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sabato 2 novembre 2019

Secondi pensieri - 399

zeulig

A. I. – Cinquant’anni dopo Kubrik, “2001, Odissea nello spazio”, siamo a Hal, all’uomo che vuole dialogare col computer. Ma ne siamo ancora lontani.
La vita risentiamo già regolata dall’algoritmo. Buono (servizievole) è cattivo ( imposto) già oggi. Google è un aiuto incredibile, straordinario, il navigatore-ricercatore. La medicina è migliorata molto, la chirurgia e la diagnostica. La banca è sveltita. E il commercio è moltiplicato – se è un bene, anche perché complica i modi di vita, e in vari modi li rincara. Ma allo stesso tempo l’algoritmo impone, sotto forma di aiuto, suggerimenti e proposte invadenti e faticose. Costose nella costante promozione, o creazione di desideri e bisogni. Senza contare la registrazione che si fa dei più vaghi impulsi o curiosità. Oltre che dei movimenti, anche i più casuali, di ognuno. L’onnipresenza, la sorveglianza.
L’Intelligenza Artificiale ha creato il Grande Occhio e il Grande Fratello, fuori dalla fantascienza. Senza liberarci dalla coscienza, sia pure essa cosiddetta.

Autenticità – È il concetto – parola, senso – sonoro meno autentificabile: definibile, accertabile, oggettivabile. È anzi parola e concetto autenticamente (essenzialmente) indefinibile – “contrada pur ancora e comunque ignota” dice lo stesso Heidegger, che ne fa uso a ogni pagina e anzi a ogni riga. Relativo a che cosa, consistente in che, misurabile come?
È la parola e il concetto chiave, ricorrente, comune alle due, o tre, epoche del suo pensiero, di Heidegger: Heidegger o dell’autenticità. Che perciò è vago – poetico – anche quando è polemico, vuole essere cattivo. E scende o si confonde col comune, col villaggio, con la montagna, con la politica, con la politica universitaria, con le amanti, o il matrimonio aperto. È una ricerca che si può fare, un valore di cui ergersi difensori, da traditori, fedifraghi, e nazionalisti persecutori? Autentico è, può essere, anche il tradimento e l’odio.

Erotica – In Italia è genere di donne. Un catalogo del sottogenere, in vendita outlet o remainders, elenca solo autrici: Cao, Mazzuccato, Lojodice, Morsi, Notarbartolo, Pavani, Rocca, Rizzi, Ferraris, Rigamonti, Scanavini, Melissa P., Una Chi, una buona dozzina. È fantasia femminile e non più maschile. Non ci sarà più un erotismo per gli uomini?

Presente – Lamenta lo scrittore Scurati sul “Corriere della sera” “l’infecondità” della sua generazione, di quaranta-cinquantenni, la Generazione X, oggi “padri senza figli”: “Abbiamo vissuto solo nel presente”. Cioè non abbiamo vissuto: la smania di vivere il momento è il niente. Lo scrittore trova dei colpevoli: “Siamo cresciuti tra il nichilismo punk anni 70 e quello neo liberista anni 80”. Che però hanno prosperato, magari sotto altre maschere, e prosperano. L’infecondità è legata all’attimo: al cogli l’attimo, la filosofia del “doman non c’è certezza”. Senza futuro non c’è presente, e senza passato - il presente è transeunte, è già dopo, con molto prima.

Sorveglianza – Siamo definitivamente nella “età della sorveglianza”, o del controllo, occhiuto, invasive, penetrante, costante. La dizione è già nel linguaggio comune americano, avendo rapidamente soppiantato quella di “età dell’Ict” o “dell’informazione”.
È oggi e non nel Sette-Ottocento di Foucault la “vera società” della sorveglianza. Non della sorveglianza come atto punitivo, ma come atto comune, corrente, commerciale, “naturale”.
Questo esito è meno curioso di come appare. Si è già teorizzato, è l’evidenza, un “capitalismo della sorveglianza”. Etichetta di Shoshana Zuboff, la maggiore esperta di psicologia sociale, emerita a Harvard. Come la mente (l’amicizia, la parentela, gli interessi culturali, gli hobbies, il lavoro e il tempo libero, l’occupazione e lo svago, gli affetti e le passioni) è sfruttata per carpire dati. Un procedimento che a sua volta reagisce sulla mente, condizionandola, cambiandola, anche rapidamente, anche radicalmnete. Un’architettura globale di sorveglianza. Non poliziesca, commerciale. Ma tale da indurre poi i comportamenti, in automatico o quasi, invece che sanzionarli. Ubiqua, altra novità, continuativa, senza soste. E invasive, senza eccezioni o riguardi.
Deleuze lo antivedeva, che nel 1990, quindici anni dopo Foucault, “Sorvegliare e punire”, teorizzava in un prossimo future, a seguire sulla “società dei consumi” e la “società dell’informazione”, quella del controllo. “Poscritto sulle società di controllo”, pubblicato prima in “L’autre Journal”, poi in “Pourparler”, 1990. Ma siamo con lui ancora nei luoghi tipici del controllo, foucaultiani: famiglia, fabbrica, scuola, caserma, carcere. Il capitalismo della sorveglianza è diverso: è un investimento, in un bene o merce. Un terreno di confronto-scontro: a chi sorveglia meglio. Una sfida anche, come le vogliono i teorici del capitalismo. A chi sorveglia meglio, con più competenza: invasività nel caso, più sottile, più coinvolgente. Quella sulle “amicizie”, personali, politiche, è la più sopraffina. Per ora. Quella sugli interessi anche, culturali, professionali, di semplice curiosità. Quella sulle frequentazioni, sia pure casuali, pure, da rabbrividire.
    
Varietà – Si viaggia spesso, e si cambia bar, ristorante, gelateria. Ma si prende sempre lo stesso caffè, anche se non si vuole, o non si vorrebbe. Si fuma sempre la stessa marca di sigarette. Si ordinano sempre gli stessi gusti di gelato. E dei tanti viaggi si ricorda sempre meno: sono una pausa. Soprattutto non si rivedono le foto e i selfie che incontinenti si sono fatti. Siamo più abitudinari o più variabili, curiosi, sperimentatori? Più stabili o più instabili. Stanzialità, nomadismo. Lo stesso come coerenza, costanza, fedeltà, monogamia, o i loro opposti. Sono polarità. Ma l’uno meritevole, o pieno di grazia, e l’altro no? O modi di essere, transeunti?

