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sabato 9 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (408)

Giuseppe Leuzzi


Il teatro italiano non esiste, argomenta Montale in “Auto da fé”, 322: “Il pubblico sa che l’ultimo  nostro grande poeta di teatro fu Goldoni, che non era poi un Molière”. Cita D’Annunzio, ma non Pirandello. E quando lo recupera, a p. 326, è per deriderlo – anche se, dice per inciso, “personalmente lo ritengo migliore dei vari Ionesco e Beckett”.
Un caso di misoneismo? Montale non ne era affetto, anzi.

Chiara Condò, che a Tropea tiene aperta eroica una libreria, “Il pensiero meridiano”, sentita dal “Robinson” di “la Repubblica” su una richiesta assurda ricevuta in negozio, dice: “Vendete profumi? Li cerco al muschio bianco, però…”…”..Che non è vero - salvo cecità (ma i non vedenti non capiscono dagli odori, dai rumori?). Ma, certo, vendere libri al Sud richiede fantasia – bisogna farsi coraggio. 

La natura vuole ingegno
A cavaliere del 1960 su “La Nazione” di Firenze di Alfio Russo, direttore in procinto di passare al “Corriere della sera”, il commentatore economico, un illustre accademico, sanciva a giorni alterni  la derelizione delle colture toscane, perché il poggio dilava con le piogge, s’impoverisce di humus, inaridisce. Inoltre, non è coltivabile con le tecniche meccaniche.
Negli stessi anni, primi 1960, le “crete senesi” non avevano prezzo. Sulla stessa “Nazione” si vendeva – si vendevano tra i “piccoli annunci”, come un qualsiasi oggetto di scarso valore, a poche lire il mq – le “crete senesi” a prezzi da regalo. Il ricordo è che un ettaro di uliveto nella Piana di Gioia Tauro comprava cento ettari di “crete senesi”.
Poi il poggi toscano è stato valorizzato, con le colture a terrazze circolari, con mezzi meccanici agili. E coltivati a vigna, principalmente, con ottima esposizione, sono rinvenuti miniere. Anche le crete senesi sono ora inavvicinabili, se non ai facoltosi. Tra terme, fitness, serre, fiori e frutta hanno quotazioni da centro urbano.
Il 1960 è già sessant’anni fa, ma la valorizzazione delle “crete senesi” data almeno di una trentina d’anni buona. Il girapoggio e il vino anche di più.
Sintetizzava Gadda nel 1945 il miracolo lombardo, dell’area probabilmente oggi più ricca d’Europa, con la perseveranza: “Sopra i fieni e i formaggi è stata organizzata nel decorso ottantennio una sopraprovincia industriale, e poi idroelettrica…”, negli ottanta anni dalla unità alla seconda guerra mondiale. La natura vuole ingegno.

La mafia è turca se bionda
Finalmente, dopo una ventina d’anni di sbarchi nel crotonese, la vecchia rotta dei venti della  Magna Grecia, con partenza i primi tempi proprio da Smirne, si ipotizza una mafia turca dell’immigrazione clandestina. Si vedono mafie dappertutto, ma non dove ci sono. Anche se evidenti, come nell’immigrazione.
Si scopre la mafia turca per un caso. Una curiosità: gli scafisti da qualche tempo sono biondi e con gli occhi azzurri. Sono ucraini. Un’ottantina sono stati identificati, e uno ha spiegato come funziona. Si governa l’immigrazione così, per caso, dal colore degli occhi. È un’emergenza solo per i giornali. E per i morti certo, realtà terrificante – ma questi sono nel Canale di Sicilia.
Ma anche qui: gli scafisti muoiono anche loro, con i poveri africani? Non si sa.
E gli africani che indirizzano queste famiglie allo sbaraglio? Ci sono agenzie per questo, in Nigeria, in Ghana, in Senegal.

Montale protoleghista
Tutto bene nel pamphlet di Corrado Alvaro “L’Italia rinunzia?”, “efficacissime pagine”, dice Montale: il timore che nulla cambi caduto il fascismo, lo sdegno per l’occasione forse già perduta dagli italiani di “trar partito”, nella sintesi di Montale, “dalla catastrofe che li ha colpiti per svolgere fino in fondo le premesse rivoluzionarie del nostro risorgimento”. D’accordo anche che l’atteso “vento del Nord” si sia sgonfiato prima ancora della liberazione. D’accordo perfino, sempre Montale che “l’Italia non è il nord o non è tutta il nord: i suoi problemi non possono essere perennemente demandati al giudizio e al profitto del settentrione”. Ma con una prima botta polemica: “Perfettamente d’accordo con Alvaro: oggi che si parla persino (in Italia!) di nordisti e sudisti, come se il nostro paese fosse un immenso continente e in esso esistesse un mezzogiorno di negri da redimere, nessun italiano memore della nostra civiltà vorrà definirsi nordista e mettersi perciò sullo stesso livello spirituale dei seguaci dell’on. Finocchiaro Aprile”, il leader del separatismo siciliano, “separatista e perciò sudista fino alla sudiceria”.
A seguire una seconda botta: “Si ha l’impressione che Alvaro faccia troppo carico al nord dello stato in cui si trova il nostro mezzogiorno, che secondo lui sarebbe stato deliberatamente tenuto in condizioni coloniali per servire da mercato alle eccedenze dei prodotti industriali del nord”.
Non posso escluderlo, concede Montale, e non posso nemmeno rifarmi alla questione meridionale quale fu impostata da Salvenini - delle borghesie inette del Sud – “ma voglio pregare Alvaro di dirmi a quali deleteri influssi settentrionali è possibile ascrivere quello spirito di omertà e di «comparizio»  che rende quasi impossibile al sud un sano sviluppo della vita politica”. Già.
È ben vero”, concede Montale, “che la Sicilia da sola potrebbe avere un solido bilancio”, esportando gli agrumi e lo zolfo,”e che il «continente» se n’è servito per arrotondare i suoi bilanci lasciando in quelle condizioni che tutti sanno; ma difficilmente si potrà ascrivere a congiure nordiste la tipica atmosfera balcanica, levantina, che si è sempre respirata a Roma, col fascismo e senza il fascismo”. Il leghismo ha le sue ragioni.
Montale si esprimeva così sul “Mondo” di Firenze che lui dirigeva, 1945. In recensione a Corrado Alvaro, e poi in breve in risposta a Mario La Cava, che contestava la recensione (sulla contestazione di La Cava interveniva anche, molto più lungamente e polemicamente, Gadda – v. “A Sud del Sud” (407)). Montale leggeva poco e malvolentieri – ha fatto molte recensioni, ma spesso se le faceva scrivere, da amici e ammiratori. Il pamphlet di Alvaro doveva averlo specialmente stimolato, indignato.
La lunga contestazione di La Cava alla recensione di Montale non è stata ripresa nella raccolta dei suoi scritti “A proposito della questione meridionale”.

