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sabato 6 agosto 2016

Secondi pensieri - 272

zeulig

Decostruzione – S’innesta come è noto sull’insistenza con cui de Saussure torna sull’arbitrarietà del significante  – nonché sulle mille facce del senso, quale che sia quello che si individua o rileva. Ma quella di Saussure è una induzione logica, che non connota il senso, i diversi sensi – non struttura, quindi non destruttura.

Guerra – È celebrata nel Novecento, quando perde ogni suo valore – onore, coraggio, giustizia, libertà – nella propaganda di guerra: E nella guerra di posizione (le trincee) e della potenza di fuoco (mitragliatrici, obici, cannoni, carri armati, aerei, missili): la “guerra di materiale”, di cui lo stesso Jünger, che la ha vissuta eroicamente, è lo scrittore. Che ogni valore individuale annulla, e perfino ogni valore umano, che non sia quello dell’invenzione (tecnica) di nuova potenza di fuoco. Si celebra qualcosa che non c’è è più, ma con non neutrale slittamento semantico: dal valore alla carneficina.

Interpretazione – Rorty, dopo averla a lungo ricercata – l’interpretazione vera, il codice risolutivo – la riduce a una “ambizione”  che lo aveva “indotto, tra  ventisette e i ventotto anni, a sprecare tutto il tempo alla ricerca del segreto della dottrina esoterica di Charles Sanders Peirce circa la «realtà della Terzità» e dunque del suo «Sistema» semiotico-metafisico così fantasticamente elaborato”. La semiologia dicendo dunque un esoterismo. Rorty è scettico, ma il suo “mulino del processo ermeneutico che crea gli oggetti parlandone” è reale.
Così in “Il progresso del pragmatista” (in “Interpretazioni e sovrainterpretazioni”).

Sull’interminatezza dell’interpretazione Rorty ritorna in questo saggio a proposito del romanzo di Eco, “Il pendolo di Foucault”. La lettura gli evoca, dice, “una visione del grande mago di Bologna che rinuncia allo strutturalismo e abiura alla tassonomia,… finalmente disposto ad abbandonare la sua lunga ricerca del Piano, del codice dei codici”. Una lettura, dice Rorty, in linea con “tutti quei tassonomi settari e monomaniaci che turbinano intorno al pendolo”, che “riescono, con grande zelo, ad accordare qualsiasi cosa con la storia segreta dei templari, con la scala dell’illuminismo massonico, con il piano della Grande Piramide, o ancora con una qualunque delle loro ossessioni”.
Per una circolarità di grande appropriatezza logica: “Queste persone traggono un piacere squisito nello scoprire che la loro chiave ha aperto ancora un’altra serratura, che un altro messaggio cifrato ha ceduto alle loro insinuazioni e rinunciato ai suoi segreti”. Anche se, semplicemente, “condividono le delizie di cui sapevano Paracelso e Fludd mentre scoprono il vero significato della peluria delle pesche, vedendo in questo fatto microcosmico una corrispondenza con qualche principio macrocosmico”.

Sangre limpia- È molto italiana Laura Marino, star francese dei tuffi a Rio, ma non è un caso, è una delle tante figlie e nipoti di italiani che hanno conservato i nomi familiari, non volendo rinunciare del tutto al pedigree, se non alle radici. Jérôme Fenoglio, chiara origine di Alba, come lo scrittore, è direttore del “Monde”. Fenoglio è d’altra parte l’italianizzazione del francese fenouil, finocchio. Dove sono le distinzioni nette, marchianti? Il razzismo biologico no, razza e cultura sì, ma dove sono le carte d’identità, le delimitazioni? Il razzismo biologico semmai ha un senso, se se ne esclude la connotazione di superiore e inferiore: la procreazione è una fatto, l’ereditarietà ha una base. Anche quello culturale ne ha uno – le pagine di Senghor sull’uomo africano e l’uomo europeo si rileggono con interesse. Sull’intuizione come dominante oppure il raziocinio, eccetera. Ma sapendo che è una costruzione storica. Stabile in relazione alla stabilità dei caratteri, ma non predestinata.
Nel romanzo di Cicerone, “Imperium”, un “uomo nuovo” che sarà sempre disprezzato dagli aristocratici, benché miglior avvocato e loro collega al Senato,  Harris addita Catilina, e il suo giovane compare in dissolutezze Clodio, come il concentrato della razza pire, per una selezione di decine di generazioni: “Credo che si intenda proprio questo per «purezza della razza»”, Harris fa dire al suo narratore, lo schiavo Tirone, stenografo e segretario di Cicerone: “Erano stati necessari quattrocento anni di matrimoni incrociati tra le migliori famiglie romane per dare vita a quelle due canaglie, creature d’allevamento simili a due cavalli di gran razza e come loro veloci, caparbi e pericolosi”. La selezione acuisce le qualità anche negative: dalla malvagità non ci si salva chiudendosi in casa, non resta fuori della porta. Restando se stessi nella propria tribù si finisce come gli Ik di Turnbull, vendicatori cupi affaccendati.

Ciò che non va del razzismo biologico è, oltre alla gerarchizzazione, la purezza. La purezza del sangue, cui si collegherebbe quella delle culture, e anzi delle coscienze. Il contrario non  tanto di impuro quanto di misto.
Storicamente si può sostenere che il razzismo nasce quando si conculca il tribalismo. Nasce nel 1492 in Spagna, dopo la conversione imposta agli ebrei: non contando più la professione religiosa, per distinguere gli ebrei si compilano Libri Verdi sulla limpieza de sangre.
Il mito del sangue puro va con quello della razza eletta, che s’inaugura storicamente con la tratta dei negri per il mercato americano, del cui avvio il mito è contemporaneo. Ignazio di Loyola sarà oppositore lucido, tanto più per essere isolato, della limpieza de sangre. Ma contemporaneamente Teresa d’Avila, fu subito santa per la chiesa senza problemi, benché di nonno ebreo, senza quindi i quattro quarti prescritti dalla limpieza de sangre, e con cognizione del fatto. Il mito verrà presto abbandonato, gli stessi spagnoli dirazzavano volentieri nelle Americhe, ma resta serpeggiante, come fondamento  della superiorità, il cui mito invece si espanderà,

Voto – Si reputa la matrice e la materia della democrazia, e lo è, ma entro limiti. L’eccesso di votazioni dissolve il corpo politico. Specie sotto l’aspetto referendario, ora anche per le questioni locali e settoriali. E per effetto oggi dei sondaggi, peraltro labili e incontrollabili. Inoltre, paralizza e dissolve la funzione di governo, riducendo la democrazia a simulacro: il potere, non tollerando vuoti, si esercita con altre modalità e per altri interessi, non necessariamente collimanti con quelli dell’elettorato.
L’eccesso di votazioni, nei pochi giorni non festivi,  è una delle cause della fine della Repubblica nell’antica Roma: l’indigestione di voti popolari, senza la necessaria selezioni di uomini, metodi, obiettivi.
Contro le votazioni, e a fini “democratici”, si esercitò a Roma il “tirannicidio”, brevi manu, senza giudizio, a opera dell’establishment contro i tribuni, da Tiberio Gracco a Cesare.

zeulig@antiit.eu

La guerra contro la giovinezza

Il libro scandalo della Grande Guerra, la prima cosa che Hitler proibì. Ma è anche il più semplice.  La vita al fronte di un piccolo gruppo di compagni di scuola, diciottenni volontari, convinti all’arruolamento dai soliti solidi benpensanti delle retrovie. Esperienza comune all’epoca, intere scolaresche venivano invogliate ad arruolarsi volontarie. Ragazzi che non avevano ancora una vita,  e i lunghi anni di guerra deprivano della possibilità di averne una: “Un po’ di entusiasmo, qualche passione da dilettanti e la scuola; la nostra vita non andava ancora più in là. E di tutto ciò non è rimasto nulla”.
Un racconto di camerateria “vero”: Remarque, che si è ribattezzato Maria in memoria della madre (il cognome translitterando da Remark in Remarque perché così lo scriveva il nonno), faceva in realtà Paul di nome, come il narratore.
Un racconto lineare, senza l’enfasi della sintassi asintattica, evocativa, invadente, di tante trattazioni di guerra. Forse per questo considerato in Germania quattro anni dopo la pubblicazione, nel 1933,  pericoloso e condannato, come il suo autore - Remarque, di famiglia cattolica, fu perfino fatto d’autorità ebreo, Kramer di vero cognome – palindromo di Remark. La semplicità è una retorica superiore, imbattibile. Remarque non è un pacifista professo, e anzi fu ferito anche gravemente, e medagliato in guerra. Ma scrivendone dieci anni dopo non sa spiegarsela, troppo balorda. La mote dell’amico, la prima, è disgustosa. La disciplina militare assurda - “una mattina, ho rifatto la branda quattordici volte di seguito”.
Una seconda ragione può essere che non sembra un libro tedesco. Non ha niente della retorica sotterranea della superiorità vinta dal caso. La guerra è sporca, disordinata, impreparata. Si mandano al fronte giovanissimi senza addestramento. L’equipaggiamento è pessimo, per chi non riesce s fare bottino delle ottime uniformi e calzature francesi e inglesi – peggiore perfino di quello dei prigionieri russi che la compagnia per un tratto deve accudire. .Il rancio è immangiabile, quello francese da gourmet. Non c’è da mangiare nemmeno a casa, in licenza – la famiglia divora le razioni militari.
Tutto ciò non è detto, il libro non è di denuncia: Remarque non fa raffronti, descrive le cose. Ma è un colpo al mito della superiorità tedesca, della cosiddetta egemonia naturale. Niente mai, in nessuna battaglia, del messaggio sottinteso, della Germania imbattibile perché ha il diritto di vincere la guerra.
Non antipatriottico. Mai “Paul” rileva che combatte tutti gli anni di guerra in territorio nemico, e non in Germania, nelle Fiandre e nel Nord della Francia. E le Fiandre sempre: non esiste i belgi, anche se parlano e mangiano e bevono francese. Ma costante nel rilevare, senza dirla, l’inutilità della guerra di posizione: dei soldati-massa, bersaglio al fuoco e ferro distruttore dei cannoni, gli obici, le bombarde, le mitragliatrici, le granate. In una compagnia in cui, dopo ogni azione, la metà degli effettivi non risponde all’appello – una volta due terzi.
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Corriere della sera, pp.239 € 7,90