zeulig@antiit.eu

Un vuoto pieno d’amore

A prezzo d’affezione, il “Corriere della sera” avvia in edicola la celebrazione dei dieci anni della morte, l’1 novembre 2009, di Alda Merini, la poetessa che Milano ha eretto a suo nume, con tomba nel Famedio del Cimitero Monumentale, una casa museo, e l’intitolazione di un ponte sui Navigli. Con una introduzione nuova, di Aldo Nove, il titolo è della raccolta curata nel 1991 da Maria Corti per Einaudi, che sancì il ritorno di Alda sulla scena letteraria milanese, dopo una serie di internamenti manicomiali nella stessa Milano, a partire dal 1965. E la pausa tarentina, con  matrimonio d’amore.
Nel 1984, a 53 anni, Alda Merini si era autoesiliata a Taranto per sposare Michele Pierri, 85 anni. Culminando una storia d’amore di quattro anni: un rapporto telefonico, quotidiano, per il comune vizio della poesia. Non un matrimonio di folli. Pierri, napoletano, nipote e allievo del medico santo Giuseppe Moscati, era a Taranto un personaggio: carcerato per antifascismo, poeta religioso apprezzato (da Ungaretti, Pasolini, Betocchi, Caproni, la stessa Corti). chirurgo innovativo e primario dell’ospedale. Nel 1987 Alda Merini era tornata a Milano, lasciando Pierri malato terminale (morirà l’anno dopo). Nella sua città aveva però avuto altri due anni di difficoltà, vivendo quasi da barbona.
Esula dalla raccolta ogni riferimento della poesia di Ada Merini alla speciale condizione mentale, giusto l’imperativo con cui Maria Corti la apriva nel 1991: “Nell’attule incombente cultura dello spettacolo è necessario resistere alla tentazione di dilatare leggende che fioriscono sulla follia, il disordine mentale, l’orrore quotidiano come miti dell’immaginario”. Corti preferiva dire il “fenomeno Merini” di “poesia istintiva ed epifanica” – “ha preso l’abitudine di scrivere di getto”. Ma sarà necessario, e sicuramente significativo, esplorare anche nel caso di Alda Merini il bisogno e la capacità spontanea di poetare di certi “disordini” mentali, di una speciale capacità di linguaggio, di parole e immagini e ritmi evocativi. La stessa Corti non vi si può sottrarre: “La Merini scrive in momenti di una sua speciale lucidità”. Anche se riduce la follia a condizione manicomiale, e il suo effetto poetico alle immagini provenienti “spesso da luoghi frequentati durante la follia”, al rifiuto e al dolore di quella condizione.   
Non è il solo aspetto del “fenomeno Merini” che manca. Non c’è ancora un riesame critico, uno qualsiasi, della sua vasta e varia opera. Si continua a leggerla nel segno della curiosità, benché diffusa e costante: un approccio sistematico ancora làtita. Alla riscoperta, dopo l’internamento e al ritorno da Taranto, c’è stato un forte plauso ma non un impegno critico. Maria Corti rimandava nel 1991 ad altro ambito “un saggio critico o un esame dell’eccezionale sistema metaforico della Merini”. Ancora si attende.
Nella raccolta è incluso anche il breve poema “La Terra santa”, estrapolato da una raccolta ben più densa con lo stesso titolo. Che rifletteva, insieme col poema propriamente detto, l’inferno del manicomio. L’obbrobrio del corpo, martoriato dagli elettroshock, dalla nudità, dalle manipolazioni dei custodi, degli infermieri: “Sono regina ma fuori dal mondo\ potrei essere morta”.   
La raccolta è invece proteiforme e tendenzialmente partecipe, se non entusiasta, proiettata all’esterno. Di storie per lo più, per lo più personali. Affettuosa, maliziosa, rispettosa, e non. Ci sono Manganelli, nume tutelare come Spagnoletti, ma più presente. Quasimodo, di cui Alda è stata un tempo collaboratrice e, lei lascia capire, amante, fervida, riconoscente. Emily Dickinson, per converso, “patentata quacquera”. E sul coté religioso, sempre attivo in lei, padre Turoldo, distante. E Padre Camillo” (da Piaz), anch’egli bellissimo uomo, come Turoldo.
Al contrario del titolo, Merini si direbbe – si voleva – piena d’amore. Per Manganelli, qui, sopra tutti – tutti i 36 amanti che vanterà. Nel 1947, a sedici anni, “snella e con gli occhi lucidi”, Alda “incontrò le prime ombre nella sua mente”, ricorda Maria Corti, “e venne internata per un mesetto a villa Turros”. In quei mesi la giovanissima Alda era ospite, condotta da Manganelli, nel pied-à-terre della stessa Corti. Per una visita? No, da tempo il sabato pomeriggio nella mansarda di Corti, o in pensioni compiacenti, Manganelli con la quindici-sedicenne ci faceva l’amore. Lei non se ne farà e non gliene farà una colpa – Lietta Manganelli, la figlia che Giorgio già aveva, la ricorda con affetto. Ninfa resterà a lungo – ancora nel 1954, di Alda a 23 anni Pasolini farà lelogio come della “ragazzetta milanese”. 
“Manganelli più di ogni altro l’aiutava a raggiungere coscienza di sé”, ricorda Maria Corti, e “la portò in esame da Fornari e da Musatti”, i due massimi psicoterapeuti milanesi dell’epoca – lei stessa, Maria Corti, portò Alda da Clivio (Cesare? Allora all’Ospedale Maggiore, clinica Malattie nervose). Oggi si manderebbero da Fornari e da Musatti, e da Clivio, Manganelli e la stessa Corti - se non direttamente al gabbio. La poetessa adulta potrà dire in “Alla salute”, la raccolta di versi e pensieri: “Alda Merini è stata in manicomio ma non è una pazza”.

Vuoto d’amore è quanto può lamentare una poetessa prodigio, premiata da Mussolini a dieci anni, riconosciuta dall’establishment milanese a quindici. E da esso spupazzata. Che finiva regolarmente al Paolo Pini, il manicomio, benché non avesse alcuna sindrome demenziale: così, perché era particolare – oggi, racconta il fratello al “Corriere della sera”, le sarebbe bastata una seduta da uno psicologo, al più una pasticca. 
Alda Merini, Vuoto d’amore, Corriere della sera, pp. 136 € 6,90

venerdì 1 novembre 2019

Problemi di base sapienziali - 519

spock


Non c’è rosa senza spine?

Non c’è pace senza guerra

Non c’è bene senza male?

Non c’è medico senza malato?

Non c’è giudice senza pena?

Non c’è amore senza odio?

Studio senza ignoranza?

Ozio senza fatica?

Bilancio senza tasse?

spock@antiit.eu

L’estremismo (non va) al governo

Una maggioranza estremista? Non ci può essere, non in democrazia. Quando c’è stata, nelle rivoluzioni,  o negli Stati Uniti con Trump, disorienta e fa danni.
È il problema della destra in Italia. Fuori dal governo, di cui però sarebbe oggi la titolare se si votasse. Fuori comunque dal governo perché non ha una leadership, ne ha una estremista: Salvini, che voleva fare un partito di centro, e in questo senso è stato plebiscitato al voto europeo, lo ha preso per una investitura a strafare, e ora non  è più affidabile.
È il problema del centrodestra in Italia dopo Berlusconi: una leadership affidabile. Convocasse oggi Mattarella elezioni generali, per un ghiribizzo, al di fuori o contro le alchimie parlamentari, Salvini le vincerebbe, e poi? Lui stesso non si vede presidente del consiglio, moderato, moderatore – l’Italia non ha un premier ma un presidente del consiglio in regime costituzionale parlamentare: un moderatore più che un dirigente, uno che prende decisioni.
Berlusconi ha avuto il merito di addomesticare il Msi e la Lega di Bossi. Ma non ha curato, anzi non ha lasciato emergere, altri leader all’infuori di sé. Salvini sembrava essersi smarcato dalla tutela ostativa, e invece si caratterizza sempre più per la voce grossa. Fa, con Meloni il 45 per cento del voto in Umbria e dei consensi nazionali ai sondaggi: come può pensare che sia una massa di estremisti?