Puglia
Conte annunzia un piano per il Sud - piano che non c’è - ai telegiornali, il giorno in cui consente agli acquirenti dell’ex Ilva di ritirarsi legalmente, e la Svimez certifica la recessione profonda del Sud. Impassibile, con lo stesso tono neutro di sempre.

Un piano pianoforte? Verticale? A coda? Tanta improntitudine non sarebbe pensabile, dello scudo penale no, poi sì, poi no, poi ancora sì e ora no, che ha consentito a ArcelorMittal di abbandonare Taranto. Ma è scritto.

Dovendo razionalizzare - in economia funziona così – Conte ha offerto ai Mittal il pretesto avvocatesco per abbandonare l’ex Ilva. Che avevano acquisito solo perché non andasse al concorrente Jindal, altro gruppo indiano, già presente a Piombino. Con uno stabilimento che perde cinquanta milioni al mese, in un mercato in sovrapproduzione, Mittal voleva solo una scusa per poter recedere legalmente dall’acquisto. L’avvocato Conte pronto gliel’ha trovata.

Vuole chiudere Taranto sopra tutti Barbara Lezzi, una grillina che è stata ministra per il Sud e non ha combinato niente – ha solo assunto la figlia del suo compagno.
Il pugliese è operoso, specie a Milano. Lezzi, a parte la capigliatura, da bellezza salentina, è operosa di chiacchiere.

Un investimento di 4,5 miliardi per Taranto, di cui 1,2 per la bonifica. Di questo Arcelor Mittal si era fatta carico. Mentre nulla si era fato quando l’Ilva era pubblica, Italsider, di Stato. I pugliesi che dominavano la politica della Repubblica, Moro, D’Alema, se n’erano dimenticati.

Parla Conte parole persuasive sempre ma inconsistenti. Che vogliono dire un’altra cosa, un sottinteso, oppure soltanto nulla. Come Emiliano, il presidente della Regione, che non si sa cosa pensa, ma ne vuole di più. La giostra di parole usava chiamare levantinismo, di cui Bari si voleva il centro – ne era maestro Moro.

È certamente un caso clinico quello di Giovanni Vincenti che invece nella natia Puglia si fa imprenditore in Piemonte, fallendo ogni iniziativa, e fa saltare la sua cascina per intascare l’assicurazione, addebitando l’esplosione a ignoti invidiosi, in interviste disinvolte a giornali e tv, dopo aver provocato la morte di tre giovani pompieri. Ma la disinvoltura si lega in lui alla loquela: il levantinismo è una condizione dell’animo?

D’Alema, altro “pugliese” illustre, deputato di Gallipoli, è invece fattivo – il Salento, dove se ne è occupato D’Alema, è diventato ricco e ricchissimo. Ma lui è di Roma, è stato mandato in Puglia per punizione, quando aveva già trent’anni, il Pci usava così. Si può dire forgiato dall’esilio.

Il Salento ha molte ricchezze, che infine, con la spinta del romano D’Alema, ha messo in valore.  Quelle naturali, ambientali. Quelle storiche e artistiche hanno avuto un solo patrono, la lombarda Maria Corti.

Sono alcuni anni che non si sente più la famosa Procura di Trani, a un quarto d’ora da Bari. Nel Millennio ha provato a inquisire Berlusconi e le agenzie di rating. Ma senza impegno: serve a doppiare le carriere.

Canale 5 intervista i tifosi interisti delusi che hanno affrontato la trasferta nell’inospitale Dortmund. Tre sono pugliesi – con un lucano e due calabresi.


leuzzi@antiit.eu

Il giudizio irrilevante del pregiudizio – opinione pubblica e media

I 5 Stelle e il Pd hanno problemi gravi in agenda al governo: il bilancio, l’Ilva, le sconfitte elettorali, le nomine nelle Spa e gli enti pubblici. Ma di una sola cosa si occupano e si preoccupano, al punto di dividersi: le nomine alla Rai. Sono pa(r)titi dell’informazione. Dello show: più chiacchiere più voti?
Non è così evidentemente. Ma 5 Stelle e Pd hanno dietro sociologi politici convinti che i media sono tutto. Lo hanno detto per anni, decenni, di Berlusconi, il personaggio meno mediatico di tutti, e continuano a teorizzarlo.
L’opinione pubblica è un fenomeno complesso, per gran parte misterioso, non analizzato. Non senza paraocchi. Le opinioni si formano nei modi più diversi. Anche con i media.
Non si saprebbe spiegare Trump in America con i media, che sono tutti contro – eccetto Fox News, che però è uno di una dozzina di canali nazionali d’informazione tv, e ha una audience ridotta. Analogamente, seguendo i media, è rimasto inspiegato il fenomeno Berlusconi (questo sito ha faticato a individuarne la verità, in una serie lunga di post, una trentina, che ancora non emerge, né nella cronaca né negli studi politici). E questo per effetto degli indirizzi politici della ricerca – ci sono indirizzi politici pure nella ricerca scientifica, almeno in quella umanistica. Dei pregiudizi. Che sono parte dell’opinione pubblica, ma minoritaria. Necessariamente minoritaria, e per fortuna. E fatalmente destinata a essere superata dal “nuovo”, dagli eventi: dagli interessi reali, che sono mutevoli invece che ideologici, e dagli eventi, dal mondo com’è.

