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sabato 16 marzo 2013

Il conflitto d’interessi a perdere

Superbonus a La 7 (TI Media) per festeggiare la cessione dell’emittente: a fronte di un incasso di un milione sono stati concesse gratifiche per almeno tre milioni, a Stella, Salvemini, Ghigliani. A manager di un’azienda che ogni anno perdeva 80-90 milioni (un miliardo in dodici anni). E il 2012 ha chiuso col botto, in rosso di 240 milioni. Dopo aver più che raddoppiato il debito in dodici mesi, da 121 a 260 milioni.
Si dice che le buonuscite siano un  sospiro di sollievo degli azionisti per essersi comunque liberati di perdite e debiti..Anche se alla cifra simbolica di un milione. Ma non ci sono solo le perdite: La 7 è la terza o quarta emittente tv. Specialista nei suoi programmi di maggior ascolto - il tg di Mentana, Santoro, Lerner - di critiche alle banche. Che ne sono le proprietarie, e hanno pagato questi dodici anni di perdite: Intesa e Mediobanca (da sola e con Generali, che è di Mediobanca e altre banche).
Non è il solo caso di “investimento in critiche”, o di conflitto d’interesse a perdere. Più rilevante è quello, ormai quarantennale, della Fiat in Rcs, il gruppo editoriale milanese, direttamente e tramite Mediobanca. Da cui ha avuto e ha campagne ostili a ripetizione, anche infondate, soprattutto sul “Corriere della sera” (sui conti, l’acquisto di Chrysler, i licenziamenti, i modelli, l’Alfa Romeo).

Il figlio del padre

Senza attori di richiamo, senza effetti speciali, nemmeno una lente 3 D, a pochi anni da altri “Pinocchio” celebri, su un racconto che tutti conoscono, anche i bambini, un forte coinvolgimento di pubblico, uno dei film più visti. Il segreto? Non si dice, ma dev’essere nel trattamento di D’Alò e Umberto Marino, che l’“avventura” del marmocchio di legno restringe al solo rapporto tra padre e figlio. Senza madre, com’è noto, ma qui è un vero rapporto affettivo, non un gioco.
Enzo D’Alò-Lorenzo Mattotti, Pinocchio

venerdì 15 marzo 2013

L’orgasmo antiquario

La vita di John Pierpont Morgan, banchiere - creò la banca oggi nella tempesta, per la perdita di 6 miliardi di dollari al gioco dei futures. Ma soprattutto, in quanto ricco, grande collezionista, il migliore dei tempi moderni, per gusto e fortuna, in punto di morte. O non tanto la vita quanto la passione di raccogliere la bellezza - JPM fu uomo di molteplici esperienze, l’una più importante dell’altra (salvò gli Usa dal crack nel 1907, impiantò la banca centrale del dollaro, allora avversata come statalismo, etc.) cui questa narrazione veloce si limita ad accennare. Ma sempre per far meglio risaltare la passione del bello – in un uomo, tutto sommato, di denari (non “vedeva” il Michelangelo che aveva comprato e teneva davanti agli occhi, non leggeva gli in folio e i testi unici che pure si affannava a comprare, neppure le figure, benché sempre curiose per qualche verso, misteriose, oscene).
Il punto di vista non è originale, ma la narrazione non è affannosa, come avviene nei lunghi flashback, e perfino chiara. Adriano Bon, alias Hans Tuzzi (lo pseudonimo è un personaggio di Musil, uno dei tanti de “L’uomo senza qualità”), bibliofilo, antichista, consulente editoriale, professore a Bologna, autore della serie di gialli detti del commissario Melis, nonché di ottime letture di Svevo, Bassani e altri, ha anche i titoli giusti, oltre che il taglio felice, per ricomporre il fascino del personaggio. Limitandosi a riscrivere le testimonianze dei familiari, collaboratori e opinionisti e giornalisti dell’epoca. Con un omaggio insistito alla figura della Bibliotecaria, naturalmente a quella di JPM, che era bellissima, oltre che organizzatrice eccellente della famosa biblioteca del magnate, e abilissima acquirente – una dedica?
Attinto da un male ignoto in Egitto, JPM morì a Roma dove si era trasferito per curarsi meglio, allora, nel 1913, una delle capitali del mondo. Con molti antiquari anche capaci, e a loro modo onesti – la passione antiquaria è sempre un po’ invereconda, come un orgasmo smodato, per il quale si spendono cifre impensabili.
Hans Tuzzi, Morte di un magnate americano, Skira, pp. 171 € 15

Vendetta lombarda

Dunque, abbiamo rischiato di avere la chiesa milanesizzata, anche la chiesa. E non nel senso di un papa milanese, quale è stato con insistenza propagandato per settimane, il cardinale Scola. Ma della vendetta lombarda, della cronica, anche minuta, guerra civile cui Milano ci ha abituati tra interessi contrapposti. Per fortuna la chiesa è più grande e non soccombe, al contrario dell’Italia: i cardinali in massa hanno spento sul nascere la faida.
Il blocco anti-Scola è stato formato dal cardinale Re, di Brescia, e dai cardinali Bertone e Sodano. A questi, piemontesi, segretario e ex segretario di Stato, brucia ancora l’attacco lombardo alla sanità vaticana, al San Raffaele e al Gemelli. Al cardinale Re le critiche, per quanto “ecumeniche”, dello stesso Scola. Gli altri elettori lombardi, Nicora e Coccolpamerio, si sono schierati con Scola quando la sconfitta era già decisa – Scola era a loro sospetto in quanto vicino a Comunione e Liberazione. Nicora e Re sono  cardinali d Bazoli.
Di fronte alla scelta del conclave, del papa-che-non-le-manda-a-dire, la manovra lombarda può sembrare ridicola. Ma insidiosa lo è stata. Anche la contromossa, del resto, si può dire una vendetta lombarda.

giovedì 14 marzo 2013

Il papa di lontano

Dopo tanto Bagnasco
Infine si è bagnato
Con il Mario ai Monti
E gli auguri a Scola
Il papa mancato
Le chiese avendo chiuso
Nei trameggi scoperti.

Letture - 130

letterautore

Capolavoro - È accidentale? Ibsen lavorò e rilavorò molto su “Imperatore e Galileo”, il dramma d Guliano l’Apostata, considerandolo il suo capolavoro, che nessuno ricorda.
Nel Novecento c’è il capolavoro costruito, l’opera di una vita, la “Ricerca”, l’“Ulisse”, ma la revisione critica forse dirà altro – esaurita cioè la carica d’innovazione.

