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giovedì 23 settembre 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (468)

Giuseppe Leuzzi

L’unità non allegra
Cavour, liberale pragmatico nel breve ritratto che Bianciardi ne fa in “Il Risorgimento allegro”, “quando gli piovve come dal cielo l’unità dell’intera penisola, seppe abilmente (e spregiudicatamente) raccogliere nelle sue braccia l’inatteso dono”. Ma non aveva lavorato all’unità: “Il suo sogno politico era di ampliare la monarchia dei Savoia su tutta l’alta Italia, dalle Alpi all’Adriatico e all’Isonzo”. Non vedeva oltre l’Appennino, “a Roma non era mai stato,  Palermo, per lui, confinava con l’Africa”. E “per esempio era convinto (e lo disse a Daniele Manin) che l’unità d’Italia fosse «una grossa corbelleria»”.
Subito dopo Teano, scrive Bianciardi alla fine, deluso, “la guerra per il Meridione era finita, ma già ne stava cominciando un’altra, più lunga, più dura, più sanguinosa. Anzi, più sanguinosa di tutte le guerre risorgimentali messe insieme… Una guerra civile, fratricida, atroce. I libri di storia ne parlano poco volentieri, e la chiamano repressione del brigantaggio. E invece fu la «guerra dei briganti»”.
Alla vigilia dell’apertura del primo Parlamento unitario, il 18 febbraio 1861, Cavour confida ai suoi, secondo una fonte affidabile: “Se all’apertura delle Camere si potrà dire con qualche fondato motivo che Garibaldi governava l’Italia meridionale meglio di noi, siamo rovinati”. Bianciardi, garibaldino, ne è convinto. Ma lo era lo stesso Garibaldi: si pentì presto di Teano, della consegna del Regno del Sud senza condizioni.
Sui “briganti” la traccia di Bianciardi, per quanto ipotetica, non è mai stata considerata dagli storici: “La gente di senno cominciava a capire che sarebbe stato molto meglio lasciare a Garibaldi il governo delle proviince meridionali: che forse i garibaldini, e la guardia nazionale eletta sul posto, avrebbero saputo intendere i bisogni di quelle popolazioni meridionali meglio dei funzionari piemontesi”.
È uso elogiare la burocrazia piemontese unitaria, quella che “fece” l’Italia. Ma era era la burocrazia di oggi – la nostra burocrazia, pavida e inetta, vessatoria, non è “borbonica”, è piemontese, savoiarda. L’aneddotica è interminabile della sua inadeguatezza. Bianciardi ne ha una esilarante, la compilazione della lista dei “Mille”. Con i volontari trentini definiti “austriaci”, Menotti Garibaldi “uruguaiano”, Garibaldi stesso “francese”.
 
Pavese calabrese – più che un caso (3)
C’è simpatia, e qualcosa di più, benché Brancaleone sia un borgo di mare, che Pavese detesta .A Mario Sturani assicura, il 15 dicembre: “Qui, sto bene, mi trattano con ogni civiltà”. L’antivigilia di Natale scrive alla sorella: “La gente che mi vede ora, si asciuga col dorso della mano una lacrima, perché pensano che farò Natale fuori casa, cosa che per loro è peggio di un pugno sulla testa. Ci sono le pie donne che mandano chi un tortellino, chi i fichi secchi, chi gli aranci, chi altro”. E per Santo Stefano: “Il clima e il vitto mi dà al sangue” – aggiungendo, in riferimento obliquo alla “signorina” che lo ha dimenticato (“alla signorina Tina baciate le unghiette”): “Non bisogna dimenticare che in questo paese, al tempo dei Borboni, si ammazzava per un’occhiata”.
Fa la vita di paese, che è modesta, da uomo solo al confino politico, che è anche peggio, da esule. Ad Adolfo Ruata, coetaneo “fresco sposo, stipendiato e well-to-do”, scrive il 5 novembre: “Esercito il più squallido dei passatempi: acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro per i campi, fumo, tengo uno zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo una inutile castità”. Ma non da estraneo. “Ieri è venuta una zingara incinta”, scrive alla sorella Maria il 23 dicembre, una insistente: “«Comprateme ‘na paletta, comprateme ‘na paletta»”. Una degli zingari calderari evidentemente, quali usavano, alle fiere e come ambulanti (con i “cavallari”: gli zingari avevano funzioni produttive). Che alla fine, a Pavese “puttaneri”, propone di predire il futuro. Ma prima vuole “fatti e non parole”: «Dateme ‘n’altro segno de moneta e ve dico tutto». Pavese si rifiuta, e “così, per una lira”, conclude con la sorella, sua interlocutrice quasi quotidiana, “una bella donna incinta mi ha guastato la giornata” – “ormai ne sapevo abbastanza, non le ho aggiunto niente e la zingara mi ha predetto gran corna”. Una vita modesta, di eventi minimi. Quale è quella di paese, cui però lo scrittore si adegua con gusto – pur essendo stato, ed essendo tuttora, insofferente ala vita del suo proprio paese, Santo Stefano Balbo. Nella stessa lettera, dell’Avvento, racconta l’evento principale: “Vengono tutte le sere tre o quattro pastori, oppure ragazzetti del paese, a fare davanti la porta un concertino di cornamuse, pifferi, ciaramelle e triangoli, in onore della novena. L’ultimo giorno biosgnerà pagarli”.
Il barbone Ciccio racconta come un alte ego. A Maria, il 25-28 febbraio, si equipara al barbone, avendo da lui “imparato quanto sia romiballe un uomo cornuto”. Il racconto lampo è cattivissimo: “Un pezzente – certo Ciccio – un tempo primo cameriere a Reggio”, in “lunghe conferenze” gli ha spiegato “come lui bello, lui giovane (ha 38 anni ora), lui felice, lui ammogliato sia stato piantato dalla sposa lubrica”. È costante nella corrispondenza da Brancaleone la richiesta–delusione-rabbia per il silenzio della “signorina” (Tina Pizzardo, di cui al ritorno saprà, scendendo dal treno, il giorno di san Giuseppe 1936, che si era fidanzata – con Henek Rieser, un polacco, comunista anche lui come Pizzardo, residente a Torino – e che si sarebbe sposata il 19 del mese successivo, e svenirà).
Chiede e riceve molti libri. Molti i classici, gli “scocciatori nati in Grecia”. L’umore, malgrado l’isolamento, l’asma, l’umidità, il “tradimento” amoroso, è a Brancaleone stabile.
Non ama il mare. A Sturani, il 27 novembre: “Il mare, già così antipatico d’estate, d’inverno è poi innominabile: alla riva, tutto giallo di sabia smossa, al largo, un verde tenerello che fa rabbia. E pensare che è quello d’Ulisse: figurarsi gli altri. La grande attrattiva del paese sono i pesci, che a me non piacciono, e così non mangio pietanza che un giorno o due alla settimana, quando ammazzano la vitella”.
A Maria, sempre scherzoso, l’11 dicembre: “Non capisco perché voglio tornare a Torino. Qui – a parte la pelle – sto benissimo. Anzi, penso di sposarmi qui e comprare un bambino che a due anni dica già «cornutu» e «porcherusu»”. Compita correttamente, e trascirve esattamente la pronuncia, che nel reggino (magno-greco) è dolce.
Ad Augusto Monti, poco dopo l’arrivo, ha scritto: “Qui i paesani mi hanno accolto molto umanamente, spiegandomi che del resto si tratta di una loro tradizione, e che fanno così con tutti”. Un uso che collegherà alla Grecia, alla tradizione dell’ospitalità per il forestiero.
La Grecia è la scoperta di Brancaleone – in una con quella del dialetto, non una scoperta ma un recupero dopo il rifiuto, di un potenziale espressivo recuperabile ed efficace - e diventa la sua passione. Il 27 dicembre, rinfrancato evidentemente dalla modesta ma sentita ospitalità, cresciuta con le Feste (“questa è la lettera della serenità”), si ritrova a Brancaleone come nell’antica Grecia: “La gente di questo paese è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono «Esti ‘u confinatu», lo fanno con una tale cadenza ellenica che che io mi immagino di essere Ibico”.
Fa quindi la presentazione del poeta reggino appena scoperto, traducendone un lungo frammento, spiega che doveva girare, “come un’anima persa, Magna Grecia e isole, per amore della pagnotta, che allora si chiamava ospitalità”, e conclude sempre lusinghiero che, “ancora adesso, questa gente è tale e quale e, se non il giardino delle ninfe, l’ospitalità è intatta”. Lui stesso ha giocato, ricorda, a fare il satiro, in tono scherzoso ma non del tutto: “Ricordo che, in mancanza di meglio, io, valendomi della mia efebica prestanza fisica, quest’estate mi denudavo – quant’è permesso dai regolamenti – il «candido fiore del corpo» sulla riva del mare e componevo, così, ellenici quadri, che i geranî della spiaggia non  dimenticheranno tanto presto”.
(continua)
 
Milano
Pasolini, che aveva fatto esordire Arbasino poeta su “Officina”, con i versi di “L’apprendista Tebaide”, a un certo punto gli scrisse un lettera, semi-pubblica, in cui ne rimarcava, del poliglotta e cosmopolita giovanotto,  “un certo provincialismo”. Il lombardo figura sempre provinciale, quello che “fa” l’inglese a Londra, l’americano in America e ora, chissà, il cinese in Cina.
 
È in effetti molto lombardo, molto “provinciale” nel suo cosmopolitismo, l’Arbasino poliglotta, viaggiatore, social scientist. Romano per una vita, settanta dei suoi novant’anni, e per scelta – nel 1957 Scienze Politiche era a Roma solo un corso di studio, la facoltà, unica nel genere, era a Firenze, il “Cesare Alfieri” (anche se, bisogna dire, arrivava a Roma al seguito di Roberto Ago, insigne giurista  internazionalista, suo assistente di fatto) - ma sempre malinconico. Anche nell’arguzia, pensosa e non lieve, non gratuita. Perseguitato dal bene e dal male, mai realmente superficiale, come si atteggiava (snob) - a parte i borborigmi alla Camilla Cederna in ambito bayreuthiano-festivaliero-haute c(o)u(l)ture. Nonché con la rincorsa al capolavoro, con i rifacimenti.
 
Nelle riunioni all’Accademia dei Trasformati, almeno a stare alla ricostruzione di Carducci, della sua brochure “L’Accademia dei Trasformati e Giuseppe Parini”, partecipavano gli aristocratici, i cicisbei, il cardinale arcivescovo, i monsignori.
Pietro Verri se ne distaccò, per fondare una Accademia dei Pugni, e “Il Caffè”. Parini fu ospite di qualche suo membro, specie dei Serbelloni, per bisogno.
 
