminato Keynes ci ha lasciato. Keynes cera nella fase di realizzazione, ma lascia l’economia in mano al governo. Cioè sottopone al potere politico tutta la vita, quella associata e quella familiare, la sfera privata dell’economia.
Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia

lunedì 24 maggio 2010

L’odio-di-sé e l’antisemitismo

Contro gli antisemiti, Bettauer mette in scena degli ebrei speculatori in immobili, forse anche in valuta (il famoso complotto), incontinenti, pervertitori delle ragazze, eccetera. In un romanzo chiaramente diretto a un pubblico ebraico. Di un autore, Hugo Maximilian Bettauer sicuro democratico, già cittadino americano, rientrato in Austria per modernizzarla, vittima nel 1925 di uno die oprimi casi di fanatismo nazista.
È una sorpresa senza fine l’antisemitismo prima di Hitler. L’ebreo banchiere è gobbo, l’ebreo di Galizia, Armenia e Ungheria trinca champagne “mentre l’uomo comune a stento riusciva a pagarsi il suo bicchiere di birra”, ambizione delle ragazze è l’“amico” ebreo che le mantenga, ed è pure vero che solo un ebreo riesce ad organizzare un po’ d’opposizione politica, anzi ad avere un po’ d’intelligenza.
Hugo Bettauer, La città senza ebrei

L’antipolitica è laica, e milanese

Sotto le vesti del’antipartitismo, l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. Panfilo Gentile fu anche il notista politico del “Corriere della sera”, fino alla direzione di Spadolini a fine anni Sessanta, e quindi l’esecrazione della politica era comune alla borghesia lombarda. Mafiose sono le democrazie perché i partiti gestiscono il potere.
Il potere è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.
Panfilo Gentile, Democrazie mafiose, Ponte alle Grazie, pp.312, €4,50 (Remainders)

Secondi pensieri - (44)

zeulig

Ambizione – Senza, l’uomo è spento: l’esistenza si trascina nella routine della sopravvivenza. Ambizione come méta, per sé o per altri, anche minima: andare da qui a lì, per uno scopo.
La cura di sé è ambizione? Sì, se si rapporta socialmente.

Anima – Si può farne senza – senza essere. Duerzza della materia. Quindi a tutti gli effetti pratici inalterabilità degli stati psichici. È questo il materialismo.
Si possono considerare finite le antitesi greche – buono\cattivo, corpo\mente, parola\atto, alto\basso, e naturalmente amico\nemico: il linguaggio degli opposti che alimenta il senso critico dei greci del Quattro-Trecento a.C., e da allora l’Occidente e l’umanità. Nell’indifferenza.

Antropologia – Se c’è una comunità su cui il suo esercizio sarebbe proficuo è quella opulenta urbanizzata dell’Occidente. Tutti gli equivoci connessi al lavoro, tutti quelli connessi al consumo, il perduto bisogno della procreazione, il bambino giocattolo (adozione, procreazione assistita), la coppia del tempo libero, la famiglia cancellata per legge, la mobilità incessante, benché mortifera, anche degli affetti. Anche per la superiore capacità analitica e descrittiva che l’antropologia ha rispetto a ogni letteratura. Con tutti i difetti della rappresentazione di personaggi muti, e il bisogno, per sopperire alla noia, di fondali esotici.

Epistemologia – Non porta in nessun luogo, oltre Popper. Se non come storia della scienza o delle forme di conoscenza – una subordinata della logica e un’ermeneutica. Da qui l’effluvio di narrazioni (genealogie) quale forma unica del pensiero possibile, filologie, e “metafisiche pratiche”, sotto le forme commerciali nuove del New Age, dell’Acquario, del gossip.

Fede - È l’anima, il nucleo interno, dell’arte, del senso estetico. E viceversa: la via pulchritudinis dei padri è anche una ricerca teologica .

Fondamentalismo – È una forma di follia, l’ermeneutica del proprio sentimento di assoluto, sempre inesausto. Non può infatti portare a nessun esito, se non a maggiore fanatismo, nel senso di più violenza, più esagitata. Il khomeinismo sorpassato dai talebani, che pure, essendo sunniti, sono in teoria meno radicali e proni al sacrificio. A loro volta sorpassati in radicalismo dai salafiti o da Al Qaeda, che a sua volta avranno generato gruppi dissenzienti, più duri e puri anche se non lo sappiamo.
Religioso nelle origini, quale bisogno di ordinare la società e lo stato sulla propria fede, il fodnamentalismo o integralismo è la negazione anche della religione e della fede. Non c'è una religione o una fede che possa essere più di se stessa, un assoluto inesausto.