Classico - Sta per misurato. Ma la misura è non inventare la realtà, pur inventando. I classici, ha scoperto Tocqueville in America, sono aristocratici: scrivono per pochi, di temi scelti, e curano i particolari. Con opere peraltro non “irreprensibili”, poiché “ci sostengono dalla parte verso cui propendiamo”.

Ogni testo non ha sostanza se non mutevole, compresa “la famiglia confusissima e zingaresca dei codici di Platone”, avrebbe detto il non citabile grecista Coppola, fascistissimo, ma il fatto è quello, già al tempo di Petrarca. L’Enciclopedia, che fa il nostro mondo, il mondo contemporaneo, è quella dello stampatore Le Breton. Che tagliava e cuciva per sue esigenze d’impaginazione, risparmio, legalità. Diderot lo scoprì un giorno che volle leggere in bozze un suo articolo della lettera S. Non pro-testò per non figurare responsabile dell’opera. Ma non protestarono neanche gli altri autori. E i classici iperdistillati non sono passati per schiere di copisti incolti, burloni, ebri?

Sono classici per l’autorità di un grammatico oscuro, quali cose appartenenti alla prima classe dei cittadini, fra le cinque in cui l’ordinamento timocratico, in base al patrimonio fondiario, di Servio Tullio aveva diviso i romani. Dei latifondisti, insomma.

D’Annunzio – Fu diverso. Se ne celebrano i centocinquant’anni della nascita e si viene portati automaticamente a pensare che anche lui è nato, è cresciuto, è stato adolescente, giovane, ha avuto i capelli, si è innamorato, prima di diventare impresario di se stesso, di fare della sua vita un (piccolo) teatro. Si studia il caso – sainte-beuviano – dell’opera da legare o non alla vita dell’autore. Mentre siamo, da un secolo e mezzo ormai, nel caso dell’immagine, che oscura (prevarica) la persona e l’opera.
D’Annunzio è il caso macroscopico nelle lettere italiane dell’immagine che cancella l’uomo, e perfino lo scrittore. Sia pure l’immagine voluta e curata dall’autore. Siamo abituati a vederlo imbalsamato dopo Fiume, al Vittoriale, tra oppiacei e performances sessuali, probabilmente senza denti, mentre è stato giovane, e molto intellettuale – ha scritto almeno duemila pagine di articoli di varia natura, politici, letterari, e perfino economici.

Se ne può fare però solo una macchietta. Come da ultimo nello sceneggiato Rai su “Trilussa”: il regista Ludovico Gasperini, ottimo per tutto il resto, la recitazione svelta di Michele Placido, le scenografie, il montaggio, e un’incredibile Valentina Corti, che da sola fa tutta la storia, non sa evocare D’Annunzio, malgrado le celebrazioni del centocinquantenario, che come un cretinetti.

Grillismo -  La semantica è probabilmente il mezzo migliore d’identificazione – del movimento di Grillo come di ogni altro, per la verità, le parole sono pietre. Raffaele  Simone lo assimila oggi al populismo. Traccia su “Repubblica” le coordinate linguistiche del populismo, e le trova sovrapponibili al grillismo: una cornice d’immediata identificazione (la “guerra”, la “rivoluzione”), i nomignoli che ridicolizzano gli avversari, l’irrisione, lo “stile pubblico” eccessivo. Che però sono le caratteristiche dei totalitarismi, in Italia del fascismo, compresi gli eccessi pubblici (anche Mao nuotava, mentre Mussolini mieteva – o saltava il cerchio di fuoco?). Il populismo caratteristicamente si nega - si camuffa, si trasforma. Curioso transfert, per uno studioso dei linguaggi. Ma forse non è un lapsus – il politicamente corretto vuole in questi giorni il recupero di Grillo?
Le caratteristiche del fascismo per la verità sono sei: ci sono anche “il capo ha sempre ragione”, e le bastonature. Quella però nel grillismo c’è, e fondamentale. L’altra non ha più luogo d’essere, la giustizia sommaria si fa indolore, via internet: l’avversario si punisce col vituperio, le bastonature sono mediatiche.
Nel caso di Grillo il calco del fascismo, quello “puro e duro” e non quello delle barzellette, si doppia anche col programma, come questo sito ha spiegato: la “sovranità monetaria”, il proibizionismo, l’anticapitalismo, l’antiamericanismo, Israele,  l’Iran. Sono il calco della destra incorrotta, quella che Julius Evola rivendicava: “Il fascismo non è di destra”.

Narrazione – Ha vita propria. Ma in orizzontale. Una tessitura larga, piana, visibile. Non la storia che fa avanti e indietro, la freccia, ma un prato.

Scrivere - È una professione non da ora, per i giornalisti, i notai, anche gi avvocati, e gli stessi ingeneri, fisici, chimici. Ora è una professione, anche molto vasta, per autori. – per scrittori. Le scuole di scrittura sono fra le idee di “mercato della cultura” tra le più sfruttate. Solo in Italia ce ne sono almeno diciotto – più i seminari e i laboratori e costo ridotto.  Si organizzano tornei di scrittura, qualcuno anche gratuito. Si moltiplica l’autoedizione, a costi anche irrisori. Giocalibri ora lancia il libro scritto a quattro mani - due che non si conoscono si lanciano l’uno con l’altro un capitolo di un romanzo, l’ars combinatoria applicata alla scrittura.

Il realismo aiuta a scrivere, non c’è idealità nella scrittura, anche se ai classici si dà questo privilegio. La scrittura nomina le cose, dice bene Roscellino: Ma non bisogna esagerare, la retorica non ha censore peggiore dei suoi eccessi.

