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sabato 9 settembre 2023

Secondi pensieri - 522

zeulig


Confine –Ridotto a segno tipografico, è la nozione probabilmente più curiosa dell’essere umano,  dell’essere in generale. Che per essere ha bisogno di un confine – di un limite, di una delimitazione-definizione. Dovrebbe essere estraneo alla concezione del mondo come a sé stante, da big bang a big bang, qualcosa che si moltiplica - s’incrementa o semplicemente muta - senza sosta, avendo l’illimitatezza come suo distintivo, il vecchio panteismo, e invece è ad esso connaturato.
Kant distingue tra limite e confine. Si possono superare i confini, questo è il proprio degli esseri viventi, specie degli umani, che lavorano al progresso – miglioramento degli assetti “naturali” (preordinati, precedenti).  Ma nella creatività, la sperimentazione di nuovi possibili, è necessario che vi siano dei limiti. Che i possibili cioè siano delimitati da presupposti – che non siano distruttivi, che non siano violenti o immorali.  
Heidegger argomenta al contrario, che nel limite l’essere prende senso. Ma è un sofisma: non si vede perché l’essere dovrebbe essere limitato, oppure limitarsi. In questa direzione semmai prende senso come spazio di libertà, come inveramento della nozione di libertà. Che non può essere illimitata e anzi il confine o il limite lo necessita, altrimenti è distruttiva. Cioè il contrario della libertà, che non si vuole aggressiva – la libertà è relativa, in rapporto ad altre entità.

 
Il concetto del possibile è un’esercitazione ininterrotta, e il fondamento dello sviluppo umano – delle conoscenze, delle possibilità. Un confine elastico, teoricamente all’infinito, ma necessario, per il bisogno di una continua revisione-riscontro. Ogni previsione è un’esercitazione del possibile, cioè dei limiti della realtà.
 
La limitatezza si direbbe semmai il fondamento del creato, di un mondo nato e non auto propulsivo. Nato, per autocombustione o per direttiva, con delle regole, fisiche, fisiologiche, logiche. Un caso sono, da cinquant’anni a questa parte, le tante analisi sui limiti necessari alla crescita economica e sui limiti (vincoli) della natura: non tutto è permesso, non tutto è possibile. Il limite incorporando nel nuovo concetto della sostenibilità. Ma sempre c’è stato un calcolo del possibile. Prova ne sia, in sociopolitica ma anche in logica, l’esigenza di limiti per un governo corretto del mondo – limiti al potere. L’esigenza della legge, che è il governo dei limiti - misura e sanzione del possibile. 
 
È un esercizio di fine tuning. Di conoscenza o comprensione dei fenomeni e di giudizio critico – di decisioni accorte, di mezzi cioè indirizzati al fine voluto, una scelta tra varie opzioni, più o meno limitate. È la misura. Di cui si rileva la mansione oggi con facilità, nella contemporaneità, tra mercato (“arricchitevi”, accumulate) , consumi, e diritti. Che si presenta come una forma, un’epoca, di iperindividualismo, ed è invece grettezza, limitatezza, per mancanza di senso del limite – il limite, paradossalmente, acuisce l’intelligenza del mondo, la disposizione e la capacità di comprendere.
 
Libertà – Funziona come la conoscenza in Kant, limitata. La mente organizza attraverso le categorie l’esperienza sensoriale, ma la classificazione è necessariamente limitata (come la scienza), non permette di conoscere il reale in se stesso – il reale è il nostro reale, a mano a mano che la percezione del reale a sé stante procede.
“Le forme elementari della vita religiosa” di Durkheim vede la libertà sorgere con i tabù, con i limiti alla disponibilità perfino alla conoscenza (analisi). Tabù-limiti che Simmel può dire condizionanti per l’esistenza di una società, in quanto la caratterizza e insieme la delimita, la contorna. All’esterno ma anche all’interno, come funzionamento – molta sociologia è stata all’opera in tal senso, da Max Weber a Talcott Parsons.
 
In epoca di presunta massima libertà il “Corriere della sera”-Milano sente il bisogno di una tre giorni di riflessioni e spettacoli in tema. Partendo da un supplemento di ben 56 pagine di giornale. Dove però non sembra ci sia molto. Barbara Stefanelli apre ammonendo che “in tempi di incertezza ci si illude di poter essere liberi in solitudine. E invece la libertà si definisce insieme nel confronto”. Ma le storie del festival sono di solitudini orgogliose, e di successi più o meno artistici, compresi gli-le influencer, che invece sono pressioni commerciali camuffate –adeguate alla comunicazione via social.

Mefistofele – “Come l’etimologia stessa suggerisce è il Portatore di Luce, il benefattore dell’intelligenza e del sapere”, Quirino Principe, “La musica è una cura senza farmaci”, intervista con Antonio Gnoli sul “Robinson” 19 agosto – “Lucifero ha insegnato a disobbedire a chi ci vietava di cogliere i frutti della conoscenza”. Bene, si sapeva. Lucifero “ha anche altri nomi: Dioniso, Prometeo, Thot”. Bene anche questo. Ma, chiede  Principe al suo intervistatore, “Le sembra giusto che Dio ci privi del nostro diritto alla pur minima parvenza di felicità concedendoci in cambio soltanto una beata ebetudine nell’al di là”? Una “parvenza di felicità” quale sarebbe la conoscenza.
Ma è Dio, o il Dio della Bibbia? Ha altri nomi, altri modi di essere.
 
Specchio – Come spettacolo, spectaculum, e speculazione? “C’è molta affinità tra lo spectaculum e lo speculum”, Quirino Principe nell’intervista succitata: “L’essere rappresentato in uno spettacolo è affine alle forme che ci appaiono in uno specchio, e ciascuna di quelle forme è una parvenza, un fantasma, uno spectrum”.

zeulig@antiit.eu

Alvaro fa i conti con San Luca

Uno scrittore non più in edizione, ed è un peccato. Questi racconti, per lo più veloci (di quando le “terze pagine” dei quotidiani gratificavano gli scrittori, oltre che di notorietà, di che vivere senza profondersi in altri mestieri), per lo più di adolescenti o ricordi dell’adolescenza-prima giovinezza, racconti “di formazione”, quasi mai drammatici, sebbene di aspettative spesso frustrate, sono curiosamente vivi a distanza di generazioni, e di mutatissimi contesti. Su tematiche insieme lievi e pesanti, e caratteristicamente indefinibili, non sistematizzabili: i rapporti uomo-donna, com’era d’uso, ma anche i rapporti adolescenti-adulti, e l’amicizia, un tempo fortissima e oggi dimenticata.
Si inizia con un gustoso controelogio del paese di origine, San Luca, che per una serie di circostanze non volute caratterizza Alvaro come autore, lo scrittore forse più cosmopolita del Novecento, prima di Arbasino, legando alle radici. “La cavalla nera”, l’unico racconto lungo, che apre la raccolta, anzi ne apre la sezione “Incontri d’amore”, è un non benevolo, un po’ satirico, ritratto dei potamiesi. Potamia è l’antico San Luca, un paese devastato da un terribile terremoto nel 1592, poi ricostruito a valle, verso la costa, col nome nuovo del santo protettore, la cui statua restò incolume nel sisma, ed era stata portata via dai sopravvissuti. Quando arrivano i potamiesi in città si chiudono le porte, si chiudono i cancelli, si chiudono i fondaci: i potamiesi non sono cattivi, ma non hanno il senso del tuo e del mio - le loro donne in compenso sono “dure e forti”, “ghiotte e curiose”, “e sono proprio belle” (la “donna del Sud”?).
Corrado Alvaro, 75 racconti, Bompiani, pp. 533, ill., ril., pp.vv.

