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sabato 2 febbraio 2013

Il riso di Bernhard mandò a fuoco l’Austria

Il ragazzo di 42 anni, che si ritira indignato contro la famiglia a leggere sulla torre, come Montaigne, e finisce per leggere Montaigne, è figlio di una famiglia d’immobiliaristi, quelli che comprano la mattina a dieci, sul principio che “bisogna agire quando i deboli sono al massimo della debolezza”, e vendono la sera a cento. Forse per questo non abbiamo i Bernhard in Italia, che pure è molto più merdosa, direbbe Bernhard, dell’Austria: De Benedetti e Berlusconi non hanno figli che leggono Montaigne.
Questa volta Bernhard vuole farci divertire, in questi suoi ultimi quattro racconti, ogni tanto mettendo il punto.
Quello che ci si sarebbe aspettato ne “I miei premi” – lo scrittore che il mondo maledice con la prosa torrentizia, è stato il più premiato, tanto da fare una raccolta delle sue autocelebrazioni. Qui lo fa, e sembra divertirsi anche lui, seppure con cattiveria. Il ragazzo di 42 non sa più se con la famiglia si accusa “di mendacio oppure di veridicità”. È  difficile: è “un’immensa famiglia filosofica francese allargata a qualche singolo nipote tedesco o italiano di ambo i sessi”.
Nel racconto del titolo sbeffeggia Wittgenstein, di sui si può dire specialista – e Heidegger, senza nominarlo, con i –ci e i –la. Fra i famigli di Goethe che se ne litigano la confidenza, Eckermann, Riemer, Kräuter, “le donne”. Ce n’è anche per Goethe, che non “muore”, stirbt, avverte Elisabetta Dell’Anna Ciancia, la traduttrice, ma schtirbt, smuore. Professandosi, supremo delirio, “il paralizzatore della letteratura tedesca”, non l’animatore, per duecento anni. Goethe cioè il padre, il castratore.
Si ride ancora con i genitori sadici che impongono ai figli la montagna, all’alba, in cima alla quale lei suona la cetra e lui dipinge paesaggi da madonnaro - anche se il racconto, “Un incontro”, è già vecchio dopo trent’anni, noiosamente iterativo. Nell’ultimo racconto, “Andata a fuoco”, il terribile austriaco fa la macchietta di se stesso, sempre inguaribilmente cattivissimo – manda a fuoco la sua patria, in sogno, da sveglio: uno che sta bene, fra tutti i mondi conosciuti della terra, soltanto a Rotterdam, dove com’è noto c’è solo il porto, non Erasmo per esempio.
Thomas Bernhard, Goethe muore, Adelphi, pp. 111 € 11

Letture - 126

letterautore

Avanguardie – Sono desuete – usano ancora nelle arti perché fanno mercato. Come fatto letterario, critico E anche come fatto proprio: lo erano già al tempo dell’ultima avanguardia italiana, il Gruppo ’63. Di cui non si fa un bilancio nel cinquantennale, benché sia l’ultima avanguardia storica -  contrariamente alle altre che l’hanno preceduta, fino alla guerra, materie di ampie esercitazioni. Marco Filoni evoca il Gruppo brillante sul “Venerdì” ma come fenomeno giornalistico. Né gli stessi protagonisti superstiti, Balestrini, Arbasino, Eco, se ne fanno vanto: non ci sono reduci, non ci fu eroismo?
L’argomento è sempre lo stesso, anche se non si applica alle altre avanguardie: c’è ottima letteratura, forse migliore, fuori. È così, se si guarda al prodotto, il secondo Novecento italiano è migliore tra chi restò fuori del gruppo o ne fu deriso, Pasolini, Bassani, Calvino, perfino Cassola, e i tanti altri che non entrarono con esso in competizione e nemmeno in contatto (i poeti laureati e Sciascia, Soldati), o allora per farsene scudo e beffa insieme (Berto, Parise, i veneti in genere). Del Gruppo ’63 “rimangono” Eco e Arbasino, che però già c’erano per i fatti loro e ne hanno solo spartito il lato conviviale.
Una funzione tuttavia il Gruppo l’ha sicuramente avuta. Anzi due: una fu d’imporre la letteratura, la ricerca della letteratura, nella Nuova Italia del boom - prima che venisse addomesticata: di forme lessicali, sintattiche, espressive. L’altra è come dice Arbasino scanzonato: “Nessuno badò a quel tempo a sfruttare commercialmente le strutture librarie con rievocazioni consumistiche di eccidi e stragi, malattie e agonie di congiunti, corpi di intellettuali in crisi, antiche ricette casarecce…”. Ogni tanto si vuole poter essere liberi e scanzonati, cioè seri..

Don Giovanni – Il “Don Giovanni di Mozart-Da Ponte è in tutto uguale al “Don Giovanni di Gazzaniga-Bertati. Rappresentato a Venezia alcuni mesi prima, nello stesso anno 1787. Eccetto che per la musica naturalmente, e qualche verso – la drammaturgia è identica.
Non c’è plagio in musica.

Italiano – Saba, “Scorciatoie”, p. 62 : “Italo Svevo poteva scrivere bene in tedesco, preferì scrivere male in italiano. Fu l’ultimo omaggio al fascino assimilatore della “vecchia” cultura italiana”.

“Di veramente originale e italiano v’è ben poco in Italia”, terra di passaggio e di conquista. Era l’avviso di Corrado Alvaro nel 1923, “Dello spirito nazionale” (ora in “Scritti dispersi”, 53-54). ,  E “quel poco che resta a noi di veramente italiano è destinato a essere valutato solo dagli stranieri”.
Troppo complicato (ricco?) voleva dire lo scrittore calabrese, che aveva molto uso di mondo, di viaggi. Due anni dopo, “Caratteri”, spiegherà (in “Scritti dispersi”, 124-15): “V’è chi fa dell’italiano l’uso più svagato del mondo, cieco e sordo”. E invece è pieno di cose, sia la lingua che l’uomo: “Straordinarie sono le sue capacità di mimetismo”. Per quanto povero, “la sua mente è piena di cose spettacolari intraviste nell’infanzia, sapute nei racconti, guardate nell’aspetto delle vecchia strade e delle vecchie piazze”.
Ancora quattro anni e si preciserà, “L’Italia e l’inquietudine del mondo moderno” (“Scritti dispersi”, 210-224): “Quando si parla di prepotenza italiana, leggete individualismo italiano
“In nessun paese come in Italia esiste una turba così innumerevole di dilettanti letterati, e in genere di artisti, accanto a quelli autentici”.
Anche l’operaio sognerà sempre la bottega “«dove sarà apdrone lui»”.
“Le origini dell’individualismo italiano sono nella provincia”.
“Il problema della vita italiana è nella insofferenza italiana a sentirsi numero”.

