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venerdì 25 ottobre 2019

Il governo del ghigno

È perfino eccessiva la meschinità di Conte che si monta una conferenza stampa sulla sua testimonianza al Comitato parlamentare servizi segreti sul Russiagate di Trump per dire Salvini al soldo dei russi. Anche a essere feroci antileghisti. Lo stesso giorno in cui il ministro di Trump, Barr, può dire, grazie al medesimo Conte, che il Russiagate fu montato dall’Fbi a Roma, e aprire un procedimento che, in Italia, punta Renzi e il suo governo - questo Conte 2  non sarà nato per nulla.
Una persona astiosa, senza nessun background politico, messo lì da Mattarella, tenuto su da Trump. È un già visto. Oggi reitera il prefetto Gabrielli. Il capo della Polizia non si evita un sorriso alla Conte per dire che l’assassinio del giovane all’Appio Latino “ucciso a 24 anni per un gesto di coraggio”, titolo di “Repubblica”, non è “la storia di due poveri ragazzi scippati”. E dunque: si può uccidere?
La novità di questo 2019 è il vecchio copione dei Cossiga, De Mita, Andreotti. L’anima dell’Italia a questo punto, immarcescibile. Come è di tutte le anime, specie se cristiane, anche se demo-cristiane.  

La verità, si prega, sul 1994


La mini-serie di Accorsi non risolve le ambiguità, e si accartoccia. La terza serie, che si annuncia l’ultima, di questa “ricostruzione” del terremoto politico milanese non evidenzia le ambiguità del massacro che precedette la “discesa in campo”, e quindi finisce nel nulla, insipida. Non chiarisce nemmeno la berlusconeide. Non potendo colpevolizzare i vinti, vittime (Occhetto escluso naturalmente, che fu un vinto ma si pensava Attila, con Di Pietro... e purtroppo Nanni Moretti). E non avendo potuto canonizzare quelli che ne furono gli eroi, essendo nel frattempo decaduti. Qualcuno di estrema destra, qualche sciocco Pci marciante, e qualcuno imbroglione di suo.
Resta un dramma, una serie di drammi, senza autore, casuali. E questo non solo non è vero, non soddisfa alla visione. Certo, non ci sono nell’“evento” scene memorabili. Ma sarebbe bastato dirlo per creare qualche interesse. I defenestratori preferiscono tacere – mai evento così drammatico fu più carente di testimonianze - e nessuno gliene chiede conto.
Sky Original, 1994

giovedì 24 ottobre 2019

La mafia dei diritti

Si saluta la costituzionalità del diritto ai permessi anche per gli ergastolani mafiosi come un segno di libertà. Si saluta un po’ per vezzo avvocatesco, e un po’ per stupidità. Quella che si fa vanto dell buona coscienza. Di Manconi si capisce, è sempre stato contro ogni ingiustizia, ma anche di giudici come Colombo e Spataro che dei diritti degli imputati se ne sono sempre sbattuti – che non è stupidità, ovvio,  solo ipocrisia.
“La pena  deve rieducare”, dice Spadaro. Si parla di diritti di imputati di delitti plurimi che non  hanno mostrato alcun segno di ravvedimento.
Il giudice deve avere la libertà di decidere, dice Colombo. Che invece di fatto espone il giudice a pressioni inevitabili da parte dei mafiosi. Stiamo parlando non di singoli delinquenti ma di delinquenza organizzata – ma meglio sarebbe dirla organata, tribale, di sangue.
E quanta violenza nella difesa dei diritti dei mafiosi. “La mafia è tutt’altro che sconfitta”, osserva pacata Maria Falcone, “così si vanifica la battaglia di chi è morto per fermare i clan”. Lo dice su “la “Repubblica”. Lo stesso giornale che apre con l’invettiva di Manconi: “Non è vero che  - sul piano simbolico, emotivo o della memoria storica – qualcuno ha riammazzato Facone e Borsellino (come strillava un titolo non saprei dire se più imbecile o più farabutto)”. Però, che violenza il pacifista Manconi - sul piano di fatto.
Il diritto costituzionale sancito dalla Consulta porterà anche  un allentamento dei “pentimenti”. E questo è da decidere se sarà un male oppure un bene.