venerdì 8 settembre 2023

L’inflazione che non c’è

La frutta costa, è costata questa estate, due volte il prezzo dell’anno scorso, anche due volte e mezza. I pomodori, introvabili (quelli di stagione) nel loro mese, agost, una volta e mezza-due. Tutto costa molto di più - la benzina si sa, e le bollette, tutti i generi di prima necessità, e tutti i servizi, dal bar alla trattoria. Ben più del pallido 6-7-8 per cento di carovita che l’Istat s’ingegna di certificare. E l’effetto si vede nel pil, che ha già denunciato un calo nel secondo trimestre, e un altro calo si prevede registrerà nel trimestre in corso. Senza altro motivo che il calo dei consumi. Le esportazioni tirano, l’Italia vanta un surplus record fra i paesi industriali. La produzione pure, al netto del quasi abbandono delle fabbriche italiane da parte della ex Fiat. I consumi si sono ridotti e continuano a ridursi.
Perché non se ne parla? Perché non si adottano politiche di rilancio dei consumi – che non siano le grida di prezzi bloccati? Perché non in Italia (uno sguardo comparato sugli altri paesi, dagli Stati Uniti in giù, rivela un dibatito quotidiano, attivo, su inflazione, cause e rimedi)? 
Un po’ è l’indigenza dell’opinione pubblica, dei mezzi d’informazione. Ma soptrattuto pesa l’indigenza del dibattito politico. In senso alto, dei sindacati oltre che dei partiti, e degli intellettuali, gli economisti, gli opinionisti: è come se l’Italia vivesse nell’acquario. 

Se il giudice è irresponsabile

Si prenda per un attimo il calcio sul serio. La Cassazioe dice che un certo processo a una squadra di calcio, la Juventus, intentato a Torino, con tanto di condanna “morale” col semplice rinvio a giudizio, non esiste. È stata fatta erroneamente,Torino non ne aveva la competenza. Semmai andrà rifatta in altra sede – a Roma. L’istrittoria torinese intanto ha azionato, oltre la condanna “morale”, il sospetto resta, una pesante condanna del cosidetto tribunale sportivo, che ha valso al club incriminato la perdita di 50-80 milioni – un bilancio.
Del tribunale sperotivo è inutile parlare – si sa, sono ammucchiate di politicanteria romana. Della Cassazione no, invece bisogna parlarne: la sentenza è importante e perfino incredibile. Sia per quanto è successo prima della sentenza, sia per quanto dovrebbe ma non succede dopo. Una Procura che non aveva titolo, di tifosi di una squadra rivale di quella incriminata, supportata e forse azionata da una sollecita Guardia di Finanza (di cui però non si può parlare), s’inventa  un’istruttoria su cui non aveva competenza, e promuove un giudizio – assortito da accorti annunci e preannunci, indiscrezioni, anticipazioni, da parte degli inquirenti - con condanna preliminare, senza cioè nessuna sentenza. Ma questa Procura non viene sanzionata in nessun modo – della Finanza nom si può dire, non si sa.
La giustizia è al di sopra della legge? O anche questo non si può dire – la giustizia fa capo a Mattarella, e il capo dello Stato è intoccabile? Perché nessuno lo dice – a parte l’infaticabile Alessandro Barbano, che con Zazzaroni fa il “Corriere dello Sport”.

Nostalgia del Pci

Ma c’era una volta il partito Comunista in Italia? E cosa faceva? L’ennesimo film (prima o dopo Moretti?) di ex Pci che un po’ si consolano e un po’ si negano.
Neri Marcoré, militante Pci, al funerale di Berlinguer nel 1984 è vittima di un incidente e resta in coma per 31 anni. Quando si risveglia, non si raccapezza. Le inevitabili gags però non divertono. Forse non c’è abbastanza distacco.
Veltroni, un comunista puro e duro da ragazzo (dirigeva la proscrizione dei giornalisti), è stato il primo allo scioglimento del Pci a proclamarsi non comunista e anzi buon cristiano, con pellegrinaggi a Dossetti, La Pira e tutti gli altri santi. Fino a fondare nel 2006 il Pd, come partito delle anime buone – benché del compromesso, anche se storico.
Un film nostalgico. E non si capisce di che, se il partito della nostalgia si è sciolto quando si è sciolta l’Unione Sovietica. Dopo aver fatto molti danni, soprattutto a Roma – ma anche in Centro Italia (Bologna e Ancona si governavano bene anche col papa, Firenze comunista dopo La Pira è stata un abominio di rendite urbane – il Pci ha avuto un ruolo, benefico, da Napoli in giù, ma presto ci aveva rinunciato). Il settarismo, per quanto buonista, è indefettibile.
Walter Veltroni, Quando, Sky Cinema Uno

giovedì 7 settembre 2023

Della Russia con rispetto

Succede di incontrare, in città durante l’anno e in estate negli spostamenti, al mare o in campagna o in montagna, in casa o da amici o anche nei locali, clienti o serventi, donne per lo più e uomini che in qualche modo si penserebbero astiosi verso la Russia, di provenienza moldava, georgiana, bulgara, bielorussa etc, insomma dell’Est. Che invece sono riservate, tutte. Perfino qualche ucraina. Con un fondo di rispetto verso la Russia. Partecipi forse di quello che qualcuno ha anche detto, qualcuna per la verità, ma giovane, e quindi si penserebbe senza memoria storica: “Con la Russia si stava meglio”. Cioè col sistema sovietico, della sanità, la scuola, il lavoro e un futuro garantiti. Mentre ora c’è la possibilità d’inebriarsi alla luce del mercato, ma poi c’è tanta fatica. E questa dura, mentre il mercato ha stufato.  
Si è liquidato senza appello – senza riesame - il sovietismo, la rivoluzione “socialista”. È vero che il mercato produce più merci, ma è anche vero che è aggressivo, ogni giorno. E questo pesa. Il riserbo è comprensibile: è gente che ha dovuto emigrare per sopravvivere alle promesse care del mercato e mantenere la famiglia, figli, genitori, vivere soli, imparare lingue straniere (il russo serve ancora come lingua comune), lavorare a ore, molte ore al giorno. È comunque curiosa la reticenza sulla Russia, che niente e nessuno obbliga a rispettare.
Il nazionalismo nei confronti dell’imperialismo russo ha molte frecce. Ma la memoria sovietica non è ingrata, o dell’impero russo pre-sovietico nel suo insieme. Comprese le assurdità dello stalinismo, peraltro analizzate e digerite – il sovietismo non era il nazismo, per la questione ebraica ma non solo: per la questione ebraica come di tutte le nazionalità, rispettate e anzi promosse.
 