Dopo Berlusconi Cairo

Nel calcio no. Non si può dire, finora non l’ha azzeccata: il Torino è per un motivo o per l’altro sempre in affanno. Ma per il resto sì, è lui: il secondo Berlusconi. In formato piccolo, uno che gioca sulla modestia e non sulla spacconaggine, ma uguale.
Pubblicitario solerte e inventivo come l’originale. Col quale peraltro in questo campo ha debuttato, collaborando a lungo, con soddisfazione di entrambi. Poi editore, sempre secondo il modello berlusconiano, del passo lungo come la gamba: prima i periodici, poi la tv, la 7, poi il grande salto, nel “Corriere della sera” e nell’editoria libraria. Se ci ha da essere un altro Berlusconi, sarà lui, Urbano Cairo.
Di Cairo non si parla di ambizioni politiche. Ma neanche di Berlusconi si parlava. Cairo è però pronto. E che ci faccia un pensiero è confermato dal fatto che non se ne parla. Non se ne deve parlare: nessuna indiscrezione, nemmeno un pettegolezzo. La cosa è seria.
Il suo posto, anche per orientamento sociopsicologico, aperto ma cauto, conservatore, è quello di Berlusconi. Anche la posizione di Renzi gli è congeniale – ma Renzi no, la persona.
La successione, anche di questo non si parla. Ci può essere solo se non se ne parla: niente investiture. Cairo non l’ha avuta, non l’ha richiesta, come pubblicitario, poi come editore, come editore tv, come grande editore. Non ne ha bisogno, sempre si è trovato con Berlusconi d’accordo, se non del tutto in sintonia. E sa che la pera cade quando è matura, cade da sola: il dopo-Berlusconi deve maturare. Cairo sta lì, con tutti gli attributi.

Sinfonia del Nuovo Mondo – il Grande Fratello

È la “sinfonia del controllo”: la vita contemporanea non più dominata dalla natura, per quanto tempestosa, beethoveniana, o dalla frenesia, dvořákiana strawinskiana, ma dai controlli, plurimi, costanti, censori. Che si viva in internet, dove gli schermi sono infiniti, oppure no: ogni atto o pensiero, per quanto piccolo, ogni accordo, degli archi, degli ottoni, delle trombe, viene censito, anche interrotto, e zittito dalle percussioni.
Un’idea bizzarra di sinfonia, per l’inevitabile fondo umoristico, cui però Norman sa dare plausibilità sonora. Il maestro Ryan McAdams, anche lui giovane e americano, che ha concertato e diretto “Play”, lo spiega in una concisa a dettagliata introduzione, in un non confuso italiano. Norman, quarantenne scanzonato musicista di Los Angeles, ritenuto il miglior compositore americano della sua generazione, si è girato attorno e non ha trovato altro punto qualificante della sua e nostra condizione umana oggi del controllo.
È partita con Norman, pezzo forte della serata, una serie di concerti Rai dedicati alla “Nuova musica”, che da Torino settimanalmente proporrà i contemporanei. Dopo il brevissimo ma già classico “Tre Unanswered Question” di Charles Ives, che è del 1906 ma sconosciuto in Italia. E il Concerto per pianoforte n. 3 di Philip Glass, con Simone Dinnerstein alla tastiera, e l’entusiasmo del pubblico - gratificato con bis. È per Simone Dinnerstein - un’esperienza infantile italiana, al seguito del padre, il pittore Simon Dinnerstein, che nei tardi 1970 ebbe una “stagione romana” - la pianista più accreditata oggi di Bach, che Glass ha composto nel 2017 il concerto “bachiano” per piano ed archi, un unicum dopo il Settecento.
Andrew Norman, Play, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Rai Play Radio

mercoledì 30 ottobre 2019

Letture - 401

letterautore

Arabi – Erano riprovati in antico in quanto “molli”. L’aggettivo viene detto oraziano – Orazio ha anche lui gli Arabi “molli” nelle Satire: “Molles columbas Arabesve molles”. Ma Catullo lo aveva preceduto, al carme 11, con gli “Hyrcanos Arabesve molles” – cui Orazio con tutta evidenza si rifà.
Il “molle” di Orazio è caricato nei manuali di “senso di riprovazione etica”. Ma la Loeb Classical Library dice gli Arabi di Catullo “gentili”:  

Berneschi – È, è stata, una robusta e costante tradizione in Italia, che ora si trascura, anche negli studi. Wikipedia non registra la voce, Treccani la lascia confinata alla scuola di Berni, 1522-23 – le storie della letteratura non si fanno più. 
Il genere è alle origini della poesia italiana, con Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore di San Gimignano. Poi il Burchiello, Sacchetti, Grazzini “il Lasca”, Redi, e nel Settecento plurime manifestazioni: Baretti, Gozzi, lo stesso Goldoni, Parini, Casti, Batacchi, il “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” dei Wu Ming bolognesi di allora, con l’abate Meli. Poco nell’Ottocento, ma di grande forza, in dialetto: Porta, Belli, Ammirà, Giusti (il “Geppino” di Manzoni). Nel Novecento anche il dialetto si fa serioso e la vena s’inaridisce.

Capolavori –Franco Lorenzoni celebra Rodari sul “Robinson”. Il lettore Livio Labuz rincara, assumendo che Rodari non è valorizzato a scuola perché comunista e laico, e la scuola, si sa, è confessionale. La tessa, aggiunge, che non vuole “Pinocchio” libro di testo. Ma Lorenzoni non concorda: Rodari è valorizzato a scuola, semmai sono “capolavori come ‘Piccolo blu e piccolo giallo’, del poeta Leo lionni”, che “censure arroganti da parte di ultrà della religione…. in nome della guerra a una presunta ideologia gender, pretendono di escludere dalle scuole”. Ognuno ha i suoi capolavori.
Non male, così si moltiplicano.

Caratterista – Era una figura - una maschera, o anche soltanto una cadenza - che ne faceva da sola un personaggio, per quanto di contorno, per una o due battute o scene, “caratterizzata”, riconoscibile. Il “carattere” ricorre in Gadda (“Divagazioni e garbuglio”, 283, a proposito di Belli) come quello che “ricrea quasi in un magico attimo, omessa ogni didascalia ritardatrice, l’ambiente e la scena”. Ed è il segreto di Belli: “Il Belli compie il raro miracolo d’esser pittor d’ambiente e scenografo solo all’essere caratterista: e caratterista, e quale!, all’aprir bocca appena il suo ciarlante personaggio”.

Dante – Drammaturgo lo vuole, incidentalmente, Gadda - e quasi poeta di strada, dal vivo – a proposito del dialetto: “Il dialetto, non meno di certo dialogo di Dante, è prima parlato o vissuto che non ponzato o scritto”.