Roma infetta


Gianni Lemmetti, l’assessore al Bilancio che Grillo ha scovato a Livorno per salvare la sindaca
Raggi dalla galera, disciplinato dopo tanti abbandoni improvvisi, va a casa a Camajore nel week-end, al costo di 112 euro. Niente, per 800 km., di cui 303 in autostrada. Ma è quanto basta ai giornali romani per montare una canea. Paginate montano da settimane ormai, tutti i tribunali d’Italia sono sollecitati, Corte dei Conti, Tar, Procure, sempre meglio che lavorare, con dichiarazioni, distinguom, sì però, tuttavia. Per chi? Per cosa? Per gusto del niente, o per non dire altro?
Sono curiosi, questi scandali non scandali. Buzzi capomafia. Il sindaco Marino cacciato dal notaio perché una Panda rossa dela sua famiglia una notte era parcheggiata in divieto di sosta. Quante paginate su questo, per quanti giorni, settimane e mesi. Una città si direbbe miserabile – non si può non pensare che non sia i suoi giornali.
Naturalmente Roma non lo è. Ma la sua carne è infetta.
Il primo ricordo di Roma è che la moglie del presidente della Repubblica, donna Carla Gronchi, siccome era (stata) una bella donna, se la faceva con questo e con quello. Mentre Roma è citta dove si scopa poco e niente.

Problemi di base tassativi - 516

spock


Perché non tassare Whatsapp , come in Libano,  e Skype, una platea di cinquanta milioni di contribuenti?

E le cipolle come in  India – quelle di Tropea sono di lusso?

Anche i carcerati perché no, quelli del 41 bis in libera uscita?


E l’Iva sulle messe?

Il bollo sulle elemosine?

Un’impostina sui mendicanti, altri evasori integrali?

E il ticket sui giardinetti?

Agli evasori ricchi bisogna mettere le manette o togliere gli avvocati?

spock@antiit.eu

Il giallo è meglio sullo schermo

La mini-serie non ha superato il 10 per cento di pubblico tv. Ma non può: il personaggio è arcigno, il volto ribelle della legge – e poi la rete, Rai 2, non ha traino. Ma è un successo di stima, anche per gli inserzionisti, e quindi si replicherà.
Succede con Schiavone come con Montalbano, che invece non scende sotto il 30 per cento, nemmeno alle repliche, che sono ormai n. I film attraggono, più dei romanzi e racconti su cui si innestano. Manzini a leggerlo, anche Camilleri a rileggerlo, hanno buchi e stanchezze. I film che se ne traggono vanno invece come freccerosse.
Merito di Spada e Sironi, i registi: delle immagini, delle caratterizzazioni, che hanno saputo recuperare, del montaggio. Che danno ritmo al racconto e spessore alla scena, carattere, densità. L’Aosta di Spada avrà di che lamentarsi, così rigida e frigida, grigia – sarà Spada specialista dei ghiacci, dopo il blockbuster “Hotel Gagarin”, come Sironi del mare e la luce? - ma c’è, è palpabile, più dei testi a cui la serie si ispira.
Simone Spada, Rocco Schiavone

mercoledì 23 ottobre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (406)

Giuseppe Leuzzi


Plaxy Exton, inglese, e Giorgio Locatelli, lombardo, chef stellato nel loro ristorante londinese, “La Locanda”, e giudice di Masterchef, nel 2020 apriranno un ristorante in Montenegro. Lo chiameranno “Sabia”, nel resort di lusso One and Only. Dove, dice lei, “faremo cucina del Sud Italia”. Le idee del Sud non mancano, ma non al Sud.

