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sabato 1 aprile 2017

Ci sono sempre state razze inferiori negli Usa

Sotto tiro negli Usa, nelle insorgenze nativiste, sono state le cosiddette razze “inferiori” dell’Europa, insieme con i cinesi e gli indiani. Nel quadro dell’eugenetica preconizzata da Charles Davenport - un filantropo di fine Ottocento che divisava una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. E per una breve stagione anche del mito ariano.
L’avvocato Madison Grant e Theodor Roosevelt, poi presidente Progressista e Nobel per la pace, fondarono nel 1895 la New York Zoological Society (successivamente evoluta nell’attuale Wildilife Protection Society), al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa, e sterilizzare gli immigrati da quelle zone, italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa.
Nel 1924 la nuova legge Usa sull’immigrazione puntò esplicita e radicale a garantire il carattere nord europeo, più specificamente “sassone”, della popolazione. Basandosi su “The Passing of the Great Race”, dell’ambientalista e eugenetista Madison Grant, 1916, sottotitolo “The racial basis of European History”: una teoria del razzismo che l’autore poneva a base dell’antropologia e della storia. Celebrativa di una “razza nordica”, un raggruppamento antropologico-culturale poco definito ma centrato sulla Scandinavia e l’antico tedesco. Era questo il fulcro, argomentava Grant, dello sviluppo umano.
Grant era un avvocato, ma le sue argomentazioni si pretendevano scientifiche, e come tali ebbero successo, di pubblico e politico, nel Congresso che doveva ridefinire la politica dell’immigrazione. Eugenetista, Grant predicava anche la limitazione dei matrimoni “inter-razziali”, e la separazione-eliminazione dei “tipi razziali senza valore”.
Il Johnson-Reed Act, la nuova legge Usa, escluse ogni immigrazione dall’Asia (l’Africa non era nemmeno presa in considerazione) e limitò fortemente l’immigrazione dal Sud e dall’Est Europa, con un sistema di quote basato sull’origine della popolazione naturalizzata nel 1890. A quella data l’immigrazione dal Nord Europa rappresentava l’80 per cento del totale. Così gli italiani, che erano arrivati in gran numero successivamente, in media 200 mila l’anno nei dieci anni dopo il 1900, ebbero la quota annua di nuova immigrazione limitata a 4 mila. Mentre la quota annua per i tedeschi era di 57 mila. L’86 per cento dei nuovi arrivi era riservato ai paesi europei “nordici”, con le quote più alte per la Germania, la Gran Bretagna e l’Irlanda. Le quote per l’Italia e gli altri paesi europei erano così restrittive che il saldo netto fu nello stesso 1924 e successivamente negativo: più italiani lasciavano gli Usa di quanti vi entravano.
Dieci anni dopo il Johnson-Reed Act, il programma di eugenetica fu adottato da Hitler.
Apparentato è stato per una breve stagione anche il mito ariano. Il 4 agosto 1914 un giudice a San Francisco, dovendo statuire sulla richiesta di cittadinanza di un indù, dopo attenta ponderazione decise che gli indù di casta elevata erano liberi e bianchi, essendo “ariani”. Era quella la seconda richiesta indù di cittadinanza Usa, la prima era stata rigettata per essere il richiedente non di casta elevata - due settimane dopo il governo britannico del Canada respinse ottomila indiani che a bordo del “Kamagatamaru” tentavano di sbarcare per essere sudditi dello stesso impero: non erano di casta elevata.