L’Accademia, sorta nel 1546 con ben altra portata, lo studio della lingua, era un’idea di Alfonso III d’Avalos d’Aquino d’Aragona, marchese del Vasto, nobile napoletano, governatore per conto di Carlo V.
 
I Trasformati furono benefici per Parini, argomenta in un breve-lungo studio Folena, “La poesia di Giuseppe Parini”, 1994 (una conferenza alla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura di Brescia): lo sprovincializzò, lo liberò dal suo piccolo mondo antico di Ripano Eupilino – “paesano, paesano, paesano” lo dice Carducci.
 
I Trasformati, spiega Folena, trasformarono Parini dal 1753 al 1763: “Dieci anni o poco meno che registrano la nascita di un poeta”, dopo “i ventitré anni di Ripano” e prima dei “trentaquatro anni dell’anonimo autore del ‘Mattino’”. Parini fu in vita, a Milano, anonimo.

I cisisbei, non si pensa, ma erano una istituzione milanese. Non c’erano cisisbei a Napoli, a Venezia, a Firenze – non a Roma, città di uomini, e nemmeno a Torino, bigotta.
 
È ben leghista il candidato che si oppone al sindaco uscente Sala al voto per il sindaco. Massiccio, gaffeur, si direbbe sprovveduto a guardarlo. Forse un non-candidato, partendo Sala vincente. Ma è il meglio della Lega, che lo ha voluto e lo sostiene.
 
“La Lettura”, il settimanale culturale del “Corriere della sera”, dedicava due pagine  il 23 giugno 2013 al pensiero di Roberto Casaleggio. Il fondatore di Rousseau è molto cauto, ma comunque gli fanno dire che “la democrazia va rifondata”. Da Casaleggio?
 
“Oggi temo guerre per l’acqua e il petrolio”, dice Casaleggio – nel 2013. Non c’è mediocrità di cui Milano non si faccia bandiera – il segreto del successo è la fiducia in sé, totale e inscalfibile.   
 
leuzzi@antiit.eu

Il giallo (non) per ridere

La mano sinistra di Lucarelli? E dei Manetti Bros.? Un tentativo, ormai all’ottavo anno, di giallo comico, dove non si ride, e anzi si sbuffa. Che la Rai stessa ha variamente bocciato, sospeso, posposto, ma che sempre si ripropone, a furia di social – autogestiti?  La “comicità” di Coliandro, e della sua “squadra”, il soggettista-sceneggiatore e i registi riducono a piccola goliardia: le due agenti Caterina Silva e Benedetta Cimatti che si esibiscono alla lap - o pole dance , insomma a contorcersi nude al palo (non male peraltro, se il posteriore è il loro), Coliandro che sente “l’omino” dentro di lui, Aurora De Zan (Chiara Martegiani?), la figlia del commissario capo, che è una giudice sbalestrata, sospesa, quasi condannata, e si diverte a tutte le specialità di pornhub al povero Coliandro, mentre il babbo è in coma.
La quarta stagione, benché molte promozionata, non smuove gli spettatori. L’idea di Lucarelli, il giallo comico, doppiato dai Manetti Bros. con quello demenziale alla Blues Brothers, o più probabilmente di periferia, alla Thomas Milian buonanima casinista, non appassiona: due milioni gli spettatori, il 10 per cento della audience, non molto per una produzione originale. Anche se molto al chiuso, in studio. Si uccide e si fanno attentati, ma in un fiat. Il tempo trascorre tra umori e languori, di Coliandro e di ogni altro. La suspense  è tutta nell’attesa, paziente, che le interminabili digressioni si consumino. Perfino le scene di sesso, ce ne sono numerose, insistite e differenziate, si guardano con la stessa attesa: quando finisce?
Nemmeno Bologna è in bella vista, pochi e non lusinghieri i fermo-immagini della location: i romanacci Manetti Bros e lo stesso Lucarelli, ne fanno un fondale muto, e anonimo – tutto il contrario di Bologna.
Carlo Lucarelli-Manetti Bors., L’ispettore Coliandro, Rai 2

mercoledì 22 settembre 2021

Problemi di base vaccinali - 658

spock

No wax no lavoro in presenza?
 
Quanti no wax sono statali?
 
Compresi i medici e gli infermieri?
 
Quanti statali sono no wax?
 
Ci sarà l’obiezione di coscienza contro i vaccini?
 
E le quote rosa?

spock@antiit.eu

Ecobusiness nucleare

La Germania, capofila dell’energia verde, ha consumato nei primi sei mesi di quest’anno un 40 per cento di carbone in più, rispetto al 2020, per produrre elettricità.
Le centrali nucleari tedesche, di cui la cancelliera Merkel ha disposto la chiusura fra un anno, saranno sostituite da centrali a carbone. Di cui è da tempo già avviata la costruzione.
Il nucleare fornisce circa il 18 per cento dell’elettricità consumata in Germania, e contribuisce decisivamente al record tedesco di una produzione elettrica quest’anno da fonti rinnovabili superiore a quella da fonti fossili – il nucleare non è (ritenuto) una fonte fossile.
La nuova frontiera è il nucleare verde. Prima era pulito (salvo per le scorie), ora è verde. Colora di verde dove passa?

La realtà è meglio fantastica

Will ragazzino scopre il mondo che gli scorre davanti, sula strada davanti al mulino, dove cresce adottato, in fondo alla valle, un mondo specialmente di forestieri, di turisti. Tutto si muove, anche i popoli emigrano. Non per “la legge della domanda e dell’offerta”, come ci viene insegnato, per la curiosità: “Le tribù che vennero in massa dal Nord e dall’Est, se anche furono spinte innanzi da dietro dagli altri, furono attratte allo stesso tempo dall’influenza magnetica del Sud e dell’Ovest”. E quando i vecchi mugnai, presto, muoiono, continua a guardare il mondo. Anche il parroco, che è venuto ad alloggiare per un periodo al mulino. Anche Marjory, al figlia del parroco, che in un primo momento si propone di sposare. Libero di fantasticare. L’idea di uscire dal villaggio gli viene, con Marjory, e con un giovane turista piuttosto grasso che si ferma a conversare – e che lo dissuade: fantasticare la realtà è più gradevole.

Una chicca, recuperata da Franca Cavagnoli, pubblicata nel 1878 sul “Cornhill Magazine”, rimasta fuori da ogni raccolta (in italiano – in originale è a seguire all’incompiuto, postumo, Penguin  “Weir of Hermiston”.
Robert Louis Stevenson, Will del Mulino, Adelphi, pp. 64 € 5 

martedì 21 settembre 2021

Secondi pensieri - 458

zeulig


Emigrare – Era consigliato già da Epitteto, “”Manuale”, III, 16: “I filosofi consigliano di ritirarsi anche dalla propria patria, perché le antiche abitudini distraggono e non permettono l’inizio di altro costume… Così fanno bene i medici a mandare gli ammalati cronici in altro territorio, in altre arie”.
 
Germania
– “La Germania è una lunga elevata montagna – sotto il mare”, è riflessione di Jean Paul confidata a una delle note del “Viaggio a Flätz”: umoristica?
 
Per Quinet il concetto di libertà personale ci è venuto dai tedeschi, per i quali è sempre stato importante.  E un fondamento c’è – che Quinet non menziona: l’anarchia tribale. La Riforma si sarebbe fondata sul concetto di libertà personale, rafforzandolo. A Quinet si può dare anche un seguito: l’iniziativa socialista, il ibelismo di Weimar, di sinistra e di destra, il radicalismo femminista e verde.
In effetti i tedeschi bevono, e guidano l’automobile, in tutta solitudine. Resta da spiegare il conformismo, che è indiscutibile. Non solo sotto Hitler, ma anche dopo la guerra. I tedeschi hanno combattuto contro la dittatura sovietizzante molto meno – in opere e in pensiero – dei polacchi, degli ungheresi, dei cecoslovacchi. Anche nel 1989 sono venuti dopo la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia. Sono fuggiti, non i sono ribellati.  La fuga sì, la resistenza no: quella è individuale, questa è collettiva.
I due fatti si conciliano nell’ormai canonico dualismo di libertà personale e conformismo sociale. È vero, come si è sempre detto (ma meglio di tutti lo dice a ogni pagina Goethe), che la filosofia tedesca ha solo un concetto interiore, intimo, della libertà. Non l’ha mai pensata come fatto collettivo, non ha il suo Hobbes, il suo Montesquieu o Rousseau, il suo Machiavelli. È per questo, va aggiunto, che non ha una dottrina liberale, perché il liberalismo presuppone una dottrina politica del corpo sociale, non solo del diritto e dello Stato.
Ma perché si arriva al conformismo sociale, e questo dura ancora oggi, dopo la lunga “americanizzazione” postbellica? Perché è prevalente il pietismo della chiesa luterana (v. Max Weber). La libertà della Riforma è finita in Germania prima di cominciare, con la Guerra dei contadini. E il conformismo ha messo radici all’evidenza durature con la Guerra dei Trent’ani. La libertà è mobile – non si acquista per sempre. Mentre in Germania è risorgente l’ “auffa!” e il “ne abbiamo abbastanza!”. Che dice quanto la parte liberale del protestantesimo – i dissenters – sia limitata.
 
Il crollo del Muro e la riunificazione sono arrivati in un momento in cui la Repubblica Federale, dopo otto anni di “cura del sonno” Kohl, ha perduto il mordente, la creatività, l’apertura degli anni “socialisti”, tra il ’60 e l’ ’80. È una Rft da vecchi staterelli germanici, tutta Volk, Heimat e Spießurger. In questi anni si è ripittata a perfezione – il decoro soprattutto – ma è tornata ai sandali, alle calzettine e alle bande in costume.
 
Globalizzazione
– Il libero scambio, la dottrina economica forse più vituperata di tutte, è il maggiore egualizzatore della storia, del reddito e della condizione sociale, della potenza politica – il maggior creatore e distributore di risorse, a tutti. Di reddito e opportunità per tutti, fatti salvi anche i principi identificativi comuni a una singola umanità, senza distinzioni di cultura o pelle. Anche nelle are deprivate in Africa e in Asia. Con un effetto perverso, implicito in ogni egualizzazione, sul reddito e il benessere delle popolazioni e le classi già più ricche e abbienti, geograficamente anche localizzate in aree ristrette e ben precise, Europa (soprattutto Europa occidentale) Senza  impoverirle, solo limitandone la crescita e la ricchezza, e le ragioni di scambio – là dove ancora se ne possono individuare, fra sistemi economici diversi pur in un’opera mondiale di libero scambio. I termini di confronto con la altre aree produttive, che registrano valori di crescita doppi e tripli - in un’area cioè di sviluppo generale per tutti, beneficiando comunque della globalizzazione – è il problema, e il nodo, dei tentativi americani da una decina d’anni a questa parte di limitarne gli automatismi.
 
