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sabato 14 maggio 2022

Ostpolitik, cosa ne resta

È stata la politica della Germania, e dell’Europa, da un cinquantennio, dal cancellierato Brandt, 1969. Fu il leader socialdemocratico a inaugurare la politica di buon vicinato con il blocco allora sovietico, e a chiamarla Ostpolitik - premio Nobel per questo, e per la pace con la Polonia, già nel 1971. Ma già l’allora consigliere presidenziale americano per la sicurezza Kissinger lavorava a Mosca per una forma di distensione, con l’apertura dell’emigrazione a chi ne avesse fatto richiesta.
È stato un rapporto soprattutto economico, ma anche di reciproca assicurazione politica. Già durante la guerra fredda, e ovviamente dopo: una politica di buon vicinato, e anche di affari.
Si è creata l’interdipendenza energetica, per il petrolio e per il gas – fino al 1971 perseguita solo dall’Italia, e in Italia sono dal gruppo petrolifero Eni, allora pubblico. E notevoli investimenti sono stati effettuati in Russia, soprattutto dopo il crollo del regime sovietico nel 1991. Dalla Germania più di tutti, ma anche dagli Stati Uniti (delle 1.200 imprese occidentali operanti in Russia rilevate dall’osservatorio della Yale School of Management un buon quinto è americano, anche se si tratta per lo più di società di forniture commerciali e di servizi (finanziari, legali, sanitari).
Nel settore energetico investimenti notevoli sono stato operati dalla Germania. Che però ha “delocalizzato” molte attività all’Est, in Romania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, ma non in Russia.
Alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina sia il cancelliere Scholz che il presidente francese Macron si erano appellati con Putin alla Ostpolitik. Inutilmente. Ma non è emersa una strategia russa alternativa: il legame con la Cina è recente, è personale, tra Putin e Xi, e ha scarse interdipendenze economiche. Non rinunciando Mosca alla Ostpolitik, l’unica ipotesi plausibile dell’attacco all’Ucraina è che punti ad avere l’Europa meno succube degli Stati Uniti, e comunque in una Nato non aggressiva, come lo è stata con le presidenze Clinton e, ora, Biden.

Secondi pensieri - 482

zeulig


Aforisma
– “L’aforisma non coincide mai con la verità: o è una mezza verità o una verità e mezzo”, Karl Kraus, aforista per eccellenza. È una forma del “mi si nota di più se….”. Ma anche, certo, un’espressione non chiusa o paludata, e un’interrogazione aperta – una “illuminazione”, una sfida al pensiero.
Aforista principe però non è Kraus, aforista, di fatto lo è Nietzsche, filosofo. Da qui il suo grande richiamo, di lettori (l’aforisma è comunque arguto, attrae), e di critici o pensatori (l’aforisma è una sfida)? Se i Novecento ne è stato l’erede, di Nietzsche. che ne resterà del Novecento?  Perché, applicandosi, si può estrarre tutto da Nietzsche - altrimenti detto: Nietzsche è fertile. Un germoglio, una patata non ancora formata.  
 
Capitalismo – Nasce dalla (con la) religione ebraico-cristiana: il sentimento religioso ne è all’origine. Non dell’accumulo, ma sì dell’uguaglianza delle opportunità (la democrazia moderna nasce in chiesa), e del futuro - dell’avvenire, del progresso. Come pratica e come dottrina. In campo non strettamente economico (finanziario), ma sociale e culturale. A prescindere dalla vecchia analisi-polemica del giudaismo e del prestito a interesse.
La borghesia e il capitalismo nel quadro sociale, del funzionamento della collettività, come strutturazione e interesse-dovere produttivo e accrescitivo sono storicamente definiti in ambito cristiano, dal cristianesimo – s’innestano nell’uguaglianza, di origine e opportunità. Nella versione protestante (calvinista), del thrift, del risparmio, dell’accumulazione, della sociologia moderna. Di cui Max Weber si vuole il teorico per eccellenza, con “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” - “il più celebre trattato di sociologia che sia mai stato scritto”, Francia Fukuyama, “un libro che ha capovolto la tesi di Karl Marx” (Marx di cui Pasolini, “marxista” professo a ogni passo, diceva per questo “inattendibile”). Ma in realtà di tutto il cristianesimo, ben prima e anche dopo e all’infuori dello scisma protestante, per la dottrina e la pratica della mobilità sociale, per la teorica della “Auctoritas” sociale, per la Provvidenza, la concezione migliorativa della storia, per l’impegno sociale che è stato pratica chiesastica ben prima che ne fosse una dottrina, e la concezione “progressiva”, migliorativa, degli assetti – della natura e gli assetti del lavoro, e della giusta mercede, come della proprietà – lo stesso Weber, a leggerlo, fa soprattutto il caso del protestantesimo luterano più vicino alle posizioni cattoliche.
 
Fede e ragione - “La fede non si può mettere tra parentesi, il dialogo tra le religioni non è possibile”, scriveva nel 2008 l’ancora papa Benedetto XIV all’epistemologo Marcello Pera, per un libro che poi si firmò a quattro mani, “Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam”. Praticabile invece e auspicabile un dialogo fra culture che sottendono una religione - in quest’ambito anche “una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari”. La fede è cultura ma è anche altro.
 
Opinione pubblica – È nata tra Sei e Settecento, si sa, dentro e attorno alle corti: l’opinione degli allora oligarchi in veste di nobili di antico lignaggio o di abili imprenditori, rinsaldata presto dei fogli a stampa, poi gazzette, che gli stessi oligarchi temevano in vita. È nata senza dirselo, per una convergenza spontanea di modi di dire e di forme di comunicazione. Si può dire svanita oggi, nella sua funzione formativa se non politica, con la democratizzazione dell’informazione. Con l’informazione, attiva oltre che passiva, portata in disponibilità a chiunque, al netto di qualsiasi fondamento – formazione, esperienza, titoli o attività pregresse. Non comprovabile, per un verso o per l’altro. Frantumata. Ininfluente in sé, essendo subito sovrammessa o cancellata da miriadi di altri messaggi social. Ma sì nell’insieme, come ondate sollevate da venti imponderabili. Non misurabile, non prevedibile. E senza effetti, se non l’incertezza.
L’opinione pubblica è (era) esercizio aristocratico: di chi sa, per privilegio o per formazione, per impegno costante e critico – dialettico - alla conoscenza.
 
Pubblicità – Il massimo della pubblicità (whatsapp, twitter, instagram, wikileaks, videoregistrazioni), comporta un obbligo di censura – di autocensura. E un impoverimento del linguaggio. È un limite all’espressione e alla discussione. Le reti sociali, dalle lezioni scolastiche elementari al dottorato, fra amici, conoscenti, appassionati, la conferenza, la relazione, perfino la conversazione individuale se registrata, o condivisa con un pubblico indeterminato, presente e conosciuto oppure assente e lontanamente correlabile, comporta la museruola. Non c’è commento possibile, cioè influente. Sono escluse le forme paradossali di esposizione, l’ironia, il sarcasmo, lo scherzo, la battura comica, l’idiotismo.
Occorre, avviene, si produce, la stessa afasia del politicamente corretto, già acclarata. La civiltà dei diritti s’imbuca in un paradosso: comporta un disseccamento del linguaggio, ridotto alla pura comunicazione, semplice, lineare, basilare. Senza umori, senza spessore, limitata alla comunicazione d’ordine, meniale.
L’effetto della “pubblicità” comunicativa è doppio: non solo impoverisce l’espressione (obbliga a impoverire l’espressione), ma comporta una censura. Doppia: personale, e della materia, dell’oggetto della comunicazione. Si prenda una lezione universitaria che, in regime di lockdown e di insegnamento da remoto, oppure per semplice comodità degli studenti, venga registrata e interpellabile su podcast: obbliga a un linguaggio per quanto possibile ristretto alla pura spiegazione del concetto - materiale, procedimento - in esame, e alla forma comunicativa più elementare possibile, non essendoci compresenza o altra correlazione con gli interlocutori. Ogni figura retorica bandita, seppure possa agevolare la comprensione e la memoria dell’insegnamento. Perché ogni singola parola può venire decontestualizzata e portarsi a prova di un delitto, sia pure solo verbale o di opinione.
È lo scenario orwelliano realizzato, di “184”, tanto noioso e tanto profetico – dove lo stesso basico Socing si può pensare come social: la pubblicità come museruola. Con una novità, non da marginale: non c’è autorità dittatoriale tradizionale (polizia, intercettazioni, spie) che debba implementare la censura, la censura è nel “sistema” stesso della pubblicità. Anche il linguaggio è la “neolingua” (newspeak) orwelliana. Un linguaggio in cui sono ammesse solo parole con significato univoco e limitato, senza sfumature. E, anche se non lo sappiamo, pensiamo il “bispensiero” (doublethink) di “1984”: “L’unica forma di pensiero ammissibile è il bispensiero…” - nella ossessione complottistica, di sospetti, accuse, ingiurie. E “la menzogna diventa verità e passa alla storia”. Niente riflessione, niente confronti, niente critica. Ma, soprattutto, tutto era già Socing: i documenti di ogni tipo, anche audiovisivi, e libri, giornali, film vengono rifatti in continuazione per emendarli da quanto non sia al momento in linea con Socing – in parallelo con lo sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale: giornali, libri, poesie, romanzi vengono scritti in automatico da macchine “parlascrivi”. E dappertutto sono presenti “buchi della memoria”, tritarifiuti instancabili dei prodotti della mente.
Ma, di più, si pratica questa “pubblicità” quasi obbligata con contentezza. Come esibizionisti cui piace denudarsi, per quanto poco presentabili. E anche nell’illusione di un avanzamento nella realizzazione del regno felice della pubblicità – della verità senza ombre né segreti. Spontaneamente e anzi con entusiasmo, senza un partito che ne faccia obbligo o una polizia. Nel nome della verità e anche della giustizia – l’età dei diritti suppone di se stessa l’età della giustizia.  