Contro gli immigrati una storia americana di linciaggi

Il nativismo negli Usa non è di oggi e non è di Trump – peraltro americano di seconda generazione, suo nonno era tedesco. La polemica anti-Trump vuole farne un paese dalle porte aperte ma non è stato così: ci sono sempre state leggi anti-immigrazione. Applicate con durezza. È un’ambivalenza anzi costante nella storia americana: il paese che è il crogiolo per eccellenza delle razze è anche quello “nativista”, come si dice oggi, razzista, più truce. Un lunga serie di sanguinosi pogrom è elencata da Simon Schama sul “Financial Times”, lo storico dell’arte inglese che è stato professore alla Columbia University a New York e alla New York University:
La novità, dice Schama di Trump, è che le preclusioni finora non erano entrate alla Casa Bianca. I Kennedy privilegiarono l’integrazione, il libro postumo di John Kennedy il fratello Robert intitolò “Una nazione di immigrati”. Reagan amnistiò tre milioni in immigrati illegali. George W. Bush visitò il Centro Islamico di Washington pochi giorno dopo l’11 settembre, in segno di conciliazione.
Fuori dalle istituzioni il nativismo fu spesso violento. Nel 1891 undici italiani furono linciati a New Orleans. La risposta di Henry Cabot Lodge, uno dei politici americani più illuminati, fu di chiedere ulteriori restrizioni all’immigrazione dall’Italia. Gli italiani erano odiati perché erano cattolici.
Negli anni 1850 gli immigrati tedeschi, in prevalenza del Sud della Germania, quindi cattolici, e quelli irlandesi erano stati oggetto della violenta propaganda di un American party. Venti immigrati tedeschi furono uccisi a Louisville, Kentucky, alcuni bruciati con le loro case. Pogroms analoghi si tennero a Filadelfia, Baltimora e Cincinnati. Samuel Morse, l’inventore del telefono (se non lo rubò a Meucci), si distinse con una campagna contro la “Cospirazione Straniera contro le Libertà degli Stati Uniti”.  
I cercatori d’oro della California organizzarono un Great Extermination Meeting contro i concorrenti messicani e sudamericani. Sempre in California l’immigrazione cinese suscitò presto una reazione sanguinosa. Almeno 17 cinesi furono linciati a Los Angeles nel 1871. Nel 1882 un Chinese Exclusion Act precluse per sempre (fino al 1943, quando l’esercito ne ebbe bisogno – Schama non lo dice ma si sa) la cittadinanza americana ai cinesi.
Negli anni 1890 fu attivo un vero e proprio partito populista, creato da un agitatore in favore dei contadini poveri, Thomas E. Watson. Watson tentò di montare la campagna contro le città, bianchi e neri uniti nella lotta. La risposta fu tiepida, e il partito Populista divenne, nei pochi anni che sopravvisse, razzista e anti-immigrazione. Dal 1896 furono l’Mit, il Massachussetts Institute, e il suo presidente a porsi a capofila della propaganda anti-immigrazione, degli “essere miserabili”, “un’offesa ai nostri caratteri nazionali”, etc..
“America First” è di conio di Woodrow Wilson, il presidente che porterà gli Usa in guerra nel 1917, alla difesa dell’Europa - prima Wilson era per la neutralità, da qui lo slogan. Sarà fatto proprio dal giornalista-editore Randolph Hearst e da Charles Lindbergh negli anni 1930 nelle loro campagne per la “purezza della razza” e l’“isolamento”, di fatto pro-hitleriane.

La scoperta della Sicilia

“Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata, di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dalla fotografia in bianco e nero. Oggi c’è una Sicilia diversa. Basta solo raccontarla”. Basta il manifesto per dire il libro.
Materiali per un racconto della Sicilia come è non difettano. Imprenditrici. Arte contemporanea. Diritti omosessuali. Sperimentazione e innovazione culturale: arte, arti applicate, musica. Savatteri sceglie questi materiali, le “eccezioni”, forse per facilitare la lettura - da presumere indigesta, c’è molto pregiudizio in giro, l’Italia è fatta così. La Sicilia ordinaria sarebbe stata ancora più eccezionale. La protezione del patrimonio artistico, per esempio, anche di quello ambientale. L’agrindustria. L’industria, con tecnologia avanzata annessa. Tutto ciò che è “privato”. E la singolare, inespugnabile, indigenza del pubblico,  istituzioni e politica insieme – sempre, di nuovo, “l’Italia” (la sanità, per esempio, fa eccezione nel pubblico, ma è locale).
Un calcio nel sedere, non alla Sicilia, ma al racconto della Sicilia. Che gli stessi siciliani - questo Savatteri  omette - soprattutto si fanno, compiaciuti.
Che cosa (non) sarebbe stata la Sicilia senza l’Italia?
È un’ucronia che non si può fare. Ma il dubbio è lecito.
Gaetano Savatteri, Non c’è più la Sicilia di una volta, Laterza, pp. 261 € 16