Il Dante “tedesco” di Emil Ruth e Stewart Houston Chamberlain non ha anche “il buon Barbarossa”? Quale prova migliore.

Fogazzaro – Non si legge, e anzi non si pubblica, che pure sarebbe in tono col perbenismo (buoni sentimenti), col campanile e crepuscolare. Entro il cielo basso prealpino-padano. Ripieno d’impasti dialettali. Che i personaggi fa vivere nella loro “sublime meschinità”, dicevano le storie della letteratura.

Greco – I radicali greci dell’uso scientifico sono una novità del secondo Settecento.  La ένέργεια di Aristotele entra nel gergo scientifico con Sadi Carnot e Joule. Lo stesso la parola e il concetto di “potenziale”. Entrambe erano ancora sconosciute a Volta.

Manzoni – “Manzoni è cognome bergamasco, cioè di gente d’antico vigore”, C.E.Gadda, “Milano”, in “Divagazioni e garbuglio”, p. 474: “Il toponimo Bergamasco potrebbe forse derivare dal germanico Bergheim, Casa del Monte (rispetto a Milano)”.
Bergamo è così chiamata, dunque, in germanico dai milanesi.

Pinocchio – È in Orazio, la satira VIII del Libro I: “Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum\ cum faber, incertus scamnum faceretne Priapum,\ maluit esse deum…”? In tutta evidenza. È Pinocchio anche come Priapo, svagato se non lascivo: Orazio immagina un falegname, faber, incerto sull’utilizzo di un legno storto inutile, se farne un dio o uno sgabello…. 

Populismo – Il popolo è concetto e soggetto più ricorrente nella raccolta di testi di C.E.Gadda  “Divagazini e garbuglio”. A proposito degli scrittori più amati, Manzoni e Belli, soprattutto, e Porta. Fa parere il popolo la novità di questi autori ottocentesca più apprezzata.

Roma – Sa di palude nei racconti ultimi, degli ultimi viaggiatori scrittori, americani: Malamud e Cheever, anche in Vidal – come già in Henry James. Cozza contro la sensibilità americana, o ha evoluto da ultimo in questo senso?
Per i francesi è quale è sempre stata, architettura e arte, e trasgressione. Per i tedeschi storia da una parte, e vino e licenza (la campagna romana, la frasca, la popolana).
Gli inglesi raccontano poco o niente Roma, forse per antipapismo.
Anche in Russia non c’è Roma. Eccetto che in Gogol, che vi soggiornò nove o dieci volte in dieci anni, dal 1837, vi scrisse “Le anime morte”, vi frequentò Belli, e la celebrò nel racconto “Roma”, nella gloria della luce e delle pietre.

Salieri – Era dunque un altro. Vittima del film di Forman su Mozart, 1984, che lo fa invidioso e probabile assassino. Era un compositore di fama e di sostanza. Rousset ne ripropone le opere francesi, per la corte francese lontano dai pettegolezzi di Vienna, “Le Danaïdes” e “Tarare”,  con successo di critica (“partitura magistrale”,”gusto orchestrale”, “passo drammatico”, “varietà di caratteri”) che lo tiene per “grande compositore”, e di pubblico.
Le due opere avevano avuto grande successo alla rappresentazione. Gluck avocò a sé in un primo momento la scrittura delle “Danaïdes”, un’opera che aveva avuto in progetto da tempo e non aveva potuto scrivere per la poca salute. “Tarare” è su libretto di Beaumarchais.


Yiddisch – Magris lo voleva morto quarant’anni fa, introducendo la prima traduzione del primo romanzo del Nobel yiddisch Isaac B. Ginger, “Satana a Goray”: “Lo jiddish, il linguaggio ebraico-tedesco parlato da secoli dagli Ebrei nell’Europa centrale ed orientale e irradiatosi successivamente in varie parti del mondo  e soprattutto in America, è stato la lingua dell’ebraismo della diaspora. Il suo tramonto – che Henry Miller definisce ‘una perdita per il mondo’ – segna un po’ la fine della civiltà diasporica”. Di fatto, però, non soltanto era la lingua delle strade, le piazze e i caffè di Tel Aviv in quegli anni 1970 – insieme con lo spagnolo criollo (sefardita argentino). Ma è praticato tuttora in Germania e in Polonia, seppure non più scritto, non con l’arte di Singer, oltre che in Israele, nelle famiglie arrivate dall’Europa centro-orientale, e si è diffuso in America, lingua franca ebraica invece dell’ebraico, poco masticato. 

lettrautore@antiit.eu 

Il Russiagate è nato a Roma

“Scoprire le origini del Russiagate potrebbe prevenire scandali futuri”, “The Nation”. Il nuovo processo voluto da Trump è avallato in America anche dalla sinistra anti-trumpiana. E comunque non potrà essere ostacolato dal partito Democratico: ci sarà un nuovo Russiagate.
Il secondo processo che si avvia è estremamente sensibile. Questa volta non si tratta di affari. Né di manovali della sorveglianza imprudenti quali quelli che affossarono Nixon col Watergate. Il processo che Trump ha fatto promuovere punta a colpire l’Fbi o la Cia, o i due organismi insieme.
Ma per questo il Russiagate bis andrà avanti: il nuovo processo insiste su un nodo nevralgico delle istituzioni. 
Il processo andrà avanti anche se Roma non dovesse collaborare con Trump. Non più di quanto ha fatto finora. Resta acquisita la pista italiana, del Mifsud maltese gestito dai servizi italiani - la testimonianza del collaboratore di Trump Papandreu non viene messa in dubbio.
Conte dice e fa dire di no, che non c’è una pista italiana. Aspetta che Trump sia sconfitto tra un anno da un democratico, che insabbierebbe il nuovo processo? È possibile, il presidente del consiglio è un opportunista. Ma ancora non c’è un candidato democratico contro Trump, uno convincente per gli stessi democratici.