zeulig@antiit.eu

La pedofilia in chiesa mille anni fa

Mille anni fa, nel 1051, “l’umile monco” – in realtà cardinale, vescovo di Ostia, dottore della chiesa – Petrus Damiani denunciava “al beatissimo papa Leone”, Leone IX, “il primo vero papa riformatore” di wikipedia, la “sozzura sodomitica”: la piaga dilagante della pedofilia “come un cancro nell’ordine ecclesiastico”. Un delitto che prospetta contro natura in quanto configura un incesto: un padre spirituale che “si contamina” con un figlio spirituale commette propriamente un incesto – e un delitto spirituale che, sull’autorità di un Valfrido Strabone, Pier Damiani dice più grave di quello carnale. Nulla di nuovo, dunque.
Il libro è più sul lato della “sozzura sodomitica” in senso generale, veramente, che della pedofilia. Di che far riflettere sul celibato dei preti.
Pier Damiani, Liber Gomorrhianus, Fiducia, pp. 112 € 9

venerdì 13 maggio 2022

L’economia della scarsità

Mancano molte materie prime, minerarie o agricole. O ci sono ma non si riesce a consegnarle – trasportarle, immagazzinarle. Conseguentemente mancano molti prodotti, dal pane e la pasta, almeno così pare, al latte in polvere per le poppate dei bambini, i chips, per le automobili e i computer, perché manca il silicio, etc. Le “catene di valore” sono diventate di colpo dei colli di bottiglia, delle strozzature: catene troppo lunghe nelle quali a un qualsiasi punto si determinano blocchi o interruzioni.
Una certa disorganizzazione dei mercati era scontata per effetto del covid, dalla “casa-madre” del mondo, la Cina, ai mercati più minuti e remoti. La guerra in Europa ha introdotto altre strozzature, sui prodotti energetici di base, a uso più diffuso, petrolio e gas, di cui la Russia è grande esportatore, per effetto delle sanzioni, sulle maggiori produzioni cerealicole, a cominciare dal grano e dal mais, su quelle oleicole.
Ma non sono le sole scarsità. Queste determinate dalla pandemia o dalla guerra. C’è carenza di medici - l’America, il paese più ricco, ne ha in proporzione alla popolazione quanto un paese in via di sviluppo. Di tecnici, di nuove specializzazioni. C’è carenza di formazione: la scuola è antiquata, o semplicemente rifiutata. C’è carenza di domanda di lavoro: in tutte le economie i posti vuoti sono centinaia di migliaia. Anche là dove gli indici di disoccupazione e\o di povertà sono elevati.
Un mercato del lavoro senza domanda, e con l’offerta in eccesso si può far risalire all’inverno demografico di molti paesi, soprattutto nell’ex Occidente. Non sopperibile con l’immigrazione di massa. Anche perché c’è carenza di offerta di lavoro anche tra gli immigrati. Dall’Africa per esempio. E dove c’è abbondanza di povertà reale o censita come tale, per criteri normativi, come in Europa e specie in Italia. Per una sorta di rifiuto del lavoro, che oggi, a differenza degli anni 1960, non è una bandiera di protesta, dei ceti abbienti, intellettuali, ma una sorta di condizione biologica. Si vede nella diffusa richiesta di lavoro da remoto, senza cioè controllo, e di riduzione drastica dell’orario, da cinque giorni a quattro, o a tre.
Non se ne trova spiegazione. L’unico approccio psicologico prospetta una sorta di delusione planetaria, di delusione o sfiducia di fronte all’effetto serra, la mobilità del lavoro, la crisi fiscale dello Stato. Ma in contrasto con la tendenza crescente ai consumi – mai una civiltà dei consumi è stata così sperperatrice: la scarsità non scoraggia i consumi, che continuano a crescere. Con lo stesso approccio generico, si potrebbe dirla una crisi da indigestione, da ingordigia.

Abolire il rigore - il calcio degli arbitri 2

Abolire il rigore? Senza scandalo, nel calcio si può. Si dovrebbe: il calcio è sport del goal, e il rigore era uno dei modi per accrescerne il numero. Ma è diventato l’arma degli arbitri. Al puto da falsare le partite (una ventina sono state calcolate nel campionato in corso – col sospetto di “eterodirezioni”, per esempio dalle centrali di scommesse online. Inoltre, non abbellisce più il calcio ma lo imbruttisce, con tutte quelle sceneggiate di minuti, che interrompono il ritmo, stancano e sfiduciano i calciatori, demoralizzano il pubblico.
Una simulazione di Lautaro (Inter), visibilissima in campo (ma anche in tv, alla registrazione - gli highlights del quotidiano sportivo di Milano mostrano il contrario ma chi vede la partita registrata, compresi i replay, sa che non è vero), e un Var che non sa leggere le immagini tv, o le sa leggere benissimo (i micromillesimi di secondo, i tagli, le ombre, o illuminazioni), decidono il big match Juventus-Inter in diretta tv. Una grande partita, cioè, è fatta dagli arbitri. Uno in campo e uno segreto, che saprà magari correre per novanta minuti e restare lucido, ma non leggere le otto, o diciotto, telecamere. E si pensa con questo di ribaltare (moltiplicarne le entrate) lo sport? Chi andrà  più a vedersi Irrati – che tra l’altro non sanziona i falli tattici (bloccare la ripresa in velocità del gioco avversario, il contropiede, una delle tattiche più emozionanti del calcio).
Rigore comunque o non rigore, regolamenti snelli e non bizantini, la partita non è un tribunale. Se l’arbitro può fare la partita, si tratta di altro.

 

Il potere non ha colpa

Formidabile apologo sul potere, imbattibile, indistruttibile. Anche se criminoso, deliberatamente. Petri e Ugo Pirro, ideatori e sceneggiatori, lo fanno risalire a una considerazione di Kafka, che però riguarda la Giustizia, mentre qui si tratta di potere bruto. E in una tragedia che va avanti con i toni e gli equivoci della commedia.
Il poliziesco commissario capo della Criminale, che mai delitto ha lasciato impunito, uccide l’amante senza un motivo e lascia dappertutto le tracce che devono incolparlo: impronte, testimonianze, materiali a lui riconducibili. E niente. Si autoaccusa e si fa accusare. Niente, non c’è niente d a fare. Si ride amaro per tutto il film, ma c’è come una catarsi alla fine, a sentirsi estranei a tutto ciò. Al Potere. Con una tensione drammatica costante, che lo fa classificare fra i cento film al mondo da salvare.
Una considerazione. Non è il solito film in cui si dileggiano bonariamente alcuni aspetti della Polizia, lo scarso italiano (la lingua), i piantoni alla Catarella. Si prende la Polizia italiana di petto, nei suoi modi e i suoi metodi. Nel 1970. Allora, quando c’era la censura, si poteva.
Elio Petri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Sky Cinema


giovedì 12 maggio 2022

Ombre - 615

“Di certo, nessun ricorda un cardinale della Chiesa cattolica di 90 anni che finisce in manette”. C’è finito a Hong Hong, il giorno dopo la nomina a governatore del capo (pechinese) della polizia, John Lee. A Jenin nella (ex) Cisgiordania una giornalista palestinese cattolica è uccisa con un colpo alla testa – naturalmente fortuito. Una grido di dolore del papa – ne lancia tanti? Un sospiro?


Bancassurance è la nuova stella polare degli affari: “La nuova sfida tra le banche sarà sul ricco mercato delle polizze”. Ricco grazie a un’autorità di sorveglianza corriva: polizza aumentate, come nella scala musicale, e cartelli a piacere.


“Leo Gassman salva turista americana dallo stupro”: “Questa notte io e alcuni passanti abbiamo soccorso una ragazza americana che poco prima era stata abusata da un ragazzo di origine francese”. Una “studentessa” di 29 anni. Al Portonaccio, quartiere romano da movida, mentre urlava per strada. Ubriaca. Ce n’è voluto, ma alla fine ha spiegato che era stata “importunata”. In un taxì. O su un autobus. Da un francese. Che le aveva messo una mano sulla coscia. “Sono scesa urlando” etc. Dal taxi, dal bus?