Storia - Non è una macchina calcolatrice, si dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi. Ma gli storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, conclude Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”.
È come se si volesse coprire con la storia la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni omogenee degli uomini”, concede il conte. Che però ammonisce: “La stranezza e comicità della nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che nessuno gli fa”. Ogni storia è nuova, ed è nota.

letterautore@antiit.eu

Mameli col papa - contro Grillo

“In piazza san Pietro la folla intona l’«Inno di Mameli»”, annuncia il tg dopo la fumata bianca per il papa Francesco. Proprio mentre sul divano si scorre la smilza antologia – Mameli morì di ventidue anni - degli scritti politici dell’autore di “Fratelli d’Italia”. Uno che venne a morire sopra san Pietro, ferito al Gianicolo dai francesi del papa. Di cui i tre-quattro scritti in materia di religione si rivelano a sorpresa nuovi, e più per uno che era repubblicano mazziniano. Il ’48, l’Italia repubblicana e popolare, si giocò da ultimo a Roma, venuti meno via via il Piemonte, Milano e Venezia, con una rivoluzione “più vasta, più profonda e severa” di quella francese, afferma il giovane patriota: “Essi in nome del popolo, noi in nome di Dio e del popolo”.  Vasta ambizione da cui ancora non si esce. Dio e popolo sono necessari per Mameli per sopperire ai “tradimenti” (opportunismi) della borghesia.
Mameli è uno sconosciuto, ancora oggi, autore per qualcuno, al più, di facili rime patriottiche, inni sei-settenari. Rifiutato anche nel “corpo”, proprio nella salma. David Bidussa, che cura questa raccolta, ne fa la raccapricciante storia, del corpo rifiutato dalla famiglia, dallo Stato unitario, dalla sua città, Genova, e dalla stessa Repubblica (solo resuscitato da Mussolini, nel 1941, in chiave antifrancese….) – il suo inno è ufficialmente nazionale dal 2006. Questa patria non ha profeti. Anche perché il rimosso Mameli è l’unico repubblicano ci sui si possa leggere qualcosa – Mazzini? Pisacane?
Bidussa ha nell’introduzione una pagina densissima sulla “libertà senza rivoluzione”, senza guerra civile cioè, che è la più ricorrente delle preoccupazioni di Mameli – e anche di Mazzini. Lo storico dell’italianità ne rintraccia le origini nel Settecento, come segno specifico dei riformatori italiani. E ne rileva la persistenza: “A lungo nella coscienza pubblica italiana, e forse ancora oggi, l’economia è scienza dell’amministrazione, della «buona amministrazione», ma non teoria dello sviluppo, il che implica evitare le scelte dunque contenere e, possibilmente, annullare il conflitto sociale”.
Fra i ricorsi storici non manca un Grillo, “un certo cappellano Grillo”, che organizza campagne minatorie contro i patrioti a Genova e aizza i militari contro il Circolo Italiano dei mazziniani. È un nome dunque che è un  destino - nomen omen?
Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia, Feltrinelli, pp. 11 € 6,50

mercoledì 13 marzo 2013

A Sud del Sud – l’Italia vista da sotto (164)

Giuseppe Leuzzi

Lo Stato mafioso
I giudici sono Stato, certo.

Il fatto più emozionante della giornata in cui un giudice ha detto che la trattativa Stato-mafia c’è stata, e che i carabinieri e il senatore Mancino vanno processati in combutta con Riina, è costituito per il “Corriere della sera” dai complimenti di Massimo Ciancimino al Procuratore Di Matteo.  “Sono sinceri”, insiste l’emozionato Giovanni Bianconi. Poi dice che la mafia vince – il Sud è rassegnato.
Ma, in tema di complotti, chi ci manda questi Bianconi? E perché?

Il giudice Di Matteo ha accettato i complimenti di Ciancimino, criminale acclarato e presunto mafioso, figlio e erede di un capo mafiosissimo. Gli ha stretto vigorosamente la mano, assicura l’emozionato Bianconi. Quando si faranno i processi per la Procura-mafia, per la mafia non perseguita in tutti questi anni, bisognerà ricordarsene.

Dunque i carabinieri in combutta con Riina e Ciancimino ci sono, la trattativa tra Stato e mafia (e Berlusconi) c’è stata. Lo dice un giudice di Palermo, Piergiorgio Morosini. Anche se senza motivo, dice lui stesso, l’accusa non avendo “neppure affrontato il tema delle fonti di prova, limitandosi a generiche affermazioni su finalità e approdi dell’inchiesta”.
Che dirne? Sembra inventato.  Ma il “Corriere della sera” dice che Piergiorgio Morosini esiste, anzi che è “un giudice particolarmente preparato e rigoroso”.

Però, con tutti i Bianconi, è vero che sono i giudici di Palermo a proteggere la mafia. Da una quindicina d’anni ormai: niente condanne, niente processi, niente indagini. La mafia è come se non ci fosse a Palermo.

In un senso la mafia è politica, nel senso più ampio, migliore anche, della parola. Non di partito, o di corrente, o di questo o quel procacciatore di voti corrotto, ma del sentimento politico del tempo.
C’è un sentimento della politica diverso nelle varie epoche storiche. La mafia vi si adegua, o ne è espressione – sempre al suo modo, certo: violento. Un tempo vicina alla proprietà, quando la proprietà era da proteggere, con guardianie e comparaggi, contro furti, abigeati, grassazioni. Poi, quando il sentimento si è fatto popolare e antipadronale, da parte dei vescovi, dei grandi partiti e anche dei carabinieri, contro la proprietà – la mafia dei terreni e degli appalti. Quindi, quando si privilegiò, nelle leggi e nella pratica, negli anni 1980 l’arricchimento facile con la finanza, con le reti bancario-finanziarie (le anonime del diritto svizzero). Sembra faticare a entrare nel sentimento politico dell’antimafia, quarta esperienza di questo lungo  dopoguerra, ma ci ha provato e ci prova, coi pentiti e con sue proprie onlus.
Mai arcaica, come vorrebbe la vulgata (Sciascia) della mafia vecchia o mafia buona.