venerdì 5 agosto 2016

Ombre - 327

Rio ha scelto l’Asia, l’Europa conta poco o niente: inaugurazione e gare più seguite sono all’orario delle Americhe e dell’Asia. L’Europa e i paesi vicini del Mediterraneo devono non dormire se vogliono vedere. Anche nel medagliere, l’attesa è che l’Europa esca ridimensionata: si spiega che la Iaaf e il Cio la sospingano tra le mezze calzette, tra antidoping e pentitismo.
Forse, però, per un motivo giusto: l’Europa non paga (abbastanza) mazzette.

Grasso che tratta con Grillo per fare il dopo Renzi lui la dice “una sciocchezza”. In realtà lui già si pensava al Quirinale, e palazzo Chigi non lo sdegnerebbe. Fa per questo quello che Grillo chiede. Contro il so stesso partito, il Pd. Senza del quale, pure, non sarebbe stato nulla, forse nemmeno giudice.

La “nuovissima” Rai cambia i direttori dei tg senza nemmeno un curriculum di cortesia ai consiglieri d’amministrazione che devono approvarli, come usa anche nelle peggiori aziende. Contemporaneamente si scopre che l’attico di De Rita a Roma in Arcione è su due piani, misura 700 mq., e si vende per 12 milioni.
Sembra che nulla è cambiato in tutti questi anni. E in effetti non è cambiato. Eccetto l’informazione, tutti allineati.

Renzi tiene giornali e agenzie per il morso, con una legge (di provvidenze) per l’editoria che promette, articola, e poi rinvia? No, che c’entra?

“La Repubblica” fa quattro pagine su Rio e un supplemento speciale, e riesce a non dire a che ora si comincia, e dove e come si può vedere. Dell’inutilità del giornale?

Si ascolta la sindaca Raggi parlare della raccolta rifiuti in Campidoglio, e si resta basiti: ma ci è o ci fa? E a che fine?
Chi l’ha votata (un romano su quattro) e perché.

“Non mi arrendo”, dice Arrivabene, il patron della Ferrari in F1 dopo essere scivolato a metà classifica: le Ferrai nona arrivano più terze e quarte, arrivano – quando arrivano – quinta e sesta o giù di lì, chi corre arriva prima. “Arrivo ultimo” voleva promettere Arrivabene?

Fabrizio Roncone esce dagli studi Sky sulla Salaria, e trova “il cofano della macchina coperto da borse e rossetti di tre prostitute, origine rumena, praticamente nude”. Che per ringraziarlo si presentano: “La più grande, Ada, ha 17 anni”, dice Fabrizio. Che ha l’aria di crederci: si sa che all’Est sono sinceri, le prostitute poi.

Legge il compitino Raggi in consiglio comunale al debutto, e se ne va: “Debbo occuparmi del mio bambino”. Ma non raccoglie più applausi. Anche il compitino, letto svogliatamente, era raffazzonato, di pezzi racimolati qua e là, molte frasi e anche interi capoversi.

Si prenda la decisione violenta, l’altro venerdì, dell’Eba, l’Autorità europea per le banche. Dalla riservatezza che ha attorniava, non senza giustificazione, le banche alla  sguaiataggine: c’è un perché? Si dice in omaggio alla openness, per la necessità di fare pulizia Ma quanto è open l’Eba, quanto i suoi direttori, quanto le banche d’affari da cui provengono e di cui conservano la mentalità distruttiva, e a volte anche il posto.

Hillary Clinton parte con un handicap: una candidata presidenziale per la prima volta donna che è invisa al’elettorato femminile.


Ma la campagna elettorale di Hilary Clinton sulla guerra fredda? Non sarà stata pagata da Putin per resuscitare la Russia? O per far vincere l’Impossibile Trump?

L’Olimpiade al telecomando

Dunque, la Cina deve vincere a Rio la maratona, la gara dell’Olimpiade - o in difetto la 50 km. di marcia. Ci saranno per la prima volta gli atleti “rifugiati”. I transessuali. E quelli 2.0, tutti selfie e, se donne, nude. Con un po’ di antirussismo, non molto. Un’Olimpiade “laica”, come si vuole il Brasile dalle fondazioni, cioè à la page, tutta politicamente corretta. Ma non è un’Olimpiade politicizzata, non come quelle della guerra fredda, Mosca, Los Angeles. È l’Olimpiade del business.
Un business che si presenta con la bionda polposa Darya Igorievna Klishina, la russa di Florida che salta più lungo di tutte, e quindi dotata di favolose sponsorizzazione, per lei e per la società che la promuove, la Img – è Img che ha cerato Klishina, come una star dello spettacolo, o dello sport spettacolo. Al limite basso, dei poveretti, la trasferta carioca di un atleta in gara costa 20 mila dollari. Si spiega anche “la Cina”: da sola, con tutti i cinesi della diaspora, dall’Oregon all’Australia e mezza Asia, raddoppia la audience.
Ma è un mercato, Klishina compresa, che si anima di corruzione. Nelle vicende della Iaaf, la federazione dell’atletica, la serie di discipline che resta comunque al centro dell’Olimpiade. Una federazione dove fno a qualche mese fa rubavano tutti, quindi molto provvista, benché dilettantesca. E si continua a rubare ora, non più alla cassa ma col traffico delle influenze, con l’uso spregiudicato del doping, e dell’antidoping – l’ascolto del docufilm di Bolzoni-“la Repubblica” è agghiacciante.
Con l’atletica russa allo sbando, “la Cina” vincerà molte medaglie, grideremo al miracolo, e il circo continuerà.

Cairo in libertà vigilata

Potrà rilanciare il “Corriere della sera”, se ci riesce, ma non dovrà scoprire gli altarini. Non ha un perimetro chiuso, Cairo, il nuovo padrone di Rcs, potrà fare il meglio che saprà, ma è in libertà vigilata.
È una rivoluzione che il nuovo editore ha avviato, anche se forse non se ne accorge: un piemontese, di provincia per di più, che sfida l’olimpo milanese. Che non è Della Valle ma il sistema Mediobanca, e la Procura. A cominciare dal capo della Procura, Francesco Greco.
Cairo conosce senz’altro Milano, poiché ci lavora e ci ha prosperato. Ma, intrepido come si vuole e senza reti protettive, tanto più per questo non milanese, non mafioso, saprà guardarsi le spalle? Ha vinto una gara, l’acquisto, e potrebbe vincere la seconda, il rilancio, ma è sotto la mannaia dell’arresto per aggiotaggio.
Greco, il capo della Procura, è molto legato all’establishment milanese che ha dissestato il “Corriere della sera”. Da quando insabbiò lo scandalo che aveva portato al fallimento il gruppo già vent’anni fa, con un buco di 1.300 miliardi di lire, circa 700 milioni di euro, scomparsi tra fondi neri, politici e personali, dei dirigenti, sovraffaturazioni a beneficio dei soci, pagamenti in nero: una serie comprovata di malversazioni su cui Greco non fece il minimo atto istruttorio , benché gli ammanchi fossero stati segnalati e documentati da Kpmg, allora primaria società di auditing. E dopo qualche anno, in virtù delle assidue frequentazioni con l’avvocato Jaeger, legale dei padroni della Rcs, dichiarò chiusa l’inchiesta senza colpevoli.