L’ubriachezza non è un’aggravante – un’ambulanza e una squadra della Mobile impegnate per una notte, oltre all’eroico Gassman jr.? Queste studentesse americane di 29 anni non saranno le famose streghe redivive?  


Fa senso rivedere l’avvocato Coppi – impersonato da un attore somigliante, che comunque la scheda del film individua come “Avvocato Coppi” - ne “Il traditore”, il film di Bellocchio su Tommaso Buscetta, demolire la testimonianza, benché fondata, del pentito contro Andreotti. Lo fa in base ai verbali del processo, ed è come se riconoscesse l’accusa fondata, ma non comprovabile. Dovrebbe illustrare l’abilità del controversista, ma è come se si dicesse correo – anche senza colpa.


Si fanno le barricate contro la revisione del catasto perché viene al pettine l’abusivismo di necessità, trovata dell’urbanistica degli anni 1970-1980, del Pci trionfante. Il peggior ludibrio del territorio. Immune perfino alle sanatorie di Tremonti e Berlusconi. Si parla di 12 o 13 milioni di vani, costruiti contro ogni piano regolatore, esentasse.


Si colpiscono con le sanzioni gli oligarchi russi che avevano trasferito i loro capitali all'estero all’indomani dell’evizione di Khodorkovskij, e della liquidazione di fatto del gruppo petrolifero Yukos. Ci fu un “panico” in Russia, di tre giorni, Di code chilometriche ai bancomat.


È vero che le sanzioni sono sequestri conservativi, non confische: si tengono i beni in caldo per quando, dopo la guerra, i legittimi padroni potranno tornarne in possesso – esibirle, godersele, venderle a buon prezzo.

 

“L’Italia assume il comando della missione Nato di addestramento in Iraq”, nientedimeno: “L’Italia schiera mille unità, con 270 mezzi terrestri e dodici aerei, e un budget di circa 260 milioni di euro”. Per fare che, preparare un’altra fuga, come dall’Afghanistan dopo venti anni di addestramento?

 

Nei venti anni della guerra in Iraq – una guerra da Tribunale dell’Aja, dichiarata e imposta, con massacri aerei incontrollati, su pretesti inventati da Inghilterra e Stati Uniti – l’Italia ha speso quattro miliardi. Di nessuna utilità per l’Iraq. E nemmeno per la coalizione dei “volenterosi” al seguito dei valorosi inglesi e americani. Spesi inutilmente, giusto per la “trasferta” del corpo di spedizione, che così si può “fare casa” a casa.

 

Ferdinand Marcos, erede di una famiglia e un regime di stravaganze, ruberie e soprusi, stravince le elezioni presidenziali nelle Filippine. Ma la sua concorrente, che si dice e viene avvocatessa dei diritti umani, Leni Roredo, è ritenuta capo-mafia, dei cartelli della droga.

 

Si dice “Orbàn è cattivo”, e ci si lava le mani. Mentre tutti importano dalla Russia. E del gas non possono fare a meno. Cosa notoria ma non si dice.

Né si dice che la Germania paga il gas in rubli, cosa che tutti sanno, come richiesto da Mosca. Forse non è ipocrisia, la stupidità esiste.

 

Giulia Ligresti, scagionata, viene rimborsata, con molti soldi. Bisognava prendersi FondiariaSai, mica un biscottino, e lei, con il fratello, è stata la vittima sacrificale, delle Procure di Torino e Milano. Uno scandalo che si fa finta non ci sia stato. Tra, Milano che non tollerava i siciliani, e i compagnucci della parrocchietta, i giudici trinariciuti Caselli a Torino e Greco a Milano, che dovevano farne un regalo. A quelli di “abbiamo una banca”, Consorte e il fido avventuroso Cimbri, di via Stalingrado.

 

Schema 43, la nuova denominazione della finanziaria Benetton, deve cambiare nome: Alessandro Benetton ci ripensa, 43 evocando i morti di Genova per colpa loro. I padroni non sanno nemmeno che nome hanno le loro aziende. Un gruppo passato presto dai fratelli artigiani ai figli e nipoti che sanno solo staccare la cedola.

 

Grandi interminabili bla-bla sul gas della Russia, quando si sa, almeno i giornali dovrebbero saperlo, che il gas continua e continuerà ad arrivare, anche in Italia. Pena il blocco dell’economia.

 

Singolare la decisione dell’Eni di tagliarsi i ponti con la Russia – uno dei quattro o cinque gruppi che in tutto il mondo occidentale l’abbiano fatto realmente, secondo l’osservatorio della Yale University

http://www.antiit.com/2022/05/unicredit-et-al-sempre-operativi-in.html

Dopo avere aperto la via della Russia nel 1953, in contrasto con tutto il mondo “occidentale”, per il petrolio. Raddoppiando nel 1968, con l’invasione della Cecoslovacchia in corso, come partner principale per il gas in Europa. E avere avuto nella Russia, per la prima metà dei suoi anni, la sola fonte di guadagno.

Cronache dell’altro mondo – farmaceutiche (183)

Anthony Fauci, il virologo che presiede il Niaid, National Institute for Allergies and Infectious Diseases, e l’ex presidente dei Nih, National Institutes of Health, Francis  Collins, dimessosi a fine 2020, hanno percepito, insieme con altri dirigenti dei Nih, 350 milioni di dollari nel decennio 2010-2020 dalla case farmaceutiche come royalties su sostanze, trattamenti, procedimenti da loro in qualche misura elaborati, in qualità cioè di “coinventori”.
Il dato è emerso in un procedimento giudiziario, dove la Corte ha chiesto ai Nih di rendere pubblici questi dati. Ma la pubblicazione può essere lenta. Il calcolo delle royalties è stato fatto estrapolando i dati finora forniti, che vanno dal 2009 al 2014, e registrano 22.100 pagamenti di royalties, per un totale di 134 milioni, a favore di 1.700 dirigenti dei Nih.
I Nih amministrano ogni anno 30 miliardi di dollari di contributi alla ricerca sanitaria, a beneficio di 56 mila recipienti, case farmaceutiche, centri di ricerca, ricercatori.
Fauci ha avuto 14 pagamenti, Collins, presidente dei Nih per dodici anni, 24.
Fauci, che è da sempre a capo del Niaid, dal 1984, e ora è anche a capo dell’équipe medica del presidente Biden, è il dirigente pubblico più pagato d’America, 456 mila dollari. È stato la bestia nera dei “no wax”. Il Niaid che Fauci gestisce ha un budget per il 2022 di 6,5 miliardi.
 

Come l’Europa creò Hitler

Sanzioni e occupazioni, come la “duplice accoppiata” portò la Germania in poco tempo a Hitler – il quale, si dimentica, aveva in due anni soggiogato l’Europa, non fosse stato per la Russia. Come si arriva a una guerra, subito dopo averne persa già una, con un regime come quello hitleriano? Fra le tante “cause della guerra” di tanti storici dopo il 1945, questo del banchiere Schacht copre un buco notevole.
È un vecchio libro, del 1968 (già tradotto nel 1971 col titolo originale, “1933 – Come una democrazia muore”), uno dei tanti che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale tedesco che bloccò la famosa inflazione tedesca di un secolo fa, e la fame per molti milioni di tedeschi, ha scritto dopo la guerra, e dopo essere stato incluso abusivamente nel processo di Norimberga, ma senza alcun appiglio per condannarlo. Libri di politica monetaria (compreso uno ancora insuperato sulla moneta, su questo concetto “diabolico”, “La magia del denaro”), o di memorie, o di storia come questo, per spiegarsi e spiegare come la Germania sia poi approdata a Hitler – “La fine della Repubblica di Weimar” è il sottotitolo della nuova traduzione: un lento implacabile soffocamento.
Il libro è anche una spiegazione delle procedure, a suo tempo giudicate eterodosse, messe in opera da lui stesso, in qualità di banchiere centrale infine della Germania di Weimar, con le quali riuscì, come per un colpo di bacchetta magica, a domare infine e quadi di colpo l’inflazione senza fine che aveva divorato per un decennio il paese. Utile forse anche oggi. Ma sicuramente per la notazione che lo introduce, sui giusti criteri che dovrebbero regolare le paci, dopo le sconfitte. Semplice: “L’imposizione del riconoscimento di avere provocato la guerra del 1914, il rifiuto, durato sei anni, di accogliere la Germania nella Lega delle Nazioni. Il privilegio lungamente esercitato dalle nazioni vincitrici nel campo della politica commerciale, l’invasione militare francese della Renania in tempo di pace, la paralisi del territorio della Ruhr (il centro della forza economica tedesca), la continua emorragia finanziaria, per oltre un decennio, della Germania generarono nel popolo tedesco una insopportabile umiliazione spirituale e un impoverimento sociale. Da questa depressione morale e materiale sorse il movimento nazionalsocialista”. 
Un testo che ha trovato la sua prima traduzione, nel 1971, nelle edizioni “Borghese”, senza che Schacht fosse o fosse stato hitleriano. In altri termini, la stessa cosa era stata spiegata, anzi anticipata, già nel 1919, da Keynes, nelle “Conseguenze economiche della pace”. Ribadita da Golo Mann nel compendio del 1958, “
Storia tedesca del 19mo e 20mo secolo”, dove dice i termini della pace di Versailles nel 1919 “incuranti della giustizia, un mostruoso strumento di soppressione, uno sciacallaggio, un insulto perenne. La Germania ha perso un decimo della sua popolazione, per metà di discendenza tedesca, un ottavo del suo territorio, la maggior parte del suo ferro e molto del suo carbone, e tutte le sue colonie con la spiegazione ingiuriosa che «i tedeschi erano troppo barbari per essere una potenza coloniale»” – pensare, per un confronto, alla Francia del dopoguerra, dall’Indocina all’Algeria…
C’è sempre di peggio dietro l’angolo.
Hjamar Schacht, Come muore una democrazia, Oaks, pp. 194, € 18

