Cerca nel blog

sabato 18 giugno 2011

Il mercato del dio anglosassone

Si razionalizza molto su questo povero mercato che governa la globalizzazione: la mano invisibile (della giustizia sociale), la produttività, i prezzi decrescenti, i consumi per tutti. Con la ciliegina democratica: non è la ricetta perfetta ma è la migliore possibile. Poi si guarda alle cose, e il panorama dietro tanta ragionevolezza è solo sperequativo, in misura perfino assurda.
Il panorama è molto semplificato, semplice da capire. Guardando alle cose politiche (e militari), monetarie, culturali. C’è il dollaro-sterlina, gli Stati Uniti d’America con l’appendice Gran Bretagna, i famosi anglosassoni vituperati da De Gaulle, con corteggio di buoni propositi: la libertà, la stabilità, la sicurezza, la difesa dei diritti umani e civili, il benessere e i consumi per tutti. E naturalmente un’etica superiore (“io e il mio dio”), comprensiva della lotta alla speculazione. Che invece è il pilastro di questo asse: utilizzare il resto del mondo come punching-ball, alle cui spalle prosperare. Un ex presidente della Federal Reserve, Paul Vocker, che dice di temere “la disintegrazione dell’euro”, come ha detto un mese fa, sa benissimo che lo dice per accelerarla.
Meno stato più mercato è peratro formula ormai nota per significare una sudditanza degli interessi pubblici o sociali a quelli dell’arricchimento.
Si prenda il rischio americano di default della finanza pubblica, che tiene la Cina e il mondo col fiato sospeso, ma l’America vive quasi in allegria, comunque dormendoci la notte. Fu il grande liberista Reagan a moltiplicarlo negli anni 1980: per diciotto volte si fece aumentare dal Congresso il tetto all’indebitamento (che negli Usa è fissato per legge…), e il debito che aveva preso al 32 per cento del pil lo lasciò dopo otto anni al 53. Gli altri liberisti repubblicani, Bush padre e figlio, lo portarono all’82 per cento. Ora con Obama – che perlomeno non è liberista, non è ipocrita, e poi ha avuto la crisi di tre anni fa - salirà al 100 per cento. Il mercato è questo.
Sul mercato il circuito operativo e di comando, che i default di tre anni fa hanno evidenziato ma che è sempre stato ed è all’opera, vede le banche Usa-Uk, coperte dai rispettivi governi, creare le crisi (le bolle: le dot.com, per le quali si crearono perfino delle Borse speciali, i futures, il credito facile, ora il credito difficile, credit crunch), nelle quali realizzare ogni volta superprofitti da capogiro. Grazie alla agenzie di rating, privatissimi organismi che decretano di volta in volta sui debiti di quali aziende e quali governi puntare per realizzare, con la spremitura finale, partite di caccia grossa. L’Italia ne ha fatto l’esperienza nel 1992 – insieme con la Gran Bretagna, che da allora si è perfettamente allineata all’asse Usa, abbandonando ogni velleità europea.
Nella realtà non succede così, non c’è un complotto. Non c’è Obama che si siede a un tavolo con la regina Elisabetta e insieme decidono dove e come colpire – anche perché: chi è Obama? Ma è così che le cose funzionano, è il modello che ci imprigiona, carcerati peraltro volontari. Il circolo del mercato del Millennio è certamente originale. Ma soprattutto per basarsi sulla convinzione. Anche sulla forza: gli Usa, con l’appendice inglese, non ammettono “scissionisti”. Ma preferiscono i buoni discorsi. Siamo così tutti convinti che sia giusto che sia giusto, che si arricchiscano le banche e i governi “anglosassoni”, anche se a nostre spese.
Il modello è la perversione mentale della piccola borghesia. Gelosa e insieme invidiosa, vogliosa di farsi, volpe, leone. Adottato in chiave internazionale: funziona, tutti servi volontari.

La principessa filosofa che Parma disconosce

Élisabeth Badinter ricostruisce una figura straordinaria di principessa filosofa. In un personaggio minimo della storia: una ragazza cresciuta a Madrid fino agli otto anni dalla nonna Isabella Farnese, nel disamore della madre Louise Élisabeth, la figlia primogenita del re di Francia Luigi XV, quindi in nove mesi beniamina a Versailles dei nonni materni e della corte, per undici anni a Parma con i neo duchi suoi genitori, e per tre anni, dai 19 ai 22, sposa di Giuseppe II, che sarà il successore della madre Maria Teresa. La quale, morendo a 22 anni, ha lasciato una serie nutrita di riflessioni, a Parma e a Vienna, sul mondo, la formazione dei giovani, la religione, i cristiani, il commercio, i prussiani. Non da bas-bleu, da intellettuale supponente: Isabelle di Borbone Parma ama la musica, che compone e esegue, al violino, il teatro, che le dà sempre da pensare, le passeggiate. Uno spirito vivace e libero di cui queste lettere alla cognata Maria-Cristina sono esempio, piene di verve e d’affetto – anche se non nel senso che il titolo promette, quelle cose non si facevano nei palazzi di Maria Teresa, suocera peraltro amorosissima, oltre che ammirata, della nuora (benché con linguaggio a volte spontaneamente escrementizio…).
La raccolta si può leggere come un saggio di ordinaria inutilità tra principesse reali, che pettegolano, delle sorelle e delle dame di corte, vanno a messa, al rosario, a caccia, a teatro, al concerto, al tavolo da gioco – non al ballo, a Vienna non si balla. Normalmente valetudinarie. Se non fosse che Isabelle stessa ne fa l’anamnesi in una delle lettere filosofiche della raccolta. E per le settanta pagine della curatrice: Élisabeth Badinter ne fa un ottimo romanzo.
Un saggio anche di storia italiana dimenticata. Élisabeth Badinter, autrice anche della biografia di Ferdinando di Parma, il fratellino della principessa, con materiali d’archivio parmensi, sarà rimasta specialista unica dei Borbone-Parma. Qui fa pure, in un inciso, un ritratto indimenticabile del filosofo Condillac, ingaggiato a Parma quale precettore di Ferdinando, fratello minore d’Isabelle e futuro duca, un maestro irascibile e incapace, malgrado il suo “Cours d’études” pedagogico in sedici volumi, che trattava il principino “a calci, a pugni e col bastone”.
Ne nasce un personaggio ancora da scoprire, che E. Badinter, avendone letto gli studi, non ha però dubbi a catalogare “principessa filosofa”. Autrice nel 1758 a Parma, a 17 anni, di tre volumi di “Remarques politiques et militaires” (il francese, lingua materna, adopera di preferenza allo spagnolo e all’italiano, poi sostituito dal tedesco, che apprenderà dopo il fidanzamento: raramente firma Isabella Maria Ludovica). E a 22 anni di un’opera pedagogica in due parti molto russoviana pur non conoscendosi allora Rousseau, “Réflexions sur l’éducation”. Altri scritti sono andati perduti nel naufragio nel 1792 di un veliero che li stava trasportando da Amsterdam, insieme con gli altri beni di Maria-Cristina, cui Maria Teresa aveva disposto fossero dati in consegna.
Isabelle, con tanta intelligenza e disponibilità d’animo, non ha buona considerazione dell’Italia – e la cosa meriterebbe un approfondimento. Nella corrispondenza il giudizio è sempre negativo, nota la curatrice. In un racconto autobiografico, diciassette pagine intitolate “Les Aventures de l’Étourderie”, annota del suo matrimonio che ha segnato la fine dell’esilio: “Lasciai l’Italia senza rimpianto”. Nelle “Riflessioni” pedagogiche Isabelle fa una serie di considerazioni negative; che E. Badinter così sintetizza: “Riconosce (agli italiani) uno spirito penetrante e l’arte di cogliere le bellezze di ognuno, ma li trova doppi e dissimulati, falsi, arrivisti (non c’è bassezza che non commettano per ottenere ciò che vogliono!), interessati, ingrati, cattivi amici e intriganti. Ammette che ci sono dei grandi sapienti (a Bologna e Padova), ma rimprovera loro di farne sfoggio”. A Maria-Cristina immalinconita dalla “sorte delle principesse” a corte (una lettera che è un trattato), per rincuorarla scrive: “Credetemi, ho vissuto undici anni in Italia e posso ben assicurarvi di essermi annoiata per quanto è possibile”. Ma ha portato con sé l’ostetrico Mariano, che è anche un ottimo medico, e il compositore Traetta, non avendo potuto portare altri famigli per espresso divieto dell’imperatrice.
Isabelle de Bourbon-Parme, a cura di Élisabeth Badinter , “Je meurs d’amour pour toi… “, Livre di poche, pp. 253, € 6