Dietro il Muro niente

Un’altra maniera di vedere il Muro. Raccontata da un Mauro quasi sorpreso, con immagini di Di Mattia quasi metafisiche. Dando la condanna politica, del comunismo sovietico o della dittatura, per scontata.
La caduta come un fatto tedesco. Anzitutto la divisione: di comunità e anche di famiglie, per il divieto di circolazione, il vero Muro, politico, burocratico, mentale. Con lampi sul modo di vita della Germania Est, per molti aspetti privilegiata: l’infanzia, la pensione, il reddito assicurato, e un discreto tenore di vita. In gara con Berlino Ovest, eretta a vetrina dell’Occidente, col meglio dell’arte, della musica – David Bowie in concerto presso il Muro con le casse rivolte all’Est - e delle intelligenze, nella Libera Università, l’esenzione militare per i giovani di leva, e l’esenzione fiscale sul reddito per i nuovi residenti. Attraverso le testimonianze di italiani che vi risiedevano o vi viaggiavano liberamente. E quella singolare di una famiglia che aveva scelto di vivere nella Gerania Est, una delle tante, nel caso una di Milano.
Singolare anche il racconto della caduta del Muro. Come si produsse di fatto, quasi casuale, per l’eclisse della politica, di un regime che di fatto non esisteva più. Dopo che i tedeschi avevano avuto la libertà di espatriare attraverso la repubblica Ceca e l’Ungheria. E masse di berlinesi si erano stipate nei giardini delle ambasciate occidentali, specie in quella della Germania di Bonn. Con i ricordi personali di alcuni che ne furono protagonisti all’Est, tra essi il pastore Gauck, che è stato presidente della Repubblica  fino a due anni fa, e a Berlino Est animava il Neues Forum, l’unico partito non comunista ammesso dal regime.
La caduta del Muro fu un evento molto complesso. Ma quest’aspetto, di come lo semplicemente avvenne, è probabilmente quello più significativo, anche quando se ne farà la storia: non c’era più una Germania Est, un partito, un regime, dopo che Gorbaciov aveva chiuso in caserma i carri armati sovietici.
Christian Di Mattia-Ezio Mauro, 1989. Cronache dal Muro di Berlino, Rai 3

venerdì 8 novembre 2019

C’è puzza di scandalo a Taranto


“Lega investitore di Arcelor” e il titolo di apertura di “la Repubblica” sulla crisi drammatica all’ex Ilva di Taranto:”Bond per 300 mila euro e una rete di buoni rapporti”. Sottintendendo: la colpa di Taranto è della Lega. La cosa non è vera, è solo un attacco politico a Salvini, uno dei tanti, maldestro – “la Repubblica” non è solo un giornale che, come dice il suo ex padrone Carlo De Benedetti, ha perso la bussola: la crisi leghista di Taranto è a  p. 7, a p. 38 un pensoso Michele Serra invoca i prefetti al governo, cioè il fascismo. Ma non è il solo: c’è una cospicua dose di malaffare attorno a questo governo, ma più nella sua componente 5 Stelle.
5 Stelle è sinonimo di puro e duro. Ma è il movimento più inquinato fra i partiti politici. Si sa dalla (dis)amministrazione di Roma, che non è un fatto d’inesperienza ma di malaffare, e con una Procura meno compiacente sarebbe sotto processo. Dal rifiuto dell’Olimpiade allo stadio dell’As Roma voluto a ogni costo – l’unica opera 5 Stelle, sulla quale, benché inutile e costsoa per il Campidoglio, sono perentori.
Singolare  il silenzio, ormai al terzo giorno della crisi, e non solo su “la Repubblica”, su colei che l’ha accesa, l’amministratore delegato Lucia Morselli – questo sito è l’unico che lo ha spiegato, il 5 u.s.. Morselli è una tagliatarice di teste, che già si era distinta liquidando le Acciaierie di Terni, ed è la grande manager nelle scuderie di Grillo. Pirotecnica – mentre licenziava i 500 di Terni manifestava con loro in piazza, finanziava il documentario della protesta, lo promuoveva ai festival alternativi – e 5 Stelle doc, consulente di ministri e della decrescita. Scelta da Mittal per questo, dopo aver capitanato la cordata concorrente di Mittal, quella Jindal: per essere ammanicata con i 5 Stelle e tagliatrice di teste.
Silenzio in particolare sull’aspetto che deciderà la vicenda: l’opportunità che il Conte 2 ha offerto a Morselli, cioè a Mittal, di denunciare l’accordo introducendo la responsabilità penale per il disastro ambientale pregresso. Una mossa molto avvocatesca (imbrogliata), ma di senso semplice.
Il mercato è crollato dopo il passaggio di Taranto a ArcelorMittal, che perde 50 milioni al mese. E molto più ne perderà quando i giudici di Taranto chiuderanno l’altoforno 2, come dicono ora di voler fare. Per rimettere le cose a posto, a Taranto i licenziandi dovrebbero essere dieci volte quelli di Terni. E in un’area depressa. Quindi non sono licenziabili. Quindi bisogna chiudere – chiudere con l’esperienza Taranto.
La cosa Conte ha reso possibile, in tutti i fori giudiziari, internazionali e anche nazionali, cambiando le carte in tavola con la legge sulla responsabilità per danni pregressi: Mittal si libera di una perdita e non pagherà un euro di penale. L’ha suggerita Morselli? È un’idea di Conte – Di Maio, il ministro degli accordo con Morselli-Mittal, non sembra capire bene di che si tratta?

lIl mondo com'è (386)

astolfo


Gründerjahre – Nell’Ottocento gli “anni dei padri fondatori”,  la fase della grande industrializzazione tedesca e austriaca, 1840-1870. Heidegger li critica, “Introduzione alla filosofia. Pensare e poetare”, 91: “È l’epoca dei Gründerjahre, in cui tutto quanto, in fondo senza un terreno solido e senza rendersi conto di nulla, correva dietro ala crescita, al progresso e ala prosperità,  per emulare su piccola scala gli Inglesi e conquistare dall’oggi al domani una posizione mondiale per la quale mancavano tutti i presupposti, e che soprattutto – qui come là, in Inghilterra e ovunque, riposa su un mondo divenuto fragile, per il quale l’unica filosofia è il «darwinismo», con la sua dottrina della «lotta per l’esistenza» e della selezione  naturale e artificiale del più forte”.

Latino – Molto studiato in Germania, incontra in Germania anche la più forte ostilità, di solito in toni e perfino in termini razzisti. Da Lutero a Thomas Mann e fino a Hans-Werner Sinn, l’economista che ha promosso con Deutsche Bank una campagna anti-“latina” (comprendendovi anche la Grecia…: latino come mediterraneo) nella crisi dell’euro dei primi anni 2010.
Nella sua immensa opera Heidegger si fa quasi un proposito di non evocare mai la latinità. E quando gli occorre, quando ha bisogno di termini o concetti latini, non li contesta lizza – mai.
Hitler si voleva Hans Sachs, il protagonista dei “Maestri cantori” di Wagner, e il coro finale dell’opera promosse a colonna sonora delle adunate razziste. Di fatto Hans Sachs non è razzista quanto anti-latino. L’opera, che Nietzsche disse un “attentato alla civiltà”, è un monumento di intolleranza, che i latini riduce a “fumo e frivolezza”.

