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mercoledì 12 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – il vaccino è americano (114)

A fine marzo la produzione di vaccini anti-covid veniva così contabilizzata: 229 milioni di dosi in Cina, 164 negli Stati Uniti, 125 in India, 110 nell’Unione Europea, 16 in Gran Bretagna.
La Cina ne  aveva destinati all’esportazione quasi la metà, il 48 per cento, l’India il 44 per cento, l’Unione Europea il 42 per cento. Si tratta in realtà di produzioni non “nazionali”, ma realizzate nelle varie aree in dipendenza dai siti produttivi di case farmaceutiche per lo più americane.
Gli Stati Uniti non hanno esportato nulla, non nella presidenza Trump né in quella Biden – anche in aprile e maggio non hanno esportato. E hanno assorbito una parte delle esportazioni degli altri paesi grandi produttori.
La proposta Biden di liberalizzare i brevetti sui vaccini anti-covid rientra in questa politica, d’incrementarne la produzione anche fuori degli Stati Uniti, dove si produce per l’esportazione e a basso costo, come la Cina e l’India.

Hemingway in cerca della felicità

Una riedizione de “Il vecchio e il mare”, Oscar Mondadori, a cura di Silvia Pareschi, comprende anche questa prima stesura del racconto che valse a Hemingway il Nobel nel 1954, venuta alla luce nel corso del 2020. Il settimanale anticipa il racconto, con la presentazione di Antonio Monda. È, in breve, “Il vecchio e il mare”. Una curiosità quindi. Ma speciale per il titolo. Che riecheggia il diritto costituzionale americano “alla felicità”, ma in Hemigway ha un senso: del bisogno della ricerca (pursuit, che è anche “caccia”), di un continuo stimolo o sfida.
Un racconto che inevitabilmente si lega al suicidio finale, ma sottolinea come nello stile di vita espansivo e quasi sbruffone dello scrittore diventato personaggio la malinconia fosse in agguato sin dagli anni della maturità, e forse dalla gioventù. Una testimonianza in chiave biografica, più che un documento per i futuri esercizi filologici. Ma pregnante: si legge il racconto sotto questo titolo con altro sentimento, come se il marlin impaniato fosse lo scrittore-pescatore.
Ernest Hemingway, La ricerca come felicità, “Robinson”, € 0,50

martedì 11 maggio 2021

Problemi di base asiatici - 637

spock


Bersaglio negli Usa sono ora gli asiatici, li ammazzano i neri e gli ispanici: nel nome dell’antirazzismo?
 
“Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”, Chloé Zao?
 
Ma si premiano solo film asiatici, a Venezia, a Cannes, e negli Usa agli Oscar: c’è un ordine, è un risarcimento?
 
Anche film americani, purché firmati da asiatici?
 
O è un trucco: si premiano film brutti per dire che non c’è niente di buono da aspettarsi dall’Asia?
 
Sarà Chloé la nuova potenza - la Cina che si fa americana?
 
Ma, aggravandosi il confronto, come fare a considerare “alieni nemici” tanti cinesi d’America, dove confinarli?

spock@antiit.eu

Oliver Twist rinasce divertente

Classificato giallo\drammatico, come si conviene a un classico, di Dickens poi, è di fatto mezzo “Ocean’s Eleven”, giallo per ridere, e mezzo Bud Spenser-Terence Hill, botte da orbi. O meglio un terzo e un terzo, in condivisione con Superman, si vola molto. Molto si fa con le tecnologie (si clonano i cellulari, si ascoltano da remoto, su una skyline londinese di grattacieli, luminosi, e quindi Dickens c’è poco, niente dolori, molti scherzi. Anche perché non c’è la questione sociale e la redenzione. Si ruba ai ladri, almeno nel furto in cui Oliver Twist si fa protagonista: il capobanda Fagin, che naturalmente non è più l’ebreo camorrista originario, ex mercante d’arte, si deve vendicare del suo ex socio, che l’ha derubato di tutto, e Twist, cresciuto con la mammina, quando ancora ce l’aveva, a musei e gallerie d’arte, fa del suo meglio.
Nulla a che vedere anche con i precedenti, David Neal, Carol Reed e Polanski. Cento minuti di spensieratezza, senza problemi. La scena e degli stunt, maschi e femmine, del  Fagin di Michael Caine, che fa Michael Caine, e del giovane Rafferty Law, figlio d’arte, che si direbbe, lui sì, l’incarnazione di Twist, sfacciato e onesto.
Martin Owen, Twist, Sky Cinema

lunedì 10 maggio 2021

Pechino sbarca nel Golfo

Gli Stati Uniti si ritirano dal Medio Oriente, la Cina prova, con cautela, a prenderne il posto. Su basi economiche (petrolio e sistema dei pagamenti) e non politiche, tanto meno militari. Ma con decisione, come è d’uso a Pechino: ogni scelta, dopo ponderazione, viene preparata e perseguita con ampia mobilitazione e determinazione.
Dalla “acquiescenza” con Washington nelle guerre di Bush jr. in Afghanistan e Iraq, Pechino è passata vent’anni dopo a un “patto” con l’Iran suscettibile, si fa sapere, di sviluppi militari.
Nel caso, la Cina riesce a tenere i piedi in due staffe, non abbandonando la relazione economica stretta avviata da un dodicennio con l’Arabia Saudita, da quando è il primo importatore di greggio del reame, prima degli Stati Uniti. Dopo la mancata protezione americana nell’attacco dei droni iraniani (yemeniti ma iraniani) del settembre 2019 che portò a dimezzare la produzione di petrolio, l’uomo forte di Riad, Mohammed bin Salman, è passato deciso con Pechino sulle questioni aperte dagli Stati Uniti, degli Uiguri del Sinkinag e di Hong Kong.
È presto per valutare l’esito di questa iniziativa cinese. Gli accordi col regime degli ayatollah  sono sempre incerti – non c’è a Teheran un sistema statale o di potere che garantisca continuità, ma gruppi di interessi in contrasto. Iran e Arabia Saudita si pongono inoltre difensori dell’islam, e la politica restrittiva di Pechino contro le minoranze islamiche potrebbe presto confliggere.
È certo invece il disimpegno americano. Il “retrenchment” militare è parte di un più generale disinteresse americano (Libia, Siria, e il ritiro dall’Afghanistan dopo l’abbandono sostanziale dell’Iraq). Biden mostra di voler sfidare Pechino su ogni fronte, ma non abbandona la politica di disimpegno dal Medio Oriente avviata dalle presidenze Obama, di cui era vice.

Liberateci dalle cronache giudiziarie 1 - Davigo

Un giudice, e uno per il quale tutti gli altri sono colpevoli, che passa documenti riservati a scopo di ricatto politico al presidente grillino della commissione Antimafia in un sottoscala del Consiglio Superiore della Magistratura non è una scena ridicola. È la scena di un crimine. Ma questo non si legge da nessuna parte – in attesa, certo, che “la giustizia faccia il suo corso” (quando, fra qualche anno, si sarà deciso chi dovrà occuparsene). I cronisti giudiziari non hanno il senso del ridicolo, e passi. Ma nemmeno quello della legge, o almeno del diritto.
E i loro giornali? Poi si dice che non hanno credito e nessuno li compra. Perché dovrebbe?

Liberateci dalle cronache giudiziarie 2 – le spie

Renzi che parla con lo spione Mancini nello spiazzo di un autogrill, senza maschera e a voce alta, tanto da imporsi a una gentile insegnante riservata, che aspetta im macchina paziente col suo papà che va e viene dal gabinetto perché ha la diarrea, e nel mentre fotografa tranquilla i due, che si lasciano fotografare, questo invece non è ridicolo e fa scandalo.
In effetti sì, lo scandalo c’è: la gentile e riservata insegnante, riprendendo l’autostrada col babbo ristabilito, nota che la macchina di uno la supera, quella dell’altro no. Segno, arguisce, che l’altro ha invertito la marcia . Segno che l’incontro non era casuale. Una spia di mestiere non ci sarebbe arrivata. – o sì?  
Certo, è possibile che l’altro sia messo a mangiare all’autogrill. Di questi tempi è semiproibito, ma avendo appetito si può sempre fare ai tavolinetti fuori.
Oppure è andata così: che i due facevano scena per farsi riprendere dall’insegnante col babbo, e quando gli strizzoni si sono allentati e lei è ripartita, anche loro hanno chiuso la scena.    .
Una insegnante eccezionale. Eroica, che sta al pezzo fredda benché il babbo abbia uno dei sintomi del covid. Capace di riconoscere lo spione Mancini, che non è un Fedez, uno su tutti i pizzi, né Sophia Loren. Brava poi a memorizzare le targhe delle macchine. E soprattutto a guidare attenta in autostrada, leggendo le targhe delle macchine che la sorpassavano.
È stata brava, certo, a guidare piano: così bisogna fare in autostrada, un po’ di sicurezza.
Che Rai, e che giornali! Che politica!
Ma, stando sulla corsia di destra, stretta fra i tir, ha controllato bene e tutte le targhe del continuo sorpassìo sulle due corsie esterne?
 