venerdì 17 giugno 2011

I due duellanti – De Benedetti vs. Berlusconi (6)

È attesa ad horas – è in ritardo già di un paio di mesi – la decisione della Corte d’appello di Milano sul processo Cir-Fininvest per la Mondadori. Si sa già che la sentenza non sarà decisiva, e che la partita sarà decisa in Cassazione, quindi fuori di Milano. Come si sa che la Corte d’Appello non darà ragione alla Fininvest, pur riducendo la penale rispetto al primo grado, quando il giudice monocratico le comminò un’ammenda di 750 milioni di euro – alla corte d’Appello è stato “autorevolmente” suggerito (la giustizia a Milano e in Italia si fa così) di ridurre la penale di 250 milioni. Non sarà dunque l’ultimo atto, e probabilmente nemmeno il penultimo, di un “mano a mano” come si diceva nelle corride, di una sfida di bravura fra Berlusconi (Fininvest) e De Benedetti (Cir). Che si rispettano personalmente, ma se le danno senza esclusione di colpi da cinquant’anni, non appena possono. Con De Benedetti, bisogna dire, che rincorre Berlusconi, finora più bravo e più fortunato – più ricco non si sa, essendo De Benedetti da tempo residente fiscalmente in Svizzera.
Sembrano diversi, ma molto hanno in comune. La ripubblicazione recente di Mandeville, “La favola delle api”, il teorico dei “vizi privati pubbliche virtù”, con prefazione di Carlo De Benedetti, meglio sarebbe attagliata, si è detto, a Silvio Berlusconi. Coetanei, De Benedetti del 1934, Berlusconi del 1936, figli di famiglie di media fortuna, l’hanno tentata in proprio comprando e vendendo immobili, la tappa tradizionale per chi ha talento ma non capitali, negli anni del boom. Con pari successo. Poi però Berlusconi le ha indovinate tutte o quasi, De Benedetti le ha fallite tutte o quasi. Berlusconi s’è fatto imprenditore, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità, infine nell’editoria, tre settori dove ha sempre guadagnato – non ha mai licenziato nessuno (il che, nelle logiche milanesi, è un caso unico e forse un miracolo). De Benedetti ha tentato la finanza, con esiti alterni: ha fallito la scalata a Société Générale, alla Sme e a Mondadori, nonché alla Fiat, l’episodio forse più increscioso, dove già in novanta giorni era riuscito a operare contro gli Agnelli che l’avevano nominato amministratore delegato. E dove è riuscito c’è l’ombra dell’usura, nel Banco Ambrosiano di Calvi, e nell’acquisto del gruppo L’Espresso-Repubblica, con evizione di Scalfari. O della speculazione: l’acquisto-vendita di Buitoni, e l’acquisto-vendita di Omnitel-Vodafone - qui a ottimo prezzo, con un guadagno netto in pochi mesi di tredicimila miliardi di lire del 1996, ma la licenza Omnitel aveva avuto con una serie d’incontri, anche conviviali, con Berlusconi e i suoi collaboratori a palazzo Chigi sul finire del 1994, qualche giorno prima di “segarlo” con i suoi giornali. Dappertutto De Benedetti ha seminato licenziamenti, e quando ha tentato l’imprenditoria, alla Olivetti, è finito addirittura in un fallimento.
La sfida continua nei media. Anche in politica, per la verità. Con identico schema, se ci si rifà alla cosiddetta Prima Repubblica, quando gli schieramenti avevano senso. Dc con appoggio socialista Berlusconi, Dc con appoggio comunista De Benedetti. Berlusconi tra Andreotti (tenne fermo il governo contro la dimissione di cinque o sei ministri demitiani contro Berlusconi…) e Forlani, De Benedetti con De Mita - che impose a Scalfari e Caracciolo, quanto di più lontano da questi due snobbissimi - e Prodi.
In politica in astratto non c’è gara, De Benedetti non corre. Non personalmente. Persegue però con determinazione, da almeno trent’anni, il disegno di fare un centro-sinistra a guida centrista, che, bisogna concedergli, non è facile. È stato aiutato da Prodi in affari, nelle dismissioni Iri, e ha aiutato Prodi nelle vittorie elettorali – con un contributo che lui ritiene determinante, e probabilmente lo è stato. Ma essendo fortemente prevenuto contro gli ex Pci, D’Alema soprattutto e alla fine anche Veltroni, si trova sempre a metà strada. Una rivincita è ora dietro l’angolo, con la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica fra due anni, alla quale De Benedetti è attivamente impegnato e che lo sparigliamento di Fini e Casini rende possibile – ma gli resta da convincere Bossi e, sotto sotto, anche Di Pietro.
La sfida vera tra duellanti resta però nei media. Non tanto sulla questione della proprietà. La controversia Cir-Finivest è stata riaperta dal giudice, De Benedetti ne è rimasto sorpreso quanto Berlusconi. Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro. In materia di affari i due non si fanno fregare. La gara è sull’idea: su chi è migliore notabile - editore, padrone occhiuto di giornali e giornalisti, innovatore, padre della patria.
Berlusconi si conferma nelle ultime due consultazioni elettorali, per i Comuni e i referendum, irrimediabilmente antimedia: non capisce nemmeno i segnali evidenti. Pur facendosi forte dei suoi sondaggi. Conferma cioè che è un fenomeno politico antimediatico, e questo potrebbe addurre a suo vantaggio: che è al di fuori dell’opinione pubblica, o populismo che dir si voglia. È padrone dei media, di una parte consistente di essi, ma non li usa o non li sa usare. Per fare soldi sì ma non per fare opinione. E quando l’opinione è netta non la cavalca: si potrebbe dirlo un uomo di principi invece che un opportunista.