La Tour d’Auvergne - Un duca occasionale di Urbino, Lorenzo di Piero de’ Medici, nipote di papa Leone X, Giovanni dei Medici, e quindi di Lorenzo il Magnifico, sposò Madeleine de la Tour d’Auvergne, figlia di Giovanni III de la Tour, conte d’Auvergne e de Lauraguais, e di Giovanna di Borbone, detta Giovanna la Giovane. Ava del richiamato Théophile Malo Corret de la Tour d’Auvergne, morto in battaglia a sessant’anni per Napoleone, avendo sostituito il figlio adolescente coscritto, l’ultimo di ventidue, del suo amico linguista Le Brigant. Il suo reggimento, La Tour d’Auvergne, sarà in Calabria nel 1810 per due anni contro i briganti.
Dal connubio urbinate nacque Caterina de’Medici, futura regina di Francia. A volte il destino invece, per quanto curato, divarica, si sbriciola.

Rappresentanza – Si svuota mentre si moltiplica. Si svuota di poteri e anche di senso mentre se ne moltiplica l’adozione in tutti i regimi, perfino quelli assolutisti – ideologici, patrimoniali, dittatoriali.
I Parlamenti funzionano al più come tribunali di cachet: assise di condanne segrete, seppure ammantate di pubblicità, anzi in maratone televisive. Segrete sotto forma di condanne anticipate, attraverso indiscrezioni, soffiate (whistleblowing), colpi di scena, tutto l’armamentario della vecchia disinformacija. E come comitati di affari, Non propriamente comitati: stanze di compensazione, ma a sommatoria affaristica, a beneficio delle lobbies legislative, ma anche proprio, del proprio partito.
Non è una lettura nuova della funzione mutata del parlamentarismo: era la lettura di Guglielmo Negri, americanista poi costituzionalista, e di Giovanni Sartori, il politologo, all’istituto “Cesare Alfieri” di Firenze sessant’anni fa. I Parlamenti non fanno le leggi, le avallano. Possono respingerle, questo è l’unico potere decisionale effettivo dei Parlamenti.
Le leggi le fa l’esecutivo – le facevano all’epoca i partiti, e anche oggi, in parte, sentite le lobbies.  La riforma sanitaria, che ha caratterizzato la lunga presidenza Obama, il Congresso si è limitato a interinarla. Lo steso ora con al riforma fiscale, o il Muro, di Trump, che pure è un presidente che il Congresso sente antagonista.
L’attività parlamentare converge nelle commissioni. E si sostanzia di hearings, cioè di istruttorie. Dove però, non detto, più che quelle conoscitive in senso astratto si coagulano le attività lobbistiche, degli interessi costituiti, in termini di persuasione singola e privata, talvolta di corruzione. I Parlamenti perdono peraltro nelle commissioni la openness, la discussione pubblica, per la quale sono nati e sono costituzionalizzati.
La parte più qualificante delle istruttorie sono quelle a sfondo penale, le commissioni d’inchiesta. La funzione giudiziaria dominante nel Congresso, il parlamento americano, è l’esito, ormai da più legislature, del processo a Nixon per il Watergate. Architrave un tempo potente del sistema costituzionale americano, contrappeso alla presidenza totalitaria, specie il Senato, il Congresso ha perso le funzioni legislative sostanziali. L’unico potere che esercita restando quello dei processi.  Minacciati, contro Reagan, contro Bush jr., attuati, contro Nixon, contro Clinton, e ora contro Trump. Processi politici. 

Tecneco – È un progetto preveggente e risolutivo di disinquinamento e protezione dell’ambiente che fallì sul nascere, nel 1974. La difesa dell’ambiente, che Nixon ha lanciato nel ‘68, l’industria a crescita più rapida, fu oggetto nella primavera del 1974, a Urbino, di un progetto di disinquinamento nazionale da parte dell’Eni, che presentava una divisione appositamente creata, la Tecneco. Cinquemila invitati, una levata di scudi contro il progetto.
L’ecologia fu da subito affare di interessi privati e privatissimi, pagati dallo Stato, di studi professionali e società magari senza competenze specifiche ma ben introdotti politicamente. Una mangiatoia, avrebbe detto Ernesto Rossi. La mammella che diventerà presto la stella del sottogoverno - dopo l’appannamento della sanità - in miriadi di progetti che lasciano l’Italia dopo tanto impegno di spesa con infrastrutture ambientali deboli o inesistenti: depurazione, acquedotti, trattamento rifiuti, trattamento sostanze tossiche. Magari scaricandone la colpa sulle mafie. A Taranto, dove oggi governo e giudici vorrebbero scaricare sull’operatore indiano le colpe dell’inquinamento, l’operatore pubblico, statale, non ha mai fatto nessun disinquinamento, nonché mai nessuna prevenzione degli scarichi tossici e degli incidenti sul lavoro.   
Il problema a Urbino fu subito se la protezione dell’ambiente non fosse un dovere pubblico di interesse privato, per il quale lo Stato paghi. Una presentazione che fu una sorta di campo marzio di democrazia, per politici e ordini professionali. Che volevano gli appalti: i comuni li volevano, i consorzi, le province, le regioni, i geologi, gli idraulici, i meccanici, gli urbanisti, e perfino i biologi. L’Eni parlava di costi, loro di risorse, di soldi cioè da spendere, miliardi: se lo Stato ha soldi per l’inquinamento, questi sono nostri. Ognuno di loro possedendo un dignitario referente, uno per parte. I democristiani e i comunisti, amministratori locali, avevano un disegno politico e la forbita loquela del decentramento, i geologi, gli ingegneri e gli architetti i saperi e la tecnica. Un’agenzia o un general contractor, quale l’Eni proponeva, sarebbe stato la migliore garanzia che le cose siano fatte nei tempi giusti a regola d’arte, ma prima dell’efficienza venne la “democrazia”: gli affari vanno divisi.
La kermesse non fu inutile: l’ecologia vi divenne la nuova stella polare del sottogoverno. Su schemi precisi. Appalti da uno-due miliardi (di lire), consulenze da un centinaio di milioni, studi di fattibilità e direzione dei lavori per poche diecine di milioni. Pretesi in quanto esperti, e coscienza del paese – il “paese civile” si disse già a Urbino, forse perché non militare. In cambio di qualche disegno comprato dagli inglesi, che avendo ripulito il Tamigi prima di Nixon erano avanti, o copiato. Mentre l’acqua è rimasta più rara è più cara del petrolio, risorsa fossile, e quindi limitata.  