mercoledì 11 maggio 2022

L’inflazione importata

Si discute nel board della Banca centrale europea sull’aumento del tasso di sconto, sulla misura dell’aumento. Finora evitato in attesa delle decisioni americane, e anche delle riserve di membri autorevoli dell’esecutivo, tra essi l’italiano Panetta.
Il punto di partenza è il calcolo di Fabio Panetta, l’ex vice-direttore generale della Banca d’Italia ora alla Bce, che stima in 440 miliardi di euro, in ragione di anno, la perdita di potere d’acquisto dell’Eurozona per effetto dell’aumento dei prezzi del gas e del petrolio. Una “perdita” pari al 3,5 per cento del pil, prima della guerra, tra fine 2020 e fine 2021.
Sulla base di questo calcolo una divaricazione è emersa nel direttivo. La rappresentante tedesca Isabel Schnabel mette l’accento sull’aumento dei costi di produzione: nel 2021 lo calcola nel 30 per cento, “un livello mai visto nemmeno lontanamente in passato” – contro il 14 per cento, per esempio, negli Stati Uniti.
Panetta obietta che si tratta soprattutto di “inflazione energetica importata”. Sulla quale comunque la politica monetaria (la Bce) può incidere poco. E vorrebbe cautela nell’aumento dei tassi. Schnabel non contesta l’origine dell’inflazione, ma sostiene che devono essere i governi a ridurre col fisco o moderare la domanda, mentre la Bce deve darsi un orizzonte più ampio, di garanzia dei redditi, con la stabilità dei prezzi – cioè con l’aumento dei tassi.
 

Cronache dell’altro mondo – evangeliche (18e)

Più di 45 mila americani sono morti per colpi da arma da fuoco nel 2020.
Non si trova un Procuratore che accusi Trump di collusione con gli assalitori del Congresso alla Befana del 2021.
Molti gruppi si sono staccati dalla chiesa evangelica, assumendo denominazioni autonome, perché sostenitori più radicali di Trump, e della “frode elettorale” nel 2020.
Gli evangelici hanno votato per Trump per l’80 per cento.
Gli evangelici, appartenenti cioè al movimento evangelico, di rigenerazione cristiana – una sorta di fondamentalismo cristiano, avviato un secolo fa - sarebbero il primo gruppo confessionale negli Stati Uniti. Statisticamente la chiesa cattolica, cui professa di aderire il 20,8 per cento degli americani, è la singola confessione col maggior numero di aderenti. Ma sondaggi e ricerche danno il primo posto ai “protestanti evangelici bianchi”, tra il 25 e il 35 per cento. Questa è comunque la “chiesa” che con più consistenza e rapidità si espande.

Il tormento dell’“Espresso”

“L’Espresso” cambia padrone e natura, chiudendo il ricordo del periodo forse più intenso di un paio di generazioni, tra gli anni 1950 e i 1970. Ma era una fine annunciata da tempo. Se ne poteva così scrivere l’8 settembre 2007, già quindici anni fa, sotto un titolo leggermente diverso, “Il «tormentone » di Rinaldi”.

Giuseppe Leuzzi 

“L’Espresso” cattura l’antipolitica reiterando la vieta notizia – ma fino a ieri era tabù – che politici, giudici, generali e prefetti, nonché i segretari di tutti costoro, beneficiano a Roma di affitti irrisori, diventando con le cartolarizzazioni proprietari di belle case a prezzi ridotti. È il genere del “tormentone” giornalistico, per cui una cosa più se ne parla più è vera, che domina la stampa da un ventennio. 
È Claudio Rinaldi, l'ex direttore dell'"Espresso" morto due mesi fa, che ha rinnovato il “tormentone” nella forma che fa testo per i maggiori giornali: cinque articoli a numero contro il personaggio sotto tiro, e uno di rammarico, svariando tra il personale, le testimonianze, le indiscrezioni, le ricostruzioni, i pentimenti, e uno-due “onnisti”, di psicologia, sociologia, scienza politica, etica, economia, diritto. Cominciò all’“Europeo” negli anni Ottanta contro i socialisti e Craxi, concludendo in un decennio felicemente la sua campagna. La riprese negli anni Novanta, con successo più limitato, contro D’Alema, il “Dalemone” mezzo berlusconiano. Ma altri obiettivi meno impegnativi ha colpito tra i due (Sofri, Previti, etc.). A opera di un giornalista che si professava demitiano, e anzi Ciriaco De Mita è andato a intervistare nella sua magione dorata - si spera placcata - a Nusco in Irpinia. 
È una forma di giornalismo non nata con Rinaldi. Ma da lui gestita in modo tanto aggressivo che le vittime finiscono per identificarsi nei personaggi e le situazioni da lui montate. I socialisti non erano tanto corrotti quanto Rinaldi ogni settimana faceva scrivere, né D’Alema è tanto impolitico e malpensante come Rinaldi l’ha fatto descrivere in diecine di articoli. Ma alla fine i socialisti sono finiti tutti corrotti, e D’Alema parla e si muove come Rinaldi l’ha voluto, come l’elefante tra le cristallerie. Nel 1988, al primo arresto di Adriano Sofri, Rinaldi, che gli era stato compagno e di cui Sofri diverrà collaboratore, guidò la campagna di demonizzazione – memorabile un articolo in cui venivano trascritte le telefonate con cui gli amici di Sofri si mobilitavano per la sua difesa, una pubblicazione che in altro ambito si sarebbe detta intimidazione. 
Nelle determinazione con cui Rinaldi l’ha praticato il “tormentone” si dà però il ruolo di giudicatura: una magistratura tanto di parte, sotto l’alibi del giornalismo di denuncia, quanto insindacabile. Fino ad applicare a sproposito il suo argomento principe, la “questione morale”. Il punto di forza di questo  giornalismo è accusare il Nemico di turpitudine: corruzione, concussione, mobbing. Per poterlo fare naturalmente ci vuole cuore pulito. Ma non è questo il caso nel “tormentone”, che raramente è una prova documentata, più spesso si costruisce, si “monta”, con i condizionali, le parole virgolettate del dico e non dico, le insinuazioni, le forzature di titoli e sommari rispetto al testo, le carte di cui non si dà la provenienza. Che possono anche venire da rivali politici, imprenditori falliti, agenti doppi, informatori. 
Un genere molto diverso dal giornalismo di denuncia, nel quale c’è soprattutto ricerca, e dei documenti esibiti si acclara la provenienza. Questa non è a sua volta un’insinuazione, c’è una prova. Il giornalismo di denuncia è politico, ed è d’opposizione, per definizione. In Italia l’opposizione non è facile perché, a parte le parentesi berlusconiane, non ci sono mai governi di destra. Un giornalismo di denuncia in Italia dovrebbe essere di destra, e questo non è il caso: solo un 10 per cento delle copie vendute, e un 3-4 per cento dei telegiornali è di destra. È quindi un tipo di giornalismo che, a parte la quota anti-Berlusconi, si esercita a sinistra. Non è male. Ed è a sinistra che Rinaldi ha colpito, con Craxi, Sofri, D’Alema. Ma l’obiettivo del giornalismo di denuncia è la verità storica e il progresso sociale e civile. Mentre Rinaldi ha solo ottenuto di azzerare le novità politiche che potevano insidiare la struttura di potere post-bellica, attorno alla vecchia e nuova Dc – ora Prodi a sinistra e Berlusconi a destra. Non c’è verità e non c’è progresso, ma il trionfo del vecchio - della politica degli amici - a Milano, nelle banche, nelle Fondazioni ex bancarie, nelle Autorità, nei grandi gruppi, Telecom, Eni, Enel, e perfino in Alitalia e Sviluppo Italia. 
Quanto a Berlusconi, d’altra parte, bisogna dire che è il nemico di Carlo De Benedetti: sono troppi gli affari che gli ha soffiato, e molto più lucida e trasparente la sua patina d’imprenditore di successo (trasparente si può dire di Berlusconi solo per scherzo, ma al paragone con De Benedetti è possibile: nessuno dei suoi dipendenti e dei suoi soci ci ha rimesso, per quanto piccolo azionista). Alla fine, il problema dei “tormentoni” alla Rinaldi è solo questo, il ben noto problema se la questione morale può essere agitata da e per conto di De Benedetti. Infatti la novità del tormentone case è perché “L’Espresso” lo cavalca ora, dopo averlo a lungo rimosso. Forse per eliminare gli avversari scomodi all’asse democratico Prodi-Veltroni. Oppure… Il solito chiacchiericcio, insomma, né informazione né politica, non quelle "morali". 
Con un proscritto d'obbligo, poiché il genere del tormentone è legato ai dossier, e i dossier, segreti, anonimi, sono di natura inaccettabile. Ogni numero sei pezzi contro la persona presa di mira, fino alla sua distruzione, sono lo schema del tormentone. Che a Rinaldi è riuscito con tutti, eccetto Cossiga. Contro il quale pure si è esercitato per sette anni, 350 numeri, duemila articoli. E questo pone una domanda: chi era Rinaldi? Chi erano le sue fonti. Contro Andreotti, viceversa, altro beniamino delle informazioni riservate, non ci ha tentato.