Particolarmente significativa è l’insensibilità che Berlusconi esibisce sulla sconfitta di Milano, che è a tutti gli effetti una catastrofe. Anche perché il sindaco e la giunta sono stati i migliori degli ultimi vent’anni. Anche Napoli è una sconfitta, che era una città già conquistata e senza difese. Berlusconi ha capitalizzato sulla voglia di cambiare, di rompere con la morsa del compromesso, e degli interessi costituiti che il compromesso difende. Ma non ha saputo cambiare, e forse non poteva perché il paese non glielo consente – che ora se ne fa beffe. Il paese che è da vent’anni nient’altro che Milano, la sua città, l’establishment di Milano, la parte “migliore”, l’arcivescovado e le banche, che ora rincorrono scopertamente l’ipotesi neoguelfa, della nuova Dc. Il re dei media è il più grande Antipatico e Antipatizzante che sia stato dato vedere in tv – non fosse per l’aspetto burla che la sua maschera sottintende ma non è vero.
È pur vero che Berlusconi re dei media lo è: lui lo pensa, lo vuole. La verità è dunque doppia. E ha un doppio fondo nascosto. Uno è che Berlusconi non fa l’opinione, ma si lascia fare dall’opinione – non fa l’agenda ma la recepisce. L’altro è che si lascia fare da un’opinione contraria – apparentemente contraria? È l’opposizione, non il supposto re dei media, che fa l’agenda in Italia. Quasi ogni giorno con rinnovata verve, e sempre ultimativa: il Grande Centro di Fini e Casini, quello di Montezemolo e Della Valle, quello di Tabacci e Montezemolo, la sfiducia, Zappadu, le minorenni, le escort, il lodo Mondadori, la Carfagna, la Mussolini, e i tanti ministri che gli fanno le scarpe, Alfano, Tremonti, Gianni Letta. Quasi mai un tema è imposto da Berlusconi. Che al contrario non se ne fa scappare nessuno dell’opposizione.
Volendo razionalizzare, questa opinione gli è contraria solo in apparenza: gli consente cioè di governare non governando. Che ne suo caso vuol dire impedire la funzione di governo: catturarlo, farselo prigioniero, per impedirne il funzionamento. Ci sono delle cose che vanno, che sono sempre andate nei suoi due governi – il primo gli fu impedito da Scalfaro. L’adeguamento dei conti pubblici ai parametri dell’euro, per esempio, della stabilità monetaria. La lotta alla mafia, condotta con freddezza, come un dover essere, come deve uno Stato. Il contrasto dell’immigrazione clandestina, che è un malaffare prima che un’opera di carità come dicono i monsignori. Qualcuno (per esempio D’Alema, Napolitano) potrebbe aggiungervi le guerre, la risposta pronta agli appelli degli Stati uniti. Anche la legge Biagi, ma già suo malgrado, e forse senza nemmeno sapere di che si trattava (di stabilizzare il lavoro precario). Ma tutte le cose di cui l’Italia aveva e ha bisogno, che sempre promette, non le ha mai avviate: la giustizia, una delle massime diseconomie dell’Italia; un fisco almeno semplificato, dato che non si può ridurlo; una legge sulla concorrenza che apra un po’ il mercato, alla legalità e gli investimenti esteri; le opere pubbliche (la Milano-Lione, l’Alta Velocità con la Svizzera, il Ponte sullo Stretto, la variante di valico); le leggi sulla bioetica.
Ma sui media come business, la televisione, i giornali, i libri, Berlusconi non ha sbagliato mai un colpo. Mentre è sui media che De Benedetti più soffre di stare indietro a Berlusconi. Senza gelosia: ha offerto a Berlusconi di fare parte dell’ambizioso progetto CdbWebTech, e Berlusconi si lasciò sedurre dall’idea d fare soldi con la rete – salvo defilarsi saggiamente al momento di metterci i soldi veri (fece al rivale un elegante portage pubblicitario). Berlusconi è riuscito in tutto, sa fare perfino i periodici, che per De Benedetti e gli altri editori sono zavorra. Ma soprattutto ha avuto la sua idea: la pubblicità. Un mercato che ha “creato” (trent’anni fa lo portò in pochi mesi da mille a diecimila miliardi l’anno), facendolo fruttare sugli “spazi” gratuiti delle frequenze e dell’Auditel.
De Benedetti, che poteva aver trovato la sua idea nella telefonia mobile, viste le applicazioni che essa oggi consente, anche nel mercato pubblicitario, non ha resistito alla tentazione del superguadagno immediato. Poi, sono ormai una dozzina d’anni, ha puntato sul web. S’informa, anticipa, investe (poco), dapprima con Kataweb, di cui voleva fare una delle famose start-up dot.com, ma non ci riuscì, poi con CdbWebtech, anch’essa virtualmente fallita, ora con “Repubblica” online. Con i tanti progetti di far pagare la lettura, ma coi soli (magri) introiti della pubblicità. E una serie di stati di crisi che hanno minacciato l’integrità patrimoniale dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.

Ombre - 92

Gli Stati usurai delle banche che hanno salvato, su tutti Obama e la regina Elisabetta? Usurai per modo di dire, ma Mediobanca calcola che ci hanno guadagnato 67 miliardi di dollari. Una diecina di manovre cui si sta costringendo l’Italia solo per il caro-denaro.