astolfo@antiit.eu

Se l’Arabia Saudita è il pilastro dell’Occidente

Indigna il mondo che l’Arabia Saudita abbia predisposto un sistema di controllo e disattivazione degli account twitter, che è il social attraverso cui i sauditi discutono di politica. Twitter è l’unico foro possibile di discussione, perché protetto dall’anonimato.
In Arabia Saudita è come ai tempi del Duce, “qui non si fa politica”. Ma a differenza dei paesi fascisti, l’Arabia Saudita non ha un’opinione pubblica – media, editoria, università – e non ha alcuna forma di rappresentanza politica, consigli elettivi, parlamento, costituzione oaltra legge fondamentale. È il paese della famiglia Saud, governato dai figli del fondatore della dinastia, Abdelaziz bin Saud. È un regime patrimoniale, secondo la tipologia politica, un pese che appartiene a una famiglia, grazie ai matrimoni tribali che Saud si addossò per formare il regno. Nel 2019 il pilastro dell’Occidente è un apese feudale.
Per questo il paese del desero è anche quello dove twitter ha il più gran numero di account attivi in rapporto alla popolazione, quasi quindici milioni, su una popolazione di 32-33 milioni. Il che, mettendo nel conto del riferimento i bambini, numerosi, i vecchi, e la gran parte delle donne, la dice lunga sulla situazione del reame: twitter è un bisogno e quasi una frenesia, un forum compulsivo di discussione.
La diffusione di twitter è anche una controprova della (in)stabilità del reame. Si vogliono gli stati padronali stabilizzati. E invece, come è successo nell’Iran dello scià, sono sradicati e aleatori. Si proteggono con campagne pubblicitarie – lo stesso faceva lo scià – costose e anche immaginative, mlto Madison Avenue: la patente alle donne, le donne allo stadio, la regista iraniana, l’università, eccetera. Ma solo per i media occidentali.
Ciò malgrado l’Arabia Saudita è l’interlocutore privilegiato, l’unico in questo momento nel Medio Oriente, degli Stati Uniti, e quindi dell’Occidente, Europa compresa – si dice che lo sia per gli afafri della famiglia Trump, ma lo era da prima, e su basi militari strategiche. Lo è, si sostiene, in ragione delle sue riserve di petrolio, ma questo da tempo non è più vero: il mercato delle fonti di energia è molto diversificato, non più dipendente dall’Arabia Saudita come mezzo secolo fa. Si procede per luoghi comuni, dietro le decisioni americane, non sempre sagge, e specialmente in quell’area inconsulte e in perdita.
Molta informazione si spreca sull’Arabia Saudita. Sappiamo per esempio che per per la supercoppa italiana Juventus-Lazio, per ospitare la quale il reame paga un buon prezzo (Madison Avenue), le due società esigono che le donne possano accedere allo stadio. Le saudite, si sa, non bramano altro, che Juventus-Lazio. Ma per l’essenziale nulla. L’epoca dell’informazione e dell’intelligenza artificiale sarà l’epoca dell’ignoranza, non artificiale.

Cronache dell’altro mondo (43) – Dreamland

Dreamland, la terra dei sogni che è la California, vanta tutti i record negativi degli Stati Uniti, e del mondo civile. Rampini ne elenca su “la Repubblica” oggi alcuni. Nella sola contea di Los Angeles si registrano 60 mila barboni. 27 milioni di dollari sono stati spesi per la raccolta delle feci sui marciapiedi. I senzatetto morti sono stati nel 2018 il doppio che cinque anni prima, 1.047. I barboni di Los Angeles sono per la più parte ocali – non senzatetto che riparano in California da altre regioni per il clima e per le leggi tolleranti sul vagabondaggio.
Le case a Los Angeles costano il triplo della media nanzionale, gli affitti pure. Gli affitti minimi sono così alti che il salario minimo legale non  basta a pagarli.
Si finge sempre in California che gli incendi cronici tra ottobre e novembre, stagione secca, devastanti, con decine di morti, siano effetto del cambiamento climatico, mentre sono dovuti alle linee elettriche, dell’alta e della bassa tensione, obsolete da decenni, i pali, le torri e gli stessi cavi, con tempeste di scintille.
La California vota, dopo Reagan e a parte Schwarzenegger, che però era sposato a una Kennedy e patrocina tutte le cause progressiste, dagli immigrati al clima, a sinistra.

La Germania è com’era

La cosa strana è che la Germania si è conformata a Tacito. O il ritratto era, in potenza, della vera Germania? È la considerazione che più emerge prepotente scorrendo questa edizione magnum del trattatello per cui Tacito resta famoso, “De Origine et Situ Germanorum”, piena di riferimenti di ogni tipo.
Più che un trattato, Tacito scrisse un opuscolo, una sorta di reportage: Traiano era sul Reno e lui informa i romani, uno special correspondent, oggi si direbbe embedded. Più che informarli, doveva e voleva convincere i romani della bont dell’impresa – come aveva fatto Cesare con le Gallie: che queste strane tribù non erano differenti dai romani delle origini. Vantandone quindi lo spirito di libertà, l’energia, il senso del sacro.
Dell’imperialismo romano non si riflette abbastanza che l’espansione a Nord delle Alpi, in regioni semibarbare e comunque povere,  fu soprattutto il fatto di condottieri in fieri, che volevano mostrarsi bravi per guadagnare potere a Roma. Nulla a Nord che attraesse come i tesori del Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Che però erano già stati conquistati e messi a frutto. La Germania, nel II secolo, era la nuova frontiera.
Volendo sapere della Germania oggi Tacito non è di aiuto – più aggiornate e utili le note di Vettori, Machiavelli e altri umanisti viaggiatori, anche soltanto a caccia di manoscritti.  Ma è vero che per il suo tempo fu una rivoluzione: la storiografia era imperialista, vedeva gli altri nell’ottica di potenza, Tacito è un reporter onesto, anche un po’ antropologo.
Entrambe le edizioni hanno anche il testo latino. Quella di Giuseppe Dino Baldi (Quodlibet), filologo classico, si vuole edizione critica, per i riscontri sulle fonti del testo, e di più per le note esplicative. Singolare l’aggiunta “Le terre del Nord prima di Tacito”, ossia come gli autori greci e latini vedevano i popoli nordici: Polibio, Cesare, Didoro Siculo, Strabone, Pomponio Mela, Plinio il Vecchio, Plutarco, Ippocrate, Vitruvio, Ippocrate et al., un panorama completo.
Tacito, Germania, Quodlibet, pp. 502 € 19

Oscar, pp. 90 € 9

giovedì 7 novembre 2019

Appalti, fisco, abusi (160)

La Tari è raddoppiata, mediamente in tutta Italia, tra il 2007 e il 2017. La raccolta dei rifiuti è invece, mediamente, peggiorata – in alcuni casi macroscopici, p.es. Roma, anche gravemente 

Enel vanta “oltre 8.000 punti di ricarica pubblici” per le auto elettriche. Ma dove li nasconde? Le pompe di benzina e gasolio, visibili ogni angolo, sono non più di 20 mila.