La scoperta dell'Italia

Un viaggio nella lentezza. “Impossibile, dirà qualcuno. Invece no. Provate a viaggiare da soli, senza navigatori, senza un passeggero accanto. Lontano dalle autostrade vi toccherà fare il punto quasi a ogni bivio. La mia andatura è, letteralmente, a singhiozzo. Sosta per controllare il radiatore, sosta per buttare giù due appunti, sosta per chiedere la strada,  sosta per controllare le carte, sosta per scattare una foto, Tranne un solo giorno, non ho mai superato la quantità  percorsa da una diligenza, un corriere Inca, o un messo a cavallo del sultano di Costantinopoli”.
È una vera e propria scoperta dell’Italia che Rumiz faceva una quindicina d’anni fa. Su una Topolino del 1955, come una volta si sarebbe fatto a dorso di mulo, invece che a cavallo: un viaggio nella lentezza. La scoperta dell’Italia nascosta, rimossa – “un Pianeta del Silenzio”. Come succede nelle famiglie che si vergognano di qualcosa. Della montagna: le Alpi e gli Appennini. Secondo un itinerario, affisso in esergo, dettagliato, come Rumiz usa prima di mettersi in moto, posto per posto, con dati e curiosità – “Ho un vizio, leggo carte geografiche e le imparo a memoria”.
Un viaggio fantastico nella realtà, le cose, le persone, gli eventi. Pieno anche di cose inconsuete e rare, e personaggi unici, ma narrazioni, immagini, annotazioni a ogni passo nuove e vecchie. Le “presenze”, soprattutto, sono sorprendenti. Annibale un po’ ovunque lungo l’Appennino. La Legio Tebea, di Egiziani che si ammutinarono allordine di uccidere i cristiani e si sparpagliarono per le Alpi – il loro capo, Maurizio, ha dato il nome a St. Moritz. Gli Apuani nel Sannio e i Sanniti nelle Apuane – dove peraltro si parla anche “antico tedesco”. Anche “un viaggio topografico a caccia di toponimi”, che sempre hanno qualcosa da raccontare.
Rumiz sa raccontare – far parlare – le cose. Gli Appennini “dai becchi inconfondibili chiamati «Pen» che migliaia di anni fa hanno dato il nome al tutto e ancora oggi danno il senso al tuo andare.  Monte Pènice, Penna, Pennino, Penne, Pennabilli, Pescopennataro. Li ritrovi dalla Liguria al Molise. Sono le boe di una regata transoceanica…” – e penisola, etc.. O i nomi. Bobbio apre la stura – fino a Babuška e Baba Yagà. O “eremo”: “Il greco dice già tutto. Erema: dolcemente, quietamente, tacitamente, lentamente. Eremazo: sono quieto, silenzioso, melanconico. Eremei: sto calmo, zitto, saldo, immobile”. Con “i fruscianti nomi etruschi – Viesci, Ruscio, Cascia, Pescio”.
L’Appennino è un mondo frastagliato. In pochi km quadrati tra Sarzana e Alessandria, Rumiz può trovare “discendenti da pirati arabi in fuga dai genovesi”, legnaioli, lanzichenecchi di un metro e ottanta reduci da razzie, fisionomie asiatiche, una “Rabbini, ex zona ebraica”, un villaggio “dove usano ancora l’alto tedesco”, “una caserma di dragoni che ha elevato di venti centimetri l’altezza media dei locali”, e “Badi, sul crinale parmense”, dove “perfino i cavalli rivendicano ascendenza unica”. Ma, poi, l’Appennino è la montagna dietro casa. Racconti quindi soprattutto di montagna. Di un cittadino, cosmopolita, che ama e sa raccontare la montagna. I luoghi, le persone. Negli nni si è fatte tute le montagne, dalla Slovenia a Arma di Taggia, da Cervino all’Aspromonte. Con uno speciale talento nell’ìndividuare e raccontare persone e casi eccezionali nell’attività ordinaria, quotidiana.
C’è la natura, sempre rappresentata in azione. C’è la geografia, la storia, e soprattutto l’antropia, l’ambiente umano. Dal vivo e nel ricordo, che qui e là ovunque riemerge. C’è il mito – c’è dappertutto. C’è molta storia. Diego De Castro. Il mondo occitano, l’“arcana cristallizzazione” da Saluzzo alla Catalogna. Di passaggio, microanalisi storiche, politiche, ambientali. Dei luoghi, di forte impatto, analitco e narrativo: la Slovenia, per esempio, Ugliancaldo, Vagli, la “variante di valico”, l’enorme buco sotto l’Appennino tra Bologna e Firenze, e la rovina del Mugello sovrastante. O i ritratti, Joerg Haider come Vinicio Capossela, e i tanti uomini della montagna,. Bonatti, Mauro Corona, Rigoni Stern. Kapuscinski. O Francesco Bider da Biella, un amico di Rumiz dal tempo si Sarajevo, “operaio tessile”, volontario di tutte le guerre, di tutte le spedizioni umanitarie per aiutare le vittime, con “barbone mesopotamico.
Un atlante, a futura memoria. “La devastazione del Piave, disidratato dalla sorgente”. La “Passione” di Erto, sotto la diga funerea del Vajont. “L’orticello veneto” e la nostalgia da spaesamento. Da incontri anche casuali Rumiz sa estrarre vite e storie “eccezionali”: misurate e meravigliate. I siciliani giovani che emigrano in “viaggio speciale”, andando in Germania a sostituire i manovali turchi nel periodo estivo, delle vacanze – vengono dall’agrigentino, in parallelo, il lettore è portato ad associare le immagini, col rassicurante “Montabano” della tv negli stessi anni. I “monti naviganti” sono una visione onirica, dormendo a Rocca Calascio, in Abruzzo. È il paesaggio domestico, infantile, casalingo, trasportato dal mare alla montagna: “Le cime galleggiano su uno strato di nubi fosforescenti, formano un perfetto arcipelago. Una somiglia a Curzola, un’altra a Mèleda, un’altra ancora a Brazza. Ma sì, l’Appennino è solo una Dalmazia senza il mare. Sognerò un transatlantico pieno di orchestrine, in viaggio tra neri promontori. L’epifania dei monti naviganti”.
È la scoperta del Sud forse più che della montagna. Delle Alpi si è detto tutto. Della variate di valico che ha distrutto mezzo Appennino tosco-emiliano pure. Restava da passare “il muro di Ancona” del comico Ferrini. Scoprire le Marche interne, il Molise, la Basilicata, un po’ di Calabria.
Con alcune curiosità d’autore. I suoi Slavi qui inquietano Rumiz. Che si trova il più spesso a pensare in termini di Dalmazia. La genealogia del liuto, dall’arabo Al Hud, uscio, cavità risonante, è un racconto.
Si riedita in economica un viaggio presto diventato un classico, la raccolta delle corrispondenze per  “la Repubblica” l’estate del 2006. Dell’Italia dimenticata e quasi cancellata dall’incuria e gli abbandoni – o dalla disattenzione? Con molte foto, pregnanti come il testo (purtroppo non ben riprodotte), di Monica Bulaj.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, pp. 343, ill. € 12

domenica 9 maggio 2021

Problemi di base - 636

spock


“La condanna non è una prova”, J. Giono?
 
“Niente di ciò che esce dall’uomo è frivolo agli occhi del filosofo”, Baudelaire?
 
“Il saggio non ride che tremando”, Joseph de Mastre?
 
“Il riso umano è intimamente legato all’accidente di una caduta antica, di una degradazione fisica e morale”, Baudelaire?
 
“Il comico è un elemento condannabile di origine diabolica”, Baudelaire?
 
“Dio ti ha dato due orecchie e una lingua perché tu ascolti più che parlare”, San Bernardino da Siena?


spock@antiit.eu

Roma, Italia, 2020, in festa con i morti

Un grottesco - in cui lo steso Pietro Castellitto si ritaglia il ruolo motore, uno dei ruoli motore, dell’assistente universitario sbrigativo, disilluso e licenziato che va a mettere una bomba alla tomba di Nietzsche, fotogrammi di inizio e fine del racconto - su Roma e l’Italia in questi anni 2020. Che con i sottotitoli al romanesco stretto, non più l’italiano del cinema, della Rai, ma un dialetto, sarebbe stato un pugno  nell’occhio ancora più violento, ma già così basta: tutti si divertono un mucchio, distruggendosi a vicenda, morendo anche.
Il racconto è delle vite parallele dei “bene”, ricchi, intellettuali, grandi professionisti, medici, registi, scrittori, avvocati, e degli ex borgatari degli “ahò?”, “signora mia!”, “ ‘a stronzo!”, ora al governo a Roma, armaioli, nazisti (Giorgio Montanini sembra il gemello di Giuliano Castellino, il capo di Forza Nuova a Roma, impressionante), trafficanti d’armi, che s’incontrano per un paio di casualità, una procurata dall’assistente sbrigativo in cerca della bomba per Nietzsche, e si divertono un sacco, in modi agghiaccianti, s’abboffano o s’ubriacano,  muoiono, si dilaniano anche, e non lo sanno.
Un Ettore Scola, “La famiglia”, “La terrazza”, con cattiveria questo esordio di Pietro Castellitto. Con un po’ di convinzione, in aggiunta al divertimento, con un po’ di misura, era un capolavoro. Resta un reperto d’epoca oltre che spettacolare. Coi ritmi giusti, cioè veloci, recitato da tutti come a scolpirsi, con ferocia si direbbe, mai rituali: Popolizio, Montanini, Gerardi, Marchioni, Cassini, Paone, il professore barone, Manuela Mandracchia, incredibile regista, e Anita Caprioli per la parte bene, le debuttanti Giulia Petrini e Liliana Fiorelli “le mogli” dei supergasati borgatari, Marzia Ubaldi, la mamma svanita. Raccontano pure gli esterni, la campagna di Lipsia in avvicinamento alla tomba di Nietzcshe, tutta Osta nei dettagli, bar, piazze, lungomari, pontili, e Fiumicino, col placido laghetto dei fenicotteri rosa a Cerveteri vittimizzato per le feste truculente con polgino di tiro dei nazicoatti.
Pietro Castellitto, I predatori, Sky Cinema

sabato 8 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – dell’abbondanza (113)

Melinda Gates disperata per le infedeltà del marito Bill si rifugia con i figli, Jennifer, 25 anni, Rory, 22, e Phoebe, 19 anni, a Calivigny, isola di Grenada che la rete dice “in vendita” (ora in affitto), in cerca di un po’ di pace. Al costo di 132 mila dollari al giorno.
Ad aprile solo 266 mila i nuovi posti di lavoro, invece del milione atteso, come già a marzo. Mentre molte imprese denunciano difficoltà a reperire manodopera. Tra marzo e aprile sono entrati in funzione i nuovi “ristori” decisi del presidente Biden, 1.900 miliardi di dollari. “L’entità degli aiuti federali, sommata ai sussidi di disoccupazione normali, può raggiungere il 130 per cento dei salari per molti lavori manuali” – Federico Rampini, “la Repubblica”.
L’apertura di un sindacato nel centro Amazon di Bessemer in Alabama è stata bocciata dai lavoratori. Dei 5.800 dipendenti ha votato poco più della metà. Che a maggioranza, pur contando 500 voti annullati, con 1.789 no contro 738 sì, ha bocciato la proposta. Non è un caso unico: il sindacato è stato bocciato, negli Stati americani del Sud, anche negli stabilimenti Volkswagen, Mercedes, Nissan e Bosch.
Benché in uno Stato depresso, l’Alabama, e in un’area a forte disoccupazione, Amazon paga salari da 15 dollari l’ora.