venerdì 31 marzo 2017

Vincolo esterno alla pulizia di Roma

Una settimana dopo il vertice europeo per i 60 anni si naviga ancora per Roma come in sogno: chiese, palazzi, piazze, strade, pedonali e carrozzabili, parchi, tutto è visibile e immacolato, senza recinzioni, sbarramenti, impalcature, transenne, cartoni e spazzature, le prepotenze dell’appalto eterno e del potere diffuso. Si è in imbarazzo per buttare la cicca. Perfino il traffico sembra ordinato. Un altro mondo.
È l’Europa il vincolo esterno anche per la pulizia delle città? Quest’Italia costituzional-democristiana, ladra, pusillanime e neghittosa, cerca sempre “vincoli esterni” per fare qualcosa, smuoversi, provvedere al minimo. Sarebbe bellissimo se l’Europa mettesse fine a tutti i falsi appalti e le lavorazioni a sbafo, che si fanno nelle città senza mai risolvere un problema, un problemino, una buca sul marciapiedi.

Appalti, abusi, fisco (101)

Si vince la gara col massimo ribasso, e poi si fa causa. Lavori interminabili, liti costose, ai Tar e a tribunali civili, costi nelle more triplicati: è il tipico appalto italiano – al netto della corruzione.
John Ruskin già sapeva che il massimo ribasso è pericoloso: “Non è saggio pagare troppo, ma pagare tropo poco è peggio”, ammoniva: “Quando si paga troppo si perde un po’ di denari e basta. Ma se si paga troppo poco si rischia di perdere tutto”.

Sono continui gli allarmi del presidente dell’Inps Boeri sulla tenuta dei conti. Ora si scopre che il rapporto spesa pensionistica-pil si riduce – benché il pil non vada granché bene. Il numero delle pensioni pure, malgrado il prolungamento dell’età media: del 2,7 per ceno nell’ultimo quinquennio. Senza dire che un quinto, quasi un quarto, delle “pensioni” sono in realtà assegni d invalidità e sociali, a carico del Tesoro - l’anno scorso la metà: su un milione di nuove prestazioni liquidate dall’Inps il 53 per ceto è stato di natura assistenziale. Gli allarmi di Boeri servono alle assicurazioni private?

Le bollette della luce, e in minor misura anche del gas, sono regressive per i consumi maggiori, e progressive per quelli ridotti: più si consuma, meno si paga il kWh.
La differenza è enorme. Per un consumo annuo di 2.600 kWh Enel fattura € 0,24 per kWh. Per un consumo medio annuo di 300 kWh Eni fattura € 5,04 per kWh, venti e più volte.

La terrazza del Gianicolo a Roma, dove si gode il fresco a una veduta incomparabile della città, un diorama al naturale, è deturpata da alcuni anni da un cipresso altro quaranta metri e da tre frassini spelacchiati, incapaci di rigenerarsi, di trentacinque, che occludono la veduta e l’aria. Esito della sottostante Villa Corsini, del museo omonimo e dell’Accademia dei Lincei. Il museo e\o l’Accademia non possono pagarsi la giornata di un potatore, con sollievo di tutti e degli stessi alberi? Franceschini non può fare una leggina, per pagare i 100 euro del potatore, anche 200 con la mancia, a Villa Corsini?

Accudiscono i parchi pubblici di Roma, che ha la più grande estensione di verde in Europa, 80 giardinieri – gli ultimi rimasti di 800. Che non fanno i giardinieri, ma ingombrano gli uffici dell’assessorato.

Le pulizie dei parchi romani sono state curate l’anno scorso da 50 “manutentori”, assunti per il giubileo straordinario, e licenziati a fine giubileo – costavano 630 euro al mese. Naturalmente l’assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari, l’ultima della girandola di assessori a Roma, promette una “pronta soluzione”. Nell’attesa, i “manutentori” si esercitano gratuitamente nelle pulizie. Non è nemmeno cattiva amministrazione.