Il vero parlato dei semplici, uno spasso

Un racconto fuori tema, o fuori schema – si direbbe eccezionale. È la storia del tuttofare un po’ scemo di una  casa d’appuntamenti a Roma, che racconta le sue giornate. Come e quando fa la spesa per la signora e per le ragazze, o le accompagna con gli “auti” agli appuntamenti, un paio di volte alle Acque Albule, per cui nell’attesa visita la villa Adriana, che gli apre un garbuglio di deduzioni su ciò che è e ciò che non è (fra attribuzioni, ricostruzioni, descrizioni del libro, la guida, subito poi smentite o ridotte a ipotesi), e ha un idillio all’ospedale con una delle ragazze, che si è “sparata” quando l’amica con cui conviveva l’ha lasciata. La storia di un linguaggio ordinario, così come si pratica giorno per giorno, fratto, ripetitivo, mugugnato per lo più, scurrile senza esserlo.
La vita quotidiana del “Professore”, un semplice, al servizio di donne non più complicate di lui, in una casa di via Sallustiana,  zona Trinità dei Monti, la bellezza nel suo fulgore. Ma senza slanci, di bellezza o signorilità, o ricchezza: il mondo grigio della piccola gente. Della prostituzione che non è, non si riconosce, non se ne parla. Nella lingua di tutti i giorni: un  romanesco in cui ognuno si riconosce - che non è quello contemporaneo di Pasolini, e neppure di Gadda, e nemmeno del Belli, anche lui erudito, molto. 
L’edizione Avagliano, una ripresa quasi filologica, è seguita da una nota al testo corposa, di Domenico Scarpa – un omaggio “a Franco Lucentini per i suoi ottant’anni”, nel 2000. Che lo vuole un racconto “tragicamente comico”. Tragicamente? Ma è vero che il risvolto alla prima edizione rimandava a Beckett, alle “monologanti larve di un Beckett”. Scarpa fa grande caso della filosofia che sta dietro il binomio F&L, e specie dietro Lucentini – di cui sottolinea una sorta di ruolo-guida all’interno della “ditta”, per un fondo filosofico costante. Dal suo proprio “Compagni sconosciuti” alle coproduzioni “L’idraulico non verrà”, “A che punto è la notte”. “La cosa in sé”, “L’amante senza fissa dimora”, “Enigma in luogo di mare” – e va aggiunto “Il significato dell’esistenza”. Basandosi soprattutto sui versi di “L’idraulico non verrà”, la parte di Lucentini, le tredici stanze di un Libro I di un poema intitolato “Epigrafica e metafisica”. Un poema di cui non si hanno i libri successivi, ma d’impostazione chiara, per Scarpa, da “Lucrezio trasognato”, col disordine crescente e la morte termica dell’universo. “Ritroveremo questa desolata visione del  mondo”, insiste Scarpa, “nelle teorie gnostiche sulle quali è impalcato il romanzo più ambizioso di F&L, ‘A che punto è la notte’” - e qui bisognerebbe citare, con la gnosi, Evola più che Lucrezio, una sorta di esoterismo ragionato. Ma questo “Notizie dagli scavi“ non sembra collimare, se non per il titolo. Bisogna dirlo un racconto-romanzo sfuggito di mano, di vita propria, indipendente e contro l’autore, contro il progetto? Ma Lucentini è forse più di Fruttero lieve, anche nella filosofia - e malgrado il suicidio finale.  
È il racconto - “romanzo” lo vuole l’edizione Scarpa-Avagliano – più fortunato di Lucentini. Nel 1964, in prima edizione, titolava una ripresa Feltrinelli di tre racconti,  con “I compagni sconosciuti”, già uscito nei “Gettoni” Einaudi, e “La porta”, già pubblicato su “Nuovi Argomenti”. La stessa raccolta è stata ripubblicata nel 1973 da Mondadori, dove F&L erano passati intanto a lavorare, con una lunga prefazione di Fruttero, intitolata “Ritratto dell’artista come anima bella” – una “vita di Plutarco” secondo Citati, di cui lo stesso Fruttero racconterà le peripezie su “La Stampa”, 2 ottobre 1973 (“La prefazione”, occhiello “F. senz L.”).
Nella breve premessa alla prima edizione, 1964, Lucentini parlava di “un filo di autobiografia ideale”. Di una malinconia che c’è, anche molto evidente, negli altri due racconti, ma non in questo, dove si ride: difficile immettervi il racconto del titolo, questo, se non per il gusto mistilinguistico. Qui primario, ridotto alla balbuzie essenziale, ma per questo tanto più pregnante. Scarpa ci vede un progetto filosofico, “una metafisica”, del “professore che intuisce la vanità delle nozioni di tempo e di realtà, e ne approfitta per cominciare a vivere”. Ma è difficile leggere il racconto in questa chiave. E poi, che gusto ci sarebbe?
È comunque un hapax della letteratura, e della letteratura come linguaggio: la testimonianza-scoperta della lingua vera dei poveri veri, di spirito. In anni di sperimentazione linguistica d’invenzione, una sorta di contro-sperimentazione, del sensibile o significativo inarticolato. Di uno scrittore che di linguaggi viveva, scout letterario a Parigi delle letterature di tutta Europa, ferrato traduttore da sette lingue. Ma ai margini del mainstream letterario, mancando di impegno politico, o della piccola socialità romana. Una situazione e un personaggio tanto ovvi quanto eccezionali, per questa lingua “smozzicata”, parlata senza futuro. Con una ironica pubblicità occulta a “Urania” e al “Giallo Mondadori” che F&L in quegli anni curavano.
Franco Lucentini, Notizie dagli scavi, Avagliano, pp. 109 € 7,20
Oscar, pp. 96 € 11


mercoledì 6 settembre 2023

Basta indebolire la Russia, serve contro la Cina

Il cosiddetto Occidente, cioè gli Stati Uniti, vuole “la pace in Ucraina”, cioè una qualche forma di armistizio, perché voleva e vuole la Russia indebolita, ma non molto. La vuole isolata politicamente ed economicamente, quindi nel bisogno, ma non indebolita militarmente. Il “nemico” dell’Occidente-Usa in questa fase e per i prossimi decenni è la Cina. Già dalla fine della presidenza Trump, con le iniziative fatte assumere alla speaker parlamentare Pelosi. Il nuovo “gioco” kiplinghiano è chiaro alla Farnesina e in Europa, anche se non si dice.
L’obiettivo della offensiva di pace è di non rendere la Russia vassalla della Cina. E in qualche modo anzi ravvivarne le storiche rivalità, in Centro-Asia, nelle vaste repubbliche post-sovietiche, e nel Pacifico.
Gli Stati Uniti hanno molte concessioni da fare per portare la Russia a una trattativa, data l’ampiezza delle sanzioni comminate, e a cui hanno convinto o costretto gli alleati. Non esclusa una revisione della condanna di Putin da parte della Corte penale internazionale dell’Aja – che gli Stati Uniti hanno voluto e praticamente imposto, anche se non riconoscono la Corte (si dà per scontata la permanenza di Putin al potere a Mosca). Il governo americano può scongelare gli immensi fondi russi investiti in titoli americani o in deposito presso le banche della Federal Reserve, bloccati dall’inizio della guerra. E può consentire l’esportazione immediata di granaglie, in attesa di liberare le esportazioni di gas e petrolio, e di minerali pregiati.   
L’obiettivo che ora si presenta come “opzione di pace” era manifesto da tempo, perfino dichiarato. Da circa trent’anni. Al Pentagono, al Dipartimento di Stato e nella pubblicistica. Dimostrare la debolezza militare della Russia, già manifesta in Afghanistan e in Cecenia, al netto dell’arsenale nucleare. Scartata l’opportunità di “armare” i nemici storici della Russia, Polonia e Romania, paesi forti e poco controllabili,  si è puntato sulla Georgia e sull’Ucraina. La Georgia per la vecchia ostilità, di secoli, l’Ucraina perché malleabile, data la corruzione diffusa . Due colpi di Stato anti-russi, sotto apparenze civili, di piazza, sono stati organizzati e finanziati in Ucraina, dagli Stati Uniti e dalla Germania (a vantaggio di élites che poi sono finite in carcere o a processo per corruzione).
La prima reazione russa, con l’invasione e l’annessione della Crimea, è stata risolta con accordi, patrocinati dall’“Occidente”, mai attuati. Mentre un’altra area di frizione si apriva, contro i russi del Donbass.
L’armistizio che si cerca d’imporre in Ucraina - di fatto all’Ucraina, con una parte del paese occupata dalla Russia - non può essere l’avvio di un negoziato di pace: nessun governo ucraino può, dopo un anno e mezzo di guerra di resistenza, accettare lo status quo. Ma serve ad avviare il “disgelo” con la Russia, anche con Putin al governo.