Simenon, “Il Mediterraneo in barca”, trova in Italia, in Sicilia, a Siracusa, dei “disoccupati prima dell’invenzione della disoccupazione”, in corsivo a sottolineare la meraviglia: “Gente che non fa niente perché è bello non far niente o piuttosto perché è inutile fare alcunché”.  Il turismo può essere dannoso, è una vecchia tesi.

“La statua della giustizia, con la spada in mano e la bilancia da pesar i fagioli, potrà forse andare come riempitivo architettonico; ma mi lascia freddo me, come uomo, che pur si commuove all’idea di giustizia”, C.E.Gadda, “Divagazioni e garbuglio”, p. 70.

Il “Corriere Economia” può censire “le 250 locomotive del Veneto”, locomotive economiche. Di un’area che era classificata “depressa” cinquant’anni fa. Che crescono “il doppio dell’Italia”. E fatturano in media 65,3  milioni. Di tutto quello che c’era, di attività apparentemente a scarso valore aggiunto, si è fatto un tesoro: occhiali, scarpe, legno, maglieria, vino.

Sudisimi\sadismi
Mafie e stupidità
Sul “Corriere della sera” delle buone azioni, “Il bello dell’Italia”, Goffredo Buccini protesta contro “l’infinito repertorio dei luoghi comuni sulla Calabria ( ingiusto e superficiale quanto ogni catalogo del genere)”. Non gli piace che per Cosenza si faccia eccezione: “Ma Cosenza è diversa…”. Sotto il titolo: “La diversità culturale che non si merita un altro caso Calabria”.
Spiega che “Cosenza è la prova che correndo si può battere il destino. È la Calabria possibile, la meno banale”. Poi confina Reggio nella “fossa mefitica” della rivolta del 1970: “Non bastano a  salvarla i Bronzi di Riace, imprigionati in un museo difficile da raggiungere, non serve la sciagurata stagione dello struscio e del cornetto alla panna comprato da Peppe Scopelliti a costo di dissestare i conti comunali. Reggio era e resta la porta d’affari della Locride in cui il boss Paolo Di Stefano uscendo di galera nell’80, fa il giro dei negozi per pagare le scarpe che i reggini s’erano comprati «a nome della famiglia» mentre lui stava dentro: 60 milioni di lirette, giusto per dire al figliolo ed erede «da oggi chisti camminano sulle scarpe nostre»”.
Criptico, in fatto di cornetti alla pana e struscio, ma chiaro. Che le mafie siano affare di stupidità, a questa bisognava pensarci.