Chi guadagna di più dalla globalizzazione

Lo studio “definitivo” delle dinamiche dell’ineguaglianza nell’economia globale. Sulla base della  rilevazione statistica di chi ci guadagna e chi ci perde – per lesattezza di chi ci guadagna di più e chi di meno. Condotta su una serie millenaria di dati, fin dove un qualche simulacro di rilevazione o annotazione quantitativa è reperibile. Eletto libro dell’anno dall’“Economist” e dal “Financial Times”. Ma di autore post-terzomondista, serbo, ex analista della Banca Mondiale, professore alla City University of New York, studioso un tempo si sarebbe detto dell’imperialismo, autore di varie pubblicazioni sulle disuguaglianze (un paio tradotte: “Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianze”, 2011, e “Mondi divisi. Analisi della disuguaglianza globale” già del 2006, prima della crisi).
L’effetto – in realtà lo scopo – di Milanovic è di dimostrare che l’ineguaglianza si ripete ciclicamente. Per guerre e pesti, per sommovimenti tecnologici. Nonché per il sistema educativo, se è più o meno aperto (accessibile) e per le politiche redistributive, fiscali o sociali. Il penultimo balzo verso l’ineguaglianza si è avuto con la Rivoluzione Industriale un secolo e mezzo fa. L’ultimo è quello che stiamo vivendo.
L’altro esito della ricerca è che l’ineguaglianza è cresciuta nell’ultimo quarto di secolo, con la globalizzazione, all’interno delle nazioni. Mentre è diminuita, molto, fra  le nazioni. È questo che rende la globalizzazione irrinunciabile. Milanovic calcola che i redditi delle classi medie rampanti in Cina e India si avvicinano molto al reddito stagnante delle classi analoghe nei paesi più sviluppati. Una politica dell’immigrazione aperta condurrebbe, argomenta, a un’ulteriore riduzione del gap tra le nazioni.
Grafico dell’elefante
Si situa in questo quadro l’ormai famoso “grafico dell’elefante”, Elephant Chart, sulla distribuzione dei benefici della globalizzazione. Una figurazione complessa, il cui risultato prende il profilo di un elefante, nel quale Milanovic schematizza le variazioni dei redditi reali familiari di 196 paesi, per il ventennio 1988-2008, per classi di reddito in percentili. È il Ventennio della Globalizzazione (Milanovic dice più esattamente dell’“alta globalizzazione”), tra la caduta del Muro e quella di Lehman Brothers. Crescono i redditi per tutti, è il grosso dell’elefante. Quelli delle classi medie della parte alta del grafico, la gobba, della Cina, dell’India e di altri paesi emergenti, tra il 60° e il 75° percentile, sono cresciuti dell’80 per  cento. Quelli della proboscide, oltre l’85° percentile, sono cresciuti anch’essi – l’1 per cento più ricco dell’Europa e degli Usa ha avuto un’ulteriore crescita  del 60 per cento. Ma nel collo, tra il corpo e la proboscide, tra il 75° e l’85° percentile, le classi medie euroamericane, non c’è stato alcun beneficio, e anzi qualche sacrificio.
La globalizzazione produce più risorse, conclude Milanovic. E riduce o elimina le barriere tra i popoli. Questo è un bene. L’economia è più efficiente, gli sprechi ridotti. Molti paesi hanno abbandonato i controlli sui capitali, quasi tutte le monete sono convertibili, le tariffe doganali sono molto ridotte, il ruolo del capitale è cresciuto produttivamente, i sussidi governativi ridotti. Di sicuro, però, accresce le ineguaglianze - le riduce fra gli Stati, le acuisce al loro interno. Un altro effetto contestabile è che viene ridotto il ruolo degli Stati: questo non si sa ancora se è un bene o un male.
Tutto è business