La bibbia del Mediterraneo

Il “grande mare”, come il Mediterraneo è riferito nella tradizione ebraica, non è nuovo alle migrazioni. È sempre stato un crogiolo, un crocevia, eccetera – lo vuole anche il nome, il “mare tra le terre”. Dov’è dunque la novità? Non c’è: Abulafia, lo storico di Cambridge “italianato” (sue “Le due Italie”, 1977, un apprezzato “Federico II” e molti saggi di storia italiana moderna), probabile migliore conoscitore di tutto il Mediterraneo, in tutte le sue pieghe, costruisce un atlante storico modello, dalle prime notizie storiche, il 3.500 a.C.(i templi misteriosi di Malta) , a oggi, con cartine e illustrazioni, e questo è il suo merito.
Particolare è però l’impianto. Una sorta di indistinzione o egualitarismo storico. Nell’enfasi costante per le diversità, etniche, linguistiche, religiose, politiche. Per cui un’esperienza vale un’altra, che può disorientare – la storia ha dei percorsi, e nella storia ci sono dei più e dei meno. E una periodizzazione originale, che attrae ma alla fine sconcerta. In cinque parti, di cui le due ultime – “il quarto Mediterraneo (1350-1830)” e “Il quinto Mediterraneo (1830-2010)” - legano e affossano esperienze storiche complesse e variegate. La caduta di Costantinopoli da sola non è un nodo come un altro, o la presenza veneziana nell’Adriatico e il Mediterraneo orientale, fino a lambire l’Egeo.  
Un libro di lettura in realtà, più che un atlante storico ragionato. Che si fa scorrere come se fosse una scoperta, con personaggi e avventure colorite. Un atto di nostalgia, di un israeliano confinato a Cambridge, che Abulafia dedica “alla memoria degli antenati”.
David Abulafia, Il grande mare. Storia del mediterraneo, Mondadori, pp. 695, ill. € 25

giovedì 4 agosto 2016

Problemi di base - 287

spock

“ I grandi artisti sono i migliori amici” (Proust)?

Ma quanto grandi devono essere?

“Si crede difficilmente alla morte” (Michelet)?

“Solo un amore che non trova soddisfazione può durare” (Proust)?

“Si possono amare più persone contemporaneamente” (Céline)?

“Si uccide chi si ama” (Wilde)?

Si può uccidere per grandezza d’animo – Aiace, Edipo, Shakespeare… (Proust)?

Perché un bambino inquieto disturba al caffè o in pizzeria, e un cagnetto inquieto no?

spock@antiit.eu

Il primo piano della “Ricerca del tempo perduto”

M. Proust, commissario di zona, indaga su un matricidio-suicidio avvenuto il 24 gennaio 1907, una settimana dopo Marcel Proust ne scrive al Figaro”. È una coincidenza su cui potremmo indagare con qualche diletto, ma Proust non ce lo consente, che in questa corrispondenza mette le fondamenta della futura “Ricerca”.
Proust sostiene che un figlio pazzo che ha ucciso la madre senza motivo, nemmeno futile, è una persona perbene perché l’ha incontrato una volta e qualche volta si scrivevano, per i lutti. Trovò per questo il bisogno di scriverne il panegirico sul “Figaro” dell’1 febbraio 1907, una settimana dopo l’evento.
Non un articolo antifrastico. Sembrerebbe, perché Proust è molto atteggiato. Scrive a caldo, di un evento raccapricciante, anche per le modalità, pretestando impressioni vivissime, mentre divaga allegro per ogni interstizio. Ma quando torna sl soggetto, lo apparenta ai gradi personaggi tragici, Aiace, Edipo, Lear di fronte a Cordelia, Karamazov, e tutti quanti. Un Proust inaffettivo, incapace di passioni.
È molto spesso anche il virtuismo piccolo borghese, il perbenismo. Henri van Blarenberghe non può essere un folle, ed è una vittima più che un assassino, di un destino tragico, perché è ingegnere e amministratore delegato delle ferrovie. Il matricida-suicida è orfano del presidente degli Chemins de fer de l’Est, le ferrovie francesi più importanti, verso il Belgio e la Germania, di cui  aveva ereditato la titolarità e parte degli incarichi. Qualche volta, inoltre, tanto illustre personaggio corrispondeva con Marcel, perché i loro genitori si conoscevano. La mozione degli affetti iniziale è anzi questa: la morte dei rispettivi genitori, il padre di lui, il padre e la madre di Proust, somma disgrazia: “Dopo la morte dei miei genitori, io sono meno me stesso, più il loro figlio”. Con richiami alla “religiosa atmosfera di bellezza morale” delle rispettive famiglie. Non c’è amicizia, e non c’è vero dispiacere. Ma Proust ci teneva a dirsi amico dei Blarenberghe: firmò l’articolo, per la seconda volta dopo i “Pélerinages ruskininens en France” – i precedenti articoli, gli “échos” mondani, li firmava con pseudonimi. 
C’è invece intero, quasi, e definito il programma della “Ricerca”.  La prima divagazione, elaborata, è sulla memoria. Familiare, personale, e oculare. Sulla pregnanza e i conforti della memoria, anche visiva, anche a un fuggevole sguardo. Non partecipata, cioè, e comunque gratulatoria. Questo riguarda i genitori van Blarenberghe, il figlio Blarenberghe, e già – benché fuori contesto – la principessa Mathilde.
La breve memoria è tutta un saggio della prosa elaborata come poi sarà: stiracchiata, accumulativa. Dello strano ritorno con Proust in pieno Novecento alla prosa retorica – “di atmosfera”, si dice, ma qui molto di maniera.  
Marcel Proust, Sentiments filiaux d’un parricide, Allia, pp. 75 € 3,10

mercoledì 3 agosto 2016

Letture - 268

letterautore

Bovary – È Flaubert, non è Flaubert? Piperno, francesista, opina per il sì, come tutti. Ma, aggiunge, “se ne vergognava da morire”. In realtà lo dice e non lo dice, perché ala fine paga un tributo all’uso del discorso indiretto libero, mediante il quale umilmente si calava nei panni dei suoi personaggi. Ma poteva andare più oltre: nei racconti adolescenti Flaubert prospetta esplicitamente, li “dice” mentre li abbozza, i suoi futuri “eroi”, Bovary, naturalmente, e Bouvard e Pécuchet, e anche i confusi protagonisti di “L’educazione sentimentale”.  
“Il racconto dei primi battiti del cuore”, a quindici anni, scritto a diciotto, con trasporto, dà questo risultato tra i pensieri: “Quanto alla virtù delle donne, ci credo più io di tanti campioni di moralità, perché credo all’indifferenza, alla freddezza e alla vanità di cui quei Signori non tengono conto”. È una delle “Memorie di un pazzo”. Fra tante banalità, il giovane “pazzo” covava già Bovary. In quanto Federico, nell’“Educazione sentimentale”, sarà “l’uomo di tutte le debolezze”, sfrontato ma timido – e, aggiunge Thibaudet, “l’uomo che sogna la sua vita”.
Emma ricorre ancora di più - sotto le spoglie, assicurano i biografi, di Mme Schlesinger, Elisa, una delle tante fiamme del giovanissimo scrittore – in un racconto dei sedici anni, “Passion et vertu”. Un “racconto filosofico”.che la verità dell’amore cerca nella donna giovane, sposata e in trepida attesa: “C’è nelle grandi città un’atmosfera corrotta e avvelenata che vi stordisce e vi inebria, qualche cosa di pesante e di malsano, come queste grigie nebbie della sera che planano sui tetti. Mazza (la protagonista, n.d.r.) aspirò quest’aria di corruzione a pieni polmoni, la sentì come un profumo e per la prima volta; comprese allora tutto ciò che c’era di largo e d’immenso nel vizio, e di voluttuoso nel crimine”. Il racconto è, stringato e crudo, quasi un manifesto, un’anticipazione degli spasmi di Emma Bovary – Élisa-Mazza-Emma, non è nemmeno un gioco per enigmisti Seppure in forma qui di femminicidio, per quanto consentaneo - il ragazzo è geloso, cattivissimo..
Scrivere era del resto la “natura” di Flaubert, il suo unico piacere, e in questo senso tutti i suoi personaggi sono egli stesso – non potrebbe non usare il discorso indiretto libero perché non scriveva altrimenti, oggettivando distaccato. Uno che non può fare altro ma sente la scrittura come una fatica. Un giorno. Un altro sente il desiderio di scrivere montare “come eiaculare”, scrive a Louise Colet - “come fottere” a Taine.
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Consigli – Di una cinquantina di titoli dello “Speciale Estate” di “Tuttolibri”, pure accompagnati dalle letture di una decina di scrittori, nessuno alletta – eccetto i soliti noti e quasi classici, Amelia  Rosselli, Flannery O’Connor, Gozzano. È come dirsi fuori del tempo? Cioè sorpassati, non più in grado di capire, pur essendo magari lettori onnivori. O fuori delle scelte dell’industria editoriale – le case editrici devono pur vendere quache copia del “loro” autore.