Le donne del Sud
Non è più in uso ma il fantasma ne è sempre invadente della “donna del Sud”, dello stereotipo. Muta, inerte, inesistente, dopo aver fatto dieci o venti figli, e avvolta in teli neri. Si procede perciò con sorpresa, scorrendo una biografia di Campanella, che tra l’altro era un frate, domenicano, quindi piuttosto rigido in fatto di comunione delle anime, nonché filosofo, politicante, carcerato praticamente a vita, che vivesse tra le donne, non anonime, nel Cinque-Seicento. Intanto le sorelle, che erano numerose, ma tutte con un nome – un carattere. Anche la madre ha un nome e una sua storia: era Caterina Martello di Basile, e venne da un paese vicino a Stilo, per sposarvi uno “scarparo”. Delle quattro sorelle due si sposarono, Lucrezia e Giulia, Costanza si fece anch’essa  monaca, fu badessa, e scrisse poesie, Emilia, che Tommaso ricorderà più volte, “una sibilla”, aveva le visioni e soffriva di epilessia.
In fatto di visioni un’altra donna è importante per Campanella, di cui però non dà il nome: è la “maga di Stignano”, come la chiama in “Del senso delle cose e della magia”, paese vicino a Stilo, che lo ha iniziato ai misteri della magia.
A San Giorgio Morgeto, il convento dove fu avviato dopo il noviziato per studiarvi la filosofia, divenne il protetto di Isabella Del Tufo, gentildonna napoletana moglie del feudatario dei luoghi Giacomo II Milano, che col fratello Mario Del Tufo lo ospiterà Napoli quale precettore. Con Mario Del Tufo sarà anche nei di lui possedimenti a Minervino Murge,dove consolerà e studierà le “tarantolate”, il fenomeno del tarantismo.
Nella primavera-estate del 1599, nei preparativi per la rivolta della Calabria contro gli spagnoli, fu in rapporti stretti con Dianora Toraldo, vedova di Mario Galeota, signora di Monasterace, della marchesa Beatrice d’Aragona e sua figlia Isabella nel castello di Arena, e di donna Dianora Santaguida a Santa Caterina.
Un’altra Dianora, nome scelto dalla monaca di casa Eleonora Barisana, lo accudirà in carcere al Castelnuovo di Napoli dal 1603, con libri, manoscritti, carta, inchiostri. Forse ci fu dell’altro, e comunque la Barisana si meritò alcuni sonetti. Non fu la sola, altre donne aiutarono Campanella nel carcere di Napoli e si meritarono sonetti e ringraziamenti. Soprattutto una “Florida”, Giulia Gentile da Barletta. Orsola Benincasa ricorre la prima volta come destinataria di un sonetto di Campanella. “Alla signora Maria” è un sonetto dedicato a Maria Spìnola Centurione, degli Spìnola genovesi, i banchieri creditori della corte napoletana. Donna Ippolita Cavaniglia fu la maggiore benefattrice, figlia di Garzia Cavaniglia conte di Montella. Una “donna Olimpia” è anche menzionata. E la stessa moglie del castellano di Castelnuovo Alonso de Mendoza, donna Anna de Mendoza.
Di suo, Campanella farà nella “Città del sole” largo spazio alle donne, in condizioni di eguaglianza. Nella “Philosophia sensibus demonstrata” spingendosi a esaltare le donne eminenti dell’antichità, proprio nella sua Calabria: la poetessa Nosside, di Locri, e le filosofe Teano, dalla scuola pitagorica, forse moglie dello stesso Pitagora, Filtide, e Timica, moglie di Millia.
In generale, nei tanti scritti Campanella  solo stigmatizza delle donne gli eccessi nell’abbigliamento e i cosmetici. In questo contesto valorizzando le donne che in Calabria, come sintetizza un suo biografo, “non hanno spessi sandali né belletti né ozio, sono alte di statura, agili, robuste, vivaci nei movimenti, nei colori, nella voce”.

Sicilia
Ha fama di cattiva amministrazione. Ma colpisce nella Sicilia di Angela in tv la cura per palazzi, chiese, giardini, piazze, monumenti. La cura pubblica, di manufatti non più accudibili dalle vecchie proprietà ma sempre recuperati. Per le più diverse esigenze moderne, comunque ben temuti.
Colpisce la continuità: dei centri urbani, della memoria, del gusto.

Colpisce anche la quantità e la qualità di questi manufatti. Che si liquidano democraticamente come sangue cavato alla povera gente. Ma non c’era in Sicilia uno sfruttamento speciale rispetto a un bracciante padano. La diversità sta nel gusto.
Anche nella scelta dei materiali e nelle tecniche costruttive, se gli agglomerati urbani, anche non monumentali, sono durati attraverso i terremoti.

C’è costernazione tra i grandi magistrati siciliani a Roma, Pignatone e Prestipino, perché la loro Mafia Capitale è stata derubricata dai tribunali. Se non è mafia non è delitto?

La Sicilia è diventata quello che volevano diventasse. Un segno di forza questo invece non è.

Ercole Patti è scrittore apprezzato da Soldati: “Catanese, scrittore squisito, affascinante e mai abbastanza ammirato” (“Nuovi racconti del Maresciallo”, Patti era morto nel 1976). Premiato al Campiello, soggettista e sceneggiatore di film rinomati, “Un amore a Roma”. “L’amore difficile”, “Un bellissimo novembre”, “La seduzione”. Ignorato dalla vasta pubblicistica siciliana.