Per gli effetti perversi della globalizzazione sui vecchi ceti medi, impiegatizi e operai, del Vecchio Mondo la ricerca di Milanovic viene presentata ora anche come la risposta al quesito: perché Trump. Una buona metà dell’accresciuta ineguaglianza negli Usa Milanovic localizza nelle aree più innovative:  New York, la Bay Area attorno a San Francisco, e lo stato di Washington. Le aree della New Economy, dove si è concentrato il voto pro Clinton. Ma questo è tutto. Milanovic non si schiera nel libro, dove, astraendo dal fatto Usa, dice l’opposto: non sappiamo come andrà a finire. Per la pressione sociale nei paesi di nuova ricchezza. E nei nostri paesi per il prevalere del nazionalismo, forse, sotto le spoglie del populismo, non esclusa la guerra, economica o militare. Anche se sono non probabili: “Sia l’ineguaglianza americana che quella cinese sono ben trincerate e riproduttive”.
Un rivolgimento non è escluso. Ma solo in froma di ipotesi, in risposta alla domanda “che succederà?”. La risposta è un domanda: che succederà quando l’ineguaglianza sarà diventata intollerabile in Cina e in India. Le quali, questa per troppo disordine, quella per troppo ordine, sono riuscite finora a obliterane le reazioni. Ma fino a quando? Una risposta cioè ipotetica. Che Milanovc affida, con civetteria consueta un tempo a Marx, al teorico del liberismo, von Hajek: “Promette male per il futuro del mercato che la sola sua difesa che il pubblico capisce sia l’identificazione del successo con la virtù”.
Lo studioso serbo opera ancora secondo lo schema terzomondistico, della stratificazioni astratte, indipendentemente dai fattori socioculturali, e anche da quelli politici. Come quello che regge la globalizzazione, frutto dell’asse Washington-Pechino, dagli anni dell’ultimo Reagan e di Deng, l’uomo delle quattro modernizzazioni dell’anchilosato comunismo cinese, il modernizzatore-privatizzatore. Fattori politici che nell’ex Terzo mondo più spesso sono distruttivi, per esempio in Africa e nel Medio Oriente, per corruttela, coercizione, violenza, frammentazione sociale, e ora l’integrismo religioso. Non meno incongruo, allaltro capo, è l’abito mentale di considerare il lavoratore in fabbrica del Wisconsin e quello del Sinkiang o del Kerala in copia carbone.
Perché Trump
Un tempo lo studioso si sarebbe detto marxista, e come tale ripete spesso che gli interessi economici decidono la politica – la struttura decide la sovrastruttura. Non sempre ma spesso – l’esempio porta di Cuba, estraniata e resa ostile, dice, per più di mezzo secolo dagli interessi saccariferi…. Il fatto economico semmai da tempo opera al rovescio, condiziona la politica ma in senso agitatorio, se non si vuole dire rivoluzionario: la nascita dei populismi (Brexit, Le Pen, Trump, la Polonia e altri) conferma che la politica può essere determinata, in regime elettorale aperto, dai problemi economici dei ceti marginali e degli incapienti.
Sull’attualità è utile segnalare che Milanovic, come molti nella sinistra studiosa e di classe negli Usa, si trova a disagio col riduttivismo anti-Trump. Non nel libro, ma nelle presentazioni che se ne organizzano, è scontento della riduzione del fenomeno Trump al razzismo e alla misoginia. Perché si cancella come “irredimibile” una quota importante della popolazione, condannandola come razzista e misogina. E questo solo per non voler considerare il fattore economico, di reddito e di status: “La teoria che il nativismo solo sia responsabile della crescita del populismo”, ripete in una recente intervista, “o, ancora più bizzarra, la teoria che i «perdenti» nei paesi ricchi non dovrebbero lamentarsi perché stanno comunque meglio dei lavoratori in Cina, sono solo risposte sbagliate a problemi molto grossi”.   
Branko Milanovic, Global Inequality, Harvard University Press, pp. 320, ill., ril., € 27