Il debito di Nessuno

 L’ex ministro del Tesoro Gualtieri, quello dei bonus edilizi a gogò, si giustifica oggi su “la Repubblica”: il Superbonus era a tempo, doveva essere bloccato a fine 2021, etc. Il sindaco ora di Roma si vorrebbe Nessuno, eroe omerico furbo a fronte di un ciclope di scarsa vista. Ma inteviene tardi, e forse giusto perché il danno è di giorno in giorno più grave: ha compromesso la finanza pubblica, rendendo vani gli sforzi italiani di contenimento della spesa. Le stime del Fondo Monetario Internazionale, anteriori al bubbone, sui saldi strutturali del bilancio pubblico 2023 fra i paesi del G 7 davano l’Italia, con un – 3,8 per cento, in posizione migliore di Francia, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti – e addirittura, unico paese fra i sette, con un attivo nel saldo primario.
Questi bonus sono stati opera di governi di sinistra e di destra, con i 5 Stelle e col Pd governando la Lega e Forza Italia. Ma Gualtieri, tardivo e leguleio, non fuga l’idea di un “partito nascosto” del debito. Dello spendiamo, e arrangiatevi. A cuor leggero: da una parte impegnando i condominii (in teoria tutti i condominii d’Italia) in costose ristrutturazioni, mentre dall’altra le banche, non avendo nessun obbligo di scontare il superbonus lo hanno scontato finché ci hanno guadagnato facile, poi hanno chiuso (hanno potuto chiudere) lo sportello. Senza scandalo.
Tutto ciò fa parte della dialettica politica. Dell’incapacità politica, se si vuole, che il pubblico può sanzionare, ne ha lo strumento, nel voto ogni pochi mesi. Ma il problema è anche di chi non ha saputo o voluto opporsi alla spesa pubblica in debito, nella Funzione Pubblica e nelle istituzioni: da quando si fa spesa senza copertura e senza controlli?
Su tutti, è un problema anche il silenzio dei media: non un’indagine, un commento, una spiegazione in mancanza di altro, di cosa è successo e sta succedendo. Succede nei media come nelle mafie, dove non si sente, non si vede, non si parla: titoli a iosa su Giorgetti, il Tesoro, la Ragioneria, i costruttori, e mai una spiegazione, un’analisi, una censura. Solo perché la slavina è stata avviata dal governo Draghi.

Come fare debito extrabilancio, in Germania

“L’indebitamento netto effettivo, compresi i fondi speciali (Sondervermögen), è molto superiore all’indebitamento netto indicato nel bilancio”: la Corte dei Conti tedesca scopre infine, dopo un decennio, come la Germania fa debito senza parere. Il governo tedesco chiama fondi speciali, fuori bilancio, le spese per investimenti di scopo, come il clima, la trasformazione energetica, il riarmo. E si tratta di ben 869 miliardi, di cui 522 di “debito potenziale” alla fine dell’anno scorso.
L’indebitamento “speciale” è di fatto quello che l’Italia chiede da qualche anno a Bruxelles. Invano. Ma non per un deficit di formulazione giuridica. Perché la Ue va effettivamente a due velocità: quella della Germania e dei paesi satelliti, e quella degli altri, aggiustabile, al livello basso.
Fino a una dozzina d’anni fa, alla crisi del debito e al rischio implosione dell’euro, la Germania faceva liberamente debito non contabilizzato attraverso il Kreditanstalt für Wierderaufbau, una banca per la ricostruzione, che essendo di diritto privato benché di proprietà pubblica si poteva assumere molti debiti extra bilancio statale - benché ultimamente ridimensionata, aveva un attivo l’anno scorso di ben 555 miliardi (la Cdp è stata tardivamente rimodellata, vent’anni fa, sull’esempio tedesco).  

Il papa in Mongolia con vista Cina

Un viaggio sfibrante, di una ventina d’ore, con un jet lag pesante, di sei-sette ore, per una visita di tre giorni, a una comunità di fedeli che non riempie una chiesa, e poi si è capito perché: per esprimere “rispetto e ammirazione per la Cina”. Perché non dirlo da Roma? Perché Ulan Bator è una finestra sulla Cina? Non lo è, ci sono alcune migliaia di km., e molta storia avversa, tra la capitale mongola e Pechino.
Certo, non si può escludere un fenomeno di “fata morgana”, di Pechino trasportata dalle nubi ai piedi di Ulan Bator, capitale di montagna. Un miracolo, il papa deve credere ai miracoli. Ma i trascorsi non sono buoni tra i due paesi, e anzi da un secolo la Mongolia vive all’ombra della Russia, per difendersi dalla Cina – oltre che dal Giappone. Cosa che naturalmente il papa sa.
E allora? Forse fa più effetto pregiare la Cina, la Cina di Xi, dall’Asia, da un gentiluomo quasi novantenne che si fa mezza giornata d’aereo fresco come un giovincello? Forse, ma senza forse, il papa sottovaluta il comunismo in Cina. Siccome fa affari, penserà che la Cina di Xi sia uno dei tanti Paesi capitalisti. A cui il comunismo dà un’anima.
Il candore con cui Francesco ha spiegato che nomina i suoi vescovi e gestisce le sue parrocchie d’accordo col governo, come un tempo si faceva con le monarchie europee, pratica deprecabile e abbandonata da tempo, dice che è così. Anzi peggio, se è vero, come il papa dice, che ministri del culto e organizzatori cattolici si formano in Italia scelti e inviati dal governo comunista.

Se sono donne non le vogliamo

Molti maschietti eccellenti sono stati contattati per allenare la nazionale di calcio femminile. Tutti hanno detto di no. È curioso. Non deve essere un bell’ambientino.
Curioso anche alla nazionale femminile di pallavolo, dove Paola Egonu si nega, per la seconda volta in due anni. Questa volta perché in concorrenza con Ekaterina Antropova. Egonu e Antropova si direbbero le Rivera e Mazzola del volley, ma anche qui è in discussione la panchina dell’allenatore.
Almeno nello sport si direbbe che maschio e femmina ancora fanno la differenza. Anche per il concomitante scandalo in Spagna, dove la vittoria della nazionale femminile di calcio al Mondiale è stata offuscata da dimissioni, sanzioni e polemiche dopo il bacio di un dirigente federale a una calciatrice: tutti schierati con l’atleta, ma a disagio.
Si direbbe aria di revanscismo. Il festival del cinema di Venezia s’illustra ospitando con molto glamour tre vecchietti, Roman Polanski, Woody Allen e Luc Besson. Besson per la verità è solo sessantacinquenne, ma tutt’e tre hanno trascorsi o sono sotto accusa per molestie e\o violenze sessuali, a danno di donne.      

