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sabato 15 luglio 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (332)

Giuseppe Leuzzi

La Sicilia Ungaretti dice “frizzante e frivola”, nel taccuino egiziano del 1931 (“Il deserto”). A proposito di Teocrito ad Alessandria, reduce dall’avervi celebrato le imprese di Alessandro Magno, “e sono appena passati trent’anni dalla morte”: “Poeta della corte di Filadelfo, poeta del momento, in figure frizzanti e frivole riduce il soffio dorico della sua Siracusa. E la Sicilia dei bovi, del sole, della lieta visione omerica, della verità naturale dopo gli inganni della natura, è per Teocrito, appena nostalgica, una Sicilia bucolica. L’arte, in mezzo a tanta sintassi e metrica, è ormai puro gioco?”

Servizio fotografico in stile coloniale su “Sette” per illustrare il Sud. Il 13 luglio del 2017. Uno si meraviglia che Milano domini l’Italia, con tanta ignoranza. Ma forse conta la superbia.

A didascalia delle foto sull’improbabile Sud di Simone Raeli “Sette” pubblica un testo della scrittrice Stella Pulpo, “tarantina di nascita e milanese di adozione”. Che esordisce sonora: “Sono terrona (io posso dirlo, di essere «terrona», per la stessa ragione antropologica per la quale i neri possono definirsi «nigger» e i grassi possono  definirsi «grassi»)”. Cioè, da vittima di un pregiudizio, che rivendica la sua condizione. Si può essere milanesi d’adozione, poiché gli editori stanno a Milano. Ma come scelta di vita? In ambiente leghista, cioè razzista?
Protestarsi terrona deve essere faticoso – non si vive una volta sola?

Il grammatico del primo Cinquecento Andrea Guarna ricorre come “umanista meridionale” nelle storie e i commenti critici. È detto anche Andrea Guarna Salernitano. Ma è nato a Cremona ed è morto a Milano. Diventa “meridionale” e “Salernitano” perché forse i suoi genitori, o forse i suoi nonni, erano di Salerno o dintorni. C’era il leghismo anche nel Cinquecento?

La soppressata classista
Non si discute d’altro, a parte Trump: la scena intellettuale americana, ancora sotto choc per l’elezione presidenziale, ha trovato un diversivo martedì in una column  sul “New York Times” firmata David Brooks. Il quale, invitata a pranzo un’amica, racconta, “peccando d’insensibilità”, aggiunge, l’ha portata “in un posto di panini gourmet”. Salvo vederla smarrita, “tirata in volto”, avendo davanti panini con “ingredienti come la soppressata, il capocollo” – in italiano. Risate. Brooks è un commentatore dichiaratamente conservatore. La comunità intellettuale ha quindi avuto buon gioco a deriderlo, spiegando, aiutata da volenterosi italiani, che soppressate e capicollo sono ingredienti poveri, e quindi l’insensibilità di Brooks era semmai la sua taccagneria.
L’articolo di Brooks è invece interessante per due motivi. Uno è proprio questo: che soppressata a capocollo, essendo cibi “esotici”, comunque sapori nuovi, sono da ritenersi gourmet, raffinati. L’altro – il motivo per cui ha scritto l’articolo – è che la sua amica non apparteneva ai ceti professionali o intellettuali, avendo fatto pochi studi, e che questo in America da alcuni anni rinchiude come in un ghetto, rende paria. Il paese delle opportunità per tutti è diventato classista, è la tesi del commentatore, al punto da ingenerare complessi: la sua amica non sapeva come affrontare un cibo nuovo – una senza laurea non poteva avere nemmeno curiosità. 

Rifiuti tossici
Vivendo sull’Aspromonte, seppure alle balze, e in ambiente che si vuole urbano più che agreste o montano, se ne media – si vive, si introietta – la nomea. Siamo mafiosi, abigeatari, sequestratori, coltivatori di erba, trafficanti di coca. Ultimamente tossici. Viviamo cioè su una serie di discariche di rifiuti tossici, venuti chissà da dove, chissà quando.
Questa delle discariche tossiche è un classico da qualche tempo dei pentiti  di mafia. I quali, invece di dichiarare i loro assassinii e i loro complici, spiegano che il territorio è infestato di rifiuti tossici. La cosa è maturata proprio qui, attorno all’Aspromonte, diffondendosi poi a Cetraro, a Caserta e perfino nella mite Basilicata.
La cosa è una sorta di evoluzione naturale, i delitti oggi sono soprattutto contro l’ambiente. Inoltre, si coniuga con l’industria ambientale: appalti diventano necessari per la prospezione di queste discariche. E eventualmente, Dio non voglia, per il risanamento, qualora emergessero. Mentre l’apparato repressivo non ha bisogno di circostanziare i delitti, aspetta: le colpe non tarderanno a emergere.
Nell’attesa il sindaco, più sindaci, la minaccia è cronica, hanno disposto analisi chimiche e ricerche epidemiologiche, e niente, non abbiamo più tumori della media, né di diversa natura. Ma non sono risultati convincenti. Più di una famiglia ha cambiato residenza, con notevole aggravio economico.
Ora avviene, trovandosi alle balze delle Apuane, che una discarica abusiva di rifiuti tossici è stata trovata. Accertata, cioè, scavata. E vicina al centro abitato, anzi allo stadio,  alla periferia della città capoluogo. Ma la notizia, di mercoledì, giovedì già non c’era più nella gazzetta locale.

Calabria
La “Gazzetta del Sud”, giornale delle Calabrie, scopre l’Aspromonte con Paolo Rumiz. Rumiz c’è stato con la sua Topolino alcuni anni fa, ci è ritornato, e ne farà una delle sue cinque tappe per li Appennini, “Ritorno sui Monti Naviganti”, su Laeffe. “L’Aspromonte spinge Rumiz ad alzare il tono della voce”, scrive Francesco Musolino che lo ha intervistato, “scaldandosi dinnanzi «a tanta bellezza lasciata sciupare». Come se la Montagna fosse indipendente e anzi vittima dei suoi abitanti e amministratori”

Non l’olio ma la birra, abbiamo inventato la birra: “La terra da cui partono le grandi birre bavaresi” è la Calabria, assicura Rumiz: “Con metodologie che rievocano le birre figlie del Nilo. Passando le Alpi fino ad invadere il Nord”.
Anche questa una scoperta dello scrittore: “Eppure nessuno conosce queste storie, nemmeno gli amministratori”. Questo è vero.

Una regione (mondo, nazione) senza mendicanti.
Senza città, e per questo senza mendicanti?

Con l’eccezione di Alvaro, lo scrittore forse più impegnato – per serietà, applicazione – del Novecento, la Calabria pullula di scrittori beffardi. Ha un’anima beffarda, fino alla distruzione di sé. Riflessiva dopo, quando “ride per non piangere”.
Uno stile, una forma mentis, non riservata ai letterati – giornalisti, insegnanti, funzionari pubblici – tra i quali anzi lo stereotipo roboante è prevalente.

Ritornando alla sua città, Palmi (“Sarmura”) in “Un riccone torna alla terra”, Leonida Répaci la presenta sotto un solo spetto: ognuno ha un soprannome. Come dire: ognuno è un altro.
I soprannomi sono  però “quasi sempre il nome della cosa che meglio rappresenta” le persone:. “Parlatore”, “Cataletti”, “Bandone”, “Geloso”, Pititto”. “Schifenza”.

Bighellonando per il Sud della Francia un secolo fa, Ezra Pound fa all’improvviso una riflessione: “Grazia & Oriente\ in Provenza”. Lo stesso blend – origini, cultura, cucina, linguaggi – che in Calabria. È condiviso anche l’Aspromonte.