giovedì 30 marzo 2017

Il mondo com'è (299)

astolfo

Giudici – “Statemi a sentire”, dice Michael Ledeen di aver detto alla Casa Bianca la notte di Sigonella, quando i marines non riuscirono a prendersi Abu Abbas, il pirata dell’“Achille Lauro”: “Da molto tempo abbiamo sul libro paga alcuni giudici di Roma. Chiamiamoli, svegliamoli, chiediamo un mandato di arresto, sbattiamo Abu Abbas in galera”. Ledeen, storico del fascismo, è, si vuole, un manipolatore delle cose italiane, specie di quelle segrete. Lo dice a Alan Friedman.
Friedman se lo fa dire, nel suo ultimo libro, “Questa non è l’America”, appena poche righe prima di dichiarare che l’Italia è sconosciuta a Washington, e che Washington non se ne cura. Specie della psicosi italica del complotto.
L’allusione di Ledeen è probabilmente a Di Pietro, allora non ancora protagonista, che Friedman non ama. E Ledeen è quello che è, in parte sicuramente un mitomane. Ma non del tutto. E parla ora da vegliardo, attesta Friedman, un po’ recluso in famiglia, a 75 anni. Ma due anni fa prese la penna per tessere sul “Wall Street Journal” l’elogio di Mattarella, che da ministro della Difesa aveva ben lavorato alla guerre contro la Serbia per il Kossovo. E un anno fa è venuto in Toscana al matrimonio di Marco Carrai, l’amico di Renzi, in qualità di testimone.  

Globalizzazione – È italiana all’origine: divisata e preconizzata, e anche avviata, da italiani. Da Marco Polo e Cristoforo Colombo. Così la delinea Michelet nel primo corso sulla storia della Francia al Collège de France nel 1940 – quello celebre in cui conia e impone il Rinascimento, la parola e il concetto (nel mentre che fissa il Medio Evo, forse indelebilmente, come “quel mondo bizzarro e mostruoso, prodigiosamente artificiale”). Il Rinascimento Michelet dice la vittoria del popolo sulla monarchia e le nazioni (che diventerà nella seconda lezione, il 9 gennaio 1840, “La vittoria dell’uomo su Dio”). E indica in Marco Polo viaggiatore in Cina e in Colombo scopritore dell’America gli araldi di un mondo aperto.

Preti – Mantengono un che di tartufesco, e non si capisce perché. La chiesa li vuole separati. Per abito talare, celibato e linguaggio. Soprattutto per il linguaggio, dalle forme alle formalità, le tonalità, il modo di porgere, atteggiarsi, guardare, che perfino nei giovani preti e più moderni, perfino nei talk-show a cui pure ambiscono, è sempre stranamente cerimonioso e disimpegnato. o.  
La chiesa si Roma è in questo l’unica confessione avvinta ai riti, ai ruoli (sacerdozio, celibato...), e al linguaggio ieratico, fuori della norma. La confessione della separatezza. I sacerdoti cattolici non vivono con gli altri e non parlano come gli altri – la serie tv “Don Matteo” funziona perché propone una realtà contraria.
Non si può dire che non pensano come gli altri – i laici – perché non è possibile. Ma allora tanto più non si vede che non possano dirlo come chiunque altro. Se non in forma di birignao, sguardi bassi, allusioni, il tutto in formule confezionate. Lo stesso papa Francesco, che si vuole stia abbattendo tutti i rituali anacronistici, parla e si muove da vecchio prete. La singletudine non spiega più l’eccezione E dunque?
La narrativa che Sorrentino ha voluto farne in “The Young Pope”, della vita quotidiana del prete, sia pure pontefice, nasce da questa alterità. Ne fa tesoro, mostrando un prete-papa come tutti gli altri. Un reintegro del sacerdozio nella vita comune. Uomini e donne che s’incontrano naturalmente. Potenti e non. Laici e religiosi. Preti e madri, o donne in carriera. Come è nella realtà nella vita di ognuno, compresi i preti.
È una concezione meno sacerdotale del sacerdozio? Non necessariamente: la chiesa lo mantiene ieratico e separato senza ragione.

Storia – È europea. Nasce come disciplina e metodologia nel Settecento – a Oxford e Cabridge un secolo prima, nel 1922 e nel 1927.

Terrorismo – Si tagliavano gole, si facevano esplodere automobili col telecomando nella folla, si lanciavano automobili contro i passanti: tutto l’armamentario del terrorismo islamico, meno i kamikaze, sono stati in già in Irlanda e in Inghilterra. Tra l’Ira, Irish Republican Army, i suoi “provo”, e i lealisti di Belfast, tra essi i Macellai di Shankilll. Declassati a “Troubles”, disordini, ma sanguinosi. Per un trentennio circa, fino a vent’anni fa.

