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sabato 16 gennaio 2010

La guerriglia di Draghi contro il governo

Può sembrare patetico, e lo è. Ma l’ambizione non manca a Draghi. L’ambizione è di buttare giù il governo con i suoi falsi studi. Di buttarlo giù prima che possa procedere a non confermarlo alla Banca d’Italia. La scadenza è lontana, fine 2011, ma il governo si troverebbe a doverla gestire a metà del suo percorso, insomma agevolmente, e questo Draghi non può permetterselo. Si spiega così la fila di castronerie che fa diffondere dal suo Ufficio Studi, da ultimo con l’ufficialissimo “Bollettino Economico”. Che ha fatto suo, senza più, il calcolo della disoccupazione dell’Ires-Cgil, l’ufficio studi del sindacato del Pd: tre punti in più di quella dell’Istat.
Un paio di settimane fa lo stesso Ufficio Studi ha rilevato che la produzione industriale nel 2009 è scesa al livello del 1984. Di venticinque anni, niente di meno. In volume: il volume delle merci prodotte “nella scorsa primavera si è riportato al livello della metà degli anni Ottanta”. Che non vuole dire niente dal punto di vista economico – l’Italia può avere un’altra struttura produttiva, i valori sono certamente diversi, e che vuole dire, “volume delle merci”?
Draghi è stato nominato da Berlusconi e Tremonti nel 2005. Lo stesso Tremonti che aveva buttato giù Fazio, il governatore in carica. Ma su indicazione dell’allora presidente della Repubblica Ciampi. Mentre ora Tremonti ha il suo proprio candidato, Lorenzo Bini Smaghi. Ineccepibile, essendo uno dei governatori della Banca centrale europea, e quindi inoppugnabile. Da qui la guerriglia assurda della Banca d’Italia al governo: Draghi fa il matador che nobilmente lascia la fase delle banderillas agli aiutanti.

Anche il tifo, lo fa Milano

Non è una novità, si sa che le partite si fanno a Milano: i calendari, gli arbitri, i tornei. Ma la dipendenza si è da tempo allargata pure al tifo. Milano è un po’ per l’Inter, un po’ per il Milan. Ora è per il Milan, dopo tanti anni di tutto Inter. Ma a Roma, per dire, non si parla di altro, che di Milan e Inter: se è giusto rinviare le partite, oppure no. Non è la prima volta, ma è la conferma di uno stato di cose ormai consolidato da tre anni, da calciopoli. Ogni anno i giornali milanesi scoprono per esempio una falsa cordata di acquirenti della Roma, dicendo di avere le informazioni ora da Unicredit ora dalla Lega: ora il solito banchiere russo, ora un rampollo della Bmw, ora addirittura Soros. Giusto per destabilizzare la squadra, l’obiettivo è evidente. E senza sforzo, i tifosi romanisti ne fanno colpa ai proprietari, romani, della squadra: i tifosi solo credono ai giornali di Milano, contro i Sensi che per la loro squadra si sono svenati. La Lazio perde a Milano una causa in cui ha palesemente ragione, in modo che il calciatore Pandev vada all’Inter a parametro zero, senza cioè un euro per la squadra che lo ha maturato e valorizzato - con beneficio immediato, anche in gol, della squadra milanese. Un giudice si era dimesso per non dover fare questa sentenza. Ma i tifosi della Lazio dicono come dicono i giornali di Milano irridenti, e se la prendono col loro presidente, che si fa passare per un cretino. Non con Pandev né con l’Inter che si erano accordati all’insaputa della Lazio, cosa proibitissima.
Un tempo le tifoserie erano molto sospettose. A Roma, a Firenze, a Torino. Non più. La milanodipendenza era un fatto della provincia. Che dalla capitale del Nord mediava gli stili di vita, il panettone, la Scala. Ora è un fatto anche urbano, ne sono contagiate le grandi città. È questa la rivoluzione di Mani Pulite: la Lega, Berlusconi, calciopoli, la corruzione ovunque, specie nell’opinione pubblica.

La mafia dell'antimafia

Calogero Mannino è stato processato per vent’anni come mafioso, a lungo anche incarcerato, perché voleva fare politica all’insegna dell’antimafia e perché dava fastidio a Ciancimino, mafioso acclarato. Non è un errore, e non è un caso. È un dato costante che risale alla gestione della Procura di Palermo da parte di Giancarlo Caselli, di cui il meglio che si possa dire è che non vedeva l’evidenza. Avallando tra l’altro personaggi e procedure che il suo predecessore Chinnici denunciava pubblicamente – non a caso assassinato con grande fragore alla maniera di Beirut, con un’autobomba.
C'era un rischio nel concentrare la lotta alla mafia sulla politica e le istituzioni, che ora è una squallida certezza. La Procura di Palermo si è specializzata nel perseguire come collusi o favoreggiatori chi ogni giorno combatte i mafiosi, quali Contrada, e alcuni ufficiali dei carabinieri, il generale Mori in testa, lasciando alle forze dell’ordine la caccia ai criminali. Dopo vent’anni siamo ancora a una mafia gestita da Riina e Provenzano, e questo chiunque sa che non può essere. Ma chi sono i nuovi capi non interessa alla Procura di Palermo, come si paga il pizzo, dove, a chi, chi traffica la droga, attraverso quali canali, chi investe per conto dei mafiosi. Un atteggiamento omissivo che configura, questo sì, il reato di favoreggiamento, ma qualora in Italia ci fosse una giustizia.
Nella stessa Procura le accuse reciproche di mafiosità peraltro si sprecano, per esempio tra Ingroia e Pignatone, l’attuale capo della Procura di Reggio Calabria. Fanno parte della stessa leggerezza d’animo, impunità si dice a Roma, con cui la Procura palermitana si garantisce protezioni invalicabili processando in piazza allegramente Berlusconi e Dell’Utri. Non per i loro affari più o meno torbidi, ma in quanto mafiosi. Con un pentito da tempo squalificato, Di Carlo, che accusò quindici anni fa Berlusconi di traffico di cocaina per farsi estradare dalla Gran Bretagna, dove il carcere era serio, in Italia. E un pentito, Spatuzza, che dice in aula che prende ordini dai suoi capimafia… Non passa giorno che non ci sia occasione di celebrare Falcone e Borsellino, ma di Chinnici, che faceva i nomi, si è perduto pure il ricordo.
Contro Mannino sono stati portati venticinque falsi pentiti. Ma questo numero è già ricorso, nel falso processo, sempre per mafia, contro Giacomo Mancini. Non sarà, questa antimafia, un fatto esoterico, di numeri magici?