Incertezza – È l’effetto della debole fabbrica del mito – quando le cose vanno, l’economia, la pace, la salute. Il mito democratico, della ragazzo della porta accanto, lascia i giovani senza stimoli, e senza desideri, uguali ma miserabili, isterici, e presto incapaci. Il mito vuol’essere forte.

Identità – Cambia con l’età. E col portamento, l’uso di mondo, l’uso sportivo, oppure la lettura, l’applicazione, la tigna. Cambia il colorito, la forma del viso, l’espressione. L’aspetto esterno che lo specchio proietta all’interno, usw., in un circolo ellittico. Rembrandt, che da un secolo si rappresenta nel ritratto senile con turbante, per non dire di Michelangelo vecchio e smarrito, non è quello dei ritratti giovanili, vivace, scherzoso, beffardo, e non è nemmeno il vero Rembrandt, quello dei quadri, delle incisioni, dei disegni e della litigiosa biografia, che a vent’anni aveva già bottegea, aAmste4rdam si fece una casa di lusso nel quartiere poverissimo degli ebrei, di cui ostentava la frequentazione, ed è sopravissuto, in una vita breve, a tutti i suoi familiari.

Memoria - È intelligenza selettiva, costruttiva o demolitrice secondo gli impulsi. È servile, ma a un disegno impulsivo e non di scuola o di programma.
C’è una memoria delle cose, deperibili, e una degli eventi, legati al tempo, e quindi variabili, ma rinnovabili. Qualitativamente distinte, anche se interagiscono: le cose – le pietre, il legno, ma pure le piante e gli animali – si legano agli eventi e quindi mutano, ma possono non esserci più, non nella loro specifica (originaria) funzione. Deprivano il senso del possesso, alla loro memoria correlato, e nel timore (attesa) di questo possibile esito generano l’incertezza – è il possesso che alimenta l’insicurezza (e spiega il disagio diffuso all’epoca della maggiore e più insperata ricchezza per tutti). Una memoria di soli eventi è più libero, e per questo può essere ottimista: è fortunata – e tanto più nella ristrettezza. Una memoria legata alle cose dev’essere acquisitiva, e quindi inquieta.

Odio - È sempre odio di sé. Per quanto giustificato, individualmente o socialmente (il nemico della patria, della classe, della famiglia), se è costante esprime un’impossibilità: è auto castrazione.

Ambizione – Senza, l’uomo è spento: l’esistenza si trascina nella routine della sopravvivenza. Ambizione come méta, per sé o per altri, anche minima: andare da qui a lì, per uno scopo.
La cura di sé è ambizione? Sì, se si rapporta socialmente.

Anima – Si può farne senza – senza essere. Duerzza della materia. Quindi a tutti gli effetti pratici inalterabilità degli stati psichici. È questo il materialismo.
Si possono considerare finite le antitesi greche – buono\cattivo, corpo\mente, parola\atto, alto\basso, e naturalmente amico\nemico: il linguaggio degli opposti che alimenta il senso critico dei greci del Quattro.Trecento a.C., e da allora l’Occidente e l’umanità. Nell’indifferenza.

Antropologia – Se c’è una comunità su cui il suo esercizio sarebbe proficuo è quella opulenta urbanizzata dell’Occidente. Tutti gli equivoci connessi al lavoro, tutti quelli connessi al consumo, il perduto bisogno della procreazione, il bambino giocattolo (adozione, procreazione assistita), la coppia del tempo libero, la famiglia cancellata per legge, la mobilità incessante, benché mortifera, anche degli affetti. Anche per la superiore capacità analitica e descrittiva che l’antropologia ha rispetto a ogni letteratura. Con tutti i difetti della rappresentazione di personaggi muti, e il bisogno, per sopperire alla noia, di fondali esotici.

Epistemologia – Non porta in nessun luogo, oltre Popper. Se non come storia della scienza o delle forme di conoscenza – una subordinata della logica e un’ermeneutica. Da qui l’effluvio di narrazioni (genealogie) quale forma unica del pensiero possibile, filologie, e “metafisiche pratiche”, sotto le forme commerciali nuove del New Age, dell’Acquario, del gossip.