D’Alema è andato a Milano a lodare un libro di “Esercizi spirituali”, con le prediche quaresimali tenute in Vaticano da un mons. dal Covolo. Erano gli esercizi spirituali del papa e pazienza. D’altronde, un politico va sempre dove lo chiamano, il problema non è D’Alema – Togliatti ha sempre ammirato i gesuiti, cui si devono gli esercizi spirituali. Presenziava anche il rettore benedettino di Camaldoli, l’abbazia specializzata nel dialogo tra le religioni, e dunque l’incontro si può anche rubricare interreligioso. Ma il monsignore predicatore e la Libreria Editrice Vaticana pensano d’illustrarsi con D’Alema, e magari di vendere questi “Esercizi spirituali”, sia pure offerti al papa, agli (ex) comunisti? Poi si dice che non ci sono più credenti.

Con De Magistris Napoli si è assicurato un forte ariete per dare la colpa “agli altri”. Il neo sindaco ha fatto in fretta a riempire la città d’immondizia. Dopodiché ne ha dato la colpa al governo.

La prima decisione della giunta De Magistris a Napoli è “termovalorizzatore mai”. Il giudice mantiene gli impegni.
Ma non si può dure che non sia previdente: l’impegno fa prendere e annunciare dal vice Caputo, che il Mattino chiama “comunista gentile”, ben voluto dai parroci. Non si sa mai che la Procura cambi, e invece del gentile procuratore Lepore ne venga un altro. Si tratta infatti di un favore alla signora Marilù Faraone Mennella, sposa dell’ex presidente della Confindustria D’Amato, che su terreni del termovalorizzatore ha in progetto una valorizzazione immobiliare plurimiliardaria, NaplEst.

“Sgarbi ha smascherato l’Italia”. L’Italia intellettuale, la “corruzione degli intellettuali”. È l’argomento del fogliettone (la terza pagina) della “Süddeustsche Zeitung” giovedì, un giornale non simpatetico politicamente.
Il giornale filosocialista di Monaco spiega ai suoi lettori in che cosa è consistito il “padiglione Italia” a Venezia. In una congerie di opere di “amici, parenti, amanti” degli intellettuali d’Italia. I migliori, Eco, Magris, non esclusi: invitati da Sgarbi a segnalare un’opera, tutti hanno segnalato roba mediocre e di nessun interesse culturale, ma di persone a loro vicine.

È estate, Berlusconi torna in Sardegna, Zappadu torna a fotografarlo, mentre saluta grazioso con la manina, e “L’Espresso” torna a pubblicare le foto di Zappadu. Ora, facendo il giro inverso, “L’Espresso” continua a pagare Zappadu alle Bahamas? E Zappadu non pagherà le royalties a Berlusconi alle Caimane? Perché, se così è, il lettore dell’“Espresso” non è perseguibile, in quanto stimola e anzi finanzia l’evasione fiscale?

Allontanano Santoro quando gli veniva utile: un paio di serate con De Magistris e Berlusconi avrebbe rivinto le elezioni – ce n’è sempre una. Si conferma che i media, se sono influenti per gli insuccessi, non lo sono per i successi di Berlusconi: ha vinto, quando ha vinto, senza i media.

Devastante dossier di “Famiglia Cristiana” sulla guerra alla Libia. Marinella Correggia vi documenta le false informazioni (via Twitter) su cui la guerra è nata, e tutte le “bugie di guerra” che hanno accompagnato la crisi libica da subito (numeri assurdi di morti e feriti, con le solite storie di mercenari e cecchini – mancano gli stupri).
Il settimanale critica naturalmente il governo, perché è antiberlusconiano. Ma non cita, nemmeno per errore, Napolitano che la guerra ha voluto. I preti non cambiano mai.

“Famiglia Cristiana” critica la guerra alla Libia sulla base dei dati di una “Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese” – è l’attivista “l’esperto camerunese di geopolitica Jean-Paul Pougala (docente a Ginevra)” citato più avanti? O Gamannossi è anch’essa invenzione della rete?

I big berlusconiani di Roma, Polverini, Alemanno, vanno al corteo gay e si fanno fischiare come fascisti. Dopo che – il sindaco Alemanno – hanno pagato il concerto di Lady Gaga, di cui Roma sentiva la mancanza, invece di chiederle le royalties per lo spot sullo sfondo del Colosseo. O non ci sono andati per farsi fischiare? Per la politica dell’apparire: sparlate di me purché ne parliate?

Si fa festa per il successo dei referendum come di un successo della rete. L’Italia insomma si vuole l’Iran, non potendo essere l’America – dove la rete ora batte per la destra. Mentre è un successo dei giornali, che sono andati ovunque esauriti in prossimità delle scuole seggi elettorali. I giornali lo sanno ma non lo dicono, preferiscono elogiare la rete.

Cortei gay a Roma. “Il Messaggero” e il “Corriere della sera” li celebrano, ma curiosamente a imbuto: due milioni sono attesi in prima pagina, un milione nel servizio di cronaca nazionale, e trecentomila in quelli di cronaca romana. Il giornale si vende di più se le spara più grosse?

Saranno tre mesi, o quattro che l’Italia bombarda le città in Libia, ogni giorno, ed è come se non. Una mancanza di sensibilità che sarebbe incredibile, se non fosse vera.

Il Pd accusa il Tg 1 d avere fatto propaganda elettorale dicendo sabato che domenica sarebbe stata calda e assolata. Sembra una furbata, di farsi propaganda con niente, ma è un abito mentale, talmente e rozzamente totalitario che sembra incredibile. A opera di (ex) comunisti, e di preti (mancati).

The man who screwed an entire country”, l’uomo che s’inculò un paese, è il titolo grazioso dell’“Economist” per un’inchiesta sull’Italia. Condotta da un bel giovane che il “Corriere della sera” e l’ineffabile Severgnini subito incensano. Tradotta con riverenza e pubblicizzata dall’“Internazionale”, una rivista che pure non può permettersi tanta costosa pubblicità sui quotidiani. Una cosa che l’“Economist” non oserebbe per il Botswana. Ma a Milano buggerare si conferma normale.

giovedì 16 giugno 2011

Gates e la Libia fanno paura a Obama

Quella di Libia è una guerra di Obama, ma una guerra a malincuore. Una decisione presa dal presidente contro le perplessità, anche manifeste, del suo ministro della Difesa, Robert Gates. E più la guerra si trascina più diventa difficile per Obama sostenerla. Perché già si comincia a organizzare la campagna elettorale per le presidenziali fra sedici mesi e Gates potrebbe concorrere nel campo repubblicano. Dove non avrebbe rivali, e sarebbe allora un avversario difficile per Obama – più di un rappresentante dei tea parties (per non dire di una rappresentate).
Più defilata di Obama sulla guerra di Libia, e d’accordo con Gates, è Hilary Clinton. Al suo dipartimento di Stato hanno grande stima delle qualità politiche di Gates. Che non è una “colomba”: è uno di quelli che alla Cia, dove ha fatto carriera, voleva bombardare i sandinisti in Nicaragua. Ma non dove le guerre non si vincono facilmente. Gates è stato il ministro della Difesa di Bush dal 2006, in sostituzione del “falco” Rumsfeld, che aveva fallito la “pacificazione” dell’Iraq e dell’Afghanistan. E per la sua moderazione era stato confermato da Obama.