Consumi – La “società dei consumi” non viene col boom, con gli anni 1960, ma con la prima guerra mondiale. Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”, trova nella grande guerra le radici della licenza sessuale: “Più la guerra durava, più forte imponeva la sua impronta alla vita sessuale. … L’onorabilità borghese era a mille anni luce”. E della scelta di consumare più che di risparmiare: “La guerra ha svelato a tutti la possibilità del consumo, e a molti l’inanità dell’astinenza… Le classi lavoratrici possono non più voler praticare una così larga rinuncia. La classe capitalista, avendo perduto fiducia nell’avvenire, può cercare di godere il più completamente delle sue possibilità di consumo finché durano”.

Dizione – Dario Fo, novant’anni, regge per due ore di fila una platea di tremila persone, in una cavea all’aperto, microfonato certo ma sempre ben udito, distinto, in ogni singola battuta dei suoi monologhi. Applaudito per questo in continuazione, capito cioè e seguito minuto per minuto. Perché rispetta la dizione. Con la quale si è formato: un attore è uno che si fa ascoltare. Recita per essere ascoltato più che visto. Tutto il contrario della recitazione quale si presume da qualche tempo, di attori che voltano le spalle, parlano fuori scena, mugugnano e fanno un’arte di mangiarsi le parole invece di dirle. Specie le attrici. Queste per un difetto forse di glottide, o forse di scuola – ammesso che la attrici vadano a scuola, quando basta la bella figura. Un difetto fastidiosissimo al cinema, di cui rompe ogni carisma – sarà per questo che non ci sono più grandi attrici italiane: l’occhietto non è tutto, o la coscia.
Fanno corsi di dizione oggi i politici, i manager, anche i semplici venditori porta a porta, perché è  parte di una corretta (proficua) presentazione. Che è importante in molte professioni, ma non più, evidentemente, nella recitazione.

Grande guerra - Glucksmann sintetizza “La guerra come esperienza interiore” di Ernst Jünger come “una filosofia della Grande Guerra” – non facendosi illusioni sulle “«esperienze interiori» che animarono le due grandi ondate sterminatrici, rossa e nera”. Alla quale curiosamente un altro pensatore-scrittore, egli pure coscritto in guerra, può appaiare a sorpresa, Teilhard de Chardin. E perfino Keynes, che in realtà indaga “le conseguenze psicologiche della guerra” sotto il titolo “Le conseguenze economiche della pace”.
Teilhard de Chardin ha molte pagine sulla guerra, raccolte in “Écrits du temps de la guerre (1916-1919).. La più sorprendente è: “L’esperienza indimenticabile del fronte è, a mio avviso, quella di una immensa libertà”. Che si acquisisce in una sorta di denudamento, o spossessamento. La vita civile e la condizione di sodato sono come il giorno e la notte: “Man mano che il retro sbiadisce in un lontano più definitivo, la tunica ingombrante e divorante delle piccole e grandi preoccupazioni di salute, di famiglia, di successo, d’avvenire… scivola tutta sola dall’anima come un vecchio vestito. Il cuore fa pelle nuova”. Ma senza perdere il senso del reale: “Ho sentito su di me il peso di un isolamento terminale e definitivo, lo sconforto di quelli che hanno fatto il giro della loro prigione senza trovarle via d’uscita…. Questa sera, nello scisma sanguinoso che divide attualmente il mondo senza ricorso possibile ad alcun arbitro… ho visto i bordi dell’umanità – ho visto il nero e il vuoto attorno alla terra”.

Interpretazione – Eo, che da ultimo la criticava – ne criticava gli eccessi – ci ha sempre sguazzato. È come dice Rorty, ironico senza ironia, già a proposito del “Pendolo di Foucault”, che si sciroppò per intero: “Eco, decisi, ci sta dicendo che ora è in grado di godere dei dinosauri, delle pesche, dei bambini, dei simboli e delle metafore senza avere bisogno di tagliarne i morbidi fianchi alla ricerca di armature nascoste” (“Il processo del pragmatista” in “Interpretazione e sovrainterpretazione”).“È finalmente disposto”, continua Rorty, “ad abbandonare la sua lunga ricerca del Piano, del codice dei codici”.

Inviato speciale – Un Montale del 1949 su St. Moritz, riletto isolatamente sul “Corriere della sera”, è desolante – St.Moritz è finita, niente più soldi, niente più avventure dello spirito, e forse, chissà, niente più neve né ghiacciai (d’estate non si sa). Di maniera, cioè: l’inviato scrive quello che il lettore si aspetta - quello che lui o il suo direttore dicono che il lettore si aspetta.  Chiunque altro avrebbe detto che il 1949 era ancora tutto sommato un anno di dopoguerra, l’Autore no.
La stessa impressione non danno le corrispondenze di Montale in volume. Dove invece si legge in scioltezza, brillante se non veritiero, col gusto comunque dell’Autore, da centellinare e non scorrere e buttare.  C’è l’autore in dettaglio e l’autore in bulk?


Plagio – Fra le tante chicche, di cui la sua corrispondenza non  mai avara, Flaubert si scopre inavvertitamente plagiario. Di Balzac, quando infine trova il tempo di leggerlo: una scena di “Bovary” è uguale nel “Medico di campagna”, scrive, mentre “Louis Lambert”, personaggio e titolo di un altro romanzo di Balzac, non è altri che l’amico suo diletto morto giovane  Le Poittevin, e comincia “con una frase di «Bovary»”.

letterautore@antiit.eu 

Il ladro è allegro, la spia triste

È la storia di un colpo audace, al protettissimo museo Topkapi di Istanbul, e di un temuto golpe o atto terroristico. Che una banda di criminali e la polizia turca conducono in parallelo. È il romanzo della spia suo malgrado, che era e resta povero, anche di spirito. Ribattezzato in traduzione col titolo del film famoso del 1964 di Jules Dassin. Ma il film è brillante, il romanzo triste.
È la traduzione di “The Light of the Day”. Un borsaiolo egiziano, che si finge inglese e opera sui turisti che arrivano ad Atene, viene ingaggiato, da una sua vittima che l’ha scoperto e lo ricatta, per il at per il colpo del secolo al muso Topkapi di Istanbul. Ma lo ricatta anche la polizia, con la quale non potrà non collaborare, che per altri motivi segue il gruppo di cui è entrato a fare parte. Il film si ricorda più agile e caratterizzato dell’originale di Amber. Ma qui è la radice di tutta la letteratura spionistica del Grande Freddo, o della guerra fredda: un mondo dolente e rassegnato, più che avventuroso. Anticipatore, anche se di pochi mesi, del più famoso Smiley, “la spia che venne dal freddo” di Le Carrè, e dei cloni di Smiley.
Il vero plot naturalmente non è il furto del Topkapi. Ovvero sì, ma intrecciato con altri più avventurosi. La chiave è che nessuno è quello che appare. Eccetto lo spione, che per definizione non lo è.
Curiosamente, oggi come sessant’Anni fa, la Turchia postbellica è tra il qua e il là: dà l’idea di essere familiare e insieme remota e estranea. Per un fondo di durezza sugli splendori del Bosforo, e per una concezione al fondo di diversità.
Eric Ambler, Topkapi, Adelphi, pp. 241 € 18

martedì 2 agosto 2016

Il suicidio europeo delle banche

A che servono gli stress test? A stabilizzare le banche no. L’effetto anzi è contrario: le banche europee sono le più solide al mondo, ma sono terremotate, dall’Autorità bancaria europea con i suoi test. Tra preallarmi, allarmi e test fasulli, la Bce prima e ora l’Eba non si esercitano ad altro che a favorire la speculazione. Contro le banche.
Sembra grave, e lo è. Gravissimo. Contro ogni regola istituzionale, e contro ogni morale. Contro anche ogni tecnica e tradizione bancaria. Altrove, dove sono stati introdotti da tempo e costantemente vengono praticati, negli Usa, non sono materia di scandalo. Non sono materia di  indiscrezioni, insinuazioni, pettegolezzi.  Sono anche professionali. Negli Usa, da cui sono stati adottati, gli stress test non si fanno su quattro anni avvenire, ma su uno. Con riscontri trimestrali, per tenere conto della situazione reale delle banche. Come si fa a proiettare su quattro anni lo scenario negativo di ieri? Questa non è incapacità, è una politica perversa.
“Salvarsi dall’Eba” titolava questo sito domenica presentando l’estate e l’aututnno di passione che la European Banking Authority ha scatenato sull’Italia, e documentando il test volutamente costruito per affossare Mps. Ed è vero che l’Italia si deve difendere. Ma resterà poco di niente con questi stress test sulle banche europee: non si evitano i fallimenti, che si sono sempre evitati, mentre si erige l’incertezza e la diffidenza a sistema. Chi comprerà più banche?
Si potrebbe anche dire che, non bastano le furbizie, non ci saranno vincitori in questa débâcle volutamente costruita. Ma ci sono gli stupidi, per una vicepresidenza che non si nega a nessuno e quattro soldi delle banche d’affari e i fondi speculativi. La politica della openness è la maschera dietro cui si difendono, e questo è proprio degli stupidi: presumono che tutti gli altri lo siano.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (295)

Giuseppe Leuzzi

Gli incendi devastano la Maremma, da Donoratico a Castiglione della Pescaia e a Grosseto, a fine luglio. Di bande di piromani. Forse teppisti, forse a scopi immobiliaristi. Accertati, cioè visti all’opera, ma non arrestati. Ma non ne abbiamo saputo nulla. Un incendio è un incendio solo in Sicilia.