Joyce È il poeta di Dublino, la città nella quale non volle mai tornare, pur vagando per mezza Europa. Nell’“Ulisse”, nei racconti, nelle poesiole, in tanti articoli.

Prefazione – Anche Borges come Kierkegaard, ne è specialista, solo che le chiama prologhi. Ne scrisse per ogni suo libro. E ne compilato un libro, “Prologhi”, con un prologo. Si direbbe una diminuzione, spiegare (narrare) il già più ampiamente spiegato (narrato). Ma è utile per attualizzare il già detto.

A corto di idee, Nietzsche copiò da Kierkegaard quella delle prefazioni. Entrambi poi copierà Carlo Dossi, ma il genere è parigino: per scongiurare il silenzio, l’autore intona l’opera all’attualità. Se il libro è su Romeo e Giulietta e quando esce c’è la guerra, la prefazione dirà che l’amore vince la guerra. Se invece il libro cade in un’epoca di lussuria le possibilità sono infinite, sia per Giulietta che per Romeo. “Gli scrittori fanno la loro comparsa in letteratura in modo vario; con prefazione o senza”, osserva Sklovskij, “Il punteggio di Amburgo”: “Gli scrittori con prefazione, di regola, non hanno vita lunga”. Muoiono cioè giovani, poveretti - e gli scrittori senza prefazione?
Ma non cambia tutto se le circostanze fanno l’opera?

Nei testi del Bellori, quindi nel Seicento, l’avvertenza dell’autore è detta protesta.

Rasta – Prima che derivato da Ras Tafari, per la capigliatura arricciolata, è stato in uso in francese , in Colette per esempio e in Queneau, per rastacouère: uno che si veste vistosamente, un arricchito.
In origine forse sudamericano: rastracuero, uno che si riempie di cuoi.

Specchio – Si è moltiplicato ultimamente in una con la cecità crescente, simbolica, o dell’indifferenza al mondo. Borges, che ne è il maggiore specialista, lo lega alla cecità: per chi diventa cieco dopo aver visto, lo specchio è obbligato. Anche lo specchio doppio, che introduce nel  gioco il labirinto, la moltiplicazione dell’immagine all’infinito.

Vino – Nei quadri fiamminghi c’è sempre il vino i tavola o nelle coppe in segno di reale accordo. Per un matrimonio concordato, una vendita, un acquisto, una promessa. Perché è scuro e fa contrasto, ma c’è anche il vino bianco, spumeggiante – come nella pittura francese dei luoghi di piacere naturalmente, specie dopo l’impressionismo.

letterautore@antiit.eu 

venerdì 1 febbraio 2013

I dolori della giovane Susanna

Inaugurò il genere agonie, e deiezioni: cinque racconti di morte, sangue, sperma, vomito, orchi, sfruttamento, abbandoni, persecuzioni. Fellini, dice Tamaro, ci ritrovava le emozioni di Dickens. Ma allora senza luce. Riproposti oggi, a quasi un quarto di secolo, non sono invecchiati, ma nel senso che hanno aperto un filone, il disgraziere. Si prenda “Un’infanzia”: è solo cinquanta pagine ma è interminabile - più monomaniacale degli altri, un bignami del Krafft-Ebing. Anche a costo di errori di fatto: bambini che s’improsano a otto anni (gli si rizza?). E di credibilità, se non di etica: le infermiere sono puttane di chiunque e soprattutto dei medici, e i medici, ospedalieri, sono ubriaconi e maneschi (e come fanno la mattina in ospedale?).“Per voce sola” invece (“I dolori della nonna”) è meglio costruito – la prova generale di “Va’ dove ti porta il cuore”?
Nella nota a questa riedizione, in una collezione a lei dedicata, la scrittrice più amata dai lettori lamenta lo scarso favore critico. Non è un caso unico – Baricco se ne è lamentato, Ammaniti potrebbe, che la seguono nelle vendite. Ma qui si capisce perché. Sono racconti puntati sul dolore, fisico (salute, benessere) e morale (sfruttamento, abbandoni, solitudine, violenza), degli indifesi, per età (bambini, vecchi), genere (donne), condizione (lavoro, bisogno). Un po’ come “I dolori del giovane Werther”, che allora mandarono i giovani al suicidio. Forse perché allora la letteratura era (considerata) una cosa seria – perlomeno in Germania. Un dolorismo che evidentemente è anche nelle corde di questa Italia – è la cifra per esempio della Rai, di cui la scrittrice è stata regista. Ma più nel solco di Mastriani, “La muta di Portici” – anche di “Incompreso”.
Susanna Tamaro, Per voce sola, Bompiani, pp. 191 € 9

Secondi pensieri - 132

zeulig

Dio - È “involontario”, direbbe Simone Weil – viene con la grazia. L’uomo che se ne appropria, sia pure in forma di ricerca, lo fa per orgoglio: si appoggia su se stesso, si pavoneggia, finisce per prendere il posto che credeva di riservare a Dio.
Per sant’Agostino chi cerca Dio l’ha già trovato. È anche comprensibile che sia così, e dunque è il problema è come sopra: perché evocarlo.

Donna - La donna è il desiderio dell’uomo. Per questo ella può atteggiarsi. Sarebbe altrimenti un ammasso di carne, come ogni altro essere meno concupito.
La cosa non è senza profondità – benché al di là del povero Freud, e del potere del maschio: per il maschio stesso, per la donna naturalmente, e per il genere umano. Giacché il giorno in cui non ci fosse più desiderio, giorno oggi configurabile, l’umanità si fermerebbe. In tre mosse. Dapprima si riduce la fertilità e la procreazione: uomini e donne, singolarmente, separatamente, acquisiscono figli da centri specializzati, con tasso di riproduzione che per essere artificiale e tendente allo zero è una festa solo per la regolazione delle nascite. Quindi, nel quadro della freudiana autorealizzazione, la stessa filiazione, benché limitata e artificiale, perde ogni richiamo e anzi è ostile. Infine, si arriverà a una riproduzione forzata per il mercato o benessere: per il lavoro, la crescita economica, e la previdenza (il meccanismo oggi in uso, per cui ci vuole nuovo lavoro, il lavoro dei giovani, per pagare le pensioni ai vecchi). Già oggi la merce umana è molto apprezzata nei mercati clandestini, e  non per la prostituzione o il traffico di organi ma proprio in quanto produttiva di reddito attraverso il lavoro (cinesi e asiatici in genere).
Ma allora sarà una nuova storia. La fine propriamente della storia, anche – l’attesa fine della storia, eccola qua.