L’educazione sentimentale di Alvaro, cosmopolita

Quattro racconti lunghi, la misura più congeniale ad Alvaro, pubblicati nel 1934. “L’uomo nel labirinto” (titolo poi rubato da Carrisi), successivamente edito spesso a parte, è un quasi romanzo: è la storia di un giovane meridionale smobilitato dopo la Grande Guerra a disagio nella Grande Città. Deluso. timoroso di non farcela. Una storia poi comune, di migrazione interna, di disadattamento, tra speranze sempre rinnovate e delusioni: la difficoltà per il provinciale di inserirsi.
Gli altri tre racconti formano o svolgono una sorta di “educazione sentimentale” alla Flaubert, vaga e solipsistica, anche poco drammatica. “Tra di noi, su quella spiaggia, accadeva qualche cosa, ma esisteva senza parole e senza possibilità di spiegazioni”: “Il mare”, il racconto del titolo, è di un mondo misto, italiano e straniero, ricco e oovero, intelletuale e manuale, che era di Capri e sarà di Positano. Con la bella Hélène che s’imbarca alla fine col fedele pescatore che è il suo amore, lasciando i poeti con la febbre.
“Solitudine” e “L’ultima delle mille e una notte” ambientano le relazioni, sempre vaghe, incerte, onnivore ma limitate, a Berlino e a Parigi, dove Alvaro fu nel dopoguerra corrispondente. Una storia di amore intellettuale a Berlino, di sesso senza parole malgrado i tanti discorsi, e forse senz’anima. E della voglia di vivere, tra Parigi e Istanbul, che meglio viene in affari – l’amore, il matrimonio, il protagonista avventuriero e truffatore vive di facciata.
Le tracce di questi racconti sono lievi: accennate, ipotizzate. Come sarà di tutta la narrativa di Alvaro, dopo la rudezza di “Gente in Aspromonte”. E cosmopolite, senza esotismi o idiotismi. A Istanbul, altra esperienza di lavoro giornalistico di Alvaro (ne aveva tratto un libro, “Viaggio in Turchia”, Treves, 1932), il racconto assume un ritmo comico. Un ritmo e una fantasia che non riemergono altrove nei tantissimi scritti di Alvaro e invece funzionano: si diventa ricchi perché Kemal Atatürk ha decretato la fine del fez, con conseguente tassonomia e filosofia del cappello.
Corrado Alvaro, Il mare, Rubbettino, pp. 194, ril. € 6

martedì 5 settembre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (536)

Giuseppe Leuzzi


È originato al Sud il deficit demografico dell’Italia, sancito dall’Istat da un paio d’anni (i morti sono più dei nuovi residenti) – di fatto già previsto a metà degli anni 1995 in base ai tassi di fertilità. Lo certifica la scomposizione dei dati Istat da parte della Cgia di Mestre, che ha ricostruito regione per regione il calo delle nascite, e quindi della popolazione attiva.
Il numero dei giovani “nuovi attivi”, tra i 15 e i 34 anni, è diminuito di poco meno di un milione negli ultimi dieci anni. In termini nazionali il calo è stato del 7 per cento. Ma è determianto dal Mezzogiono. In Sardegna il calo è stato del 19,9 per cento. In Caabria del 19. In Molise del 17,5. In Basiicata del 16,8. In Sicilia del 15,3.
 
Il “pizzo nasce al Sud con i briganti. Si paga e si tace”, nota il medico svizzero Horace Rilliet, in Calabria nel 1851 con una spedizione militare (un giro delle province) del re Ferdinando II: “Tutti vi trovano il propio utile; appena paga il cittadino non è più molestato; il brigante ha il suo denaro; le guardie non devono più sostenere combattimenti pericolosi; ecco un felice accordo”.
 
A Reggio Calabria un imprenditore si arrampica sulle gru per protestare contro la confisca del suo patrimonio, 20 milioni. È stato processato per mafia due volte (ma con lo stesso Procuratore Capo, poi da Reggio passato alla Direzione Nazionale Antimafie ora deputato grilino, il nobile partenopeo Cafiero de Raho), e due volte assolto, ma intanto i beni gli sono stati confiscati. È stato riecvuto dal nuovo Procuratore Capo Bombardieri, ma pare che non ci sia rimedio. Sembra assurdo, e lo è.
Se c’è qualcosa di preciso nell’inafferrabile “onnimafia”, peraltro, questo è la gestione dei beni confiscati. Da ogni piunto di vista – eccetto quello legale, naturalmente, “manzoniano”. In questo senso la mafia è potere.
 
Vincenzo Linarello dice una cosa giusta e una sbagliata al “Corriere della Sera”, dove può celebrare il successo di Goël, il consorzio cooperativo che presiede, nato vent’anni fa su iniziativa del vescovo di Locri Bregantini, attivo in molti settori, con un giro d’affari di 10 milioni. Dice che intimidazioni, attentati e minacce, “anche molto pesanti”, si ebbero nei primi tempi, poi “si sono stancati”. Ma aggiunge che  “il nemico è strutturato”. No, la mafia non è un’entità, non imprendibile: sono mafia i mafiosi. Prepotenti, balordi per lo più, che ci provano. Di più ci hanno provato quando mons. Bregantini fu allontanato da Locri. Ma questo fu dovuto alla massoneria di Locri-Reggio, e ai Carabinieri.
 
Sudismi\sadismi
Cemento illegale, inquinamento delle acque e dell’aria, depurazione assente o malgestita, pesca di frodo: Legambiente mette il Sud nel mirino. Dei 19.530 reati ambientali acccrtati dalle Capitanerie di porto nel 2022 lungo le coste, la metà (il 48,7 per cento) è imputata a quattro regioni del Sud: Campania, con 3.345 reati, il 17,1 per cento del totale nazionale, la Puglia con 2.492 reati, la Sicilia con 2.184, e la Calabria con 1.490.
Poi però uno va al mare in Toscana o in Romagna e trova che le discoteche sì, funzionano, e forse sono anche a norma con i regolamenti comunali, ma il mare è sporco, i torrenti sporchissimi, la cirolazione da ora di punta.
Legambiente dice che i reati ambientali sono tipici delle regioni a “tradizionale presenza mafiosa”, e cosa dobiamo pensarne? Che le mafie in Toscana e Romagna ci sono ma sono più furbe? 
O il problema sono le Capitanerie di Porto, che anche loro danno la caccia ai mafiosi con i reati ambientali.
 
La questione pastorale
Nel viaggio alla scoperta della Calabria nel 1933, per lo più a piedi, col compagno Norman Douglas, che quella scoperta aveva fatto famosamente (“OId Calabria”) vent’anni prima, e con due amici inglesi, l’editore e libraio antiquario fiorentino Giuseppe “Pino” Orioli fa la conoscenza di due pastorelli,  “due fratelli, uno di dodici e l’altro di quindici anni”. E li ricorda con dolcezza, commiserandoli per l’isolamento e le ristrettezze: “Vivevano lì sopra”, al freddo di mezza montagna, “trascorrendo le notti in una piccola baracca costruita con rami… La loro paga era di cento lire l’anno più il vitto, che consisteva in pane e formaggio nei giorni feriali e un piatto di maccheroni la domenica. Durante l’inverno scendono nei bassipiani con il loro gregge”. E ha già concluso, al solo vederli: “Questi pastori sono gli aborigeni della Calabria”.
Una “apparizione” omoerotica perfino imbarazzante, ma indicativa di una economia, del territorio e delle persone , che è stata sempre troncata e repressa. Ed è all’origine di molti dei lutti in Calabria, rapimenti (di animali e persone), faide, vendette. E incendi, dei nemici e d’estate, di boschi e foreste, con mente lieve, tanto l’erba crescerà più verde.
Troppi incendi, più che nel resto d’Italia, in Sicilia e in Calabria. Colpa del caldo, si diceva una volta. Quest’anno però non può essere vero, perché ha fatto molto più caldo a Roma, Firenze, Bologna, insomma sull’Appenino centrale. Mentre si sono scoperti piromani insospettabili. Pochi, un paio, ma di un solo genere, pastori.
Un mondo da sempre socialmente ostracizzato. Dai Cabinieri naturalmente senza eccezione, che un pastore beneducato (non entra nelle proprietà altrui) hanno voluto mafioso solo perché bracconava ghiri – specie protetta e quindi da proteggere, ma sempre ghiri. Detti “zangrei”, cafoni, villani, per dire gente rustica. E estranei, solitari. Ai margini o fuori dai paesi.
Aborigeni come primi abitanti? No, come lasciati da parte. I pastori dell’Aspromonte non solo ma della Calabria tutta, si può dire, sono sempre quelli di Corrado Alvaro, un secolo e mezzo fa, o quasi. Lasciati da parte anche dalla politica agricola europea, che paga tutto a tutti. O dall’Italia repubblicana, che si vuole provvida. Nessuna facilitazione di mercato, per le carni, per il latte (ovino, caprino), per i formaggi, che un tempo non remoto, prima della guerra, erano numerosi e pregiati, caciocavallo, pecorino, provolone, il burrino o butirro.
(continua)