giovedì 14 gennaio 2010

Orwell come Hobbes, post-1984

Si chiama romanzo, ma è la rappresentazione dello Statio globale, e lo Stato globale siamo noi, oggi, i trionfatori di "1984". Si esce dalla rilettura ossessionati, come da un incubo reale. La “Fattoria” è sul mondo com’era, una farsa, dirompente e divertente, “1984” è la scienza del futuro, della durezza del Diamat che mima. Della vita, compreso l’amore, o il sesso, l’avidità, o la gelosia, ridotta alla sola dimensione politica, cioè di polizia. Una unidimensionalità che può essere solo “scientifica”, cioè tecnica, senza passione. Una storia fredda quindi: è una requisitoria-sentenza, per quanto lucida e di un giudice afflitto, e non un romanzo.
"1984" è certamente ancora una satira antisovietica, ma nell’intimo colpisce, con curiosa preveggenza, il mondo post 1984, cioè l’oggi: Oceania siamo noi, che del resto raggruppava già allora le Americhe, Londra con il Commonwealth, e l’appendice africana. Governati infine dallo Stato globale, invisibile ma totalitario, benchè si cammuffi col mercato. Che da tempo ha sostituito la pubblica opinione all'olio di ricino, e sempre si fa votare. Già faceva impressione la lettura canonica di “1984”, antisovietica, poiché era di un Orwell sempre liberale ma su presupposti marxiani. Del sovietismo come poi si è estinto, su presupposti marxiani: fragilità economica, appropriazione del plusvalore, concentrazione monopolistica, totalitarismo, cioè tirannia. La caduta del comunismo è il solo evento storico che abbia inverato le “leggi” marxiane, ed essa era in “1984”. Ma, riletto, il “romanzo” non è tanto una lettura del comunismo sovietico, quanto di un mondo di strutture e sovrastrutture, e di ideologie. Né più né meno di quello odierno, bancario, avido, inflessibile, totalitario.
Orwell va riletto quale Hobbes contemporaneo, filosofo compassionevole della politica, nella guerra civile continentale del Novecento: “Ogni giorno distruggiamo parole”, spiega Syme, il linguista di regime, “dozzine di parole, centinaia di parole. Tagliamo il linguaggio all’osso”, per restringere il campo del pensiero: “Alla fine, attraverso il pensiero, renderemo letteralmente impossibile il crimine, perché non ci saranno parole per esprimerlo”. Curato pure nelle date: il 1984 del calendario finisce con la perestrojka. Orwell che Italo Calvino labellò "un libellista di second'ordine", perché ricordava gli anarchici e i troskisti massacrati dai comunisti di Stalin in Catalogna, per dire la durezza della lunga guerra civile da poco finita.
George Orwell, 1984

Kundera se la ride, con Malaparte

C’è qui il primo, e solo vero, saggio letterario su Malaparte scrittore, che emerge infine dal formidabile conformismo novecentesco. E fa capire l’insistito riferimento a Breton. Fa capire Kundera, la passione congiunta per il romanzo e per la verità cose, la verità.
Il libro ha molti bianchi, forse la metà delle pagine (ed è per molti aspetti una riduzione in pillole, più assimilabile, dei saggi di quindici anni fa, "I testamenti traditi"), ma l’altra metà vale la spesa. Per il comico in Dostoevskij, “la comica assenza di comicità”. Per il “paradosso luciferino” della violenza, che tanto più si diffonde dove “non c’è” il male, non si concepisce o si trascura. E perché “i protagonisti dei grandi romanzi non hanno figli”? Per Garcia Marquez e derivati, che bisognerà leggere: i loro in realtà sono “personaggi senza storia”, piacciono per questo. Per Kafka: “L’opera di Kafka è inconcepibile senza Karl Barth, il creatore della teologia negativa”. Per l’emigrazione che non sempre è esilio: spesso si sta bene fuori. Per “il futuro anteriore della nostalgia” (Oscar Milosz). E per la diversa ottica, convincente, dei saggi che interpolano i testi brevi: Bacon il pittore, Anatole France, in proprio e come archetipo delle “liste nere”, Janáček, Malaparte. Con la recenti scoperte antillane di Kundera, Aimé Cèsaire, martinicano, e René Depestre, haitiano, quali prolungamenti di Breton (Césaire ricordato “giovane, vivace, piacevole” nel 1975, quando aveva 62 anni).
Kundera non si cura della squallida accusa in patria di spionaggio per la polizia che lo perseguitava, e non rinuncia all’humour. Anche al Comitato Centrale. Che nel gennaio 1968 decise di farsi “presiedere da uno sconosciuto Alexander Dubcek”. Senza illudersi: “Nell’epoca dei procuratori, che significa «la vita»? Una lunga sequenza di avvenimenti destinata a dissimulare, sotto un’ingannevole superficie, la Colpa”.
Milan Kundera, Un incontro, Adelphi, pp. 186, € 17