L’Europa impone a catena nuovi standard di sicurezza. Su qualsiasi sito, banca, carta di credito, rete di vendita, telefonino, l’utente deve confermare, dopo la registrazione, ogni volta “io sono io” - ora con la autenticazione a due livelli, introdotta dalla PSD2, Payment security directive 2. 
Procedure complicate a nessun effetto, solo una perdita di tempo. L’unico beneficio è per i web designer, per il rifacimento dei siti.

Si moltiplicano i casi, soprattutto tra gli anziani, di polmoniti virali. Contratte soprattutto negli ospedali, secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Senza rimedio.

Il ministero della Salute segnala, come ogni anno, a metà ottobre la diffusione dell’influenza virale intestinale. Ma il vaccino antinfluenzale viene reso disponibile, quest’anno come ogni anno, in questa seconda settimana di novembre.

La pressione fiscale (il prelievo fiscale in rapporto al pil), attestata dall’Istat al 42,1 per cento del pil nel 2018, è cresciuta nel primo semestre 2019 dello 0,5 per cento. Di più dovrebbe aumentare nel quarto trimestre, con i saldi di novembre.

La pressione fiscale reale è però superiore, calcola la Cgia di Mestre: di quasi sei punti rispetto a quella ufficiale, e cioè al 48 per cento. Il calcolo è semplice: se dalla ricchezza prodotta (il pil) si scorpora la componente in nero, valutata dall’Istat in circa 200 miliardi, il peso del fisco sulle attività censibili sale. È questo l’indice reale dela pressione fiscale.
L’Ocse pone l’Italia al terzo posto in Europa per pressione fiscale, dietro la Danimarca e la Svezia – che però fanno pagare uno Stato sociale diffuso e funzionante.

IIntelligenza di Montale


Testi brevi, di tre-quattro cartelle, leggibili ma succosi. Di una intelligenza sommessa ma sempre all’erta. Nel 1961, “Il mercato del nulla”, Montale sapeva, fiutava, il talk-show, la chiacchiera invece della conversazione: “La quasi totale scomparsa della conversazione ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo”. Realista (pessimista) all’esordio, nel 1925, “Stile e tradizione”, già sancisce “la nostra scarsa civiltà, non solo letteraria”: “In Italia non esiste, quasi, forse non esisterà mai, una letteratura civile, colta e popolare insieme; questa manca come e perché manca una società mediana, un abito, un giro di consuetudini non volgari: come a dire un diffuso benessere e comfort intellettuale senza cime ma senza vaste bassure”. Tecnico – specifico – anche nelle divagazioni. Come la sera che si accomiata dagli amici per stare solo, pretestando che deve scrivere a “Clizia”, e si regala radio Andorra, l’annunciatrice della radio, “silfide che mi trasporta” etc. etc., per un motivo semplice, da baritono coltivato: “La voce umana sembra uno strumento musicale insuperabile solo nel caso che le parole restino un mero fantasma sonoro. Chi ha inventato la bubbola del «recitar cantando»? Con l’apprezzamento di Borges già nel 1959. E di Musil quando non era tradotto. Un’anteprima delle lucciole di Pasolini nel grillo di Firenze, e il grillo di Strasburgo. E dubbi non amletici: “E se il funghire delle psedudoidee fosse presente solo nel disegno industriale”? Paradossale il giusto. Col famoso: “Io personalmente, quando vado al cinematografo, non comprendo quasi nulla” – non possedendo il linguaggio cinematografico, “un linguaggio allusive ormai alla portata di tutti”.
Pubblicato come un libro di narrativa, lo è per una caratteristica di Montale. Che è poeta sintetico e  insomma ermetico, ma prosatore ilare e disinvolto, che ogni occasione, un incontro, una visita, un viaggio, una lettura, trasforma in narrazione. Attivo, vivace.
Montale pubblicò la raccolta, un centinaio di articoli pubblicati su vari giornali tra il 1925 e il 1966, in quest’ultimo anno. Una sorta di “mezza quaresima”, nel lungo silenzio poetico, tra “La bufera (1956)  e “Satura” (1971). È molto Montale, ironico, anche scherzoso, in ambiente che si vuole sentimentale o compassionevole, ma non cattivo – sa i limiti dell’intelligenza. Un libro, stranamente, d’occasione, che è però come Montale era: autonomo e anzi distaccato, anche nelle passioni, ma in qualch modo partecipe, in un sorriso inteso, che accomuna.  ….
Eugenio Montale, Auto da fè, Mondadori, pp. 377 € 14

mercoledì 6 novembre 2019

La Brexit di Nietzsche

Già Nietzsche era per il “Dio stramaledica gli inglesi”. Per la filosofia pratica, pragmatica che imputava loro – non sapendo che questa era scozzese (Hume, Hutcheson, Smith, Law, Bonar, Mill – e Kant?)?
Il rifiuto del pensiero pratico, pragmatico, Nietzsche proclamava un secolo e mezzo fa, nel 1884, in “Al di là del bene e del male”, parte VIII, “Popoli e patrie”, §253,  contro gli inglesi: “Non si dimentichi infine, riguardo agli Inglesi, che già una volta essi hanno provocato, con il loro basso livello medio, una depressione totale dello spirito europeo”.
In un frammento dello stesso anno annotava: “La povertà di spirito inglese è oggi il grande pericolo sulla terra”.