Trangender – La prima scuola al mondo per transgender è stata aperta in India dalle suore carmelitane nel Kerala. E presto chiusa, per mancanza di iscrizioni.
La scuola, chiamata Sahaj, è stata inaugurata il 30 dicembre. Aveva dieci iscritti, e intendeva partecipare ai corsi di istruzione online patrocinati dal National Institute of Open Schooling, e  fornire addestramento professionale ai trans dai vent’anni in su. La prima scuola del genere in India, e forse al mondo. Dopo tre mesi, risulta senza insegnanti, e senza più iscritti: quelli originari hanno lasciato mancando insegnanti e programmi. Sahaj funziona ora solo da dormitorio.
Sei suore avevano invitato l’attivista trans Vijayaraja Mallika, molto nota nel Kerala, che da tempo prospettava un’iniziativa del genere, a organizzarla. Ma Mallika non ha fatto nulla.

astolfo@antiit.eu

La sovietizzazione dell’establishment mediatico americano

Sono le tecniche dell’informacija-disinformacija sovietica che l’establishment mediatico americano usa contro Trump. Non un’accusa di parte – di parte trumpiana. La muove oggi sul “Manifesto” degli Usa, il settimanale “The Nation”, tra gli invariabili articoli contro Trump nemico della democrazia, il politologo e russista Stephen F. Cohen, emerito di Princeton e della New York University.

Cohen ricorda i messaggi e le metodologie che trovò a Mosca tra il 1976 e il 1982, quando vi risiedette per studio – dopo il 1982 Breznev non gli rinnovò il visto. Sono quelli che la grande stampa americana usa oggi. La vulgata in Russia era allora che Nixon era stato rimosso perché voleva avviare la distensione con l’Urss. La vulgata di oggi è che Trump è stato eletto da Putin.
Non c’è confronto possibile tra la Russia di allora e l’America, di allora e di oggi, premette Cohen. Ma la “narrativa accusatoria” è “identica”.
Uno storytelling che si pretende “ortodosso” senza più, senza dare spiegazioni. Cohen rileva cinque similarità. I “pareri alternativi o dissenzienti” sono esclusi dai giornali e le emittenti maggiori. Dei dissidenti si distrugge la reputazione. Anche dei parenti e collaboratori dei dissidenti.  “Queste narrative si fondano sulle voci” (“È possibile che in qualche posto esistano, ma nessun fatto è stato mai presentato dai media mannstream americani o da chiunque altro dell’accusa che il Cremlino di Putin ha hackerizzato il Democratic National Council”). “Alimentare queste narrative è sempre il ruolo coperto e scoperto delle agenzie spionistiche”.
“Naturalmente”, conclude Cohen, “niente di questo significa che l’establishment  politico-mediatco americano è stato sovietizzato”. Ma le “common practices” sono le stesse. Non altrettanto perfezionate come quelle del Kgb, conclude sarcastico: “La qualità dei dirigenti dell’intelligence  americana è stata rivelata quando il capo del’Fbi James Comey - comparendo al Congresso nella veste finora sconosciuta di esperto della Russia, un ruolo un tempo esercitato da J.Edgar Hoover,  fu richiesto da un membro Democratico dei Rappresentanti se sapeva cos’è la Gazprom (la gigantesca compagnia di Stato del gas naturale, la più grande del mondo, produttore di un terzo delle fonti di energia europee, e molto spesso citata nella stampa americana come un aspetto essenziale del potere di Putin). Come disse di non averne mai sentito. Né gli fu d’aiuto che la deputata gli spiegasse che è una compagnia petrolifera”.
Sul punto 2-3 Cohen fa il caso dei familiari di Trump, e del deputato californiano repubblicano Devin Nunes. Questi, dice, è colpevole “di aver confermato quello che era già ampiamente noto: che i servizi di intelligenze nell’amministrazione Obama sorvegliavano, come Trump ha indicato, i suoi collaboratori prima e dopo la sua elezione”.