Presiedono alla questione immigrati due calabresi, il ministro Minniti e l’ambasciatore in Libia Perrone. Due, anzi, quasi compaesani, della provincia di Reggio. Un caso, certo. Ma all’apice delle ambizioni del calabrese c’è il servizio allo Stato. Tanti ancora ci credono: lavorano con una certa fermezza, ma con misura. E con costanza, la vecchia testardaggine che si è perduta. 

Si celebra ovunque, a Roma, a Milano, a Firenze, Gianni Versace per i venti anni della morte: geniale, esagerato, superstar, ha trasformato le modelle in dive, i cantanti in icone, Diana in una principessa. Ma non a Reggio, sua città di nascita e di apprendistato, nell’atelier della mamma. Tutti snob in città.
Se ne fa anche un film. Una serie tv, regista Ryan Murphy, celebrato autore di blockbuster. Ma il film, è vero, è americano. 

leuzzi@antiit.eu

Dal nostro inviato nel nulla

Macron cambia la politica in Francia, è finita la boria anti-atlantica, gli Usa anzi sono scudo e partner indissolubile, la prima visita ufficiale all’estero di Trump si fa a Parigi, l’ccordo per il clima verrà rivisto, e oggi cosa legge l’italiano che ancotra legge? Quello che ancora compra il giornale d’opiunione, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”. “La Stampa”? Che Trump ha fatto una gaffe, o sua moglie, o sua figlia, ci mancherebbe, non importa quale. Che sotto sotto ci sono degli affari, ci sarebbero, pare. Che la sig nora Macronm era più elegante della moglie – la figila? -. di Trump.
Che fare? Sono i capi redattori e i capi servizio che vogliono il gossip dagli inviati speciali? Improbabile? Sono i direttori? Ma Molinari di politica estrea se ne intende. E anche Calabresi, nell’apprendistato a direttore lo hanno mandato anche lui negli Usa. Sono allora gli editori che vogliono le chiacchiere, Cairo, De Benedetti? Ma comprare il giornale diventa un esercizio superflio. Una specie di elemosina – un po’ coem gli spiccoli ai ragazzi africani ora postati a chiedere l’elemosina anche alle edicole.  


il Forte contro Trump

Un centinaio di vignettisti mobilitati, soprattutto in Italia e negli Usa, e in Africa, in Francia, a Londra, in Irlanda, sul presidnegte americano. Con battute tutte brilanti, e feroci.
Un mostra intelligente, curata da… Che conferma il ruolo storico e politico della satira. Anche attivo, e comunque critico - “Museo della Satira” spaventa, e invece è un luogo amneo, benché serioso. Ma si esce dal Fortino che dà il nome a questo luiogo di milionari con un senso di sollievo, come se si uscisse da una trincea. Mobilitati senza saperlo per una guera strana.
Trumpeide, Forte dei Marmi, Museo della Satira 

venerdì 14 luglio 2017

Parigi non è più a Berlino

“La Francia e gli Stati Uniti non saranno mai divisi”. Eco di storie antiche, da Lafayette – al cui nome è intitolato lo spazio della Casa Bianca – in qua, ma non è una frase fatta: Macron rovescia la storia gollista e post della Francia, recalcitrante alla Nato, e a ogni azione bellica intrapresa dagli Usa, anche sotto l’avallo Onu. Nel quadro di una politica nazionalista, ma di fatto al carro della Germania.
Macron potrà ottenerne un Parigi.bis, una revisione dell’accordo sul clima, che nessuno dei sostenitori peraltro ha implementato. E una ripresa in altra forma del Ttip, il trattato commerciale privilegiato transatlantico. E perché no una voce in capitolo nella pace in Siria, che la Francia non ha mai smesso di considerare suo protettorato.
Potrà anche non ottenere nulla, la presidenza Trump ha programmi ignoti, forse allo stesso presidente americano - ma gli Usa sono lì anche senza Trump. Quello che Macron ha voluto dire è che si sgancia dalla sudditanza a Berlino. Dei tanti progetti per il rilancio europeo ha scelto un nuovo jet, in partnership con la Germania, ma ben francese.
Gli onori resi a Parigi al contestato presidente americano nel giorno della Bastiglia sono un non sottile rovesciamento dei tradizionali schieramenti atlantici europei, che vedevano la Germania allineata in tutto a Washington e Parigi recalcitrante. All’indomani della chiamata a raccolta contro gli Usa da parte di Angela Merkel.

La verità, per favore, su Trump

È impressionante, frequentando la stampa americana online, il numero di “verità” rivelate su Trump. Tutte rivelate da spie e informatori segreti. È impressionangte per la verità, e per la verità  del giornalismo anglosassone che si decanta.
Mentre a otto mesi, quasi nove, dalla vittoria a sorpresa di Trump alle presidenziali non una sola analisi cricitica è disponibile di come è successo. Che sarebbe la prima reazione spontanea: indagare l’imprevisto. Come è avvenuto che Trump ha vinto prima la nomination repubblicana -. senza hacker russi – e poi addirittura l’elezione presidenziale. Chi ha votato chi, per quale motivo: 62 milioni di elettori sono una cifra.
Le gole profonde che ne fanno le veci sussurrano Putin. Ma non dicono come e che cosa, anche qui.
Ma, poi, un’elezione popolare nessun Putin può averla orientata. E allora: come può uno come Trump vincere un’elezione popolare sicuramente non truccata?
Forse c’è di peggio: Trump conservando la sua quota di sondaggi, benché abbia contro i media unanimi, e malgrado gli scandali settimanali e bisettmanali che le “gole profonde” gli rovesciano addosso, non ci sarano due Usa? Irrobustiti, o incancreniti, nella crisi? Ma come facciamo a saperlo? 

Maremma amara

Sul “Corriere della sera” ieri Marco Gasperetti ha la storia di un gentiluomo, Francesco Romano Carfagna, piccolo vignaiuolo all’Elba, dove “ha creato una vigna modello”, di “vino ansonica pregiatissimo”, condannato in tribunale a Grosseto per aver elimnato le sterpaglie senza chiedere il nulla osta.
Carfagna ha eliminato le sterpaglie su un piccolo spiazzo, di dieci metri di lato. Ma Grosseto protegge l’integrità dell’ambiente: “Il tribunale di Grosseto gli ha spedito un decreto penale (dunque senza dibattimento) per il realo di lottizzazione abusiva a scopo edilizio”. Ottomila euro di multa e 11 giorni di carcere. 
Sembra inventata ma è verosimile. Non c’è dubbio che la Maremma si è imbruttita. Di brutto: più che una campagna, è una periferia abusiva, non urbanizzata. Intere conurbazioni sono cresciute dal nulla, a casaccio. Per esempio a Albinia, dove si è costruito sul torrente, ostruendolo - un’alluvione ne è stata provocata che ancora non si riesce a sanare, dopo tanti soldi spesi dallo Stato. O a Marina di Grosseto, a Magliano, a Pereta. Ovunque, senza sanzioni. 
Ma Grosseto occhiuta vigila. I vigili urbani e gli assessori, al Territorio o Ambiente, più spesso assessore. Non sugli abusi di chi vota, sui residenti non residenti. Vengono seguti passo per passo, per affermare l’autorità pubblica, con visite a ripetizione, interdizioni, ammonizioni, convocazioni, e col binocolo. Un vecchio pollaio in disuso ripulito dei chiodi e delle assi marcite, costa migliaia di euro, tra avvocati e carte bollate. Carfagna lavora personalmente la sua vigna, ma è romano. 