De Magistris a Sesto Fiorentino, ai sestesi che non vogliono un bruciatore di rifiuti, propone il “modello Napoli”.. La differenziata cioè al 30 per cento – a Sesto sono già al 60 – e un bruciatore da 1.000 tonnellate alò giorno, contro le 180 del progetto Sesto. Applausi. Non si può dire che il Sud non sia ben ricevuto nella razzista Toscana.

“Credo nei testimoni che si fanno sgozzare”, dice Pascal. E non a quelli che si fanno premiare, secondo tabella?

Sempre strani, questi siciliani
I siciliani compaiono in “Imperium”, il romanzo storico ciceroniano di Robert Harris, “vestiti come a lutto, con barbe e capelli incolti”. Un po’ selvaggi. Ma nell’arringa di Cicerone “Contro Verre” (metà del libro, il cuore della narrazione, è su Verre e la Sicilia), è un elenco lunghissimo di manufatti estetici e preziosi rubati nell’isola dal governatore romano.
E quando Cicerone passa per la città seguito dai clienti siciliani, la gente non si trattiene, tanta è la curiosità, di chiedergli chi sono “quei tre amici dallo strano aspetto”. Harris-Cicerone fa questi siciliani anche “sagaci di natura, resi scaltri dall’esperienza, abili grazie all’istruzione ricevuta”. Ma provinciali a Roma.
Questo è plausibile. Il resto non si sa se pensare una proiezione all’indietro, o un quadro dell’epoca fedele. Per altri cenni noti di storia romana, è pensabile che i siciliani, benché molto greci, cioè molto più educati e esperti, nelle arti del trivio, del quadrivio e anche della politica, fossero ritenuti a Roma poco più di niente. I provinciali veri sì, erano rispettai perché romanizzabili, i greci e ogni altro di solida cultura, gli ebrei per esempio, gli egiziani, i siriaci, erano tenuti in punta di bastone, e quindi disprezzati. .
Verre è infine condannato, come si sa, ma non a risarcire la “Sicilia” – questo è un aspetto trascurato che invece a Harris fa grande impressione. Di un bottino razziato valutato sui quranta milioni di sesterzi come minimo, forse quattro volte tanto, fu condannato a pagare un’ammenda di un milione e mezzo. Giusto di che rimborsare i testimoni a carico, delle loro lunghe peregrinazioni a Roma.
Anzi, i siciliani di Harris-Cicerone saranno, come sogliono, prodighi: generosi, riforniranno Roma di grano a prezzi contenuti, nell’anno in cui Cicerone fu edile, incaricato quindi anche degli approvvigionamenti alimentari, e il carico di una nave lo regalarono.

La jihad ‘ndranghetista
Si può mentire per necessità è “problema morale” di Kant che Luigi Lombardi Satriani evoca, in “Menzogna e verità nella cultura contadina del Sud”, 297, per escluderlo. Non al S ud: “Per il folklore meridionale l’uomo deve essere leale, non può ingannare, raggirare, mentire, deve mantenere fede alla parola data: l’omo ala parola, li voi (i buoi) ali corna.  La menzogna quindi costituisce reato”.
L’antropologo esclude o include Kant? Lo esclude: non c’è calcolo nella lealtà e verità, non ci può essere convenienza. Sì, invece, se in guerra: “Eppure, la condizione di necessità esime dall’obbligo di non mentire: ‘N tempu di guerra menzogna come terra.” È una concezione etica che spiega molto della mafiosità, che sa essere convincente – benché sia disperzzabile e disprezzata: avida, persecutoria, miserabile: sa mettere in guerra. Come i jihadisti.

Milano
V “Fuorri l0pItaalia dal Sud”..

Camila Cederna, una dei loori, li voleva .sueprficiali…Superficali- Cederna? Non, astiosi. Cattivi, molto.

V. “Fuori l’Italia dal Sud”. V “Fuori lItalia dal S ud”, gli aneddoti sul cibo.
Più il chicchirichì delle modelle infarinate…

Mediobanca, “Pirelli”, Della Valle & company hanno svenduto Rcs a pezzi non per investire ma per “fare cassa”, per poter continuare a spolpare il gruppo. E insistono. Appellandosi al mercato. La faccia tosta, questo non manca a Milano.
Il quale mercato non gli chiede conto della mala gestione. Non al salotto buono: il mercato a Milano ritiene che i potenti hanno ragione. 

Non gliene è mai fregato nulla dei giornali, del mercato, delle tecnologie, delle maestranze.  Hanno ridotto Rcs, il maggior gruppo editoriale italiano, di fatturati, profitti e autorevolezza, a un colabrodo. L’hanno impoverito per il loro solo uso, di piccolo potere e vanagloria. E da ultimo spolpato di tutto, immobili, impianti, testate, case editrici. Per fare cassa, cioè per non staccare la spina. Ma non chiedono scusa e non si mettono da parte. Protervi, fanno causa a chi vuole risanare il gruppo. Nel rispetto ossequente della città.

I vestali del mercato come i piccoli appaltatori: quando non guadagnano abbastanza, vanno dal giudice. Che li vendicherà, Milano è fatta così – anche se a opera di giudici napoletani.
Il ricorso degli affondatori del “Corriere della sera” è stato respinto dal Tar, ma non era milanese – è il Tar del Lazio. Il giudice di Milano invece ha subito disposto l’aggiotaggio e l’ostacolo alla vigilanza – il giudice Greco, napoletano, è in vacanza in barca, ma si tiene informato.
Due capi d’accusa insidiosi. Di aggiotaggio non è mai stato condannato nessuno a Milano. Nemmeno processato. Ma si va in prigione preventivamente: come deterrete funziona. Cairo è avvisato, Greco non è scemo.

La Fiera di Milano fa un fiera del libro negli stessi giorni della rassegna ormai classica di Torino. Protestando che non le fa la concorrenza. Confermandosi città gregaria e sfruttatrice, comunque non creativa. Prende quello che gli altri creano.

Città di untori e colonne infami: Ma, certo, città ricca. Milano è l’unica città che abbia mantenuto con costanza nella storia moderna una posizione leader negli affari, in Italia e in Europa. Firenze e i banchieri toscani che avevano catturato mezzo mondo col fiorino e le lanerie, sono usciti di scena nel Cinquecento. Torino è emersa con l’industria, e con essa si è spenta. Milano invece dura.

Quando è al meglio parla con i chicchirichì delle modelle infarinate. È nel genere frou-frou che eccelle, nella chiacchiera, nei languori proustiani. O meglio camilliani. C’era prima Milano o prima Camilla? A croce, dovrebbe venire prima Milano.

Michele Sindona è stato un fenomeno milanese. Era siciliano, sicilianissimo, e per di più legato alla mafia, Ma questo legame, messo in evidenza da ultimo dalla sua stessa megalomania, era noto almeno dalla metà degli anni Sessanta, quando le prime segnalazioni arrivarono dall’Fbi americano a Luigi Calabresi, agli uffici romani dell’Interpol. Perché per tanti anni ancora i milanesi continuarono ad arricchirsi con Sindona? E perché non si è andati a fondo, dopo l’assassinio di Calabresi, su questo precedente?

leuzzi@antiit.eu

Tutti interpreti, di che?