Fede - È l’anima, il nucleo interno, dell’arte, del senso estetico. E viceversa: la via pulchritudinis dei padri è anche una ricerca teologica .

Fondamentalismo – È una forma di follia, l’ermeneutica del proprio sentimento di assoluto, sempre inassouvi. Non può infatti portare a nessun esito, se non a maggiore fanatismo, nel senso di più violenza, più esagitata.
Il fondamentalismo o integralismo. Il khomeinismo sorpassato dai talebani, che pure, essendo sunniti, sono in teoria meno radicali e proni al sacrificio. A loro volta sorpassati in radicalismo dai salafiti o da Al Qaeda, che a sua volta avranno generato gruppi dissenzienti, più duri e puri anche se non lo sappiamo.

Incertezza – È l’effetto della debole fabbrica del mito – quando le cose vanno, l’economia, la pace, la salute. Il mito democratico, della ragazzo della porta accanto, lascia i giovani senza stimoli, e senza desideri, uguali ma miserabili, isterici, e presto incapaci. Il mito vuol’essere forte.

Identità – Cambia con l’età. E col portamento, l’uso di mondo, l’uso sportivo, oppure la lettura, l’applicazione, la tigna. Cambia il colorito, la forma del viso, l’espressione. L’aspetto esterno che lo specchio proietta all’interno, usw., in un circolo ellittico. Rembrandt, che da un secolo si rappresenta nel ritratto senile con turbante, per non dire di Michelangelo vecchio e smarrito, non è quello dei ritratti giovanili, vivace, scherzoso, beffardo, e non è nemmeno il vero Rembrandt, quello dei quadri, delle incisioni, dei disegni e della litigiosa biografia, che a vent’anni aveva già bottegea, aAmste4rdam si fece una casa di lusso nel quartiere poverissimo degli ebrei, di cui ostentava la frequentazione, ed è sopravissuto, in una vita breve, a tutti i suoi familiari.

Memoria - È intelligenza selettiva, costruttiva o demolitrice secondo gli impulsi. È servile, ma a un disegno impulsivo e non di scuola o di programma.
C’è una memoria delle cose, deperibili, e una degli eventi, legati al tempo, e quindi variabili, ma rinnovabili. Qualitativamente distinte, anche se interagiscono: le cose – le pietre, il legno, ma pure le piante e gli animali – si legano agli eventi e quindi mutano, ma possono non esserci più, non nella loro specifica (originaria) funzione. Deprivano il senso del possesso, alla loro memoria correlato, e nel timore (attesa) di questo possibile esito generano l’incertezza – è il possesso che alimenta l’insicurezza (e spiega il disagio diffuso all’epoca della maggiore e più insperata ricchezza per tutti). Una memoria di soli eventi è più libero, e per questo può essere ottimista: è fortunata – e tanto più nella ristrettezza. Una memoria legata alle cose dev’essere acquisitiva, e quindi inquieta.

Odio - È sempre odio di sé. Per quanto giustificato, individualmente o socialmente (il nemico della patria, della classe, della famiglia), se è costante esprime un’impossibilità: è auto castrazione.

Rivoluzione – Non ce n’è una riuscita, che realizzi i suoi presupposti. Perché propone il mondo come dovrebbe essere. Anche quelle durate a lungo, come la sovietica, si dileguano: l’ordine riemerge.
L’ordine è come la morte rispetto alle nascite, che sono numerose e varie, ma finiscono allo stesso modo. Le rivoluzioni consentono l’esercizio dell’ordine, o è viceversa, ci vuole ordine perché la fantasia possa sbrigliarsi?La termodinamica riscontra lo stato di quiete nel massimo disordine.

Santità – È operazione personalizzata, di individui forti, oltre che dotati. Non si diventa santi per criteri sanzionatori (oggettivi), ma per forza di volontà. Quando l’umiltà è sorella dell’orgoglio.
È il santo ch crea la santità.

Sensi – Creano il mondo. Per accumulo anche: l’ereditarietà si genera per il lungo, lento deposito di percezioni e reazioni sensitive.
Il cervello è muto senza i sensi. La memoria è agita dai sensi, continuativamente (razionalmente, logicamente) o occasionalmente. Le omissioni e le afasie dell’età o della stanchezza nascono dall’allentamento della relazione sensi-intelligenza.