Il femminismo non ha liberato, ha cancellato. La donna non ha migliorato la condizione reale-legale, professionale, se non di quel tanto che è nello spirito dei tempi. Alla maniera come l’aveva liberata il sovietismo, che la introdusse ai lavori pesanti stradali senza tirarla fuori dalla chiesa. Mentre ha perduto le connotazioni ideali. Le ha perdute volontariamente, e questo è il peggiore arretramento: semplificatore. E si direbbe masochistico, ma è vendicativo.
La differenza sostanziale introdotta dal femminismo è una diversa percezione del rapporto uomo-donna. L’uomo vede la donna come un oggetto, sessuale, estetico, affettivo, riproduttivo. La donna vede l’uomo impersonalmente, in una sorta di metafisica, quasi isolato, “un corpo a sé stante”. L’incontro è di destini, tanto più arduo quanto più distinto.
Le donne stavano in un empireo. Questo ne faceva la preziosità (differenza). E fa catastrofica la discesa.

C’è, nel rapporto uomo-donna, il rifiuto dell’uomo. Nella menopausa, o in circostanze particolari. Una forma di stanchezza, che si traduce in modi e fatti autopunitivi. Per complessi di colpa o tendenze depressive che solitamente vengono addebitate all’uomo. A una sua insensibilità o a colpe specifiche, ancorché non esplicite. Ma non c’è il rifiuto della donna da parte dell’uomo. A nessuna età o condizione di salute, in nessuna circostanza.

Ironia – Non ha buona filosofia. Forse per non averla avuta in antico, quando stava per simulazione e dissimulazione. Al meglio era “ironia tragica”, quando un personaggio ignaro anticipava la catastrofe incombente. La più nota è quella di Socrate, che Platone fa appunto fingersi ignorante. Un “fingitore” direbbe Pessoa, uno che sfotteva l’umanità – senza nemmeno ricoprirsi, con la compassione. Shaftesbury la ripropone, ma contro l’ “entusiasmo”, contro il fanatismo religioso e politico cioè, dopo la stagione hobbesiana della guerra civile, di tutti contro tutti (“Lettera sull’entusiasmo”). Come spirito del paradosso F.Schlegel la dirà specifica della filosofia, ma non ne fa l’applicazione, anzi, e non dice come. La cosa si fermerà a Kierkegaard, alla critica del distacco romantico della realtà, da mondo. Che non va bene con l’impegno del buon cristiano, impegnato nel mondo e compassionevole. Ma è la trama della Grande Letteratura del Novecento, del disincantato Musil e dell’iperattivista ipernazionalista Thomas Mann  (“l’ironia come modestia, come scetticismo volto all’indietro, è una forma della morale, è etica personale, è «politica interna»”, la dice nell’“Impolitico”). E anche – forse contro le intenzioni, segretamente – di Proust e Joyce. Della Grande Letteratura europea. Non americana. Non latina. Non asiatica. Si accompagna alla decadenza?

Morte – Platone, nelle “Lettere”, la dice irrilevante:  la morte non riguarda i vivi, né coloro che sono morti. La sofistica non nasce da NN.
Spinoza lo ridice, “Etica”, parte IV, prop. 67, ma non si prende in giro: “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte; e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita”.

Storia – Raffaele Nigro ha, nella “lettera di Natale”, un apologo che chiude il collettaneo “Natale mediterraneo”, “la Storia che uccide le storie”. Questo non è già più vero, con la microstoria, la storia di genere, la testimonianza, e gli archivi dell’oralità e dei ricordi. Ma Nigro la attribuisce a Michaelstaedter. Che “odiava Hegel”, scrive”, “Fichte e Schelling, forse odiava Croce e tutti coloro che avevano visto le ragioni della storia acquattate sul destino dell’individuo”. Anche questo non è vero: Michaelstaedter dice la storia “una bella cosa”. Che a lui piace: “Oh, la poesia e la letteratura sono state la mia passione. Anche la storia!” Non amava la storia trionfante, ma quella è un’altra cosa.
Ciò che Nigro sottintende nella lettera (attribuisce a Michaelstaedter) è il rifiuto della Storia come se fosse una colpa della storia. Come se la Storia cancellasse gli individui, mentre può darsi solo l’opposto che un individuo (tutti gli individui nel caso di Nigro, i “meridionali”) cancelli la Storia. Facendosene magari vittima, mentre la Storia non è mai agente, è un insieme di coordinate. È un’arte retorica.

zeulig@antiit.eu

giovedì 31 gennaio 2013

Nietzsche positivista

La religione nasce dal “pensiero impuro”. Per “errori di giudizio”. In popolazioni “a stadi inferiori di civilizzazione” e “nelle classi popolari meno istruite delle nazioni civilizzate”. È falso ma è ben detto. È infatti Nietzsche, anche se sembra Dühring - o Odifreddi.
Il rito è il nucleo della religione, su cui il culto si sviluppa, con l’epos, il mito, la teologia – tutto così impoverito? La religione s’insinua nei poveri di spirito per una serie di errori, cinque: superficialità (faciloneria, credulità), il post hoc ergo propter hoc, cioè la causalità degli sciocchi, l’impressionabilità (memoria selettiva), l’analogia volgare, l’oziosità. Che concludono a una facile “trasfigurazione della natura” in incantesimi e magie - l’animismo. La cui formazione Nietzsche individua e segue passo passo: la tomba (il culto dei morti), il pegno (la materia dell’altro), la purificazione (il rito originario), l’imitazione. Ma non è tutto qui, e non è senza interesse.
C’è molto anche di solido in questo scritto, seppure compilativo, per l’insegnamento. Nietzsche è abbastanza positivista da vedere che non c’è Grecia senza culti: il genio greco si manifesta nella religione, attraverso l’epos esorcizzando la magia e la superstizione. E il carattere tribale – contadino e urbano - della religione dei greci. Che si perpetua per conquista, emigrazione, convenienza politica. Di una religione che oggi diremmo di Stato: “Non v’era alcun obbligo di fede, nessun obbligo di frequentazione dei templi, nessuna ortodossia, si tollerava ogni sorta di opinione sugli dei; solo al culto non bisognava mettere mano”. Non solo: “Lo Stato aveva nelle mani la riserva di diritto sacro”, delle consacrazioni, di templi e sacerdoti, delle dismissioni, delle delocalizzazioni. Con “diversi gradi di santità” a seconda dei luoghi: templi, santuari, tombe.
Nietzsche conclude dunque l’insegnamento di filologia classica a Basilea (oggi diremmo di latino e greco), all’università e al ginnasio, dieci anni, da ultimo con pochi allievi, con una pausa positivista. Da filologo tramutandosi in etnologo e antropologo. Non senza residue civetterie filologiche: qui il non  trascurabile annus <> annulus, il tempo circolare. Ma con una scrittura già perfetta: sobria, netta, marciante. Forse più seducente dell’aforistica per cui sarà famoso, che è apodittica quanto imprecisa, implica più che dire, e può suscitare riserve come adesioni.
O questo positivismo non è il suo vero inizio? Si trascura la lettura di Comte nel secondo Ottocento, che Nietzsche mostra di aver “conosciuto” meglio di Kant. In Burckhardt l’ascendenza è manifesta e Nietzsche faceva a Basilea tutto quello che faceva Burckhardt, anche se lo storico non lo volle tra i suoi uditori (Manfred Posani Löwenstein lega infine correttamente nella postfazione il Nietzsche di Basilea a Burckhardt).
Nietzsche positivista è contemporaneo del primo Nietzsche aforista, “Umano, tropo umano”. Non molto dopo la dionisiaco-wagneriana “Nascita della tragedia”. Comune ai due inizi - e sempre al fondo - è l’invidia germanica per la Grecia (e ancora per la latinità: senza l’astio, che poi sarà della Germania novecentesca). Qui per gli “Elleni celebratori di feste”, con tutti i loro “errori”. Con un notevole esito, per un lavoro di repertorio e “giovanile” (e anch’esso di natura positivista): l’anticipazione della “crisi della storia greca” (Momigliano) autoctona. Le tracce sono “evidenti” al giovane professore delle radici semitiche trace e frigie della cultura greca – forse vissuto ancora qualche decennio, avrebbe Nietzsche scoperto anche l’Africa?
Friedrich Nietzsche, Il servizio divino dei greci, Adelphi, pp. 287 € 18