La Brigata Catanzaro
Della Brigata Catanzaro, che nel 1915-18 sostenne molte sanguinose battaglie, per due anni senza un turno di riposo, e la notte del 15 luglio 1917 si ribellò, finendo decimata, Mario Saccà completa la storia, su “Calabria Sconosciuta” n. 136, ricordando che dopo la guerra si distinse apponendo il 16 novembre 1919 una grande targa in bassorilievo alla memoria di Guglielmo Oberdan. Nella Caserma Grande di Trieste, o Caserma Oberdan, nella quale era alloggiata. Pagata col soldo dei soldati della Brigata, è da supporre. Su un’iniziativa che si fa risalire a uno dei fanti, Baldassarre Monteleone. Un’opera, dice Saccà, “che finalizza il sacrificio della Catanzaro e quello di Oberdan all’ideale compimento del disegno risorgimentale”.
Ma Oberdan fu giustiziato, dopo un vero procedimento, seguito da tentennamenti, dagli austriaci per diserzione e cospirazione, avendo confessato il disegno di attentare alla vita dell’imperatore. La brigata Catanzaro fu invece decimata all’ingrosso dai carabinieri la mattina del 16 luglio, prendendo a caso 28 fanti, e fucilandoli – altri 123 furono mandati al Tribunale di guerra. Senza nemmeno un vero plotone d’esecuzione, tipo mattanza nella tonnara. Malgrado le tante onorificenze, di reparto e singole, che la Brigata aveva accumulato nella guerra. E senza mai un giudizio successivo di riabilitazione. Malgrado l’ottimo comportamento della Brigata dopo Caporetto e fino alla vittoria.
La storia della rivolta è stata ricostruita per la prima volta da Irene Guerrini e Marco Pluviano, due giovani storici friulani, nel 2007. Corrado Tumiati, il medico-scrittore che ha rievocato la rivolta nel racconto “Errori” (ora in “Zaino di sanità”), un racconto mozzafiato, dice che  “la Brigata Catanzaro fu certamente una delle più gloriose e delle più provate nella grande guerra. Il suo proverbiale eroismo la condannò a due anni ininterrotti di guerra carsica. Stremata, mutilata, consunta, risorgeva dal sangue e dalla morte con energie nuove”. D’Annunzio rievoca l’episodio nei “Taccuini”, anche lui commosso, benché i rivoltosi avessero tentato di dirigersi proprio contro di lui, nel “campo di aviazione” adiacente al loro acquartieramento.
Secondo una remota pubblicazione dell’Ussme, l’Ufficio storico della stato maggiore dell’esercito, “Brigate di fanteria” (1928), vol. 6, p. 63, la Brigata Catanzaro ebbe nei primi due anni e mezzo della guerra (le perdite del 1918 sono dette irrisorie), 162 ufficiali morti e 281 feriti gravemente, 4.540 soldati morti, 12.500 feriti.

Milano
I giudici Oscar Magi e Maria Teresa Guadagnino condannano Berlusconi in una causa nella quale l’accusa aveva chiesto l’archiviazione. Condannare Berlusconi pretestuosamente per fargli vincere le elezioni? I giudici forse non lo sanno, ma questo è Milano.

Dove i giudici però questo lo sanno: che si condanna veramente per un fatto vero – a Berlusconi non mancheranno.

La giudice Guadagnino, quella che condanna Berlusconi ovunque a Milano (tre processi in contemporanea), deve condannare l’arcipotente Rizzoli-Corriere della sera per le foto rubate nella casa dello stesso Berlusconi e pubblicate nei suoi settimanali. La condanna a 10 mila euro. Per foto pagate 300 mila euro. Senza nessuna eco a Milano, quando c’è in ballo il “Corriere della sera” si tace. Non per omertà, naturalmente, quella c’è solo al Sud.
In un altro sistema giuridico – qualsiasi altro - si condannerebbe la giudice per complicità.

“Guai a deludere il milanese!”: non è lusinghiero il ritratto che Longanesi fa(ceva) di Milano, città anche sua dopotutto, in un articolo della raccolta “Fa lo stesso” (anni 1931-1953), spregiativamente intitolato “Tarantella”. I milanesi non amano la loro città, ma prendono il tram la mattina “come i pionieri dell’operosità, convinti di essere i soli, in Italia, a recarsi al lavoro in quest’istante. La loro coscienza è limpida, il loro alito è fresco…”.

Molto milanese, autocongratulatorio, è però anche il piccolo napoletano che lo scrittore avrebbe incontrato in tram la mattina a spulciare gli annunci sul giornale in cerca di lavoro. E che quattro anni dopo fotografato sullo stesso giornale quale amministratore delegato.

A Milano, dice Longanesi in un altro articolo della stessa raccolta, “non si pensa in grande”. È questo che non la fa una grande città, “come a Londra, come a Parigi”, dove ci si sente di casa anche se smarriti: “Qui tutto è casuale, contraddittorio,  slegato, abbandonato, senza una guida, senza un criterio, senza un motore centrale… Milano è un grosso corpo senza testa”
È una deriva, dice Longanesi: “Un tempo, molti anni fa, prima del fascismo, Milano era una città europea; era una delle grandi città europee”.

In grande no, Milano continua a pensare. Dopo le dimissioni di papa Ratzinger, ha progettato di conquistarsi anche il papato. Col suo cardinale, Scola, che nessuno candidava. E con altri due cardinali lombardi, Nicora e Coccopalmerio. Il secondo, sconosciuto, presentando come “il discepolo del cardinale Martini”. Il primo invece era noto per essere all’origine dello scandalo Vatileaks. Insieme col fido, in Opus Dei, Gotti Tedeschi.
Milano pensava che col “rito ambrosiano” della giustizia – pettegolezzi e indiscrezioni – si sarebbe messa nel sacco anche la chiesa, dopo l’Italia.


E poi, Nicora e Coccopalmerio sicuramente avrebbero impallinato Scola, che è di Comunione e Liberazione. Milano è anche questo, luogo di (piccole) vendette.

Capitale Milano comunque è, ma della giustizia politica. Che è la valvola della corruzione - quando la giustizia è corrotta tutto è corrotto. Sebbene, ambrosianamente, sotto le specie della lotta alla corruzione. E in questo terribile: selettiva, massiccia sempre, con i suoi giornali e la sua buona coscienza, spietata, nessuno è mai sfuggito alla sua giustizia, solo Berlusconi – che però è milanese. Si può anche essere assolti, magari a Roma in Cassazione, ma Milano ha già distrutto.

La giustizia politica è facilmente identificabile a Milano nelle sue componenti. È identificabile nei processi che non si fanno – magari processando invece qualcuno che non c’entra, un punching ball che si trovi lì appeso. Nell’affare Sme (punching ball Berlusconi) Milano evitò di processare Prodi e De Benedetti, due democristiani. Nel caso Fassino-Unipol (idem) evitò di processare due ex compagni, Fassino e Consorte. Nel caso Rizzoli-Corriere della sera, quindici anni fa, non si sa – massoneria? Voto di scambio?