Senso – Insensata è la vita quotidiana perché senza tempo. È la scansione che dà significato, oltre che ordine, agli eventi? Sì, il tempo è un ritmo naturale, un intervallo quindi che deve consentire di vivere gli eventi. Diverso per ogni individuo, epoca, situazione – diverso è il tempo di una passeggiata da quello di una spedizione bellica. Ma quello giusto è sempre misura.

È la ricerca del senso che agita la follia (eccesso) mediatica. Del senso perduto della vita quotidiana. Una ricerca dagli effetti aberranti per essere affannosa. I format basati sulle confessioni in pubblico, i ritrovamenti, i traumi, le passioni, che sembrano la negazione di ogni autenticità ma anche della possibilità dell’autenticità, falsando il linguaggio, traggono forza da questo bisogno estremo di senso. Da qui l’interrogarsi e il rispondersi, sia pure con linguaggi falsi in scene false.

Sogno – È ambiguo specchio del giorno, specchio deformante. Ma imprevedibile, anche nelle situazioni note e ripetute. Si agisce nei sogni sempre per accumulo, per la fuoriuscita di dati e situazioni accumulate, consciamente o inconsciamente? O c’è nella psiche uno scarto normale (si dice dei comportamenti imprevisti che sono scarti occasionali)? La mente è sempre razionale e memoriale, ma è normale anche che non preveda, non controlli, non censuri, non in misura totalitaria – la razionalità è un fatto, non un dato.

Sonno - È il mistero, la vita che si ricostituisce nella quiete.

Storia – È breve. Nulla anzi, non c’è sviluppo. Nei sette-otto millenni della memoria tutto è inalterato, il mito, il linguaggio, l’arte, e in fondo pure la tecnica (la fisica). La varietà c’è, ma è illusione, compiacimento, fantasia.
Il passato invece c’è: la memoria in forma di accumulo.

Coincide con la caduta. Oppure no, con la creazione? Comincia quindi con Dio. O ci fu un momento in cui Dio non creava? Nel primo caso Dio stesso si fa col tempo – con la storia. Anche nel secondo.

Una certezza la dà: non c’eravamo prima, non ci saremo dopo. Niente e nessuno è eterno, nemmeno quindi la storia.

Rivoluzione – Non ce n’è una riuscita, che realizzi i suoi presupposti. Perché propone il mondo come dovrebbe essere. Anche quelle durate a lungo, come la sovietica, si dileguano: l’ordine riemerge.
L’ordine è come la morte rispetto alle nascite, che sono numerose e varie, ma finiscono allo stesso modo. Le rivoluzioni consentono l’esercizio dell’ordine, o è viceversa, ci vuole ordine perché la fantasia possa sbrigliarsi?La termodinamica riscontra lo stato di quiete nel massimo disordine.

Santità – È operazione personalizzata, di individui forti, oltre che dotati. Non si diventa santi per criteri sanzionatori (oggettivi), ma per forza di volontà. Quando l’umiltà è sorella dell’orgoglio.
È il santo ch crea la santità.

Sensi – Creano il mondo. Per accumulo anche: l’ereditarietà si genera per il lungo, lento deposito di percezioni e reazioni sensitive.
Il cervello è muto senza i sensi. La memoria è agita dai sensi, continuativamente (razionalmente, logicamente) o occasionalmente. Le omissioni e le afasie dell’età o della stanchezza nascono dall’allentamento della relazione sensi-intelligenza.

Senso – Insensata è la vita quotidiana perché senza tempo. È la scansione che dà significato, oltre che ordine, agli eventi? Sì, il tempo è un ritmo naturale, un intervallo quindi che deve consentire di vivere gli eventi. Diverso per ogni individuo, epoca, situazione – diverso è il tempo di una passeggiata da quello di una spedizione bellica. Ma quello giusto è sempre misura.

È la ricerca del senso che agita la follia (eccesso) mediatica. Del senso perduto della vita quotidiana. Una ricerca dagli effetti aberranti per essere affannosa. I format basati sulle confessioni in pubblico, i ritrovamenti, i traumi, le passioni, che sembrano la negazione di ogni autenticità ma anche della possibilità dell’autenticità, falsando il linguaggio, traggono forza da questo bisogno estremo di senso. Da qui l’interrogarsi e il rispondersi, sia pure con linguaggi falsi in scene false.