Giono anticipa Fo, e Truman Capote

“Il presidente, l’assessore, i giudici, l’Avvocato generale, il procuratore sono uomini la cui onestà e dirittura non possono essere sospettati. Hanno la convinzione intima che l’Accusato è colpevole. Io dico che questa convinzione non mi ha convinto. Assassinio a parte, tutti sono d’accordo nel riconoscere che Gaston D…. è un grande carattere. Forse prepotente, cafone e crudele,  ma incontestabilmente coraggioso, fiero e intiero. Una ipocrisia molto fine, Rinascimento italiano. La Corte, i giudici vestiti di rosso, i gendarmi e i soldati non lo impressionano…”. In un processo di “parole” : Gaston D. conduce il processo “malgrado il suo vocabolario ristrettissimo (per tutt il tempo del dibattimento si è servito di trentacinque parole. Non una di più, le ho contate)”.
La cosa tormenta Giono, che la riprende più volte, è la sua chiave del processo - Giono anticipa Fo, tra chi ne poche parole e chi ne ha molte: “L’Accusato non ha che un vocabolario da trenta a trentacinque aprole, non di più (ho fatto il conto su tutte le frasi che ha pronunciato nel corso delle udienze).  Il Presidente, l’Avvocato generale, il procuratore, etc., hanno, per esprimersi, migliaia di parole”. E ancora: “Un Accusato che disponesse di un vocabolario di duemila parole sarebbe uscito più o meno indenne da questo processo. Se, in più, fosse stato dotato del dono della parola e di un po’ di arte del racconto, sarebbe assolto. Malgrado le confessioni. Ho chiesto se queste confessioni erano state riprodotte fedelmente nei verbali. Mi è stato risposto: Si, fedelmente. Li si è soltanto messi in francese”. Li si è “tradotti”.
Un “legal thriller” di campagna, di ex pastori ex servi. Gaston D., l’Accusato, che il processo vuole soltanto condannare, è “figliolo naturale di una serva che si diceva essere stata piemontese (padre sconosciuto), nato nella portineria di questo palazzo di giustizia dove ora lo si giudica”. Era la serva del portiere del palazzo. Della giuria, che non ha mai preso un appunto né posto una domanda, Giono si limita a dire, all’ultima riga: “Bisognerebbe anche poter parlare dei giurati”.
Un affare brutto, bruttissimo: una coppia inglese in gita nell’Alta Provenza e la loro bambina trucidati, in tempi diversi, nel campo dell’Accusato, Gaston Dominici, che a un certo punto confesserà di essere l’autore dei delitti, e sarà accusato da due figli e un nipote. L’accusato e un dei figli in udienza ritratteranno. Le nuore testimonieranno in favore dell’accusato. Nel nipote ventenne, anche lui uno dei sospettati dell’eccidio, che accusa il nonno Giono sconcertato vede la personificazione della bugia – cioè il nessun senso della verità, per cui non può dire che bugie.
Un processo sbagliato, impiantato male, condotto malissimo. “Un processo di parole, non c’è alcuna prova materiale, in un senso o nell’altro; non ci sono che parole”. Senza movente, non nel processo, e senza nemmeno una dinamica convincente. Con interrogatori in aula da teatro dell’assurdo. Gaston Dominici è quello che aveva ritrovato i cadaveri la mattina, che ne aveva avvertito la Gendarmeria. Sarà condannato a morte, ma la condanna sarà presto commutata (presidente Coty) in ergastolo, per le condizioni insolite del processo (non era convinta nemmeno la pubblica accusa), e poi (presidente De Gaulle, cinque anni e mezzo dopo la condanna) in grazia.  
Il resoconto di Giono è sempre vivo. Embrione del grande successo di Truman Capote, “A sangue freddo”. Il presidente ricorda i troppi presidenti impressionabili dei processi per il “mostro di Firenze”, dove si diceva tutto e insieme il contrario, la colpa era nelle facce.

Le “note” sono le quattro corrispondenze che Giono scrisse per la rivista “Arts”nel dicembre del 1954. Dopo il processo e la condanna a morte di Gaston Dominici.
Entrambe le edizioni sono corredate del “Saggio sul carattere dei personaggi”, che Giono pubblicò un anno dopo. Un repertorio di estremo interesse dell’Alta Provenza ai suoi anni, che si legge come un romanzo di ambiente. Il romanzo che non c’è dell’Alta Provenza com’era ancora sessant’anni fa, di caratteri tutti “originali” – nuovi, cioè veri. Molto lontana dalla Provenza urbana e costiera, e anzi a questo mondo chiusa, quasi ostile.
Jean Giono, Notes sur l’affaire Dominici, Folio, pp. 115 € 2
L’affaire Dominici
, Sellerio, pp. 132 € 8

venerdì 7 maggio 2021

Ombre - 561

Unicredit e Bpm dopo Intesa: le banche lavorano di meno, con i lockdown a catena, e guadagnano di più. Miracolo? La banca meno lavora e meno danni fa?

Intervista militante, incalzante, Zunino su “la Repubblica” la ministra dell’Università, la ex rettrice di Milano-Bicocca Maria Cristina Messa, sui concorsi universitari. Fare piazza pulita delle commissioni a ordinario. Ridurre o eliminare le autonomie degli atenei. Eliminare i localismi e i privilegi. Ma la ministra è cauta, e anzi, a leggerla tutta, dice il contrario: l’autonomia è buona e fa bene, i concorsi si fanno e si rifanno (“io l’ho fatto dieci volte”), il merito vince. “Adelante, con juicio”. O: il governo Draghi non è la rivoluzione.

 
Quale che sia la verità dell’affare Storari-Davigo, e della loggia coperta dell’avvocato Amara, la volgarità è alluvionale. Per lo squallore dei personaggi, delle loro motivazioni. Per l’equivoco avvocato, denunciatore seriale senza effetti. Per il rispetto dei media: non un solo commento critico. Per esempio sulle Procure, finora tre, che si contendono l’indagine.
 
E la “Loggia Ungheria”? Se c’è, va accertata. Perché, se non c’è, allora Amara va chiamato a rapporto.
 
L’avvocato Amara ha messo dentro la loggia Ungheria tutti - tutti quelli di cui ha sentito parlare. Gente di diritto soprattutto. Con qualche nome noto di massone, tipo Giancarlo Elia Valori. Il “Corriere della sera”, volendo dare la misura dell’avvocato, dice che alcuni sono morti da tempo. Tra questi l’attivissimo, in Corea (del Nord), Cina, etc., Valori. Non ci sono più santi?
 
“Da Mani pulite ai dossier misteriosi”: sullo stesso giornale Buccini, pure uno non succube, fa dell’intemperante giudice Davigo un pilastro della saggezza e della sapienza giuridica - aristocratica, lomellina. Il giudice ne ha dette tante,  e si sa come la pensa – “non esistono innocenti ma colpevoli ancora non scoperti” – ma è un animo nobile. Leggere per credere:
https://www.corriere.it/politica/21_maggio_06/davigo-mani-pulite-dossier-misteriosi-ascesa-caduta-duro-toghe-2484aff6-add9-11eb-a291-9e846c3a1f8f.shtml
   
Fa senso nella vicenda Storari-Davigo che persone che hanno fatto carriera su indagini e accuse inventate o sballate, siano presentati come vestali sacre del diritto e inflessibili – incorrotti, intemerati - ministri della legge. Magari capitalizzata ai talk-show e sui media devoti.
 
Fa pena il presidente della Repubblica Mattarella, nonché presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che per salvare l’onore della corporazione si appella alla memoria del giudice Livatino. Non c’è altro buon esempio che quella che la chiesa ha certificato.
 
Fa senso che il movimento 5 Stelle sia affidato a Conte, un democristiano naturaliter, che in queste settimane d’investitura ha lavorato da democristiano vero, doc. Il comico Grillo, cui si deve l’investitura, e i suoi followers, volevano solo sostituirsi ai democristiani.
Non hanno fatto altro in tutti questi anni, dopo che si sono sostituiti, che dare mance, e gestirle.
 
Gli assassini del brigadiere dei Carabinieri Cerciello sono stati condannati all’ergastolo, ma sono dei galantuomini. Si può leggere nella cronaca della sentenza sul “Corriere della sera”. Sono stati condannati, sì, ma:
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/21_maggio_05/omicidio-cerciello-sentenza-hjorth-elder-condannati-all-ergastolo-1c1320b0-ad83-11eb-a291-9e846c3a1f8f.shtml
Gli avvocati dei due assassini sono importanti? Sono confidenti apprezzati dei cronisti giudiziari? La famiglia di uno dei due lo è? I due saranno stati condannati per qualche motivo?

Ma quanto s’imparava al ginnasio

La scuola di una volta in un racconto corale. Un anno di vita a scuola, al ginnasio, tra quindicenni, tra interrogazioni, flirt e scrutini, e professori stanchi, tra concorsi a perdere e ritorni di fiamma, anche con ex allieve – senza scandalo, a Milano.
Forse non il romanzo della scuola, come si propone. Resta, nel fondo, il romanzo di Milano al tempo della “nebbia in val Padana”, della “efficiente superautorimessa” al gusto “di petrolio e affini”, e della campagne fiorite appena fuori città. Con gli amoretti, dei ragazzi e dei professori – a Musocco di preferenza (ma non è il luogo del cimitero?)..
Un libro che si è cercato, con qualche problema, e si è letto, per un qualche motivo – una segnalazione, un collegamento a interessi noti – che alla lettura non si scopre. Una cosa ben scritta, Corti era già all’epoca, 1966, filologa di lungo corso e molti meriti. Ma, alla fine, un raccontino allungato a trecento pagine. Un debutto – Corti ha all’attivo altri racconti più sostanziosi.
Però: quanto s’imparava al ginnasio-liceo di una volta, quando era l’unico veicolo per l’università e una professione. Maria Corti rimemora la sua esperieza d’insegnante, nel mentre che – come alcuni dei suoi personaggi – faceva i concorsi a cattedra universitaria. Con indulgenza, anzi con affetto. Per i “colleghi” e per gli studenti, qui ginnasiali, quindi sui quindici anni – dopo s’intravedono perticoni, un po’ curvi, rannuvolati. Con una vena anche satirica. “Scatola a sorpresa”, il viaggio a Roma al ministero di viale Trastevere, è un piccolo capolavoro. “Il ballo dei sapienti”, dei conferenzieri per conferenzieri, anche – ma più scontato.