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (160)

Giuseppe Leuzzi

“ I Tarentini avevano più giornate di festa che di lavoro”, ricorda Nietzsche nel “Servizio divino dei Greci”.

A Bari e Napoli sono i giudici maschi ad avere un’amica giornalista. A Milano invece i giornalisti sono maschi e il giudice femmina. Anche questo è Nord e Sud?

Il “genio italìco “ (poi si sarebbe detto magno-greco) Nietzsche individua nel 1876 a Basilea, nelle lezioni sul “Servizio divino dei Greci”, in una “matematica fantasia costruttiva” – seppure “pedante e giuridica”. Chi l’avrebbe detto. Si è poi perduta? In Italia?

L’odio-di-sé
Gli scacchi hanno la “difesa siciliana”. I manuali la dicono una delle “aperture di gioco semiaperto”. Siciliana solo perché descritta per la prima volta, se non inventata, da Pietro Carrera nel 1617, che era siciliano. E per questo così battezzata dallo scacchista inglese Jacob Sarratt ai primi dell’Ottocento – la parola allora non era negativa.
Don Pietro Carrera, sacerdote, fu un prolifico falsario secondo Salvatore Nigro, “Dizionario Biografico degli Italiani”. Ma non se ne ricordano falsi d’importanza. Mentre è centrale alla storia degli scacchi, come giocatore, per la “difesa”, e per una scacchiera 8 X 10, che sarà poi riproposta da più famosi scacchisti, Bird e Capablanca.
Per Salvatore Nigro, autore di una biografia spregiativa dall’inizio alla fine, il paese, la famiglia, i maggiorenti, etc., Carrera è l’autore “di una serie di interessati «falsi», ai quali deve la sua fama assai discussa”. Ma non dice quali. La biografia di Nigro merita una lettura:
Tutto vi è malvagio e sciocco: anche stampare libri piuttosto che stuprare vergini, seppure da innominati. Che senso ha fare la storia di un personaggio, un’epoca e dei luoghi per i quali si professa, senza altro, disistima. Che senso ha tanta arroganza?

Orazio Niceforo su “Oggi” spiega apodittico che i voti alti alla maturità in Calabria e in Puglia sono rubati. Spiega anche un suo schema di “griglie” multiple per sanare lo scandalo. Da vero burocrate. Meridionale – Cognomix censisce, su 87 Niceforo in Italia, 26 in Calabria, 18 in Sicilia e 11 in Campania?
“Gli studenti del Nord avrebbero tutto da guadagnare da una riforma di questo tipo”, conclude Niceforo. Che si professa consulente del ministero, di tutti i ministri, e professore all’università Roma Tre. Non gli studi e la scuola ne profitterebbero, gli “studenti del Nord”. In effetti, se è meridionale, Niceforo potrebbe avere ragione: chi gli ha dato il diploma?
Il fatto, com’è noto, non va visto in termini percentuali, in rapporto alla popolazione scolastica, ma in assoluto: il numero delle eccellenze è generazionale e irrelato alla demografia. Se si correla a qualcosa, è ai modelli culturali – familiari e sociali – e alle opportunità (magari in Calabria non ce ne sono molte, a parte lo studio).

Mafia e antimafia
Tomas Tranströmer, il poeta svedese Nobel 2011, psicologo di professione, ha nella breve autobiografia, “I ricordi mi guardano”, l’arte di non opporre resistenza ai prepotenti come il mezzo migliore per disarmarli. Ma non funziona: i mafiosi sono bestie.

È avvilente, prima che indecoroso, lo spettacolo che si ripete di allineare i morti in Sicilia ognuno a proprio piccolo vantaggio, di carriera, di promozione, di brand, di “chiara fama”. Pazienza i figli, ma i fratelli, le sorelle, i nipoti, i colleghi, gli amici, e gli amici degli amici con i parenti dei parenti. È la Sicilia, che allinea il meglio e il peggio di tutto. Ma con un limite: nelle querelles  di chi se ne avvantaggi si trascura la mafia. Da troppi anni ormai. Questo è perfino illegale, ma a chi dirlo?
I limiti in realtà sarebbero due, e il secondo è peggio, molto, del primo. L’uso dei morti assassinati, giudici, politici, giornalisti, per dare legnate a questo e a quello. I giudici si distinguono in questa campagna elettorale nell’immonda profanazione, Ingroia, Boccassini e i tanti minori. Ma peggio sono i parenti: sfruttare i morti è i principio della mafia, della violenza.

Si processano in Sicilia molti giudici tra di loro, a Caltanissetta per Palermo, a Catania per Caltanissetta e Messina. E alcuni politici, praticamente tutti i politici siciliani. Ma non si processano più mafiosi.

Sicilia
Paul Klee viaggiava molto alla maniera di Goethe, per formazione. Più spesso che altrove in Italia. Dovunque “dipingeva” lo spirito del luogo, città o campagne, con segni astratti – di colori, di forme. In Sicilia non ci riusciva, i colori gli imponevano delle forme concrete.

Lampedusa dice del suo alter ego Salina (“Gattopardo”, 223): “«Non c’è che l’acqua a essere davvero buona», pensò da autentico siciliano”.

Stefano D’Arrigo si dice a Messina, ventenne o poco più, scrivendo la “Lettera come memoria a Michele”, amico di Udine (ora in “Il Licantropo  altre prose inedite”), “uno di quaggiù, che ci consumiamo di sentimenti”.
Messina è mentre scrive “nella nebbiolina del mattino”, ma non spersa: “Qua sono i moli con le merci, zolfo, pomice, agrumi, qua la Passeggiata con le palme da datteri”. Erano gli anni 1950. Qualche traccia ce n’era ancora negli anni 1960. Ora è tutto sparito. Anche le palme.