Sogno – È ambiguo specchio del giorno, specchio deformante. Ma imprevedibile, anche nelle situazioni note e ripetute. Si agisce nei sogni sempre per accumulo, per la fuoriuscita di dati e situazioni accumulate, consciamente o inconsciamente? O c’è nella psiche uno scarto normale (si dice dei comportamenti imprevisti che sono scarti occasionali)? La mente è sempre razionale e memoriale, ma è normale anche che non preveda, non controlli, non censuri, non in misura totalitaria – la razionalità è un fatto, non un dato.

Sonno - È il mistero, la vita che si ricostituisce nella quiete.

Storia – È breve. Nulla anzi, non c’è sviluppo. Nei sette-otto millenni della memoria tutto è inalterato, il mito, il linguaggio, l’arte, e in fondo pure la tecnica (la fisica). La varietà c’è, ma è illusione, compiacimento, fantasia.
Il passato invece c’è: la memoria in forma di accumulo.

Coincide con la caduta. Oppure no, con la creazione? Comincia quindi con Dio. O ci fu un momento in cui Dio non creava? Nel primo caso Dio stesso si fa col tempo – con la storia. Anche nel secondo.

Una certezza la dà: non c’eravamo prima, non ci saremo dopo. Niente e nessuno è eterno, nemmeno quindi la storia.

zeulig@antiit.eu

domenica 23 maggio 2010

Non c’è democrazia senza lettere e filosofia

Il saggio sintetizza il libro che la filosofa ha in corso di pubblicazione, “Not for Profi: why Democracy needs the Humanities”, che l’insegnamento umanistico pone a fondamento della democrazia: “La democrazia si fonda sul rispetto e la sensibilità, che a loro volta si basano sulla capacità di vedere gli altri come essere umani, non semplici oggetti”. Questo bisogno Martha Nussbaum fonda sulle stesse esigenze di un’istruzione e una mentalità più scientifiche e più economiche: “La scienza e le scienze sociali, specie l’economia,… cruciali all’educazione dei cittadini, si praticano al meglio quando sono infuse da quello che potremmo chiamare lo spirito umanistico: approfondendo il pensiero critico, un’inmaginazione ardita, la comprensione empatetica delle esperienze umane di tante specie diverse”. La globalizzazione accentua questo bisogno: il mondo essendosi fatto complesso, gli eventi numerosi, la comunicazione immediata e multiforme, per orientarsi ci vuole senso critico, capacità di discernere e selezionare.
Gli Usa, contrariamente a quello che si dice, resistono meglio allo scadimento della formazione, grazie all’impronta persistente che Dewey ha lasciato nel modello universitario, “un modello di arti liberali”, che a sua volta influenza l’istruzione secondaria. Questo modello è sempre apprezzato nel Paese, e beneficia di un forte sostegno filantropico di individui e istituzioni. “In molte nazioni dell’Europa”, invece, “e dell’Asia, India compresa, Socrate è ormai fuori moda”.
Martha C. Nussbaum, Skills for life. Why cuttings in humanities teaching pose a threat to democracy itself, In “The Times Literary Supplement”, 30 aprile 2010

Il mondo com'è - 37

astolfo

Antisemitismo – È un fatto. Ma la sua generalizzazione (costante, quotidiano, minuto, sovrabbondante, incombente, dominante) diventa il suo fondamento, quasi avesse una qualche giustificazione.

Germania – Era, anche dopo la sconfitta del 1918 e fino agli anni Trenta tutti, l’unificatrice di fatto dell’Europa: numerose e qualificate comunità tedesche erano minoranza in Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania, Ungheria, Polonia, Stati baltici, Russia, con in più la cultura ebraica, di preferenza tedescofona, e l’estensione naturale in Austria, Svizzera, Benelux. La Germania era il collante amministrativo, economico, culturale della Mitteleuropa – dell’Europa si mezzo e di mezza Europa. La scomparsa dell’Europa è la scomparsa della Germania, posto che gli imperi francese e britannico erano fittizi, coloniali.