La matematica ci libera

Le matematiche sono molte in francese, e Badiou, filosofo e poligrafo di varia umanità come usa da qualche tempo oltralpe, vi si immerge con voluttà, e quasi perdendosi. Per matematiche intendendo le scienze.
Ma dov’è la novità? Da Talete, Democrito e Eraclito a Aristotele, Descartes, Pascal, e Popper. Non c’è pensiero che non abbia fondamento scientifico, argomenta Badiou. Dobbiamo alle matematiche le sole poche cose che sappiamo: “Le matematiche sono la più convincente delle invenzioni umane”. E la via alla felicità – tema di più trattazioni di Badiou: “Le matematiche, per la loro forza estetica e per la creatività che richiedono, sono un modello in cui la libertà, lungi dall’opporsi alla disciplina, la esigono”.
Ma allora vale al contrario: tutto in effetti si può dire. Anche delle matematiche, basta saperlo dire.
Il poeta Lautréamont lo dice perfino meglio, nei “Canti di Maldoror”: “O matematiche severe… più dolci del miele”. Piene di grandezza solida, imponente, e di verità incontrovertibili.
Matematica significa – Badiou non lo dice, ma questo è il messaggio - rigore nel procedimento, e prova del risultato. Ma questo non sarà facile. La filosofia ha i suoi punti fermi, teorici (come la relatività generale, per dire) e pratici (la fissione d Fermi, il parafulmine di Franklin) ma con modestia. Come del resto la vera scienza, che i suoi risultati non esita a rimettere in discussione – è questa la sua verità, non aliena alla filosofia. Badiou dà l’impressione di avere scoperto l’acqua calda. Ma l’entusiasmo sa fare contagioso.   
Alain Badiou, L’elogio delle matematiche, Mimesis, pp. 82 € 10


giovedì 13 luglio 2017

Problemi di base milanisti - 344

spock

Il Milan compra compra, ma poi chi paga?

A Berlusconi l’hanno pagato – dove, quando?.

È Milano o Shangai?

O Milano è Shangai senza il mare?

Bonucci-Sciglio 60-6: ma di euro buoni?

Fa fare più gol De Sciglio o Bonucci – all’avversario?

La famiglia Donnarumma e Mino Raiola sbancano il Milan: come non sarebbe un assalto di camorra?

O c’è più camorra a Milano?

O, coi cinesi in campo, non sarà un caso di triadi – l’antimafia va aggiornata?

spock@antiit.eu

Lo scandalo dell’accoglienza è internazionale

Frontex, l’organizzazione euroepa per l’emergenza immigrazione, ha messo a punto un dossier sulle attività delle Ong che operano nel Mediterraneo, che promette agli inquirenti italiani. Un dossier dunque di implicazioni penali.
L’ambabsciatore italiano a Tripoli Perrone, contemporaneamente, e irritualmente, spiega la situazione alla “Nazione” in questi termini: “In mare è il caos: scontri tra guardacoste libici e Ong”. L’ambasciatore spiega quello che si sottace: che la Guardia costiera libica usa mezzi forniti dall’Italia, è stata ed è addestrata dalla marina italiana, e opera con l’assietnza italiana.
All’obiezione che la guardia costirea libica avrebbe mitragliato i barconi, Perrone risponde non tanto sibillino che è una fake news: “C’è una contesa mediatica… Che ci sia un rapporto difficile tra la guardia costiera e le Ong è un dato pubblico”.
Il volontariato internazionale nel Canale di Sicilia è anch’esso un business, anche questo a questo punto “è un dato pubblico”. Resta solo da accertare se per il piccolo, micragnoso, profitto. O per conto dei rispettivi governi – gli stessi che poi si rifiutano di prendere i migranti “salvati”: per il controllo, cioè per spionaggio. 

I tedeschi con le mani nelle tasche dei greci

Dopo anni di “al ladro! al ladro!” contro i greci, e delle “mani nelle tasche” dei poveri tedeschi da parte degli avidi greci, dimenticate le copertine della “Bild Zeitung” e dello “Spiegel”?, la Germania mette in cascina 1,4 miliardi, netti, di interessi e spese pagati dalla Grecia.
La cosa il governo Merkel fa valere come la prova del successo della politica del rigore. Ma è come dire: li abbiamo torchiati e qualcosa hanno spremuto.
Non è una bella Germania - la Germania non è nuova a ragionamenti del genere. Che lo squallore morale spinge fino all’insensibilità. Schaüble, buon cristiano e democratico, se ne è vantato in Parlamento.

Recessione – 63

La disoccupazione giovanile è stabile in Europa a maggio: al 18,9 per cento.
In Italia la disoccupazione giovanile sale a maggio rispetto ad aprile, dal 35 al 37 per cento.

Il tasso di disoccupazione aumenta a maggio, di due punti decimali.

Il debito pubblico è salito a 2.279 miliardi, record storico.

Sono occupate poco più di sei persone ogni dieci tra i 20 e i 64 anni (Istat) – il dato peggiore della Ue, solo la Grecia fa peggio.

Vivono in povertà 4,6 milioni di persone (Istat). Il dato è rilevato, nel 2015.
Sono un milione e 200 mila famiglie, una su 17-18.
Il numero dei poveri è triplicato in dieci anni tra i minori.

Il 10,4 delle famiglia, 2,7 milioni, è “relativamente povero”. Per un totale di 8,3 millioni di persone, poco meno del 14 per cento della popolazione)..

Sono “a richsio povertà” 17,5 milioni di persone (Istat).

Record della disuguaglianza in Italia (fra i 32 paesi più industrializzati, i membri dell’Ocse - dato Bers, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) per effetto della crisi: il reddito degli italiani più poveri si è contratto del 27 per cento, quello degli italiani abbienti solo del 4 per cento.

Sono un ragazzone e me ne vanto

Ce n’è per tutti, tre pagine in media. Il respiro è del talk-show, due battute e via. Ma professionale, coi tempi giusti. Un ottimo prodotto editoriale, da libro di pronto consumo. Più appassionante, volendolo, di “Chi” o la “Novella Duemila” di Arbore, se esiste ancora: si legge facile facile. La Banca d’Italia, D’Alema, Berlusconi, il Giglio magico (il genere di toscani a Roma non ce ne sono abbastanza), Enrico Letta naturalmente, Bersani, Grillo, Merkel e altre comparse, i conduttori tv. Poco su di sé, ma non si saprebbe per questo congratularsi – uno che non parla di sé. Perché invece avrebbe dovuto.
È col suo governo che l’Italia si è privata della riforma costituzionale di cui avrebbe bisogno come il pane, in reazione alla sua protervia. Un libro di pettegolezzi dopo questa sconfitta, come se nulla fosse, è allucinante. Ha perfino avuto una scissione del partito che da cinque anni gestisce, potenzialmente dirompente, e niente. Ha perso Roma, Torino, Genova, mezza Toscana, niente. Mentre la politica della domanda con la quale ha voluto affrontare il crac è poco produttiva e quasi sterile.
Renzi continua ad andare come un treno. A sbattere? Pubblicizza orgoglioso una sere di pettegolezzi, non un disegno politico, e uno si chiede: allora? Renzi vuole ricominciare, dopo la “tranvata” del referendum, z8zma dal peggio? Un uomo di potere, non di idee, questo si era già capito. Ma di che potere: provinciale, paesano?
I meriti che fa valere sono discutibili. L’assegno per i figli era già di Berlusconi. Come l’esenzione Imu per la prima casa. La legge di avviamento al lavoro è stata di corto respiro. La ripresa dell’economia è stata, ed è, lenta: niente investimenti pubblici, niente riduzione del cuneo fiscale. Ha vinto le europee del 2004, ma era un voto di speranza, deluso alle consultazioni successive, una dopo l’altra.  
La storia a cui tiene molto di come ha fatto eleggere l’anonimo Mattarella invece di Amato alla presidenza della Repubblica ne sancisce la pochezza – la protervia è stupidità. Amato, col quale avrebbe continuato il cammino di alto profilo su cui lo aveva indirizzato Napolitano, concludendolo come l’uomo che riformò la Costituzione, riduce a piccolo intrigante portato da D’Alema e Berlusconi di nascosto. Si vuole un ragazzone e nient’altro.
Matteo Renzi, Avanti. Perché l’Italia non si ferma, Feltrinelli, pp. 240 € 16

mercoledì 12 luglio 2017

Secondi pensieri - 312

zeulig

Bene – È dell’uomo, forse solo dell’uomo. Il male si definisce in rapporto al bene: come negazione, trasgressione, violazione. Non c’è uomo malvagio, si è detto, che non abbia provato la tentazione del bene. No: il malvagio si riconosce – riconosce se stesso, le sue pulsioni, i suoi crimini - in rapporto alla nozione, per quanto confusa, del bene.