leuzzi@antiit.eu

L’anonima guerra dei sessi, a Venezia

Un racconto – in realtà una rappresentazione, cinematografica e teatrale – strindberghiano e ibseniano. Sottolineato dall’“Ecclesiaste” di Ceronetti. Ambientato a Venezia ma non nei languori cui la città rimanda: è una storia di scarnificazione misogina, in realtà di egotismo, misantropia. Autobiografica, avverte Berto. In cui il narratore soprattutto parla di sé, si slarga, si allunga, si aggroviglia, s’infila in tutti gli spazi altrui che a mano mano riesce a individuare – fino alla sfrontatezza, a rimproverarsi di “autocompassione, narcisismo”. Compresa in questi spazi la morte: la morte propria utilizza come scalpello, e una condanna che infligge, senza la consueta liberazione catartica che l’accompagna. Un racconto però sempre avvincente, dopo quarant’anni, un certo humour stempera l’insolenza. E dunque anche Berto è Novecento rimosso, o censurato - questa edizione Bur si dota delle letture entusiaste di Pampaloni, Valeri, Prezzolini e Falqui, critici di qualità ma confinati alla gabbia della destra politica.  
La storia finisce in tragedia solo retroattivamente, essendo lo stesso Berto morto di cancro come il protagonista del racconto, dieci anni dopo la sua ideazione. Ma questo non incide sulla forza del racconto, che altrimenti si leggerebbe in chiave iettatoria, non solo a Napoli. Così come la declinazione dei temi ora attuali della polemica bioetica, contro l’accanimento terapeutico, per il suicidio, la buona morte, la morte misericordiosa. Che lascerebbero il racconto freddo, del tipo “che fare?”, tanto più sulla rete psicoanalitica di fondo che Berto, forte della sua analisi, continuamente ritesse. Se non ci intrattenessero due personaggi non luttuosi ma vaporosi, vitali.
Le insidie Berto stesso scopre, anni dopo la prima redazione, dotando di ben due prefazioni il breve racconto, che era nato come un testo d’occasione, un dialogo per il cinema - per immagini cioè, di Venezia e di attori belli, con sottofondo musicale avvenente. Una di esse redatta in punto di morte. Ma, malgrado tutto, misogino – misantropo – fino all’ultimo. La traduttrice inglese cui deve l’idea del racconto invece della sceneggiatura liquida così: “Manovrando ingegnosamente con le didascalie, costei aveva trasformato il dramma in un racconto, ottenendo un risultato illuminante”. Costei? “Certa Valerie Southorn”.
Giuseppe Berto, Anonimo Veneziano

martedì 12 marzo 2013

Il Nord alla Lega, senza la Lega

La Lega governa le tre grandi regioni del Nord, Piemonte, Lombardia e Veneto, quando non esiste più come partito. Il 25 febbraio ha raccolto il 4 per cento, meno della metà del 2008. Di cui sette ottavi - il 3,5 per cento (1.350 mila voti) su 4 – sono stati raccolti da Maroni in Lombardia, candidato vincente alla presidenza della Regione sul traino di Berlusconi. Lombardia dove ora gli arresti mostrano nella Lega lo snodo della corruzione diffusa.
In Piemonte e Veneto i leghisti hanno votato Grillo. Una deriva solo naturale: quando si rompono gli argini è inevitabile che le acque corrano di qua e di là. Soprattutto sui campi incolti – per
 ignoranza, incapacità, supponenza, furbizia. Sono anche movimenti senza ritorno: il patriottismo
leghista, seppure esisteva, non si ricomporrà.
La Lega è ignobile proprio per questo, perché ha diffuso la malapianta dell’antipolitica – sotto le specie dell’ignoranza, l’estemporaneità, etc. Ma era fatta di buoni amministratori locali, di buonsenso cioè, e di spese contenute. Ora è il turno, allargandosi la deriva, di chi non ha nemmeno il diploma di ragioniere. 

Perché Grillo non vuole essere leader

Ha creato dal nulla un partito, e ne ha fatto il partito più votato. Sarebbe solo ovvio che si candidasse a governare il paese, con un programma che ne migliori l’affidabilità e le risorse - migliori il paese. Grillo inoltre non fa la rete, la usa, con un senso leaderistico molto forte. Solo in parte carismatico, legato alle cinque stelle, le parole d’ordine originarie: emette decreti. Che non si discutono. Ma poi, ai fatti, si nega, nascondendosi dietro il sarcasmo.
Si può dire: dopotutto è un comico. Ma più di un attore ha fatto ottima carriera politica. No, Grillo non vuole misurarsi al fallimento. È uno sfidante. Non vuole fare leggi: non ne ha fatte, non pensa di farne. Di definire una cosa e di farla. Perché potrebbe fallire. Tutti sono falliti, più o meno, non ci sono statisti in Italia da qualche decennio. Potrà riattraversare di nuovo lo Stretto di Messina, magari col bel tempo, quella è una bella sfida, ma impegna solo se stesso. L’aula è per lui, anche se è un democratico, “sorda e grigia”, o il partito, un’esperienza condivisa, discussa.
Lo sciagurato Bersani

Il “gran rifiuto” si tinge di comico di fronte ai ponti, ai piedistalli e ai monumenti che i giovani bersaniani e Bersani stesso gli stanno erigendo. Che però sono, seppure comicamente, tragici: dopo questa “trattativa”, per giunta “in esclusiva”, alle inevitabili nuove elezioni il grillismo non sarà più il fenomeno estemporaneo che fu l’uomo qualunque o il partito della bistecca. Si può capire che Grillo si tiri indietro e si neghi anche per tattica - lo sciagurato Bersani non è solo un pugile suonato, sta trascinando nella sua confitta il partito e l’Italia. 

È tutto qui l’abisso della crisi. Di cui si può solo prevedere uno sprofondamento: Grillo punta con evidenza, e lo dice, allo sgretolamento del Pd. Dopo avere assorbito i dipietristi, le sinistre alternative, e una metà buona dei leghisti. Mentre Bersani si è precluso ogni possibilità di governo se non con Grillo. Cosa che Grillo non farà mai. Bersani avendo confinato al ruolo di maestro di scuola - la costituzione, i regolamenti, il rispetto del voto, il dovere di governare.
Si dice: ma c’è l’esperienza di Crocetta con Grillo in Sicilia. Perché, cosa ha fatto e fa Crocetta? Evita il consiglio regionale. Dopo essere stato ridotto da Grillo a poco più del 20 per cento.            