E adesso, povera Nato?

Se Gheddafi non si suicida potrebbe finire male. A cinquanta giorni dall’ingresso dell’Italia nei bombardamenti, il 26 aprile, e a cento dall’inizio delle operazioni cosiddette Nato in Libia non se ne vede la conclusione. Anche perché non si sa quale dev’essere. E i governi cominciano a ripensarci. Per i costi e non solo. A cominciare da quello americano, e da Sarkozy e Cameron, che diradano l’impegno. Praticamente, a bombardare è rimasta sola l’Italia.
La resistenza del colonnello ha fatto sorgere brutte ombre a Bruxelles, al quartier generale dell’Organizzazione atlantica. Per un diffuso senso d’inutilità. La facile missione militare in Libia ha avuto paradossalmente l’effetto di mettere l’Alleanza di fronte alla domanda: che ci sto a fare? Il disorientamento è palese nel segretario generale Rasmussen, la cui ultima uscita, ormai remota, è stata per dire: “Non sappiamo quando la guerra finirà”. E le diplomazie accreditate non hanno mancato di segnalarlo. La Nato sa solo che non può ritirarsi, sarebbe una sconfitta.
Anche gli alti vertici militari, in Italia e altrove, sono preoccupati. Non sono critici, il loro primo riflesso è di difendere le spese militari, sempre e comunque. Fronteggiano così un altro paradosso che la crisi libica sta montando: l’indifferenza, delle popolazioni e dei governi. Ci sono bombardamenti ogni giorno, massicci e cruenti, ma non emozionano nessuno, neppure in senso critico. L’esito potrebbe essere, una volta conclusa in qualche modo l’avventura libica, un abbandono sostanziale delle politiche militari e di armamento.

mercoledì 15 giugno 2011

La Rete beniamina della disinformazione

Il caso di “Amina”, la giovane oppositrice siriana inventata da un blogger americano, ha confermato quanto si sa: che la rete è veicolo di propaganda tanto efficace quanto inattendibile. Tutto vi può essere manipolato, comprese le reti Facebook. E perfino le immagini, anche senza ricorrere al Photoshop. Il fatto è evidente e non serve spiegare il perché e il come. È noto anche ai grandi gestori del mercato Internet, che si pongono il problema di come bonificare la rete per renderne più verificabile la consistenza ai fini commerciali (pubblicitari). Anche se “Amina”, bisogna dire, ha superato ogni possibile credulità. “La blogger Amina Abdallah Aref, 36 anni (ottima foto a colori), diventata negli ultimi mesi una eroina della rivolta in Siria, è stata “rapita”, da “tre ventenni armati”, secondo un messaggio pubblicato dala cugina nel blog”: questa “notizia” campeggiava in prima sui giornali italiani ancora l'8 giugno - ma non solo nei giornali italiani. Il tg di Sky si avventurava a mostrare un rapimento cinematografico in ambito urbano con attori giovani per sceneggiare la “notizia”.
Si sa come è fatta la rete, senza controllo, è il suo pregio. Ma è per questo rischiosa, anche questo si sa, ma volentieri si trascura. Google è il maggior fornitore di conoscenze. Necessariamente selettivo, anche se non preconcetto o schierato, non che si veda: chi fornisce informazione fa una selezione e dà un orientamento. Questo è vero di qualsiasi mezzo d’informazione, ma sulla rete il controllo sociale e fattuale non esiste più, la “nuvola” informativa è una realtà dai limiti irraggiungibili. Peggio, nel senso della qualità dell’informazione, con Twitter e Facebook, formichieri voraci di ogni sostanza, anche escrementizia.
Sul piano politico l’incontrollabilità della rete era passata finora sotto silenzio perché denunciata da regimi non difendibili, come la Cina e l’Iran. Ma si sa, è notorio, e prima di tutto ai servizi segreti che la manipolano, che la rete è manipolabile – un tempo si sarebbe detta veicolo di disinformazione. Più nei regimi monocratici (contro i regimi) meno in democrazia. Ma anche in democrazia è efficace: su tutte valga la corsa dell’outsiderissimo Obama. Con una differenza insidiosa rispetto alle forme di propaganda politica tradizionali: che si avvale del crisma della verità e dell’autorevolezza.
Tutte la propaganda politica capitalizza sulla buonafede del pubblico. Ma la rete di più. Perché la politica tradizionale ha varie modalità di controllo, mentre la Rete si vuole – si presume – spontanea, democratica, e non influenzabile. Ma è la più influenzabile di tutte. I referendum sull’acqua, e anche quello contro il nucleare, ne sono un esempio. “La Repubblica” ne ha tratto l’abbrivo per un movimento degli indignati o della società civile, col sociologo Diamanti che subito teorizza “il popolo dei disobbedienti”, mentre invece i tre referendum rispondevano agli interessi delle due forme di corruzione oggi dominanti in Italia, quella degli amministratori locali, sempre più bulimici, e quella “verde” delle produzioni organiche e delle energie alternative.

Nord e Sud all’assalto dell’acqua

Hanno brindato e ora vanno all’incasso: le amministrazioni comunali, soprattutto del Centro-Nord, che in virtù dei referendum sono tornate padrone incontestate del patrimonio idrico. Mentre al Sud l’incauto Vendola vuole fare dell’Acquedotto Pugliese, suo monumento alla vergogna, un bastione “rivoluzionario”, come dice lui, inattaccabile, le giunte di sinistra al Centro e quelle leghiste al Nord sono subito partite all’attacco per rinegoziare le con cessioni. Quasi tutte con proprie concessionarie, con società dell’acqua cioè a maggioranza pubbliche sebbene di diritto privato. Ma l’occasione è ghiotta per imporre tariffe più alte (referendum?), dovendo escludere ora le partecipazioni private.
Mentre Vendola insomma si limita a qualche posto in più, ritrasformando la Spa Acquedotto Pugliese in ente, al Centro-Nord gli amministratori locali passano all’incasso. È una sorta di riappropriazione “privata”, cioè a fini particolari benché opera di amministratori pubblici, che i referendum contro la legge Ronchi era intesi a promuovere, e l’effetto è immediato. La legge tendeva a fare dell’acqua un patrimonio “pubblico” nel senso più completo, cioè da amministrare oculatamente. Mentre era e sarà vista come una fonte d’introiti per i sindaci bulimici.
Il caro-acqua potrebbe serre anche consistente. È a questo punto, cioè dopo i referendum, che il fatto curiosamente emerge sui grandi giornali d’informazione. “Senza i privati\ più tasse o tagli”, ha strillato ieri il “Corriere della sera” in prima pagina. Dopo aver proposto i referendum come una festa. Anche “Repubblica” e “Il Sole 24 Ore”. Oggi il “Corriere della sera” riscopre i vecchi dati (di almeno vent’anni) sullo sperpero dell’acqua: che il Veneto delle montagne e il Piemonte orientale non pagano l’acqua, che Milano la paga un decimo di Roma, etc . È un po’ la riscoperta dell’acqua. Che però, se ha un significato (ce l’ha), dice che pagheremo l’acqua molto più cara, proprio grazie ai referendum.