La pubblicistica siciliana è vasta, costante nei secoli alto livello, e di molteplici interessi: storia, folclore, filosofia, poesia, diritto, economia. Ma è ferma dal dopoguerra, dal cosiddetto secondo Novecento, che è ormai quasi un secolo, all’asse agrigentino: Pirandello, Sciascia (con un varco, modesto, al catanese Brancati, professore intravisto al ginnasio), e ora Camilleri. Attorno all’essere-non-essere, e al “traggediaturi”, mentre la Sicilia è tante cose: fantastica, positiva, comica, erutita.   

Lo Stato-Mafia è un ritorno alla camilleriana “bolla di componenda”. Treccani non la registra, neanche il Battaglia. Wykipedia la registra parco, dopo Camilleri: “I Componenda sono accordi o transazioni informali finalizzati a risolvere un contenzioso tra le parti, una sorta di accordo stragiudiziale losco, non legale e non riconosciuto dall’ordinamento giuridico. Secondo Andrea Camilleri erano in uso in Sicilia”. “Traggediare” piace.
 “Tutto ciò che appartiene alla Sicilia finisce sempre per iscriversi in un tono sopra le righe,  rivela sempre una natura densa, eterogenea,  mescolata e fusa, violenta e raffinata insieme…” – Mario Soldati, “Nuovi racconti del Maresciallo”.

Vittorio Bersezio, “Le miserie del signor Travet”, che Soldati ricorda subito appresso, nel racconto “Travet”, ne faceva ancora un luogo di punizione: “Oh mi provr’om! I sun ruinà, i sun disperà… A veulu mia mort… Ah, sur Comendatur, elu vera l’on c’ha ma dime adess ‘l Cap Sessiun?... A veulu mandeme an Sicilia mi? Ma tant a’ vaò’ c’a ‘m büto adiritüra an mes d’na strà e c’a ‘m diuch’i chërpa lì Cuma ‘n can!”.

“Durante la guerra del ’15-18 il maggior numero d renitenti alla leva (mi rifaccio a documenti dello stato maggiore) e di disertori fu riscontrato fra i contadini soldati che provenivano dal Sud,specialmente siciliani e calabresi, i quali non capivano perché dovessero andare a difendere i cavolfiori dei contadino del Nord”, Camilleri, “Come la penso”, 210. A morire.

leuzzi@antiit.eu

Blues beat

Un centone dell’incontenibile, inesauribile, vena poetica dell’autore di “Sulla strada” – romanzo che anch’esso si può leggere, in originale, in prosa ritmata. Tutto in traduzione, senza gli originali, a opera di Bocchiola, Guerneri, Rota Sperti. Riunendo le raccolte singole che sono state via via composte postume, e tradotte, “Vecchio Angelo Mezzanotte”, “Il libro degli schizzi”, “Libro de blues”, “Libro degli haiku”. “La scrittura dell’eternità dorata” e il “Mexico city Blues”, più altri componimenti ancora sparsi e tradotti per la prima volta.
Un laboratorio più che un’opera poetica. Per chi ama lo scrittore e ne vuole approfondire anche il modo di lavorare: per accenni, echi, appunti, di impressioni, idee, propositi, illuminazioni, annotate come vengono negli innumerevoli taccuini che ha compilato, ne aveva sempre uno pronto in tasca. Parole libere per lo più, immediate, non lavorate, né organizzate.
Il ricco glossario è così forse la parte migliore, che tematizza e contestualizza i richiami personali e culturali. Soprattutto gli orientalismi, la cui immissione nel contesto americano e occidentale si fa ascendere alla cultura Beat e a Kerouac in particolare – con Allen Ginsberg, peraltro suo debitore e estimatore.
Jack Kerouac,I Blues di Jack Kerouac, Oscar, pp. 788 € 26

martedì 22 ottobre 2019

Ombre - 484

“La lybra cede al dollaro. La criptovaluta ha difficoltà a decollare”. È stata lanciata appena quattro mesi fa. Da Facebook, che è bene un social, benché potente. Ed è una moneta inesistente e inconsistente – virtuale si dice, per i gonzi. Ma è come se ci fosse sempre stata, un pilastro dell’economia mondiale. Facebook siamo noi: cioè noi siamo facebook, chiacchiere.