Coscienza – È la coscienza del bene? Un giudizio vigile, costante, e in qualche modo assicurato: sa di che si tratta. Ci sono buone coscienze e cattive coscienze. E cattive coscienze che si credono buone. Ma allora non cristalline. Non nel senso della purezza – le tentazioni la impediscono, nel bene e nel male – ma della certezza, la sicurezza di sé.

È inevitabile, è la mente, in Descartes e anche prima.

È “irritazione”, opina Popper nel saggio “Nuvole e orologi” sull’adeguamento dell’evoluzione: “Forse la sua prima forma è un vago senso di irritazione esperito quando l’organismo ha un problema da risolvere”. Ma ne fa poi grande caso, al centro del suo indeterminismo “a interruttore centrale”: “Gli stati di coscienza, o le sequenze di stati di coscienza, è possibile funzionino come sistemi di controllo, di eliminazione dell’errore”. Uno “dei molti tipi interagenti di controllo”, ma quello più propriamente volontario, attivo.

Ne fa grande elogio Rousseau, nelle “Lettere morali” e nell’“Emilio”. Nel momento, però, in cui si vuole “solitario” . ripetuti gli elogi della solitudine. Mentre è chiave sociale per eccellenza: si ha coscienza di sé in rapporto agli altri. Per questo i minerali non ce l’hanno, e gli animali sì, forse anche i vegetali – capricciosi ma non del tutto.  

Determinismo – Si penserebbe teistico, determinato dal, o in linea col, Dio onnisciente onnipotente. Ed è religioso all’origine, prima che “scientifico”, positivista. Ma poi alcune religioni, o alcuni religiosi, credono nell’indeterminismo, altre-i nel determinismo. In ambito cristiano è san Paolo e sant’Agostino contro Liutero e Calvino, la teologia cattolica contro la teologia protestante.

Evoluzionismo – È tautologico, si è detto, ed è così, la sua filosofia lo è. Non si spiega, ossia si spiega per come è, che sopravviva “il più adatto” di Spenser, oppure che sopravviva chi sopravvive.

Filosofia –  “È solo eloquenza da geometri?”, si chiede Ungaretti inviato speciale ad Alessandria d’Egitto, a proposito di Euclide, “che ha qui scuola chiamato da Sotero”. La prima filosofia nasce in effetti dal suo disposto logico: “Che dalla forma delle cose resta ormai solo da ricavare argomenti per fissare la legge dei rapporti”.

È tela di Penelope.? Si e sempre detto, ma da Rousseau con più lena - argomenti. Non se ne può fare storia dei progressi, delle acquisizioni? Un repertorio si, intercambiabile. C'è una sola verità accertata - definita, stabile? Eccetto questa: che il pensiero segna il passo: la ragione non ha mai saputo andare più in là del colore. Come uno stagno, seppure con qualche rivolo di affluente, presto prosciugato, e l'increspazione prodotta da qualche refolo.
“Non sappiamo niente, non vediamo niente”, esordisce Rousseau nella terza delle “Lettere morali” – applicandosi beninteso a spiegare il perché e magari a porvi rimedio: “Siamo un gregge di ciechi lanciati all’avventura in questo vasto universo. Ognuno di noi non scorgendo alcun oggetto si fa di tutti un’immagine fantastica, che prende in seguito per la regola del vero, e questa idea non rassomigliando a quella di nessun altro, di questa spaventosa moltitudine di filosofi la cui lallazione ci confonde non si trovano due soli che si accordino sul sistema di questo universo che tutti pretendono di conoscere”.

Incertezza – È il seno dell’epoca, l’età dell’incertezza. Dell’insignificanza- non del relativismo, che è già una certezza, un metodo. Della fisica heisebenghiana involgarita, o del caos, intesa come astensione di fronte alla ricerca. Della retorica accademica in parallelo, immortale, scuole di scrittura comprese, dominante sulla significanza – fino al postmoderno e al politicamente corretto. Dell’inespressività perfino, tra slogan e interiezioni. Dell’immagine prevalente sulla ratio, o discorso. Dell’apparenza sulla sostanza. Della pubblicità invasiva (linguaggi, pensieri, modi di vita, umori). Della postpolitica. Dell’unanimismo, anche religioso. Dell’indistinzione fra ragione e sentimento, logica e pathos. Dell’indistinzione, per buona volontà.
Tutto ciò confluisce in un assetto identitario che è la negazione dell’identità, di una possibile individuazione. Anche solo per contribuire all’incertezza.

Morte – Non è poi così fatale. I batteri non muoiono, che anzi si moltiplicano per scissione. E molte cellule cancerogene: sono veicoli di morte ma in proprio resistono ai bombardamenti. L’immortalità sarà batterica?

Politicamente corretto – Leninista o stalinista, è stato detto. Conservator e e perfino reazionario – per l’eccesso di regolazione. Foster Wallace lo dice anche insultante, per i “poveri” a vantaggio dei quali si presenta e viene disposto. E puramente autocelebrativo, dell’ingegnosa virtù del parlante. È parte dell’insignificanza – dei linguaggi, le esperienze, il sesso anche, il modo d’essere (nazionalità, educazione, ambizioni…) – cui si vuole ridurre l’esperienza. Nell’età della’analfabetismo eletto ad alfabetizzazione di massa: è in questa trasposizione l’ultima ingiuria. 

Teoria – È una finestra sul mondo, entro il limite dell’orizzonte. La teoria semplifica, il mondo è complesso. Direbbe Popper, l’epistemologo: “Anche se scoprissimo la teoria vera del mondo, non potremmo assolutamente sapere – come ben comprese Senofane – di averla trovata”.