Mito – È una funzione della realtà, altra che una figurazione “classica”, cioè remota, per lo più inspiegata - se non simbolicamente o per visioni proprie, individuali. Si può dire quotidiano, la figurazione che fa da filo conduttore alle esistenze che si vogliono vissute – ci sono esistenze inconsapevoli, che vanno avanti per inerzia (fino a morte), ed esistenze vissute – pensate, immaginate, argomentate.
È caratteristica creazione dei “viaggi”, di fantasia ma pure di persona (che comunque molto sono di fantasia). Caratteristica l’idealizzazione-immaginazione del ragazzo meridionale nella fantasia omosessuale, di Pasolini o Wilde o Peyrefitte o ean-Noël Schifano a Napoli, di Gide e Wilde a Algeri. “Attis, Ganimede, Endimione,. Antinoo”, ci trova nei “Diari” (“ Tagebücher”, 244 e 320) lo scrittore svizzero Kuno Raeber quando, divorziato dalla moglie dopo due figli perché omosessuale, passa un mese in Calabria nel 1862, a Tropea e Crotone. Aperto al mito peraltro non solo su questo aspetto ma anche, di più, sulla religiosità, sul culto della donna-Madonna, pure tanto trascurata e sempre  “a casa”. Per una religiosità “più complessa e nello stesso tempo più terrena, più semplice, più carnale, più primitiva di quella cristiana” – non “come costruzione dogmatica o regola di vita ma come arca di esperienze mistiche, fortezza dove rifugiarsi per sfuggire alla steppificazione dell’era glaciale prossima ventura”.
 
Natura – “Erbe, fiori, piante non sono realistici. Sono la prova indubitabile che la natura, come ovvio, è estremamente innaturale”: lo scrittore Giorgio Manganelli, recensendo, 1979, il paesaggista Ippolito Pizzetti. Di che natura parliamo?
Non è solo la confusione del parlare comune. Lo scrittore fa un doppio scivolamento-travisamento di “natura” e di “innaturale”. Per natura intendendo un mondo (insieme? processo? materia?)  sempre e solo anarcoide (e improduttivo?). Nonché tra reale e …che cosa, irreale? Ma non è solo improprio o confuso, lo scrittore pone un problema: per questo, per essere “naturale”, la natura è incapace di produrre alcunché? Ma se è (solo) produzione, e inesauribile.


zeulig@antiit.eu 

Marx non è morto

Sorprendente riproposta, in piena globalizzazione e malgrado la pandemia, di Marx, seppure riletto criticamente da Berlin, anche lui un altro classico, ma, a questo punto, del pensiero liberale. Perché Marx resta, al fondo, un liberale – certo non borghese: un  libertario? Insomma, come avrebe detto Derrida dopo il Muro, Marx resta “unheimlich”, perturbante.
La quarta edizione che si ripropone, pubblicata da Berlin nel 1978, a quarant’anni dalla prima, 1939, dimezzata per ragioni editoriali, benché ancora pingue, tiene conto, spiega Berlin, del vasto dibattito sul marxismo che la crescita sovietica nel dopoguerra ha propiziato. Lo stesso punto di vista di Berlin è cambiato, va aggiunto: da una posizione “sdraiata”, lukáksiana, “forse troppo profondamente influenzata dalle interpretazioni classiche di Engels, Plekhanov, Mehring”, a una più libera. Elaborata con l’accesso e l’anamnesi del personaggio. In un quadro diverso del mondo, dell’Europa, nel secondo dopoguerra: col sovietismo (“marxismo-leninismo”) al potere in mezzo continente (e di tutto il dibattito di idee – insomma, diciamo al 90 per cento), mentre prima della guerra dominante era Hitler.
Berlin non si lascia prendere la mano dalla guerra fredda - dalla polemica anti-sovietica - ma la revisione indirizza con chiarezza fin dalla nuova introduzione. L’incipit dell’opera lascia inalterato: “Nessun pensatore dell’Ottocento ha avuto un’influenza così diretta, meditata e profonda sull’umanità quanto quella esercitata da Karl Marx”. Lo svolgimento, a partire dalla nuova introduzione, è più riflessivo. E molto centrato sul personaggio, più che sull’opera: il suo “Karl Marx” ultima edizione è una biografia politica, più che una teoria critica del marxismo.
Di un economista, per cominciare, per caso. Dopo che nel 1843, alla direzione della “Rheinische Zeitung” nelle ultime settimane della breve vita del giornale, in una controversia col governo prussiano su una questione di tasse, capì che non ne capiva nulla. Ma anche politicamente, “gli mancavano totalmente le qualità di un grande leader o agitatore politico; non era un pubblicista di genio, come il democratico russo Alexander Herzen, né possedeva la meravigliosa eloquenza di Bakunin; la maggior parte dela sua vita lavorativa spese in relativa oscurità a Londra, al suo tavolo nella sala di lettura del British Museum”. Per temperamento, formazione, e programma non era un visionario né un profeta: maturò le sue convinzioni socialiste progressivamente, a partire dal 1847. Sempre contrario ai “metodi cospirativi, che riteneva obsoleti e inefficaci”.
Molto intellettuale, per nulla sentimentale, fermo negli odi come nelle amicizie, sospettoso anche, e brusco, Marx è “un dogmatico e sentenzioso maestro di scuola tedesco”, ma scrive “con lentezza e fatica, come spesso accade ai pensatori rapidi e fertili”. Lui stesso si è paragonato una volta all’eroe del “Capolavoro sconosciuto”, il racconto di Balzac – il pittore che non riusciva a dipingere il quadro che vedeva. “Per tutta la vita isolato fra i rivoluzionari dei suoi tempi”, gli altri socialisti ritenendo per lo più “stupidi o sicofanti”. Come tutti i rivouzionari, insomma, presi dall’utopia, intrattabile. Ma con una differenza: il rivoluzionario, di deriva inevitabilmente giacobina, presume di sé, ha fiducia cieca nelle possibilità dell’individuo, Marx invece, assoluta novità, cerca le “leggi”, delle azioni e degli eventi.
Molto lavoro è dedicato alla ricerca delle “fonti dirette” di “ogni singola dottrina sostenuta da Marx”: Ma con l’avvertenza che “non c’era carenza di teorie sociali nel Settecento”. Come a dire: le “fonti” non portano a niente (ma Berlin stesso vi s’immerge).
L’introduzione termina con un quadro sorprendente dell’Ottocento – Berlin ha mente politica, ma di più è ottimo scrittore: “In  un’epoca che distruggeva i suoi avversari con metodi non meno efficienti per essere composti e lenti, che forzarono Carlyle e Schopenhauer a cercare rifugio in civiltà remote o in un passato idealizzato, e condusse il suo arci-nemico Nietzsche all’isteria e alla follia, solo Marx rimase sicuro e formidabile. Come un antico profeta impegnato in un compito imposto su di lui dal cielo…” - anche se, opina Berlin, soffriva di “un latente rifiuto del fatto di essere nato ebreo”: amichevole con gli amici, ma un po’ misantropo, come uno che vive “in un mondo ostile e volgare”.
Isaiah Berlin, Karl Marx, Adelphi, pp. 400 € 28

lunedì 20 settembre 2021

Il mondo com'è (431)

astolfo

Anglisieren – Termine in uso in Germania per tutto il Settecento, per designare la recisione del muscolo depressore della coda di un cavalo, lasciando in attività il muscolo elevatore, per avere cavalli da parata con la coda in elevazione.
 
Boia – Un mestiere, tramandato spesso da padre in figlio, come una qualsiasi specializzazione artigianale, ma non onorevole. Doveva vestire di rosso, nell’esercizio delle sue funzioni, e vivere altrimenti appartato. In chiesa doveva stare in fondo, e spesso gli era rifiutata la comunione, i sacramenti.
Un mestiere esclusivamente maschile. Ma il boia doveva avere un aiutante, detto “tirapiedi”. E la donna poteva fare da “tirapiedi”. In Francia, dove le pene corporali contro le donne dovevano essere inflitte da una dona, detta “bougrelle”, le bougrelle potevano fungere da “tirapiedi”.
 
Canicola – In Germania ha una data – un periodo di tempo: si intendono “giorni della canicola” quelli che vano dal 23 luglio al 23 agosto.  Canicola è la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore, detta Sirio, che sorge e tramonta col sole nel periodo più caldo dell’anno.
 
Carta – Si fabbricava dagli stracci. D a ultimo col procedimento “olandese”, messo a punto in Olanda nel 1600: in una vasca anulare  di forma ovale un cilindro munito di lame sfilacciava e raffinava gli stracci. Il procedimento olandese dava una carta più bianca e più resistente., perché gli stracci venivano sminuzzati invece che  schiacciati. Ma gli stracci erano scarsi – era l’epoca, e lo sarà ancora a lungo, in cui si puntava sulla durata dei materiali invece che sulla rapida obsolescenza e il continuo ricambio.  Si fecero vari tentativi di produrre carte da altri materiali. Finché, nel 1748, un tessitore sassone depositò un brevetto per una pasta preparata d al legno.
 
Cavalli di Frisia – In tedesco è spanische Reiter-Werke, difesa usata per la prima volta a fine Cinquecento per difendere la città di Groninga dagli attacchi della cavalleria spagnola.
 
Cerauno – Era il fulmine, secondo il Vocabolario della Crusca del 1728, in greco: “Cerauno si è quella pietra, così dinominata in lingua Greca, ed in Latino è appellata fulmine; questa pietra si cade dal cielo, imperciocchè si trova colà, dove gli uomini sono fedìti dalla saetta folgore”. Lì dove il fulmine aveva colpito, si rinveniva il cerauno, la pietra che cade dal cielo.
 
Elettricità – Fu agli inizi uno strumento di tortura, sia la bottiglia di Leyda (1746) che la pila di Volta (1799). La tortura era al tempo legale, come mezzo istruttorio a disposizione del giudice, fino a tutto il Settecento. L’elettricità servì inizialmente come uno dei “tormenti”, per indurre alla confessione (all’autoaccusa).
 
Fiera – Era un luogo di libera frequentazione, un luogo e un tempo di massima libertà, di movimento e di azione. Non si facevano arresti, né esecuzioni,
 
Idrofobia – La paura dell’acqua. La vecchia cura, drastica, si trova nel “De Medicina” di Aulo Cornelio Celso – che collegava l’idrofobia alla rabbia: buttare il paziente in acqua e lasciarcelo finché berrà, la paura cesserà quando cesserà la sete.
 