Il demonismo ebraico

Nel villaggio ebraico di Goray presso Lublino, dopo una serie di pogrom specialmente feroci dei cosacchi ucraini e dei contadini polacchi, aizzati dall’atamano Bogdan Chmelniki, a partire dal 1648, sono ritornate dopo qualche anno le famiglie già abbienti. Il rabbino Benish, colto, saggio e vigile, ma con una famiglia disastrata. E il ricco Reb Eleazar, ora immiserito, con la figlia Rechele. Una ragazza zoppa, pallida e presto invasata, che però, “pur essendo affetta dalla deformità, destava pensieri peccaminosi negli uomini”, e sarà la protagonista-vittima di Singer in questo romanzo gotico-vampiresco. Un racconto di possessione, in espiazione o a condanna di un’ondata di fanatismo messianico, a opera del falso profeta Sabbatai Tzevi – uno dei tanti, questo finito mussulmano.
È la ritraduzione, di Adriana Dell’Orto, del primo romanzo di Singer, 1935. Ritraduzione dall’inglese di Jacob Sloan, il traduttore accreditato delle opere di Singer. Il quale, benché emigrato in quello stesso 1935 in America e presto naturalizzato americano, scriveva e continurà a scrivere in yiddisch, il tedesco bastardo degli ebrei europei centro-orientali. Di cui qui celebrerebbe metaforicamente la fine. Le comunità yiddisch erano ancora fiorenti, il romanzo si pubblica nel 1935, ma Singer ne avrebbe presentito la fine. E avrebbe riprodotto a futura memoria il piccolo grande mondo yiddisch nel 1665, quando il messianesimo sembrò realizzarsi. Tutto in effetti vi appare minato: lintelligenza, il pudore,  l’arte dell’incisione, lo shtetl. È il soffio dell’“Ecclesiaste”.
Nel lungo saggio che ha accompagnato la prima traduzione - di Bruno Oddera per Bompiani, poi ripresa da Longanesi - Magris ne fa il romanzo della demonologia ebraica. Del dibbuk, l’anima del peccatore morto che prende possesso del vivente. Qui della parte femminile della coppia disgraziata, il rigattiere povero e forestiero Reb Itches Mates con la zoppa e invasata Rechele. Singer ne tratterà spesso nei racconti, dopo questo suo primo romanzo.
Sul romanzo della fine insiste Magris. In accordo con Henry Miller: “Il «dibbuk» personifica lo spirito della letteratura jiddish in quanto «lingua morta»  - nel 1935? Nella perdita più generale dell’arte del racconto, che Rilke, pure lui fascinatore incontenibile come Singer, avrebbe anticipato nel “Malte”. Magris lo dice anche connesso, il dibbuk, al motivo “del messianesimo sabbatiano”, del falso profeta, “ossia, come si dice alla fine del romanzo, all’empio e protervo disegno di «costringere il Signore» e di «por termine alle nostre sofferenze nel mondo»”. Nel quadro del “chassidismo”, della corrente cuturale ebraica non messianica, che vive giorno per giorno, e delle minute occorrenze rende grazie a Dio. “Il romanzo di una psicosi”, lo dice ancora Magris, quella del Messia.
Di fatto è un felicissimo racconto. Tanto più per saper immortalare una realtà marginale, e insieme insostenibile. Il racconto va spedito, in forma prima storico-documentaria, poi gotica, per una lettura costantemente golosa e semplice, senza traumi. Nel quadro storico straordinariamente vivace di una “città” ebraica in Polonia nel Seicento, e probabilmente attendibile. Un’opera unica anche, che oggi non sarebbe più possibile, l’antisemitismo avendo instillato troppi veleni, e quindi troppe difese. I gentili, dice Singer senza veli, in un paio di righe, vi erano pochi, il minimo indispensabile per i lavori meniali del sabato e nei bagni, rinchiusi in un ghetto.
Non un racconto lusinghiero. Magris nella vecchia introduzione e Adelphi nel risvolto fanno molto caso di Henry Miller, l’erotomane americano-parigino, “scopritore” e mallevadore di Singer: “Che meraviglioso, meraviglioso mondo,un mondo bello e terribile, quello di Isaac Bashevis Singer, benedetto sia il suo nome!”. Ma bello allora nel senso di mostruoso.
Un racconto disturbante, di una “elezione” cieca, chiusa, vergognosa a uno spirito libero. Potrebbe essere un’opera antisemita, i cliché ci sono tutti, come dati di fatto reali – tribali, caratteriali: stupidità e orgoglio, fanatismo, classismo, superstizione, ignoranza, sporcizia, violenza.
Isaac Bashevis Singer, Satana a Goray, Adelphi, pp. 182 € 18


martedì 29 ottobre 2019

Il terrorismo protetto

Bin Laden in Pakistan, dormiva accanto alla caserma delle forze speciali pakistane, Baghdadi nella Siria di confine controllata dalla Turchia. I due capi del terrorismo hanno vissuto coperti dai maggiori Stati islamici, alleati degli Stati Uniti. Finché questi hanno voluto proteggerli – questi, gli stati islamici.
Si sa che Al Qaeda e l’Is sono stati anche finanziati e armati dall’Arabia Saudita e dagli emirati della penisola arabica. Per proteggersi dalla minaccia terroristica, e non con intenti aggressivi. Ma fa differenza?
Il terrorismo è per natura misterioso, e quindi ambiguo. Il terrorismo italiano, per esempio, oggetto non ingiustificato di tante ipotesi e illazioni. Un tempo il Gia, il fronte terrorista islamico attivo negli anni 1990 in Algeria e a Parigi, aveva un giornale a Londra, “Al Ansar”, e la sede a Chicago.
La verità del terrorismo non è quindi accertabile, definibile in tutti i contorni. Ma nelle cose essenziali sì: dove nasce, a opera di chi (in Italia nell’estrema destra dapprima, poi nell’estrema sinistra), in che ambienti prospera, politici e nazionali, chi se ne avvantaggia, anche soltanto garantendosene l’immunità. 

L’automobile, tentando il ladro, sviluppa il civismo

Alcune  macchine vengono rubate per il contenuto, “la grossa valigia di coccodrillo satura di biancheria fine e di smeraldi, di macchine fotografiche e di dollari. Altre macchine vengono rubate «provvisoriamente» per andare a rubare. Rubarle per tenersele o per rivenderle non franca la spesa: la marca, la forma, il colore, i cuscini, la matricola del motore, la targa, il libretto di circolazione,  il nuovo pieno di benzina per cui mancano i baiocchi. E poi la polizia vi pianterebbe una di quelle grane che non finiscan più, o meglio finiscano con due anni di accertamenti istruttori del giudice, e tre di carcere, di cui otto condonati, questo  vero. Poiché c’è questo di buono a favore dell’automobile rubata: che il buon cuore del pubblico,  non disponendo delle galere sufficienti (a tenerci tutti gli inquilini meritevoli di alloggio), parte dal punto di vista squisitamente attuale del recupero e del re-inserimento. Recuperare il ladro alla società dei derubati e reinserirlo in circolo:  nel circolo dei più preziosi valori sociali, tra cui le automobili figurano al primo posto.
“Non v’è chi non veda, nella terra del Beccaria, quanto sia di vantaggio per la compagine sociale un ladro d’automobili recuperato alla medesima. L’automobile, col tentare il ladro, favorisce il furto delle valige di coccodrillo, che ha raggiunto negli ultimi anni un promettentissimo sviluppo. Favorisce del pari lo sviluppo di quel civilissimo istituto che è la condanna condizionale, e di quell’altro ancora del condono della pena per sopravvenuto indulto”. Carlo Emilio Gadda, “Nata col secolo” – detto dell’automobile.

Ombre - 484

Ancora una “svolta” di Maio dopo l’Umbria. Ne avrà già una al mese, se non a settimana. E per questo ha sempre una pagina su “la Repubblica” e il “Corriere della sera”, mai personaggio è stato così lungamente intervistato, sul niente, e apre il Tg 1 e Sky Tg 24? Ma chi è Di Maio? È la “piattaforma” Rousseau?
Perché i media fanno quotidiano harakiri col berzitello napoletano?