D’Annunzio è Wagner

È piuttosto il caso D’Annunzio. O Paola Sorge che lo spiega, “tra Wagner e Nietzsche” - già autrice di un DAnnunzio, vita di un superuomo. Ribadendo che il superomismo dannunziano è di tutt’altra pasta di quello autentico, nitzscheano. Mentre il wagnerismo, totale, entusiasta, senza mai pentimenti, è invece “giusto”: tutta la vita il Vate ha perseguito l’ideale wagneriano dell’opera totale, e la sua stessa vita vi ha modellato sopra.  Compresa la musica. E questo è il contributo della germanista. Non arduo, i due articoli conclusivi degli Statuti costituzionali di Fiume statuiscono la musica come linguaggio, e del resto i volontari del Vate dovevano cantare e ballare. Ma bisognava dirlo.
Sorge rintraccia inoltre i motivi più strettamente wagneriani nei romanzi più noti di D’Annunzio, “Il trionfo della morte”, “Il fuoco” – che si chiude sui funerali di Wagner a Venezia. La smania wagneriana, spiega infine la germanista, culminò nel progetto di teatro iperbayreuthiano, ad Albano, sul Gianicolo, a Fiume, la “Città Olocausta”, anche questo il progetto di una vita – salvo infine realizzarlo rovesciato, al Vittoriale, un teatro quotidiano sì ma privato
I tre brevi articoli di D’Annunzio sul “Caso Wagner”, una vindicatio del compositore dopo “Il caso Wagner” di Nietzsche, lo mostrano wagneriano senza difese, ma anche a ragion veduta, da attento critico delle idee, prima della magniloquenza. D’Annunzio riconosce che Nietzsche dice giusto, ma per gli stessi motivi decreta Wagner grande: come lettore e attore della modernità, decadente. Forse con un equilibrio  più giusto, misurato, pur nel wagnerismo professato, dei tanti, soprattutto filosofi, che nel creatore dell’“opera totale” inciampano, Nietzsche appunto, Ernst Bloch, Adorno, e ancora oggi Lacoue-Labarthe, Badiou, Žižek.
Gabriele D’Annunzio, Il caso Wagner, Elliot pp. 63 € 6,50

lunedì 11 marzo 2013

La scomparsa di Napoli

Non c’è solo la squadra di calcio, la città tutta intera sembra voler scomparire, Napoli cioè. Di cui solo si sa che è bruciata la città della Scienza, e che vuole processare, anch’essa, Berlusconi. Un mondo di due milioni di abitanti.
La città della Scienza è nome pomposo per una struttura che era solo un piccolo museo a uso delle scuole, però era un passo per la bonifica dell’enorme acciaieria di Bagnoli, i cui resti ancora incombono. Un primo passo dopo trent’anni di chiacchiere, ma il pensiero facendo riemergere di una città che ha tutto per un destino migliore, continua ad averlo anche se sceglie il peggio. Dei suoi amministratori, sindaci e giudici. E della sua stessa immagine.
Napoli ha una miniera praticamente intonsa di tesori operistici. E tale la lascia. Altrove ci sarebbe stata un’industria fiorentissima dell’opera napoletana, a Napoli no. Per non dire dei tesori paesaggistici, storici, architettonici, museali: l’opera napoletana non è l’unico spreco di questa città, povera forse perché avara – l’avaro è sordido e stupido, più che povero. Vittima di amministratori incapaci, ma che la città predilige – tutte di una certa sinistra purtroppo, compreso De Magistris.
La sordidezza certifica la predilezione che la città ha per gli stereotipi “bassi”, diminutivi se non sprezzanti. Che si penserebbe subisca, e invece no: se li coltiva essa stessa, e anzi vi si avvoltola infojata. Marechiaro, Piedigrotta, la canzone, la pizza, il mandolino. Mentre ha un’anima dura, metropolitana, la prima e forse unica cultura metropolitana d’Italia, prima della cinica Milano, rapida, insensibile. E una manualità di prim’ordine, la maestria. Che solo a Napoli si declassa, quasi un’arte di arrangiarsi, mentre è un capitale enorme – è sulla maestria che la Cina ha costruito il suo formidabile interminabile boom, non sul capitale o sulla tecnologia. Nell’abbigliamento e la moda, anche se a lungo qui dispersa nel segmento più basso, la copia, nella meccanica fine, nell’avionica.
Aveva, perché le applicazioni di questa maestria smantella da trent’anni senza darsi mai un’alternativa. Il turismo a opera dei suoi scippatori, professionisti. La lavorazione à façon a opera di Saviano, il napoletano migliore. L’industria che non è scappata via, Fiat, Finmeccanica, Avio, a opera dei suoi giudici. Illustrandosi nella manifestazione dei  ragazzi delle scuole per la città della Scienza, magro rito – un giorno di vacanza. Il destino esiste? A Napoli sì.

Perché non processare De Magistris?

Della caduta del governo Prodi nel 2008 De Magistris fu l’autore e non De Gregorio, con parole e opere. Con atti giudiziari avventati e abortiti,cioè, ma con molte interviste. Tra esse famose santorate, molto propagandate apparizioni in tv. Alla Rai, non in una qualsiasi tv scandalistica, eretta a tribunale di condanna in absentia – dove Santoro lo presentava come “magistrato figlio di magistrati nipote di magistrati”, nobilitando pure il nepotismo (la Rai è pozzo di nefandezze senza fondo). Berlusconi avrà le sue colpe, ma in subordine: se qualcuno c’è da processare per la caduta di Prodi, questi è il sindaco di Napoli, che con le sue false indagini, colpì Mastella, fece cadere Prodi, e si preparò l’ascesa politica.
Lo stesso Prodi De Magistris, che allora non nascondeva di essere fascistoide, tentò d’incriminare come capo di una loggia massonica coperta a San Marino, costituita allo scopo di gestire i fondi europei per la formazione professionale in Calabria. La Calabria c’entrava perché De Magistris era relegato alla procura di Catanzaro, che per un nobile napoletano è un’offesa – e forse lo era, era una punizione, il sindaco non è nato ieri.
Ottenuto l’avvicinamento, sebbene a Santa Maria Capua Vetere, da lì partiva l’affondo di De Magistris contro Mastella, e quindi Prodi, di cui Mastella era ministro della Giustizia. Anche contro la disprezzata Catanzaro: una colonna mobile fu mandata di notte da Santa Maria Capua Vetere a Catanzaro, 425 km, 850 andata e ritorno, a occupare la cittadina e perquisire gli uffici giudiziari.
Non potendosi nulla contro Mastella, l’accusa questa volta fu rivolta alla moglie di Mastella.
La favola del golpe one man di De Magistris ha due morali. Che Prodi non ha mai chiesto conto all’ex giudice della persecuzione. Che la Giustizia – né il ministero né il Csm – ha mai presentato il conto a De Magistris del raid notturno in massa, senza alcun indizio di reato, contro Catanzaro.
Ambiguamente colorandosi di arancione, De Magistris politico si fa catalogare di sinistra. Ed è questo che lo protegge, più forse dei suoi camerati alla Procura di Napoli. Mentre è uno di destra – è uno che non lavora, ma se gli cápita è di destra. In Calabria ha fatto in otto anni tre processi, tutti fasulli. Sapendo che erano fasulli. Per colpire il centrosinistra, in Basilicata, in Calabria, e a Roma – qui mettendo Prodi a capo della loggia.