In Gran Bretagna i Conservatori si liberarono di Margaret Thatcher con un certo John Major il cui unico segno di distinzione erano i capelli in ordine, se li pettinava in continuazione. Resta nella memoria giusto per questo Si dirà lo stesso di Conte?
Che però non è neanche premier, giusto un presidente del consiglio, un primus inter pares, senza alcun potere sui ministri.

Tornano le polemiche tra fuorigioco, rigori è punizioni, malgrado il Var. Gli arbitri non si arrendono.

Chiacchiere sui pos obbligatori, che sono obbligatori già da cinque o sei anni. Mentre non si
impone il pagamento elettronico alle casse pubbliche, per ticket, esami, certificati,
bolli eccetera.

Tassativo Di Maio: non posso tassare l’idraulico e il meccanico. Con i quali siamo
tutti felici di poter non pagare l’Iva. Anche lui troverà conveniente pagare100
euro, e magari 90 con lo sconto, invece che 123 - 125 col bollo. O non ha mai pagato una fattura, un idraulico? 

Il berzitello non sa dove l'economia nera si raggruma. Non è il solo, non gli se ne può fare una colpa. Venendo da Napoli lo sa benissimo, ma lui è il tipo che non sa niente.
Si pensa all’economia in nero come al Grande Evasore, con i forzieri nei paradisi fiscali, per comodità? Per aggravarsi la coscienza.

Atlantia, che ha aperto Fiumicino e Ciampino alle linee low cost, rovinando Alitalia, ora si propone di salvarla. Come? A Londra, patria del liberismo, o a Parigi, bisogna prendere le low cost a due-tre ore di treno, disagevole.

“Boccia: “Sull’evasione non creare ansia, serve la certezza del diritto.: le manette dopo le sentenze, non prima”. L’unico intelligente sarà rimasto il presidente della Confindustria. Uno che non ha bisogno di fare il furbo.

Ricavi dei giornali in caduta costante nel mondo, documenta “Il Sole 24 Ore”: da 111,8 miliardi di euro nel 2014 a 94,2 quest’anno. Più accentuato il crollo in Italia: da 2 miliardi a 1,5 e a 1,3. In effetti, non c’è più ragione per comprarlo, è solo un’abitudine.

Quest’anno la pubblicità sui social supererà, in Italia e nel mondo, quella sui giornali. Col 13 per cento della spesa globale in pubblicità. Al terzo posto, dopo la tv (che raccoglie il 29 per cento), e la ricerca internet in abbonamento (17 er cento).

Il Tg 1 fa uno speciale sulla guerra turco-americana ai Curdi. Interessante. Ma lo apre con una interminabile sproloquio di Conte, il presidente del consiglio. Poi dice che la Rai perde ascolti.

Sono due mesi, o forse tre, che si parla di un Mifsud spione  Roma, al centro del Russiagate americano. E non si sa chi è. Finalmente “la Repubblica” manda due giornalisti a Lalta, il paese di Mifsud, che non più lontana della Sicilia e costa meno, e qualcosa subito si sa, anche molto.

“Per evitare l’aumento dell’Iva una raffica di mini-tasse” – “Il Sole 24 Ore” ne ha contate per cinque miliardi. A carico di banche e imprese, ma anche del contribuente. Come se i contribuenti fossero scemi. I furbi sono sempre troppo furbi.

“Il peccato ecologico nel diritto canonico” vuole introdurre il papa Veniale o capitale? E per quante avemaria – come si misura? Ci sarà un peccato per ogni moda, l’aggiornamento è questo.