Confindustria sopravvive, forse, come centro studi

Marcegaglia ministra con Casini, il palazzo di viale dell’Astronomia venduto e affittato, in parte, e la centrale degli imprenditori ridotta a centro studi. Lo pensavano da tempo gli associati di Confindustria, lo dice Marchionne, cioè la Fiat, con l’enorme corteggio della componentistica, lo temono i tanti dipendenti, soprattutto quelli delle sedi distaccate – a Roma una rappresentanza ci dev’essere. La casa editrice del “Sole 24 Ore” rimane l’unico baluardo solido della fluttuante organizzazione degli imprenditori, ma gli acquirenti non mancano.
La presidenza Marcegaglia sarà stata il requiem della Confindustria. Che ha utilizzato in funzione delle sue ambizioni politiche. Trascurando i problemi centrali, che sono scoppiati indipendentemente, della contrattazione e della fiscalità, e parafiscalità. Su entrambi gli scacchieri, peraltro, quando si sono aperti, la presidenza Marcegaglia è sembrata, più che inerme, spettatrice condiscendente, sempre in subordine alle ambizioni politiche della presidente.
È stata una coincidenza ieri, ma è la realtà di ogni giorno, il feroce contrasto tra la presidente impegnata nel solito colloquio inconcludente con la segretaria della Cgil Camusso, mentre l’amministratore delegato della Fiat la accusava ferocemente, incontestato: “Non vogliamo rimanere associati in un’organizzazione che offre ostacoli legali, che dà opportunità a persone che hanno perso il referendum di appigliarsi a procedure legali e su accordi legali che non ci interessano”. A un terzo “tavolo”, come si dice in viale dell’Astronomia, Tremonti spiegava la sua riforma del fisco.
I giornali minimizzano le parole di Marchionne (“Il Sole 24 Ore” gli ha fatto dire: “Apprezzo quello che sta facendo Confindustria”). Ma la deriva appare ai più inarrestabile: il sentimento è alla sfiducia.

La patria francese

Dal Diario politico di cinque anni fa, il 14 giugno 2006:
“Chirac al premier: «Finalmente l’Italia torna in Europa»”. Il premier è Prodi. Chiunque sarebbe imbarazzato di sentirselo dire. Da Chirac poi, presidente squalificato e personaggio inquisito. Non Prodi, né “la Repubblica” che così orgogliosamente titola.
È il partito francese, per il quale Bnp può prendersi Bnl al ribasso, mentre a Enel per il gas in Francia si danno sberloni. Un partito gratuito s’intende, entusiasta di suo – s’accontenta di una Legion d’onore – una promessa di – e un coppa di champagne, anche scadente, quello del 14 luglio, rimasto dall’anno scorso…
O è il bon ton di una certa sinistra, quella che lo teorizza? Sempre “Repubblica” fa dire napoletano Vittorio De Seta, come complimento: “Io, aristocratico, faccio del cinema un’arte per il popolo”.

lunedì 13 giugno 2011

Due (o tre) referendum per la corruzione

“Risultato storico” dicono i commenti, e dunque l’Italia stabilirà anche questo primato, di un referendum, anzi due, a favore della corruzione. I due referendum sono quelli sull’acqua, le tariffe e la gestione, che hanno trainato il voto, specie quello femminile, delle suore comprese. La bocciatura del governo, e in particolare di Berlusconi, sicuramente ha portato molti al voto, ma quello che fa il “risultato storico” è l’acqua: è lo slogan “non ai privati” che ha “mobilitato le masse”. Un duplice effetto calcolato dai promotori: attrarre il voto ingenuo con l’acqua inalienabile, e gli amministratori locali con una cornucopia su cui essi si sono buttati con scontata unanimità – i referendum hanno portato alle urne tutte le regioni, anche quelle che votano per il governo, in testa i buoni amministratori leghisti (è proprio vero che la Lega non si perde un alito di vento, non per nulla è lombarda).
Che Bersani e Di Pietro, il partito Democratico e quello dei moralisti, abbiamo promosso o votato il referendum, dopo aver promosso e votato la privatizzazione quando erano al governo, è un fatto grave ma non è il più grave. In un altro contesto un risultato 96 a 4 sarebbe stato preoccupante o da ridere. Nella grassa cultura borghese italiana è occasione di gioia e manifestazioni di piazza, come di chi avesse preso la vacca per i coglioni – ma senza dirlo alle anime candide, femminili, maschili, e del terzo genere. Perché i referendum hanno, evidente ma non abbastanza evidentemente, una verità surrettizia, non ignota ai promotori e ai celebratori: la “volontà popolare" è sempre molto privata, di parte.
Il voto sul nucleare è dannoso, posto che non ci sono progetti di centrali, quello sul legittimo impedimento superfluo - Berlusconi se la caverà comunque. Il risultato cercato, sotto le spoglie dell’antiberlusconismo, è la rinegoziazione degli appalti ai gestori idrici - la rinegoziazione costante è, si sa, la chiave maggiore della corruzione. In tutti i casi, in particolare nelle regioni del voto record, in Toscana e in Emilia Romagna, in cui da tempo la gestione è privatizzata perche più economica. Nei casi in cui la gestione resta pubblica, che poi sono praticamente uno, il famigerato Acquedotto Pugliese, si continuerà come per il passato, tra sprechi, sottogoverno e veri e propri casi, anche se limitati nel complesso della disfunzione, di corruzione (forniture non pagate, sottrazione di forniture). Quanto alle tariffe si sa che c’è poco da fare: purtroppo sono alte, e più lo saranno, per la bulimia insaziabile degli amministratori locali, come per la spazzatura e gli altri servizi di prima necessità.
Sono stati referendum che un tempo si sarebbero detti partitocratici, per riportare i servizi essenziali sotto le ferula dei partiti, e più nella loro espressione peggiore, quella locale. Naturalmente al coperto delle politiche ecologiche, che sono diventate la stella, purtroppo incontrollata, del sottogoverno. Alla luce della quale anche il referendum contro il nucleare assume una luce sinistra: è la benedizione delle fonti cosiddette alternative, che non sostituiscono il petrolio ma si mangiano miliardi di euro, ogni anno. Un furto legalizzato, una miniera inesauribile per i corrotti, un pozzo di San Patrizio della criminalità economica, dalla Borsa agli importatori dalla Cina.