Beffa triplice all’Excelsior

Il regista si diverte, gli attori palesemente pure, e anche lo spettatore – non ha altro cui pensare per tutto il film. Un caper movie, o heist-movie, un “colpo grosso”, tra il serio e il. faceto, una beffa duplice o triplice, sul modello insuperabile di “Ocean’s Eleven”, ma che ottiene molto con poco – un “colpo grosso” quasi da camera, seppure dell’albergo romano Excelsior, degno sostituto del Bellagio di Las Vegas, con poche scene, da prove di filodrammatica, e tuttavia dinamico.
Due ragazzi bullizzati si rifanno rapinando la sala giochi. Uno, preso, finisce in riformatorio, l’altro poliziotto. Un antefatto che sembra non avere seguito, e invece li ritroveremo. In un triplice colpo che si monta a un certo punto, tra metronotte-ladri, perbenisti-mafiosi, e poliziotti scemi-astuti. Il gioco è semplice: ognuno è chi non è, e invece funziona.
Con molta buona musica. “Sixteeen Tons”, il blues dei paria, cavallo di battaglia di Paul Robeson, rifatto dai Platters, “Creep” dei Radiohead riproposta da Eva Pavarello, Yma Sumac (“Malambo n. 1”), la “Malaguena Salerosa”, e uno spruzzo di James Bond con Shirley Bassey che canta “La vita”. Con Babak Karimi, volto noto agli amanti del cinema iraniano – è l’interprete dei film di Asghar Farhadi.
Alessio Maria Federici, (Im)perfetti criminali, Sky Cinema

martedì 10 maggio 2022

Unicredit et al. sempre operativi in Russia

Sono molte e sono poche le compagnie occidentali che ha ridotto o chiuso le attività in Russia in seguito alle sanzioni decretate a Washington e Bruxelles. L’osservatorio della Yale School of Management dà a oggi, 10 maggio, “quasi mille compagnie” straniere, su una totale tracciato di 1.200, impegnate a “ridurre volontariamente le attività in Russia a qualche livello sotto il semplice minimo legale richiesto dalle sanzioni internazionali”. Ma dà una lista completa di tutte le aziende censite, da cui si ricava l’impressione invece che per i più sia business as usual.
La semplice dizione “ritiro” può non dire l’abbandono del mercato russo: “All’origine una lista semplice, exit o remain, la nostra lista”, precisa l’osservatorio, “ora consiste di cinque categorie, graduate da A a F, e cioè alla completezza del ritiro”.
La lista è dettagliata:
https://som.yale.edu/story/2022/almost-1000-companies-have-curtailed-operations-russia-some-remain

Scorrendola, l’impressione è che la proporzione sia rovesciata, che “mille” rimangono e una minoranza chiude o ha chiuso. Almeno 213 aziende sono collocate nel segmento F, di chi “sfida il blocco delle attività”. Tra essere tredici italiane, dell’abbigliamento, dell’alimentare, e Unicredit – Unicredit è data “ancora in attività”. Sei sono nel segmento E, tra esse Barilla e Intesa: non sono molto attive, ma tengono aperto. Nel segmento C (riducono le attività) sono sei gruppi: Enel, Ferrero, Luxottica, Iveco, Pirelli, Valentino. Altre sei sospendono l’attività, cioè le vendite, tra esse ovviamente Leonardo (armamenti), e alcune industrie del lusso, Ferrari, Prada, Zegna. Quattro i gruppi italiani posti nel segmento A, come per aver dismesso ogni attività, ma questo è vero solo per Generali e Eni (conclude così un’avventura di quasi settant’anni, che l’ha visto primo acquirente occidentale di petrolio russo, e primo e grande acquirente di gas, contro fortissime resistenze politiche) – Ferragamo e Yoox fanno come le altre case dell’abbigliamento, sospendono le consegne.  

Gli europei e la Turchia

Tuoni e fulmini mattina e sera dalla Nato, che dopo aver messo in stato d’assedio la Russia, si vede invasa l’Ucraina, dalla Russia. Eccetto che per la Turchia, il paese Nato forse più influente nell’insieme, dopo gli Stati Uniti. Di sicuro regionalmente, proprio in funzione antirussa. Che non solo si è alleata alla Russia per risolvere a suo favore la guerra in Siria, invece che con gli Stati Uniti o la Francia, alleati eminenti Nato, ma a Putin ha comprato i vecchi missili anti-missili, e ora ne favorisce i tentativi di approccio all’Ucraina, per uscire dallo stallo militare.
Anche la Turchia rifornisce di armi l’Ucraina, i droni, ma glieli vende. E approfitta della guerra nel Donbass e nel mar Nero come vetrina per gli stessi: non c’è altro drone che quello turco, vendite assicurate, a premio, in tutto il mondo. Gli altri europei, invece, ammesso che la Turchia si voglia ancora europea, balbettano.
Perché gli europei hanno invece paura degli Stati Uniti, balbettano, dicono a ogni passo signorsì, come l’egregio Draghi a Washington? Non sanno di che si tratta? Non hanno anche loro le loro costituzioni, con le solite proclamazioni di autonomia, democrazia e progresso? Hanno paura – paura personale, temono la fine di Craxi? Seppure eletti da una parte, non hanno un dovere di governare per i meglio i loro paesi? Non sanno l’inglese (ma Draghi ne è maestro, che ha perfino arricchito l’Oxford Dictionary)? Draghi ha perso la parola – ha difeso l’euro (da solo….) contro l’attacco americano, perché ora tace?

La guerra costa caro

Meno produzione e più inflazione: la guerra costa già caro, non solo all’Europa, in varia misura a tutte le economie mondiali. Le ultime proiezione del Fondo Monetario Internazionale danno ribassi nella produzione (rispetto alle previsioni di inizio ano) per circa 150 paesi, che rappresentano il 90 per cento della produzione mondiale. Con un aumento dei prezzi attorno al 6 per cento per i paesi industrializzati, e all’8,5 per cento per le economie emergenti – in entrambi i casi tre punti sopra le previsioni ante bellum.
La Russia subirà una recessione attorno al 9 per cento – contro una crescita del 2,8 prevista a febbraio. E un’inflazione, per effetto delle sanzioni (che si traducono in un aumento dei prezzi, attraverso le triangolazioni), del 10-22 per cento.

Mourinho e il conto degli “errori” arbitrali

L’allenatore portoghese Mourinho, ora alla As Roma, è solito criticare gli arbitri – fa parte, si disse quando allenava l’Inter, della sua “mobilitazione psicologica”. Ma, in questo anno passato alla Roma, con tutte le ragioni.
La sua squadra è quella che ha più subito errori arbitrali – malgrado la tecnologia, che doveva ridurli. Fino a metà marzo, calcolava “La Gazzetta dello Sport” (calciomercato.com – che poi non ha aggiornato la speciale classifica), con quattro errori a suo favore e otto contro. Quindi con un saldo negativo di quattro errori.
Peggio andava a quella data al Torino, che aveva accumulato solo errori contro, cinque. Ma poi Mourinho è balzato in testa, nel prosieguo del campionato, con almeno altri quattro errori evidenti contro, nelle partite di ritorno con Salernitana, Napoli, Inter e ora Fiorentina.  
Al polo opposto della classifica la Salernitana, che cosi può battersi per restare in seria A, con sei decisioni sbagliate a favore, e una sola contro.

La scoperta di Putin resta da fare

Alla fine l’autrice stessa spiega perché la sua denuncia, radicale e insistita, non è efficace – Putin è pur sempre un presidente eletto. “Ho riflettuto a lungo perché ce l’ho tanto con Putin”, si chiede nell’ultimo capitolo, “Putin II”, all’indomani della prima rielezione, nel 2004: “Che cosa me lo fa detestare al punto da dedicargli un libro?”. E il lettore sa dove collocare il disagio che lo ha accompagnato per tutta la lettura: è quello dei libri che Travaglio dedicava a Berlusconi, un bersaglio: sì, ma? Tutto il male che si vuole, ma perché questo uomo è eletto a capo della Russia? I motivi evidentemente ci sono, ma noi non li sappiamo – a parte la Guerra in Cecenia, la “seconda guerra” in Cecenia, che Politkovskaja combatte schieratissima, contro Putin e l’esercito russo.