L’Interno pubblica il dato statistico sugli arrivi di immigrati irregolari in Italia dall’1 gennaio 2019 al 18 ottobre, comparato con i dati riferiti allo stesso periodo degli anni 2017 (-91,90 per cento) e 2018 (-59). In cifra: 110.431, 21.840, 8.241 (di cui oltre cinquemila negli ultimi due mesi, nd.r.). Altro che propaganda,

“Industriali e ambientalisti, tutti contro la plastic tax”. Tutti insieme?
E andranno tutti all’inferno? Bisognerà raddoppiarlo.

“Bravo Presidente. Niente sconti a Trump” inneggia “la Repubblica” alla visita di Mattarella a Washington. Sui dazi, sulle spese Nato, sull’attacco di Erdogan ai curdi in Siria. Ma poi: “Russiagate, pronto rapporto Usa: accuse all’Italia”. Una quisquilia.

A corredo del titolone Federico Rampini, l’unico giornalista, in Italia e negli Usa,a interrogarsi sul fenomeno Trump, fa anche una sintesi dal conferenza stampa di Trump unitamente a Mattarella. In cui niente di Trump è folle o corrotto, e tutto è anzi inquadrato nella politica Usa degli ultimi quarant’anni, del dopo Muro, che si continua a non voler vedere.

Immigrati via mare in dieci mesi in Italia 8 mila, in Spagna 26 mila, in Grecia 45 mila.  In Italia muoiono, al largo di Lampedusa. Perché il trasbordo è lungo e pericoloso. M questo non si vle vedere: solo il numero conta.