Socialismo – È il liberalismo compiuto. Come formula politica: al socialismo è essenziale la libertà, l’uguaglianza è la realizzazione della libertà. Ed economica: più ricchezza in assoluto, più ricchezza per il più gran numero, e più opportunità quindi per tutti, che si realizzano in un mercato libero, non prevaricatore.

Sud Africa - Il Sud Africa esce da un regime, l’apartheid, che per quasi un secolo è stato la vergogna sua, di neri e bianchi, e del mondo intero. Un regime di separazione etnica che in realtà era di asservimento: l’apartheid prolungava lo schiavismo, il lavoro dei neri e dei colorati riducendo a merce di poco valore, per la privazione di molti diritti civili e dei diritti politici, in un mercato del lavoro essenzialmente agricolo e minerario che richiedeva solo braccianti a manovali di poca perizia. Ma era quella una storia per nulla ineluttabile nel destino del Sud Africa. E un regime che, sia pure odioso, non esaurisce una storia in certo senso prodigiosa.
Il Sud Africa moderno è nato come paese dell’oro. Con un antefatto, lungo trek, un'emigrazione disperata, quasi forzata, di uomini e donne che difendevano un ideale e la propria libertà. Un gruppo di coloni che, nel 1706, per la prima volta si ribellava alla potentissima Compagnia delle Indie, che aveva creato e dominava il moderno colonialismo. Erano 63, agricoltori, ugonotti, olandesi in buona parte di origine francese, esuli dopo la revoca nel 1685 dell'editto di Nantes, che aveva assicurato ai riformati calvinisti il libero esercizio del culto. Abbandonarono Città del Capo. i 63 trekboers, cemigranti contadini, e con le loro famiglie e gli schiavi, e i caratteristici trek wagons, si lanciarono avventurosamente verso l'interno sconosciuto.
La colonia del Capo aveva avuto un rapido sviluppo nel corso del Seicento, per la crescita dei traffici con l'Oriente. Tra il 1621 e il 1651 vi transitarono 461 navi olandesi, e non erano le sole. Tra il 1688 e il 1706 la popolazione europea vi era triplicata, da 573 a 1.732 unità. Troppi per la Compagnia delle Indie.
La colonia si era popolata anche di schiavi importanti dall'Africa equatoriale, perché gli indigeni locali si rifiutavano di lavorare (per un lungo periodo, fino almeno al 1660, gli africani che si rifiutavano di lavorare come schiavi venivano buttati da alti precipizi, ma la pratica evidentemente non dissuase i renitenti). Il rifiuto era legato sopratutto al fatto che gli olandesi volevano fare dei nativi, da sempre pastori, dei braccianti agricoli. E questo era anche il motivo delle preoccupazioni della Compagnia. I profitti fluivano a basso costo dal commercio, mentre la colonizzazione prometteva guerre e spese, così le coltivazioni, baco da seta, olivo, vigna, cereali, frutta, e lo stesso allevamento di ovini e bovini furono puniti con tasse pesanti. Da qui la rivolta dei trekboers.
Nel 1867 alcuni bisnipoti dei 63, giocando sulle rive del fiume Vaal, a Kimberley, s’imbatterono in una pietra luccicosa. Un viaggiatore di nome Van Niekek, incuriosito, la prese con sé, ma quando tentò di disfarsene, nei villaggi che via via incontrava, Colesberg, Hopetown, nessuno volle comprargliela. Ci volle qualche mese prima che, a Grahamtown, il dottore locale riconoscesse nella pietra un diamante a venti carati. La gemma fu venduta nel 1868 al governatore della colonia del Capo, sir Philip Whodehouse, inglese, per 500 sterline. Tre anni dopo il governatore aveva annesso l'area, malgrado le proteste degli indigeni e delle repubblichette boere, battezzando l'anonimo posto della prima preziosa scoperta con il nome di lord Kimberley, segretario alle colonie.
Molte cose erano successe dal primo trek del 1706. In sintesi, un secolo e mezzo di guerre “cafre”, tra i boeri, che si organizzavano qua e là in repubbliche, e gli africani, definiti spregiativamente kafir, infedeli, il nome che gli arabi dell’Africa orientale, mercanti di schiavi, davano agli indigeni. E un mezzo secolo abbondante di guerre fra i boeri e il governo della colonia del Capo, passata nel 1795 agli inglesi, dopo la vittoria contro gli olandesi alleati dei francesi (e agli inglesi tornata definitivamente nel 1806, dopo tre anni d'indipendenza come Repubblica batava). I boeri avevano così ripreso la loro marcia verso l’interno del continente, in direzione del Mozambico e dello Zimbabwe odierni, in quella che fu presto chiamato il Grande trek, la lunga marcia.