L’ominicidio perfetto è suicidio

Se la figlia e il padre vogliono una cosa, e la madre no, che si fa? È la domanda al centro del dramma. Anzi della tragedia, in tre atti. Non banale come sembra: “Il padre” anticipa la cancellazione della paternità. Non legale come ora, di fatto come poteva essere nell’Ottocento, di un padre in una casa di tutte donne. Tra ricatti e vendette. Poiché “nessuno può sapere chi è il padre del bambino”.
Il fatto è quello noto: il padre non concepisce e non “gestaziona” (conforma, crea) la creatura, la paternità è un dato sociale, di leggi e abitudini. La gestazione è la vera genitorialità, e i figli sono fatalmente succubi della madre. Al tempo di Strindberg non la naturalità veniva in rilievo in letteratura (benché Strindberg tenesse molto al naturalismo di Zola) ma, bizzarramente, i “generi”, che si penserebbero invece una novità contemporanea: i vizi e le virtù stereotipe dell’essere uomo (patria potestà, iniziativa, intelligenza) e dell’essere donna (capriccio, cattiveria).
Un padre, il Capitano, si sente espulso dalla famiglia dalle donne, compresa la suocera naturalmente, ma alla fine pure dall’affezionata balia, mentre la figlia non lo difende, e la moglie gli lasvia credere tutto il peggio che lui può immaginare di lei. Cmpresao il disconoscimento della patenrità mnaturalle. E tenta di fraro dicharare demente – oggi si milaccia l’Alzheiner. L’uomo, “il capitano”, solo frra tante donne, delle quali è l’0uncio sostentamento, semrpe l’uomo cacciatore, si deve difedere, facendosi compiangere, con gli argomenti del femminismo alcuni decenni dopo. Finché non ne muore – allora si moriva di crepacuore.
Su questo fatto Strindberg innesta (anche qui ricorre, come poi ne “I Credtori”, la figura dell’innesto come rapporto d’amore) l’educazione e l’affetto dei figli. Di cui la madre lo vuole privare – “le madri” in generale vogliono privare l’uomo. Un dramma della solitudine. Sullo sfondo del patriarcato negato. Senza difficoltà, la moglie è una donna di poca virtù - Luciano Codignola, che ha curato questa edizione del 1978, vede nella cattiveria della donna “un delitto perfetto”, un delitto “non punibile, non provabile, e forse neanche del tutto consapevole in colei che l’ha ideato”. Strindberg lo dirà di suo al terzo atto, attraverso il suo doppio, il “fratello Pastore”: “Un innocente piccolo omicidio, che la legge non può raggiungere; un crimine involontario; involontario? – che supenda invenzione!”. Tanto il “padre” è contato per nulla.
Ci fu al Nord, negli anni 1880, un movimento di donne per la parità che dagli uomini esigeva la verginità. La cosa è ardua da accertare, ma il sostegno maschile non mancò. Il commediografo danese Björnson sceneggiò l’apostolato virginale ne Il guanto. Si formarono associazioni in Svezia per la verginità degli uomini. Fu così che Strindberg fu portato a scrivere molto, come si sa, delle donne - tre delle quali sposò, ogni volta divorziando. Questa tragedia è en travesti il matrimonio d’amore dello stesso Strindberg con Siri von Essen, baronessa Wrangel, che per lui aveva divorziato, avviato anch’esso al divorzio dopo dieci anni e quattro figli. L’opera sembrò a Strindberg un capolavoro, la mandò a Nietzsche, e Nietzsche si complimentò commosso.
La tragedia è quindi databile al momento della frattura, o frana. In cui cioè un certo tipo di uomini, antifemministi, fecero franare la figura paterna e maschile. Per essere originali e per smania di successo – queste “tragedie” raccoglievano strabordanti  pubblici femminili, li commuovevano. L’ominicidio non è perfetto perché è più del genere suicidio.
August Strinberg, Il padre

domenica 10 marzo 2013

Secondi pensieri - 135

zeulig

Dio – Può essere il fondamento del male, lo è stato. Quello di Wagner in “L’oro del Reno” è “compromesso in tutti i modi”, nota perplesso il wagneriano D’Annunzio. Anche se forse è solo incapace, poiché si fa salvare da un libero pensatore nemico della morale.
C’è anche il Dio degli eserciti, della nazione pura e dura, delle egemonie o destini manifesti, e in molte parrocchie, non solo sudamericane, dell’odio di classe.

Dispotismo – È il potere del padrone sugli schiavi. Ma i barbari l’accettano, secondo l’assicurazione canonica di Aristotele, “contenti”. È un ordinamento vivo, quello dispotico, sia pure asiatico.

Ermeneutica – Dà indirettamente fondamento al realismo. C’è ancora vita dopo la decostruzione, anche sotto l’ermeneutica. Gadamer forse no, ma Lévy-Strauss e Derrida lo sanno, per i quali è anche un codice identitario: la decostruzione è strumento di fabbricazione.

L’esegesi è langue, nella fattispecie la disamina di ogni verità. È codice culturale ma identitario.

Quella biblica è un divertimento a spese di Dio – il Dio nascosto è più che altro uno zio paziente.

La storia filosofica, spiega Kant, è apriori, un filo conduttore da cui non si evince la storia propriamente detta degli eventi empirici. Ed è scienza politica, la più politicizzata. Ma è un discorso. Sempre critico, anche quando è accattivante. Qualcuno ci vede l’abito di Dio. È un racconto, un’ermeneutica che sempre si rinnova.

Fondamentalismo – È fattore identitario, attualmente confuso con l’islam, con la religione. La cultura è certo identitaria, ma c’è da dubitare che la religione sia parte integrante della langue, il codice intimo delle comunità, e non una sua applicazione.

Freud – Una teoria lo vuole transalpino per un motivo: oltralpe i bambini crescevano mutili, se non erano ricchi, e anche quando erano ricchi più spesso avevano il paraocchi di gelose istitutrici, mentre i nostri si godevano le nudità senza rimorsi esposte sulle pubbliche fontane, vergini e putti in bella mostra. È tesi goliardica ma non del tutto.