mercoledì 13 gennaio 2010

ll critico vittima di se stesso

Enrico Brignano si meraviglia di essere il secondo nella graduatoria dei best-seller: “Il libro l’ho scritto in venti giorni, tra un lavoro e un altro”. E ne incolpa i critici: “I critici sono degli sfigati destinati a morire soli, senza famiglia”. Il comico sembra confuso, ma sulla solitudine dei critici no. Ora, cominciare con l’autorevolezza di un comico una recensione di Pedullà, il principe dei critici militanti, sembra irrispettoso. Ma non lo è: il critico ha voluto come sottotitolo “Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero”. Gli anni zero, matematicamente inconcepibili, sono quelli del calendario: dopo i millenni c’è sempre un secolo di semivuoto. Ma, figurativamente, in questo millennio gli anni sono zero per i critici: un millennio che non ha opere che se ne fa dei critici?
Il lutto c’è tutto, volendo fasciarsi la testa. Quante cose non accaddero nel 1957, per il critico Pedullà agli esordi e per il lettore? E quante invece non accaddero nel 2007. O nel 2005, o nel 2009. Ma, come a ogni commiato, il critico si diverte, e si narra le sue storie: la sinistra del Carlomignolo, esilarante, lo sciopero dei ministri, dovendosi decidere se andare in pensione a 58 anni invece che a 56, “I soldi svaniscono”, parola del papa, o “Non c’è alternativa al ridicolo in Italia?”. Insomma, la storia breve di dieci anni: con Arbasino e Magris, anche Pedullà emerge come migliore political scientist della contemporaneità. Inoltre ha risolto - caso non infrequente fra i critici del Novecento, bisogna riconoscere - il dilemma del "Piacere del testo": "Come prendere piacere a un piacere riferito ? Come leggere la critica?" Sì, se il critico si fa voyeur per noi, ci fa entrare in scena ("il commento diviene allora ai miei occhi un testo, una fiction, una busta fessurata"). “Impariamo l’elezione” è da antologia: “Abbiamo perso, ma abbiamo anche vinto. Siamo stati sconfitti alla Camera ma anche al Senato…”. Scoppiettante, come vuole le sue recensioni: il critico come un “precario che sogna di scoprire autori di qualità perpetua”. O: “Il pluralismo post-moderno fu come il Giubileo che si replica ogni giorno. Cancellò i peccati, mandando tutti in paradiso”.
E tuttavia è anche lui sperduto nel Millennio, come ogni critico letterario. Si pubblica meravigliosamente di tutto, ma il critico militante, che ha bisogno ogni giorno del nuovo libro da mettere sotto i denti, è perfino in crisi d’astinenza. Pedullà, che dei critici militanti è un po’ il decano, deve sentirsi particolarmente in crisi, anche se prova a reagire. “Col vecchio si avanza?”, si chiede e chiede: “Non si avanza solo col nuovo? È morto il nuovo e non il vecchio?” Grazie al sarcasmo lieve, o non sarà cinismo, si diverte ancora. Ma la domanda è triste già prima della risposta per chi ha operato cinquant’anni di recensioni a caccia del nuovo.
Libro di favole
Pedullà s’è fatto un libro all’antica, ampiamente marginato, con belle illustrazioni, corretto, per dire che il critico, malgrado tutto, si diverte. Chi segue il “Caffè illustrato”, la costola pedulliana del vecchio “Caffè” di G.B.Vicari, internazionale e trasgressivo, ci troverà molte cose che ha già gustato. Ma con un sorriso amaro - si fa anche il caso “in cui servisse scrivere male”, non l’ornato da scuola di scrittura cioè. E, sempre all’antica, questo “Vecchio che avanza” sarebbe propriamente un libro di favole. Vi si parla di orfani che non diventeranno mai padri. Ed è un po’ una maledizione, un ripudio. Ma è vero che c’è una pausa nel ciclo naturale, un mancamento, come se la letteratura da qualche tempo si fosse fermata. Non all’improvviso, frenando come giusto: da un paio di decenni fanno ottima narrativa i filologi, gli storici, i critici letterari. Se non che, come sempre, anche in letteratura non c’è futuro perché il passato è svanito. Il fatto è che il critico si è dissolto, la sua immagine e il suo ruolo (l’autorevolezza, l’insight, il coraggio). È per questo che il giornale, come l’editore, non gli dà più spazio – e la stessa accademia lo tollera, a vantaggio di altre discipline, paraletterarie. E il critico militante, senza giornale, non è.
A un certo punto Pedullà scopre che il Novecento, il suo secolo, non esiste. Lo scopre a Palermo, a un convegno di giovani al quale è stato invitato – da giovane? I giovani cioè non lo dicono: tacciono. Sono critici e autori che scrivono ma non leggono, e quindi non leggeranno il Novecento. Le loro opere nascono come i funghi, non ci sono più parentele, tematiche, stilistiche, somiglianze, rinvii. Chi vuole scrivere può imparare senza dover leggere. L’unica cosa che deve fare è avere un buon promotore-trice: agente, direttore della scuola di scrittura, editore. E scrivere il libro nel linguaggio corrente, nel filone corrente, le caste, le antimafie, i vaffa, Berlusconi, il genere internazionale, l’esotico, e il noir.
Ora, Walter tutto questo lo sa bene, e non lo sa. A Palermo li ha anche visti e li ha ascoltati, a lungo, non visto e non ascoltato benché sia di figura massiccia e voce suadente, ma pensa che si siano distratti. E immagina che la vecchia critica e la vecchia scrittura siano tornate e abbiano ingombrato il campo. Non è tornato niente. Impera, anche col mercato, il conformismo che oscura la Repubblica, specie nelle lettere e soprattutto nella critica, Pedullà dovrebbe saperlo, che dopo cinquant’anni di “professione” è ancora l’enfant terrible della categoria. Un circuito sempre vieto di falso modernismo, e molto baronale, anzi partitico - per cui c’è “la morte della critica” solo dal 20 dicembre 2009, quando ne ha parlato Asor Rosa. Il critico, insomma, molto è vittima di se stesso.
Anche per avere preteso molto da se stesso, perché no, seppure non se ne possa fare una colpa. Curtius apre la “Letteratura europea e Medio Evo Latino”, che è del 1948, proclamando: “L’odierna scienza delle letteratura, quella degli ultimi cinquant’anni, è un fantasma”. Che forse è vero, ma non sembra. Quella dei cinquant’anni seguenti, però, è sicuramente stata padrona, facendo aggio sulla letteratura stessa. La critica viene, insomma, da un privilegio insostenibile.