Napoleone Luigi – Figlio di Luigi Bonaparte, il fratello dissidente dell’imperatore, spesso in disaccordo con lui, ha tentato di riprendersi il Regno dell’Etruria partendo da Bologna – come già Murat da Pizzo? Vi accenna Francis Wey, “Scilla e Cariddi”, p. 75: “Non è trascorso molto tempo (siamo nel 1840, n.d.r.) da quando il principe Luigi Bonaparte l’ha emulato a Bologna nel modo più
fedele, con un uguale numero di soldati e un insuccesso del tutto simile: basta sostituire i nomi”. Ma Napoleone Luigi non fu giustiziato, non fu nemmeno preso prigioniero. Partendo da Firenze, non da Bologna, alla volta dell’Umbria, il 20 febbraio 1830, dopo un abboccamento con Ciro Menotti, accompagnato dal fratello Luigi (il futuro Napoleone III), a Spoleto tentò una scaramuccia con le truppe pontificie. Ma presto si accorse di essere isolato, tra i patrioti repubblicani da un lato, e la Santa Sede e l’Austria dall’altra. Con i napoleonidi, per giunta, tutti contro, timorosi dell’allarme suscitato nelle cancellerie europee dall’eventualità di un ritorno della famiglia.
Napoleone Luigi non desistette, chiese al papa con un proclama la rinuncia al dominio pontificio. Ma la madre Ortensia, che si era subito mossa rincorrendo i due figli, si rivolse al comandante della piazza pontificia di Ancona, generale Armandi, che figurava essere uno dei capi della rivolta. Armandi reagì anch’egli infastidito dalla presenza dei napoleonidi nella sommossa antipapalina,  e allontanò i due fratelli verso Bologna. Da dove Napoleone Luigi e Luigi partiranno poi per la Romagna, il vero campo della rivolta. Qui però Napoloene Luigi morirà presto, a Forlì, il 17 marzo, di rosolia. Morì tra voci di avvelenamento, ma il suo funerale fu l’occasione per una grande manifestazione di patriottismo antipapale.
 
Lumini torinesi – Inventati nel 1779 dal medico torinese Luigi Peyla per l’illuminazione, consistevano in un tubetto di vetro contenente fosforo, che rompendosi incendiava lo stoppino. La scoperta fu celebre per un breve tempo in Europa. Nel 1784 lo scrittore e scienziato tedesco Georg Ch. Lichtenberg, la analizzò, spiegandola al pubblico tedesco, con la nota con la nota “Über der Peylasichen Lichten”.
 
Peloro – Capo Peloro, alla punta dello Stretto di Messina venendo da Nord, si vuole così nominato da Annibale in uno dei tentativi che fece, nei lunghi mesi trascorsi nel Bruzio-Calabria, di passare in Sicilia. S i dice che, vedendosi come chiuso dentro in lago - lo Stretto ad attraversarlo sembra un lazo, chiuso a Nord dal capo Peloro, aggettante dalla Sicilia, e a Sud da Reggio – pensò di essere stato tradito e fece buttare a mare il timoniere. S alvo accorgersi di avere fatto un errore, uscendo dallo Stretto dopo qualche tempo, di deriva e di remi, mentre il cadavere di Peloro galleggiava. E allora alla sua memoria fece erigere un monumento sulla punta Est della Sicilia, dandole così il nome.
 
Carlo Pisacane - Carlo Pisacane, il rivoluzionario pro e duro, ha una biografia romanzesca. Duca d San Giovanni allievo della Nunziatella, l’accademia militare dei Borboni, alfiere dell’esercito borbonico, supervisore della ferrovia Napoli-Caserta, 1840, rinchiuso l’anno dopo nella fortezza di Civitella del Tronto per adulterio – per avere indotto in adulterio Enrichetta Di Lorenzo sua cugina moglie del cugino Dionisio Lazzari. Lascia il Regno borbonico nel 1847, insieme con Enrichetta, incinta, dopo che l’anno prima Lazzari ha tentato di farli uccidere in un agguato teatrale. Inseguiti dalla polizia borbonica, Carlo e Enrichetta finiscono prima a Marsiglia, poi a Londra, infine a Parigi. Dove furono arrestati su indicazione dell’ambasciata napoletana.
Fu un ano molto travagliato, il 1847.  Enrichetta rifiutò i consigli dell’ambasciatore napoletano, di ritornare al domicilio domestico, e rimase con Carlo, I due furono presto scarcerati per un cavillo giuridico: l’adulterio era punito in Francia su denuncia del coniuge legittimo e Lazzari non aveva denunciato Enrichetta, per non venire collegato al tentativo di assassinio. I due non avevano risorse, e Carlo si arruolò nella Legione Straniera, come sottotenente. Subito inviato in Algeria, dove partecipò alle ultime operazioni contro la rivolta dell’emiro Abdel Kader. Enrichetta, bloccata a Marsiglia dal puerperio della figlia Carolina, che morirà dopo la nascita, lo raggiunse ad Algeri. Pochi mesi dopo, avuta notizia dei moti del ’48, del giugno ‘48 a Parigi, Carlo ormai convinto  democratico.
Subito poi Carlo fu con Cattaneo a Milano, nei moti contro l’Austria. Capitano della Quinta Compagnia Cacciatori dei Corpi Volontari Lombardi, fu ferito a un braccio in uno scontro a Monte Nota nel territorio di Tremosine,  Fu quindi volontario, nello stesso anno, nell’esercito piemontese nella Prima guerra d’Indipendenza, finita con la sconfitta. Quindi, a marzo del ’49 è a Roma, con Mazzini, Saffi, Garibaldi, Mameli, commissario di guerra e poi capo di stato maggiore dell’esercito popolare. Enrichetta era “direttrice delle ambulanze”. Molto attiva nella battaglia decisiva del Gianicolo, per curare i numerosi feriti – con molte altre dame, tra cui Cristina Triulzi di Belgioioso. Arrestato a Castel Sant’Angelo, Carlo fu presto liberato, e con Enrichetta ripresero l’esilio, di nuovo a Londra, via Marsiglia.
È a Londra, in questo secondo soggiorno che Pisacane matura l’idea socialista: la rivoluzione nazionale come esito della rivoluzione sociale. Partendo dalla liberazione delle plebi, dal dominio feudale e postfeudale. Un’altra ideologia nazionale, in dissidio da quella mazziniana. Anche per il lato religioso, forte in Mazzini, indifferente in Pisacane, che anzi faceva professione di ateismo: “L’Italia trionferà quando il contadino cangerà spontaneamente la marra con il fucile”.
Nel 1853 è, con Enrichetta (che dà ala luce una seconda figlia, sopravvissuta, Silvia), a Genova. Quindi a Torino. Sorvegliato ora dalla polizia piemontese, per il socialismo, e per i contatti col rivoluzionario russo Herzen. Riprende i contati con vecchi mazziniani, ex giovani patrioti come lui, Nicola Fabrizi, Rosolino Pilo,  Giovanni Nicotera e altri, e progetta con loro l’insurrezione del Sud, in un anticipo dei Mille. In principio anche il loro lo sbarco era previsto in Sicilia, che non aveva digerito il ritorno dei Borbone, dopo l’esperienza costituzionale dell’interregno inglese. Poi si decise per Napoli, sbarcando in un punto non controllato della costa, a Sapri. Il paino doveva partire il 6 giugno 1857, ma fu rinviato perché Rosolino Pilo, che aveva compiti di avanguardia, pese il carico di armi in mare.  Il 25 giugno Pisacane s’imbarcò  per la spedizione fallimentare - nelle settimane intercorse era stato a Napoli, travestito da prete, per sondare gli umori. Uscendone deluso.

astolfo@antiit.eu


Il giallo nella pandemia, sentimentale

Scoppi, fuoco e fiamme in questa terza serie del commissarito napoletano. Ma dentro una serie soprattutto privata. Di ansie, sensi di colpa, innamoramenti facili e difficili, madri in pena. Come se il Covid avesse rallentato anche i ritmi del giallo, come nella vita di ogni giorno. Non c’è più neanche Napoli.
Un effetto voluto, dopo e con la pandemia, poca azione, malgrado i botti, e molto sentimento?
Monica Vullo, I bastardi di Pizzofalcone
– terza serie, Rai 1

domenica 19 settembre 2021

La scuola senza matematici né fisici

Riprende l’anno scolastico dal vivo, dopo due anni di (presunto) insegnamento a distanza, con molti buchi, nei licei, di Matematica e Fisica. Quelli di cui dovrebbero essere titolari le nuove leve dell’insegnamento. Che in queste materie invece vanno a ruba, non quest’anno, da alcuni anni, da parte dell’industria Ict, a stipendi due e anche tre volte quelli pagati dalla scuola – per non dire delle libere professioni, per i neo laureati matematici, fisici, ingegneri con ardimento.
Si fanno grandi lamenti sui ritardi della scuola nelle materie scientifiche, come se fosse una debolezza della scuola italiana, eterna incapace, vecchia, ritardataria, eccetera. Senza dire questa semplice verità, pure a conoscenza di molte famiglie. La scuola in generale è indebolita dalla scarsa appetibilità per le nuove leve di laureati, di quelle meglio formate e con più opportunità. Per gli insegnanti di Lettere e materie umanistiche è spesso l’unico sbocco, e allora la scuola sopravvive. Ma dove c’è una concorrenza, un minimo di concorrenza, la scuola è sì indietro. Ma non per incapacità degli insegnanti, per mancanza.

Ombre - 579

È tragico e comico vedere Draghi che prende tre miliardi da un bilancio già dissanguato e in forte debito, per pagare gli intermediari di luce e gas e risparmiare i poveri utenti. Oggi come a luglio. Lo Stato, povero, che finanzia i pingui parassiti dell’intermediazione. Finanziandosi a sua volta, con l’aumento della patrimoniale sulle case, cioè su tutti gli italiani, ricchi e poveri. Una partita di giro.
Sembrerebbe impossibile ma avviene. A opera di un governo di “unità nazionale”, destra e sinistra uniti nella lotta, il più forte della legislatura, col presidente del consiglio più rispettato.
 
Giusto allarme e molte chiacchiere per la moltiplicazione della tariffa del gas, e quindi delle bollette  di gas e luce. Senza dire che quel mercato è condizionato da una pletora d’intermediari, i grossisti, che non hanno nessun ruolo se non d’intascare qualche centesimo di intermediazione, senza fare niente. Non si dice per non dispiacere alle liberalizzazioni, opera di Draghi, sul solco di Ciampi?
 
Fa senso vedere Draghi che paga, oggi come a luglio, due o tre miliardi di euro, delle casse in bolletta dello Stato, agli intermediari delle bollette di luce e gas. Ai vecchi parassiti che un tempo si denunciavano e oggi siedono su ampie poltrone, riveriti dalla legge e dall’Arera. 
 