”L’apertura del senso” e “l’interpretazione autoritaria” sono vere.  La professione autoritaria”anch’essa. Ma fino a un certo punto, l’autore e l’opera sono reali, anche loro. Eco, che aveva esordito con “Opera aperta”, 1962, e con Peirce, con “l’interpretazione illimitata”, ha chiuso con un ritorno all’ordine – non gli piaceva scomparire, giustamente..
Eco 1962,  “Opera aperta”, vuole l’opera dell’interprete, lettore compreso, Eco 1990, “I limiti dell’interpretazione”, non più – e con humour anche un po’ dispettoso: professorale e arrabbiato. Nel mezzo “Lector in fabula”, 1979, dove Eco comincia ad avere i primi dubbi sulla sua capacità di sorcier. Il ripensamento del 1990 è ribadito due anni dopo nelle tre conferenze Tannner qui raccolte, insieme con le obiezioni di Rorty, Jonathan Culler e Christine Brooke-Rose, una presentazione dello stesso Eco, una prefazione riassuntiva del dibattito di Stefan Collini, e una postfazione orientativa dello stato dell’arte - della semiologia vs. il decostruzionismo - di Sandra Cavicchioli, che cura la pubblicazione. Un “aureo libretto”.
Culler garbato prende un po’ in giro Eco rifacendogli il verso: “Nel profondo, nella sua anima ermetica che lo conduce verso coloro che egli chiama gli «Adepti del Velame», egli stesso crede che la sovra interpretazione sia più interessante e intellettualmente preziosa dell’interpretazione  «fondata» e moderata”. Non può essere che così, già con “Il pendolo di Foucault”, 1988, anzi già con “Il nome della rosa”: Eco è solo immerso nel segreto – l’esoterico, la confraternita, il complotto. Come se “Il nome della rosa”, un gioco che si è rivelato un giocattolo di gloria mondiale e forse perpetua, lo avesse stregato.
Così è per la questione in sé. L’interpretazione deve essere incisiva – una “narrazione” in sé – se vuole avere ragione d’essere. Culler cita opportunamente Chesterston: “O la critica non è buona affatto (una proposizione totalmente difendibile), oppure fare critica significa dire di un autore proprio quelle cose che gli farebbero perdere le staffe”. Ma non c’è dubbio che la decostruzione alla Derrida è fine a se stessa e potenzialmente destabilizzante: appanna, e sottrae, il piacere del testo, e poi a che pro - Derrida è un sadico, si diverte solo lui?
D’altra parte, la decostruzione della decostruzione, che Eco ha avviato trattatisticamente con  “I limiti dell’interpretazione”, 1990, e in queste Tanner Lectures all’università di Harvard,1992, rafforza, è ben è ben una teoria, come la decostruzione stessa: un’opera d’autore. La lettura va fatta con sobrietà. Al risparmio anche, senza avarizia. E rispettosa – altrimenti non ce ne sarebbe ragione.
“La questione dell’interpretazione” Eco ha eletto a varie riperse e in varie sedi come il suo campo di studi centrale. Nel 1990, a seguire sul “Pendolo di Foucault”, 1988 (ogni due anni un nuovo volet, cosa c’è sotto?) organizzò questa presentazione per gli Usa dei suoi nuovi “Limiti”, dove sapeva che sarebbe stata contestabile. “Provocante”, anzi, “per qualcuno che ha scritto «L’opera aperta» vent’anni fa”. Ma senza tradimenti, pretende, restando anzi “fedele a una dialettica già presente in «L’opera aperta», cioè una dialettica tra libertà (dell’interpretazione) e fedeltà al testo”. Secondo questa linea: “Più si è fedeli al testo, più si è liberi di interpretarlo”.
Eco, seguace di Peirce, quindi del suo “fallibilismo”, procede di suo come un bulldozer, per verità, più o meno dichiarate, magari con l’insinuazione e il ghigno. Procede formalmente  per incertezze, non per certezze. Per il fallibilismo tricuspide di Peirce, del saggio così intitolato del 1897: “Ci sono tre cose che non possiamo mai sperare di raggiungere con il ragionamento, ovvero la certezza assoluta, l’esattezza assoluta, l’universalità assoluta”. Quello che sarà il trial per error di Popper. E in qualche misura si connette al relativismo. Nel senso del “probabilismo” di De Finetti, del saggio omonimo, 1931 - “relativistico è lo spirito informatore, anche inconscio, anche se nascosto, anche se rinnegato”.
La cosa Peirce ammetteva che fosse “negata da chi ne teme le conseguenze, nella scienza, nella religione e nella moralità”.  Ma senza effetti per la scienza: “Il conservatorismo – nel senso del terrore delle conseguenze – è talmente fuori luogo nella scienza, che al contrario è sempre stata spinta in avanti dai radicali e dal radicalismo, nel senso dell’impazienza di portare le cose all’estremo”. Moltiplicando quindi la possibilità di errore – anche se con una riserva, aggiungeva Peirce: le cose portate all’estremo “non da un radicalismo arcisicuro”, quale poteva essere il positivismo al suo tempo imperante, bensì da un radicalismo che tenta esperimenti”. Qui già resta poco dell’Autore e dell’Opera, ridotti a corpore vili.
Umberto Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione, Bompiani, pp. 208 € 7,50

lunedì 1 agosto 2016

Fisco, appalti, abusi (90)

Primaria dita di conserve napoletana, che identifica il “pelato” per eccellenza”, passata a una multinazionale, smercia sotto lo stesso nome, a prezzo maggiorato, i peggiori pelati in circolazione, vecchi, sfatti, “cinesi”. A chi giova il libero mercato internazionale.

Primarie aziende, con marchi titolati nei settori di appartenenza, sono state e sono comprate unicamente per essere rivendute, magari smembrate, o a pezzi (“spezzatino”). Un mercato che riduce e non moltiplica le attività produttive.

Autostrada di Civitavecchai, non più di cinquanta km. da Torrimpietra a Tarquinia, tre caselli. Tre code, tre bestemmie, etc., dove pagare un  euro, un euro e mezzo.Tutto per imporvi di prendere Telepass. Che non è gratuito, come dovrebbe essere, ma in abbonamento, a 16 euro, anticipati, l’anno.

Società Autostrade intensifica l’automazione – i casellanti sono ormai specie sparuta. Bene, il casello è un impedimento inutile, e non bisogna contenere i costi? Le tariffe autostradali non sono variate in base ai costi? Solo che quello di Autostrade è il casellante automatico più inutilmente complicato e esasperante. Lento. Disposto su varie bocche indistinguibili: dove i biglietti di banca, dove il tagliando, dove le monete, dove il resto? Senza didascalia a volte, nemmeno in italiano. Rifiuta  le banconote, non dà il resto in banconote, solo in monete, le monete di resto le scaraventa in un minuscolo contenitore, seminandole sul pavimento e quindi irraggiungibili.
Non ci sono atre macchinette? Sì, altrove sì. In Autostrade servono a imporre Telepass, la tassa di 16 euro l’anno.

Provate a ritracciare un plico che non vi è stato recapitato attraverso Poste Italiane, al numero verde. 803160. Dopo dieci minuti di attesa, nelle ore presumibilmente vuote (le 14 per esempio di questo primo agosto),  un operatore vi risponderà, molto gentile e inutile. Dovrete riempire moduli e attenderne l’esito.
Ma niente succederà. Riprovate dopo quaranta giorni, termine minimo consigliato, e un altro operatore gentile provvederà a riaprire la pratica e rifare il reclamo, inutile.
Perché mantenere un servizio clienti del tutto inutile - a meno che uno non disponga di un servizo legale e contenzioso? Perché lo impone la convenzione con lo Stato, non per trovare la posta mancante. .

Da quasi un anno le Poste hanno dimezzato al consegna della corrispondenza nella maggior parte dei Comuni, il postino passa una volta su due. Ma a Roma da anni ormai c’è la settimanalizzata: la postina passa nella vostra strada un giorno la settimana. Poste non l’annuncia perché è contro il contratto di programma con lo Stato, ma la posta funziona così.

Aspettiate un libro, magari già usato, in dono dagli Usa, o altro luogo fuori della Ue, i acquistato tramite Amazon, il plico andrà  in Dogana. Da cui non esce più. Cioè no, lo ritroverete qualche tempo dopo, su eBay - l’ultimo sul catalogo di una libreria antiquaria, dopo tre messi, con lo stesso prezzo del venditore americano su Amazon. .

Come fate a sapere che il plico è finito in Dogana? Semplice: le Poste vi spiegheranno che ogni plico da fuori Ue va in Dogana. Vi proporranno anche, se avete le necessarie carte dell’operatore estero (l’Usps americano ve le dà, inconcepibile che la posta non arrivi, è reato federale negli Usa), di fare una ricerca. Ma senza mai esito.

Ma c’è veramente questa Dogana, o finisce il plico in qualche ufficio delle Poste? Chi lo posta su eBay? EBay dovrebbe garantire la tracciabilità.

Non tutto per la verità finisce “in Dogana”: alcune cose dall’estero arrivano. Forse non commerciabili.

Renzi conta i voti, e punta gli astenuti

Grillo ha diminuito i voti alle amministrative, Renzi li ha aumentati. Chi ha vinto ha perso, e chi ha peso ha vinto? Non proprio così, Grillo ha ben due sindaci importanti. Ma si capisce su questo sfondo il gioco politico sul referendum istituzionale: Renzi gioca sul sicuro, o quasi, Grillo bluffa. Anche se sulla scorta di sondaggi – però sospetti (i sondaggi sono sospetti perché quasi sempre commissionati: per confermare un leadership, per spaventare il proprio elettorato, gli astensionisti, etc.: sono forme di pressione politica). .
Il dato rivelatore è quello del primo turno delle amministrative (il secondo ha altre alchimie, e in genere si risolve con pochissimi voti) rispetto alle politiche del 2013. Grillo non ha mantenuto i voti delle politiche in nessuna delle grandi città, e in quelle del Sud li ha quasi dimezzati: fatti 100 i voti del 2013, Grillo ha ottenuto solo il 33 a Napoli, il 43 a Milano e il 64 a Bologna – a Torino il rapporto è migliore, ma sempre sotto la parità, al’84 per cento, a Roma al 95.
Neanche Renzi ha ottenuto i voti del Pd nel 2013. Però li ha mantenuti in percentuali maggiori che i 5 Stelle: 97 per cento a Torino, 89 a Milano, 65 a Bologna, 54 a Roma malgrado il disastro Marino, e il 45 a Napoli. E punta deciso a ridurre l’astensionismo drammatizzando il referendum: a un sì o no il suo elettorato dovrebbe mobilitarsi.
Il raffronto si fa nel quadro di un aumento dell’ astensionismo: questo spiega perché nessuno ha ripreso in numero i voti del 2013. L’astensione è salita a quote elevate, specie nelle città: al 42 per cento a Bologna, 45 a Torino e Roma, al 46,6 a Milano e al 48,8 a Napoli. Ma l’astensione è praticamente una riserva dei due vecchi schieramenti, centro-destra e centro-sinistra, e Renzi è sicuro che drammatizzando il voto, molto astensionismo lo recupera.
Renzi punta anche alla ripresa dell’onda larga delle confluenze da destra, dopo il voltafaccia al secondo turno delle amministrative. Una simile convergenza la esclude al voto sulle riforme. Su questo terreno è fiducioso di riaprire lo smottamento verso di sé dei moderati dell’imprenditoria, e dei laico-socialisti, cominciato con le Europee e bloccato dall’elezione di Mattarella.