La cinesizzazione
Sulla cosa in sé c'è poco da ridire, l’editoria è infine americana, si paga e vende i libri, ha imparato a venderli. È “la cinesisazzione della letteratura”, anche qui Pedullà non si fa mancare il lampo: costi minimi, tempi stretti, e manufatti di rapida usura. È “il mercato delle copie”, che “sono diverse solo se fallate”. Ma questa è una novità vera: l’editore studia il mercato, inventa la clientela, impone il prodotto – si fanno investimenti nella promozione dei libri che a volte eguagliano quelle dei film. Le librerie sono affollate come i supermercati. I libri si vendono a milioni - anche se non è possibile, non è vero, che tutti abbiamo a casa Faletti, Ammanniti, Brown, Saviano, e un Camilleri al mese. Il mass market non è una cattiva novità, uno, neppure se critico, non saprebbe dolersene. Se non che, come si sa, ogni volta la cattiva moneta scaccia la buona. Dice: è la letteratura industriale. No, anche i prosciutti sono industriali, anche i vini,ma sono saporiti. È il conformismo del denaro, del potere.
La novità peraltro è duplice: gli autori firmano quello che devono scrivere, da “Gomorra” a Giordano e Vitali, presto e bene. Scuole di scrittura insegnano a scrivere anche a chi non ha fatto le scuole, e probabilmente meglio delle scuole. Sono per questo il tipo di corsi per adulti più frequentato, benché care – ma ne è stata fatta nel 2004 anche una fortunata seria a dispense. Abili redazioni comunque rimediano a tutto rapidamente, anche a costo di lasciare le correzioni al malvagio correttore automatico – “Gomorra”, il più grande best-seller italiano, è stato confezionato in sei settimane, con Fofi, Viareggio e tutto, e nessuna possibilità di critica, l’antimafia è più spietata del mitra. Viene da dire che le redazioni editoriali sono migliori di quelle giornalistiche, cui il critico militante fa capo. più rapide, più vispe, più smart. Oppure che nulla è cambiato, ma i soldi e le copie vendute sono importanti.
“È bello che in una società dove è serio solo chi persegue l’utile garantito dal mercato migliaia di scrittori dedichino il loro tempo a un’attività inutile quanto la poesia, la narrativa e la critica”, lo stesso Pedullà se ne fa una ragione. È la tirannia dell’epoca, inafferrabile è incontestabile: dopo un secolo vale sempre Kafka, quello dell’uomo circondato e circuito. Da impenetrabili burocrazie, che se si dicono alfiere di libertà non possiamo nemmeno criticare, con servi remunerati e arbitri devoti. Il rapporto del resto è biunivoco: se gli editori moltiplicano i libri copiando dalla televisione, la critica ha abbandonato l’autore e il piacere del testo, l’oggetto della sua applicazione, se non del suo desiderio. Trasferendosi nel migliore dei casi nelle plaghe sterili del testo (intertesto, pretesto, etc.), per un’esibizione d’intellettualità – la più sterile di tutti sarà stata la filosofia del linguaggio.
Pedullà si vuole diverso. Giustamente è convinto, e non per il suo speciale punto di vista, che anche in letteratura, come nella musica e nelle arti visive, la tradizione principale debba essere la tradizione del nuovo: non è la vita qualcosa che si rinnova? Invece si trova a fronteggiare, sfrontata e prosperosa, prospera come non mai, la tradizione del vecchio: i libri sono l’unico settore che non risente la crisi in Italia (la domenica prima di Natale il “Sole 24 Ore” rimbeccava uno scrittore americano che aveva osato dubitarne, schierando una paginata d’indignati autori e editori italiani). Ma il peggio, va ridetto, non è questo, non sembra. È forse che il critico si trova a scoprire che tanto del vecchio nuovo era vecchio – insensato, manierato, di bottega, perfino di bottega politica. Mentre c’era di più e di meglio nel vecchio vecchio, considerato, argomentato, narrato.
Di nuovo, dice Pedullà, c’è Silvio D’Arzo, che ha il più lungo saggio del volume, ma è morto nel 1952. D’Arzo è nuovo perché non si poteva pubblicare in vita, c’era il neorealismo. Anche il Novecento, quando se ne farà la storia, sembrerà strano. Qui si vede del resto l’altro Novecento, che Pedullà non ha frequentato, se non nelle recensioni d’obbligo: Brancati, Sciascia, Landolfi, Fenoglio, che è poi il Novecento che resta, perfino Campanile e, purtroppo, un Vittorini narratore. Tornano gli amatissimi D’Arrigo, Volponi, Bonaviri. E c’è La Cava, un ritratto finalmente in rilievo di questo remotissimo autore, anche se nella solita dimensione regionale, anzi paesana. Mancano ancora Malaparte e Primo Levi, che forse sono i migliori, quelli che “tengono”, Soldati, un altro che si fa leggere anche nelle scampagnate tra le vigne, ma aveva il torto in vita di essere socialista senza essere stato comunista, o Arbasino, che è addirittura liberale.
È così che il critico militante, rifiutato dalla democratizzazione della letteratura, non c’è peggior equalizzatore del business, è ristretto alla ridotta: al notabilare “noi e loro”, gli happy few, i venticinque lettori, eccetera. Che è in realtà una tebaide, seppure col telefonino. Con una forte riserva cammelliera, nel caso di Pedullà, in questa traversata del deserto: la sua origine calabrese. Incancellabile, specie per il sentimento di offesa verso il mondo che non ci riconosce - un altro calabrese illustre, Corrado Alvaro, lo sapeva e rifiutava alla radice il rifiuto, facendosi cosmopolita, ben italiano, e molto romano. Ma con un distacco naturale dalle cose che può essere feroce. In senso buono, per narrare, e per narrare il narrato, o criticare: l’ironia che sorregge lo sdegno è anche una sorta di occhio di lince sulla realtà, di cui vede fulmineamente le connessioni intime, le debolezze. Il critico può sempre consolarsi, è la sua funzione. Che può ancora dire la sua, seppure in edizione limitata, e sa farlo.
Walter Pedullà, Il vecchio che avanza, Ponte Sisto, pp. 224, € 18