Sapere del sistema utin, se c’è, sarebbe stato tanto più importante in quanto questo è un potere che non esita ad assassinare. Sono troppi i delitti impuniti, e nemmeno indagati, a cominciare da quello della stessa Politkovskaja. Delitti cioè che direttamente o indirettamente fanno capo al potere: come può questo avvenire in uno Stato che pure ha una polizia, una magistratura, un Parlamento, e tiene periodiche votazioni, a quanto pare senza brogli.

L’essenziale resta non detto. Mentre delle cose viste la giornalista, assassinata subito dopo avere completato questo libro, sapeva e dice molto. L’inefficienza, per esempio, dell’esercito. Tanta quanta l’autoreferenza. Un esercito intoccabile, che spara nel mucchio, non sa trattare con i civili, distrugge a nessun fine militare, tattico o strategico. La pervasività dei vantati-temuti servizi di intelligence: “Sono ormai più di seimila gli ex uomini del Kgb\Fsb con incarichi di potere ai piani alti dello Stato”. E la loro inefficienza, specie nei confronti del terrorismo – salvo poi sparare nel mucchio, uccidendo gli ostaggi. Molto è anche spiegato dello stato indigente del potere giudiziario, compreso l’apparato repressivo: le riforme costituzionali post-1991 hanno in qualche modo creato un mercato, ma non una legalità. Vivace è la ridicola sottomissione della chiesa ortodossa al potere politico - con Medvedev, allora capo dell’ufficio residenziale, poi presidente scaldapoltrona per Putin, che “si faceva il segno della croce portando la mano alla testa e ai genitali”.

Di Putin purtroppo sappiamo alla fine tutto quello che sapevamo. Che era un agente del Kgb ed è diventato il presidente (quasi) a vita della Russia. “Un tenente colonnello che non è riuscito a diventare colonello”, lo dice Politkovskaja, e questo dà il tono del libro, un’invettiva – questo personaggio così limitato non è il presidente (quasi) a vita della Russia? A metà libro ne sembra anche il salvatore, dopo un decennio, post-1991, di fame, letteralmente, stipendi pubblici non pagati, scuole chiuse, mafie libere per le strade, infrequentabili tanto piene di siringhe.

La scoperta della Russia si deve ancora fare.

Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, pp. 375 € 14



lunedì 9 maggio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (491)

Giuseppe Leuzzi


Ripercorrendo l’infanzia in Austria negli anni 1950, a Griffen in Carinzia, il Nobel Handke descrive così la vita di paese: “In alcune famiglie capitava, per esempio, che l’unica terrina della casa si usasse di notte come pitale e il giorno dopo per impastare la farina”. La cosa suona inventata – Handke allora, quando ne ha scritto, faceva lo sperimentalista, e quindi doveva épater le bourgeois, scandalizzare. Ma vuole dire la povertà.
La Carinzia, una parte della Carnia, mezzo milione di persone in parte di lingua slovena, è oggi ricca, 38 mila euro il pil pro capite - pari a quello della Lombardia, il più alto in Italia. La povertà, anche l’abiezione, non preclude il benessere. Basta che l’aria sia buona.
 
“La metamorfosi classica naturalizza, il rito cristiano umanizza”, spiega Carlo Ossola in “Dopo la gloria”. Bisognerebbe spiegarlo ai vescovi urtati dal “paganesimo”: ciò che è pagano e ciò che non lo è – nelle processioni e nei riti in genere. Sanzionabile forse, ma come ignoranza, superstizione, ma umana e cristiana.
 
In “Comizi d’amore”, il film documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, girato nel 1962 con la mano sinistra mentre percorreva l’Italia alla ricerca dei luoghi dove ambientare “Il Vangelo secondo Matteo”, Pasolini condanna “la furberia e l’arte degli arrangiarsi”, che dice “l’unica filosofia italiana”. E salva il Sud, in questi termini: “Il Sud è vecchio ma è intatto. Guai alle svergognate, guai ai cornuti, guai a chi non sa ammazzare per onore. Sono leggi di gente povera, ma reale”. Un complimento?
 
Pasolini ha scritto molto del Sud, ma non che si ricordi. È del Sud come dei suoi viaggi, in Africa, in India, di cui pure ha scritto: niente di interessante. Ma sul Sud non è solo: la materia sfugge. Non per ostilità, da una parte o dall’altra, per incuria, come di uno straccio da cucina. Il Sud è terra incognita, in casa, questo il suo pregio, e da maneggiare senza cura, nessun obbligo.
Nessuno scriverebbe un libro o monterebbe un film sul Friuli, avendoci fatto un giretto. Presumendo di saperlo meglio dei friulani.
 
La mafia di tutti
Interrogandosi sugli ultimi delitti “eccellenti”, che chiama “delitti politici”, Pasolini si dà nel 1972, sulla rivista “il Mondo”, in dialogo con Enzo Siciliano, questa risposta: “All’interrogativo che pongono, al mistero che mascherano, vi potrebbe essere una risposta sola: la mafia, che via via, dalla Sicilia, in questi anni, ha divorato le fibre segrete delle istituzioni repubblicane”.
La mafia era già più di un mito, era una favola.
 
“La decapitazione sistematica e feroce di tutti i vertici istituzionali. Una terribile ecatombe di politici, magistrati, funzionari di Polizia, ufficiali dei Carabinieri, giornalisti, uomini della società civile”. Così Caselli sintetizzava sul “Corriere della sera” il 6 gennaio 2020 “gli anni Settanta-Ottanta”, quando “i corleonesi di Totò Riina puntavano ad una egemonia totalizzante”. E ne trae la conclusione che la politica è infetta e lo Stato pure. O non semmai incapace di reagire? Riina non era Mandrake, e anzi un uomo da poco. Tanti politici furono vittime di Riina per quale motivo allora? Tanti magistrati e poliziotti – lo Stato – pure: per quale motivo?
Caselli sa quello che tutti sanno ma ha il vezzo della propaganda. Pro bono di chi? E poi, vittime dei Riina furono anche donne, più qualche bambino. Con semplici poliziotti e carabinieri, in gran numero.
 
Nel 2006, a ridosso della vittoria dell’Italia al Mondiale di Germania, il settimanale progressista tedesco “Die Zeit”, diretto dall’italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo, pubblicava un fantareportage “Mafia in Finale”, in cui ripresentava tutte le partite degli Azzurri, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Australia, Ucraina, Germania, e la favoritissima Francia, battuta ai rigori, come la mano della mafia, ognuna con una specialissima tecnica. Un pezzo di bravura, pubblicato sotto l’etichetta “Satira”. Che suscitò molte reazioni negative, a partire dalla sintesi che ne propose la “Gazzetta dello Sport”. Perché non si può ridere della mafia?

Se i Mattarella si devono difendere
Il presidente Mattarella è rispettato e benvoluto per ogni aspetto. Il suo fratello maggiore Piersanti, di forte temperamento politico e già personaggio di primo piano nella Democrazia Cristiana, presidente della Regione Sicilia, è stato assassinato dalle bande corleonesi – Riina e i suoi scherani hanno assassinato un centinaio di politici, magistrati, ufficiali e militi della polizia e dei Carabinieri, oltre alle mafie concorrenti. Ma suo padre Bernardo, ministro più volte nel decennio 1953-1963, alla Marina, ai Trasporti, al Commercio, alle Poste, all’Agricoltura, ha avuto una lunga storia di accuse di mafia, da oltre sessant’anni, in proprio e per conto della moglie, Maria Buccellato, la madre del presidente – della famiglia della moglie. Contro le quali lo stesso presidente è dovuto intervenire, più volte.  
La prima volta, oltre cinquant’anni fa, nel 1966, fu il padre Bernardo a doversi difendere contro le accuse di Danilo Dolci. Le ultime hanno visto impegnato lo stesso presidente. Nel 2007 attore, insieme con i nipoti, figli di Piersanti, contro Mediaset per la fiction “Il capo dei capi”. Un terzo processo, in sede civile, contro Alfio Caruso e l’editore Longanesi, per il libro “Da cosa nasce cosa”, si è concluso dopo un lungo iter, che ha visto succedersi tre giudici, con la condanna contro il solo Caruso, al cui carico va un indennizzo da 30 mila euro ai querelanti – sempre il presidente e i nipoti.
Fra i processi come gossip, e all’interno dei processi, sempre tre pentititi, Mannoia, Buscetta, e Di Carlo - questi tuttora attivo, anche nel processo Caruso.
Caruso sostiene di essersi basato sui rapporti della Commission parlamentare antimafia.
E se si smettesse di sostenere che tutto è mafia? Forse, isolandoli e mettendoli nel mirino, i mafiosi finirebbero come ogni altro criminale, in prigione. Comunque, si eviterebbe il ridicolo.  
 