400 milioni di debiti,  200 milioni di perdite sul bilancio 2020-20121, un monte ingaggi prodigale, che è più di un terzo di tutti gli ingaggi della serie A, e l’ultimo o penultimo posto in classifica: tutto della Juventus Fc parla di fallimento, ma la gestione non cambia. Il calcio è sempre dei padroni.
 
Davvero Macron è stato preso alla sprovvista dall’accordo anglo-americano nell’Indo-Pacifico che esclude la Francia? Ha ritirato gli ambasciatori: pensa a un ultimatum? a una guerra? con la Germania al suo fianco? e l’Italia? E quando era la Francia a soffiare i contratti all’Italia, in Libia, in Egitto, ovunque (a tentarci)?
 
La Procura di Milano non si smentisce con la richiesta di perizia psichiatrica contro Berlusconi. Litiga, si dice indebolita, ma è la stessa di quarant’anni, mascalzona - l’accanimento contro Berlusconi, a partire dalle 4-500 visite della Guardia di Finanza ogni anno, è una mascalzonaggine. Non è giustizia. Uno spasso, e uno spreco dell’apparato repressivo,  forse goliardico, forse politico (ma i giudici non hanno partito, come si ricorderà dalle mail canzonatorie che si scambiavano), ma da mascalzoni che fanno i mascalzoni.
 
Il processo Ruby.ter è una buffonata, certo, Berlusconi rimandandolo con perizie mediche a catena. Ma è una buffonata avviata dalla tremenda Boccassini. Che si vede aveva molto tempo libero dal suo ruolo di Procuratore Antimafia. O Berlusconi è meglio che indagare la mafia, per esempio quella che rifornisce Milano di cocaina, il più grande mercato urbano europeo? Di questo non sappiamo nulla, la Procura di Milano non indaga, neanche per sbaglio.
 
In un mese duemila infermieri hanno contratto il Covid. Certamente non sono infermieri anti-vaccini. I vaccini non funzionano?
 
Moggi, l’ex direttore sportivo della Juventus, dice Simona Ventura, ex presentatrice di programmi sportivi, voleva Cristiano Ronaldo quando aveva 17 anni. È indubbio che Moggi è stato fatto fuori, dagli Agnelli inclusi, perché troppo bravo. Dominava senza mai pagare nessuno, nemmeno un biglietto di favore. Lo hanno condannato non si sa perché, in un processo molto “napoletano”.
Avevano provato con un pranzo di pesce – il pranzo di pesce per certi giudici e giornalisti sa di proibito - ma gli è andata buca.
 
È incredibile la somma di falsità che si sono dette, e si continuano a ripetere sotto forma di smentita, somma ipocrisia, a danno di Regina Profeta, l’ex ballerina brasiliana di Arbore in tv, come “massaggiatrice” di Bertolaso. Che non ha mai visto – solo frequentava lo stesso Salaria Sport Village. In odio a Berlusconi. Cioè da sinistra, da giudici e giornalisti di sinistra. Una sinistra calunniatrice.
 
“Un giocatore della Juve guadagna quanto tutta la nostra squadra”, constata sconsolato Tomasson, allenatore della squadra svedese Malmoe. Che, appunto, deve confrontarsi con la Juve.
 
Mourinho, neo allenatore della Roma, vince sempre: i Var gli danno due gol all’attivo (contro la Fiorentina), tre punti, e gli tolgono due gol al passivo (Sassuolo), altri tre punti. I Var come gli dei?
Conviene comunque tenerselo stretto.
 
Lorenzo Cremonesi va a Kandahar, capitale dei pashtun e dei talebani, culla dell’Afghanistan, e ci trova tribalismo (che non sa nominare) esasperato, siccità e bambini denutriti. Una città dove, anche con gli americani e inglesi di presidio per le strade, nessuna donna è mai uscita senza burqa, la mascheratura totale.
 
Cremonesi va poi a Herat, alla base italiana: “Appena partiti gli italiani, i militari afghani  organizzarono 16 camion per trasportare ciò che restava di valore nella base e venderlo al mercato nero”. È stata l’unica “difesa” afghana.
Usa dire che la democrazia è una lezione, va imparata. Ma forse la democrazia non è per tutti – Gobineau non faccia velo.

L’immagine sconfigge il male

L’Eroe è l’Artista Americano Novecento – post hippie o beat: ubriacone, solo, sporco, squattrinato, ma geniale. Il fallito asociale che si riscatta con la Buona Causa. Doppia in questa vicenda: come ogni foto dovrebbe salvare la gente di Minamata, paralizzata dal mercurio sversato in mare dalla fabbrica che dà da vivere alla comunità, e introiettato attraverso il pesce pescato, così salverà “Life”, la rivista che è il paradiso dei fotografi, la loro mangiatoia, il loro “principato”, dalla chiusura.
C’erano una volta i (grandi) fotgrafi e, loro, ci sono ancora, anzi sono gli artisti del momento, gli unici figurativi – testimoni dell’arte transeunte, consumabile. W. Eugene Smith, fotografo celebre, anche in Giappone per i reportages dal Giappone nel 1945, dopo la Bomba, viene contattato da un’attivista di Minamata, col pretesto di fare da testimonial alla Fujicolor, concorrente allora di Kodakolor – lui che non ha mai fatto una fotografia a colori – in modo da farlo ritornare in Giappone, e appassionarlo possibilmente alla causa di chi protesta a Minamata. È il momento sbagliato: Smith è alcolizzato, ha venduto le sue apparecchiature, lascia la casa, e anche “Life” non se la passa bene, ha problemi a finanziare il viaggio. Invece, poi tutto va come deve.
Una storia, si sa, a lieto fine, scontata. Ma raccontata bene, per quasi due ore di ottimo cinema. Grazia anche a un Johnny Depp irriconoscibile – fose nella sua pelle quanto ad alcol ma non violento.
Il regista, che vanta esperienza polifunzionale, di pittore, scultore, regista, produttore, fotografo, ristoratore e attore, si sbizzarrisce in tutte le sue specialità, perfino sul cibo, al ristorante e domestico. Pur cimentandsi con un personaggio, Eugene Smith, cui l’alcol impedisce il gusto e anche l’appetito. Ma la fanfaronata è semrpe evitata, il dramma si esplicita contenendosi nelle forme mostruose di giovani e meno giovani vittime del mercurio. Aiutato anche da una recitazione giapponese, nei ruoli buoni e nei cattivi, forse sopra le righe (il giapponese si parla brusco, tronco?) ma fisicamente, espressivamente, sempre nel ruolo, quasi spontanea, di attori che sembrano stare nel personaggio, non rappresentarlo.
Andrew Levitas, Il caso Minamata, Sky Cinema

sabato 18 settembre 2021

Ecobusiness

L’Europa pesa per l’8 per cento sulle emissioni globali di CO2. Ma pro capite inquina più degli asiatici, con 5,9 tonnellate contro 4,2 in media – più di tutti inquinano gli arabi, il Medio Oriente emette ogni anno 9,2 tonnellate di CO2 pro capite,  naturalmente gli Stati Uniti, leader incontestati dell’inquinamento, con 15,50 tonnellate pro capite.
L’Asia ha però situazioni molto diversificate. La Cina emette ogni anno 8 tonnellate di CO2 per abitante – molto più di ogni europeo. Per una popolazione di 1,3 miliardi.
La Cina emette in totale più gas serra di tutti gli altri paesi dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati, messi assieme.
Il Gde, Green Deal Ue, per un net zero al 2050, è smentito in partenza dai mega-accordi di importazione del gas, le grandi infrastrutture del Nord Stream in Germania e del Tap in Italia, che hanno una durata programmata oltre il 2050. E, per es., dalle grandi navi di trasporto container – che hanno una vita utile di almeno 25 anni, e di cui quindi si può già ipotizzare il tipo di combustibile in  uso nel 2050. Nel 2050 la metà del trasporto marittimo si farà ancora con combustibili fossili, gas e prodotti petroliferi – l’altra metà andrà a metanolo, ammoniaca, biocarburanti. Maersk, la più grande flotta porta-container del mondo, utilizzerà il metanolo su otto delle nove navi ora ordinate.