Che ci azzecca Craxi a destra

C’è più di un motivo di raccapriccio nella celebrazione di Craxi a destra. Dalla destra ex neofascista: il “Secolo” con un numero speciale domenica, e la fondazione FareFuturo di Fini. Cui si aggiunge la figlia di Craxi, che ha fatto ieri una lunga intervista sul “Corriere” per spiegare come Craxi ovunque mettesse fiori ai fascisti, a Mussolini, ai militi ignoti repubblichini. Un motivo è che non solo i comunisti, anche i socialisti si ritrovano nel fascismo, i socialisti di Craxi. Un altro motivo è che non c’è nulla di tutto questo, si tenta solo, anche da destra, di sfruttare una possibile riabilitazione di Craxi, dopo averlo aggredito nei processi e fuori dei processi. Il terzo motivo è che nessuno vuol fare quello che Craxi voleva fare e, in parte, fece.
Se Craxi ha un merito storico è quello della governabilità. Della stabilità della funzione di governo. Il governo eletto che è l’unica garanzia della democrazia, specie in una paese a scarso pluralismo politico e sociale alla periferia, e a consolidata egemonia dei gruppi di potere. Riuscì così a governare stabilmente per quattro anni, abbattendo l’inflazione dal 20 al 3 per cento, e vincendo perfino un referendum per l’abolizione della scala mobile, contro la mobilitazione del Pci e il sabotaggio di mezza Dc. Ma fu sempre l’uomo del 20 per cento contro l’80, e non ebbe mai buona stampa.
Oltre che denigrata per settarismo, la governabilità fu allora confusa, per ignoranza, con il decisionismo di Carl Schmitt, e insomma col fascismo. Craxi era “fascista” già all’epoca, ma non piaceva ai fascisti, che anzi lo vedevano come il fumo egli occhi e quando poterono gli buttarono addosso le monetine. Ora Fini si richiama a lui, che fa dello sfascio la sua unica arma politica.
Fini non poté tradire il governo nel 1994 perché Bossi fu più lesto di lui. Poi il traditore Bossi, dopo una serie di batoste, s'è messo a fare il cagnolino buono, ed ecco Fini. Ha impedito al governo del 2001 di governare con mille pretesti: sponsorizzando Fazio, cacciando Tremonti, imponendo una legge anti-immigrati che ha indisposto tre quarti d’Italia, quella che ha anziani o ha bambini, e ha boicottato la vendita degli immobili pubblici per favorire i sottufficiali dell’aeronautica. Il governo del 2008 ha già tentato di abbatterlo un paio di volte, con le minorenni prima, poi con Spatuzza. Ora fa lezioni di democrazia.