L’Irlanda dalla povertà alla ricchezza – lo sviluppo vuole autonomia
La dinamica suora Erminia, irlandese, che lavora in Vaticano e veste in borghese, sta organizzando per il suo ordine, irlandese, un convengo mondiale a Roma per il quale impegna l’Ergife, settecento stanze. Le piace chiacchierare e, benché impediti dalle buste del supermercato, qualche battuta si scambia. “Sono cinquecento di sole direttrici e superiore”. “Una potenza”. “Costa poco, ed è vicino al Vaticano”. “Una potenza a Dublino, l’ordine”. “Le cose cambiano. C’era tanta religione e tanta povertà, ora la religione è scomparsa, ma la gente sta bene”.
Religione contro sviluppo, allora? Bisogna rimodulare gli studi in materia, Simmel, Sombart, Weber, Brentano, Pirenne, Tawney, lo stesso Marx, e anche Walter Benjamin.
Ma, non detto, un altro quesito la suora Erminia non volendo pone. E se l’Irlanda fosse rimasta nel Regno Unito nel 1921 (o nel 1949, quando s’è fatta Repubblica), sarebbe stata più  o meno ricca un secolo dopo? A giudicare dall’Irlanda del Nord, che è rimasta nel Regno Unito, no.
Il successo dell’Irlanda è anche dovuto a poco. Niente grandi capitali, grandi fabbriche, grtan di invenzioni, nemmeno prossimità a grandi mercati. Solo un po’ di buon senso: l’Irlanda padroneggia l’inglese, e con una fiscalità discreta ne ha fatto una miniera.
 
Aspromonte
L’Aspromonte è il suono del psi rovesciato (una lettera dell’alfabeto greco che ha forma di tridente, n.d.r.), il simbolo di Poseidone che si perde nella marea montante della Calabria”, Patrick Leigh Fermor, “Rumelia”.
 
Sono tornate le rondini, sono scomparse le farfalle.
 
È sul primo numero de “L’Espresso”, 2 ottobre 1955. Con tanto di foto di un medico col toscano in bocca, il dottore Emanuele Santillo, che ausculta un contadino. Ora nessuno in zona ricorda un dottor Santillo. Né la faccia del contadino. Anche la didascalia sembra falsa: “I medici della zona dell’Aspromonte possono svolgere la loro attività solo se proteti dalla mafia. Spesso vengono costretti a curare banditi feriti”. Perché la mafia non c’era. Non ancora.
 
Sullo stesso “Espresso” c’è una foto di una pagina dedicata alla convulsa estate dell’“operazione Aspromonte” del questore Marzano. Un funzionario in carriera poi finito male. Alla pagina collabora Corrado Alvaro con un articolo spietato: “In verità, vi si gira un filmetto mediocre”. “I nomi degli affiliati di banditismo li conoscono perfino i ragazzi”.
 
Alvaro, già minato dal tumore, perde il rispetto umano e dice quello che tutti sanno. Anche noi preparavamo un giornale, noi ragazzi. Uscì l’estate dopo, solo tre numeri, ma abbastanza densi. Si chiamava “L’asino”. Con un articolo, il primo scritto in mezzo alle tante fantasie poetiche e drammatiche (i tessitori di Lione è un tema che resta ancora vivo, ma fu scritto a matita, sul diario di classe durante le interminabili lezioni, e si legge poco) sull’estate del questore.


Il ricordo permaneva delle camionette di Polizia, con i Bren puntati sul tettuccio, che fecero carosello nella piazza a mezzogiorno di domenica, tra i numerosi presenti, che poi furono spinti dai militi col casco e il Fal spalle al muro. Aldo protestò, il papà dell’amico Mimmo, ma si ebbe un manrovescio a gesto ampio, sonoro. Non cadde, solo si piegò, era basso di statura, e si mise al muro con lentezza, ma il colpo fu forte, risuonò come una bomba.
 
Dice anche Alvaro come si forma un malvivente. In mille maniere. Quella che lui ricorda l’abbiamo vissuta tutti in paese. “C’è un tale che si è dato al banditismo perché suo fratello, bandito anche lui, fu ucciso dai carabinieri mentre dormiva in un suo rifugio, anziché essere catturato vivo. Questi a sua volta si era dato alla macchia dopo avere ucciso un sottufficiale da cui aveva ricevuto uno schiaffo durante un interrogatorio”.
I fatti non si svolsero così. In un certo senso si svolsero anche peggio. Fu il fratello del morto a essere schiaffeggiato dal sottufficiale che voleva informazione sul latitante. Che poi si armò, uccise il sottufficiale, il maresciallo Sanginiti, e anche il presunto informatore che l’aveva indirizzato al covo del latitante ucciso nel sonno - questi aveva ucciso un amico per una questione di donne.
Ma Alvaro, da Roma, certamente ne sapeva molto di più dei questori Marzano e complici, che stavano a Reggio come in colonia.
 
Mezzo Aspromonte è in armi con San Luca. Dove per caso è nato Corrado Alvaro, la gloria della Calabria. E per questo si vuole centrale nell’economia della Montagna. Compreso il santuario della Madonna di Polsi, il luogo di culto con più continuità in Europa, che si è infeudato, a danno delle comunità che nei secoli ne hanno intrattenuto il culto, Pedavoli-Paracorio, oggi Delianuova, Platì, Cittanova, Condofuri, Palmi, Messina (“ganzirroti” e “faroti”). Anche perché, con una serie di manomissioni delle carte demaniali, è riuscito novant’anni fa, nei primi anni 1930, ad annettersi la titolarità di gran parte della Montagna.
Siamo tutti fratelli ma bisogna dire le cose come stanno.

leuzzi@antiit.eu


Un’America da togliere il sonno

Un tranquillo dentista di provincia, probabilmente la Latina dell’altrimenti incomprensibile titolo (e America? Starà per Hollywood?), che fuma con gli amici, va al bar come tutti, litiga col padre, e ha una bella famiglia, la famiglia ideale, viene precipitato in un baratro, di minacce e incubi sotto le semplici, anche affettuose, apparenze. Finché l’incubo non si rivela un fatto. Ma la storia – c’è una storia? – c’entra poco, il racconto anzi prende lo spettatore per la sua incongruenza. Bastano le immagini, è un racconto di immagini.
Una personalità sdopppiata, per un’ora e mezza di ansia crescente, fino al terrore. Sulla scia di Argento, anche come tecnica: la suspense si crea per immagini accostate, anche senza sequenza logica - il dialogo, peraltro poco percettibile, sussurrato o semplicemente accennato, è parte dei rumori, pochi, di scena.
Come dal titolo, un racconto un po’ slegato, per ripensamenti in sceneggiatura o al montaggio, ma sicuramente da togliere il sonno.
Damiano e Fabio D’Innocenzo, America Latina, Sky Cinema

domenica 8 maggio 2022

Il mondo com'è (444)