Angela la Padrina – 3

Vale la pena ricordare quanto questo sito scriveva, recensendo “Stress Test. Reflections on financial crises”, il libro che Timothy Geithner, l’ex ministro del Tesoro americano, pubblicò nella primavera del 2014, su Angela Merkel e l’Europa nella crisi bancaria e in quella del debito (un libro che curiosamente si è scelto di non tradurre, benché di interesse per l’Italia):
https://www.blogger.com/blog/post/edit/4308716637477704291/6462015494876381296
E l’Europa? Geithner ha avuto un ruolo anche nella crisi europea. Prende poche pagine della sua voluminosa memoria, ma è preciso e sconcertante.
Europa sbalorditiva e inspiegabile
A metà settembre 2008, a crisi manifesta, “la Banca centrale europea aumentò i tassi, il che mi parve sbalorditivo e inspiegabile”. Se non per “un altro round di paranoia da inflazione”, per l’aunento dei prezzi del petrolio. Il governo americano invece lanciava una riduzione delle tasse per 140 miliardi, un’iniziativa bipartisan, per stimolare i consumi e gli investimenti. Mentre la Fed di New York, che Geithner presiedeva, negli stessi mesi spingeva le banche d’affari a ricapitalizzarsi per 40 miliardi di dollari, e a ridure il breve termine e l’esposizione sui titoli rischiosi. Questo non bastò a salvare una delle quattro, la Lehman, ma salvò le altre.
Successivamente due eventi fanno “inorridire” il ministro del Tesoro di Obama, e lo stesso Obama. L’attacco franco-tedesco all’Italia a novembre del 2011 - l’unica parte di questa memoria già nota, riprodotta dalle agenzie di stampa - e sei-sette mesi dopo l’attacco tedesco alla Grecia. “L’Europa aveva passato la maggior parte del 2011 nei tormenti”. Il 21 luglio fu ristrutturato il debito greco. Nello stesso mese la Bce di Trichet accresceva l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario “per aiutare a puntellare la Spagna e l’Italia”. Ma “l’Europa non persuadeva gli investitori con una strategia credibile”. A ragione il governo tedesco recalcitrava ai salvataggi, perché “i beneficiari del sostegno europeo – la Spagna e l’Italia come la Grecia – non mantenevano gli impegni di riforma”. Ma “la linea che Angela Merkel disegnava sulla sabbia limitava le opzioni” anticrisi. C’era bisogna di un intervento massiccio subito. Di un piano di intervento, che nei fatti avrebbe consentito alla Bce uno sforzo gigantesco a sostegno del debito e dell’euro, con una “leva” di “piccoli aiuti” pubblici. Le banche centrali canadese e svizzera lo proposero, la Bundesbank lo rigettò.
A un certo punto gli europei presero a rivolgersi ai paesi asiatici per finanziare il loro fondo di intervento, “uno spettacolo abbastanza sconcertante”. Giappone e Cina non risposero.
A settembre Geithner fu invitato all’Ecofin in Polonia, il consiglio europeo dei ministri del Tesoro. Tentò di non andarci, l’invito fu reiterato e pressante, e allora parlò “con umiltà”, scusandosi, schermendosi. Ma non poté non dire: “È più rischioso un intervento a piccole dosi graduale che un intervento preventivo massiccio”. Gelo, e invito a tornarsene a casa dei ministri dell’Austria e del Belgio per conto della Germania. “No leadership”, è il commento interno al Tesoro Usa sull’Ecofin europeo.
Il 26 ottobre fu annunciata una ulteriore revisione della ristrutturazione del debito greco. Fu annunciato anche “un piano modesto per tentare di fare leva sul fondo di salvataggio per movimentare il denaro privato, ma era congegnato male e più che altro sembrò segnalare i limiti di quello che l’Europa voleva fare”.
Via Berlusconi
Quell’autunno Obama “parlò regolarmente con i leader europei”, e anche Geithner con le sue controparti. Ne ricevettero spesso richieste di intervenire sulla Merkel per una maggiore flessibilità, e su Italia e Spagna per un “impegno responsabile”. Qui viene il complotto: “A un certo punto quell’autunno alcuni rappresentanti europei ci presentarono un complotto per tentare di costringere Berlusconi fuori dal governo; volevano che rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fondo monetraio finché non se ne fosse andato. Informammo il presidente di questo sorprendete invito, ma per quanto potesse servire ad avere una migliore leadership in Europa non potevamo impegnarci in un complotto come quello”. Geithner ne riferisce come di un approccio e una decisione interna al suo ministero, al plurale, abbandonando la prima persona, afferenti cioè a qualcuno dei suoi collaboratori. E probabilmente per iscritto, poiché Obama non parla. Poi torna al singolare: “«Non possiamo macchiarci le mani del suo sangue», dissi”.
Pochi giorni dopo, ai primi di novembre, si tenne a Cannes il G 20. Obama “passò la più parte del tempo in negoziati riservati, per tentare di aiutare l’Europa a salvarsi. La maggiore parte della conferenza riguardò le pressioni su Berlusconi, ma noi continuammo a premere sulla necessità di un robusto firewall, e ci fu molta pressione anche su Merkel. Merkel si sentì isolata e sotto attacco; non l’ho mai vista così agitata”.
Poi le cose cambiano. Cambiano i governi in Grecia, Italia e Spagna. E alla Bce arriva Draghi. “Ai primi di dicembre Draghi annunciò una massiccia iniezione di liquidità a lungo termine per il sistema bancario europeo”, con “un istantaneo effetto stabilizzatore… L’Europa aveva mostrato un po’ di forza e un po’ di volontà”.  A febbraio, al G 20 dei ministri del Tesoro a Città del Messico, il morale era su: “Gli europei erano sollevati, molti dichiararono che la crisi era finita. Io non lo pensavo. Sembrava più una tregua che una soluzione”.
L’attacco alla Grecia
A luglio del 2012 Draghi impegna la Bce a fare “qualsiasi cosa” sia necessario per salvare l’euro nella sua integrità. Geithner ci vede un’identità di vedute con l’intervento monetario e finanziario americano. Ma è sorpreso – “terrificante” – da Schaüble, che in un incontro successivo gli prospetta come “una strategia plausibile - e anche desiderabile”, nelle sue parole, di Geithner, l’uscita della Grecia dall’euro. Come una lezione agli altri: l’evento, sempre nelle parole di Geithner, “sarebbe stato abbastanza traumatico da aiutare a spaventare il resto dell’Europa, inducendola a cedere più sovranità a un’unione fiscale e monetaria più forte”. E come incentivo all’opinione tedesca a sostenere l’euro, senza più il pregiudizio antigreco.
Schaüble viene presentato ora come la controfigura di Merkel, quello che si prende il ruolo del cattivo per coprire politicamente la cancelliera con il ceto politico più recalcitrante all’idea di eurozona e di Europa. Geithner lo dice simpatico, “engaging”. Ma ha agitato i mercati, aggravando la situazione, più del necessario, molto di più, in più occasioni, troppe.
“A giugno dl 2012 la crisi europea bruciava più che mai”, ricorda Geithner. Ma solo Draghi se ne preoccupava. E la risolverà ripercorrendo – in parte e in ritardo – la ricetta americana: “L’Europa non era riuscita a convincere il mondo che non avrebbe consentito una catastrofe”. Geithner ha presente, ricorda, quello che tutti sapevano ma nessuno in Europa denunciava: “difese fragili e politiche confuse”. Scrive allora a Draghi per incoraggiarlo: “Temo che l’Europa e il mondo guarderanno ancora a te per un’altra dose di abile, creativa manifestazione di forza da banca centrale”. Draghi sa di doverlo fare ma la Bundesbank non glielo consente. I tedeschi “non avevano un piano per salvare l’Europa ma sapevano quello che non volevano”, così Geithner sintetizza le sue conversazioni con Draghi – “quel luglio Draghi e io abbiamo avuto parecchi conversazioni”: “Davano una lettura limitativa dei poteri legali della Bce, e si opponevano a qualsiasi cosa sapesse di questione morale”, di salvataggi con denaro pubblico (quello che la Bundesbank aveva tranquillamente fatto in casa, va aggiunto).
Qualsiasi cosa
Il consiglio di Geithner è di “lasciare la Bundesbank fuori”. Il 26 luglio uno studio Citigroup dà la Grecia fuori dall’euro al 90 per cento. Quello stesso giorno, a un convegno a Londra, al termine di una serie d’incontri con banchieri e gestori di fondi, Draghi proferisce le parole famose: “Nei termini del nostro mandato, la Bce farà qualsiasi cosa per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Fa l’annuncio, scrive Geithner, sotto l’impressione del pessimismo che ha riscontrato negli incontri londinesi, ma non ha un piano. Geithner va allora a Sylt, dove Schaüble è in vacanza, per tentare di convincerlo. Ne ricava quanto si è già riferito – “lasciai Sylt più preoccupato di prima”. Si ferma a Francoforte da Draghi, che  lo rassicura, ma sempre senza un piano.
Di ritorno a Washington, Geithner spiega a Obama che l’Europa può mettere a repentaglio il programma anticrisi americano. Obama chiede più volte che l’Europa affronti la crisi con decisione. A settembre Draghi annuncia il programma di riacquisto di titoli pubblici europei sul mercato. I mercati si rassicurano, ma per poco. Viene Cipro, altra confusone.
La memoria lascia gli europei in crisi. Tra “impegni sempre confusi e incompleti”, nei “loro tardivi e spesso inefficaci tentativi di imitarci”. Sempre divisi su “un robusto programma europeo di ricapitalizzazione diretta del sistema finanziario, come il nostro”. Incapaci di “un piano effettivo di un sistema comune di assicurazione sui depositi” (quello oggi in discussione). Con una disoccupazione a livelli impensabili, “molto peggiore che negli Usa, una crescita stagnante, … un’austerità mal posta”. La conclusione è triste: “C’era tanta sofferenza innecessaria dietro questi dati”. E orgogliosa: “Gli errori degli europei … fornivano un’ottima pubblicità alla nostra risposta alla crisi”.

(fine)

Contagio a Vigata

C’è un’epidemia in paese. Anzi al circolo – ex dei nobili, ora dei (pochi) professionisti. Una “epidemia da duello”: a un certo punto tutti vogliono battersi in duello con tutti, “il duello era forse contagioso?”.
Un’epidemia per una causa, come sempre, remota. Il barone Paternò avendo pugnalato a morte in un albergo malfamato al Pantheon di Roma la sua amante donna Giulia Trigona di Sant’Elia, grande aristocrazia, nata Mastrogiovanni Tasca di Cutò, maritata Trigona dei principi di Sant’Elia, perla del salotto Florio a Palermo, dama di compagnia della regina Elena a Roma, trascurata dal marito per un’attricetta della compagnia Scarpetta, quella del film di Martone a Venezia, incapricciata del più giovane aitante barone Paternò di Cugno, tenente di cavalleria, che l’Enciclopedia delle donne e Tomasi di Lampedusa onorano.
Una presa in giro, arguta, del codice Gelli, il manuale dei duelli, ora ignoto a tutti ma di cui si faceva gran parlare ancora nel dopoguerra, prima del Grande Rinnovamento del Sessantotto – la stupidità è lenta. Camilleri è grande narratore, in qualsiasi pozzo o ritaglio si cimenti, anche il codice Gelli. Questo racconto gira per di più, a parte il ridicolo dei duelli che da uno arrivano a sette, sulle “palle”. Di pistola naturalmente, di quelle ad avancarica, non potendosi fare il duello con l’automatica: ci sono “poche palle”, malgrado l’animosità – la questione sarà risolta dalle mogli. Niente, insomma. Ma funziona.
Andrea Camilleri, Il duello è contagioso,  “la Repubblica”, pp. 44 gratuito col quotidiano

venerdì 17 settembre 2021

Problemi di base - 657

spock

Una volta si viveva peggio ma il futuro era per noi, ora si vive molto meglio ma l’orizzonte è buio?
 
Il sole non sorge più  - non come una volta?
 
Si può dire che la ladra è rumena, o bosniaca, ma non che è rom?
 
Il razzismo è stupido, l’antirazzismo pure?
 
Perché l’odore dei cani innervosisce i cani?
 
Su Google non si può scrivere negro, ma si può scrivere merda: che censura è?

Perché delle feste e i galà si pubblicano abiti e facce raccapriccianti, specie di sconosciuti?

spock@antiit.eu

La Nato minacciata, dagli Usa

Mattarella celebra giustamente la Nato, settant’anni di libertà in Europa, e di pace. Ma è un’alleanza debole, e non da ora.  Inerte sul fronte Europa Est, trascurata nella ritirata dall’Afghanistan, dimenticata nell’Indo-Pacifico, la Nato non se la passa bene: l’Europa è sempre più trascurata dagli Stati Uniti.
Sopravvive burocratica. Con le nomine, segretario generale, comandanti di settore, e con i piani. Ma non funziona. Nemmeno come coordinamento.
La politica americana è sempre quella di Trump. Che però non è di Trump, va sotto il suo nome perché l’ha messa in evidenza, già con Obama vigeva un tacito neglect – Obama prima di Trump era personalmente annoiato dagli europei. Gli europei non spendono abbastanza per la difesa, non si impegnano in guerra, limitandosi a presenze in clausura (testimonianza), e non collaborano politicamente con Washington. Non nei problemi atlantici né nei riguardi di Mosca e di Pechino.  Un alleato non inutile, ma neghittoso, e forse inaffidabile.
La disattenzione americana in ambito Nato non è nuova, risale al tempo della Guerra del Golfo, malgrado la partecipazione dei volenterosi, e poi nella guerra al terrorismo. Scarso coordinamento militare, poco o nulla nell’intelligence, efficacia zero, sul campo. Nel mentre che insorgeva l’area del Pacifico come di maggiore impegno per l’America, per la sfida prima giapponese (commerciale), poi (commerciale, politica, militare) della Cina.
L’Europa si è peraltro autoesclusa dagli affari mondiali. Per l’Europa vale da tempo il credo del non-intervento, delle “guerre pacifiche” e perfino “umanitarie” – cioè dei simulacri. Un’Europa lasciata di fatto alla Francia e alla Germania: con la Francia belligerante, su tutti i  fronti, non si risparmia nulla, e la Germania pacifista, su tutti i fronti, unicamente interessata agli affari. Con la Germania prevalente e anzi dominante, il non fare – a fronte della ammuìna, la Francia è sempre quella del vorrei ma non posso. Ora accusa Biden, e il governo australiano  di duplicita e di disonestà, accuse gravi, ma con che esito?