È espressione (estrinsecazione, dialogo) e controllo di sé (coerenza, consequenzialità).

zeulig@antiit.eu 

La crisi del capitalismo si chiama Europa

Streeck riprende e sistematizza il saggio del 2012 che dà il titolo. La fine del capitalismo agli anni 1970, l’inflazione, 1980, la crisi fiscale dello Stato, 1990, la globalizzazione, Duemila, l’indebitamento privato che ha portato ai “mutui senza casa” e al crac. L’indebitamento pubblico conseguente si può dire coroni un processo irreversibile. 
Il decano dei sociologi politici tedeschi si vuole poco ideologizaato. E più sul piano liberale che sul vetero marxismo, che della fine del capitalismo faceva esercizio obbligato. E più dopo la crisi petrolifera del 1973, che interruppe l’ideologia dello sviluppo. I suoi argomenti sono peraltro fattuali. Ma altrettanto fattuale sarebbe una serie di contro-argomenti. I benefici del neo capitalsimo negli stessi anni 1970. I privilegi previdenziali e assistenziali che il capitalismo ha assicurato per tutto il Novecento e la prima decade del Millennio, malgrado la crisi fiscale dello Stato. E malgrado la globalizzazione, che pure impose licenziamenti in massa in Europa e negli Usa. Il “never had it so good” delle presidenze Clinton, con la coda che è finita nel crac bancario.  Mentre le incognite sono di altro tipo. Gli armamenti naturalmente, di cui si tace. E la demografia in primo luogo, che privilegia l’Asia, e in subordine l’Africa.
“La crisi del capitalismo democratico” è il secondo saggio della raccolta, più convincente. Ma, anche qui, parlare di fine dell’Europa piuttosto che del capitalsimo sarebbe più appropriato. Del continente europeo e della cultura morale e civile che ha imposto fino ad ora. I paesi capitalisti sono in via di deindustrializzazione, argomenta Streeck. Ciò non è vero, l’accumulazione è sempre privilegiata, anche nei paesi di vecchia industrializzazione. Non è però più un modello, e sempre meno lo sarà: meno giustizia sociale, cioè più accumulazione, ma non redistributiva - un capitalismo che non è più otore ad autoalimentazione.
Nelle interviste che hanno accompagnato l’uscita del volume Streeck parla di crisi da overdose. E questo può essere vero, ma allora per eccesso di accumulazione. Restrittiva in Europa, ma ancora accrescitiva nel vecchio Terzo mondo, grazie alla globalizzazione.
Wolfgang Streeck, How will Capitalism End? Essays on a Failing System, Verso Books, pp. € 27


martedì 11 luglio 2017

Il mondo com'è (309)

astolfo

Aggiotaggio - Fu l’equivalente della finanziarizzazione un secolo fa, con i profitti di guerra e l’economia speculativa che presiedette al dopoguerra, fino al crac del 1929. Il falso boom anche allora cominciò con le materie prime. E con i finanziamenti farlocchi, a cui si convitavano i risparmiatori ingenui col miraggio del grande guadagno.

Capitalismo – La fine si annunciava a periodi sempre più brevi, fino alla caduta del Muro. Poi più nulla – anzi, ci fu chi, Fukuyama et. al., sanzionò l’avvento del capitalismo e la fine della storia. Ora, dopo un venticinquennio Wolfgang Streeck la riannuncia, per suicidio: per overdose. Ripubblicando il saggio del 2014, “How will Capitalism end?” con altre considerazioni in un libro. Streeck è uno della neo “New Left Review” anni 1970, quelli della fine a ripetizione del capitalismo, sulla linea Terza Internazionale-“Manifesto” – questa fine del capitalismo aveva peraltro già tratteggiato nel 2012 in “Tempo guadagnato”. Ma anche senza essere cattivi si potrebbe dire lo stesso: il capitale fa indigestione, potrebbe morire per ingordigia. Come e perché ognuno può vedere.
I bilanci si fanno  troppo in favore di azionisti e manager, il lavoro ha parte sempre più ridotta. Il lavoro non serve più a distribuire il reddito ma, al contrario, ad accumularlo. Restringendo la ricchezza invece di moltiplicarla, o aumentandola al minimo. Limandone o eliminandone gli effetti diffusori. Questo è avvenuto nei due falsi boom che hanno portato alla crisi del 2007: quello delle dot.com o dei Nuovi Mercati, e quello dei mutui sul nulla. E si è aggravato, se si può, nella lenta ripresa di questi anni: i poveri, cioè la massa dei consumatori, si impoveriscono sempre più. Il lavoro, il maggior diffusore del reddito, si vuole precario e sottopagato, anche a costo dell’efficienza o applicazione. La riforma delle riforme di cui i media, forse volenterosi esecutori, si fanno megafono, è la desindacalizzazione totale del lavoro, e anche la delegificazione: il lavoro come una merce qualsiasi, da usare, rifiutare, buttare. Il maggiore redistributore del reddito, e quindi, si penserebbe, l’anima del mercato, avvilito e possibilmente annichilito. Di un mercato non nell’accezione odierna, della singolare legittimazione della speculazione, la prima volta nella storia  - ma questo dell’opinione è un altro capitolo, acritica o surrettiziamente schierata che sia..
Specie negli Usa e in Europa, Germania in testa, le grandi masse del lavoro annaspano, i benefici si concentrano. È un capitalismo che crea povertà, e la diffonde. Ciò porta a un rigetto politico, ma anche a una inevitabile implosione: a chi venderà il capitale le sue merci, le case, che fanno girare i soldi, le macchine, le vacanze?
L’Italia è nella posizione peggiore in Europa, stando ai parametri del capo economista della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, Sergey Guriev, le cui conclusioni Federico Fubini anticipa su “L’Economia”: nei primi cinque anni della recessione, al 2012, il reddito del decile più povero degli italiani si è contratto del 27 per cento, mentre il decile più ricco ha contenuto la caduta al 4 per cento. Ma l’effetto è ben visibile in Gerrmania, mascherato da 7 o 8 milioni di finti redditi da mini-job, a 400 euro al mese, che un sindacato compiacemte avalla come retribuzioni (dimezzano l’indice della disoccupazione). O negli Usa, che negli anni di Obama sono diventati il paese del secondo e terzo lavoro, uno non bastando per sopravvivere.
Bisognava scendere col costo del lavoro e la desindacalizzazione al livello della Cina e dell’India. E ci siamo abbondantemente, in termini di valore del salario, o del suo potere d’acquisto. Ma anche in quei paesi delle grandi masse la produzione viene legata alla produttività, che in qualche misura viene premiata in forma di salario. Né Cina e India sono tutto: sono parte del mercato, e potrebbero non condizionarlo. Se non si volesse. Si fa grande spreco, specie nei media, della globalizzazione come un totem. Inattaccabile, insostituibile. Mentre la verità è che al di fuori dell’Asia comunista e bonaparatista non c’è certezza. L’Africa e il Sud America non la garantiscono. La globalizzazione è il “patto di Tienanmen”: io non mi immischio, voi fatemi guadagnare”. Virtuale ma ben reale: il mercato globale è legato ai regini bonapartisti o comunisti, in Cina e in Vietnam, o in Malesia e in Thailandia. Nonché, senza la frusta, nella stessa composita India, dalle tradizioni insuperabili-  

Capitolazioni – Ricorrono nella storia del colonialismo come sinonimo di sudditanza. Della prevaricazione dei paesi coloniali spinta all’imposizione di un regime legale estraneo, il proprio, ai paesi di cui non avevano il controllo diretto. L’argomento che allora introduceva i tribunali nazionali, o regime delle capitolazioni, era diversa, e non illogica – facendo la tara, se si potesse, del peso politico: erano la protezione del più debole. In questo senso sono state introdotte ultimamente in Gran  Bretagna le giurisprudenze e le procedure speciali, in fatto di diritto di famiglia e di successione, per la “minoranze” etniche, cioè per le comunità che intendono far valere un diritto proprio. Non si tratta in questo caso di capitolazioni, i tribunali etnici non sono introdotti in forma d capitolato, negoziati tra potenze, di cui una più potente, ma di concessione dello Stato sovrano. La sostanza è però quella.
In questo senso argomenta Ungaretti ad Alessandria d’Egitto nel 1931: “Una cinquantina d’anni fa furono fondati i tribunali misti. C’erano qui tribunali misti anche al tempo dei Tolomei. Il tribunale misto è un istituto che modifica in modo generoso il regime delle Capitolazioni. Non si creda che le Capitolazioni siano un sopruso, un istituto imposto dal più forte al più debole. Esse partono invece dal principio della salvaguardia del diritto del più debole, stipulando che l’attore dovrà chiedere giustizia al magistrato del convenuto. I tribunali misti sono chiamati a giudicare nelle liti di diritto civile e commerciale, tra Egiziani e stranieri, e tra stranieri di diversa nazionalità. Fanno parte del tribunale misto giudici egiziani e giudici di tutte le nazioni europee che qui hanno interessi”..