“Preti sposati in Amazzonia” chiedono i vescovi al papa. Perché proprio in Amazzonia, dove non ci devono essere molte parrocchie, parrocchie senza parroco? Per aprire una breccia. La chiesa si muove nell’ipocrisia. Quando è latina, o perché è chiesa romana?

“Mi ci sono voluti sette anni per fare questo film, e lei lo guarda sul telefonino”, Polanski congeda brusco Ginori che era andata a intervistarlo per “la Repubblica” sul suo film sul caso Dreyfus. Ginori non sarà una insensibile, ma è che siamo imbarbariti: una barbarie quotidiana, senza brutalità, ovvia. Va col sistema, si sarebbe detto.

“A un passo dal cielo”, la serie tra i monti e i laghi di San Candido-Innichen in Val Pusteria, nel parco naturale delle Tre Cime, non ha un tirolese nemmeno per sbaglio. La purezza etnica?

In Libano i ricconi al governo hanno tassato whatsapp, la app-telefono dei minori e dei poveri. Che attraverso whatsapp si sono mobilitati, per una volta uniti, cristiani e mussulmani, e cacceranno i ricchi. Forse per questo Conte non ci ha ancora pensato, alla tassa.

Costernati i cronisti giudiziari dalla Cassazione, che ha ribadito che Mafia Capitale non c’è. Per anni ci hanno vissuto egregiamente, quante prime pagine ed esclusive, e ora niente. C’è “Che Banca!”, bisogna pure dire “Che giornalismo!”.

I giornalisti di nera si può capirli. Pignatone e Prestispino con la mafia a Roma hanno fatto carriera, loro invece devono tornare ai femminicidi, le croniste, gli uomini agli accoltellamenti all’osteria, oggi pub.

Buzzi corrompeva – come tutti a Roma, si può aggiungere – ma non era un mafioso, E, si può ancora aggiungere, con le sue cooperative di ex carcerati il servizio in appalto lo forniva, a differenze dei suoi denunciatori oggi premiati. Che non fanno nulla – soprattutto non raccolgono al differenziata – e non lo nascondono nemmeno. La corruzione è liberata da Buzzi.

Si aprono i grandi giornali con titoloni del genere “Così colpiremo gli evasori”, “Bonafede spiega la riforma: è una svolta culturale”…. Di personaggi che non si sa chi siano. Che non stano facendo nulla, non di buono. Di nessun interesse per nessuno. I giornali si parlano tra loro. Un’intervista apre una valanga. 

L’Umbria non conta, dice Conte. Uno che è stato eletto con la piattaforma Rousseau. Si accreditano a Conte grandi capacità politiche, ma forse è un fake.

Imma corre col fiatone

“Imma Tataranni”, superpromozionata, fa domenica sera gli stessi ascolti che Montalbano, riproposto per l’ennesima volta, il lunedì, il giorno più lungo della settimana. Con belle immagini e una bravissima interprete, ma per qualche motive “I.T. Sostituto Procuratore” a Matera non spopola. Per più di uno.
Il primo è la poca credibilità, nella proposta, nella confezione: da commedia-commedia, un giallo a tirar via. Complice la stessa inventrice del personaggio, Mariolina Venezia, che è parte cospicua della sceneggiatura. Dai very e propri sketch comici a un tono di fondo semiserio. I vapori dell’attempata Sostituto per il carabiniere giovane, il materano a oltranza, dialetto incommestibile ai più, come a dire “non preoccupatevi, scherziamo”, personaggi secondari, specie i cattivi, appena abbozzati, in una mezza scena, una scena al massimo.
Volevano fare Montalbano e hanno fatto don Matteo. Quello attorno a Terence Hill, questa attorno a Vanessa Scalera. Che esagera in bravura. Non esagera lei, l’attrice, è il personaggio che sconquassa l’esile sceneggiatura. Come mamma e come figlia, come moglie-amante, specie nei nudi, implacabili in ogni produzione Rai quest’anno, e anche in Procura, il pezzo forte dello sceneggiato, con i languori. Forse femministi – facciamo “lei” come “lui” – ma senza senno.
Lo sforzo produttivo c’è. E la promozione instancabile della Rai in tutte le reti, e il regista Amato, con immagini di per sé narrative, e un taglio comunque rapido, danno corpo al personaggio malgrado tutto, che ambisce a tornare tra noi per qualche anno. Ma valgono sempre la metà di Montalbano, e questo non è giusto.
Francesco Amato, Imma Tataranni – Sostituto Procuratore

lunedì 28 ottobre 2019

Cronache dell’altro mondo (42) – America First

Le forze armate americane restano ben presenti in Siria, dove hanno dato la caccia a Al Baghdadi e presidiano le zone petrolifere. La novità è che l’America ha abbandonato i Curdi,  di cui si era fatta scudo nella guerra contro l’Is, a Erdogan. All’occupazione turca.
America First non è un progetto o dottrina di ritiro militare americano dalle basi e gli impegni esteri. È l’abbandono dei principi sui quali questa presenza si regge. Che quindi rimane, ma senza principi.
Il sistema informatico i-cloud del Pentagono, un appalto da 10 miliardi di dolari, doveva andare ad Amazon. Trump ha imposto procedure più selettive e l’appalto è andato a Microsoft.
Oracle, concorrente battuto da Amazon alla prima selezione, aveva fatto causa perché i funzionari i del Pentagono incaricati del maxicontratto negoziavano assunzioni con Amazon, e l’aveva persa.
Amazon resta fornitore esclusivo della Cia, l’agenzia che ha montato il Russiagate. Un servizio segreto al comando, come il Kgb – impariamo tutto dai russi? Un servizio segreto al comando con un monopolista, il monopolista per eccellenza?
Quindici  “centrali di informazione”, cioè polizie, ci sono in America, dichiara Conte al Copasir.
È fake Trump, volubile, sciatto, aggressivo, invadente, perfino nel fisico. Ma è più fake l’anti-trumpismo, cioè i media Usa, e il fronte di spie o ex spie, prostitute, giudici furbi, il complesso dell’assedio, lo scandalismo, la violenza, del made in Usa. Un impeachment
Sottoprodotto del Russiagate è il “furto”, da parte di Cambridge Analytica e altre agenzie, dei dati online . Dove invece piattaforme prosperano sulla pubblicità dei dati, miliardarie onorate.