Angela la Padrina - 2

È opportuno riproporre, per una valutazione del cancellierato Merkel, quanto questo sito poteva scrivere il 18 agosto 2019, “Merkel o della Finis Europae”:
https://www.blogger.com/blog/post/edit/4308716637477704291/1241123455399843259
Si celebra Angela Merkel al tramonto omettendo il fatto più importante: che ha imposto all’Europa la stagnazione e la recessione. L’Europa  è la sola delle tre macroregioni ricche ancora in affanno dopo la crisi bancaria del 2007, cioè negli ani di Merkel, mentre Usa, Cina e Giappone hanno abbondantemente superato la crisi e anzi se la passano come non mai. E questo per la politica merkeliana, un’ossessione e quasi una divisa, del “troppo poco, troppo tardi”. Nei casi della Grecia, dell’Italia e di ogni altra crisi possibile.
È stato solo possibile tirare fuori dal crac l’Irlanda, per le pressioni delle multinazionali americane, e la Germania. Con giganteschi esborsi europei in entrambi i casi, della Bce e della Comunità.
Merkel ha usato dire nei giri europei che non poteva fare di meglio e di più perché l’opinione tedesca è nazionalista o antieuropea. Ma è con lei, e con le sue politiche del risentimento, antilatine, antimediterranee, che la destra tedesca è rinata forte, e i nazisti sono perfino in qualche Parlamento regionale, dopo ottant’anni. Il contrario è più vero: è la sua politica che ha alimentato la destra tedesca.
Un primo bilancio se ne poteva fare il 31 gennaio 2019, nella minierie “La fine dell’Europa di Angela Merkel”, in questi termini:
https://www.blogger.com/blog/post/edit/4308716637477704291/3668574503062547193
 Sarà difficile ricordarla, se non per le quattro elezioni vinte. O allora per i danni che ha fatto, con la lesina e l’indecisione, “troppo tardi troppo poco” la divisa che le si è incollata. E l’esecuzione cieca degli interessi delle banche e dell’industria tedesche, con danno probabilmente letale per l’Europa, l’unica grande area economica che non esce dal precipizio del 2007 - sopravvive intaccando la rendita.
Ha solo deciso quello che le banche e l’industria hanno voluto. Il salvataggio multimilionario delle banche, con fondi europei. L’abbandono del nucleare, per gli interessi carboniferi. E il famoso milione di immigrati del 2015, con fondi europei, perché la Germania è in forte crisi demografica e la Confindustria tedesca ha bisogno di braccia. Creando la questione immigrati in Europa: fra i paesi che attorniano la Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia, la stesa Austria e l'Italia – e la Francia, che fa muro ma non lo dice, per la politica macroniana della ipocrisia.
Non si ricorderà nulla dei suoi dodici o tredici anni, quanti saranno. Se non la crisi dell’Europa, che dopo il suo cancellierato potrebbe essere irreversibile. E la Grecia e l’Italia per i danni che ha loro inflitto. All’Italia con la svendita dei Btp nella primavera del 2011, e i sorrisetti pubblici con Sarkozy – di cui rideva in privato.  Il suo partito lascia in macerie, avendo stroncato ogni possibile deuteragonista.
https://www.blogger.com/blog/post/edit/4308716637477704291/6296781913658841102
Pessima è stata la politica della Germania di Merkel nei riguardi dell’Italia, pure suo partner economico privilegiato. Specie nella crisi del debito del 2011 – da cui ancora l’Italia non si è ripresa. Con molteplici tentativi di mettere al centro della speculazione anche le banche, le banche italiane.  Con l’incredibile suo presidente della Bundesbank, Weidmann, un giovannottone di nessuna esperienza, eccetto la segreteria di Merkel, che si alternava con il ministro del Finanze (Tesoro) Schaüble, vecchia volpe democristiana, per puntare i cannoni a settimane alterne contro l’Italia.
Non ci sono solo i sorrisetti di Merkel col disprezzato Sarkozy contro l’Italia. Mai visto nella storia della moneta un ministro del Tesoro e un presidente della banca centrale che si agitano a creare panico. Al punto da scandalizzare il governo americano, Obama e il suo ministro del Tesoro Geithener, che lo ha scritto nelle memorie. Pur essendo l’America, non solo lo speculatore Soros, pregiudizialmente contraria all’euro - gli Stati Uniti sono sempre stati, fin dal tempo di Clinton,  contrari.
Tutta la Germania istituzionale fu mobilitata contro l’Italia, e non passava giorno, si può dire, senza un attacco. Che in un vero ordinamento europeo sarebbero stati materia penale. La Deutsche Bank di Ackermann, un manager svizzero consigliere di Merkel, si disfece preliminarmente di tutti i Btp, ricomprandoli a termine, e lo fece sapere, fece sapere della vendita, al “Financial Times”. “A ottobre 2011”, scrive G. Leuzzi in “Gentile Germania”, un libro del 2015, “per riaccendere la crisi che si affievoliva dopo la vendita dei Btp, il capo economista della Deutsche Bank, Thomas Mayer, pubblicamente aveva ammonito contro ogni aiuto all’Italia. In una col presidente del Ces-Ifo di Monaco, rinomato istituto di studi sulla congiuntura, Hans Werner Sinn, che aveva redatto e pubblicizzato una serie di note contro l’Italia, sul debito e le banche. Con l’effetto non casuale di mettere nel mirino le banche italiane, meglio gestite e capitalizzate delle tedesche, elevando una cortina di fumo su quest’ultime, che erano tutte un colabrodo, Deutsche inclusa. “Offrire un’assicurazione di prima categoria sui titoli contro il fallimento dell’Italia ci colpisce come offrire un’assicurazione sulla cristalleria al padrone di una casa prossima a un impianto nucleare che sta per collassare”, scrisse Mayer online nel bollettino della banca. Neppure con la garanzia del Fondo europeo di stabilizzazione: “Né il padrone di casa né il detentore di titoli italiani si sentirebbero molto sollevati da questa assicurazione”. 
È stata questa la Germania di Merkel, che ha infettato l’Europa.
(continua)

L'aborto clandestino

Ernaux non è menzionata nel premio di Venezia quest’anno, il Leone doro, al film che ne è stato tratto, giusto come autrice del racconto. Ma il racconto dell’aborto cui si è sottoposta a gennaio del 1964, dunque tra i 23 e i 24 anni, ancora studente di Lettere a Rouen, impegnata a una tesi sulle donne nella poesia surrealista, cioè in Éluard, Breton e Aragon, per una gravidanza esito di un rapporto con uno studente già lontano e mezzo dimenticato, svolge come una sceneggiatura. Volutamente piatta sulla pagina, senza culmini, drammi, pericoli. Come testimonianza di una pratica pericolosa e avvilente, quando l’aborto era un reato, non come un damma personale – questo, per la verità, colpisce il lettore, la mancanza, o quasi, di tensioni personali.  
L’evento è raccontato passo passo: niente mestruazioni, nausee, i complimenti del ginecologo, “lei è incinta di un mese e mezzo, i figli del’amore sono semrpe i più belli”, la decisione di abortire senza mai un dubbio, una incongua settimana bianca nel mezzo, incinta di due mesi e mezzo, con l’amico già lontano, il tentativo con i ferri da uncinetto, come trovare una mammana, la mammana, un aborto non riuscito, uno riuscito, intanto siamo a tre mesi e mezzo, il feto penzolante “con una grossa testa, sotto le palpebre trasparenti gli occhi fanno due macchie blu”, ha anche un minuscolo sesso, la placenta tagliata male, l’emorragia, l’ospedale.
Un dramma, si pensa, ma che non avrebbe lasciato traccia – il lettore è portato a simpatizzare col  feto e antipatizzare con l’autrice sconsiderata, ma non è questo evidentemente lo scopo del racconto. Ernaux lo ricostruisce tardi nel 2000, uscendo da un consultorio Aids dove la trovano “negativa”, malgrado le indisposizioni seguite a un rapporto (a sessant’anni…) senza preservativo con un amico venuto da Roma. Un racconto che decide di fare per ribadire che l’aborto non può essere illegale, basandosi su scarsi ricordi e qualche appunto di diario, non più di due o tre righe. Un’esperienza che non avrebbe lasciato traccia, né morale né fisica. Lo stesso anno dell’aborto Ernaux si sposa, e avrà due figli, anche se il matrimonio dura poco. Sei anni più tardi scrive su “Le Monde” di problemi e cause femministe. Dieci anni più tardi è già autrice di un primo romanzo, apprezzato.  
Un testimonianza, il più possibile “oggettiva”, disincarnata. Di quando l’aborto era proibito per legge, e materia di levatrici, nei casi migliori, in segreto, a rischio setticemia e emorragia. “Scrivere la vita” è la sua scrittura, si dice Annie Ernaux a presentazione del volumone “Quarto” Gallimard che ne raccoglie le narrazioni. Non un compito che si è dato, ma una maniera d’essere e di raccontare: il mondo, attraverso la sua esperienza.