L’orecchio di Dionisio a Siracusa dà un’idea grandiosa del segreto, cavernosa. E insieme molle, stagnante.
Un monumento molto siciliano alla tirannide, su una caverna vuota.

Sychelios  è a Creta lo tsipouro, la grappa. La grappa è dunque siciliana? È grappa di fichi: la Sicilia è il paese dei fichi, si dimentica.

Secondo Graves, nel corso della “Gigantomachia”, la lotta tra i nuovi e i vecchi dei, Atena scaglia un gran masso contro Encelado, che, appiattendosi, forma la Sicilia. È qui l’origine della piattezza, che da qualche tempo la Sicilia sembra avere interiorizzato: nell’irrilevanza, il pettegolio, il lamento, la nessuna considerazione di sé? Per il senso di colpa che potrebbe avere interiorizzato: ogni siciliano ormai si ritiene un po’ mafioso.

Platone nelle “Lettere” si dice infine siciliano. Dopo aver detto dei siciliani: “Sono come le vespe”.

La Sicilia può essere faticosa, la tradizione spossa. Quando c’è il culto della tradizione, cosa può venirne di buono, e di cattivo? Quando si è vissuto troppe volte, nell’Ottocento coi Piemontesi, nel Settecento coi Sardi (che erano piemontesi) e con gli Spagnoli, come nel Seicento e nel Cinquecento, nel Quattrocento coi Catalani, e prima con i Francesi, i Normanni, gli Arabi, i Bizantini, i Romani, i Greci, resta il manierismo stinto dei maestri di scuola media.
Vengono lampi dagli occhi vivaci, predoni, che sanno come va il mondo, ma si fanno vedere e non vedere.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 30 gennaio 2013

L’Italia di Lotito

Imbarazzante: l’arbitro Banti, il migliore d’Italia, che sorvola su maglie tirate e tackle da dietro, da punire per regolamento con ammonizione. Falli quasi sempre tattici, per interrompere le ripartenze. Ma l’arbitro è imperturbabile – nemmeno incerto, già deciso. Salvo fare la faccia feroce verso l’incauto che protesta.
Lazio-Juventus, visibile in chiaro, è stata un’esibizione di potenza di questo Banti a favore di Lotito, che tutti vedessero. E uno non si raccapezza. Chi è Lotito?
Anche Atalanta-Milan è stata miserevole, con l’espulsione ridicola di Colantuono per intimorire la sua squadrai. Da parte di un arbitro Gervasoni. Parente dell’intrallazzatore? C’è da pensarle tutte, è comunque una cordata del malaffare. Anche Juventus-Genoa il giorno prima, che pena! Con l’arbitricchio tanto “venduto” quanto incapace.
Naturalmente non è vero che Lotito domina il calcio, avendo imposto come nuovi i vecchi “amici” Abete e Beretta. Con Galliani e De Laurentiis al guinzaglio. Non può essere, l’Italia è moderna, è europea, sta nel mercato, eccetera. Ma è come se. Anche la Rai è allineata, pur sapendo che senza la Juventus la sua Coppa Italia perde tre quarti della audience. Anche la Juventus è allineata, che fa la faccia feroce per finta - avendo schierato la terza squadra per assecondare Lotito. Tutti “amici”, della “parrocchietta”.

L’imbroglio dell’acqua – Pugliese e non

Raddoppia il costo dell’acqua. Era inevitabile ed è avvenuto. L’Autorità di controllo subordina gli aumenti alla realizzazione degli investimenti, ma intanto entreranno in funzione dall’ aprile.
Il prezzo raddoppia senza investimenti né migliorie, solo perché i Comuni hanno bisogno di soldi. Era inevitabile dopo l’imbroglio del referendum. Un cinico sfruttamento della buonafede, Vendola in testa, dei più. Facendo appello al sentimentalismo del bene comune. Mentre si trattava soltanto di mantenere l‘acqua e gli acquedotti sotto la ferula degli amministratori locali, i sindaci e i presidenti di Regione. Il centro della corruzione della spesa pubblica superflua e incontenibile.
Vendola viene in primo piano non solo perché ha guidato l’imbroglio referendario. Ma perché il suo Acquedotto Pugliese è un monumento allo scandalo. Già dieci anni fa, quando voleva comprarselo l’Enel, “si perdeva” metà dell’acqua convogliata. Che la Puglia sottraeva alla Basilicata, a costo zero. Una rendita, che la Puglia si permetteva e si permette di sprecare, tanto le sue entrate aumentano sempre. In tutta l’Italia l’Autorità calcola una dispersione del 30 per cento.

Haiku nobeliari, senza l’anima

È una raccolta breve-lunga di haiku, l’ultima. Ma già vecchia, del 2004, Tranströmer non è prolifico. Un metro nelle corde della sua poesia, essenziale. Ma senza il lirismo che sottende l’originale forma giapponese, e il naturalismo, per quanto rattenuto.
Tranströmer, premio Nonino 2003, Nobel 2011, famoso come “poeta per traduttori”, e come il più tradotto al mondo, ben prima dei premi, è tradotto poco e tardi in Italia. Questo “Enigma” è una delle due sole raccolte disponibili. Non sorprendente, ne precisa l’ispirazione: più mistica che realistica, più trascendentale che panteistica, come la forma e la pratica originali vorrebbero, nel quadro della psicologia zen (Tranströmer è stato psicologo di professione).
Tomas Tranströmer, Il grande mistero, Crocetti, pp. 80 € 9,50

martedì 29 gennaio 2013

La storia si tradisce, e la memoria

Un libro polemico, militante anzi. Il primo dirottamento aereo? Lo fece Israele - a dicembre 1954 Dayan fece dirottare un aereo di linea siriano per “prendere ostaggi”, avrebbe detto, “da scambiare con i nostri prigionieri dei siriani”. Ebrei in Palestina prima di Israele? Sì, ma nelle città, non occupavano le terre. È contestato pure il terrorismo – il libro usci durante la prima Intifada, che fu senza kamikaze. Con un paio di parentesi distese. Said discute “Esodo e Rivoluzione” di M.Walzer per rilevarne un punto: l’Esodo come fonte del messianismo e millenarismo della storia ebraico-cristiana, dello spirito di conquista.
Un libro non tradotto, e dopo venticinque anni vecchio. Però a maggior ragione oggi che la guerra è quasi secolare, è vero il suo assunto: che la storia è artefatta in guerra. In un Giornata della Memoria l’artificio in agguato (revisionismo) è un forte richiamo.
Edward W. Said, Christopher Hitchens, a cura di, Bleming the Victims

Il mondo com'è (125)

astolfo

Costituzione – Intoccabile legislativamente, è stata modificata “materialmente”, dicono i giuristi, cioè di fatto: dalla prassi e nella giurisprudenza. Nel senso del presidenzialismo, del presidente della Repubblica, non eletto con votazione popolare. Della magistratura slegata da ogni codice, anche etico. Dei sindacati, nel senso dell’inadempienza – ma non dell’irrilevanza. Del decentramento: troppo e troppo poco, rispetto agli intendimento e al quadro costituzionale.
Modificata da una maggioranza da sempre anticostituzionale seppure legale: presidenza della Repubblica, Csm, Corte Costituzionale, Procure della Repubblica. Di “sinistra”, la stessa parte politica che la Costituzione dice intoccabile.