La giustizia a guardia e ladri

Era prevedibile, dopo la furbata della Corte Costituzionale sul lodo Alfano - il ministro aveva ottemperato alla precedente decisione della Corte, cinque anni prima, ma non aveva visto una e. Il ministro ha accusato il colpo ma, ottemperando a un’altra decisione della Corte, in favore di due operai, specie protetta, ha messo allo studio un “decreto breve”, che non consente a Berlusconi di sfangarla nel trojaio milanese, ma gli allunga la vita di tre mesi. Se non che subito la Corte ha fatto sapere che troverà altre vocali nella sua decisione operaistica. Allora, zàcchete, il ministro dice che la decisione della suprema Corte non ha bisogno di un decreto del governo, c’è solo da applicarla. E la Corte? S’immagina riunita pensosamente a ponzare il colpo d’incontro. Dirà che non ha deciso niente? Che quello che ha deciso non è quello che dice Alfano? Che la sua decisione si applica agli operai ma non a Berlusconi? Qualcosa domani dirà, le idee al napoletanissimo consesso non difettano certo. Né c'è da dubitare che il Consiglio superiore della magistratura del senatore illustre Mancino non correrà in soccorso, anzi, è strano che in queste ore si sia eclissaro - avrà prolungato le ferie?
Ma, nelle more, le Corti amano le more, questa volta Berlusconi li ha fregati, i suoi tre mesi di vacanza giudiziaria è difficile che glieli tolgano - magari dirà, di nuovo, che lui è il primo degli operai. E questa è la giustizia. Si capisce che il presidente Napolitano non si raccapezzi, e moltiplichi gli inviti a stare tranquilli. Ma non potrebbe mandarli direttamente nelle stanze di fronte, la Corte sta di fronte al Quirinale? Anche con un pizzino, se vuole risparmiare sulla carta. Anche con una cerbottana, se vuole risparmiare sui commessi.

lunedì 11 gennaio 2010

Se un'amica è nemica della santità

Papa Woytiła aveva un’amica invece che un amico. Un’amica come amico, con la quale conversava del più e del meno, e dalla quale si fece leggere qualcosa nei lunghi momenti della malattia. Che, come tanti amici, di lui ha conservato le lettere e ne coltiva la memoria. Ma questo “disturba” la sua santità.
Si capisce che le sue “lezioni” del mercoledì sulla santità della donna non abbiano inciso. O che la donna, la diversità sessuale, è sempre diabolica. Questo è un mistero, e non lo è.
Ribattendo sul “Sole 24 Ore” alla richiesta di Liliana Cavani e Emma Fattorini di un sinodo sulla questione femminile che annulli la differenza, Lucetta Scaraffia ricorda che per primo e solo il cristianesimo ha liberato la donna. Se c’è un aggiornamento da fare, aggiunge, questo è semmai un ritorno alle origini: “Piuttosto che un adeguamento alla modernità, la continuazione e la riscoperta di un modo di pensare e operare antico”. Disincrostando la chiesa dalle posizioni di favore o privilegio acquisite dai suoi uomini, i preti e i semplici coadiutori.
Ma l’insidia è forse nel ritorno. La modernità essendo il laicismo dell’Unione europea, che il sacerdozio considera una professione, uno dei tanti aspetti orrendi di questa Europa da macero, su questo non c’è bisogno di tornare all’antico, basta aprire l’ombrello, ci libereremo un giorno di Bruxelles. Mentre è forse proprio nel “modo antico” della chiesa, paolino e dunque ebraico, consolidato nella patristica, che si annida la diffidenza verso la donna – i privilegi della tonaca sono irrisori, e alla sommatoria forse negativi. Il dialogo interreligioso fa male ad annullare le differenze: il problema è l’ecumenismo della buona volontà.

Il mondo com'è - 30

astolfo

Concussione - È una manifestazione del potere, non bisogno né un assetto o una tara sociale – è sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. Un potere alla portata di chiunque, anche del ricattatore.
È il termometro della degradazione del potere. È anche una concezione di vita – è la base di una delle forme dello Stato secondo Max Weber, lo stato patrimoniale. Ma è anche un segnale della morbilità del potere, da quello religioso a quello del lager.

Germania – Il kantismo parte dal 1870, prima chi sapeva di Kant? Lo hegelismo dal 1880 – sula traccia peraltro del materialismo dialettico, il rovesciamento marxiano. Schopenhauer dal 1890, Nietzsche da fine secolo e oltre. Prima c’era Wagner, anni Sessanta – ma quanto deve a Baudelaire?
La filosofia tedesca ha preso a tormentarci, malgrado la sua incongruità, quando Bismarck ebbe costruito il Reich. Prima c’era l’erudizione tedesca, un po’ farlocca, consona al genius loci, talvolta fortunata, con Wincklemann, Schliemann, i fratelli Grimm, poi lo scozzese Kant ha aperto una breccia alluvionale – soprattutto in traduzione (l’incomprensibile ha la forza del mistero).

Bonn ha comprato per molti anni la libertà dei tedeschi in Europa orientale, con le numerose politiche a favore degli Aussiedler, Übersiedler, Flüchlinge e così via. Senza scandalo e senza problemi, ordinaria amministrazione. Il primo atto della riunificazione è stato di porre la Germania Est sotto il controllo della Bundesbank: niente elezioni, niente referendum storici, niente celebrazioni, un avvenimento aziendale, una fusione, o meglio un’incorporazione. La discussione su Berlino, se dovesse o no essere la capitale, non ha riguardato la natura del nuovo Stato unificato, o la storia, ma il costo del trasferimento da Bonn, 50 mila miliardi, oppure 75, oppure 100 mila: se la nuova Germania unita debba o non avere, con una grande capitale, una grande politica non è stato discusso. O meglio è stato già deciso.
Karl Jaspers riteneva la riunificazione inutile (“Freiheit und Wiedervereinigung”) perché sopravanzata dalla lotta anticomunista per la libertà e perché non si sa esattamente cosa riunificare, se il mondo di lingua tedesca, la Grande Germania del Vormärz, la Germania di Bismarck, le due Germanie del dopoguerra. Jaspers apriva ai tedeschi un orizzonte largo. La Germania invece ha preferito conformismo e prudenza, la strada del fare e non dire, non pensare.
La politica del futuro potrebbe anche seguire questo modello tedesco, il buonsenso renano del giorno per giorno, senza disegni e senza grandeur, la politica della non politica – modello Kohl. Dove i grandi problemi, sociali, ideali, generazionali, si riportano entro i modelli di gestione. Succede del resto già in Giappone: il lavoro disintossicato dalla politica. I grandi problemi – la pace, la guerra, la libertà, lo sviluppo – sono necessariamente legati alla retorica? Come e dove la retorica accompagna e sopravanza la politica? Ma anche: l’interesse non abbrutisce? I principati e le repubbliche che svilupparono l’arte, la filosofia, la letteratura, erano più commercianti o più guerrieri?
La politica gestionale è però un fatto in Germania e in Giappone. La Germania ha anche un precedente, i trent’anni bierdemeier: l’ordine e l’amor di patria, che col nazionalismo s’intrecciano radicalizzandosi, nella Germania biedermeier e nella Repubblica Federale hanno conseguito invece l’opposto, si sono smorzati. La voglia di primeggiare viene diluita nel successo economico, non armato.