Maria Corti, Il ballo dei sapienti

giovedì 6 maggio 2021

Problemi di base di Borsa - 635

spock

Nel giorno in cui emerge primo gruppo europeo, Stellantis perde a piazza Affari ben 4 punti, un record: c’è una ratio?
 
Banca Intesa annuncia utili record nei primi tre mesi, a 1,15 miliardi, “ai vertici del settore in Europa”, e niente, quotazione piatta?
 
Unicredit non fa niente, e sale in Borsa ogni giorno del 4 e del 5 per cento: in attesa della zavorra Mps che il Tesoro gli sta imponendo?
 
Si magnifica Acea vendendo cara l’acqua: di che vantarsi?
 
A.S. Roma si compra Mourinho, a caro prezzo, e sale in Borsa del 21, e poi del 10, per cento: ha vinto qualcosa?
 
È utile mettere i soldi in Borsa: per chi?


spock@antiit.eu

Cinecittà a Hollywood-Corea

Una tranche-de-vie. Di una coppia giovane, immigrati coreani, “sessagisti” dei polli per dieci anni in California, che provano a cambiare vita e fortuna, mettendo a coltura un terreno abbandonato nel profondo Arkansas, tra “i bifolchi”, tutti in qualche modo suonati. Mettendosi a coltivare verdure “coreane”, cioè al gusto coreano. Non c’è l’acqua, bisogna trovarla. Ci vuole un trattore, quindi ci vuole un prestito. Il bambino ha problemi di cuore, quindi ci vogliono cure – ma qui tutto va bene. La nonna, svanita, causa catastrofi senza fine. La parrocchia non aiuta, gli altri parrocchiani sono e stanno peggio. Insomma, due ore di disgrazie. I grossisti che si erano impegnati a ritirare il raccolto si tirano indietro. La coppia decide di dividersi, ma poi forse no  - malgrado tutto, siamo ancora in chiave di American Dream.
Una copia - non in bella: è incredibile come il neo realismo sia rivissuto in Asia, soprattutto in Corea. Da asiatici però americani. Anzi, si professi il nuovo cinema americano, sempre in testa da qualche anno agli Oscar – dopo l’ondata  latina:  “Parasite”, “Nomadland”, questo “Minari”, il prezzemolo coreano. In chiave minimalista, sommessa. E della rassegnazione, senza sovversione: all’epoca dei disincanto, anzi della crisi. Ma strappalacrime, a effetto, e poco immaginativo – il neo realismo è “poetico”.
Lee Isaac Chung,
Minari

mercoledì 5 maggio 2021

Secondi pensieri - 448

zeulig


Corpo – Denunciato, anzi proibito dalla dottrina (catechismo) e dalla pratica cristiana (finisce quasi sempre in confessionale), e più nei riformati che nel cattolicesimo, per quanto ordinato e gestito da uomini e donne che lo rifiutano in principio, non è la scintilla e il lievito del cristianesimo? Il suo trademark  rispetto ad altri monoteismi e il suo massimo veicolo di propagazione? La Resurrezione è della carne. Il Verbo si è fatto carne. I miracoli sono carnali. È il corpo vivo del Cristo che il cristiano onora e adora, non una spoglia esangue appesa alla croce, a un triangolo di legno.
Se ne trova la misura – della rilevanza del corpo nella dottrina cristiana – al confronto con l’islam. Che per converso rifiuta - lo disprezza – il cristianesimo per questa “mancanza di misticismo”, per una sorta di materialismo. Che a Dio guarda come a una famiglia, con padre, figlio, e buoni consigli e comportamenti, e con parenti vari, buoni e cattivi, madri, sorelle, cugini, amanti.
 
Dio – “C’è un certo modo di adorare Dio che m fa l’effetto di una bestemmia. C’è un certo modo di negare Dio che raggiunge l’adorazione”, A. Gide, “Journal”, 1937. È il modo di Scalfari col papa, e nei suoi sermoni domenicali. Del laico che “vive” con Dio - seppure, nel caso, di una vita esteriore, per gli onori e la parata. C’è sicuramente un modo di vivere Dio negandolo – non bestemmiandolo: cercandolo e non “trovandolo” (che vuol dire “trovare Dio”: non è una cosa, un oggetto).
 
Fasciocomunismo – Un antesignano a sorpresa se ne può dire Gide in giro per l’Italia nel 1937, da antifascista che comincia a essere deluso dal comunismo, visto all’opera di persona l’anno prima a Mosca: “I re quarti delle iscrizioni italiane (mussoliniane, n.d.r., del tipo “credere, obbedire, cmbattere”)  potrebbe altrettanto bene convenire ai muri di Mosca”. Dopo avere osservato: “Il comunismo stesso, che si pretende ancora antifascista, ma non lo è più che politicamente e, anch’esso, domanda agli iscritti del partito di credere, di obbedire, di combattere, senza riflessione, senza critica, con circa sottomissione”.
 
Ironia – Stendhal la deplora perché disseccatrice – la rimprovera ai francesi, a fronte della “passione” italiana,  la deplora in quanto preclude ogni entusiasmo. Gide la scopre con entusiasmo (“Journal”, 14 giugno 1905) in Baudelaire, dopo averne ripreso la lettura col più vivo piacere”: “L’ironia considerata come una forma della macerazione. Molto importante”.
È la forma in cui la considerava, ignoto a Baudelaire ma con più titolo, Kierkegaard: come una forma di distacco dal reale – il mondo come è – e quindi di ascesi. In questo senso, curiosamente, Baudelaire attraverso questa formula è stato elevato al rango dei mistici da Mauriac, “un martire senza nome”, e Charles du Bos. Negli indici tematici di Baudelaire l’ironia non merita menzione: la formula che ha attratto l’attenzione di Gide non è ricorrente, né il tema. A essa tuttavia fa appello episodico nella corrispondenza. E specifico per quanto riguarda il poemetto “L’Heautontimorumenos”, dalla prima raccolta “Spleen et idéal”, titolo derivato da Terenzio, il distruttore di se stesso. La composizione ha dedica che Baudelaire ha voluto segreta, “A J.G.F.”. Che però si legge “a Jeanne (Duval) (Butor e altri – Jacques Crépet: “a Jeanne (Duval), Gentille Femme”. È un avviso di amore sadico: “Ti colpirò senza collera\ e senza odio, come il macellaio…”.  Per una ragione precisa: “Non sono io un falso accordo\ nella divina sinfonia\ grazie alla vorace ironia\ che mi scuote e che mi morde?” Per concludere: “Sono del mio cuore il vampiro,\ uno di quei grandi abbandonati,\ al riso eterno condannati,\ e che non possono più sorridere”.  Il riso distinguendo malefico dal sorriso. Ma è l’ironia il riso? O non il suo contrario.
L’ironia dissecca, è così. Una forma di comunicazione che è una presa di distanza. Continua, se è un abito mentale, linguistico, e inevitabile: un fossato, non colmabile, sia pure con la migliore disposizione dell’interlocutore. A proposito dell’“Heautontimorumenos”, Baudelaire lo spiega in una lettera (7 arile 1855) al segretario di redazione della “Revue des deux Mondes”, che aveva in pubblicazione i primi “Fiori del male”: “L’epilogo (indirizzato a una signora) dice pressappoco questo: Lasciatemi riposare nell’amore. – Ma no – l’amore non mi riposerà. – Il candore e la bontà sono disgustose. – Se volete piacermi e rinvigorire i desideri, siate crudele, bugiarda, libertina, crapulosa e rapinosa! E se non volete essere tutto questo vi batterò senza collera. Perché io sono il vero rappresentante dell’ironia, e la mia malattia è assolutamente incurabile”. L’ironia come condanna all’insoddisfazione.
 
L’ironia come macerazione in senso proprio sarà relazione ripresa da Jankélevitch nel suo trattato del 1937, “L’ironie”, che fa largo ricorso a casi presi dalla letteratura e dalla musica. Ma il rapporto esuma in senso storico, come di un approccio passato, e sbagliato: “Lo scopo dell’ironia non era di lasciarci macerare nell’aceto dei sarcasmi né, avendo massacrato tutti  i fantocci, di elevarne un altro al suo posto, ma di restaurare quello senza il quale l’ironia non sarebbe ironica: uno spirito innocente e un cuore ispirato”.
Jankélevitch vuole l’ironia una coscienza al quadrato, “una coscienza della coscienza”. Una lucidità per fare luce. Contro la cattiveria, la fatuità, la stupidità. Una saggezza che gioca il gioco della stupidità per arginarla e aiutarla a indirizzarsi. Ne spiega anche, a lungo, i pericoli, l’ironia potendo cadere, se non regolata, nelle sue proprie trappole. Ma la compara molto favorevolmente alle attitudini che le si ritengono prossime: cinismo, ipocrisia, menzogna a fin di male.
 
Monoteismo – L’islam si pretende l’unico vero monoteismo, il cristianesimo perdendosi tra i santi, la Vergine, la Trinità (così si vuole, anche se l’islam sciita, buona parte, se non la metà, dell’islam,  ha i santi, le immagini e le preghiere) . E sospetta della teologia, che lavora a unificare misticamente tutte queste realtà. È però anche vero che il monoteismo rigido dei mussulmani li ha tenuti fuori, e probabilmente l’ha impedito, dal fulgore creativo dell’arte. È nel monoteismo politeista – umano – del cristianesimo che l’arte ha potuto rifiorire – riprendere la trardizione classica, pre-monoteista.
Il vero monoteismo – Dio in sé e per sé – è contrario all’arte? Ma non è l’arte la prima immagine di Dio, la sua prima opera, il suo primo suggello?
 
Vangeli – Sono compendi, anche “manifesti”, proclamazioni, di una sovversione radicale. Per ciò stesso storici, altrimenti inimmaginabili. E nuova, senza precedenti. Della resurrezione, o rinascita. Di un mondo altro, dello spirito, dell’anima. Di singolarità totale. Perfino, da ultimo, contro il Dio padre – la ribellione, la coscienza di sé, portando all’estremo. Dopo essere stato contro la famiglia, e anche contro la casa, la proprietà, il rifugio – la predicazione, con l’esempio, di una sorta di nomadismo, singolare – ognuno col suo destino.
 