Molta destra in Grillo

Non ci sono solo le simpatie littorie di molti suoi adepti, Di Maio e Di Battista come Lombardi e la stessa Raggi; nel partito e le fortune politiche di Grillo le confluenze di destra pesano molto di più di quelle da sinistra. Più convinte anche: stabili. Mentre a sinistra sono del genere ribellistico, una volta o due, giusto per punire “il Partito” – che a sinistra è ancora un’entità.  .
I due sindaci grillini hanno vinto il secondo turno col voto del centrodestra. Il fatto è nelle cifre: al secondo turno Appendino e Raggi hano ottenuto risettivamente il 60 e l’80 per cento in più dei “loro” voti.
Come il fascismo vero anche questa destra rifiuta di essere etichettata “destra”

La Lega abbaia senza denti

È povero di voti l’arsenale di Salvini: la Lega lepenista ha praticamente perso la Lombardia, e stenta altrove. Lo stesso Salvini non “raccoglie” più, lo invitano meno ai talk-show, dove prima delle amministrative di giugno era invece onnipresente – la parola d’orine di chi sa è stata fulminea.
In Lombardia la Lega ha perso Varese, sua roccaforte storica. E nei 19 Comuni oltre i 15 mila abitanti dove si è votato, Milano esclusa), ha perso un quarto dei voti: ne ha raccolti 35 mila invece di 45 mila.
A Milano, governata pur sempre da Maroni, dove puntava a doppiare Berlusconi, Salvini invece ne è stato doppiato: Berlusconi ha raccolto il 23,2 per cento dei voti validi, la Lega si è fermata all’11,8.

Il Lettore non sarà l’Autore

L’argomento è se il libro è dell’Autore, del Lettore, oppure del Libro stesso, magari piatto e insonoro, ma sempre vigile e trasformista. Il trattato, corrispondentemente, è ponderoso. Ma snello: in comodi capitoletti, genere “diario minimo”, o “la bustina di Minerva”: agili e comprensibili. Con Eco al meglio, aneddotico e beffardo – la sua sarà la filosofia del riso (non inseguì sempre il comico, la parte smarrita della Poetica di Aristotele?). Il divertimento è assicurato, anche per le punte che gli Esegeti non mancano di scambiarsi – la mia meglio della tua, etc. Anche quelli contrari all’esegesi stessa, come Eco da ultimo – ma solo in parte, in realtà: insomma, anche lui,  “con juicio”.
 “Bisogna iniziare ogni discorso sulla libertà dell’interpretazione dalla difesa del senso letterale”. Eco è – era nel 1990, alla prima edizione – per il ritorno all’ordine, in difesa dell’Opera. A fronte di un decostruzionismo dilagante come lego. Un gioco, ma crudele, assottigliando l’Autore e l’Opera, quando non li cancella(va). Da ultimo Eco sarà tassativo: “Devono esserci, da qualche parte, dei criteri per limitare l’interpretazione”.
Una bella Kehre, una curva anzi a U, rispetto all’ “Opera aperta”, con cui Eco aveva debuttato in semiologia nel 1962. Assiduo di Peirce, e quindi della “interpretazione illimitata”. Ma non una novità assoluta nel 1990. In “Lector in fabula”, 1979, aveva manifestato già un ripensamento. Finché col “Pendolo di Foucault”, subito seguito da questi “Limiti”, l’interpretazione gli venne in uggia. Anzi fastidiosa al massimo, ricorda – ma già nel 1967, aggiornando “Opera aperta” dopo la scoperta di Jakobson, Barthes, i formalisti russi e lo strutturalismo francese (la sua formazione era tomistica e logica), Eco aveva cominciato ad avere dubbi.
L’argomento si risolve in un formidabile, curatissimo, caleidoscopio di intrighi e intenzioni, tranelli, sgambetti, tradimenti, quasi una poetica dell’inaffidabilità. Coi riferimenti d’obbligo a Dante, Poe, Joyce, anche a Borges, nonché agli innumerevoli storici e critici accademici della letteratura, normalmente Americani – sono quelli che f anno testo anche se non lo sappiamo: loro hanno l’università dominante e il dibattito è accademico, molto. Fino alla “falsificazione delle misinterpretazioni, che si gusta come “Altrimenti ci arrabbiamo”, un film di Bud Spencer e Terence Hill.
Si trova qui anche, meglio, più accurata, che nel “Pendolo di Foucault”, la critica della “semiosi ermetica” che ci affligge, la politica più che la letteratura: del mistero, il segreto, il complotto, .  
Umberto Eco, I limiti dell’interpretazione, La Nave di Teseo, pp. 471 € 16

domenica 31 luglio 2016

Il primo piano della “Ricerca del tempo perduto”

M. Proust, commissario di zona, indaga su un matricidio-suicidio avvenuto il 24 gennaio 1907, una settimana dopo Marcel Proust ne scrive al Figaro”. È una coincidenza su cui potremmo indagare con qualche diletto, ma Proust non ce lo consente, che in questa corrispondenza mette le fondamenta della futura “Ricerca”.
Proust sostiene che un figlio pazzo che ha ucciso la madre senza motivo, nemmeno futile, è una persona perbene perché l’ha incontrato una volta e qualche volta si scrivevano, per i lutti. Trovò per questo il bisogno di scriverne il panegirico sul “Figaro” dell’1 febbraio 1907, una settimana dopo l’evento.
Non un articolo antifrastico. Sembrerebbe, perché Proust è molto atteggiato. Scrive a caldo, di un evento raccapricciante, anche per le modalità, pretestando impressioni vivissime, mentre divaga allegro per ogni interstizio. Ma quando torna sl soggetto, lo apparenta ai gradi personaggi tragici, Aiace, Edipo, Lear di fronte a Cordelia, Karamazov, e tutti quanti. Un Proust inaffettivo, incapace di passioni.
È molto spesso anche il virtuismo piccolo borghese, il perbenismo. Henri van Blarenberghe non può essere un folle, ed è una vittima più che un assassino, di un destino tragico, perché è ingegnere e amministratore delegato delle ferrovie. Il matricida-suicida è orfano del presidente degli Chemins de fer de l’Est, le ferrovie francesi più importanti, verso il Belgio e la Germania, di cui  aveva ereditato la titolarità e parte degli incarichi. Qualche volta, inoltre, tanto illustre personaggio corrispondeva con Marcel, perché i loro genitori si conoscevano. La mozione degli affetti iniziale è anzi questa: la morte dei rispettivi genitori, il padre di lui, il padre e la madre di Proust, somma disgrazia: “Dopo la morte dei miei genitori, io sono meno me stesso, più il loro figlio”. Con richiami alla “religiosa atmosfera di bellezza morale” delle rispettive famiglie. Non c’è amicizia, e non c’è vero dispiacere. Ma Proust ci teneva a dirsi amico dei Blarenberghe: firmò l’articolo, per la seconda volta dopo i “Pélerinages ruskininens en France” – i precedenti articoli, gli “échos” mondani, li firmava con pseudonimi.  
C’è invece intero, quasi, e definito il programma della “Ricerca”.  La prima divagazione, elaborata, è sulla memoria. Familiare, personale, e oculare. Sulla pregnanza e i conforti della memoria, anche visiva, anche a un fuggevole sguardo. Non partecipata, cioè, e comunque gratulatoria. Questo riguarda i genitori van Blarenberghe, il figlio Blarenberghe, e già – benché fuori contesto – la principessa Mathilde.
La breve memoria è tutta un saggio della prosa elaborata come poi sarà: stiracchiata, accumulativa. Dello strano ritorno con Proust in pieno Novecento alla prosa retorica – “di atmosfera”, si dice, ma qui molto di maniera.  