 
Il dialetto è particolare
Una rubrica giornalistica tenuta in dialetto, sul “Quotidiano del Sud” da Bruno Tassone, non persuade. Non è brillante - non è informativa, non è curiosa, non è pettegola. Non significa. Perché è il dialetto di Crotone (lo è?), che già  a Catanzaro non dice niente.
Il dialetto è una forma di comunicazione etnica. Clanica, quasi familiare, di parentela. È un patrimonio “nascosto”, non dichiarato – classificato, regolato. Vocale e non scritto, non grammaticale, benché di sintassi obbligata – al punto da darsi connaturata alla fraseologia, non adattabile, non astrabile. O meglio di semantica spontanea, formata per ascolto come il linguaggio dei bambini, ottenuta o consolidata con la pratica, e cirscritta al proprio paese. Già al paese vicino suona diverso: la stessa fraseologia, la stessa cinconlocuazione, gli stessi suoni, delle vocali, delle consonanti, delle sibilanti, delle sorde.
 
Costruire per il futuro in un mondo senza futuro
Una mostra di qualche anno fa a Reggio Calabria, sotto il titolo “Metamorfosi”, sul “non finito calabrese” si giovava delle fotografie di Angelo Maggio. Per “non finito calabrese” s’intendono le abitazioni di cemento armato a nudo, senza tetto, con pareti di mattoni forati senza intonaco, aperture senza infissi, solai di cemento nudi, pilastri di fasci di tondini di ferro protessi in solitario verso l’alto. Maggio, un dipendente delle Ferrovie con l’hobby delle foto di scheletri di cemento, un hobby che pratica da quasi trent’anni, ne parla come di “cemento amato”. Si pensa ironicamente, per deridere, e invece al fondo, con sua stessa sorpresa, quasi approvando, cercandovi ragioni positive.
Tutto è iniziato a San Luca, racconta: “Nel 2004, durante la Settimana Santa, ho fotografato una statua del Cristo Risorto davanti a un fabbricato non finito. Con mia brande sorpresa quella foto piacque moltissimo”, arrivarono apprezzamenti e richieste di copie.
Maggio parte da una premessa che anch’essa dà da pensare, del non finito siciliano, che è quello degli appalti a catena, sullo stesso progetto: “A differenza del non finito siciliano, quello calabrese è relativo ai fabbricati privati, favorito da regolamenti comunali elastici”. Ottimo, anche questo è da pensarci, i regolamenti comunali inapplicati: nei paesi è sempre una sorta di abusivismo di necessità, anche quando l'edificio è faraonico - tutti siamo poveri, al Sud. Ma continua col già noto: “Quante famiglie, quanti genitori, hanno costruito case o piani nuovi su quella esistente. Nella speranza di vedere i figli vicino a loro?” Una considerazione rituale, che cozza contro l’evidenza: i figli “non ci sono più”, ormai da più generazioni. Per il calo demografico. Quindi figli che più spesso non ci sono, non sono (ancora) nati. In una regione che comunque si spopola secondo tutti i punti di vista, dei bisogni e delle aspirazioni oltre che demografico – dati e studi convergono sullo spopolamento.
Questi edifici, per lo più enormi, non finiti sono, erano, monumenti alla speranza? Sono segni di continuità, pervicace, questo sì. Sono desideri, bisogni, di crescita, di sviluppo. Sono monumenti all’emigrazione, non obbligata ma forzata. Non manca chi sostiene che “il non finito esprime un atto rivolto al cielo, un’estensione dello spazio privato e una sospensione del tempo”. Quello che si vede, frequentando i paesi, è un mondo in fuga. Un mondo che si scopre, o si vuole, antico greco, della Grecia cioè che non coniugava il futuro.
Si spiega l’incompiuto come una rivoluzione a metà?  Sisifo sempre a metà della salita? Ma no, è la banca gorgone che si risucchia una vita produttiva, col mutuo innocente, e quanto benevolo. Ma è anche un difetto di calcolo, o previdenza. Non ci vuole molto a capire, basta farsi i conti, che il mutuo della banca, se non copre tutta la costruzione subito, la lascerà incompiuta a vita – a più vite o generazioni, considerando l’inevitabile disinteresse dei figli o eredi. Si parte felici col mutuo, che è sempre tanti soldi, chi li immaginava?, si finiscono i soldi col primo piano, quando il mutuo bisogna cominciare a ripagarlo, e per venti o trent’anni la vita si ferma, c’è solo da sgobbare per ripagare la banca.
Si direbbe il non finito calabrese un monumento alla banca, generosa (le banche lo proponevano a gara, fino al covid, con i tassi a zero, per lucrare sulle “spese”) ma improduttiva. Ma anche all’imprevidenza – all’incapacità di fare una semplice addizione.
Il non-finito è il monumento di una incultura economica elementare. Che fa il paio con l’altra, dei tanti che preferiscono fare le pulizie, o fare l’insegnante, a Bergamo, dove la retribuzione non basta, invece che a casa, e la periferia di Milano a quella di Bari, o Molfetta, o Reggio Calabria, che però hanno la vista mare. E dove, per quanto poveri, sarebbero invece ricchi.
In questo caso si potrebbe pensare che sono casi di un orizzonte di vita che al Nord appare aperto, seppure povero, e al Sud chiuso, seppure (relativamente) ricco. Lo è. Ma all’insaputa dei beneficiari o vittime, che non sanno che vita migliore potrebbero fare a casa.
Ma, poi, non è tutto. Le case senza tetto, i muri senza intonaco, le aperture senza infissi, i balconi senza ringhiera, su tre piani perlomeno, non sono per i figli. La casa deve essere un palazzo. Si vuole riprodurre, col nuovo censo, il notabilato di un secolo fa, il più povero, il più snob.
 
Cronache della differenza: Aspromonte
“Piante Macrì”, il maggiore vivaio di Gioia Tauro e forse del reggino, complementato da un salone enorme di oggettistica per la casa legata alle piante, ai fiori, alle stagioni (a settembre comincia già il pre-Natale, come in tutte le città austriache e tedesche), espone all’ingresso statue di Padre Pio e della Madonna, di varia dimensione, da interno o da tavolo, e da giardino, fino a un metro a sessanta-settanta a occhio. Ai piedi della Montagna. La Montagna è molto religiosa.
 
Si può sentire il picchio, tanto si è soli. Si fa un’escursione sull’Aspromonte sicuri di essere soli sui sentieri, non c’è ingombro. S’incontrano ragazzi dove ci sono cascatelle, per il rito di tuffarsi e rituffarsi.
 
C’è campo. Ovunque, anche nei forri. Non c’è in Sabina spesso, nell’Alto Lazio. O nelle Apuane. 
Anche in Versilia, non c’è campo in molte spiagge.


Anche i sentieri sono ben tracciati nel Parco. Ma non si fa sapere, poiché nessuno li usa.


Il sig. Giovanni, che alle falde della Montagna tiene un caffè rinomato, dividendo un cornetto per due è esilarato dal “piattino di condivisione “: “Lo fanno pagare due euro”. Non sa che si paga anche il cucchiaiono di condivisione, per esempio quello di plastica da gelato: un euro e mezzo.
 
Ma a Polsi no, anche lì si paga, i santolucoti gestisono l’area del santuario senza sconti. Non lo chiamano condivisione ma “sconzu”, il disturbo. Se vi sedete su una panca per bere la loro aranciata.
Certo, San Luca non si può dire Milano. Ma è vero che il commercio vuole grettezza.
 