La democrazia al tempo dei monopoli dell’informazione

Se ne può fare la sintesi con Irma Loredana Galgano su “Articolo21”: “Apprendendo grossolanamente la teoria di Brennan sull’epistocrazia e la sua classificazione dei cittadini-elettori è facile incappare in un sentimento/risentimento molto ostile. In effetti è proprio quello che è successo, negli Stati Uniti prima e anche in Italia poi. Il che, per inciso, non fa che confermare la teoria stessa di Brennan. È innegabile infatti che in Usa, come in Italia, la categoria più ampia di cittadini è composta dai così definiti hooligan. Basta leggere i giornali, i blog degli opinionisti, i post e i commenti sui vari social, ascoltare i discorsi della gente per strada, nei bar… per trovarne conferma. Parimenti innegabile è il fatto che alla categoria dei vulcaniani, in Usa come in Italia, appartengono solo una sparuta quantità di cittadini. Il che non significa che questi siano ricchi, benestanti, bianchi… neanche Jason Brennan lo pensa.
Brennan, quarantenne professore di filosofia all’università gesuita di Georgetown, individua tre categorie di elettori. Gli hobbit, scarsi in politica. Gli hooligan, politicanti faziosi. I vulcaniani, cioè noi, i belli-e-buoni della repubblica, colti, saggi. Che sono in difficiltà, è evidente, l’ora è ai Di Maio. “L’ignoranza e la polarizzazione degli elettori li lasciano in balìa di politici senza scrupoli, ideologi e gruppi di interesse”, è la sintesi della sua analisi. Colpa delle rete, dell’informazione superficiale invadente, del dominio che sulla rete esercitano pochi monopolisti, no? Confinanti con i signori del denaro, anzi ora monetaristi in proprio. Per motivi comunque di interesse.  
Una considerazione di Brennan è interessante. Negli Stati Uniti gli immigrati recenti che non superano un test di educazione civica non possono iscriversi ale liste elettorali. Un test, dice che “la maggior parte della popolazione di origine americana fallirebbe”. Ma questo è il nodo del suffragio universale. Senza il quale non c’è democrazia. Il nodo si scioglie con la formazione dell’opinione pubblica. E su questo gli Stati Unit, che di fatto l’hanno inventata, sulla scia dell’Inghilterra, e ne ne fanno scudo e bandiera, invece esprimono il peggio. L’epistocrazia di Estlung, cui Brennan si richiama, o la subordinazione del diritto di voto alla conoscenza a questo si richiama – la terza media ce l’abbiamo tutti.
Con prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele de Mucci.
Jason Brennan, Contro la democrazia, Luiss, pp. 333 € 24

domenica 27 ottobre 2019

Asserviti dalla pace

Siamo vittime, si direbbe in altra temperie logica conoscitiva, di monopoli. Di padroni,  della tecnologia,  cui i servizi pubblici di riecrca la regalano, della finanza, dei modi di vita, che agiscono per noi. Ogni barlume di energia spegnendo nella beata soddisfazione. Nella “fitness” dell’anima, in attesa che si perfezioni quella del corpo.
In soli tre decenni, ponendo come termine post quem la caduta del sovietismo, si è passati dal sogno realizzato della libertà al dominio più incontrollato, quindi più assoluto. In cinquant’anni,  partendo dal Sessantotto, che era un’utopia, dall’anarchismo creativo all’assolutismo. L’utopia negativa – antiutopia, distopia – che Orwell immaginava nel 1984 si è realizzata poco dopo, più forte ancora del suo “1984”, e senza costrizioni: è la realizzazione in corpore del paradigma della servitù volontaria. Siamo controllati  e contenti, wired, branchés, collegati, in ogni movimento, in ogni gesto, si può dire, e anche nei desideri. Negli averi, negli atti, e fin nei pensieri, se poco poco li esplicitiamo. E quest’epoca di totale dominio si celebra: non cupa ma brillante, non dominatrice ma liberatrice, e pronuba di eccelse novità. Forse addirittura l’intelligenza artificiale, che ci libererebbe da noi stessi.
È palese quanto tutto ciò sia perverso. E anche stupido, se asservisce l’uomo nella storia e nel mondo, nell’universo. Tuttavia si vuole, e riesce a proporsi credibile e bello, essere preso per tale. Prodromo sicuramente di catastrofi, ma ha degli anticorpi: ha maturato almeno la furbizia che le catastrofi non aiutano, nessuno. Né una catastrofe è augurabile  per variare il corso degli eventi.
La pace perpetua s’invocherà quale suprema asservitrice. Volontaria e anche entusiasta. Alla stupidità, ma non c’è alternativa. Alla inettitudine, dei  molti, dei più, della totalità.
Si sarebbe detto un paradosso, ma non ci sono più paradossi: il pensiero si vuole lineare, piatto.

Problemi di base amazoniani - 518

spock


Per Bezos contro Trump?

Siamo per il monopolista, contro il presidente comunque eletto?

Il monopolio, esentasse, è di sinistra?

Siamo impegnati, a che?

E così il mondo finalmente libero è finito in monopoli?

È l’oligopolio – il governo dei monopoli – la fonte della democrazia, Scalfari dixit, e “la Repubblica”?