Grisélidis commediante e martire

“Il nero è un colore” suona oggi, in Europa, un manifesto. Controcorrente. Rivoluzionario. Ma non è la sola sorpresa: è un romanzo, comincia con un botto, “Ho sempre amato i Neri”, detto da una Bianca, svizzera, e scoppietta come un gioco pirotecnico, colorato, anche cupo. 
“Il nero non esiste” è la terza o quarta frase, non esiste nel senso della diversità. Ma non è un proclama: è la storia di una giovane madre bianca che l’innamorato nero porta a prostituirsi, e lo fa di preferenza con i neri – americani, bisogna dire: caciaroni, cioè, ubriaconi, spendaccioni. E non è la sola sfida: il romanzo è anche degli zigani, belli, forti e generosi.
Grisélidis comincia come un treno, e non si ferma. Un racconto di stenti e prostituzione, per lo più lurida, che sa però rinnovarsi e tenere avvinti. Non disturba nemmeno la sua figura sociale, protagonista nel “Sessantotto” del movimento dei diritti delle prostitute, fondatrice della cassa mutua di settore Aspasie. Tournée narratrice, racconta come pochi. Sa perfino imbastire in tanta degradazione, botte, spaccio, malattie, fame, prigione, sporcizia, stanze luride non pagate, tra i rifiuti, montagne di rifiuti, con i figli dietro, un lieto fine. Sempre con un nero – a volte indiano (dell’India?) e nero insieme. Quello che l’abbandona nel bisogno, dopo essere stato salvato da lei, quello che la picchia e le impone la prostituzione, quelli che se la fanno allegri al bar. Un racconto che più non si fa della derelizione, dopo Victor Hugo. La marginalità – i bassifondi, le borgate – ricostituendo nel fatto razziale. Da irriducibile indomabile suffragetta del “tipo nero”, anche non credibile, tanta è l’abiezione, ma non noiosa.  
Il titolo sembra di oggi, ed è quello che forse ha spinto alla riedizione, ma è del 1974 e già vecchio, ripreso da Martin Luther King e il Black Power, anni 1960 – la paura del nero, del diverso, si allenta per tappe, ed è ora, cinquant’anni dopo, la volta dell’Europa. Di neri si racconta per lo più, mariti e amanti, anche cattivi, e molto cattivi. Nonché di zingari, i pochi sopravvissuti in Germania a Hitler, di cui  Grisélidis è parte – “sono di razza gitana”. Il racconto è invece nuovo e nuovissimo, del genere che si apprezza leggendo.
È un racconto-verità, come usava – del ladro, dell’operaio, del galeotto? Non sembra inventato. Cioè lo è, ma “scritto”, con un occhio al genere, porno, e uno alla prosodia e poetica. Più Genet che “Papillon”: il diario della prostituta come il “Diario del ladro” – il “Santo Genet, commediante e martire” di Sartre. Il racconto non tralascia nulla del repertorio sessuale, il Krafft-Ebing, aggiornandolo anzi, all’“odore aspro della negritudine” e al pene ricurvo dei neri, doloroso uncino. E forse è vero, per minuti particolari. Per esempio “Roma, città aperta”, visto a Monaco, in una sala gremita. Ma riscatta la pornografia. E la noia. La vita di una prostituta, con la coda alla porta i giorni di paga, il sabato, il 30-31, non è varia. Nel racconto sì.
Grisélidis pubblicherà poi altri nove o dieci libri. Qualcuno anche premiato – “Carnet di ballo di una cortigiana” sarà premio Humour Noir in Francia nel 1979. Avvinta all’immagine di attivista della prostituzione in quegli stessi anni 1970, dopo aver scritto il libro, che data 1972-1973: alla radio, alla televisione, nei libri, nelle chiese occupate a Parigi e Lione nel 1975, e ai “convegni internazionali” che naturalmente se ne fecero. Ma narratrice dotata. Nata a Losanna nel 1929, aveva fatto in tempo a sentire gli ultimi hitleriani minacciare il pericolo nero, dei “violentatori delle vostre figlie”. Su questo sfondo mentale procede col suo racconto goloso, tra i liberatori in Germania di colore in Chevrolet.
Cresciuta in Egitto e in Grecia, studi al Liceo Artistico di Zurigo, Grisélidis fa la Modella all’Accademia, ma è presto madre di due figli, e a trentadue anni fugge in Germania con l’amante Bill, un nero americano che ha aiutato a evadere dal manicomio di Ginevra – in realtà con tutti i crismi dottorali, purché ne liberasse la Svizzera. È l’inizio del racconto, che sarà di cose vissute e viste. Scappa anche perché l’assistenza sociale vuole toglierle i due figli che già ha, di padre violento svanito. L’autobiogafia si svolge tra l’occupazione americana, la ricostruzione tedesca, avventurosa e tignosa, tra sessuomani invariabilmente deviati, e la vita confinata ai margini. Tra le cantine del jazz e i piccoli traffici, il sesso nelle sue peggiori declinazioni subendo ogni notte, mentre i figli dormono. E ciò malgrado l’amore sessuato con un uomo, con un nero, con costanza perseguendo, invariabilmente ingannevole e violento. Eccetto, forse, l’ultimo.
Una vita “maledetta”. Nei due sensi, anche in quello letterario. della bohème nel secondo Novecento. Nel senso della riuscita di una bohème iperletteraria: questo è un racconto che si recupera, l’autrice resterà pure marginale, il libro no. O anche: la sua vita sarà stata il racconto migliore. Se non è Genet in gonnella, narratrice dell’abiezione più che abietta – si riesce a imaginare “la vita è bella” di un ladro, non di una prostituta con la coda alla porta, e i figli nel letto.
Nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, Grisélidis esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza, che ha curata e lasciata, “Mémoires de l’inachevé”. Anche qui, qualche segno lascia. Dalla casa in Svizzera, che ha affittato alla solita ricca americana, per scappare col nero pazzo e sfuggire all’assistenza sociale che vuole prenderle i figli, risultano scomparsi a un certo punto “manoscritti e poesie”. Un cliente l’assomiglia a Elizabeth Taylor, dopo alcuni anni di mestiere infaticabile, tra sberle, pedate e ossa rotte. E beve già il vino rosso in fresco.

Grisélidis Réal, Il nero è un colore, Keller, pp. 320 € 17