A memoria d’uomo si aveva nozione di toponimi per ogni piega del terreno, ogni curva del sentiero o della strada, ogni ansa dei torrenti. Oggi, al più, soccorre l’Igm, con le vecchie carte al 25.000: solo quelli sono sopravvissuti.
È il fenomeno più generale della perdita della memora. Ma in Montagna, in ambiente aperto, senza “falsi scopi” o manufatti di riferimento, è una perdita, anche grave.
 
C’erano d’inverno i pastori in campagna con le greggi, per la transumanza, per svernare. Non noti, se non per mugolii, di un linguaggio non nostro, non del  nostro versante. Forse anche loro di San Luca o Natile – svernavano in una campagna che era appartenuta fino a poco prima a un barone Stranges di San Luca. I versanti sono stati a lungo ignoti, e avversi, per secoli, tra Tirreno e Jonio.
Ma, se si può dire, la storia l’hanno vinta loro, i pastori hanno più determinazione. Nella mentalità (asocialità), nei modi (muti, bruschi), nel fare (senza remissione, discussione, chiacchiere).
 
Non ha letteralmente più un frassino o un salice, che il viaggiatore svizzero Rilliet ci trovava nel 1852. E non ha abeti, che alimentavano tantissima falegnameria, ora scomparsa. Il frassino, di cui “queste valli sono ricoperte”, notava Rilliet, dava la manna. Attraverso una serie di incisioni orizzontali nei tronchi. Una manna “molto pura e molto apprezzata”.
La manna era demaniale, “concessa in locazione dallo Stato”. Ai contadini era “severamente proibito tagliare o danneggiare questi alberi, anche se di loro proprietà”.

leuzzi@antiit.eu

Uno e nessuno

Franco ha deciso di suicidarsi, a Vienna, dove ha una babele di amici e frequenta  personaggi di diverso linguaggio, tedesco, russo, polacco, ceco. Il protagonista si chiama come l’autore. Che però, in questo racconto d’esordio, non prefigura, come si sarebbe indotti a pensare, il male di vivere che poi lo attanaglierà: non scrive un thriller - è il protagonista stesso che ci racconta la storia. E poi il Franco del racconto presto si scioglie in “Uno”, uno qualsiasi, uno dei tanti, un numero. E la prima edizione Lucentini aveva fatto precedere dalla seconda e ultima strofa di una poesia di Hofmannstahl, “Erlebnis”, esperienza, dove “piangeva un rimpianto senza nome\ Muto in me della vita”. Epigrafe poi levata alla ristampa, nel 1964, quando si avviava al successo in coppia con Fruttero.
Una racconto lungo, una sessantina di pagine. Inconclusivo: il plot è la babele delle lingue, che la scrittura dialogata, quasi teatrale, impone al lettore. “Un intarsio di lingue”, dice il racconto il curatore Domenico Scarpa. Lucentini fu da sempre linguista curioso, al punto da proporsi traduttore da ben sette lingue. Benché, o per questo, sempre sperduto. A metà racconto Franco-Uno non si ritrova più sul Ring, nel percorso ordinario: “Ma dove stavo andando, adesso? C’era un’altra strada da prendere? Una strada da non camminarci solo?”.
Un racconto generazionale, del mondo, dell’Europa, dopo la guerra suicida. Nella capitale, allora, del disordine europeo perdurante: di spie e cortine nella ex capitale della gioia di vivere.
Un racconto scritto nel 1948 che ha aperto nel 1951 la collana poi gloriosa di Vittorini in Einaudi, I Gettoni. Ripubblicato in una raccolta di tre racconti, sotto il titolo più spesso di “Notizie degli scavi”. Ripescato nel 2006 da Domenico Scarpa, che lo correda di un prefazione e di un corposo apparato critico. Siamo nei tardi anni 1940, Lucentini vive a Parigi, dove fa il lettore per Einaudi, “sembra che tutto debba ricominciare o incominciare”, nota Scarpa.
Lucentini è della generazione di Parise, Fenoglio, Rea, Calvino, Zanzotto. Non ebbe fiducia nei suoi mezzi, o non gli furono riconosciuti, ed è finito come aveva cominciato. A Scarpa che gli proponeva di rieditare il racconto nel 1990 Lucentini rispondeva, sempre da Parigi: “La ragione per cui non mi sento, non mi sento proprio”, di rimetterlo in piazza, è “una deficienza non tanto stilistica quanto, diciamo pure, morale”, e cioè che il problema che agita è solo “giovanilistico” – “Il Nostro era semplicemente in preda a quella che Valéry ha smascherato, una volta per tutte come «disperazione post-giovanile»: la disperazione, cioè, di ritrovarsi sui trent’anni «senza essere né ricco né celebre». Altro che storie di fratellanza umana!”.
Però, si legge. La chiave è forse in Walter Pedullà, nel saggio “Lucentini, staffetta italiana di Beckett. Colpo basso contro il neorealismo” (in id., “La letteratura del benessere”), alla prima riedizione del racconto, 1964. in trilogia e sotto il titolo “Notizie dagli scavi”: una fiaba dell’assurdo quotidiano, come con altro linguaggio poteva pensare e scrivere Zavattini, alla “Unberto D.”, alla “Miracolo a Milano”, di programma anti-realista . In questo senso era stato recepito e valorizzato da Vittorini. 
Franco Lucentini,
I compagni sconosciuti, Einaudi, p. XII + 104, € 8,50

lunedì 4 settembre 2023

Appalti, fisco, abusi (231)

Fondi comuni in perdita netta da un paio d’anni e non sappiamo perché, mentre le Borse macinano record. E mentre si continuano a pagare costi per non si sa che cosa, al gestore, al distributore (la banca), di performance. E torna a mente quanto denunciava Mediobanca qualche anno fa, nella sua “Indagine sui Fondi e Sicav italiani” nel periodo dal 1984 al 2018: “L’industria dei fondi continua a rappresentare un elemento distruttivo di ricchezza”. E ancora: “Si è verificata una diminuzione di ricchezza pari a circa 86 miliardi di euro nell’ultimo quindicennio” (1984-2013). Per i sottoscrittori, non per le banche.
 
L’indagine di Mediobanca è andata avanti per una quindicina d’anni. Poi è stata sospesa. Perché Mediobanca è entrata in forze nel retail, a pescare anch’essa nel “parco buoi”?
 
Un sedia a rotelle per handicap fisici costa 31 mila euro – per metà o poco meno a carico dello Stato. Più di un’automobile di media cilindrata, benché di meccanica molto più semplice. E ha una vita di soli due anni o poco più.
La sedia fa il paio con i medicinali salvavita che costano centinaia e migliaia di euro. Si può speculare liberamente sulla salute.
 
Sono tornate in bolletta le odiose tasse di scopo per la rete elettrica e per le fonti di energia rinnovabili, per lo più le pale eoliche, fiorente business tutto guadagno. L’una e l’altra sempre più costose della “materia energia”, del consumo effettivo di elettricità o di gas. Ma a che “scopo”, dove vanno veramente tutti questi enormi introiti fiscali?
 
Che fine hanno fatto le associazioni di utenti e consumatori? Proprio mentre impazza il “mercato”, per il cui controllo quelle associazioni erano state inventate, in Gran Bretagna e in America.

Nessuna associazione di consumatori che chieda conto di queste “tasse di scopo” - Terna e i “palisti” pagano?
 
L’Esomeprazolo Teva Italia, medicinale da banco, ha dodici pagine, fitte, di “bugiardino”. Impossibili da leggere, e poi da capire. La funzione del “bugiardino” è di informare o di lavarsene le mani? Se è così, perché imporlo? Come le dozzine di firme che bisogna mettere in banca o all’assicurazione, senza nemmeno sapere il perché, volendolo. Volendolo, è impossibile leggere dieci o venti pagine fittissime . Che d’altronde usano un giuridichese incomprensibile. E poi, non bisogna evitare gli sprechi, di carta, d’inchiostri?