Impero britannico – È opera, si può dire, di Disraeli, il politico romanziere – fu lui nel 1876 a offrire alla regina Vittoria, con apposita legge, il Royal Titles Act, il titolo di Imperatrice delle Indie.. Quando nel 1870, dopo l’inaugurazione del Canale di Suez, il Khedivé indebitato mise in vendita la sua quota della società finanziaria del Canale, e le offrì al suo socio nell’impresa, la Francia, la riposta di Parigi, indebolita da Bismarck, fu negativa. Frederick Greenwood, un giornalista, ne informò il Foreign Office, tenuto da Lord Derby. Lord Derby, in ritiro dalla politica attiva per la salute malferma, esitò. Il primo ministro Disraeli invece no. Il Parlamento era chiuso, e senza il consenso parlamentare non poteva prevelare dal bilancio i quattro milioni di sterline necessari all’acquisto della quota del Khedivé, il 44 per cento..Disraeli coinvolse allora i Rothschild, nella persona di Lionel di Rothschild, che accettò di favorire l’operazione con jun finanziamento ponte. Dieci anni dopo la Gran Bretagna occupava l’Egitto.

Islam- Il radicalismo si vive come una novità, dopo le diffuse omogeneizzazioni dell’islam in tutte le sue espressioni in tutte le aree, in Africa, in Nord Africa, in Medio Oriente, in Asia, in un occidentalismo universale – c’è stata a lungo nella guerra fredda, consegueenza della vittoria sull’Asse, la percezione diffusa, acritica, sia all’Ovest che all’Est, che il cammino della storia fosse uno solo, quello che si instaura con la rivoluzione francese, una sorta di universalismo dei diritti umani e civili. Mentre è una costante della storia. Il colonialismo, anche solo culturale, dell’Occidente no, non è radicato: è un fatto storico, ed è defunto. Il radicalismo è invece connaturato all’islam, nel concetto di guerra santa. Ed è un fatto storico costante, conclamato. Anche nelle forme estreme. I volontari del Califfo erano Assassini al tempo del Vecchio della Montagna, Giannizzeri nell’impero turco,.specializzati nel rapimento di bambini cristiani per convertirli, fanatizzarli e farli giannizzeri a loro volta. La guerra santa è di tutti i santi uomini, non dei capitani di ventura.  

astolfo@antiit.eu 

Ammuìna anti-europea

Torna il fiscal compact, che costò il governo a Berlsuconi, che vi si ribellava, e all’Italia la più grave crisi, politica ed econoimica.Ma senza prendere atto che esso fu imposto da Merkel e Sarkozy, non è un regolamento del don Abbondio Juncker.
È un concetto sano di politica economica? La Francia ha sempre derogato. E la Germania non ha eccepito. Mentre attaccava l’Italia, con la Bundesbank, il ministro delle Finanze, e la Deutsche Bank, fomentando una cornice di opinione pubblica odiosa – si sono dimenticati i continui richiami (pressanti inviti) all’Italexit.
La virulenza e la reiterazione degli attacchi tedeschi contro l'Italia, e di Sarkozy, ha portato il debito italiano al rating  di quasi spazzatura. Al livello del Lesotho, peggio del Venezuela. La settima o ottava più grande economia del mondo. La seconda potenza industriale europea, dopo la Germania che ha un terzo di popolazione in più.
Il complesso dell'ex comunismo - la sudditanza ai più perversi interessi e schemi della speculazione - è costato molto all'Italia, e costa ancora molto. Per lo spread, e per tutti i problemi che l’Italia sopporta per non avere più leverage intenazionale.
Renzi fa ora sul fiscal compact  un po’ di antieuropeismo perché questo i sondaggi vogliono. Come è nella sua natura di democristiano, di ipertatticismo. Come se avesse davanti degli stupidi, in Italia e in Europa. La questione verrà sommersa nell’Europa a due velocità, che Merkel ha posto in agenda e resusciterà dopo la rielezione a settembre. E allora, povero Renzi? Annasperà per tenere l’Italia nel primo girone, accontentandosi della museruola, sotto l’ammuìna.
Dice: la politica estera è inutile. Infatti, non sarà la politica estera, purtroppo, a salvare l’Italia. Ma uno non sta in Europa, un mercato, un popolo, lamentandosene. Si può anche essere afoni, se non per urla inconsulte. Ma bisognerebbe almeno ascoltare quando l’Europa parla: chi ci ha fatto le leggi bancarie, il bail-in, il fiscal compact, chi ha imposto l’accoglienza agli immigrati?

Il Partito dei Dichiaranti

Lo Ius soli dopo la riforma costituzionale: leggi dovute inabissate. Per l'imperizia politica dei Democratici, che se ne fanno portabandiera esclusivi. Degli ex Pci come degli ex Dc. Non si può nemmeno gratificarli di  una furbizia surrettizia, poiché con le leggi sconfitte perde lo stesso Pd, oltre che l'Italia.
Si chiude una legislatura rubata dal Pd, con l’arroganza degli “eletti”, non dal popolo, con un bilancio di fallimenti: il bulldozer della superbia, dei belli-e-buoni della Repubblica, ha spianato tutte le buone intenzioni. A cominciare dal Pd. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’autocompiacimento – autoreferenzialità - dei media: è sempre lo schema del Pci plagiato da Scalfari. Una macchina che pretende di correre, ma a sbattere.
Mezze figure dibattono come se fossero uomini di Stato. E sempre ultimativi su ogni questione. Il dibattito nobilitando in correnti - di pensiero, di potere. Mentre sono solo dei dichiaratori, buoni per la cronaca politica che li consuma - “ci dica una cosa contro per fare il titolo”.