astolfo 

Dayan in Vietnam – “Gli americani stanno vincendo tutto, tranne la guerra”: Moshe Dayan, il generale artefice delle due vittorie israeliane, nel 1956 a Suez e nel 1967 contro l’Egitto di Nasser, era stato un anno prima, a fine luglio e ad agosto del 1966, in Vietnam, “inviato speciale” del quotidiano “Maariv”. Fu “embedded”, poté cioè partecipare ad azioni di guerra americane, e non ne rimase convinto. L’esercito Usa è “una macchina eccezionale senza intelligence”, scrisse. Questa soprattutto individuò come la maggiore debolezza americana: non sapere nulla del nemico, né all’ingrosso né al minuto – si trovò a partecipare ad azioni contro i Vietcong con piani dettagliati, principali e subordinati, dello schieramento americano ma senza un’idea di dove il nemico si trovasse, in che luoghi, con quale schieramento, se in massa, a gruppi isolati, su un fronte, io disseminati. Connessa alla mancanza di informazioni trovava la campagna di sensibilizzazione: le attività civili, per conquistarsi la fiducia dei vietnamiti. Molta attività disse fasulla, vantata solo per tranquillizzare l’opinione negli Stati Uniti. E comunque diceva impossibile catturare, facendo la guerra, la fiducia dei vietnamiti: la grande maggioranza voleva solo la pace. Più di tutto pesava, a svantaggio americano, paradossalmente, la sproporzione enorme degli armamenti: “Qualsiasi confronto tra le due forze armate era stupefacente. Da un lato c’era l’esercito statunitense dotato di elicotteri, una forza aerea incredibile, armamenti, mezzi di comunicazione elettronici, artiglieria e altre grandi risorse. Senza contare munizioni, benzina, componenti di ricambio e attrezzatura di ogni sorta. Dall’altra parte invece c’erano le truppe nordvietnamite che avevano camminato per quattro mesi portandosi sulle spalle l’artiglieria, dotate si un semplice cucchiaino di latta per mangiare qualche manciata di riso da un piatto pure di latta”.
Dayan aveva cominciata la vita militare come specialista di guerriglie. Nativo di Israele (da genitori immigrati dall’Ucraina), cresciuto in un kibbutz, a 14 anni si era arruolato nell’Haganah, il gruppo paramilitare a difesa degli insediamenti ebraici in Palestina. Nel 1937, a 22 anni, aveva il grado di sergente, e collaborava col capitano inglese Orde Charles Wingate, dal quale apprese le tattiche anti-guerriglia: Wingate, un inglese filosionista, era incaricato di fronteggiare la rivolta araba in Palestina con strumenti non regolamentari, e creò delle squadre miste, di militari britannici e membri dell’Haganah, le Special Night Squads. Nel 1939 l’Haganah fu dichiarata illegale dalla amministrazione britannica e Dayan fu incarcerato, per due anni. Nel 1941 l’Haganah fu riconosciuta, e impiegata nella guerra contro la Francia di Vichy in Siria. Dayan fu in Siria aggregato a una divisione di fanteria australiana, e ci perdette l’occhio sinistro. Nella guerra per la creazione di Israele, nel 1948, comandò la piazza di Gerusalemme. Era capo di Stato Maggiore nel 1956, nella guerra di Suez, con i franco-britannici contro l’Egitto. L’anno dopo il viaggio in Vietnam, fu il ministro della Difesa nella Guerra dei Sei giorni, che annientò l’Egitto di Nasser. Sei anni più tardi, accusato di non avere saputo prevenire il contrattacco egiziano, di Sadat, si dimise.
Fece successivamente molta attività politica, dentro e fuori del partito Socialista. Ministro più volte, era agli Esteri nel 1978, col primo ministro Menachem Begin, col quale firmò gli accordi di pace con l’Egitto a Camp David. Ma presto si dimise, in polemica con l’occupazione dei territori palestinesi. Alle elezioni del giugno 1981 si presentò con un suo partito, Telem, per il ritiro dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Vinse due seggi, ma poco dopo morì, di tumore.
 
Donbass
-  Vi nacque “Stakhanov”: il prototipo del lavoratore instancabile produttivista della propaganda sovietica era un minatore del Donbass. Regione minero-metallurgica che a metà Novecento era rappresentata nella propaganda murale sovietica come il centro industriale della federazione, che irrigava con le sue fontane produttive. Donetsk si chiamava Stalino. Il Donbass era meta ambita di tutti i lavoratori della federazione, in particolare dei russi, sia nelle attività minerarie che in quelle metallurgiche. Furono gli anni anche della massima russificazione dell’Ucraina.
L’industrializzazione della regione – da tempo decaduta di peso economico, ben prima della guerra civile in atto dal 2014 - era però recente, di appena mezzo secolo. Risale a fine Ottocento, a iniziativa di capitali “occidentali”, cioè non slavi, grazie a tre fattori: le miniere di carbone, le miniere di ferro, e la situazione geografica del bacino minerario, con accesso al mare di Azov attraverso Mariupol, e al vastissimo entroterra col Don, il fiume. Nel dopoguerra ha moltiplicato le sue attività: oltre all’estrazione mineraria e alla metallurgia, ha avuto fabbriche di armi, di macchine utensili, e di mezzi di trasporto. Un concentrato di attività e di (relativa) ricchezza che però si è dissolto col dissolvimento dell’Unione Sovietica, del suo enorme mercato protetto.
Resta però importane per l’Ucraina: prima del 2014, dell’avvio della guerra civile locale, rappresentava un quinto del pil nazionale ucraino. Ma il suo sbocco era sempre il mercato russo. Un tentativo di rilancio si era avuto con una serie importante di sovvenzioni e contratti pubblici disposta dal Viktor Yanukovitch, ex governatore di Donetsk, poi primo ministro e presidente dell’Ucraina – il presidente cacciato dai nazionalisti con manifestazioni di piazza, che hanno originato la crisi di Crimea, la guerra civile nel Donbass, e ora la guerra aperta.


Donetsk fu fondata un industriale gallese, John James Hughes. A partire dal 1869. Su richiesta russa Hughes costruì accanto alle miniere di ferro una fabbrica di scudi metallici, per le artiglierie e altre difese, che fu il primo nucleo della città. Il primo sviluppo della regione fu opera di capitali e imprese “occidentali”, inglesi, americane, austriache, tedesche, richiamate dal potere zarista, per ammodernare e ampliare l’armamento, la flotta, le ferrovie. La Illitch, una delle due grandi acciaierie di Mariupol (l’altra è la Azovstahl, sotto assedio in queste ore), fu fondata nel 1897 dalla Nikopol-Mariupol Mining and Metallurgical Society, una società russa (Banca Internazionale di San Pietroburgo), austriaca (Adolf Rothstein) e americana (Edmund Smith).


Ucraina
– Fu per diventare “Napoleonide”, o “Napoleonia”, al tempo della tentata invasione francese della Russia, nel 1812 - lo storico della École pratique des Hautes Étudese Marin Motte, specialista dell’Ucraina, ha spiegato recentemente.
La politica di “contenimento” della Russia non è l’invenzione di George Kennan nel primo dopoguerra, data da alcuni secoli. Già nel primo Settecento, ha spiegato Motte su “Le Figaro”, attingendo alle fonti francesi, la Russia era una “grande preoccupazione”, l’“espansionismo russo” verso Occidente: “Già nel 1710 la diplomazia francese progettava di sostenere i cosacchi ucraini contro Mosca”. Il progetto fu ripreso “sotto il Primo Impero”, con l’intenzione di creare “un protettorato francese in Ucraina che si sarebbe chiamato ‘Napoleonide’”. Un progetto poco conosciuto ma preciso, sviluppato dal conte Hauterive, direttore politico del ministero degli Esteri. Il progetto sottolineava la ricchezza agricola dell’Ucraina, e l’importanza geostrategica del territorio, da rinominare Napoleonide: “Questo Stato costituirebbe una delle più forti barriere alle pretese della Russia sul Mar Nero e sul Bosforo. Respinta per sempre dal Mar Nero, la Russia sarebbe allora costretta a rinunciare ai suoi progetti di conquista”.
 
“Senza l’Ucraina, la Russia non è più una grande potenza”, sosteneva Zbigniew Brzeziński, il politologo americano di origine polacca che fu il “Kissinger” della presidenza Carter, 1977-1981, il consigliere per la sicurezza nazionale. E intendeva in senso geo-strategico. La parte russa del mar Nero è poco praticabile, senza l’Ucraina, o con un’Ucraina ostile, la Russia ha accesso praticamente negato al mar Nero, e al Mediterraneo.
Si attribuisce a Churchill la battuta: “La Russia è un gigante di cui abbiamo bloccato le due narici”. e intendeva gli sbocchi al mar Baltico e al mar Nero. La riannessione nel 2014 della Crimea, assegnata nel 1954 all’Ucraina da Kruscev (nato in Russia in prossimità del confine con l’Ucraina ma cresciuto in Ucraina), sembrerebbe avere aperto almeno uno dei due colli di bottiglia, ma evidentemente no, la Crimea restando una exclave, senza continuità territoriale con la Russia.
La guerra di Crimea nel 1853 - avviata da Francia e Inghilterra, con la partecipazione del regno di Sardegna su iniziativa del giovane Cavour - ebbe lo stesso scopo, rendere impervio lo sbocco al Mediterraneo alla Russia, che si era allargata a tutta l’attuale Ucraine nei Sei-Settecento – una espansione culminata nel 1784 con l’annessione, da parte della zarina Caterina, del khanato di Crimea. La guerra di Crimea fu dichiarata dalla Russia, in disputa con la Francia per l’esclusiva della protezione dei Luoghi Santi cristiani nel territorio dell’impero ottomano.
A fine 1852 Luigi Napoleone, fresco dell’ascesa a imperatore dei francesi, Napoleone III, pretese e ottenne dalla Turchia il titolo di protettore dei luoghi santi cristiani. Lo zar Nicola I, che aveva chiesto analogo titolo sui luoghi della cristianità ortodossa, ordinò la mobilitazione della Russia meridionale e una parata della flotta a Sebastopoli. La Turchia finì per privilegiare la pretesa francese, e la Russia dichiarò la guerra. L’Inghilterra pronta si schierò con la Francia proprio per questo motivo: impedire alla Russia di diventare una potenza mediterranea. La coalizione franco-britannico-sabauda vinse, con la presa nel 1855 di Sebastopoli, e impose alla Russia la smilitarizzazione del mar Nero. Un vincolo che durò fino al 1870: al crollo di Napoleone III e della Francia, la Russia si dichiarò svincolata da ogni impegno.

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Professarsi eretico

Un cumulo di macerie - senza appello.
Professarsi eretico richiede molta faccia tosta, da san Sebastiano curato, allo specchio, in gaudiosa attesa delle frecce.
Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, “Corriere della sera”, pp. 320 € 8,90