spock@antiit.eu

Cinque punti per la storia di piazza Fontana

I “Cinquant’anni della bomba di piazza Fontana” del sottotitolo passano in silenzio. 17 morti e 88 feriti, per i quali solo parzialmente si è fatta giustizia. A denti stretti, e con un flair forte di sazietà: basta con queste storie. Il racconto di Deaglio si segnala - oltre che per essere corposo ma leggibile per tutte le trecento pagine, tante sono le sorprese, ancora oggi, della “affaire” - per essere solitario.
Il ricordo brucia, evidentemente. Non nella memoria di chi legge, ma certamente in quella di chi agì. Sempre viva, nelle istituzioni se non nelle persone. Perché di questo alla fine si tratta: la strage è stata, non c’è scampo, di Stato. Non l’unica, e forse nemmeno la prima. I tanti processi ne hanno accertato solo porzioni. La storia peraltro non si è nemmeno tentata, e nessuno sembra intenzionato a farla: succede quando le fonti non sono percorribili. E le fonti non lo sono quando il segreto è di Stato. Non c’è segreto che tenga in Italia? C’è, ce ne sono tanti, mai precisamente svelati, a partire dai briganti e i pugnalatori, cioè da quando l’Italia esiste.
La ricostruzione di Deaglio si basa sulle cose note, raccontandole con un filo persuasivo. Che parte dal depistaggio immediato, allo scoppio della bomba, e attraversa i tortuosi processi che vi furono imbastiti. Una frenata catastrofica alle ambizioni e all’immaginazione dell’Italia, che si voleva invece avventurosa, al culmine dell’ascesa, economica e politica, seguita alla Ricostruzione dopo la guerra. Per approdare, tra mille “deviazioni” (resistenze), alle colpe di Freda e di Ventura, e di Giannettini, cioè del Sifar. Con la coda inevitabile della “vendetta” dei benpensanti, specie della sinistra, più ancora del Pci, e delle istituzioni incontrollabili. Manovrando, attraverso i tanti volenterosi esecutori tra i Carabinieri e i giudici, contro Sofri. Col falso processo che si sa, giudicato ben sette volte, e che si fa finta non ci sia stato. Basta la pagina 253 per capire di che filo l’esito è stato tessuto: un colpo di qua e uno di là. Beffardo, come è delle cose dei servizi segreti, che si dicono “deviati”, ma giusto per salvarsi la coscienza.
Alla ricostruzione questo un po’ manca: la vendetta dei benpensanti, soprattutto della sinistra, soprattutto del Pci, contro i “gruppuscoli”, contro i leader di opinione. Si colpì Sofri, tardivamente, a quasi vent’anni dal delitto Calabresi, per fastidio. Come capro espiatorio in teoria della deriva terroristica che non si sapeva contrastare (si estinse di suo). Di fatto per il fastidio di una opinione liberata, ideologica e anche politica, che non si tollerava e inconsciamente si temeva.
Le prove storiche
Alla vicenda in sé manca l’essenziale: manca la prova del complotto. Ma solo se si vuole ripercorrere le cronache, sia pure di controinformazione, del tempo. Mentre più di un fatto consente già di mettere la vicenda in prospettiva. Ne elenchiamo cinque.
La bomba di piazza Fontana, alle 16.37, è una di una serie. In contemporanea, a Milano e a Roma. A Milano una seconda bomba, alla Banca Commerciale in piazza della Scala, non esplose. Fatta inspiegabilmente brillare agli artificieri dalla Procura e dalla Questura di Milano concordi, è probabile fosse stata temporizzata per lo stesso orario, poco dopo la chiusura pomeridiana.
A Roma alle 16.55 una bomba esplose nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra l’entrata in via Veneto e quella in via San Basilio, con 14 feriti. Alle 17.22 una seconda esplosione avvenne davanti al Vittoriano, l’altare della Patria, alla base del pennone. Alle 17,50 una terza bomba esplose di fianco al Vittoriano verso il Campidoglio, al museo del Risorgimento, con 4 feriti.
C’è stato un disegno negli attentati. E una organizzazione. Anche a presumere che le tre bombe di Roma siano state collocate dalla stessa persona.
È possibile che gli attentati si volessero dimostrativi. Al 16.37 la banca dell’Agricoltura doveva essere chiusa. Ma non è detto: la bomba al sottopassaggio della Bnl a Roma poteva comunque fare vittime.
La Questura e la Procura di Milano indirizzarono le indagini immediatamente sugli anarchici. In questo senso fu informato il governo.
Il pomeriggio del 12 dicembre 1969 era in corso al Viminale una riunione di routine del Comitato sull’ordine pubblico e la sicurezza, un organismo consultivo interpartitico. Poco prima delle 17 il ministro Restivo si assentò, richiesto dal suo segretario, che era già uscito sollecitato da un usciere, scusandosi per notizie urgenti in arrivo. Pochi minuti dopo, mentre la notizia di piazza Fontana prendeva a circolare, il segretario del ministro rientrò e disse: “Sono stati gli anarchici”.
La notizia di piazza Fontana circolò nella riunione dopo quella della Bnl a Roma, e dei feriti.
Il ministro era Franco Restivo, dc, siciliano. Il segretario era Peppino Insalaco, che sarà sindaco di Palermo per breve tempo, dal 17 aprile al 13 luglio 1984, quando il consiglio comunale che lo aveva eletto lo dimissionò, su decisione di Ciancimino, e il 12 gennaio 1988 sarà assassinato per strada, dalla mafia.
Anche l’assassinio del commissario Calabresi si può analizzare.
Calabresi era stato prima e fu dopo piazza Fontana il principale assertore di un disegno sovversivo anarchico all’ufficio politico della questura di Milano.
Il suo assassinio non fu indagato. Mai un ufficiale di Polizia era stato assassinato senza una reazione adeguata del corpo. Peggio: l’indagine ci fu, ma indirizzata verso sicuri non colpevoli.
Quando l’opinione politica benpensante giudiziaria e di sinistra convergette verso la soluzione Lotta Continua, la deposizione di Marino fu raccolta irritualmente dal colonnello dei Carabinieri Buonavenura. Su istruzioni della Procura di Milano. I protocolli che regolano le testimonianze di chi accusa autoaccusandosi, come è stabilito dai protocolli originari della materia, americani, vogliono la verbalizzazione alla presenza di più soggetti, inquirenti o giudicanti, e la testimonianza è valida se resa in un’unica seduta, non a tappe o a rate. L’autodenuncia di Marino è stata invece “curata” dal colonnello per due settimane, e rettificata in più punti dalla Procura di Milano.
Marino, testimone d’accusa contro Sofri, è un pentito speciale anche in questo: rimesso in libertà, ha ripreso la sua vecchia attività di paninaro in piazza, a  Bocca di Magra, senza gli accorgimenti d’obbligo a protezione dei testimoni d’accusa. Non escludendo cioè la sua eliminazione per vendetta, qualora avesse deciso di dare una diversa versione della sua testimonianza - da attribuire cioè per vendetta a un qualche amico di Sofri che si fosse soltanto avvicinato, anche inavvertitamente, a Bocca di Magra.  
Nel 1992 il colonnello dei Carabinieri Elio Dell’Anna, in servizio a Trapani, scrisse in un rapporto riservato che il giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi, lo stesso che aveva rinviato a giudizio Sofri per l’omicidio Calabresi, gli consigliava di indagare Lotta Continua anche per l’omicidio quattro anni prima a Trapani di Mauro Rostagno. La cosa fu fatta, con l’incriminazione di Chicca, la compagna di Rostagno, ricorda Deaglio, per la ragione che Chicca, dopo l’assassinio di Mauro, si era rifugiata da Sofri per protezione…
È caratteristica dei servizi segreti, in tutte le spy stories, la beffa. L’irrisione: le spie si divertono. E le provocazioni – uccidetemi p. f. il testimone che ho fabbricato è una delle più ricorrenti, così diventa inscalfibile. Ma la vicenda, a un approccio storico, può prescinderne. La storia può invece servirsi della testimonianza cui Dell’Anna, ultrassessantenne ormai in quiescenza, fu chiamato nel vero processo Rostagno venti anni dopo, nel 2012 – ventiquattro dopo l’assassinio, il 26 settembre 1988. Contro i veri responsabili, le mafie che Rostagno denunciava dalla sua emittente.
Dell’Anna disse in tribunale il 12 giugno 2012 che non aveva mai indagato la mafia di Trapani: nessun giudice glielo aveva chiesto, e i Carabinieri non ne avevano ragione. Poi si diede a negare di avere avuto la confidenza di Lombardi o di averne scritto, malgrado la cosa risultasse verbalizzata, trincerandosi dietro una serie interminabile di “non ricordo”.
Il contesto era la reazione contro il Sessantotto, il movimento di contestazione giovanile, analogo ai tanti oggi in atto in Libano, in Cile e in Iraq, nella piega che aveva preso nell’Autunno Caldo del 1969, di rivendicazioni sindacali apparentemente inarrestabili.
Nella storia che se ne è fatta finora, quella labile e affrettata delle cronache giornalistiche, la vicenda ha tuttavia un nome significativo: piazza Fontana è l’innesco della “strategia della tensione”. La strategia è sintesi giornalistica fornita all’“Observer”, il settimanale britannico, da uno special correspondent, dizione che usava e usa nella stampa britannica per fonti “bene informate”: collaboratori conosciuti e dall’identità certa, ma per essere, più che giornalisti, persone addentro ai segreti, spie o per qualche ragione vicine alle spie, con accesso a fonti speciali e non testimoniabili. È suggestiva, oltre che veritiera, e in essa sembra esaurirsi tutto il bisogno di sapere. Mentre è possible e sarebbe necessario saperne di più, la verità della cosa.
Enrico Deaglio, La bomba, Feltrinelli, pp. 295, ill., ril. € 18