L'infelicità non smonta Rousseau

A fine 1757 Rousseaulice decide di scrivere all’amata Sophie d’Houdetot, madre e moglie felice, un trattatello sulla felicità, in forma di lettere. Un progetto del genere da parte di un pessimista radicale – o Rousseau è un ottimista, radicale? – promette bene. Ma dopo poche schermaglie l’assunto è dimenticato. La felicità, parte Rousseau col dire, è materia fertile di filosofia. Ma con un handicap: “Ognuno insegna agli altri l’arte di essere felici, nessuno l’ha trovata per se stesso”. L’infelicità viene dall’essere estranei a se stessi. E qui finisce il trattato. Anzi no. Finirà col consiglio della solitudine. Temperata – altra perfidia? – dale opere di bene. L’asunto è dimen ticato dopo alcune pagine di ghirigori su amore e virtù, da libertinismo settecentesco, e l’assicurazione: “Sarò più felice che di avervi posseduta”.
Questa speciale galanteria non è tutto. L’egotista qui, semmai si potesse, abusa di se stesso. “Provo in me l’invincibile impulso del genio”, si assicura, subito dopo essersi complimentato per l’assalto fallito. Si sorpassa, come si dice: non c’è complimento che si risparmi – a se stesso. L’amata ne è solo afflitta, come falso scopo. Con una lingua però, malgrado il compiacimento, tagliente. E con  due punte memorabili, che costituiranno il fulcro della “Professione del vicario savoiardo”, al libro IV dell’ “Emilio”, qui in forma molto espressiva se non controllata.
In quatro righe sono liquidati Berkeley, d’Holbach, Malebranche, Diderot, Leibiniz. Per il vizio dei filosofi , nei termini derisori già di Cicerone e Descartes (“Non c’è massima assurda che qualche filosofo di fama non abbia avanzata”): “L’uno ci prova che non c’è corpo, l’altro che non ci sono anime, un altro che l’anima non ha alcun rapporto con il corpo, un altro che l’uomo è una bestia, un altro che Dio è uno specchio”. Sulla solitudine, anche, la riflessione non è scontata, anzi ha punte acuminate. Come autodifesa. Come mezzo per raggiungere il meglio di se stessi, se c’è.
Il commento e le note d Cyril Morana all’edizioncina francese arricchiscono il trattatello coi debiti di Rousseau verso Seneca e Descartes, col rapporto critico nei confronti di Montaigne, e col russovismo dell’etica di Kant.
La felicità? È all’inizio della seconda lettera, l’inizo della riflessione: “L’oggetto della vita umana è la felicità. Ma chi di noi sa come giungervi?”. Con un abbozzo svagato di una sorta di teoria della dissipazione. Un’anticipazione, volendo, di Bataille. Ma più stoica che cinica, Rousseau si lamenta molto ma non è temperamento depressivo.       
Le lettere non saranno pubblicate prima del 1888. Sulle brutte copie conservate dallo stesso Rousseau. Sophie, pure tanto  cara, le aveva dstrittute, quello era un periodo di scandali a sucessione per il futuro “vicario savoiardo”. Ma non c’è nulla di personale – eccettuato il rifiuto di Sophie a essetre “posseduta”. Ci vuole ben altro che il rifiuto di un amplesso per smontare Rousseau.
Jean-Jacques Rousseau, Lettere morali, Marietti, pp. 128 € 17
Lettres morales, Mille-et-une-nuits, pp. 77 € 2,50

lunedì 10 luglio 2017

Problemi di base protezionisti - 343

spock

È più  protezionista Trump o Merkel?

Più gli Usa, che alimentano la ripresa con un grosso deficit, o la Germania, che se ne approfitta per i suoi comodi?

Protezionista da protezione: di chi?

È una cosa tipo mafia?

Nel senso che ci protegge, o che si protegge?

Non ci sono più chiocce nel pollaio?

Chi più protettiva di Angela Merkel?

La Germania si protegge con la qualità: della protezione? 

spock@antiit.eu

Il pugno chiuso dei Faraoni

È il “Quaderno egizianio 1931”, le annotazioni di Ungaretti nei tre mesi estivi che passò in Egitto,  vent’anni dopo aver lasciato la natia Alessandria, a vent’anni. Riorganizzato e pubblicato nel 1959. Un libro di viaggio di rara intensità, una piccola grande cornucopia per il lettore.
Un taccuino anche di viaggio, ma soprattutto una “scoperta” dell’Egitto, che ancora resta da fare – Ungaretti è andato più a fondo e oltre. Viaggiò con gli occhi aperti da subito, già sul “bastimento di lusso”  Esperia, le cui architetture riporta a Borromini. O dal visto che il consolato a Roma non può “assolutamente” dare giacché è in festiìvità, il Bairam islamico – ma da Napoli, forse…. Tra cose viste, testimonianze affidabili, ricordi, riflessioni, la civiltà egiziana staglia insondabile: africana, ieratica, mortuaria, duratura – la più duratura. “Nel pugno chiuso, nel volto assoluto, nella pesantezza della nudità, nel passo deciso dei Faraoni”. Partendo à rebours dall’ellenizzazione che Alessandro Magno impose, all’Egitto e al mondo conosciuto fino all’India, “la prima avventura dell’Occidente”, “il miracolo dell’ellenismo”. Di cui Alessandria sarà la “caldaia”.
Sa la forza dell’islam. L’illusorietà della modernizzazione, soprattutto della donna, dell’abbigliamento femminile. Fa in anticipo sulla storia successiva la differenza tra l’Egiziano e l’Arabo – e il Copto. Sa già, in dettaglio, le insidie del “mercato” – la speculazione si diceva aggiotaggio. Affascinante la breve storia degli italiani in Egitto, compresi il padre e lo zio, quando l’emigrazione si faceva al rovescio. Gli eccentrici fratelli Thuile, letterati di buona stoffa che anche la francia ha dimenticato. La libertà già allora schermo dell’oposizione alla modernizzazione, cioè alla laicizzazione dello Stato.
Giuseppe Ungaretti, Il deserto

domenica 9 luglio 2017

Ombre - 373

“La Lettura” incorona un benemerito africano collezionista di arte africana. Da cui si fa dire: “Non c’è niente di più razzista che pensare che l’élite Africana sia un problema per l’Africa” – ci sono buoni e ci sono cattivi, etc., in Africa come nel mondo. Il collezionista è figlio di un “ricchissimo uomo d’affari Congolese”, e genero di Eduardo Dos Santos. Che è il “presidente” dell’Angola dal 1979, recordman mondiale e storico per una carica elettiva.    
   
Profusione d’immagini lusinghiere di Angela Merkel sui media italiani. Gli stessi che abominano i politici italiani. Effetto di un ufficio stampa abile. Ma molto conta un complesso d’inferiorità. Verso la Vw e i tostapane ma non solo. Verso i frigoriferi, che sono peggiori, verso le lavastoviglie e gli aspirapolvere, id., e persino verso i formaggi tedeschi, che non ci sono. Verso una Germania che s’intende correttiva – diciamo maestra di scuola. Il fascismo malattia morale degli italiani è ben vero, bisognerà dare ragione a Croce.

“L’Espresso” incorona Macron nuovo Napoleone. Di quali armate? È l’anti-Le Pen ma ha avuto la metà dei voti di Chirac in analoga posizione quindici anni fa – è vero che Chirac era alto1,90 (Macron sarà piccoletto?).
È vero pure che macron è grande in greco. E sponsorizza il rugby italiano – quello ammesso al Sei Nazioni per raccogliere ogni anno il cucchiaio di legno.

Il sindaco di New York De Blasio ha volute partecipare al G 20 a Amburgo. Con i contestatori.
Sarà l’altro Trump, democratico? Gli Stati Uniti sono già alla fase dell’autocontestazione. Senza avera avuto un Cristo di mezzo.

“A Damasco la Russia ha già vinto”, riconosce Michael Walzer, lo studioso delle guerre, sul “Corriere della sera”. Ma non dice che ha vinto una guerra di Obama, e delle petromonarchie arabe che stavano dietro le primavere. L’Occidente al carro del cosiddetto sunnismo islamico resta un mistero. Affare di soldi non è, l’Arabia Saudita è perfino indebitata. Siamo “fratelli” coi sunniti?

“La questione delle interferenze russe nella nostra politica è qualcosa che ancora non capiamo”, dice anche Walzer a Viviana Mazza. Il complotto è il complotto.

“Per i medicinali approvati dalla Federal Drug Administration (Usa) tra il 1980 e il 2000, ci sono voluti una media di 27 anni dopo l’approvazione  per raccogliere abbastanza dati per determinare se erano sicure per le donne in gestazione”, “The Atlantic”. Dopo l’approvazione….

“Il messaggio del papa è forte ma la chiesa è fragile”, decide Andrea Riccardi sul “Corriere dela sera”. O non voleva dire il contrario? I papi passano.

Questo papa ha dato le finanze a persone inaffidabili a prima vista. Dai quali ha fatto diffamare Bertone. Ha personalmente diffamato cardinali e vescovi, immedesimandosi nel lato minore del “Giovane Papa” di Sorrentino. Ha lasciato diffamare con Bertone il Bambino Gesù, l’ospedale. San Francesco non l’avr ebbe fatto, lui era diretto.
Questo papa sembra il gesuita della polemica antigesuita. Che quindi non è una macchietta.