Non c’è più l’Occidente

La scoperta è russa - “non c’è un mondo occidente-centrico” - ma è nei fatti. Nel rapporto atlantico: politico, strategico, economico. Nei valori.
Gli Stati Uniti seguono da tempo interessi e posizionamenti disgiunti dall’atlantismo. Su cui l’Europa può o non confluire,  ma non influire, nemmeno discutere. Trump con l’America First ha solo reso manifesta una divaricazione già nei fatti. Negli ultimi G 7, prima ancora di Trump, non un’intesa, nemmeno un’idea, di assetto economico internazionale è stato varato, è un’assise formale. La Nato è solo una burocrazia.
È un effetto della fine della minaccia sovietica: non c’è più un fatto di comune civiltà, libertà, democrazia. Ma in parallelo si è sviluppata – si era già sviluppata prima del 1989 – un’opposizone aperta negli Stati Uniti all’Unione Europea, intesa come unione economica – il complesso della Fortress Europe. Il rapporto con l’Europa è visto solo sotto il profilo della concorrenza.
L’Europa nel suo complesso guarda ancora agli Stati Uniti come il pilastro del suo stesso essere. La Germania un po' meno, il resto della Ue sì. Ma l’Europa non è più il primo dei pensieri americani. Anche quando intervengono in Europa o in prossimità, in Serbia, in Ucraina, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, già da un venticinquennio, dalla presidenza Clinton, gli Stati Uniti operano in piena autonomia, senza nemmeno consultarsi con l’Europa. Lo “stand alone” si è acuito nella lotta al terrorismo, dopo l’11 settembre, che pure si penserebbe avrebbe dovuto unire.

L’Europa dall’Atlantico agli Urali

De Gaulle, temendo la Germania (e l’Inghilterra), l’Europa unita la voleva allargata alla Russia – “l’Europa dall’Atlantico agli Urali”.
Forse non ci credeva – e non ha fatto nulla per avvicinarvisi (né poteva, presto si sarebbe alzato il Muro). Ma qualche passo è stato fatto dopo, crollato il Muro, con l’invito a Mosca al G 7, il ponte di comando occidentale, tra il 1998 e il 2014. Ipotizzando perfino, nel vertice antiterrorismo di Pratica di Mare nel maggio 2002, successivo all’11 settembre, su iniziativa italiana, una collaborazione Nato-Russia.
Ma poi il Muro, che la Russia, che lo aveva eretto, è stato dalla stessa Russia, da Gorbaciov, abbattuto, Stati Uniti ed Europa lo hanno nuovamente ricostruito. Washington ha imposto l’allontanamento della Russia sotto le più diverse motivazioni: i diritti umani, l’armamento, l’annessione della Crimea, lo spionaggio informatico. Creando i problemi Ucraina e Georgia, e in parte anche Baltici e Polonia.  Imponendo le sanzioni – che non riguardano gli Usa, gli scambi americani con la Russia essendo ridottissimi.
L’Europa continua a restare divisa, seppure non per blocchi. E così divisa va all’inconsistenza. Putin dà per scontata la cesura, e in quest’ultima presidenza ha puntato decisamente sull’Asia, dall’Arco delle Guerre islamico alla Cina.

L’amore gay e della mamma, Palazzeschi al debutto

Dalla villa di famiglia in Toscana dove si è ritirato dal palazzo di Roma, Valentino scrive ogni giorno all’amato Johnny, giovane inglese italianato, che da Roma invece se ne è andato a Venezia. Ribadendogli il suo amore immutato. E quello per la sua propria madre.
È il 1908, è l’esordio nella narativa di di Palazzeschi, ventitreenne ma già riconosciuto poeta, con due raccolte, “I cavalli bianchi” (1905) e “Lanterna” (1907). Un racconto veloce, disinvolto, anche se purtroppo pieno di toscanismi. E di affettazioni fiorentine:  tutti signori di campagna, in villa, con servitù. Ma tranquillo romanzo gay, seppure asessuato.
Alla storia d’amore che non si dice(va) si accompagna un complesso edipico fortissimo. Valentino è un tipo bizzarro: appicca il fuoco a un pagliaio, non fa pulire la casa polverosa, non mangia, non parla con nessuno, nemmeno con le serve. E si saprà all’ultimo che non invia le lettere che scrive – anche se la procedura dell’invio quotidiano prende buona parte delle lettere stesse: la buca è all’osteria e Valentino temendo il chiacchiericcio degli avventori finirà per recarvisi a notte fonda, malgrado il freddo. Su una sola cosa è diretto: “Amo! Amo! Amo perdutamente ora!”. Diretto a Johnny e alla madre.
Ma alla madre, a un certo punto, di più: “Ella vive, vive per me, per me soltanto”, eccetera. La madre di Valentino, che non ha avuto padre, bellissima e liberissima, si è uccisa con un colpo di pistola a 29 anni, quando Valentino ne aveva 14. Avendolo concepito a 14. Nella villa che Valentino ora, dopo quindici anni, ha riaperto. Ora ne ha 29 lui, e organizza una festa con tutti i nobili vicini, come fece la mamma per ambientarvi il suicidio.
Un racconto, non un romanzo, anche se psicologicamente complesso, e anzi contorto. Palazzeschi declina, con l’omosesssualità, anche quello che sarà l’“atto gratuito” di Gide – non c’è spessore psicologico nel suicidio dela madre, e in fondo neppure nelle decisioni di Valentino. E abbozza, in una “Parte seconda”, una satira brillante e molto contemporanea dei modi e i cliché giornalistici, su come le “notizie” vengono riferite, un vero saggio di analisi dell’informazione.
Palazzeschi ci teneva, pur rubricandolo “romanzo liberty”, tra Wilde evidentemente e D’Annunzio. Lo riprenderà come “Allegoria di novembre”.
Ripubblicato qui con una nota molto gradevole, “Il romanzo decadente di A.P.”, di Luciano De Maria, lo studioso che ha curato la memoria critica di Palazzeschi. Salvo per un punto, dove dismette la seconda parte quasi fosse un seguito della narrazione: “La «disperazione» e il «turbamento» della prima parte vengono smantellati, sbriciolati nella seconda. Il soffio potente dell’irrisione, della parodia, della dissacrazione investe retrospettivamente la prima parte”. Anche il migliore studioso può “saltare” dei pezzi? 
Aldo Palazzeschi, : riflessi, SE, pp.140 € 9,30

martedì 5 novembre 2019

Ombre - 486

Fa più malinconia che rabbia l’accoglienza di Di Maio al presidente cinese Xi Jinping alla fiera di Shangai, come a una qualsiasi campionaria, con un bicchiere di vino senza vassoio, e regalo della maglietta n.10. Questi non sanno chi è Xi. Sapranno dov’è la Cina? Certo un Di Maio ministro degli Esteri già è tutta l’Italia.