Sono unitari, ognuno nella sua narrazione. E, tutt’e quattro, convergenti, seppure narrazioni diverse. Ma tutt’e quattro convergono in una rappresentazione della vita e i miracoli di Gesù in un mondo e una maniera d’essere diversi, fino all’entrata in Gerusalemme – quindi per “tre anni”, gli anni dei vangeli, della predicazione. Diversi dalla condizione consueta, scontata: nomadici, senza famiglia.
Il fatto è assunto nella condizione sacerdotale: la funzione isola, da affetti e legami. Ma Gesù e gli apostoli non professano il sacerdozio, vivono la vita di ognuno.


zeulig@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – corrette (112)

Ha avuto gloria anticipata Blake Bailey, con l’annuncio e la promozione della sua biografia di Philip Roth, e poi – per questo? – la dannazione. Bailey, professore universitario di inglese, è autore di una biografia “autorizzata” dallo scrittore, che però lo fa donnaiolo anche scorretto, oltre che misogino, quindi un po’ glamour. L’editore W.W.Norton ne ha tratto beneficio con le anticipazioni. Poi, al momento di distribuire il libro, se lo aveva stampato, ha annunciato che lo mandava al macero: Bailey è denunciato da due studentesse e da una dirigente editoriale, con le quali aveva avuto un rapporto, di aggressioni sessuali – Philip Roth è morto.
Si discute se distruggere o confinare alle cineteche i film western, in omaggio alla cancel culture. Anche quelli aperti agli indiani, come i film da Jack London o da Fenimore Cooper. Tra gli indiani d’America non c’è però una spinta in tal senso.  
Ritorna la spinta afroamericana per la distruzione o la messa al bando di “Via col vento”. E il vecchio problema del presidente Jefferson, bandiera del liberalism americano, che però possedeva schiavi, non prese mai posizione contro la schiavitù, ed ebbe rapporti e figli, non riconosciuti, con una schiava, Sally, mandatagli dalla famiglia a Parigi, dove era ambasciatore, quando lei aveva sedici anni.

Tre vite e nessuna, o della Germania confusa

“Una gabbietta per uccelli” apre il racconto: “Dentro, uno scoiattolo cerca l’uscita da giorni”.
La tensione è immediata con l’avvio sinfonico, col tema dominante della composizione e i suoi possibili esiti, in rispondenza a una storia passata che non conosciamo. È Josef Klein, che ritorna a Neuss, in Renania, nel 1949, un tedesco emigrato in America, confinato durante la guerra in quanto cittadino alieno, a Sandstone, Minnesota, “un vero carcere con veri delinquenti”? Una spia, forse per conto dell’Fbi, che pure lo deporta in Germania, forse per conto a suo tempo di Hitler, dell’ammiraglio Canaris che ne organizzava le spie? Un tedesco povero emigrato in gioventù e ora deportato come indesiderabile nella sua Germania, sulle spalle e a spese del fratello commerciante? Forse l’uno e l’altro.
Tutto indica che Josef era ed è uno degli innominabili, degli hitleriani. Ritorna sull’onda di “un caso” giornalistico: protagonista in qualche modo del primo reportage che “Stern”, il settimanale a sensazione appena creato in Germania sull’esempio di “Life”, dedica ai servizi segreti tedeschi in America al tempo di Hitler. È stato anche in Argentina dopo la guerra, tra i reduci, che “fumavano grossi sigari” e parlavano “del governo in esilio che di lì a poco avrebbe deposto Adenauer, la marionetta degli americani”. Tra “visioni” intermittenti che rinviano il lettore avvertito alla riunione sul Wannsee a fine 1941, il lago berlinese dove si decise lo sterminio degli ebrei: acqua che gorgoglia sciabordando, il vento nelle orecchie, “svastiche di glassa di cioccolato” sulle torte, “svastiche incise sugli stipiti”, e il divieto di parlarne. Ma potrebbe non essere: Josef vive ora in Costarica, dove si aspettava l’uscita di “Stern”. E il ritorno trascina nell’attesa nervosa di un signor Dörsam.
Un grosso nodo di avventure - un impianto da giallo - ma in tono dimesso, da vinti. Neuss è la Germania del primo dopoguerra, con frotte di profughi e mutilati che rovistano fra le rovine. Con il complesso della colpa, mai interamente accettato (approfondito, analizzato: essere stati hitleriani e non saperlo, non capirlo), ma incombente e irrifiutabile. Dove si mangia con le tessere, e il caffè è ancora quello che Josef ha mandato con i “pacchi” al fratello Carl – “trenta pacchi dal 1946 al 1949”. Più “i soldi destinati all’avvocato”, altro indizio, altro spiraglio di storia, “seicento dollari” in biglietti dentro i pacchi. 
La vita minuta vi si vive del tedesco piccolo, negli anni della sconfitta. Carl è il fratello che Josef ritrova dopo venticinque anni: si sono separati a Ellis Island, dopo il viaggio in comune sulla nave, quando Carl è stato respinto per la
  menomazione alla vista, un occhio di vetro per un infortunio sul lavoro, alla saldatura. Josef ha vissuto a Est Harlem, “in una delle poche case belle” di un quartiere “privo di ogni fascino”, che così lo ha protetto, con “la sua attrezzatura ricetrasmittente” e con Princess, “una femmina di pastore tedesco” - i cani più intelligenti. Vive a Neuss nell’inerzia, in attesa. La cognata Emily, “eccellente casalinga” secondo il marito, Josef trova un giorno “magra”, lui che in Costarica è accudita da una donna che ha ha “la forma di una piccola botte”, e un giorno “bella”.
È il tono che dà il senso alla storia: una dimensione misurata, smagrita, pencolante. Come si vuole la spia dopo Le Carrè, col fascino della mediocrità. Qui con qualcosa in più: la Germania diversa, e dimessa, quale è riemersa nel dopoguerra – Josef è a suo modo un “nuovo tedesco”, confuso.
La confusione è però anch’essa lieve, per indizi minimi. Così la vuole la scrittura, da maestra di scrittura quale Lenze figura - oltre che di scrittrice vissuta, benché giovane, in mondi altri, l’India, la Siria, l’Iraq: succeda quello che deve.
Ulla Lenze, Le tre vite di Josef Klein, Marsilio, pp. 288 € 17

martedì 4 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – virali (111)

Un americano su quattro non si è vaccinato e non intende vaccinarsi.
La metà dei Repubblicani professi (di chi si è registrato e vota Repubblicano) sotto i cinquant’anni non si vaccina.
La media delle vaccinazioni giornaliere si è ridotta del 20 per cento nelle ultime due settimane.
La maggior parte di chi non si vaccina non è, secondo i sondaggi, contraria per principio ai vaccini, ma non lo ritiene necessario nel proprio caso contro il Covid.
Una buona quota di chi non si vaccina, anche tra i Democratici, ritiene la presentazione e gestione del Covid esagerate, e rischiose per le libertà civili, favorendo forme di controllo poi durature, su dati sensibili, e la dipendenza da medicinali (“Big Pharma”, il big business dei medicinali, è lo spettro monopolistico più risentito oggi in America, dopo la diffusione degli oppioidi, che hanno procurato forwse più morti del Covid e molte dipendenze, e altre patologie curate ma non guarite con la farmacodipendenza).
C’è chi è stato positivo, con sintomi lievi, e si ritiene immunizzato. E chi, facendo mestieri che lo spingono a ogni sorta di contagio, ritiene di avere gli anticorpi.
Gli autotrasportatori obiettano che il rischio su strada è superiore a quello Covid.

Letture - 457

letterautore

Classici –Sono, devono essere, essere stati, rivoluzionari? Si pone il quesito Gide nel “Journal”, gennaio 1936, partendo dall’uso di addomesticarli: “Sembra che il lavoro scolastico sia di addomesticare i classici; sempre temperati, corretti, addolciti, inoffensivi; le loro armi più affilate l’assuefazione li mussa. Non li si legge bene senza ridare loro dell’acuminato”.
 
Dante – Gide lo celebra d’improvviso nel “Journal” il 26 agosto 1938. Non ne parla prima, ne parla ora senza collegamenti con eventuali letture, anche occasionali, nel pieno della crisi che lo investì alla morte della moglie Madeleine il 17 aprile: “Dante è uno di quelli ai quali debbo di più (molto più che a Shakespeare, per esempio) e la cui voce mi ha più direttamente chiamato. L’ho letto molto nel miglior tempo della mia gioventù, lentamente, pazientemente, diligentemente; con altrettanto amore, quasi, e cura che il Vangelo”. 
 
Erasmo – La diagnosi retrospettiva sui resti ha rivelato che è morto di osteite luetica dell’osso dell’avambraccio. Contrata probabilmente in un rapporto mercenario.  
 
Eugenetica – Ha avuto, non proclamata, richiamo insistente fino a tutta la seconda guerra mondiale (e tuttora si praticherebbe, senza enfasi, in ambito scandinavo). In un tratto del “Journal”, in piena occupazione tedesca, il 12 gennaio 1941, Gide se lo dice: “Non hai tu stesso, quando ti occupavi di giardinaggio, capito che il solo mezzo di preservare, proteggere, salvaguardare il raffinato, il migliore, era di sopprimere il meno buono? Sai bene che questo non avviene senza un’apparenza di crudeltà, ma che questa crudeltà è prudenza…”. Una obiezione che si ripete in chiave di attualità: “Che parli di migliore? Il lavoro intrapreso da colui che si vuole il gran giardiniere d’Europa, questo lavoro non è tanto sovrumano quanto inumano. Senza dubbio, se lo portasse a compimento non resterebbe sulla terra né una voce per gemere né un orecchio per permettere ancora di ascoltarla; e più nessuno per sapere o per chiedersi se ciò che la sua forza sopprime non è della più grade qualità, infinitamente, che la sua forza stessa e ciò che essa pretende di apportarci”. Per concludere in termini di costi\benefici non di etica: “Il tuo sogno è grande, Hitler; ma perché riesca, costa troppo caro”. Non che è sbagliato – “e se fallisce, (perché è troppo sovrumano per riuscire), che ne resterà sula terra, ala fine, se non lutto e devastazione?”
 