Gli africani conoscevano e lavoravano i minerali da tempo immemorabile. I regni dell'Africa occidentale, Ghana, Malì e Songhai, erano famosi per l’abbondanza di oro. Erano d’oro anche i collari dei cani. L’oro dell’Africa occidentale fu portato dagli arabi sul mercato internazionale a partire dal secolo ottavo, appena cioè arrivarono a controllare il Nord Africa. All’inizio del diciottesimo secolo, se ne esportava ogni anno per 200 mila sterline. I mercanti di schiavi accettavano in pagamento soltanto l’oro. Ma ogni altro minerale era conosciuto, e le tecniche di estrazione e lavorazione erano alla pari con le altre regioni ricche del mondo. Ancora a metà Ottocento, l’esploratore missionario scozzese David Livingstone riferiva che gli industriali del ferro del Mozambico consideravano “marcio” il metallo inglese. Proprio nel Sud Africa, nello Swaziland, a 15 chilometri a occidente di Mbabane, si trova la più antica miniera di ferro, in attività dal 43.000 a.C.
La scoperta dei ragazzi di Kimberley provocò l’arrivo di frotte di cacciatori di fortuna. Nel 1871 la popolazione era salita da poche centinaia a 37.000 persone. La ferrovia vi fu portata, malgrado i disagi, già nel 1886. Con i minatori poveri e affannati arrivarono anche osservatori freddi, e più determinati. Tra essi Cecil Rhodes, che arrivò nel 1871, James Barnato nel 1873, Charles Rudd nel 1874. . Cecil Rhodes aveva diciotto anni, veniva dall'Inghilterra, e aveva seguito il fratello maggiore per curiosità. Barnato, un attore di vaudeville del West End londinese in tournée al Capo, fece a piedi le 600 miglia fino a Kimberley.
Metà della nuova popolazione era composta da africani, attratti dal salario, benché minimo, in miniera. Il loro obiettivo era mettere assieme sei sterline, per comprarsi un fucile e tornare alla loro terra a difenderla. Fu così che il governo britannico incoraggiò anche il traffico di armi e munizioni, per attrarre il lavoro. Negli ultimi nove mesi del 1873 furono vendute 18.000 armi.
Il giovane Rhodes, appena arrivato, aveva scritto alla madre in Inghilterra: “I diamanti si trovano dappertutto”. Nel 1874 la produzione di Kimberley fece crollare le quotazioni internazionali. All’epoca la corsa alla ricchezza si era assestata, con la creazione di quattro miniere di diamanti, Kimberley, De Beers, Bultfontein, Dutoitspan. La sola miniera della Kimberley Central di Barnato produrrà diamanti per oltre 50 milioni di sterline, fino al suo esaurimento nel 1914. Ma il 90 per cento della produzione sudafricana di diamanti era a quell’epoca in mano alla De Beers.
De Beers era il nome della miniera di Cecil Rhodes. In essa, col sostegno dei Rothschild di Parigi, Cecil Rhodes fece confluire i titoli minerari del fratello e di Charles Rudd. E presto s’mbarcò in altre imprese, fino alla conquista di una porzione d’Africa grande quattro volte l’Italia, comprendente gli attuali Zambia, Malawi e Zimbabwe, che per quasi un secolo portò il suo nome, Rhodesia. Rhodes stabilì anche il canone fondamentale del colonialismo: rapporto di dieci a uno fra il salario dei bianchi e quello degli africani, divieto agli africani di accedere alla proprietà e al lavoro qualificato.
La De Beers confluì nell'impero Anglo-American, messo su da Ernest Oppenheimer, commerciante di diamanti, il Cecil Rhodes del Novecento, e da suo figlio Harry. L’Anglo-American è la maggiore compagnie mineraria del Sud Africa, che resta il maggior produttore mondiale di oro (il 35 per cento del mercato mondiale), diamanti, platino, vanadio, manganese, fluorite, con tanto uranio, ferro e altri minerali.

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