Annie Ernaux, L’evento, L’orma, pp. 128 € 15

giovedì 16 settembre 2021

Angela la padrina

Si celebra ovunque, incondizionatamente, Angela Merkel, e non si vede perché. Ha governato la Germania, e l’Europa, per  sedici anni, ma che cosa ne ha fatto? Cosa ha dimostrato, a parte la  capacità parlamentare di manovra, a destra, a sinistra, e nello stesso suo centro, i suoi partiti, che peraltro ha devitalizzato?
Ha cancellato la Germania dalla politica europea, tutta intenta ai privati affari della Germania stessa, con Putin, con Pechino, e l’Europa dalla politica mondiale. Ha condotto la Germania in salvo attraverso tre crisi, delle banche, del debito, del virus, ma – nelle prime due – a danno dei partner europei, e in tutt’e tre grazie alla riforma del lavoro del suo predecessore Schröder, un socialista che ha disintegrato il mercato del lavoro.
Le attribuiscono anche il salvataggio dell’euro nella crisi del debito quando invece l’euro è andato in crisi a causa sua. Tardi e poco per salvare la Grecia. E accanto al grande statista Sarkozy nello strangolamento tentato dell’Italia. Merkel rideva di Sarkozy la notte con i suoi collaboratori al bicchiere della staffa, e con Sarkozy quando bisognava mostrare al mondo che l’Italia era kaputt. Questo si tace, e se si dice si fa scandalo, cospirazionismo, complottismo eccetera, il partito della Cancelliera è in Italia molto forte, ma è solo l’evidenza: lei “non c’era” naturalmente, ma questo se lo dicono i padrini.
La ragazza dell'Est
Una donna al potere. In Germania – cioè a capo dell’Europa. Per sedici anni, per quattro legislature. È sicuramente un successo degno di nota. Di una donna, per giunta, dell’Est tedesco, che in Germania è disprezzato come il Sud in Italia. Ma il successo va giudicato nei suoi fatti. A partire dagli esordi, anonimi, molto. Passò nel 1989 a Berlino Ovest per caso, portata dalla folla, uscendo dalla palestra, col borsone a tracolla. E questo è tutto quello che se ne sa, anche se alla caduta del Muro aveva 34 anni, e quindi un passato. Con lei è così: indistinzione e grigiore. Della Ddr, la Repubblica Democratica Tedesca, avendo preso il realismo del potere, che è mediocre: della sua resistenza, o incapacità, a impegnarsi sulle questioni di principio e di prospettiva ha fatto  un’arma. Della mediocrità.
Helmut Kohl, il cancelliere di più lungacdurata dopo Bismarck, artefice della riunificazione, e della moneta europea, se ne fece bandiera, della “ragazza dell’Est”, da Grande Maneggione politico, e la ragazza presto lo giubilò – “ha una pietra nel cuore”, dirà di lei il suo mentore oltraggiato. Allo stesso modo ha anestetizzato l’Europa, che sempre ha bloccato sulle questioni minime, incapacitandola. Giustificandosi col dire, con cinismo da casalinga: “Senza di me vedreste…”. La cancelliera del “troppo tardi, troppo poco”. Per dire che la Germania è inselvatichita, mentre non sembra proprio, non se ne vedono segnali.
Si dice: ha sostenuto Draghi contro al sua stessa Bundesbank, contraria al quantitative easingma a Draghi lei è arrivata dopo il fallimento-ritiro dei suoi candidati, Weber e Stark, e dietro l’impegno a salvare lei e le banche tedesche con quello che i giornali tedeschi chiameranno la “Grosse Bertha” - il supercannone del 1914-18 che bombardava Parigi: un intervento spettacolare a salvaguardia delle banche. Un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo che ha salvato tutti, ma soprattutto le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache, le peggio messe - Draghi alla Bce, fautore della politica d’intervento ma anche miglior guardiano degli interessi della Germania.
Ha chiuso, si farà entro un anno, le centrali nucleari, autorizzando quaranta nuove centrali a carbone. Ha affidato a Erdogan il trattamento dei rifugiati siriani e mediorientali, a spese della Ue, senza consultare nessuno – a Erdogan. Fredda a ogni suggerimento di una politica europea dell’immigrazione, che è solo necessaria.
La creazione di Afd
Si è presa i profughi della Siria, che sono meglio degli africani disperati a mare - manodopera pronta, più preparata, meglio integrabile. Un anno, per la platea – mettendo in difficoltà i paesi limitrofi e di transito, dalla Croazia alla Polonia. E poi basta: non una mano d’aiuto all’Italia e agli altri paesi esporti nel Mediterraneo, Spagna e Grecia, e all’Est, non una politica europea dell’immigrazione. Che sarebbe anche facile, oltre che meritoria.
Siamo rimasti alla Germania del 2016, quando secondo Angela Merkel poteva accogliere un milione di immigrati. Ma le cose sono cambiate: già l’anno successivo, prima ancora quindi del voto a settembre 2018 che ha punito Merkel e i suoi partiti democristiani, l’“accoglienza” tedesca si era dimezzata. Nel 2016 ben 745 mila richieste di asilo erano state presentate in Germania, nel 2017 solo 223 mila. Mentre in Italia la cifra è rimasta inalterata e anzi è aumentata: 123 mila richieste nel 2016, 129 mila nel 2017. 
Il “restringimento” è avvenuto in Germania, va aggiunto, come nel resto dell’Europa. Nel 2017 le richieste di asilo nella Ue sono passate da 1.260.910 del 2016 a meno di 700 mila. Lo stesso l’accoglienza: si è passati da un’accettazione delle domande di asilo del 61 per cento nel 2016 al 45,5 nel 2017. Anche qui, il calo è stato determinato dalla Germania. Che ha ridotto l’accettazione dal 69 al 40 per cento, da sette su dieci a quattro. In Italia la percentuale è stabile, attorno ai quattro su dieci - 39,4 per cento nel 2016 e 40,6 nel 2017.

Nel frattempo il beau geste di Merkel era costato alla Germania la spaventosa crescita dell’ultra destra, Afd, con il 12 per cento al Bundestag e la maggioranza relativa a Est, in Brandeburgo (la regione di Berlino), Sassonia, Turingia, Sassonia-Anhalt. È costato alla Germania e all’Europa, ma più di tutti ai due partiti della stessa Merkel, Cdu e Csu: il travaso non è tornato e non tornerà indietro, la destra non è più proibita in Germania, dopo 70 (settanta) anni. Un cambiamento “epocale” dell’elettorato tedesco, rispetto alla tranquilla, rassicurante, stabile navigazione della Repubblica Federale di Bonn. Che in Italia bizzarramente passa sotto silenzio: Merkel affascina inviati e corrispodenti - sarà il richiamo della Mutti¸ della mammina, l’immagine che di sé ha curato nelle agiografie, anche se di Merkel tutto si può dire tranne che sia o faccia la “mamma”.
La crisi italiana
Sulla Crimea e l’Ucraina ha imposto agli europei le sanzioni all’Urss. Ponendosi anche a mediatrice a Minsk. Dove non ha mediato nulla, per non dispiacere a Putin - la Crimea resta saldamente russa, e mezza Ucraina è a rischio. Fregandosene delle sanzioni dove gli interessi tedeschi sono in ballo. Da ultimo con le importazioni del gas russo a volontà, per conto di tutta l’Europa - una percentuale su trasporto e approvvigionamento.  
Ha assistito indifferente alla crisi del debito italiano – nulla a che vedere col cancelliere Schmidt nel 1976, che pure era ben “tedesco”.  Avviata peraltro per sua imprudenza, o calcolo. Il 18 ottobre 2010, sul lungomare di Deauville, Angela Merkel aveva imposto a Sarkozy, quindi all’Ue, il principio che “gli Stati possono fallire” - la Grecia, ma non solo. Era la ricetta del suo “banchiere” privato Ackermann (il capo, all’epoca, di Deutsche Bank): non ristrutturare il debito (allungare le scadenze, tagliare gli interessi) ma farlo pagare con l’austerità, anche cruenta. A questo fine limitando gli aiuti Ue. Il capo della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, francese, reagì furioso: “Non vi rendete conto di cosa provocate”. Ma il suo presidente, lo statista emerito Sarkozy, lo mise a tacere.
Al contempo, in una sorta di divisione del lavoro sporco, i consiglieri monetari di Angela Merkel impedivano alla Bce ogni intervento calmieratore, Axel Weber, Jürgen Stark, Jens Weidmann. Tre personaggi influenti, accreditati portavoce della migliore Germania, di saggezza incontestabile e potere decisivo. Anche se il curriculum di Weidmann si limita a una laurea, e ad alcuni anni di servizio nella segreteria di Angela Merkel.
(continua)




Ecobusiness

Non è del 40 per cento, come anticipato dal ministro dell’Innovazione Cingolani, ma del 50 l’aumento delle tariffe di gas e elettricità l’1 ottobre. Più del doppio dell’aumento del 20 per cento subito dimenticato ma che doveva scattare a luglio – il governo lo ha fiscalizzato in parte, limitando gli aumenti al 9 per cento per l’elettricità e al 15 per cento per il gas (è il prezzo della “materia energia”, che in bolletta annega in mezzo a una decina di voci diverse, trasporti, oneri di sistema, Iva, accise, probabilmente pro Calabria…).
È l’effetto dell’aumento del gas nelle forniture europee, russe e mediorientali di gas. Il cui costo è passato dai 6 euro a megawattora di maggio 2020, in pieno blocco delle attività, a  oltre 170 ieri 15 settembre – per l’Italia il passaggio è stato da 22 a 180 euro.
L’Italia, malgrado la politica preveggente di Eni-Snam, che ha praticamente imposto i consumi di gas in Italia, e cinquant’anni fa, in Europa, ha ora la bolletta più cara, bisogna remunerare gli importatori privati.
I costi della “materia energia” sono normalmente stabili – le variazioni, in più o in meno, sono di pochi punti percentuali. Ora si sconta il blocco dell’attività un anno e mezzo fa, contro la ripresa in corso a ritmi pre-covid, in Italia, in Europa e nel mondo.
Un terzo fattore del caro-energia è che il gas, benché disponibile in grandissime quantità, è diventato scarso come come per tutte le materie prime. La cui produzione era stata bloccata un anno e  mezzo fa, e ora di colpo è in grande richiesta. Il mondo fa ancora perno sulle miniere, sull’utilizzo dei materiali fossili.
Un peso, che si calcola pari a un quinto dell’aumento, ha anche il rincaro degli Est, e cioè il costo dell’emissione di CO2. Del “permesso” per l’immissione di CO2 – per la mancata riduzione dell’emissione di CO2 in risposta ai regolamenti via via più restrittivi. Un costo che dovrebbe esplodere ora con con l’obiettivo Ue di ridurre del 55 per cento le emissioni di CO2 nel 2030. Il prezzo, nel 2020 in media di 25 euro per permesso, era passato ieri a 61 euro.
Incidono sul prezzo del megawattora anche una serie di restrizioni all’approvvigionamento. La fuoriuscita dal mercato dei produttori dell’Olanda. L’interruzione delle forniture di gas liquefatto, che gli esportatori americani trovano più conveniente vendere in Asia. Norvegia e Russia esportano sempre meno, malgrado abbiano riserve ingenti, per il mancato rinnovo delle strutture di produzione e di trasporto, vecchie di quaranta e cinquant’anni. L’Italia, che ne ha riserve enormi, limita fortemente la produzione per timori ambientali.