Immaginazione – Spaventa i santi, tradizionalmente.
I malfattori sembra ne vadano esenti, e invece me sono eccitati.

Libertà – È il motore della rivoluzione, quindi sempre attivo - sempre c’è fede e speranza, c’è vita. Ma l’uomo non vi è più pronto oggi che la felicità è economica: se l’indicatore sta a zero, o vicino allo zero, le nevrosi dilagano, con depressioni, stupri, suicidi, la follia.
Dice Tolstòj: “Per rappresentarci un uomo libero, ce lo dobbiamo rappresentare fuori dello spazio, il che evidentemente è impossibile”. Meno è possibile essere un uomo libero, nonché rappresentarsi. Non fuori della società e la storia, oltre che dello spazio. Possiamo pensarci liberi, ma cosa cambia? Bisogna avere l’orgoglio dei limiti. Dopo si può essere liberi.

Rivoluzione - È opera da carpentieri. I quali operano anzitutto per demolire. Anche in senso proprio: la Rivoluzione Culturale cinese provò a fare dei monumenti calcinacci da smorzo, i giacobini demolirono l’Abbazia di Cluny, dura fatica, i polittici a Avignone di Simone Martini, Lippo Memmi e Giovannetti, il tesoro di San Marco, e non ebbero abbastanza tempo per il Castello Sforzesco a Milano. E quanto fervore non ci misero i protestanti con sassi, torce e martelli, a annientare i patrimoni di quadri, codici, arazzi, statue in Germania, Svizzera, Olanda, Scandinavia e Gran Bretagna, solo l’Italia in ogni piazza mantenne i suoi putti e le vergini nude.
Si potrebbe anzi dire la rivoluzione direttamente opera di demolitori, “Marx allo sfasciacarrozze”. Che pone problemi non solo agli abitudinari, ma a chi ne fa materia di progresso, che comunque è accumulo di pietra su pietra, anche se morale e civile.

È il momento del galoppo, nella quiete dell’evoluzione, con cadute anche catastrofiche. Il governo delle leggi, o Habeas Corpus, è un aspetto dell’ideologia europea, ma non il più importante. Il nucleo centrale è il governo della libertà: l’ideologia europea si definisce in opposizione al dispotismo, da Aristotele in poi identificato con l’Oriente. Ma Oriente sono i barbari, non un luogo geografico.
Ciò non toglie che le invasioni barbariche vengono dall’Oriente e dal Nord, e non è titolo di demerito: la decostruzione, per esempio del linguaggio, è fonte d’ingegnosa narrativa.

Storia – Ci sono sorprese nella storia. Quella dell’atomica è molto istruttiva: la fissione dell’atomo si pensava possibile solo con bombardamenti possenti, per i quali furono apprestate macchine disintegratici con forza di penetrazione pari a nove milioni di volt, e invece avvenne a opera dei neutroni, praticamente sprovvisti di carica. Nell’ordinamento militare i neutroni sarebbero non gli artiglieri ma gli assaltatori, che mimetizzati prendono di sorpresa le difese della natura, sempre troppo sicura di sé, i ninja della fisica. Ma ci sono dei limiti - “più stupido di così si muore”, diceva Petrolini, che lo stradario romano celebra “attore drammatico”.

Tolleranza – È indifferenza. Dovrebbe esserlo, nel caso del diverso come dell’avverso. L’accettazione del nemico in casa, religiosa o politica, può essere solo un modo d’essere, di buon’educazione. Escludendo cioè dispetti e violenze.
È un valore negativo, la negazione della negazione. Che reca implicita l’indifferenza, altrimenti, in senso proprio, dovrebbe rafforzare i nostri stessi “valori”, esclusivi cioè. Indurre alla mobilitazione, anche se per rafforzare (difendere) se stessi.

zeulig@antiit.eu

Il giornale è una bufala

Si stava meglio quando si stava peggio? Sainte-Beuve, che Zola dice “”fatto per comprendere ogni cosa”, al punto che non ci sono più giornali dopo la sua morte, non comprendeva Stendhal, e nemmeno Balzac. Poi arrivò Taine, che Balzac disse un altro Shakespeare, ma finì bibliomane senza linfa. Zola è incontentabile, nel primo degli scritti che la plaquette recupera: “Solo vent’anni fa il giornale era uno strumento serio” – gli anni di Sainte-Beuve? E depreca “il sistema delle indiscrezioni”, già allora, nel 1880, scoprendo che “i giornali d’informazione sono agenti di persuasione”. L’ingenuità naturalmente è sempre accattivante, tanto più nello sveglissimo Zola
Nerval, benché di molti anni prima, 1845, è ben più scafato – oltre che lettura gustosissima. Che la “bufala”, il francese canard di cui fa un genere letterario, spiega con piglio “bufalesco”, del falso vero. C’è poco da fare, se non divertirsi: il francese canard riporta a epoche antiche, quando al mercato si vendeva l’anatra a pezzi come se fosse intera: già i primi fogli volanti a stampa erano pieni di bugie. Poi c’è un Verne che è solo da leggere - con l’iphone…
“La comunicazione mancata” è il sottotitolo che Marco Dotti dà alla compilazione. Ma è piuttosto la comunicazione “imposta”. Il giornale resta il problema, il giornalismo, l’informazione. Di più da quando si pretende opinione pubblica. Oggi così alluvionale, ma come sempre poco utile e perversa: come se esprimere le opinioni, oltre che un segno di libertà, fosse anche un segno di verità. Al contrario: la libertà vuole molti setacci. Si vede in tv soprattutto e nei new media, dove il più spesso è indigente, si mostra cioè oltre a esserlo: informe, ignorante, sciocca. Manipolabile e felice di esserlo.
Dotti, presentando la brillante scelta, cita Camus, “La peste”: vivere con una memoria che non serve a nulla è un destino da schiavi – ma ci sarebbe da scrivere molto anche sulla memoria. E Proust, “Sulla lettura”, per il quale la lettura è una soglia, a un mondo più vivo- Mentre oggi la lettura è, anzi si vuole, inerte e vacua – soprattutto veloce, così la intende l’editoria, come il panino di mezzogiorno. E nei giornali con titoli, sottotitoli e sommarietti che dalla lettura addirittura dispensino.
De Larra, De Nerval, Verne, Zola, Fatti di cronaca, ObarraO, pp. 66 € 6