A lungo, e perfino per la Francia (Quinet ad esempio), il concetto di libertà personale è venuto dalla Germania. Dall’anarchia tribale, dalla Riforma. Con un seguito nell’anarchismo, le eccentricità di Weimar, il radicalismo femminista e verde. Il conformismo d’altra parte è indiscutibile. Non solo sotto Hitler, anche dopo: i tedeschi hanno combattuto la dittatura, in opere e in pensieri, molto meno dei polacchi, degli ungheresi, dei cecosvloacchi. Anche nel 1989, sono venuti molto dopo la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria. E non si sono ribellati, sono fuggiti. La fuga sì, la resistenza no: quella è individuale, questa è collettiva: i due fatti si conciliano nel noto dualismo di libertà personale e conformismo sociale. È vero, come s’è sempre detto (ma meglio di tutti lo dice a ogni pagina Goethe), che la filosofia tedesca ha un concetto solo interiore, intimo, della libertà. Non l’ha mai pensata come fatto collettivo, non ha il suo Hobbes, il suo Rousseau, il suo Machiavelli. È per questo, va aggiunto, che non ha una dottrina liberale, perché il liberalismo presuppone una dottrina politica del corpo sociale, non solo del diritto o dello Stato.
Ma perché il conformismo sociale persevera, dopo sessanta anni di americanizzazione? Perché prevalente è il pietismo del luteranesimo. La libertà individuale s’è subito scontrata nella Riforma con la libertà politica, nella guerra dei contadini. Il pietismo ne ha praticato un minimo salvataggio, nella compassione in mancanza della libertà politica, e la Germania si accontenta del poco, non vuole sperimentare il meglio – perché pensa di averlo sperimentato.

Giappone – I giapponesi continuano a non sapere perché hanno fatto la guerra, e perché l’hanno persa. Per questo lascia perplessi, un paese e un popolo che invece tutto renderebbe simpatico.

Italia - È sempre stata decentralizzata, tra repubbliche, signorie e domini riservati, ora è milanocentrica. Per l’opinione, la politica, il gusto, le idee. Per la lingua: quando l’italiano era manzoniano anche i lombardi ne erano ospiti, ora si parla solo milanese in italiano, fin nell’accento e gi idioletti. È deprimente – piatta, saputa, carognesca – ma è Milano.

Politica – Va sempre lette con malizia. L’economia invece no - al contrario del marxismo volgare i cominciamenti in economia sono determinati dall’entusiasmo, e hanno finalità dichiarate: è questa la forza dei movimenti economici, in questa razionalità adattabile.
La politica è sempre una partita a scacchi. È così perché si definisce in rapporto ad altri soggetti? Ma anche l’economia è in queste condizioni. Forse la differenza è questa: l’economia è come la scienza, costruisce, perfeziona, indaga, la politica invece è come la legge, mantiene, regola, equilibra.
Resta il fatto che cercando le ragioni meno nobili non si sbaglia mai in politica.