Una tripla sberla all’Italia che si celebra

La tripla vita che Michele Sparacino non ha avuto. Non ha potuto avere per la stupidità e l’insolenza dell’“Italia”: colpevole di ogni misfatto quand’era in fasce, insolentito e minacciato quando in guerra obbediva da eroe, Milite Ignoto al Vittoriano esumato dalla sepoltura anonima. Un “timpuluni”, direbbe Montalbano-Camilleri, una sberla all’Italia che si celebra, politica e giornalistica. Il primo di una serie di quindici racconti che Camilleri ha scritto “per divertimento”, spiega in un lungo colloquio con Francesco Piccolo che prende la maggior parte del libro e non è meno saporito del racconto.
Nel colloquio Camilleri, felicemente appagato, spiega la sua “carriera” di inedito. Il rapporto col padre mussoliniano. Il metodo di lavoro, estremamente ordinato: ogni Montalbano è di 180 pagine word, divise in 18 capitoli, di 10 pagine l’uno, ogni racconto di 24 pagine divise in 4 capitoli di 6 pagine l’uno. La sua lingua, nata su Pirandello: su uno scritto del 1898 (“Quando un piemontese e un siciliano si incontrano come parlano? In realtà traducono dal loro dialetto”), e sul suo adattamento dialettale del “Ciclope” di Euripide, teatrale, per cui il dialetto si modella sul personaggio, sul censo, il ruolo, la classe o l’ambizione sociale – un uso già molieriano. Come dire insomma che la felicità del racconto, o c’è o non c’è.
Andrea Camilleri, La tripla vita di Michele Sparacino, Bur, pp. 93 €8

La sordità resta sorda al racconto

C’è la meschina vita accademica, l’ormai ricorrente magliara americana (giovane e anch’essa universitaria), la sordità, coi personaggi classici della sordità, Goya, Beethoven, e tutta la tecnica degli apparecchi acustici, così varia e più spesso inutile, perfino dannosa, e c’è la vecchiaia (l’inattività, il padre, la decadenza fisica, le case di riposo, i pranzi di Natale….). Una prova di bravura: cecità e sordità non essendo dolorose né mortali, sono handicap singolarmente trascurati dalla ricerca e dalla stessa terapeutica, se ne sa oggi quello che si sapeva un secolo fa, niente, soprattutto in ordine alla prevenzione e alla cura, ci vuole bravura per parlarne. Anzi un tour de force, considerando che il “romanzo” è anche sulla linguistica. L’editore italiano intitola “Il professore è sordo”, della serie “Il Professore” (va al congresso, torna al lavoro….), mentre l’originale è un ambizioso “Sentenza di sordità”, come sentenza di morte, “Deaf sentence”. Tutto ciò sul presupposto che “la sordità è comica, come la cecità è tragica”. Ma l’esito è meno ilare – meno veloce – degli altri, l’argomento, sordo, prende il sopravvento. Perfino stereotipato, del genere, se ce n’è uno, narrativa inglese: ironico, anticattolico (il protagonista ha una seconda moglie cattolica), misogino, o misantropico, sessuofobico.
Il narratore, professore emerito di Linguistica, ha una certa età, e quindi il problema è anche suo: “Che vivo a fare, quando i rapporti sessuali e sociali sono anch’essi effettivamente finiti?” Poiché è lo stesso personaggio che ce lo racconta, divagando tra la prima e la terza persona, un esito possiamo escluderlo dall’inizio. Ma il “romanzo” si svolge proprio attorno a una ricerca di dottorato sugli ultimi messaggi dei suicidi e pseudo suicidi. Il suicidio, così popolare ultimamene, da Vila-Matas a questo Lodge, e a un numero elevatissimo di siti Internet, in linea con l’eugenetica, e col senso di crisi di questo mondo occidentale straordinariamente ricco e protetto, non è simpatico – anche nella forma degli attacchi suicidi che fanno la storia ormai da quindici anni, dalla seconda Intifada. L’unico personaggio vivo resta alla fine la ragazza americana imbrogliona, che si finge ricercatrice delle ultime lettere dei suicidi.
David Lodge, Il Prof è sordo, Bompiani, pp. 448, € 19,50 euro

domenica 12 giugno 2011

Il mondo com'è - 65

astolfo

Calciopoli – Sarà Napoli a condannare Moggi come ha già fatto con la Juventus, lo “scandalo” è tutto napoletano, del neo assessore Narducci dell’ammazzasentenze De Magistris. Ma ha avuto un distinto flair politico. È la ministra Melandri che nomina alla Federazione calcio Guido Rossi, ex senatore del suo partito, avvocato di Moratti, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter. Che affida la giustizia sportiva a Borrelli, il feroce anti-Berlusconi. Si può dire l’iniziativa ulivista antimonopolista: Melandri, ministra di Prodi, castiga lo strapotere di Juventus e Milan. Opure a favore di Moratti e l’Inter. Gratuitamente, questo è sicuro.

Guerra - Ha perduto in Libia la colorita infiorettatura che l’aveva sdoganata dopo la caduta del Muro. Di guerra umanitaria, difesa attiva, protezione dei diritti di libertà, per conto dell’Onu. Per aver acquisito un fondo routiniero e quasi normale, uscendo dall’eccezionalità? È il caso di questa guerra, che non fa notizia, non per le distruzioni, ma nemmeno per i morti, i feriti, i profughi, il traffico di braccia che dietro a essa si nasconde. Non ha avuto nemmeno bisogno di giustificarsi: non viene dato nessun motivo per cui l’Italia, o l’Onu, fa la guerra alla Libia – salvo sostenere una fazione in un colpo di Stato non riuscito, ma anche questo motivo è fatto valere con riserva. Si può dire la pace fatta di tante piccole guerre, purché a danno di altri, di chi non conta o non può contare, in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia.

Italia – Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico: la democrazia economica. Nei limiti in cui la democrazia si può realizzare, e comunque più che in qualsiasi altro paese al mondo - anche un po’ al di là di questi limiti, l’anarchia riuscendo a combinare in un sistema produttivo. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. La tiene lontana un baluardo di privilegi, o aree di rispetto – o d’inefficienza: si vuole non dover fare qualcosa. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, magistrati, funzionari, militari d’ogni specie, le polizie comprese, politici, giornalisti, è passato al paese tutto. Il sistema è sovietico di tipo brezneviano: ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. E come in quel modello, tutti però sono superefficienti nell’attività privata, fuori orario esentasse.
La Repubblica berlusconiana ne è una personificazione: persone stimabili nelle loro attività (professionali, manageriali) diventano inefficienti in quella pubblica. Anzi, già incapaci: la funzione è diventata fisiologica.

“K” – Il “fattore K”, che si vuole abbia dominato la politica italiana fino alla caduta del Muro (“K” per partito Comunista), viene imputato a vincoli internazionali: gli accordi di Yalta, la spartizione dell’Europa in zone di influenza, e gli Usa, l’impero americano. Un condizionamento che resta però da dimostrare, i documenti finora pubblicati mostrano gli Usa curiosi del Pci ma non ostili, malgrado il tanto parlare di golpe e organizzazioni paragolpistiche (materia sicura di propaganda sovietica). Mentre si sa, anche se non si dice, non si analizza, che il Pci non è andato al governo perché ne è stato incapace.
Incapace di alleanze: o troppo servile, verso i preti, o troppo faziosi, con le altre sinistre. Inetto nell’amministrazione: troppo monopolista politicamente, poco innovativo, poco creativo (vedi Firenze e Bologna), conservatore e, localmente, molto corrotto, seppure a favore del partito. Maneggione e distruttivo nei settori che ha condizionato grazie all’egemonia culturale: editoria, magistratura, università. Un’egemonia che bisognerebbe dire professionale (per i burocrati della cultura) e non culturale: il suo cinema, la sua televisione, la sua letteratura sono irrilevanti, e tuttavia è stato ed è (attraverso il partito Democratico) monopolista durissimo. Interessato unicamente alla gestione del potere, l’insegnamento di Togliatti. Incapace di una proposta economica e sociale (lavoro, mercato, redditi, previdenza, assistenza), ma forte della conservazione.
Se si volesse razionalizzare, bisognerebbe concluderne che il Pci non ha voluto governare, contento di gestire il potere con la rendita di posizione dell’esclusione – da martire, per farsi perdonare le colpe. La “resistenza” berlingueriana al governo nel 1975-76, un voto trionfale disperso nei governicchi di Andreotti, i più squalificati della Repubblica, ne è il test-case. Ma è sbagliato razionalizzare: semplicemente il Pci non è stato e non è la parte migliore della società, quale pretende di essere, esclusa dal governo dalla protervia americana. Gli Usa sono naturalmente imperialisti, ma praticano – hanno praticato fino agli anni di Reagan - una politica di contenimento e non di attacco alle posizioni comuniste, una politica di difesa. Hanno poi trovato più comodo assumere l’iniziativa, nel nome dei “diritti civili” (di civiltà?), da Carter in poi. Ma in Italia hanno trovato un presidente del consiglio ex Pci, Massimo D’Alema, e un presidente della Repubblica ex Pci, Giorgio Napolitano, quali più ciechi servitori nelle loro guerre.

Libia – La guerra civile in corso, per di più combattuta da una parte by proxy, con gli arsenali micidiali dell’imperialismo, vi lascerà odi inestinguibili, oltre alle distruzioni che tutto il paese pagherà a caro prezzo, vinti e vincitori. La Libia viene peraltro da una storia millenaria di abbandono, eccettuati i quattro decenni di Gheddafi. Ma era il nome delle meraviglie in quasi tutti i riferimenti classici. In quanto Africa del Nord, e in quanto Libia come modernamente detta.
Era il Giardino delle Esperidi di cui favoleggiavano i greci, “ombroso di alberi che s‘intrecciano l’uno con l’altro tanto sono fitti, loti, meli di ogni tipo, melograni, peri, corbezzoli, rovi di more, viti, mirti, allori, edere, olivi, oleastri, mandorli e querce”. Era il luogo dei lotofagi, abitanti “tutti biondi e bellissimi”. La Grecia fu “colonizzata” dalla libica Demetra. San Giorgio, che era allora un cavaliere, liberò la figlia del re di Libia dal serpente – la Libia era allora l’Occidente.
Il Gebel Akhdar, la montagna verde tra Bengasi e Derna, abbandonata per secoli, rifiorita con i coloni italiani, abbandonata di nuovo alla loro cacciata nel 1970, Omar Muntasser, allora ministro dell’Economia di Gheddafi, tentò trent’anni fa di ripopolare con coloni italiani pagati come i tecnici, ma la bonifica s’imponeva pesante, scavare pietre, e l’offerta non ebbe successo.

Sofri – Si può dire esemplare della sindrome di Stoccolma, che dunque c’è. “Appeso” volenteroso ai suoi carnefici, gli ex Pci e i giustizialisti di De Benedetti (“Repubblica”, “L’Espresso”), più qualche neo andreottiano. Che tuttora non lo giudicano incolpevole, un non assassino condannato ingiustamente e anzi protervamente, ma un colpevole sui cui esercitare un po’ di compassione. Legati a filo doppio, protettori-protetti, ai sette tribunali che contro ogni evidenza l’hanno condannato.
Certo, bisogna difendersi con tutti i mezzi. Ma allora conveniva farlo prima, prima di essere condannato e avere scontato la pena, rimettendoci la salute, e meglio ancora preventivamente. E bisogna, certo, sape perdonare, ma cristianamente e non gesuiticamente.

astolfo@antiit.eu

Colpire Moggi per colpire Geronzi - Roma

Dal Diario politico di cinque anni fa, il 12 giugno 2006:
Girano solo apparentemente ridicoli gli inverosimili Libri Neri del calcio del maggiore Auricchio. Il cerchio invece si stringe: dopo Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia, Cesare Geronzi. E la fine di Roma come centro di potere bancario. Il cerchio sull’obiettivo vero, i cui effetti dureranno: annientare la Banca d’Italia come centro dipotere morale, e cacciare Geronzi da Capitalia, dei cui delicati equilibri è arbitro e gestore. Senza distruggerlo. Basteranno gli affari della figlia, l’affitto della Gea, la fiduciaria Banca di Roma, quanto basta per farlo decadere dal consiglio Mediobanca, e quindi da Capitalia.
I movimenti a tenaglia di “Repubblica”-De Benedetti e “Corriere della sera”-Passera sono perfino dichiarati, benché criminosi, sulla Banca d’Italia e su Capitalia. Cioè su Roma, quello che resta di Roma, e le quote romane di Mediobanca e di Generali.