Fruttero un po' pallido, senza Lucentini

Una randonnée di un giorno in giardinetta, di una gentildonna che s’immagina giovane, lasciando lo yacht a Porto Ercole all’Argentario, tra rovine etrusche, conventi disabitati, chiese trecentesche, piazze rinascimentali, a un oscuro appuntamento, sotto una minaccia imprecisata ma incombente. Un racconto classificato da Google come horror, in realtà una sorta di ghost story, ma estiva, molto, disimpegnata. Come una “vacanza intelligente” quali “L’Espresso” proponeva allora, tra i borghi della Toscana – anzi della Maremma, che Fruttero recente “castellano” nel complesso intellettuale-residenziale di Roccamare, con Calvino e Citati, scopriva con meraviglia.
Un Tascabile del Bibliofilo in prima edizione, Longanesi, memorabile, nel giugno del 1981, assortito di trenta “fantasmi femmina”, trenta fotogrammi, di Federico Fellini - oggi irriproducibili benché castigati. Nel nome della “ditta”, Fruttero&Lucentini. Dopo essere stato pubblicato, senza foto, su “L’Espresso”. Poi ripreso a proprio nome dal solo Fruttero, il contributo di Lucentini essendosi limitato a una telefonata. 
Un racconto un po’ tirato via, come dirà lo stesso Fruttero diventato personaggio tv. Dopo il successo de “La donna della domenica”, le richieste a F&L affluivano copiose, talvolta con proposte di intrecci: “La richiesta stavolta era per un racconto di genere poliziesco, avendo «La donna della domenica» diffuso tra i periodici la seguente equazione: vacanze-brama d spensieratezza-letture d’evasione-polizieschi brillanti-F&L. Cedemmo un paio di volte a tali offerte, con risultati ai nostri occhi non entusiasmanti”. O forse il contributo di Lucentini era essenziale alla “ditta”. 
Carlo Fruttero,
Ti trovo un po’ pallida, Oscar, pp. 85 € 9


domenica 3 settembre 2023

Ombre - 683

Il Superbonus costa ora 100 miliardi. Di giorno in giorno si allarga il buco aperto nei conti pubblici dalla finanza allegra di due governi molto rispettati, Conte e Draghi. Tra Superbonus e Reddito di cittadinanza avremo due-tre anni di ristrettezze gravi nella spesa per la sanità, la scuola, le infrastrutture. Ma niente scalfisce il. mito. Perché è un (ultimo?) residuo della sinistra, intesa come sbadataggine?
 
Si è tenuta a Scilla e Villa San Giovanni in Calabria una convention dei Conservatori e Riformisti Europei, il raggruppamento che Giorgia Meloni presiede. Il “Quotidiano di Calabria”, senza dire di che si tratta, la fa criticare oggi, con  un’intervista, dal segretario del Pd a Villa. La convention aveva per tema “Se cresce il Sud cresce l’Europa”.
 
Capita di seguire Napoli-Lazio al ristorante, quindi senza audio. E di vedere due reti bellissime, non contestate dai napoletani, annullate ai laziali per “millimetri”: sembra una comica, i gesti del’arbitro, le espressioni dei giocatori, muti. Il fuorigioco di millimetri è una scemenza, bisogna non avere mai giocato a calcio o semplicemente corso in vita propria. Ma questo calcio avvocatesco è ributtante: la professione giudiziaria è la più abietta in questo momento in Italia, ma tutto è “giudiziario”. Si direbbe una società bacata.
 
Sergio Rizzo spiega profusamente su “L’Espresso” (“Così i giudici amministrativi hanno trovato il modo di garantirsi ricchi incarichi extra”) come i magistrati contabili (Corte dei Conti) e amministrativi (Consiglio di Stato) si sono reintrodotti surrettiziamente la giustizia privata dei lucrosissimi arbitrati, da qualche anno proibita per legge – la “giustizia ordinaria” è lenta, nei processi con molti soldi è meglio ricorrere a un accordo privato, mediato da un Gran Giudice. Il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, che si penserebbero – e loro stessi s’impancano a – supremi organi di diritto, come bande in realtà di affaristi.
 
Amato non dice  nulla, sulla strage Itavia nel 1980, che già non si sapesse, come Parigi può obiettare, quindi è solo la scelta di “la Repubblica” di spararla grossa. La novità è in un particolare, sgradevole: dare a Craxi la colpa se il missile contro Gheddafi finì per abbattere l’aereo di linea. Chi era Craxi nel 1980 per sapere che la Nato preparava un agguato a Gheddafi? E come fece ad avvertirlo, all’insaputa del governo italiano e dei servizi Nato? Amato è sempre stato guardato con sospetto nel Psi, probabilmente lo conoscevano. Dal testo della intervista sembra pure che nel 1980 fosse intimo di Craxi, una sorta di segretario, mentre era anti-craxiano.
 
Amato si mostra anche singolarmente – avendo studiato anche negli Stati Uniti – digiuno di politica internazionale. Craxi certamente non confondeva l’Olp con Gheddafi. Come Amato fa, nel 2023, ex presidente della Corte Costituzionale - ci sono arabi e arabi.
 
“Superbonus edilizio. Calo di gettito complessivo per lo Stato pari a 74 miliardi”. Elly Schlein: “Non hanno soldi per mantenere le promesse”. Ma Schlein ci è o ci fa?
 
500 manifestanti a Napoli per il Reddito di cittadinanza e contro il governo sono molti o sono pochi? Abbastanza per farci due pagine di giornale. Ma allora anche i giornalisti beneficiano del Reddito di cittadinanza, una grillata delle più bestiali?
 
Nel fondo pagina  sperduto cui è confinata la sua rubrica di politica internazionale, il lunedì, giorno dello sport, Sergio Romano scrive: “L’America, la democrazia militare che guida il mondo libero”. Detto quasi al confessionale, è una cosa di cui vergognarsi?
 
Si ride di Mancini cattolico professo, devoto di Medjugorie, dove va spesso, delle apparizioni della Madonna, che va in Arabia Saudita, uno dei paesi più arretrati in materia di leggi, per dare una mano a imporsi fra i paesi “liberi” (occidentali), ad avere una patente di “normalità”, anche se è tutto il contrario. In effetti, la cosa è ridicola come sembra: un Paese non diventa calcistico solo perché il padrone lo vuole, il padrone non può allevare undici campioni e qualificarsi per il Mondiale - può comprarli ma non allevarli. Ma forse, più che altro, bisognerebbe non invecchiare. Perché: che se ne fa Mancini di tutti i soldi che l’Arabia Saudita gli pagherà?
 

Sesso al microscopio, senza fantasia

Un film – volutamente? – antierotico. Sotto forma di proposta erotica: sei coppie si intrecciano mentre sono impegnate tutte a trovare nuovi stimoli, o comunque a scandagliarsi sessualmente: quanto sono “attive”, quanti margini potrebbero o dovrebbero ampliare, eccetera. Cose così, la filosofia o del sesso, quando è freddo. Tra esibizionismo e astinenza, non esclusa la finzione.
Un progetto che forse voleva essere  birichino. Ma le bellezze, peraltro attempate, di Monica Bellucci e Carole Bouquet, che fanno coppia, non riescono nemmeno loro a dare slancio al film.
Il tema è quello di “Bella di giorno”, cinquanta o sessant’anni fa, di “Eyes wild shut”, trent’anni fa. Rispettabile. Ma moltiplicato per sei sembra un’indagine sociologica, all’opposto del titolo. 
David e Stéphane Foenkinos,
Fantasie, Sky Cinema Uno