Facebook – Fiera delle vanità e anche mercato delle influenze? L’ex sindaco di Parma, Vignali, che ai suoi sostenitori chiedeva messaggi di sostegno, i giudici di Parma hanno arrestato – uno dei tanti mandati d’arresto – con questo capo d’accusa: il sostegno dichiarato su Facebook come mercato politico delle influenza.

Vignali è di destra e la cosa si spiega forse per altri versi, Facebook è un Ersatz  – “stiamo arrivando ai vertici”, ha detto ai giornali il procuratore Laguardia, e intende Berlusconi. L’arresto è servito a poter mettere su pagina le trascrizioni delle conversazioni di Vignali con l’addetto stampa. Insomma, la solita solfa politica, ma il fatto è degno di nota. Già al lancio di Facebook, tre anni fa , lo strumento risultava adulterato. Un sondaggio dell’“Espresso” tra i sui lettori, pubblicato il 21 maggio 2010, che incoronò Vendola uomo nuovo della sinistra, risultò adulterato dai concorrenti perdenti. Il senatore Adinolfi, Pd, rivelò truccate molte preferenze, nel senso che partivano da un solo computer, identificabile per il suo o stesso Ip, il codice “personale” di ogni computer. O da pochi computer, probabilmente, argomentava Adinolfi, un piccolo call center. Per Matteo Orfini, su 4.635 voti, 3.493 erano arrivati dallo stesso Ip. Per Matteo Renzi (8.373 voti), Giuseppe Civati (8.345) e Debora Serracchiani (7.627) due terzi dei voti risultavano arrivati da tre Ip – diversi per i tre candidati, è vero (ma uno era di Firenze, uno di Monza e la Serracchiani di Roma).

Islam – Il governo turco di Erdogan, Partito islamico moderato, paga i contributi sociali per ogni donna assunta al lavoro. Per gli uomini per due anni, fino ai 29 anni. Il governo italiano ci pensa, in teoria – è giusto un’idea del barlascio Berlusconi.

Responsabilità oggettiva – La giustizia sportiva la configura diversamente a seconda del soggetto, nel caso della Juventus e nel caso del Napoli, a pochi mesi di distanza, da parte della stessa Corte di giustizia del calcio, composta dagli stessi uomini. Quattro mesi fa, meno, Sandulli, Mastrandrea & co. condannavano l’allenatore della Juventus Conte a dieci mesi, gli stessi che poi hanno detto assolutamente non colpevoli il Napoli e i suoi calciatori, la “responsabilità oggettiva” e “l’omessa denuncia” asserendo non ascrivibili. Con abbondanti riferimenti alla Costituzione: l’art. 52 (v.) e l’art. 2.

La giustizia sportiva non è una cosa poco seria, come si sarebbe portati a credere. Decide i destini di migliaia di persone e muove interessi di miliardi. Ed è essa stessa, seppure in mano ai Sandulli jr., presidiati dai profeti del diritto made in Italy, del diritto d fatto: Borrelli, Capotosti, Mirabelli. Della “responsabilità oggettiva”, certamente incostituzionale, sono campioni dunque i profeti contemporanei del diritto made in Italy.
Con irritualità – chiamano irritualità i cronisti giudiziari i delitti dei giudici. Nei processi alla Fiat vent’anni fa si applicava a tutti i manager, ma non al’Avvocato Agnelli, anche se senza di lui nulla si muoveva alla Fiat. Con qualche dubbio su Umberto, ma mai sull’Avvocato. Dubbio peraltro che si riteneva insinuato da Romiti. In un caso arrivando – la vendetta di Umberto – arrivando fino allo stesso Romiti, ma per rientrare subito, dopo la deplorazione di Cuccia, del “Sole” e del “Corriere”.
Lo stesso per il Pci, i suoi segretari, politici e amministrativi. Che era invece il partito del centralismo democratico, con una gerarchia di tipo militare. Con dirigenti che si muovevano disinvoltamente sui conti svizzeri delle tangenti russe. Non denunciati, è vero, dalla Svizzera, perché la Russia ex sovietica era sempre il migliore cliente. Ma derubricati subito dallo stesso Borrelli a impiegati di concetto.
Questa è una novità totale nel diritto:  abbiamo avuto in Mani Pulite impiegati di concetto con piena firma, anzi perfino con delega sui conti cifrati in Svizzera. Oggettivamente era invece colpevole di tutto Craxi. La responsabilità oggettiva made in Italy è dunque elastica. Sarà stata la maggiore innovazione di Borrelli, Capotosti, Mirabelli.

Usa – Si possono dire copia conforme dell’antico impero romano: campidogli, Legge, Senato, nazione. Non per caso: la Costituzione vi fu modellata. Dopo un periodo analogamente “romano”, l’emigrazione e il popolamento del semicontinente, sotto il blando legame coloniale, potendosi assimilare all’età repubblicana di Roma, l’età di formazione - le virtù repubblicane vi si condensarono: l’estremo individualismo e il senso della nazione, l’elettività di ogni carica, la verità come metro e coagulante sociale. Anche la storia in certo modo ne rifanno: le grandi battaglie consolari che sono le primarie, la guerra civile, John Brown ,lo Spartaco nero, gli assassinii degli “imperatori”, l’indifferenza religiosa.

Lo scarso senso individuale della vita: si muore senza scandalo. In guerra e in pace.

La verità vi è assoluta. Per l’individuo (coppia, carriera) come per la società (giustizia). Il senso del diritto è tutto, che a un europeo suona ridicolo, in un paese dove l’uso delle armi è libero e il numero dei reati di sangue proporzionalmente il più alto al mondo. Il ridicolo l’europeo rovescia sugli Usa già alla frontiera, dove la polizia gli pone quesiti scritti del tipo: “Hai mai rubato?”“Sei una prostituta?” La cui ragione invece è semplice: i reati di sangue sono statali, si può uccidere in uno stato che ha la pena di morte e salvarsi a New York che non ce l’ha, mentre il falso è reato federale, e basta per il carcere ovunque.

Da un secolo ormai, dalla guerra alla Spagna, gli Usa fanno guerre non per rivendicazioni territoriali, o per occupare giacimenti e miniere, o procurarsi schiavi, ma per un’idea del mondo.
Da uniformare secondo le proprie regole. Un imperialismo nudo e crudo.
Hanno indigato la violenza dell’America Latina, forse per sempre, indirizzandone le “vene aperte” verso attività costruttivi, in Brasile, in Colombia, in Perù. Per modernizzare il mondo arabo, mezzo secolo gli hanno imposto i generali, ora vogliono dei regimi eletti. Hanno reso la Russia a se stessa – forse non volendo. Hanno aperto la remota e segregata Cina, di nuovo, ma senza l’oppio e senza le cannoniere.

È il senso forte del diritto che permea l’impero americano. In capo ai senati, i campidogli, le cariche elettive e la cittadinanza che fecero grande Roma, contro la “terra e sangue”, che ha perduto l’Europa. Gli Usa sono il più civile, ordinato, irresistibile impero dopo i romani, che anch’essi erano avvocati e avevano a casa una repubblica. L’America ci sarà arrivata coi campidogli e i Cincinnati sparsi per il paese, per il potere pedagogico dei monumenti. Kissinger è un discreto Cicerone, benché non abbia oratoria, Kennedy un piccolo Cesare. Nixon uno dei tribuni che venivano immolati alla pubblica virtù.
Ma di un diritto anteriore al diritto dei popoli, di natura semiprivatistica: il diritto è essere americano. Jefferson, scrivendo la vita di Gesù, espunse tutto ciò che non gli corrispondeva, non corrispondeva al vero Gesù.

astolfo@antiit.eu

Fisco, appalti, abusi – 24

La Borsa pullula di titoli vuoti. I tre del calcio. La dozzina delle energie alternative, che capitalizzano solo aiuti di Stato. I titoli immobiliari “scatole vuote”, con patrimonio zero o nullo, quali Aedes, Prelios. I tanti titoli con un flottante inferiore al 35 per cento, Rcs, Acea tra le altre. Una Telecom IT Media – con tre titoli – che registra perdite costanti, di 70-80 milioni. Si direbbe la Borsa dei buchi – dei trucchi?

L’adeguamento biennale delle sanzioni pecuniarie (multe stradali e affini) al tasso d’inflazione è stato sancito dal ministero della Giustizia al 5,4 per cento. L’adeguamento dei salari e delle pensioni è stato nei due anni del 3,4 per cento..

È più vuoto che pieno il portafoglio energie rinnovabili delle banche. Di mutui e prestiti concessi a scatole vuote o sigle: crediti su collaterali consistenti nella “promessa” di fondi pubblici.. La Vigilanza della Banca d’Italia ne ha rintracciati almeno duecento. Tutte le migliori banche vi hanno largheggiato. È il potere dell’opinione pubblica prevalente? O degli storni?

Si vada in una qualsiasi sede provinciale dell’Arpat, l’Azienda per l’ambente della Toscana. A Massa, a Livorno, a Lucca: sede sempre signorile, villa a tre piani con ampio giardino, ma non c’è mai nessuno. Provare per credere. Tutti fuori in missione? No, architetti e ingeneri al secondo lavoro – al primo cioè.

Non c’è multa di vigile urbano, se donna, inferiore agli 81 euro. Queste donne li guadagnano così facilmente, 81 euro?

Sappiamo che il termine per la notifica delle multe stradali è stato ridotto da 150 a 90 giorni, da cinque a tre mesi. Non è vero, i 90 giorni ora decorrono non dalla data dell’infrazione, ma da quella dell’identificazione dei soggetti dell’infrazione. Che è nella discrezione del multatore: la legge ha reso indiscriminato l’arbitrio.

Antonveneta - il conto dopo il voto

Come può sperare Monti di fare il governo dopo le elezioni se il suo successo massimo sarà quello che gli predicono i sondaggi, il 14-15 per cento? Semplice, costringendo il Pd a candidarlo. E come? Con la questione Antonveneta. Ma senza scandalo.
Non c’è nessuna condanna in arrivo, forse neppure un’incriminazione, poiché tutto fu fatto ovviamente secondo le regole. E se ci sono stati sfioramenti (tangenti, personali e politiche) è troppo tardi per rintracciarli. Ma un secondo atto nella vicenda Mps ci sarà.
Sarà sull’affare Antonveneta, e si giocherà sull’imputazione ai Ds di essersi voluto costruire la grande banca. “Quello che avevano tentato con Unipol lo hanno realizzato col Monte dei Paschi”, si sente dire, che poi non si dice, non pubblicamente, non politicamente. Per questo ci sono state condanne penali.
È un argomento di riserva? Viene dagli ex Popolari, anche non montiani. Un argomento, si dice, che dopo le elezioni costringerà Bersani a far fare il governo a Monti.

lunedì 28 gennaio 2013

Antonveneta - l’affare sporco di Rotschild Italia

Il Monte dei Paschi ha comprato Antonveneta a scatola chiusa, non sapeva cosa c’era dentro.
Alessandro Daffina, capo della banca Rothschild Italia, lo dice senza scandalo a Federico De Rosa sul “Corriere della sera”, e la cosa è già indicativa dell’etica negli affari. Il Banco Santander, che vendeva Antonveneta, non ne aveva ancora il controllo, non aveva accesso alla contabilità della banca, Mps comprò a scatola chiusa: “Santander “non aveva ancora il pieno controllo di Antonveneta e non poteva consentire una due diligence a favore dell’acquirente. Nemmeno loro l’avevano fatta”.
Non è il solo motivo criminale – non perseguito. Rothschild Italia è la banca che ha gestito l’acquisto di Antonveneta per conto di Abn Amro. Con una campagna mediatica che ha portato alla cancellazione di ogni potere – la moral suasion - della Banca d’Italia, con l’incriminazione e la condanna del governatore Fazio che si opponeva. Rothschild portò Abn Amro a pagare Antonveneta 7,5 miliardi. Che dopo un anno i raider di Abn Amro, le fallimentari Rbs e Fortis col Santander, valutarono 6 miliardi. E dopo un mese, meno, la stessa Rothschild fu in grado di appioppare a Mps per “circa 9 miliardi”. Daffina è onnipotente?

Juve & Co., amici degli amici e vaselina

Abete, Beretta, Lotito. Con Galliani papale, e De Laurentiis con Pulvirenti allo strascico. Una cordata di amici e amici degli amici, e aggiustamenti. Impensabile nello sport, e nella fattispecie nel calcio, che invece vive – vivrebbe – di gesti atletici, netti, ma bisogna arrendersi: lo sport è dei maneggioni.
Impensabile nel 2013, dopo tanti scandali. E scandali nello scandal, la famosa “giustizia di Abete”: Palazzi, Artico, Sandulli – Sandulli figlio, il loro diritto è dinastico. Non fosse che i nemici dei magnaccioni, Agnelli jr., Moratti, Della Valle, sono della stessa pasta: vaselina e piccoli poteri. Amici degli amici che si lisciano ma non s’improsano, troppo garbati. La consegna per ora è di ammonire quelli della Juventus e della Fiorentina – l’Inter si fa male da sé – poi qualcosa le due squadre vinceranno.
Resta da dire di Conte. Che forse non ha capito che lui è stato condannato. È l’unico allenatore mai condannato - gli amici degli amici ogni tanto qualcuno che si trova a passare se lo improsano. Dalla Figc della Juventus e dagli avvocati della Juventus. E ha voglia di essere simpatico: finché vince ok, ma poi sarà sempre l’allenatore che si è venduto la partita, gli amici degli amici hanno bisogno ogni tanto di un capro espiatorio – un caprone su cui buttare la loro sozzura.

La nemesi socialista sulla sinistra

Basta il Monte dei Paschi. O l’impegno a ridurre ogni anno il debito di 50 miliardi, di cui nessuno in campagna elettorale parla – solo Berlusconi. Un impegno montiano, “semplice semplice”, che impedirà qualsiasi azione di governo, di cui la sinistra forse non s’è neppure accorta. Sansonetti sfonda una porta spalancata: la sinistra inesistente, malgrado ultimamente tante belle ballerine, e qualche nano, è tema quasi trito. Senza argomenti, distratta. Unicamente attenta al posto, nelle Procure, nelle redazioni, e alle comparsate in tv. Senza sguardo e senza soffio. Periodicamente sconfitta da un Berlusconi – uno che in altro teatro politico farebbe il caratterista. Sansonetti ha il merito di riproporlo da dentro, con ritratti piccanti e aneddoti.
La sinistra di Sansonetti per la verità non è di destra: semplicemente non è. L’ultimo progetto risale a Craxi, che è innominabile. La sinistra che non c’è è la nemesi postuma del socialismo cancellato, dalla scena politica e perfino dalla storia – basta leggere le storie biforcute del “compagno” Ginsborg. Di un socialismo che abbia un progetto, a partire dalla Costituzione – che non è proprio bella come dice Benigni. E sappia di cosa la politica si occupa.
Il backlash colpisce anche l’onesto Sansonetti: il progetto vuole coraggio più che lealtà. Un giorno l’ex Pci scoprirà che eliminando i socialisti ha eliminato se stesso. Se non come baracca del potere – piccola piccola, gli fanno governare le pizzicherie, con e senza l’Mps.
Piero Sansonetti, La sinistra è di destra, Bur, pp. 236 € 11

domenica 27 gennaio 2013

La partita della vita, allegro con anima

“Il fischio d’inizio taglia dall’esistenza tutto l’inessenziale – la malattia, la morte, la pietrificazione, l’inadeguatezza”. La partita è un trip: “Lo Stadio delle Alpi si solleva e tutti partono in viaggio nello spazio dell’estasi”. Un viaggio diverso, attraverso il Mondiale 1990, da neofita del calcio, divertito, per poi finire nello sconforto e la morte. Ma non solenne, per tifosi: se fosse una partitura, si direbbe allegro con anima. Con Maradona naturalmente, e lo Schillaci spiritato, ma come iniziazione.
Le fasi del gioco, partita dopo partita, sono essenziali. Le folle, ebbre e non, invadono più spesso il campo, i silenzi del dopopartita diventano per l’autore assordanti, in senso letterale. Con contorni sorprendenti. La telereporter che “si illumina” col servizio, poi si spegne: “La giornalista accende la propria maschera facciale come lo spettatore la tv”. Mentre “il mondo ingrigisce per gli sconfitti” e “per i vincitori la notte esplode di possibilità, occhiate, abbracci e danze di giubilo”. Partendo da Pasolini: “Il calcio è l’ultimo rituale sacro della nostra vita”. Ma, si direbbe, contro le sue intenzioni, stereotipate: curioso libro.
Hallberg, svedese di Berlino, specialista di Walter Benjamin, della flânerie, la esercita più spesso in Italia. “Grand Tour” è un altro suo titolo italiano. Qui riprende le narrazioni brevi scritte e pubblicate nello stesso 1990, col controcanto di Fredrik Eklud, scrittore calciatore deluso, allora col titolo di maniera “Il carnevale del calcio. Viaggio italiano” (il carnevale è in realtà brasiliano: Hallberg non lo sa, ma scrive in trance dopo i due golletti di cui l’opulento Brasile si degnò di onorare la Svezia nella gara d’apertura – “il punto focale latinoamericano, il fondoschiena, irrompe nella sicurezza svedese”). E ne fa una lettura filosofica, sdoppiandosi in editore-critico dell’autore-metafisico-suo-malgrado.
La cornice è in realtà una seconda parte, giustapposta. Con un omaggio a Capri, anch’esso lineare e diretto (l’irruzione volgare di una troupe cinematografica nella naturale religiosità del San Michele, la residenza di Axel Munthe - nume tutelare, svedese, dei luoghi), e ai Falcone che si sacrificano per noi. Ma in una terza cornice, molto artefatta, di dolori e sensi di colpa. Con corrività perfino sorprendenti, tanto sono superficiali.
Chi ha vissuto il Mondiale ’90 come lui - che tra l’altro non è digiuno di calcio come pretende, tanto da calciatore che da spettatore – ne ha visto un altro. Un cittadino inglese inerme viene rimpatriato a forza in aereo, lasciando la moglie, i figli, la macchina e i bagagli in Italia. Bologna non è bene amministrata perché lo Stato lesina i fondi. A Bologna c’è pure “la prassi giudiziaria italiana, che ha sempre condannato a sinistra e assolto a destra”. Perché dire sciocchezze, l’Italia è tanto esotica? E perché dirle quando la realtà offre ben migliori spunti?
Ulf Peter Hallberg, Il calcio rubato, Iperborea, pp. 163 € 12

Verso il nuovo partito Popolare, coi vecchi Popolari


Se supera il 10 per cento è fatta: Monti avrà fondato il nuovo partito Popolare. Senza più i Casini, ma con gli ex Popolari del partito Democratico. Dove resteranno pochi reduci: Bindi, Franceschini. Fioroni è tentato. Renzi si aspetta di prendere il testimone da Monti.
Non c’è armonia tra le due anime del Pd. Oggi meno che in passato. Sui temi etici (l’alleanza con Vendola), economici (ancora Vendola), perfino di quotidiana convivenza. E nella gestione del potere, a Firenze e negli enti economici: banche, energia, armamenti, ricerca scientifica, sport. Gli ex Dc non cedono un pollice.
La vicenda di Alfredo Monaci è uno di tanti casi. Ora in lista con Monti, della famiglia Monaci che a Siena può molto, dentro e fuori l’Mps, l’ex consigliere d’amministrazione della banca per conto del Pd aveva guidato la rivolta aperta dei Popolari del suo partito in consiglio contro il sindaco Ceccuzzi, ex Ds, costringendolo a dimettersi due mesi dopo l’elezione. Il motivo: la pretesa di Ceccuzzi di gestire in monopolio la banca.