astolfo@antiit.eu

domenica 10 gennaio 2010

Perché l'Italia è antipatica

Uno direbbe per Berlusconi. Ma poi si scopre che lui invece se la spassa. Va in Provenza e tutti gli sorridono. Va a San Pietroburgo e idem. Sarkozy e Zapatero gli hanno copiato le ministre miss. Zapatero potrebbe perfino metterlo in Telecom, tanto gli è grato per il salvataggio del gruppo Prisa (“El Paìs”). Obama gli deve il ruolo fondamentale di pesce pilota fra gli alleati europei: non fosse stato per lui avrebbe già sbattuto più volte quest’anno a brutto muso a Parigi e Berlino, e anche a Londra, sull’Afghanistan, l’Iran e ora lo Yemen. No, Berlusconi sarà antipatico, ma non all’estero.
Perché allora tanti giudizi severi sull’Italia? Proviamo ad analizzarli. Intanto, sfrondiamo il fronte dai giornali di Murdoch e da quelli sudamericani. I giornali di Murdoch fanno gli interessi del padrone, il “Times”, il “Sunday Times”, gli altri quotidiani inglesi che Murdoch mantiene con la pubblicità, e il “Wall Street Journal”. I giornali sudamericani…, giornali sudamericani? Restano quelli francesi, ma non sono specialmente cattivi con l’Italia. Neppure il severo “Le Monde” dopo Colombani, il famoso trozkista rimasto senza fronte. Quelli tedeschi sono severi, ma all’apparenza, sempre arcigni, è la grafica, sono severi con tutti e non fanno eccezione per l’Italia, anzi per l’Italia fanno eccezione, perché è un paese che piace. Restano gli inglesi non di Murdoch, l’“Economist” e il “Financial Times”, e questi hanno una ragione ben precisa, sono fatti dalla banche. Dalle peggiori, le banche d’affari. Che sono inglesi e americane, e in questo senso è vero: all’Italia si irride nei corridoi delle banche d’affari, è un paese troppo facile.
Non è infatti che l’Italia sia invisa alle banche d’affari. Hanno guadagnato in Italia quanto non avrebbero mai immaginato grazie alle privatizzazioni. E hanno fatto guadagnare i loro consulenti, che in Italia hanno avuto specialmente prestigiosi, Prodi, Draghi, Gianni Letta, Mengozzi, Fantozzi, Rainer Masera, Caio, Siniscalco, Ermolli, e ora pure Mario Monti. Ma per questo la ritengono un paese poco serio. E, finito il business delle privatizzazioni, puntano sul debito. L’Italia è un paese molto amato dai risparmiatori di tutto il mondo. Perché ha un debito enorme su cui paga interessi cospicui, ed è di grande affidamento. Ora, però, prima della crisi gli interessi erano scesi sotto l’1 per cento, e questo non andava bene. E anche ora che i tassi si sono moltiplicati non va bene. Se l’Italia, che è un solido pagatore, subisse un qualche declassamento dalle agenzie di rating, sarebbe tutto fieno in più, gratis. E allora perché non dire che l’Italia è allo sfacelo? Non la Gran Bretagna, badate, che ha un indebitamento netto annuo del 10-12 per cento del pil, roba da Terzo mondo, l’Italia.
Ma l’“Economist” e il “Financial Times” sono le bibbie del mercato, si dice. Ecco, questo è il mercato - ma, poi, chi lo dice, l’ingegner Ronchey? è ancora in vita? altrove non lo dicono, in Europa, a Londra, in America, in Sud America.
La verità vera è però che l’Italia è antipatica agli italiani. Che non sanno perché, frastornati dalle gazzette. Le quali li proclamano impuniti e ingovernabili - loro, i più assidui votanti del mondo. C’è quindi da diffidare. Ma è anche vero che l’Italia la politica ha affidato ai più avidi e ai falliti di ogni bordo, la giustizia ai paglietta maneggioni, basta passare per piazza Indipendenza a Roma, davanti al portone del Csm, per sentirne l’inconfondibile olezzo, il calcio ai corrotti, e a ogni istante si può dissolvere con niente, un verbale o un pentito, una foto o una puttana, o anche solo una chiacchiera, senza nemmeno l’intercettazione.

Quanto ci costa il debito altrui

Dunque, sono 8 miliardi i maggiori oneri per interessi che l’Italia deve pagare sul suo debito, quest’anno e nel 2010 almeno, otto miliardi in più l’anno, in conseguenza della crisi. Della crisi delle banche. Per di più non italiane. Il ministro dell’economia Tremonti ha abbandonato la cautela, e ora che gli vogliono far ridurre le tasse, conferma la cifra che si sapeva (http://www.antiit.com/2009/06/segni-di-ripresa-di-che.html e
http://www.antiit.com/2009/08/la-crisi-e-finita-per-i-banchieri.html). È l’effetto della globalizzazione, uno dei tanti perversi: giocano le banche americane e britanniche, pagano gli italiani. È l’effetto dell’inerzia europea – a meno che non siamo qui a difendere Londra, una piazza che apprezza poco l’Europa. Ma è l’effetto anche di una gestione del debito pubblico che, seduto sulla cosiddetta “ottica europea”, non ha funzionato e non potrà funzionare se non a carico dell’Italia.
Consolidamento
La linea del rigore che l’Europa ha imposto e l’Italia ha accettato, per tenere sotto controllo il debito italiano, da alcuni anni non funziona più. Dacché il problema del debito è diventato prima tedesco, negli anni di Schröder, della grande disoccupazione, e ora britannico. La Gran Bretagna s’indebita ogni anno al ritmo del 12-14 per cento del pil, inondando l’offerta di titoli che devono cllocarsi a costi sempre crescenti. Ma l’Italia non se n’è accorta: continua a stringere la cinghia, e non più, non tanto, per controllare il suo debito, ma per pagare il debito degli altri. Per pagare più interessi perché, dentro l’euro, la Germania si è indebitata molto, e perché, fuori dell’euro, i mercati devono salvare la Gran Bretagna.
L’Italia non ha la possibilità, e non avrebbe alcun interesse, a sganciarsi dall’euro – quando si parla di fare qualcosa, di governare la politica monetaria, i soloni della saggezza ricevuta saltano subito su a ipotizzare l’assurdo. Ha però l’interesse e l’obbligo a esigere un governo del debito. Una forma di consolidamento sarebbe stata saggia alla creazione dell’euro ed è necessaria oggi. A parte l’ingiustizia di far pagare gli italiani per i britannici o i tedeschi, non è pensabile un debito europeo che si raddoppi in un paio d’anni – finisce anche la stabilità dei soloni.

I fatti offuscano le opere di Katherine

I fatti e i personaggi della vita trasfusi nelle opere offuscano e confondono. Hanno nature separate ed è meglio che lo restino. Altrimenti si finisce per non sapere di quelli e non amare queste. La gatta Katherine, l’uistitì e l’egocentrismo del sorprendente ritratto iniziale si perdono nei riferimenti.
Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield