Cerca nel blog

sabato 15 giugno 2013

Caselliani e grassiani in lotta a Palermo

Con perfidia presaga, Giorgio Mulé aveva scaricato già tre settimane fa online, dopo la condanna irrogatagli dalla giudice Interlandi, cosa aveva detto Messineo interrogato a Milano sulla sua causa penale per diffamazione. Dall’interrogatorio si arguisce che al Pubblico ministero “dottoressa Mentasti “ (la dottoressa si chiama Lorena, ma non ha nome), che evidentemente poi ha chiesto la condanna, la questione non interessa. Che alla giudice Interlandi interessa poco: ogni tanto si distrae e trova troppo lungo l’articolo di “Panorama”. Che Messineo conferma che non solo “Panorama”, ma anche “La Stampa” e “Repubblica” lo avevano trattato male. Ma soprattutto che il Csm lo aveva già scagionato di tutte le vicende di cui ora gli fa colpa. Si può cambiare opinione, ma chissà perché il Csm lo ha fatto alla (quasi) unanimità.
Buona parte dell’interrogatorio, soprattutto quello dell’avvocato Smuraglia che rappresentava lo stesso Messineo, riguarda la divisione alla Procura di Palermo fra “caselliani” e “grassiani”. Una faida, non c’è altra parola. Qualsiasi altro giudice ne sarebbe rimasto impressionato.

Il giudice da non credere

Il giudice con la barba Oscar Magi ha scritto al “Corriere della sera”. Contro un articolo di Ostellino. Una lettera più lunga dell’articolo. Laicità oblige e Ferruccio de Bortoli l’ha messa in prima pagina. Senza replica di Ostellino. Cui ha concesso oggi di rispondere nella pagina dei commenti.
Dice il giudice Magi che lui (ma precisa: “il collegio” - cioè lui e la giudice Guadagnino, che sempre s’infila nei processi di Berlusconi) non ha condannato Berlusconi perché ha pubblicato la frase di Fassino a Consorte: “Abbiamo una banca”. Ma perché ha pubblicato una frase. Mettiamo che Fassino avesse detto: “Oggi è una bella giornata”., e Berlusconi avesse pubblicato la frase, il giudice con la barba, pardon “il collegio”, l’avrebbe condannato uguale. Sarà vera la barba del giudice?
Ostellino, probabilmente l’ultimo panda liberale allo zoo, merita leggerlo per intero: 
http://archiviostorico.corriere.it/2013/giugno/15/Segreti_ufficio_liberta_giudizio_co_0_20130615_986ede76-d580-11e2-96ac-a92e9f2e217a.shtml
Ma anche il giudice con la barba merita la lettura – anche se per il lettore-contribuente la lettura sarà un torcibudella:
Per chi non avesse voglia di leggere tutto il giudice, valga l’estratto centrale: “Il contenuto della conversazione, quindi, è del tutto irrilevante, mentre non lo è il movente che, secondo la sentenza, ha indotto Silvio Berlusconi a concorrere nella sua diffusione, vale a dire l’offuscamento d’immagine che ne sarebbe derivata al Pd e all’allora suo segretario, da sfruttare nella successiva tornata elettorale. L’attività di appropriazione e divulgazione di notizie che avrebbero dovuto restare segrete, dunque, è reato, indipendentemente dalla loro eventuale portata offensiva, nei confronti di chicchessia”. Abbiamo una banca, cioè, è irrilevante. Anche se di eventuale portata offensiva. Non solo, doveva restare segreto.
Questo dopo aver ribadito di aver condannato Berlusconi per “rivelazione di segreto d’ufficio”. Abbiamo una banca era un segreto d’ufficio? Di quale ufficio? Roba da non credere.

Compromesso venefico, per i comunisti

“Un’altra maggioranza se Berlusconi decide di far cadere il governo”. Sembrerebbe ovvio, ma è una minaccia al governo. Il messaggio che Bersani ha fato passare oggi, con Cazzullo e il “Corriere della sera”, è che Letta non avrà vita facile. Il giorno dopo che la sua corrente riorganizzata ha minacciato fuoco e fiamme a Renzi. Sembrerebbe normale attività politica e invece non lo è.
Il governo alternativo intanto non è possibile. È quello che Bersani ha ridicolmente tentato per un paio di mesi, e non può fare affidamento sui transfughi di 5 Stelle. L’ipotesi è un “avvertimento” a Letta: ti renderò la vita difficile. In tale senso è accreditato dai bersaniani.
Il tutto ha un’aria di già visto. Da vecchia Dc, si dice. Ma più specificamente da Andreotti, che se le segnava tutte, e segnò la fine via via di Moro, Forlani, De Mita, la Dc. Il lato oscuro, sporco, criminale, della vecchia Dc in senso proprio, fra stragi e scandali.
Il compromesso ha lasciato vivi e anzi irrobustito i democristiani, e ha intossicato i comunisti?

La libertà americana di opinione

Si fanno statistiche mondiali, di vari watch, osservatori, transparency, su questo o quell’aspetto della vita pubblica: la libertà d’opinione, i diritti civili, le carceri, la corruzione, eccetera. Di organismi solitamente inglesi (o olandesi, che è la stessa cosa), oppure americani. Nelle quali l’Italia, per essere la sede della chiesa cattolica, viene normalmente collocata verso la fine, tra Palau, per dire, e Vanuatu. Gli Usa, invece, la Gran Bretagna, i paesi più corrotti, normalmente vengono in cima. È una colpa che bisogna pagare, e pazienza.
Ma come la cosa si concilia, per esempio la libertà d’espressione e i diritti civili, con la sorveglianza elettronica di ogni atto, gesto, o detto di ogni cittadino? Basta digitare due volte una parola sensibile, bomba, o Israele, o Maometto, e gli Usa immediatamente ci fanno schedare. Da un giovanotto che non ha nemmeno terminato il liceo. E forse è spia della Cina, ci dicono ora. Ma non lo smentiscono.
Anche per Wikileaks, hanno perseguito chi ha pubblico i documenti. Ma a che livello di democrazia dobbiamo collocare i vari socialwatch e transparency international che assolvono gli Usa, le interferenze Usa in ogni dove nel mondo? O fanno anch’essi parte del sistema di controllo?

L’autorità è materna

È la scoperta che Luisa Muraro fece nel 1991, in “L’ordine simbolico della madre”, dell’autorità “in quanto forza che agisce in maniera inconfondibile dal potere e dal diritto”. L’argomento può cozzare contro le tante specie di autoritarismi che l’Europa ha vissuto nei fascismi, ma è un’altra cosa. È un esito della differenza sessuale. Che ora, un paio di decenni dopo, è incontestata – la donna in carriera non è tutto e non il più importante (fare la marine, per esempio, è del tutto inutile, e forse dannoso): “La semplice presenza fisica personale non basta a modificare tradizioni e istituzioni che rispecchiano una visione mutilata del mondo”. Nella differenza femminile, la funzione materna (generazione, gestazione, lingua, cibo, cura) genera autorità: “Il senso dell’autorità inizia con la relazione materna”. E viceversa, l’autorità arricchisce (sostanzia) la funzione materna. La riproduzione.
È un bene? È una necessità. Luisa Muraro si muove tra Galileo, nel nome della natura, e Montaigne, nel nome dell’io – “«il fondamento dell’autorità» nelle parole di Montaigne riprese dal suo lettore Pascal, è un genitivo soggettivo: significa che l’autorità è fondante, non fondata”. In una mezza dozzina di vignette (istituzioni, scienza, arte, famiglia, costumi, lingua) illustra i diversi aspetti dell’autorità necessaria o utile.
L’erba voglio
Per una nata nel 1940, cioè per una del Sessantotto, e una delle prime pedagogiste antiautoritarie, con Elvio Fachinelli, de “L’erba voglio”, l’autorità cozza col bisogno totale di libertà. Ma all’apparenza: “L’autorità risponde a un bisogno di tipo non materiale ma simbolico (simile in ciò alla voglia d’imparare a parlare, nelle creature da poco venute al mondo)… È un bisogno simbolico ed è al tempo stesso bisogno di simbolico: di parole, gesti, immagini, arte, poemi, monumenti, cerimonie…”
Un ritorno all’ordine. Un altro. Si rivoluziona una vita per poi tornare ai fondamentali. Succede dunque pure in filosofia, come nella sperimentazione in letteratura - dove si finisce con Umberto Eco che vorrebbe rifare Dumas. Qualcosa resta della scintilla, ma spenta, tipo cenere – le riconversioni raramente convincono, i surrogati.
Le crisi lo fanno, impongono questi richiami. La guerra civile lo fece con Hobbes, che Muraro non cita. L’hitlerismo con Simone Weil, e la guerra con Hannah Arendt, alle quali Luisa Muraro si rifà. Bisogna riprendere il bandolo della convivenza, e in qualche modo restaurare l’autorità – nel significato di autorevolezza, per abbreviare, e non di autoritarismo. Simone Weil, alla fine del percorso che Muraro segue, conclude perentoria in “Radici” che l’ordine dell’autorità “è sempre gerarchico”. Che è vero, specie in pedagogia, ma Luisa Muraro lo rifiuta. Con Hannah Arendt concorda sull’essenziale, che “la vita pubblica senza l’autorità e senza l’indipendenza che questa dà nei confronti del potere, toglie alla politica «dignità e grandezza»”. Ma non sull’origine “fondativa”, tradizionale, dell’autorità. Per concludere: “Senza cultura dell’autorità, l’esperienza di una qualche superiorità altrui genera invidia, dipendenza o ribellismo, e il principio di uguaglianza diventa piatto: si traduce in un’accanita ricerca della parità, e rischia la sterilità simbolica, come una pianura in cui le acque ristagnano”
La sterilità simbolica
In “Che cos’è l’Autorità?”, 1954, un quarto di secolo prima della “disobbedienza civile”, che ne avrebbe alterato le percezioni, in senso libertario non eversivo, H.Arendt era suggestionata dalla lezione di Alessandro Passerin d’Entrèves. Italianista a Oxford per ragioni di cattedra, ma filosofo dello Stato, Passerin d’Entrèves fu l’unico intermediario tra sé e Hobbes che Arendt dopo la guerra trovava, il quale l’Auctoritas riconduceva al mito fondante di Roma. L’autorità Muraro vuole minuscola per differenziarla dalle forme del potere, ma è l’Auctoritas di Passerin d’Entrèves e Arendt, l’autorevolezza.
Muraro parte dalla pedagogia, la forma autoritaria più sensibile e più complessa. In senso proprio, l’educazione dei bambini, dove è totalitaria. E in senso lato, di formazione continua e della sana epistemologia. Galileo, che per primo e con successo contestò il principio di autorità rispetto alla ricerca, al “gran libro della natura”, rinchiuse le due figlie in convento per poter lasciare tutto al figlio maschio. E d’altra parte, scrivendo “Il Saggiatore”, dove contesta l’autorità dei libri già scritti, “l’autore Galileo aveva bisogno di autorità”. Di cui c’è troppo, insomma, e troppo poco.
Muraro parte dalla pedagogia in quanto “relazione materna”. Una delle “figure di scambio” in cui si forma la conoscenza. Alla fine “l’autorità non offre garanzie, ma si offre come un’opportunità, chiede di essere riconosciuta e praticata per quello che promette. Che cosa promette? Se stessa in quanto forza simbolica alternativa a ciò che ci schiaccia, persone o cose o problemi, compresi quei problemi che ci pesano internamente”. Allora attraverso la psicoanalisi, per esempio, o la fede, la preghiera.
Agli inizi della breve trattazione, Luisa Muraro sembra credere che l’autorità sia stata minata dalle verità scientifiche e dalle competenze. Cioè da due ideologie – “verità” scientifiche? Che per quanto influenti, non sono decisive. No, è stata minata dalla democrazia sussidiaria, dall’assoggettamento dell’opinione e dello spazio decisionale del singolo (il voto, essenzialmente) a gestori nemmeno tanto occulti.
Luisa Muraro, autorità, Rosenberg & Sellier, pp.110 € 9,50

venerdì 14 giugno 2013

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (173)

Giuseppe Leuzzi
Cancale è il posto delle ostriche in Bregagna, gli ostricari si succedono a centinaia  con chioschi grandi e piccole, terrazze, buffet, attorno al vivaio. Se ne possono avere di gustose, per esempio le belon, a prezzo modico. Se non si chiede il limone: una fettina di limone, sottile, una goccia per ogni ostrica, costa quanto mezza dozzina di ostriche.

I campionati nazionali di calcio sono in realtà regionali, la A del Nord, la B del Sud. Nella A giocano tredici squadre del Nord e tre del sud, con quattro del centro, Roma e Toscana. In serie B giocano dieci squadre del Sud, e 8 del Nord, con quattro al solito del Centro.

Le iniquità sul Nord
Su “Repubblica” Valentina Conte illustra uno studio della Cna, la confederazione dell’artigianato, sull’eccessiva pressione fiscale che grava le piccole imprese. Gli oneri sono ugualmente eccessivi, al Nord e al Sud. La pressione fiscale è alta a Bari e Napoli come a Bologna. Il piccolo imprenditore a Bologna è il più tassato, ma solo di un punto più che Roma e di due più che Bari e Napoli. Unico anche il responsabile: il federalismo fiscale, che ha praticamente raddoppiato gli oneri – quelli dello Stato non sono diminuiti in corrispondenza.
“Un raddoppio «insostenibile»”, conclude Conte, “che lascia all’imprenditore solo il 39 per cento del suo reddito (il 30 a Bologna, il 34 a Roma, il 41 a Milano, il 43 a Catanzaro”. Ma dopo una sintesi di un altro aspetto dello studio, l’incidenza dei diversi valori catastali nelle varie province, che ora diventa rilevante a causa dell’Imu. La Cna ipotizza un laboratorio semicentrale di 350 mq., con annesso magazzino e spazio espositivo di 170 mq.. Il valore catastale ai fini Imu del laboratorio varia tra i 603 mila euro di Bologna e i 66 mila di Palermo. Quello del negozia varia tra i 397 mila euro emiliani e i 100 mila di Potenza. “Una variabilità – una «iniquità», scrive la Cna – che incide sul peso del prelievo locale”.
La Cna inalbera orgogliosa l’articolo di Valentina Conte in cima al suo sito. Ma solo il capoverso della “iniquità geografica”. Lo intitola con questa parole, “iniquità geografica” e con quete lo richiama su google.

Siciliani contro
Antonio Canepa, che nel 1933 è al manicomio (voleva invadere San Marino), quattro anni dopo pubblica tre tomi di “Sistema di dottrina del fascismo” ed è professore di Storia e dottrina del fascismo e di Storia della dottrine politiche all’università di Catania, poi via via spia inglese, separatista, comunista, giellino, attentatore, capo militare del separatismo siciliano. A questo punto, siamo al 1945, ha solo 32 anni. Siamo quindi al centenario della nascita, che la Sicilia gattona lascia passare incognito.
L’attività di Canepa nella resistenza sembra inventata, ma non lo è. Ai suoi guerriglieri, giovani di campagna, dava da leggere e commentare “If”, la poesia di Kipling, seppure in italiano. E un decalogo di suo pugno. La resistenza – stiamo parlando del 1944, dopo che l’italoamericano colonnello Poletti, che conosceva i suoi polli, ebbe lasciato l’isola - era contro l’idea d’Italia, o forse solo della Repubblica.
Nello stesso 1945 Canepa sarà ucciso dai carabinieri a un posto di blocco. In questo caso scopertamente: sapevano chi era, e lo uccisero mentre si allontanava in macchina coi suoi uomini, uccisero solo lui. Tre carabinieri contro Canepa e cinque guerriglieri, che non spararono un colpo. La bara di Canepa poi scomparsa per evitare le esumazioni è invece la parte ripetibile del canovaccio.
Canepa in parte era predestinato. Figlio del giurista insigne e accademico Pietro, e allievo dei gesuiti. Prima a Palermo, poi nel collegio esclusivo di Acireale. E poi era, naturalmente, isolano. “Quante volte i siciliani sono andati al governo, da Crispi a Orlando, che bene ne ha veduto mai la Sicilia?” è la parte migliore del suo manifesto politico, “La Sicilia ai Siciliani!”, del 1944.

Andrea Camilleri, che ricorda Canepa in un testo ripreso nella sua ultima compilazione, “Come la penso”, vi ripubblica anche un lungo scritto, “Cos’è un italiano”, che è un pattume dei più biechi luoghi comuni. Rinfrescati come lui sa, per far ridere, e perciò tanto più irritanti.
Si penserebbe che sia una parodia, magari mal riuscita, degli stereotipi sugli italiani. E invece no: Camilleri informa grave che il “saggio” è stato pubblicato in forma di libro in Germania e in Francia. Si penserebbe allora che ne abbiano fatto un libro proprio perché risponde alle frasi fatte sull’Italia che hanno mercato in quei paesi. Ma Camilleri non lo sospetta.
Canepa redivivo dovrebbe dunque dire: “Da Crispi a Camilleri”.
Ma in realtà si comincia con La Farina, grande italianista, subito dopo la liberazione a opera di Garibaldi.

Milano
Sultana Razon, pediatra, 81 anni, moglie di Umberto Veronesi, ha passato sventure enormi nella sua vita. Ma quella che più la colpisce nelle sue memorie, “Il cuore, se potesse pensare”, è il marito che “in macchina disse improvvisamente: «Ti devo fare una confessione. Ho un altro figlio da quattro anni»”. La colpisce, ancora a distanza di tempo, forse perché non c’è il nemico da combattere – i nazisti del lager di  Bergen-Belsen, il rene malato, il tumore.
Il peggio è ancora meglio dell’Italia, di Milano, del grande milanese Veronesi, con la sua “casa chica” che fa tanto Sud America senza rimedio.

Il sovrintendente Lissner lascia la Scala per l’Opera di Parigi, Senza dubbi. La Scala si dà per sovrintendente  Alexander Pereira, che nel 2005 aveva rifiutato la chiamata, preferendo l’Opera di Zurigo. Poi Pereira, austriaco, è finito a dirigere il Caracalla di Salisburgo, la stagione estiva. Ma Milano si dice lo stesso la capitale d’eccellenza della lirica.

Sui 471 milioni di entrate per multe stradali comminate nel 2012, il Comune di Milano ne ha incassati solo 135, meno di un terzo. Obiezione fiscale?

Milano ha molte meno macchine di Roma, 810 per mille abitanti contro 955, una popolazione che è meno della metà di Roma, e una propensione all’uso urbano dell’auto inferiore, poiché ha un migliore sistema di trasporto pubblico metropolitano. Ma ha elevato nel 21012 contravvenzioni per 471 milioni, contro i 281 di Roma. Che non è la città più incidentata, lo è anzi meno di Milano (paga meno Rca).
Come il caffè, la multa è più cara a Milano?

Leggendo i giornali, si vive in una città che se non è New York poco ci manca. Girando per la città, è un deserto urbano. S’incontrano anche enormi isolati di fabbricati abbandonati. Non in periferia, a San Siro: le ex scuderie proprio sotto lo stadio, un piccolo grattacielo di ferro vetro. In vi Carlo Botta, non lontano dal Duomo, la piscina storica Caimmi è una discarica – ma ogni tanto la ripuliscono.
La città si celebra del design, l’architettura, il trendy. Tra i palazzi abbandonati, capita d’imbattersi in Piacentini, Viganò, perfino un grattacielo, la Torre Galfa, trenta piani che sanno di architetto. Che morale ci fa Milano di queste macerie urbane?

Si moltiplicano a Milano le scoperte e le condanne della ‘ndrangheta. Che agiva alla luce del sole. È la ‘ndrangheta che aveva conquistata Milano, o Milano che se ne serviva?

Non sarà un’altra guerra di mafie? Chi porta la cocaina ora a Milano?

Non è facile fare affari a Milano, alla ‘ndrangheta sì. Secondo i tribunali milanesi. Che non ci dicono però come mai. Gli ‘ndranghetisti sono anche brutti, in genere – il tipo da cui negli Usa uno non comprerebbe una macchina usata. Non si nascondono.

La Lega paga a Bossi un “appannaggio” annuale di 850 mila euro. È meno di quello della regina Elisabetta, ma Bossi è il re di che cosa?
Non si stracciano per questo le vesti le vestali lombarde.
La cosa è anche ridicola, ma nessuno ne fa la satira.

Unicredit tratta, in perdita, anche per conto della Roma, la squadra di calcio. Lo spiega il presidente del Napoli, De Laurentiis. Milano si è preso anche il calcio di Roma. Per meglio liquidarlo?

La mafia imprenditrice
In “L’intoccabile” Marisa Merico tratteggia la sua vita da giovane mafiosa, figlia e nipote di mafiosi, di Emilio Di Giovane, re della coca (e delle evasioni) a Milano negli anni 1989-1990, e della nonna Maria Serraino. Maria Serraino, qui sempre la Nonna, con rispetto, con affetto, fu a suo modo un’imprenditrice di grande successo. Spietata quanto ogni altro imprenditore di successo.
È evidente che, in una città e una società molto chiuse come Milano, le Serraìno fanno comodo, per i rifornimenti di droga, di cui lei dispensava peraltro largamente i profitti, specie ai tutori dell’ordine, ai giudici come agli sbirri. Quando il business scantonò nei rapimenti di persona, fu rapidamente circoscritto e bloccato. E quando il mercato della droga trovò migliori performer, la famiglia di Maria fu segata, con arresti e ergastoli.
E tuttavia Maria Serraìno è senza confronti una imprenditrice di successo. Emigrata negli anni 1960 a Milano col marito e alcuni figli, analfabeta, dieci anni dopo era la regina del contrabbando nella zona attorno piazza Prealpi dove abitava, e vent’anni della droga, eroina dapprima, poi, dopo la morte per overdose di un paio di figli e nipoti, di erba e cocaina. Al commercio ha infatti applicato i tanti figli, una dozzina, che si era portati dietro dalla Calabria o aveva fatto a Milano. Un impero che con difficoltà è stato smantellato negli ultimi anni. E solo grazie alla collaborazione del figlio più amato, Emilio. Che le ha valso un ergastolo – per un omicidio che probabilmente non ha commesso.
Questo - Marisa Merico non lo evidenzia - conferma che il Sud, la donna, l’analfabeta, il povero, non è fatalista, o il tipo criminaloide di Lombroso e dell’eugenetica, ma uno a cui sono chiusi gli sbocchi. Un animale come gli altri – gli animal spirits – ma tenuto in prigione, in cattività.

La famiglia mafiosa è stata per Marisa Merico “una scuola privata”.  Lo capisce quando, al carcere duro in Inghilterra a 24 anni, madre di una figlia di pochi mesi, si scopre combattiva. Una che non molla, tra regolamenti severissimi e compagne di cattività cattivissime (pluriomicide, serial killer, assassine di bambini, anche dei propri figli). In questa scuola privata, si rende conto, “dovevi essere forte, far fronte coi tuoi soli mezzi pur obbedendo alle regole”. E così pure si scopre alla fortuita liberazione pochi anni dopo: “Ero stata stoica e forte, e decisi di restare tale per sopravvivere al’esterno”. Diventando scrittrice, di successo.

leuzzi@antiit.eu 

Il condono mafioso

Emessa dall’autorità religiosa e non civile, ma valida anche ai fini civili, a Roma e ovunque il potere civile vi si acconciasse, la bolla “Taxae cancellariae et poenitentiariae romanae”, del 1477, è un prototipo di condono mafioso. L’unico che ancora non si è tentato. A fin di bene naturalmente: l’elemosina cancella i peccati. L’art. 6 perdona la falsa testimonianza in tribunale, dietro versamento di un obolo. L’art. 10 la subornazione dei giudici, dietro obolo. Eccetera – a differenza delle successive indulgenze per l’obolo di san Pietro la bolla non suscitò obiezioni.
Nel 1992 avevamo immaginato in “Fuori l’Italia dal Sud”, con doppia copertina di Alberto Casiraghi, un supplemento: “Il condono mafioso”. Fuori l’Italia per “risolvere la questione meridionale”. Il condono mafioso per “risolvere la questione Italia”: “All’inizio era un’immagine: il presidente del consiglio Giulio Andreotti, avendo aumentato l’aumentabile, tasse, tariffe, ticket, bolli, multe, senza far quadrare i conti, si affaccia a palazzo Chigi, si toglie la maschera, e con essa la romana nasalità, e con voce ferma annunzia il condono mafioso. Poi l’idea è fermentata, grazie anche a occasionali studi sull’economia del Cinquecento, il secolo italiano per eccellenza, in particolare le tasse camerali e il credito, e più specialmente la politica del «vessare per esigere» (ebrei, ladri, nobili, prostitute). Per riempire la casse prosciugate dal fisco, lo Stato si rivolge ai mafiosi, e in cambio di una cosa che non costa nulla, la rispettabilità, ritorna anch’esso rispettabile”. Andreotti non c’è più, ma il resto sì, peggiorato.
Camilleri, riscoprendo la “bolla di componenda”, sembra dire che anche questo non funziona, la crisi fiscale dello stato è insanabile. Ma non si sa mai. Erano anche gli anni, 1992-1993, dello Stato-mafia: qualche approccio c’è stato?
Andrea Camilleri, La bolla di componenda

giovedì 13 giugno 2013

La giustizia malata dei giudici

Messineo, dunque, l’uomo di carisma, che scriveva su “Repubblica” e parlava alla Rai, era un mafioso. Non un concorrente esterno, o un associato, proprio uno dentro la mafia. Se ha evitato la cattura di Messina Denaro, ha favorito alcuni mafiosi nei processi, ha congiunti stretti mafiosi, come altro definirlo? Fatto tanto più grave per  essere Messineo Procuratore Capo di Palermo. Il Csm lo dice, e non abbiamo motivo di dubitare. Ma perché non lo arrestano? Come minimo.
 C’è operò anche l’ipotesi avversa: che il Csm abbia agito contro Messineo arbitrariamente. Contro un gentiluomo cui rinfaccia accuse infondate, dalle quali l’aveva già assolto. Per favorire un potere più forte – diciamo Napolitano (pover’uomo, non voleva la rielezione, e aveva ragione…). Che non è probabile, ma si può dire.
Perché tutto si può dire, tutto il peggio? Come mai la giustizia è un troiaio?

La testa del serpente è a Milano

È a Milano la testa del serpente?Appena due settimane fa tre giornalisti sono stati condannati al carcere, senza le attenuanti né la condizionale di cui per legge dovevano beneficiare due di essi, incensurati, per aver detto, in forma attenuata, e senza la parte criminale e infamante, le stesse cose che il Csm dice a carico di Messineo. La sentenza è milanese, ed è tutto dire, la città è infetta. Ma in questo caso c’è di più.
È infetta la giustizia milanese. Che infetta la giustizia. Un errore giudiziario è sempre possibile, ma quello della giudice milanese Interlandi non è un errore: è un pregiudizio. Corporativo, anzi castale. Abietto. Di cui lei non deve rendere conto. Lei come nessun altro giudice, le sentenze non sono sindacabili. Ma questo solo a Milano. Altrove, per esempio a Palermo, magistrato mangia magistrato – e le sentenze si sindacano perfino in anticipo.
Al tempo delle faide sanguinose alla Procura di Palermo, venti e trent’anni fa, si cercava “la testa del serpente” e non la si trovò. Ora invece è chiaro: la giustizia ha paura della giustizia milanese. Se la giustizia fosse una mafia, la cupola, la testa del serpente, il capo di capi dovrebbe dirsi milanese.

La vita buona è una buona politica

È il discorso che la filosofa ha tenuto l’anno scorso al ricevimento del premio Adorno. Molto impegnata contro la politica israeliana nei territori occupati, la filosofa femminista si pone il problema della giustizia e della libertà nel sistema generale liberista nel quale tutti viviamo, e in quello israeliano della violenza di Stato sui palestinesi. Rifacendosi a Adorno.
All’Adorno del quesito di “Minima moralia”: “Non si dà vita vera nella falsa”. Vita? Vera? E buona? Detto così, sembra un groviglio più che un problema. La “vita buona” è un postulato aristotelico, in una concezione della morale legata all’agire individuale. Adorno, “Problemi di filosofia morale”, lo pone in modo diverso, ma lo risolve anche lui: “La condotta etica, o la condotta morale o immorale, è sempre un fenomeno sociale”. E in conclusione: “Tutto ciò che possiamo chiamare morale si mescola oggi alla questione dell’organizzazione del mondo. Potremmo addirittura dire che la ricerca della vita buona corrisponde alla ricerca della giusta forma della politica”.
L’ottica messianica, nella quale la stessa Butler si pone, si risolve praticamente: si danno politiche brutte, e bruttissime, e politiche possibili. Meno mercato e qualche diritto per i palestinesi.
Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, Nottetempo, pp. 80 € 7

mercoledì 12 giugno 2013

Mani pulite mani sporche

Quelli di Mani Pulite o della Seconda Repubblica saranno stati i vent’anni peggiori della Repubblica, se non della storia d’Italia, guerre escluse, col crollo del 1992-94 (1,7 milioni di posti di lavoro cancellati) e quello senza argini di questi anni, che minaccia di cancellare l’Italia dalle grandi economie. Generati e alimentati da un branco di giudici che, al coperto dell’irresponsabilità, suppostamente costituzionale, e all’insegna della questione morale, hanno disgregato la politica e gli affari. A favore dei peggiori interessi degli stessi affari e della stessa politica, manovali del furbesco partito della crisi: nel nome della questione morale hanno assoggettato l’Italia alla peggiore corruzione mai vista, in Borsa, nelle banche, in Parlamento, nelle assemblee locali, nei Comuni, negli appalti, al coperto di legislazioni impossibili, nel sottogoverno (aziende pubbliche, a partire dalla Rai, autorità, enti, università, ricerca).
La cancellazione delle forze politiche che se ne fecero scudo e piedistallo, la Lega, l’ex Msi, l’ex Pci, per conto delle “galassie” lombarde, ingombra ancora il campo di macerie. Ma gli italiani hanno votato, con l’astensione e con la protesta, e i tre ex partiti non esistono più.

La scomparsa del Pci

L’unico in grado di parlare per loro è un ex socialista, Epifani. Ha anche la testa sul collo, e sa di che cosa è fatta la politica. Gli altri sono tutti scomparsi, i figli e figliocci di Berlinguer, del popolo diverso: stanno lì, e la cosa è raccapricciante, ma è come se non ci fossero, mummie senza volto, forse imbalsamati viventi.
Il Pd che si pensava ex Pci avrà esalato l’ultimo respiro col no a Prodi. Dopodiché si è rigenerato confessionale, se non proprio prodiano. E ha occupato tutti gli spazi con Letta e Renzi – Epifani è un traghettatore. In attesa di riprendersi il Quirinale: la campagna contro Napolitano è già cominciata, sulla giustizia e sulle riforme. 
Tutto è confessionale. Chi muove il dibattito. Chi muove le risorse. E forse, chissà, pure i voti: quelli di Casini, di Berlusconi, della protesta. L’ex Pci conta ancora nell’editoria, ma ancillarmente agli interessi costituiti: il potere è tornato all’ex Dc.
È il vero buco politico dell’Italia. Tanto più in questo momento di supposto trionfo della sinistra: la mancanza di una sinistra. Come schieramento e come proposta. La terza forza socialista è stata eliminata dall’ex Pci. Che poi si è dissolto.

L’italiano nudo Camilleri

Anche qui Camilleri è facondo, ma a volte divertente, quando non è insopportabile. È una raccolta di scritti vari, lezioni magistrali, relazioni a convegni, prefazioni, recensioni, articoli, e non poteva dare che il solito Camilleri, militante e ambiguo. Blagueur amabile, dall’aneddotica lieve e divertente, e opportunista. Mentre accumula scemenze di saggezza.
Quelle del “saggio” centrale, “Cos’è un italiano?”, sembrano impossibili – è inutile riassumerle, sono insensate. Tanto più in una compilazione che segnala non meno di cinque lauree honoris causa all’autore del “saggio”, in prestigiose università italiane, in: Storia dell’Europa (qui siamo al dottorato di ricerca), Psicologia applicata, clinica e della salute, Filologia moderna, Lingue e letterature straniere, Sistemi e progetti di comunicazione. Più l’inaugurazione di un anno accademico. Il “saggio”, Camilleri ci preinforma orgoglioso, è “diventato un libro in Germania e in Francia”. Non per le frasi fatte? Lui non lo sospetta, poiché l’italiano di Camilleri è Camilleri – che per questo è anche esterofilo: per Camilleri di buono ci sono i dialetti e l’Estero, qualunque sia. E i dieci milioni di Montalbano, anche alla terza replica, dopo le lauree? Questi italiani sono camilleriani.
Però, la raccolta è di scritti in italiano, volendo si possono leggere. Con qualche godimento anche. Più frequente nei ricordi di personaggi, siciliani o molto camilleriani “amici e maestri”. Come Sciascia, che se ne tiene a distanza. “La difesa di un colore”, del giallo narrativo, italiano e non, è quasi perfetta.  L’antiberlusconismo obbligato assurge in più punti al cabaret. Da ultimo nelle note favole. Dalle quali ha espunto quella in cui augura la morte al Cavaliere. Non stava bene, essendo il Cavaliere lo stesso che immortala Camilleri nei suoi “Meridiani” e ne tiene su la linea in convegni e seminari. O forse perché è cominciata l’appopriazione gesuitica del cadavere del nemico. O anche semplicemente perché, volendosi comunista, lo scrittore ha scoperto che nessun comunista vuole la morte del suo nemico, sia pure cattivo. Camilleri lo aveva fatto per sgherzo, perché è siciliano e guitto, mezzo Ficarra Picone.
Dovendo parlare di lui, poiché è di lui che il libro parla (“Alcune cose che ho dentro la testa” è il sottotitolo), si conferma che Camilleri non si può dire ipocrita. È anzi esplicito: il suo compaesano Pirandello amava le maschere, lui è per l’uomo nudo. Invitato a un convegno del Csm rimprovera i giudici con asprezza. Ma non si sa vestire. Nel primo gruppo di scritti, sul cinema, critica naturalmente la Fininvest, che ha “abbassato” la qualità della tv. Per poi dare voce a un esperto americano che gli rimprovera, in quanto produttore Rai, “l’assoluta eleganza” di “Studio Uno”, il varietà del sabato sera di Antonello Falqui: “Voi sprecate cinque, sei star in un’ora. Da noi una star dispone al massimo di un ospite. Sarebbe troppo costoso produrre e vendere uno spettacolo simile”. La vera “America”, si sa, è a viale Mazzini - talvolta con l’Iva.
Ha anche qualche complesso, sembra che il fascismo lo abbia tarantolato. Per essere stato fascista fino al 1943, ai diciassette anni. Onorato l’anno prima, sedicenne, con l’invito a tenere una relazione sul teatro giovanile, al raduno fiorentino del Nuovo Ordine Europeo, le gioventù hitleriane del famigerato Baldur von Schirach. Sembrerebbe un complesso di colpa, ma Camilleri ha appena plaudito Amerigo Bartoli, altro fascistone simpatico, che su “Primato”, la rivista del fascismo, nel 1942, anno trionfale, ha ridotto Croce a storico di “storielle”. Non ha preso dalla sua creatura Montalbano, che non si angustia, non per la memoria. Ora, poiché è felicemente a un libro a quindicina, aspettiamo il camilleriano colpo al cerchio e uno alla botte sul governo delle larghe intese.
Andrea Camilleri, Come la penso, Chiarelettere, pp. 340 € 13,90

martedì 11 giugno 2013

Lo scandalo è la spia

Essere stato un agente speciale a 19 anni. Senza studi e senza competenze. Addetto a una cellula di spionaggio della Nsa, o della Cia, all’università del Maryland. Con villa alle Hawaii e un contratto dopo dieci anni di 200 mila dollari. Lavorando da esterno, da consulente. Dopo essere stato diplomatico spia in Svizzera. Per controllare i provider europei.
Uno scandalo sicuramente c’è, nello scandalo delle intercettazioni in America: la figura del denunciante. Non per le colpe sue, ma del sistema. Della Rete si sapeva, che è un sistema interamente americano, sia vera o non la rivelazione che lo spionaggio si serve anche dei maggiori server, Google, YouTube, Facebook, Skype, Yahoo, Aol, PalTalk, Apple, Microsoft. Internet è monopolio Usa in tutti i sensi: logistico, tecnico, legale, commerciale, finanziario, e per ciò stesso di interesse nazionale.
Lo scandalo sarà legale, come dice il presidente Obama. Ma conferma un sistema di spionaggio di tipo sovietico, cioè totalitario, dall’università alla Rete – mancano solo i Morosov, i bambini che controllano i genitori, e i capifabbricato. 

Il presidente rieletto va azzoppato

Se rieletto, il presidente va “azzoppato”. Il termine è improprio, il lame duck è in politica chi, alla scadenza del mandato e non potendo per un qualsiasi motivo essere rieletto, si permette all’ultimo momento decisioni impopolari o di potere di cui non pagherà politicamente le conseguenze. Come un tempo il “gol dello zoppo”: una zampata da chi meno ci se l’aspettava. Ma è più vero nel senso originario, del gergo di Borsa come lo definì Horace Walpole nel 1761 scrivendo a Sir Horace Mann: “Sa che cosa sono un Orso e un Toro e un’Anatra Zoppa”? Per lame duck intendendosi quello che oggi si chiama il parco buoi, l’investitore individuale, non coperto da una cordata o un gruppo, e per questo facile preda.
Il presidente americano rieletto, non potendosi più candidare, è per quattro anni nella posizione del lame duck nel senso proprio della scienza politica: diventa politicamente irresponsabile, e quindi può prendere decisioni impopolari, o sciogliere d’autorità nodi controversi. Soprattutto nella politica estera, per quanto riguarda la questione mediorientale.
È stato il caso di Nixon, dopo che a Kennedy la rielezione era stata impedita con l’assassinio. Di Reagan con l’affare Iran-Contra. Di Clinton con Monica Lewinsky. Di Bush jr. con l’atomica inesistente di Saddam Hussein. E ora di Obama con le intercettazioni – tanto più per non essere un vero scandalo, non di Obama, non illegale.

Tutte le donne del presidente

Obama è sotto accusa per uno spionaggio legale per essere inscalfibile alle donne. Non si sa allora se non è meglio uno scandalo di donne.
È quando non c’è nulla di meglio, infatti, che si fa ricorso alle donne. Quando non c’è un vero capo d’accusa, cioè, che colpisca l’avversario legalmente più che nell’opinione. Negli Usa è avvenuto con Clinton: appena rieletto a fine 1992 (non prima) una serie di relazioni improprie, in costanza di matrimonio, con donne di più o meno facili costumi fu fatta emergere: Gennifer Flowers, Paula Jones, Kathleen Willey, Juanita Broaddrick, Elizabeth Ward Gracen, Monica Lewinsky. L’altro presidente giovane prima di Clinton, Kennedy, aveva avuto relazioni facili, sempre in costanza di matrimonio, ma gli erano state perdonate – contro di lui si procedette per vie spicce. Successivamente, riscontratane l’incidenza facile sull’opinione, lo scandalo sessuale è stato applicato con larghezza e in anticipo ai concorrenti elettorali, e perfino nelle camarille tra i generali.
Il procedimento si può dire ora uno standard americano – Berlusconi pagherà se non altro questa colpa, da “amerikano” convinto, di non avere imparato questa lezione elementare. Se non si trova traccia, almeno un profumo, di corruzione, concussione, favoritismi, finanziamento illecito, evasione fiscale o contributiva (basta una baby sitter non regolarizzata), si ricorre alla donne. Se ne trovano sempre, di amanti reali, seppure di una notte come per Clinton, o immaginarie. Ma sempre fantasiose, come le prostitute si immagina che siano: del lo dico e lo nego, le allusioni, il ricattino, l’esibizionismo.

Moravia co(mi)nformista

“Il volto dell’Unione Sovietica è l’austero, grigio, grave volto dell’umanità operaia”. È un complimento. Ma svagato, come tutto, grigio in proprio. L’effetto di uno dei tanti viaggi “organizzati”, come usava, tutti uguali. Con la solita scrittura delle quattro verità: un po’ di sociologia, un po’ d’economia, un po’ di politica, e un po’ di escatologia. Moravia vi aggiunge la notoria abulia al suo picco. Dei russi, oltre al grigiore operaio, solo ci dice che il cuore, solitamente “insondabile e complicato”, essi hanno “insondabile”. Leningrado limita alla cameretta di Dostoevskij, seppure in dettaglio. Mosca al mausoleo di Lenin e Stalin.
Locupletata di un sontuoso apparato storico-critico di molte pagine, tanto più questa riedizione stringe il cuore. La sorpresa è solo Beria sciupafemmine – questa è sfuggita a Malaparte. Ma finisce in tre righe. La curiosità è: perché Moravia vi si è assoggettato, nel 1957, l’anno dopo il ferale 1956? Anzi: perché peggiora il già malfatato genere? Il viaggio nell’Urss è stato un genere molto frequentato senza produrre niente che si ricordi - a parte Robert Byron di striscio, Malaparte pure, e forse Alvaro (Céline e Gide ne fecero l’occasione di una denuncia politica, ma a essa niente sopravvive nemmeno dei loro viaggi). Moravia accomuna Majakovsky e Fadeev nel suicidio (specifichiamo: Fadeev, suicida alla destalinizzazione, è il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”.). i scrittori, suicida alla destalinizzazione). Parlare dell’Asia come terra incognita. Albergatrice di religioni rozze e violente. O dell’ortodossia come una religione di servi. dell’asservimento. Moravia co(mi)nformista?

Alberto Moravia, Un mese in Urss, Bompiani, pp. LXVI + 125 € 9,50

lunedì 10 giugno 2013

L’elettore di destra è stupido

L’en plein della sinistra nelle città, a due mesi da un risultato di parità fra destra e sinistra nel voto politico, conferma che l’elettore di destra è in Italia difficilmente mobilitabile: non si entusiasma, non va a votare per le amministrative – a meno di un interesse diretto. Oggi si direbbe cool. Che dovrebbe essere un complimento, ma non lo è.
Il successo della sinistra è il successo del governo Letta: gli elettori del Pd questa volta non si sono astenuti – il partito della crisi è in crisi: Berlusconi non basta più, come straccio rosso si è stinto. Ma più che una vittoria della sinistra, questa è una sconfitta della destra. O meglio la conferma della sua stupidità.
All’elettore di destra sfugge la basilare nozione che la sconfitta amministrativa indebolisce politicamente il suo schieramento. Si dice per questo la destra qualunquista. Ma non è corretto: è una destra che, pur astretta al ruolo di avida bottegaia, non si fa i conti. Si veda a Siena, dove poche centinaia di voti bastavano per un risultato epocale, un sindaco non comunista, e invece il quasi-eroe ha avuto molti meno voti che quindici giorni fa, un buon 15 per cento dei votanti di allora avendo disertato le urne, benché Siena sia tutto sommato una piccola città. È una destra spensierata, e quasi aristocratica. Per questo perdente.

L’opera di Alemanno è di Muti

È difficile perdere come Alemanno. Non solo il Campidoglio ma tutti i quartieri, i venti o quindici  municipi, ex circoscrizioni, che amministrano la città. Alemanno ci è riuscito. E non fortuitamente, come gli era avvenuto di vincere cinque anni fa, perché allora tutti gli ex Pci si erano rifiutati di votare Rutelli. È difficile perdere con tale distacco, quale quello di Alemanno nei confronti di Marino, candidato peraltro improbabile. E soprattutto lasciando gli elettori a casa, vuoi perché freddi, vuoi perché i capobastone della destra hanno così consigliato per metterlo fuori gioco. A Roma ha votato un terzo degli aventi diritto, e quasi tutti per Marino.
Se Roma è la capitale dell’impolitica è forse proprio per questo sindaco, che sembra non avere capito nulla. Mai un’idea o una cosa fatta. Collaboratori incapaci, infedeli, corrotti, quasi tutti sotto processo. Un trasporto pubblico talmente mal gestito che è difficile pensarlo – da ultimo coi mille autisti che rimpolpano gli straordinari col cachet di scrutatori ai seggi, lasciando a terra i possibili elettori.
L’unica cosa di questi anni è la resurrezione dell’Opera. L’Opera lirica. Fa sensazione andare all’Opera e leggere: presidente Alemanno, vice-presidente Bruno Vespa. Ma ancora più sensazione è vedervi i migliori spettacoli di questi anni, e soprattutto un organico che era stato abituato per trent’anni a non lavorare, orchestra, coro, corpo di ballo, amministrativi, diventato all’improvviso solerte e efficiente. Se non che questo è l’esito della venuta a Roma di Muti, licenziato dal soviet della Scala, un apulo-milanese. E di Catello De Martino, il sovrintendente, che da nome si direbbe napoletano.

La destra svanita

Con Alemanno l’ultimo personaggio ex Msi svanisce. Evapora, senza traccia, neanche la nuvoletta di fumo. È singolare l’inettitudine politica di Fini e i suoi colonnelli – e da apprezzare tanto più forse Berlusconi, che ne ha spremuto qualcosa. La destra-destra non ha espresso niente al governo, di progetti, di legge, di orizzonte culturale: da fascista si è voluta liberale, ma senza idee. E niente negli enti locali, di buona amministrazione. A Roma, che generosa li ha più volte votati, non hanno dato nulla e si sono dovuti subito rimpiazzare: Storace, Polverini, Alemanno, per incapacità manifesta, talvolta con ignominia.
L’unica traccia è antistorica, nei movimenti migratori che l’ex Msi ha voluto occupare. Dove ha fatto tutto il contrario di quanto la situazione esige. Con la Bossi-Fini ha reso l’obbligatoria, utile, regolarizzazione degli immigrati un percorso da gioco dell’oca. Mentre col voto agli emigrati ha rilanciato lo jus sanguinis quando si era fisiologicamente già spento, alla terza o quarta generazione. Con masse di latinoamericani che ogni volta, invitati perentoriamente dai consolati, devono chiedersi febbrilmente cosa è il partito Democratico, se non è quello di Berlusconi.

Il cuneo della sinistra Dc

Contro chi rema Renzi? In questo momento contro i suoi, la sinistra Dc. La sinistra della vecchia Dc, cioè. Non per mettere in difficoltà il governo, ma per evitare le trappole che lo portarono alla sconfitta contro Bersani. Questo è un Renzi che conosce bene i suoi polli.
È stato impossibile fare una Grande Coalizione in Italia finora. E anche le formule che più le si sono avvicinate, il centro-sinistra e poi il compromesso storico, sono state sempre periclitanti. Per un fatto che non si analizza: il cuneo della sinistra Dc. Oggi impersonata da Rosy Bindi e Zagrebelsky, ma attiva da sempre.
È la sinistra del Centro (se si semplifica la Dc come Centro), che si ritiene esautorata, messa fuori ruolo, dagli accordi tra grandi forze politiche più nettamente caratterizzate. Un a forza tipicamente di contrasto, con una posizione di rendita cioè derivata dalla sua localizzazione in uno spazio mediatore. Che salta se Destra e Sinistra s’incontrano direttamente. 
Le Rosy Bindi e gli Zagrebelsky sono gente senza voti. Ma così è sempre stato per la sinistra Dc: gente senza voti ma temibile. Grazie a uno schieramento di potere che ha sempre avuto dietro, indichiarato ma subdolo. Oggi impersonato dalle banche, con il “Corriere della sera”, e da De Benedetti, col suo gruppo L’Espresso-Repubblica. Lo schieramento cioè del governo del non governo, del governo della crisi.
È in questa ottica che Renzi, che voleva vincere le elezioni per fare la Grande Coalizione, oggi la critica. Non per far cadere il governo Letta ma per mettere la museruola a questi minuscoli ma temibilissimi avversari interni.

Essere ebreo per essere italiano

Sei storie di varia umanità a Firenze e in Toscana tra Cinque e Seicento. Di povertà e ignoranza, di dileggio e furberia, tra ori potabili e apparizioni, di conversioni più o meno opportuniste, di un mondo italianissimo nella diversità - l ‘unico altro, il diverso, fu a lungo in Italia l’ebreo. Che ne fa la lettura accattivante, benché Toaf non indulga in paradigmi né in indizi.
Un saggio racconta dell’ebraico tradotto per secoli, contro le intenzioni, nell’italiano popolare, il romanesco, il fiorentino, a Livorno il bagitto. Ma tutto il libro esprime una psicologia di radicamento. Naturale senza residui o riserve. Per la lingua specialissima di questo storico. Nel giro della frase, non da scienziato ma da amabile padrone di casa. Nella scelta della lingua, non ancora televisiva o globalizzata, specie nel ricorso - spontaneo, non artificioso – a vocaboli desueti: i sommommoli caldi, “la bruna torta di ceci – la cecina! – che a Livorno e Pisa piace bassina e cotta bene”, le ribotte, il caratello… Nella “scoperta” del lazzo, e non della persecuzione, quale strumento per colpevolizzare il diverso – gioco reciprocato.
Di più si parla del ghetto di Firenze. Di storie minute cioè, essendo quella comunità ebraica piccola e incolore. Ma il vero argomento è la convivenza. Storie vere.
Ariel Toaff, Storie fiorentine, Il Mulino, pp. 216 € 16

domenica 9 giugno 2013

Ombre - 179

Di Alemanno non c’è nulla da aggiungere. Di Marino, che domani sarà sindaco di Roma, fa sempre senso l’aria assente, al punto di non sapere che Roma ha due squadre di calcio, nemiche. Ma è sempre quello che, chirurgo d’avanguardia dei trapianti di fegato, ha abbandonato quindici anni di carriera per candidarsi a ogni elezione possibile. Non è mai troppo tardi?

Dopo De Magistris anche il suo capo di gabinetto rientra nell’ordine: il moralista immorale. Il colonnello dei carabinieri Auricchio è accusato di appalti di favore per le regate dell’America’s Cup. Famoso per le inchieste fasulle costruite con De Magistris a Catanzaro, e poi per gli ascolti selezionati su Calciopoli. La Juventus sì, l’Inter no, e Collina non ne parliamo, che ogni settimana andava a pranzo con l’uomo del Milan, e dallo sponsor del Milan, Opel, s’era fatto dare una ricchissima consulenza.

L’indagine sugli appalti napoletani per l’America’s Cup è condotta da Francesco Greco, uno dei pochi giudici che si sa muovere nei reati economici. Gli indagati sono importanti. Le cifre sono imponenti, 10 milioni. Ma non fanno notizia. “Repubblica” ci fa tre servizi, ma solo il giorno degli avvisi. Il “Corriere della sera” uno, striminzito, e niente più. Non che manchi lo spazio: una pagina è per le fidanzate di Berlusconi, non nuove.

 “Nel linguaggio cifrato che Berlinguer usava per inviare messaggi al Vaticano”, scrive Lucrezia Dell’Arti su “Sette”,  “il segretario era «il rettore dell’università», Paolo VI il «prete bianco», e mons. Giovanni Benelli, omonimo di una marca di moto, il «motociclista»”.
Il titolo è: “Ciao Enrico, profeta della questione morale”. Profeta di che morale?

Sempre Lucrezia Dell’Arti su Berlinguer profeta: “Quando Bettino Craxi, accompagnato da Gianni De Michelis, andò a trovare Berlinguer in coma a Padova…. la moglie e i figli si rifiutarono di incontrarlo”.

“Sette” dà Gianni Clerici, del tennis, professore di Ironia e Classe all’università di Pavia. Senza ironia. Con classe?

Gli intercettatori italiani si scandalizzano delle intercettazioni Usa. Autorizzate da Obama, che sarebbe il loro idolo. Un caso di split personality? No, d’ignoranza: il grande orecchio è uno. Se cessa in America cesserà anche in Italia.

“Ho trattato Marquinhos e Lamela con Unicredit”, dice De Laurentiis, il patron del Napoli: “Ho offerto 40 milioni. Ma loro volevano darmi Osvaldo”.
Unicredit, la banca. Queste banche spolpano tutto, ora anche il calcio dopo il “Corriere della sera”.

“A proposito di cause”, chiede “La Nazione” a Di Pietro, “perché non ha querelato «Report» come aveva promesso?” “La causa penale non serve a niente. Io faccio solo cause civili. Quella contro «Report» la stiamo preparando, e mi interessa molto per ché la Rai si soldi li ha”.
Valori del portafoglio – la questione morale all’italiana.

Con caratteristica disinvoltura Gustavo Zagrebelsky scomunica il semipresidenzialismo: “Semipresidenziale è pure la Russia di Putin”. Senza dire che l’Italia non è la Russia.

Però Zagrebelsky non ha torto: da vecchio professore e giudice costituzionale democristiano, della Dc più integralista, è diventato un’icona della sinistra. Dove è stato infiltrato dal “partito della crisi”, per “difendere la costituzione”, cioè per impedire all’Italia di sopravvivere. La Russia l’avrebbe tollerato?

“Nuova pista o tutti a casa”, intima il presidente della Regione Toscana Rossi, Pd, al sindaco di Firenze Renzi, Pd. Non una pista politica, ma quella dell’aeroporto di Peretola. È un ultimatum di quattro anni ormai, da quando Rossi s’è insediato, con Renzi. Una riedizione dei duellanti? All’insegna della novità. E della buona amministrazione.

Corrado Clini, manager cattolico della sanità e direttore generale del ministero del’Ambiente, di cui è stato ministro, dice che i giudici di Taranto hanno colpevolmente ritardato di sei mesi l’avvio del risanamento del siderurgico. Come non detto, i giudici sono intoccabili.

Matteo Renzi dà gli incarichi a piacimento – a chiamata diretta. È la prassi politica peggiore, il fulcro del sottogoverno. Ma lo sappiamo per caso, perché una sua nominata s’è fatta beccare a copiare il tema nel finto concorso d’assunzione. E senza scandalo. Questa politica è nuova per essere vecchia?

La Fondazione Lorenzo Guarnieri paga una pagine del “Corriere della sera-Firenze” per protestare contro la condanna mite a un ubriaco drogato che tre anni fa in macchina uccise il giovane ventenne cui la Fondazione è intitolata - per la prevenzione degli incidenti. Sia il giudice che la Procura ritengono l’alcolismo e la droga attenuanti e non aggravanti.

La Pubblico Ministero di Napoli De Luca si aggrappava all’astrologo, quand’era in  servizio a Potenza dieci anni fa. La capitale lucana dev’essere pestifera , anche l’altro Pubblico Ministero napoletano, Woodcock, smaniava, lui con processi inventati. Su Potenza poi vigilava un altro napoletano eminente, De Magistris, in esilio a Catanzaro. Che intercettò tutta la Lucania. Eccetto la Pm De Luca.

Si pubblica la sentenza che condanna Berlusconi per la pubblicazione della telefonata di  Fassino su Unipol-Bnl, e non c’è dubbio. Berlusconi è condannato, anche se non è parte del “Giornale”, per la pubblicazione di un segreto investigativo. È la prima condanna del genere in Italia, e dunque merito va dato al giudice Magi, e alla sua vice Guadagnino, che su Berlusconi non transigono, almeno su di lui.

Almeno una cosa vera Luigi Bisignani la dice a Madron nel libro intervista che hanno pubblicato: il napoletanismo accentuato del giudice Woodcock. La giustizia pazzariello.

“Clientele, tangenti e burocrazia. Sono questi i problemi da porci”, titola il “Venerdì”. Da porci nel truogolo?


La virtù delle donne è la misura

Un piccolo trattato della parità dei sessi. Contro lo stereotipo, di origine classica, della donna fragile, umorale, cosmetica. O lo stereotipo rovesciato delle folli tragiche. Senza militantismo, pro o contro, e senza rovesciamento dei fronti: non la guerra dei sessi ma una visione simbiotica. Oggi per questo trascurato, ebbe grande fortuna in tutto il Rinascimento, da Baldessar Castiglione a Montaigne, e nella querelle delle saccenti alla corte di Francia nel Seicento.
Il catalogo delle buone donne non è nuovo. C’è in Omero, che ne fa passare le ombre in rivista a Ulisse, al canto XI della “Odissea”, vv. 225-330. Ma questo è moderno, anzi contemporaneo. Ventisette ritratti di società femminili o di eroine, normali: razionali, coraggiose, padrone delle emozioni. Senza l’agiografia: Plutarco è narratore esperto, sa intrattenere con punti di vista, stratagemmi, tipologie, stati civili (alcune donne sono “barbare”, una è prostituta). L’aneddoto è ricorrente, che durerà fino a Caterina Sforza sugli spalti di Imola assediata da papa Giulio II, delle gonne alzate, per ricacciare i vigliacchi (“non potrai rientrare qui”) e sfidare i cattivi (“ce n’è sempre un altro”), ma senza scurrilità naturalmente. Tutto  naturale in Plutarco, cioè misurato.
Plutarco, Virtù delle donne, Il Melangolo, pp. 87 € 9