Si scorre il “Nyt”, la “Wp” online, il “New Yorker”, “The Nation”, “The Atlantic”, che sparano quarto e cinque articoli contro Trump. Ogni giorno, da mesi. Poi, in breve, annotano: “L’economia americana ha creato 222.000 posti di lavoro lo scorso mese”. E magari aggiungono che il governo è preoccupato per gli effetti depressivi della globalizzazione sui salari. Qual è la notizia?

Sedici anni ci sono voluti perché Rocco Loreto, di Castellaneta, la città di Rodolfo Valentino, avesse giustizia. Estromesso dalla politica con la diffamazione, per la quale ha intentato il processo. Non un politico da poco: sindaco tre volte, senatore tre volte negli intervalli,firmatario di leggi importanti, stimato da Mattarella. E allora, perché tanto ritardo? Perché chiedeva giustizia contro due giudici. Matteo Di Giorgio, ora condannato a dodici anni. E Woodcock, che invece non è stato condannato, e nemmeno censurato.

Di Loreto non avremmo saputo se Carlo Vulpio non ne avesse parlato sul “Corriere della sera”. Ma, poi, la cosa è finita lì.

Il portiere Donnarumma, diciotto anni, ha firmato col Milan l’ingaggio record per un calciatore italiano – guadagna quanto i due argentini dela Juventus. Con un club che non ha una proprietà certa: è cinese, ma forse no. Certa è l’indisponibilità di capital, questo Milan spende sold non suoi.  Che in più ha garantito al fratello di Donnarumma un ingaggio come portiere di riserva a un milione l’anno, il sesto o settimo portiere più pagato della seria A.
È Milano? È la Cina? In che posto sono Milano e la Cina nella classifica dell’onestà?

Appena sentito di Donnaruma e il Milan, il Real Madrid, afferma la “Gazzetta delo Sport”, ha rilanciato offrendo un contratto a due fratelli del portiere. Dove si dimostra che in effetti Napoli è sempre spagnola, un po’.

Un anno e mezzo di attacchi della Cnn, come degli altri media Usa, contro Trump. Poi Trump posta due cattiverie contro Cnn, per imbordellire la situazione – “Non mi criticano, mi attaccano”. E l’emittente lo invita alla moderazione, lamentandone “un comportamento adolescenziale molto al di sotto della dignità del suo incarico”. Dopo avere licenziato in tronco tre reporter anti-Trump.
La dignità dell’incarico è prenderle sul muso immobile. La dignita dell’emittente è di fare retromarcia al primo ringhio. Libertà? Di cosa?
Una stampa che attacca un presidente è cosa normale, il potere è brutta bestia. Ci guadagna anche, in prestigio e in diffusione. Un presidente che attacca la stampa, e ci guadagna, è una novità. La storia va al rovescio?

Si ricicla periodicamente la storia dei 12 mila, o 15 mila?, minori sbarcati, sottintendendo un traffico di organi o di pedofilia. La cosa giusta no: che sono sbarchi clandestini, di ragazzi e donne sole, per il motivo che l’Europa stolida ostacola i ricongiungimenti familiari. A cui un onesto lavoratore, che può mantenere la famiglia, avrebbe diritto. A costi non esorbitanti e senza pericolo di vita. Ci sarà una Norimberga per questa Ue, che vuole gli immigrati bestie da sfruttare.

La verità sta nelle nuvole

“È difficile capire come l’universo fisico potrebbe produrre entità astratte come le regole e poi sottomettersi all’influenza di queste regole, in modo tale che, a loro volta, queste regole esercitino degli effetti realmemte palpabili sull’universo fisico”. Non c’è un modello per arrivare a una certa determinatezza dell’indeterminato, che è la via maestra della conoscenza e della scienza, e Popper prova a costruirne uno. Nel 1965 tira le somme della sua indagine metodologica sulla scienza della verità con due proposte “risolutive”, la razionalità e la libertà radicando in un approccio rivisto dell’eoluzione, e il “problema dell’induzione”, ossia della conoscenza, risolvendo nella “conoscenza congetturale”.
È “Objective Knowledge: An Evolution ary Approach”, di cui questi due saggi sono la parte centrale. Il titolo, “Nuvole e Orologi”, se non è altro, è stato fortunato: Ligeti ci compose su nel 1972 una partitura. Ma questo è anche il nodo centrale della riflessione di Popper: il rigetto dell’induzionismo “classico”, da Hume a B.Russell, per il metodo detto della “falsificazone empirica”: la verità viene fuori, per tentativi ed errori, dalla falsificazione.  
Le nuvole sono il mondo indeterminato, gli orologi quello determinato. Popper centra su queste due figure il “Saggio sul problema della razionalità e della libertà nell’uomo” che apre la breve silloge. Completandola col problema dell’induzione, “Conoscenza congetturale: la mia soluzione del problema dell’induzione”, da ammiratore di Peirce – in parallelo con Umberto Eco (con altra profondità) ma senza incroci. I due scritti centrati sul determinismo - “Il determinismo, la libertà e la razionalità” è il sottotitolo del compilatore, Massimo Baldini – sono estratti dalla raccolta “Conoscenza oggettiva”, che comprende gli scritti del 1965 e altri.
Il determinismo è sempre quello di Leucippo - e di Democrito: “ Nessuna cosa accade senza ragione e senza causa, ma tutto accade per una ragione e di necessità”. Di Hobbes, Spinoza, Kant. Della scienza, fino a Einstein. Ma sempre singolarmente teistico, appeso a una iperscienza che si allinea in Dio. Al principio teologico del Dio onnipotente e onnisciente.
Indeterminista è la tradizione greca “centrale”. Omero ha un Olimpo di scemotti. Platone ha Di artigiano. Aristotele il motore immobile, senza più causa né fine. Popper, l’epistemologo, è ovviamente per l’indeterminismo fisico. Ma corretto con “l’asserzione  l’indetermnismo non è sufficiente”. Ci sono regolarità. E, viceversa, resta da “capire in che modo cose non fisiche quali  i propositi, le deliberazioni, i piani, le decisioni, le troeir, le intenzioni, e i valori possano giolcare una parte nel determinare i mutamenti fisici nel mondo fisico”.
La soluzione che Popper propone la chiama “postulato di Compton della libertà”. Arthur Compton, fisico, autore di “The Freedom of Man”, 1935, è il riferimento di Popper per tutto il saggio-lezione, una “Arthur Holly Compton Memorial Lecture”, alla Washington University. Essa “deve spiegare la libertà, e deve pure spiegare come la libertà non sia piuro caso, ma piuttosto il risultato di un asottole interrelazione tra qualcosa di pressoché casuale o fortuito e qualcosa come un comntrollo restrittivo o selettivo – come per esempio un fine, uno standard – sebbene non si ttratti di un controllo rigido e ferreo”. L’abbozzo di un diverso indeterminismo, “a interruttore centrale”. In una diversa, e un po’ legnosa, teoria dell’evoluzione: una conclusione in realtà “aperta”, problematica. S olo meglio approssimata dell’indeterminazione quantistica, che conduce al caso più che alla libertà, e alla decisione improvvisa più che deliberata – ed esclude la volizione.
L’induzione riprende dalla critica all’empirismo di Bertrand Russell – e di Hume: dalla “demolizione humiana dell’empirismo”. E restaura col procedimento per cui è famnoso, della “falsificazione”.  
Karl Popper, Nuvole e orologi, Armando , pp. 103 € 10