Marcel Proust, Sentiments filiaux d’un parricide, Allia, pp. 75 € 3,0

Salvarsi dall’Eba

Non si sono dubbi che domani sarà un altro brutto giorno per il Monte dei Paschi. E conunque una brutta estate. Con un brutto autunno - il piano Mps richiede mesi. L’aumento di capitale – il terzo in quattro anni - che dovrebbe tirare la banca fuori dai guai è sponsorizzato da gruppi anglo-americani, ma l’ombrello è corto: le condizioni per la ricapitalizzazione saranno più onerose del previsto, il procedimento è lungo. Ma si dice Mps e si intende Italia. In più modi. .
Il Monte dei Paschi è stato buttato nella tempesta dall’Eba, la European Banking Administration. Di proposito. È questo il messaggio che “i mercati” recepiscono: non ci sarà pace per l’Italia – il Monte dei Paschi è l’Italia.L’organismo europeo che fa gli stress test ne ha fatto uno balordo per Mps, avendo deciso di classificarlo come la banca peggiore in Europa, in almeno due modi. Al gruppo senese è stato fatto “perdere” ipoteticamente, in situazione di stress, il doppio che nel precedente test, del 2014, già punitivo. E questo dopo un aumento di capitale da 3 miliardi e accantonamenti per partite rischiose di più miliardi. La situazione è inoltre proiettata al 2018 a bocce ferme: da oggi al 2018 il management non farà niente, i crediti incagliati non saranno in parte riscossi, l’economia non si riprenderà, la patrimonializzazione sarà senza effetti.
Errore? No. L’Eba considera pure Deutsche Bank, che è a rischio fallimento, solida come Unicredit. Una sfrontatezza. Un’assoluzione per Deutsche, una presa in ostaggio di Unicredit. Se non sarà Mps, su cui la speculazione ha già lucrato abbastanza, sarà Unicredit la breccia del nuovo attacco all’Italia).
Dopo Nouy, funzionaria francese, forse più incapace che cattiva, gli stress test sono stati passati all’Eba di Adrea Enria, funzionario italiano, ex ufficio studi della Banca d’Italia: dalla padella nella brace? Ma forse queste persone non contano niente, giusto coprono le volontà surrettizie del mercato.  L’Europa è un cache-sex.

Make Clinton real

Il ”New Yorker” celebra la “storica notte” di Hillary Clinton con un articolo in cui dice la sua agenda ripetitiva, bisognosa di rianimazione. Mentre ha molte cose da dire su Trump – a beneficio di Trump, che pure la rivista detesta. Che ha carisma perché ha carattere. Che “i pettegolezzi sul suo rapporto con Putin trascurano il fatto che una presidenza Trump potrebbe non essere nell’interesse della Russia”. Che Trump è previsto da Rousseau, nientemeno: “L’attacco del filosofo dell’Illuminismo contro le élites cosmopolite ora sembra profetico”. Infine, una cos fastidiosa: “Per ogni straccio di prova di una partnership Putin-Trump”, nelle indiscrezioni in rete, “c’è pressante una controprova” – cioè c’è la Cia
Make Clinton real – al “New Yorker” fa eco, ancora a New York, un’altra pubblicazione filo-Hillary, la “New York Review of Books”.
Si arriva invece in Italia e la prima pagina del “Corriere della sera”, con foto-richiamo, è : “L’ombra di Putin sul voto Usa”. Con un articolo di gossip, che nessun giornale di gossip produrrebbe, c’è un limite a tutto. Offensivo per gli Usa.
Ma, poi, solo in Italia è scontato che basta essere donna per diventare presidente.

Il primo presidente tedesco

Non sarà una dona la novità delle presidenziali Usa quest’anno, ma un presidente tedesco? Oggi come oggi sì: Trump è di nonno tedesco. Uno arrivato in America nel 1885, a 16 anni, e presto stabilitosi a New York, che era la seconda città tedesca al mondo dopo Berlino, un quarto dei suoi tre milioni e mezzo di abitanti nel 1990 essendo di origine tedesca.
Ma non c’è solo questo, molte cose non si sanno di Trump, dietro l’immagine turbolenta che dà, che invece bisognerebbe sapere. Due le spiega Michael Lind, un analista, sulla rivista americana “Politico”. Oggi, a differenza dal recente passato, due terzi degli elettori repubblicani sono per la spesa pubblica sociale, e Trump li sostiene, mentre gli altri candidati repubblicani volevano ridurla. Trump, di destra per la xenofobia, è di sinistra, “più del partito Democratico”, sulla spesa pubblica a fini sociali: populista forse, ma il populismo americano non contrappone i ricchi ai poveri, contrappone i “produttori” ai “parassiti”.
Altre cose importanti si rilevano da uno storione familiare non recente, “The Trumps”, di Gwenda Blair, che parla anche di Donald, terza generazione, ma molto prima della sua “ascesa in politica” - la storia è del 2000. Nel 1891, a 21 anni, il nonno di Trump era già ricco, e prendeva la cittadinanza americana.
Donald, classe 1946, ha fatto l’università dai gesuiti, alla Fordham, e si è sempre molto legato agli ambienti cattolici. In stretto rapporto a lungo col governatore dello stato di New York, il cattolico Carey, di cui finanziava le campagne elettorali. Prima del college è stato alla New York Military Academy. Dopo ha preso un master in Business Administration. Ma soprattutto, notava la sua biografa familiare, si è costruito una “forte immagine”, con una costante presenza nei media, all’insegna del glamour e della prodigalità, e con la caratterizzazione del ricco per antonomasia, il “tipo Rockefeller”. Ma di qualità diversa: non l’odioso inaccessibile ma quello che si è fatto da sé e parla come la gente comune. Gwenda Blair ne individuava il punto forte – come uomo d’affari, allora,e non come politico – nella capacità di vendere se stesso prima che i suoi grattacieli: di creare fiducia, con un distinto fiuto per la promozione di simpatia-empatia.

Gli amori d’autore, noiosi

Un’impresa editoriale, a cura di Piero Gelli, traduzione di Sergio Arecco, ora che Gide è fuori diritti, ma a nessun altro scopo. Molti particolari, molto pettegoli, genere oggi indigesto – l’ex direttore generale di Rcs Mele lo imponeva ai redattori del gruppo vent’anni fa, insieme con l’avvento dell’Acquario, e si capisce che il gruppo si sia squagliato. Anzi, lo scrittore Gide si ridimensiona. Ha ringiovanito la prosa francese, rinfrescata. Ma se dobbiamo bearci dei pettegolezzi,  meglio Céleste Albaret, la governante di Proust, che aveva notato che i nodi speciali con cui aveva legato il pacco del primo volume della futura “Ricerca”non erano stati sciolti: Gide non aveva nemmeno scorso il romanzo che rifiutava, per lui Proust era uno sciocco, un “farfallone mondano appassito”, qui lo dice. L’edizione ridotta era molto migliore, per Gide.
In particolare, il pettegolezzo invidioso tra checche stanca oggi, con Proust, con Cocteau giovanissimo, con tanti altri. O la notazione continua della foja – la foja omosessuale è piuttosto ripetitiva, anche se in Gide di complica di alcuni casi di pedofilia.  .
C’è qualche cosa, anche nel rapporto con Proust, di sostanzioso. Per esempio Proust insisteva sul rifiuto dell’io, che anche Stendhal detestava: la narrazione non è una confessione, l’autobiografismo. Mentre Gide ne fa un culto e la chiave del successo. Ma poco nell’insieme. Che altro? Gide era established, viveva in un ottimo quartiere, aveva casa signorile, se l’era comprata vendendo un castello. Proust era figlio di ebrei, benché assimilati, e si voleva un po bohème: ben borghese, ma di classe intellettuale e non monetata-..
Tolto Proust c’è nelle tremila pagine anche poco d’interessante. Perché Gide oggi non è più interessante, e forse è solo un autore minore, di Fine Scolo, gonfiato dall’io serpeggiante e dal profumo di trasgressione. L’omosessualità allusa era uno degli ingredienti della trasgressività, che Fine Secolo voleva “regolare”, normativa - e la narrazione épater le bourgeois, oltraggiare la morale corrente.
Personaggio non antipatico, e anzi tra i tanti intellettuali del primo Novecento forse il più onesto. Dopo il viaggio in Congo, dopo il viaggio in Urss, sulla stessa condizione omosessuale. Onesto anche, e fedele badante, della moglie-cugina, che aveva coinvolto in falso matrimonio per l’omosessualità golosamente praticata, e per il tradimento – Gide fece un figlio, una figlia, Catherine, ma fuori del matrimonio, con Maria van Rysselberghe, Maria Monnom moglie del pittore van Rysselberghe (la quale tenne anch’ella dei diari, venti quaderni, sugli incontri con Gide, dall’11  novembre 1918, quando la foja esplose con la vittoria, alla fine, a uso della sua amica del cuore Aline Mayrisch, detta “Lupo”: amori autoriali?).
André Gide, Diario 1887-1925, pp. 1.558 € 65
Diario 1926-1950, Bompiani, pp. 1.533 € 60