Conte annunzia un piano per il Sud - piano che non c’è - ai telegiornali, il giorno in cui consente agli acquirenti dell’ex Ilva di ritirarsi legalmente, e la Svimez certifica la recessione profonda del Sud. Impassibile, con lo stesso tono menefreghista di sempre.

Mette alle corde a Taranto la Grande Intesa al governo Lucia Morselli, una tagliatrice di teste che già si era distinta liquidando le Acciaierie di Terni. La Grande Manager dei 5 Stelle. Il partito della decrescita. Per loro felice, per i mille-duemila che ci hanno fatto carriera.
E Zingaretti? Il governo val bene una purga.

Dovendo  razionalizzare - in economia funziona così – Conte ha offerto ai Mittal il pretesto avvocatesco per abbandonare l’ex Ilva. Che avevano acquisito solo perché non andasse al concorrente Jindal, altro gruppo indiano, già presente a Piombino. Con uno stabilimento che perde cinquanta milioni al mese, in un mercato in sovrapproduzione, Mittal voleva solo una scusa. L’avvocato Conte pronto gliel’ha trovata. Gratis?

Al concorso Rai per  l’assunzione di 90 giornalisti si sono presentati 3.700 candidati. La Rai dice che è buon segno, che l’emittente è al culmine delle ambizioni degli italiani – poveri.

Con questo di Zamagni, Politica Insieme, sono 27 i tentativi di ricostituire la Dc, un partito centrista, dalla dissoluzione della vecchia Democrazia Cristiana. Il ventiseiesimo è stato appena due mesi fa Renzi con Italia Viva.

Finalmente, dopo alcuni anni di incendi enormi in California, appare la vera ragione: lo stato comatose delle linee elettriche, dei pali, le torri e gli stessi cavi, con tempeste di scintille. Invece del cambiamento climatico. Eppure i giornalisti italiani ormai hanno imparato l’inglese. È scomparsa l’informazione, si dice una qualsiasi cosa, che sia in tendenza – ora è il cambiamento climatico..

Si parla molto della Link Campus University a proposito del maltese Mifsud e degli intrighi del Russiagate. E si pettegola molto: è legata ai servizi segreti, eccetera. Ma non si dice la cosa più curiosa: che professore di Storia delle relazioni internazionali, la prestigiosa vecchia Storia diplomatica, è Massimo D’Alema.

Link University è anche la fucina dei manager e onorevoli 5 Stelle. Ma che vuol dire? Honny soit qui mal y pense.

Abyi, primo ministro etiopico, Nobel per la pace, ha tutto per il premio: figlio di una coppia mista islamico-copta, per scelta protestante, pacifista, ecologista, impegnato. Compresa la disattenzione per la persecuzione dei copti, che pure sono i correligionari di sua madre, da parte degli islamici? Nel solo mese di ottobre ne hanno uccisi 67, incendiando una dozzina di chiese.
Il Nobel per la pace è sempre più questione di massoneria, islamica?
 
La fede al bagno
- Scusate, è qui che appare la Madonna?
- Qui? No, qui è Quarantano, la Madonna non c’è.
- Quarantano appunto, è qui l’appuntamento.
- Forse allora più a valle, a un altro giro di strada.
Dovete salire e poi ridiscendere.
- E ce le facciamo, ad arrivare in tempo?
- In tempo per che ora? No, non prende tanto…

La fede è come dice Szymborska
Forte, cieca e senza fondamento.
Noi procediamo spensierati
Al nostro bagno meridiano di mare.

“Guerra e pace” delle mafie

Il “Gattopardo” delle mafie in America. Dei siciliani, degli irlandesi - dei cattolici. Tratto dalla vita romanzata di Frank Sheeran, “I heard you paint houses” (tradotto “L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa”), scritta da Charles Brandt. Sulla vita in realtà di Jimmy Hoffa, il grande sindacalista gangster degli autotrasportatori, la categoria centrale dell’Afl-Cio, la centrale sindacale americana, nel dopoguerra, finito nel nulla nel 1974. Ma eretto a epos, seppure monotematico: la violenza. Che è costante, invadente, crudele. Raccontata da un ironico De Niro, l’irlandese “Frank”, alle sue ultime giornate. Per tre lunghe ore e mezza, che passano come un soffio. 
La trama di Scorsese fa dimenticare che è il racconto di un killer – Frank è uno che “dipinge case”, un killer professionale. Un racconto anche freddo. Di figure marginali. Che però sa erigere a personaggi eponimi, seppure del male: figure concresciute su se stesse, che non sanno essere altro, senza evoluzione né redenzione, senza nemmeno coscienza del male,  destini irrevocabili
Un epos negativo, di morte. Dei siciliani, nel canone de “Il padrino”. Ma anche degli irlandesi, amici per la pelle che si fanno la pelle. Che Scorsese fa rivivere nobilmente, grazie alle impersonificazioni di De Niro, Joe Pesci, sparring partner nella prima parte, l’aggiustatore delle mafie, e Al Pacino, Jimmy Hoffa, che gigioneggia nella seconda parte. 
C’è solo violenza in certe culture, inavvertita per quanto bestiale. Scorsese non si sottrae al cliché, dell’italiano, del meridionale, del cattolico, ma come affascinato. Più un “Guerra e pace” forse, di un pacifista che per millecinquecento pagine parla di guerre.
Singolare il ringiovanimento e l’invecchiamento dei tre co-protagonisti, con tecniche digitali invece che con sovraccarichi di trucco. Si ha la sensazione che siano persone vere, anche perché spesso agite in figura intera, quindi anche più o meno agili, e non mascheroni.
Martin Scorsese, The Irishman

lunedì 4 novembre 2019

Problemi di base di senso - 520

spock


“La specie d’immoralità più funesta, la morale”, Nietzsche?

“Quasi due millenni e non un solo nuovo dio!”, Nietzsche?

Sono gli dei creati dagli uomini – Nietzsche?

“Il «religioso» è certo qualcosa di romano”, Heidegger?

“I greci non avevano alcuna «religione», Heidegger?

“La ragione, non contentandosi facilmente del proprio uso immanente, ossia pratico, ma osando volentieri avventurarsi un poco nel trascendente, ha anche i suoi misteri”, Kant?


spock@antiit.eu