Italiano – Lingua e storia, molto è opera di stranieri: molti repertori linguistici, e anche vocabolari di grande ampiezza, sono opera di filologi stranieri. Di tedeschi in particolare, e di svizzeri (tedeschi). Del tedesco Gerhard Rohlfs sono le prima trattazioni dei dialetti italiani, e di quelli grecanici in particolare. Rohlfs ha avviato lo studio dei dialetti con i tre volumi della “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti”, in tre volumi, 1949-1954, “Morfologia”, “Sintassi e formazione del parole”, “Fonetica”.
Le ricerche onomastiche sono state avviate anch’esse da G.Rohlfs, nel 1978, col “Dizioanrio onomastico e toponomastico della Calabria” – la prima ricerca italiana è di quindici anni dopo: Emidio De Felice, “I cognomi d’Italia. Dizionario storico ed etimologico”, peraltro con supporti minimi, insoddisfacenti.
Sono tedeschi, primo Ottocento, i primi studi e i recuperi dei canti popolari. August Kopisch, prussiano di Breslavia (1799-1853), scrittore e pittore, traduttore di Dante, “scopritore” della Grotta Azzurra a Capri, recuperò alcuni canti locali nella raccolta “Agrumi” (titolo italiano) del 1838 – Alberto Maria Cirese si è dovuto rifare a questa raccolta, nel 1966, per esumare alcuni canti folk. Prima di Kopisch aveva raccolto canti popolari italiani Salomon Bartholdy, un diplomatico prussiano noto soprattutto come grecista, e Wilhelm Müller, il liederista di Schubert – la raccolta di Müller, morto anche lui di 31 anni come Schubert, fu ripresa e completata nel 1829 da Oskar Ludwig Bernhard Wolff, sotto il titolo “Egeria” – una raccolta a cui Kopisch espressamente si rifà.
Lo zurighese Johann Jakob Bodmer (1698-1783) scoprì” autonomamente Dante nel primo Settecento e lo introdusse nella lingua tedesca. Carl Witte, il filologo tedesco italianato, ha fodnato la prima Società Dantesca.
La prima, e unica, “Storia delle Repubbliche italiane dei secoli di mezzo” – del periodo storico di maggiore spessore sociale, politico, economico, artistico dell’Italia - è dell’economista e storico svizzero Sismondi, Jean Charles Léonard Simonde de. Pubblicata a partire dai suoi trent’anni, nel 1807.
Il Rinascimento è stato coniato da Michelet. Ed è stato imposto da Michelet e dallo storico svizzero Jacob Burckhardt.
 
Italia è per Gide noblesse. Ci riflette il 5 agosto 1937 nel suo “Diario” a Sorrento, ove vede celebrato “lo sforzo dell’uomo e il trionfo dello spirito” – “nessuna mollezza qui accompagna la gioia di vivere”. La riflessione è breve ma decisa. “Su nessuna altra terra, senza dubbio, il matrimonio è più felice della vegetazione e di un’architettura audace… Noblesse, questa parola mi perseguita, in Italia – dove la più sensale carezza raggiunge la spiritualità”. E subito poi: “Non ho mai saputo dire ancora né tutto ciò che devo all’Italia né quanto ero e resto innamorato di lei”.
 
Metastasio – Fu beneficiato dalle Marianne. Morirà a 84 anni di una polmonite presa nel rigido del 1782 per essersi affacciato a vedere il nuovo re Giuseppe II, erede di Maria Teresa, dal balcone degli appartamenti del cerimoniere di corte, della figlia del cerimoniere, Marianna Martinez.
La prima Marianna la soprano Marianna Benti Bulgarelli, celebrata come la Romanina, per essere di Roma, per la quale aveva composto “Didone abbandonata”, morì presto per lasciargli ogni bene. Marianna Pignatelli Althann, contessa, lo portò a Vienna, lo protesse per venticinque anni, e gli lasciò i suoi beni. Invecchiò con Marianna Martinez, che Stendhal stordito fa allieva della Romanina a Roma. Mentre la storia vera è migliore: Metastasio vecchio, confortato da Marianna, sorella del suo segretario, della di lei educazione paterno si occupò facendole dare lezioni di canto da Haydn, il figlio del barocciaio, che abitava la soffitta sopra il loro alloggio con un cembalo tarlato, al quale insegnò in cambio l’italiano, e la melodia.  
 
Proust – Scrive e pubblica – s’industria di pubblicare, con solleciti, raccomandazioni, visite - i suoi salotti mentre infuria la Grande Guerra, la più orribile carneficina, la fabbrica con milioni di morti, e di distruzioni, miserie, epidemie, da ultimo, finita la guerra, la febbre “spagnola”. Un “a coté”, si direbbe, disturbante. La sensibilità dell’insensibile. O dell’ombelico prominente: un anestetico, si direbbe, imbattibile.
 
Wilde – È a Gide, a Algeri, che dice la frase famosa, rispondendo a una critica (“molto impertinente” annota Gide nel suo “Journal” qualche anno dopo) del suo teatro: “Ho messo tutto il mio genio nella mia vita: non ho messo che il mio talent nelle mie opere”.
Gide si chiede però: “Sarei curioso di sapere se ha mai detto questa frase ad altri che a me”.

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Werther, o dei romanzi interminabili

Però, Werther non muore mai. Cioè muore, ma in un tempo interminabile. Più volte è sul punto di, la cosa è attesa, non è nemmeno inaspettata, ma ci ripensa, aspetta, rinvia.
È per questo che non è più in edizione, da mezzo secolo ormai? I ragazzi tornano a suicidarsi, ma su altre piste, meno dette e più rapide.
Come “Robinson Crusoe”, altro “capolavoro,”, funziona ridotto, a un terzo, un quarto: i ragazzi che nel 1770 si suicidavano alla sua lettura, lo leggevano in antologia?
Johann Wolfgang Goethe,
I dolori del giovane Werther

lunedì 3 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo - autarchiche (110)

L’America ha bloccato molte centinaia di milioni di dosi di vaccini di cui non ha bisogno, invece di condividerli. Perché non si sa mai. Ma è con Biden come Trump diceva: America First.
A sei mesi alle elezioni e a quattro dall’accesso alla presidenza, Biden non ha avuto negoziati, e nemmeno incontri, con gli alleati europei. Ma ha delineato tutta la politica mondiale: globalizzazione, Cina, Russia, Medio Oriente, Ucraina. In via autonoma. A cui chiede agli europei di adeguarsi, senza più.
Nella pandemia covid gli Stati Uniti, di Trump prima e poi di Biden, hanno fatto per sé. Nessuna politica atlantica, o mondiale, di risposta condivisa alla pandemia. A differenza di Cina e Russia. Che invece forniscono in Africa, in America Latina, in Asia, dispositivi, ventilatori, i loro vaccini, seppure poco attivi, e quelli di altri produttori.

Arresti, Draghi, Italia, Macron insidia Le Pen

Cosa fa Macron, con gli arresti dei terroristi italiani? Punta a insidiare il Rassemblement National, l’erede del Front National dei Le Pen, nel prossimo voto regionale in Hauts-de-France, una regione di operai che ora vota a destra.
In passato non ha funzionato: gia Sarkozy aveva provato ad intaccare il blocco Front National con l’ordine pubblico, ma senza risultato. Macron ci prova con gli arresti, con la mano ferma sull’immigrazione, benché non dichiarata, e con l’esibito distacco dall’abbraccio con la Germania, che molti in Francia risentono come soffocante.
La relativa presa di distanza da Berlino, sulla politica estera (Mosca, Pechino), la politica militare, e la ricostruzione post-pandemica, è facilitata dal gioco di sponda dell’Italia, da Macron sempre ricercato. Di più ora, con la presidenza Draghi. E dal relativo indebolimento politico della Germania, per la crisi della Cdu-Csu e la transizione già avviata di Angela Merkel, che della coalizione Cdu-Csu è stata per quindici anni la condottiera vittoriosa.
I tentativi di scalfire il fronte compatto del Rassemblement lepenista, il primo e più solido partito, consolidato da vent’anni, dal sorpasso di Le Pen sul socialista Jospin, finora non hanno avuto successo. Le leggi elettorali tengono l’Rn fuori dagli equilibri politici, ma il voto popolare è a suo favore.
I sondaggi in vista delle presidenziali fra un anno danno sempre Le Pen in testa. Poi perderà il ballottaggio, perché tutti si coalizzeranno contro di lei, come si è fatto già per tre elezioni presidenziali, dal 2002 in qua: fra un anno attorno a Macron, che dovrebbe andare al ballottaggio, come nel 2016, al posto dei socialisti, sempre in crisi. Ma Macron soprattutto opera per consolidare il suo movimento, En marche, nell’area di centro-destra, quindi a scapito di Le Pen oltre che di Ump, la formazione gollista, e di quello che ne resta con le scissioni di Fillon e di Sarkozy.

Il desiderio di confessarsi in vita - o il matrimonio malgrado tutto

In crisi creativa, nel 1931, il 14 giugno, Gide annota: “Senza questa formazione cristiana, senza questi legami, senza Em. che orientava malgrado tutto le mie pie disposizioni, non avrei scritto né “Andrea Walter”, né “L’immoralista”, né “La porta stretta”, né “La Sinfonia”, etc., neppure, forse,  “I sotterranei del Vaticano”, e “I falsari” per rifiuto e protesta…”. Nel 1938 il desiderio si dirada. “Da quado Em.”, annota, “mi ha lasciato (il 17 aprile 1938, n.d.r.), “ho perso gusto alla vita, e quindi smesso di tenere un diario che non avrebbe potuto riflettere che sgomento, angoscia e sconforto”. Em., Emanuelle, sta nel “Diario” per Madeleine, la cugina-moglie da lui fortissimamente voluta, che ha sposato dopo ripetuti rifiuti, e con la quale malgrado tutto ha sempre convissuto.
Il “Diario” sarà soprattutto la rappresentazione e la spiegazione di questo matrimonio. In una vita di relazione complicata: sposato con la cugina, Gide fa un figlio con la figlia dei suoi grandi amici, è sessualmente soddisfatto solo con le pratiche gay, e un solo amore professa, per Marc Allegret, giovane. Un matrimonio allora ambiguo e strano sotto tutti gli aspetti, da parte di lui, e da parte di lei. Oggi, in epoca lgbtq, della sessualità in piazza e le relazioni casuali, strano per essere un matrimonio pieno, di contrasti e comprensioni, di slanci come basso continuo, di proiezione l’uno nell’altra. Lei non voleva sposarlo, malgrado le sue ripetute insistenze. Quando cedette fecero un viaggio di nozze di otto mesi, in Nord Africa, Italia, Svizzera – ripetuto tre anni dopo, per cinque mesi, in Italia e in Svizzera. Lui faceva periodiche scorribande nel sesso maschile mercernario in Nord Africa, che vantava. S’innamorò di Marc Allegret – e in due lunghi soggiorni che fece con l’adone ventenne, in Inghilterra tre mesi, e nel Congo dieci mesi, continuò a scrivere a Madeleine, che distrusse quella corrispondenza. Frequentava la “Petite Dame” Maria van Rysselberghe, e la figlia di lei Élisabeth, alla quale nel 1923 fece una figlia, Catherine – la riconoscerà dopo la morte di Madeleine. Ma passava la maggior parte del tempo a Cuverville in Normandia, nella grande tenuta di famiglia di Madeleine, che sempre lo aspettava, come da copiosa documentazione fotografica,  e a suo dire lo indirizzava.   
Un’antologia, delle migliaia di pagine scritte da Gide tra il 1889 e il 1949, più di mezzo secolo e due grandi guerre. Di uno scrittore però immutabile. Che si esercita al piano, per ore e anche giornate. Si interroga su tutto quanto va scrivendo. Incontra Claudel, spesso, da ultimo con distacco, Martin du Gard con affetto, Valéry con profondissima stima e simpatia, Proust un paio di volte, Malraux, De Gaulle. Legge spesso Racine, che sente suo, e Stendhal, di cui lo sorprende il talento. Ha letto Dante, su cui si è formato. Riflette molto sulle questioni di fede, con letture originali, di cultura e penetrazione, dei Vangeli, di san Paolo, e anche del cattolicesimo – Madeleine era cattolica - benché nato nato e cresciuto in ambiente protestante.
Una lettura paradossale. La lettura dettagliata, di giorni e settimane, non aggiunge nulla ai primi rilievi, sfogliando il libro velocemente, per annusarlo. Leggendo attentamente sembra di rileggerlo: tutto quello che attira l’attenzione sembra di averlo già letto. Molte posizioni sono note: “È con i buoni sentimenti che si fa cattiva letteratura”, “L’arte abita le regioni temperate”. La lettura della letteratura dell’“io” rifugge dai dettagli - i dettagli, nella letteratura dell’io, sono superflui, la continuità prevale. Molto, con continuità, si interroga su quanto scrive. Se va, come va. Urtato fai “fallimenti”: non abbastanza elogiato. Forse, si domanda a metà, perché “libresco”? Ma anche questo è noto di Gide. 
“Scrive” la musica, che pratica al pianoforte per ore, anche per giorni. Con molto Chopin, di cui può dirsi, malgrado i limiti di tecnica pianistica, il migliore interprete. Molto piano, dunque, e molto Cuverville, la casa di famiglia, con Madeleine: la grande residenza normanna ereditata da Émile Rondeaux, il padre di Madeleine, dove lei l’attende e dove lui passa il più del tempo, benché in dialogo sempre più muto quanto devoto – “non c’è giorno in cui non senta l’imbarazzo del mio amore, del suo pensiero”. E sempre il tormento: “La verità è che non posso decidermi ad allontanarmi da Em.” – che dice dopo morta anche “il «testimone della mia vita», che mi impegnava a non vivere «nella trascuratezza» come Plinio diceva a Montaigne”. Nella lunga malinconia che lo assedia dopo la morte di lei riflette ancora con precisione: “Da quando non c’è più, non ho fatto che sembrare di vivere, senza interesse a niente né a me stesso, senza appetito, senza gusto, né curiosità, né desiderio, e in un universo disincantato; senza più speranza che di uscirne”. E l’8 ottobre 1938 - “anniversario, oggi, del mio matrimonio”: “Mi abituo a poco a poco all’idea di dover vive e senza di lei; ma, senza di lei, non mi interesso più alla mia vita”. Fa il suo mestiere.
In parallelo col rapporto con Madeleine, si distingue, seppure alluso, per accenni, quello con Marc Allegret. Una relazione affettiva relativamente stabile. Di Allegret fa anche un lungo, compiaciuto, ritratto di fauno nudo sotto i pantaloncini corti - “niente può dire il languore, la grazia, la voluttà del suo sguardo”. Il giovane sa scrivergli, anche, lettere “di una fantasia e di una grazie squisite”. Gide ha 48 anni, Marc 18. Marc nel 1950 farà un film, uno dei sui tanti, “Avec André Gide”.
Spesso è in Italia. A Napoli. A Sorrento. In vacanza estiva nel 1912 nella riviera marchigiana, a Grottammare, San Benedetto, Acquasanta, molto a suo agio, riposo di grandi letture.  Di letture sorprendenti.  Di “Madame Bovary”: “l’inizio è scritto molto male”. Di Wagner, Richard Strauss, Victor Hugo, “indiscrezione dei mezzi e monotonia degli effetti, fastidiosep insistenze, insincerità integrale” – il tutto propoziato dalla “Salomé” di Strauss, “esecrabile musica romantica, di una retorica orchestrale da farvi amare Bellini”. Marinetti, ricco e vanitoso, incontenibile, protetto dalla mancanza di talento, che gli consente tutte le audacie. D‘Annunzio, fisico e poetico, tutto in poche righe. Bizzarro a volte: “L’ammirazione delle montagne è un’invenzione del protestantesimo”. Di Oscar Wilde dice qui meno di quanto potrebbe. Salvo ribadire che è a lui, che gli criticava il teatro, che Wilde pensieroso famosamente confidò (ma non l’avrà detto anche a qualcun altro?): “Ho messo tutto il mio genio nella mia vita, non ho messo che il mio talento nelle mie opere”. C’è Marx illeggibile – “negli scritti di Marx, soffoco”. Con un’anticipazione, l’estate del 1937, dopo la delusione del viaggio a Mosca, del Marx in chiesa, di sacrestia – del marxismo elevato a ortodossia.
C’è l’adesione al comunismo, nel 1934-1936, tornando da Berlino, fino al pamphlet “Ritorno dall’Urss”. C’è anche, pur nella sconfitta vergognosa della Francia, un Hitler “geniale” nelle strategie, politiche prima che militari – dividere gli Alleati, illuderli, eccetera. Qua e là letture a sorpresa, occasionali: di Defoe (“Colonnello Jack”), Conrad, Meredith, Steinbeck, “La battaglia”, Jane Austen, Colette. Un’analisi stilistica fa di Colette in poche righe inarrivabile. Anche di Proust, quando infine, nel 1939, legge “completamente” il primo volume, “Le fanciulle in fiore” - ne individua e sintetizza in poche righe i principi costruttivi: dettaglismo e architettura.
Col desiderio, più o meno esplicito, di “filarsela tra i negri; trovare un luogo dove poter sorridere in libertà” – “vivere a lungo tra i negri nudi, gente di cui non sapere la lingua e che non saprebbero chi sono: e fornicare selvaggiamente, silenziosamente, la notte con n’importa chi sulla sabbia….”. Con la malinconia costante negli anni, fin dalla prima maturità, di avere scoperto il desiderio tardi.
Malinconia anche del primo intellettuale contemporaneo - cioè, per l’esattezza, del Novecento: prima di Sartre, e Foucault.
Un “Diario” pensato e scritto per la pubblicazione (varie parti di esso furono pubblicate in vita, curate dallo stesso autore): ci sono i possessivi, “la mia giovinezza, i “miei  amici”, la redazione è netta, “finale”.
André Gide, Journal, Folio, p. 457 € 9


domenica 2 maggio 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (456)

Giuseppe Leuzzi

Seduti al bar, in piazza, a Pacentro, Paolo Rumiz e il figlio Andrea si chiedono (“La leggenda dei monti naviganti”, 275): “Che ne sappiamo noi del Nord, di questi mondi. La risposta è: niente. È più facile che un lombardo conosca l’Indonesia che l’Abruzzo. Nei giornali e in tv le Marche, l’Abruzzo, il Molise e la Basilicata non fanno notizia. La Calabria è nominata cinque volte meno della Sicilia. Le Terre di Mezzo non esistono, emergono solo con i delitti”.
 
“A Sud” - nota ancora Rumiz a proposito dello stereotipo “donna del Sud” - “non si dice più «duomo», ma «chiesa madre»”.  Il Sud è “la terra delle Grandi Madri”, gli ha spiegato l’antropologo Marino Niola. Donne vede Rumiz che chiedono grazie e fanno voti a santa Rita, “che forse non sanno chi fosse”: a loro basta che sia “un’entità femminile… A Sud Dio non ha bisogno di camuffarsi sotto tonache maschili”.
 
Per il 22 per cento, nei conti dell’Inps, il reddito di cittadinanza va a famiglie residenti in Campania, per per il 20 per cento alla  Sicilia, per il 9 alla Puglia. Al Sud risiedono 1,8 milioni di percettori del reddito di cittadinanza, al Nord 452 mila, al Centro 334 mila. Il reddito di cittadinanza perpetua le pensioni di invalidità.
 
Sono bastate Pasqua e Pasquetta per precipitare il Sud, tutto il Sud, solo il Sud, in arancione, in allarme. La Sardegna, che pure è un’isola e si poteva proteggere facile, è riuscita nel miracolo di passare dal bianco, praticamente esente, al rosso, contagio assicurato. C’è la “donna del Sud” e c’è il Sud contadino, rugoso, sapientone, saggio, anche troppo. Invece è imprevidente, e spensierato.
 
In Calabria, dove la demografia sparsa facilita il controllo sociale, i percettori del reddito di cittadinanza non lavorano più, come è d’obbligo. Sia quelli che lavoravano in nero, gli sfalciatori, i facchini, i manovali, sia i contrattualizzati, per esempio i collaboratori familiari. Bisogna ricorrere, per queste attività, a persone dell’Est – grandi faticatori peraltro. Si incrementano così le risorse disponibili – e la domanda – o si assottigliano? Il Sud sa solo disperdersi, accumulare si direbbe anti-costituzionale, contrario alla sana e robusta costituzione fisica del Sud.
 
Per il Sud meglio il Nord
Draghi vara un Piano di Ripresa e Resilienza con un stima dell’impatto sull’economia al 2026 pari a 16 punti percentuali. Per il Sud a 24 punti circa. Non si contano le volte che il Sud ricorre nelle 273 pagine del Piano.
Draghi presiede un governo a distinta componente settentrionale: su 23 ministri solo 4 sono del Sud - compreso l’inevitabile malinconico ministro senza portafoglio per il Sud. Il precedente governo, a distinta presenza meridionale, il Sud se l’era dimenticato - del Conte 2 erano meridionali 14 ministri su 22 (più 2 romani): sei erano campani, era il governo in realtà del napoletano Di Maio, tre pugliesi, compreso il presidente del consiglio, due  lucani.
Ma la storia non è finita. Draghi ha appena finito di annunciare che il 40 per cento del Piano europeo è destinato al Sud, correttamente, come da vecchia e positiva esperienza fino alla cancellazione leghista della Cassa del Mezzogiorno, che “il Sud” insorge, Mastella, De Magistris, perfino De Luca, che ha il senso del ridicolo: macché 40, è il 20, è il 18, è il 22. Senza sapere niente, senza fare alcun conto, giusto per la platea. Il “Sud” è colpa del Sud, la Lega viene dopo.
Mastella, De Magistris, De Luca sono “Napoli”: lazzari, masanielli, triccheballacche e putitpù. Ma c’è altro?
 
Il feudo senza terra, e senza colpa
Attorno al Belìce (“Belìce”, n.d.r., piana accentata ),”un fiume sul serio per la Sicilia, con financo dell’acqua nel suo greto”, il principe Tomasi di Lampedusa ricorda dell’infanzia “lo smisurato paesaggio della Sicilia del feudo, deserto”. Senza nessun senso di colpa. Ed è questo il problema della Sicilia, isola pure ricca e ricchissima: la transitorietà delle classi dirigenti. L’aristocrazia diventa imbelle, la borghesia che, con difficoltà, l’ha soppiantata diventa presto disappetente, i figli destinando al “posto”, meglio se statale, il mercante, l’artigiano, il piccolo imprenditore: non ci sono dinastie produttive, di affari, e le attività, al meglio, vanno in surplace, non c’è accumulo.
Un processo di democratizzazione continuo. Che sembra una buona cosa, ma disperde le energie: nel rifiuto di sé, dell’impegno, della professionalità, e infine nell’abuso della cosa pubblica, che tutta (investimento, amministrazione, giustizia, ordine) viene conglobata - anche non volendolo, è inevitabile - nell’imbuto della corruzione (familismo, scambio, favori, oltre le forme di disonestà per denaro). Ottant’anni di governo siciliano semi-autonomo, ben dotato, con lo statuto speciale, lo confermano. Non c’è personalità politica o programma che riesca a cambiare questo assetto: tutti convergono, chi prima chi dopo ma non più tardi di una generazione, in quell’imbuto, o tritacarne. 
La degradazione continua è confermata, qualche generazione dopo il primo Novecento dei principi, da Gioacchino Lanza Tomasi, nell’introduzione al racconto di Lampedusa “I gattini ciechi”, in cui annota il personaggio Batassano Ibba come “un imprenditore agricolo di seconda generazione, una tipologia che nella Sicilia del tempo comprende usura, brutalità e, alle strette, anche l’omicidio”. Cioè mafia.
 
Nei “Ricordi d’infanzia”, del Belìce e del “feudo” di Santa Margherita, che si leggono insieme con “I gattini ciechi” nei “Racconti”, Tomasi di Lampedusa nota dei Gerbino, sub-feudatari dei Filangeri, la famiglia materna, che “erano stati giudici dei tribunali del «misto e mero». Misteriosa dizione, buttata là senza più, che Gioacchino Lanza Tomasi spiega in nota: “Tramontati la feudalità e il mero e misto imperio con la Costituzione del 1812, l’aristocrazia siciliana” si dedica alle onorificenze, per le quali ha campo allargato: “Quanto alle onorificenze, tendeva a strutturarsi  in una serie di famiglie con poteri (ridotti alla sola distinzione onorifica) più ampi di quel di cui aveva potuto disporre al tempo del fidecommesso”. Di quando cioè aveva i beni, col diritto di legiferare (Il “mero e misto”), e poteva legarli alla successione con i titoli, indivisibili, col maggiorascato. Di una feudalità quindi senza feudi, solo albagia, e gelati sciolti.
Un mondo alieno dagli affari, dall’obbligo, biblico e non, del lavoro, dell’applicazione. Non accettava la commercializzazione dei beni, si illudeva.
Questo succedeva non soltanto in Sicilia, anche in Calabria e nel napoletano.
 
Aspromonte
Paolo Rumiz immagina, nella “Leggenda dei santi naviganti”, la sua cavalcata per le Alpi e gli Appennini - il “Pianeta del Silenzio” - a dorso di mulo, la Topolino modello 1955, un segnale di fumo, di cima in cima come forma di comunicazione, “lungo le cime chiamate «Pen», per quel promontorio interminabile chiamato Italia”, per la continuità della linea montuosa euroasiatica, a partire dal Bhutan : “Fino al monolito dell’Aspromonte, fermo in mezzo al Mediterraneo. Il grande capolinea, dirimpettaio di un altro fuoco da leggenda, l’Etna”.
 
“Aria fresca, elettrica, eccitante, sottile, che favorisce la pazzia”: Montale la trova a Sils-Maria (luogo che si lega a Nietzsche, Grande Pazzo), nell’Engadina. La stessa si respira nella Montagna, l’Aspromonte: boscosa, assorta, o trasognata, che guarda il mare, come stiracchiandosi a un perpetuo risveglio. E la pazzia?
 
Gautier, “Jettatura”, dà al protagonista, che sarà vittima a Napoli del malocchio, il nome di Paul d’Aspremont.
Molta letteratura dell’Aspromonte è francese, provenzale. Leggiadra per lo più, cortese. L’Aspromonte italico dei viaggiatori è curioso, scherzoso, da Bartels a Lear, e fino a Norman Douglas prima della Grande Guerra. L’Aspromonte calabrese che subentra , da Alvaro in qua, è tenebroso, in qualche modo malefico – si direbbe gotico, ma non he ha la convinzione, e forse lo spessore storico, di personaggi, contesti, tradizioni.
 
Il turismo non c’è, è il pregio oggi più apprezzato - rari anche i trekkers, rarissimi. Eccetto che, nella buona stagione, quello potabile. L’acqua buona è una fissa e si fanno viaggi di ore per riempire batterie di bottiglie alle sorgenti. Una nobiltà di molti quarti, risalendo a Corrado Alvaro, Perri, e precedenti. E generosa di molte poppe, come una Artemide antica - il culto delle fonti è molto pagano: delle Vile sopra Polsi, di Bocali o Fontanelle, di Materazzelle, della Prena (pregna, di femmina incinta). Francesco De Cristo tentò un elenco delle sorgenti in “Vagabondaggi sull’Aspromonte”, 1932.
 
Lampedusa concorda - “Gattopardo”, p. 223: “«Non c’è che l’acqua a essere davvero buona», pensò  da autentico siciliano”. Ma ha rubato la battuta al calabrese – l’“autentico siciliano” ama il vino, Lampedusa era astemio, rigido, di programma.
 
Paolo Rumiz vede nell’Aspromonte - nella sua fascinosa riscoperta della Montagna, luogo rimosso dell’Italia (il parente povero, il nano, l’handicappato) che ha intitolato “La leggenda dei monti naviganti”, una montagna femminile: “Avvicinandosi al grande faro dell’Aspromonte, succede che l’esplorazione dei monti scopre un mondo sempre più femminile, sempre più arcano, e diventa incontro con gli dèi in esilio”.
 
Ma non tutto nell’Appennino è fiori: “Dei partigiani anch’essi (il riferimento di Rumiz è al fatto che della Montagna si è parlato l’ultima volta per la Resistenza, n.d.r.), costretti alla macchia dal dilagare del brutto, dell’ignoranza e della volgarità”. In Aspromonte forse più che nel resto dell’Appennino.

leuzzi@antiit.eu

Napoli preziosa

De Simone ripropone la secentesca “Cantata dei pastori” di Andrea Perrucci, gesuita, drammaturgo e compositore, da lui riscoperta e proposta quarant’anni fa, sull’onda del fenomeno “La gatta cenerentola”.  La rifà in forma da camera al tempo del “distanziamento”, comprese arie di Pergolesi, Paisiello, Vinci, Bellini, dello stesso De Simone, cantate da Maria Grazia Schiavo – “Tra pupi, sceneggiata e Belcanto” è il sottotitolo. E la intitola al “Trianon”, il teatro di Forcella, di cui è direttrice artistica Marisa Laurito, restaurato a fine Novecento e dallo sesso De Simone riaperto nel 2002 con “Eden Teatro” di Raffaele Viviani, riscritto in forma di melodramma.
Una proposta – volutamente? – fredda. Anche nel ruolo di Sarchiapone, lo scioccone del “Pentamerone”, di Basile. E di una forma teatrale che è stata insieme colta e popolare, molto popolare.
Una scelta di “distanziamento” brechtiana prima che pandemica, come a dire che i tempi non sono da commedia, non sono da teatro – teatro è oggi la farsa quotidiana, socialite? O è il miracolo della “Gatta Cenerentola”, del festival di Spoleto del 1976, un musical dai ritmi trascinanti, un crescendo di fantasia, a raffreddare il De Simone successivo, molto attratto dai paludamenti secenteschi? Una rappresentazione che si vuole distaccata, in “numeri” isolati.
Una riproposta molto colta. Anche nella pronuncia del napoletano, incomprensibile (“come si conviene a una cantata religiosa”, De Simone), e dell’italiano parlato – nel Seicento? – a Napoli. Non senza attrattive, a parte la scelta delle arie. Con un uso sorprendente della fisarmonica, in grado di sostituire nell’orchestra molti fiati.
Roberto De Simone-Davide Iodice, Trianon Opera, Rai 5 – RaiPlay