Magia lucana a Rai 1

La regista ha evocato “Twin Peaks”. Ma è ben la “magia lucana” di Ernesto de Martino che svolge a ogni puntata - lei come i soggettisti-sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta. Come chiave di lettura e come impianto. Altrimenti questo “Sorelle” sarebbe una lunga carrellata, lunghissima, sei puntate di tre ore, su Anna Valle, la protagonista: una sorta d’idoleggiamento, il mistero lasciando a “Twin Peaks - ci vuole esotismo per il paranormale.
La “magia lucana” è il primo e più importante saggio di “Sud e magia”, il long-seller di Ernesto De Martino che da sessant’anni si ristampa, in multiple edizioni. Un testo di antropologia, per quanto ampiamente folklorico. La “Magia lucana” è una ricerca sulla fascinazione, svolta tra 1950 e il 1957, in molti paesi dell’area apulo-lucana, corredata dalle foto molto “creative” di Ando Gilardi, André Martin e Franco Pinna.
Torrini la usa con un curioso slittamento. L’antropologo napoletano la fascinazione non tracciava negli stati psichici – il “malo vento” della “magia lucana” - che sono il suo luogo, anche morbosi. Privilegia come modi interpretativi l’esorcismo, la religione (diavoleria), la superstizione. Torrini è tornata al “malo vento”. Efficace come trama, come tela di fondo.
La “ricerca” di De Martino è più che datata – lo era probabilmente già sessant’anni fa. Ma il folklore persistente avrà creato la suggestione. Che è essenziale alla fede, come dice Galimberti presentando la raccolta di De Martino nell’edizione Feltrinelli: la credenza contro “il negativo che minaccia di continuo l’esistenza dell’uomo”. Bisogna avere fede per credere nella ragione - chi non ha fede (non è capace di, non ha voglia di) non crede in nulla?
Cinzia Th. Torrini, Sorelle, Rai 1

mercoledì 29 marzo 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (321)

Giuseppe Leuzzi

Ritorna con la serie netflix “The Crown” negli Usa “Il padrino”. Tal quale, la sola differenza è che il Lui è una Lei – Michele Corleone è femmina.
La vendetta è anche lì simultanea e spietata. Solo che non si parla di mafia, essendo lei la regina d’Inghilterra.

Il Sud Gustavo Herling, lo scrittore napoletano di origine polacca, diceva “dipendente dai miracoli come una persona solitaria lo è dai sogni”.

“Tulipani alla cocaina”: “L’Espresso”, dopo aver fatto per decenni del porto di Gioia Tauro il centro del mercato mondiale della cocaina, ora ripiega su Rotterdam: “Il porto di Rotterdam, tra i più grandi d’Europa, è diventato uno dei centri del narcotraffico, gestito dalla ‘ndrangheta. Che usa come copertura il commercio dei fiori”. Non era vero di Gioia e non appare vero di Rotterdam. Però, questa ‘ndrangheta: sarà ubiqua, onnisciente, immortale?

Lo ‘ndranghetista normalmente non sa parlare nemmeno l’italiano. Ma, certo, se ha la scienza infusa, può controllare altro che il porto di Rotterdam.
Però, come la mettiamo con i floristi olandesi? Sono gelosi, e anche forti.

“Rivolta a Sud” è la copertina dell’ “Espresso”. Che però la argomenta con le ambizioni di un paiop di giudici, Emiliano e De Magistris, e di Leoluca Orlando che deve avere cent’anni. Con quanto cioè di più paleosud è in circolazione: sbruffone, inconcludente, inconsistente.

Milano
Passa poche ora Milano, il papa. Incontra un milione di persone, stringe decine di migliaia di mani, mangia con carcerati scelti, e ritorna a Roma estasiato: “Milano ha il cuore in mano”. Milano sa vendere – o dobbiamo supporre questo papa uno di bocca buona?

La cadenza è castigliana. Ascoltando due voci, soprattutto femminili, senza distinguere le parole, la sensazione è che la parlata possa essere sia madrilena sia milanese.

L’arbitro Massa ha dato la vittoria nel primo girono al Milan contro la Juventus, e nel girone d ritorno alla Juventus contro il Milan. Ma nessuno ha protestato all’andata, mentre al ritorno sono successe cose turche: Milano non si tocca.
Dopo Mister Bee, che non si mai saputo se non fosse un Mister. B. scritto all’inglese, una specie di controfigura di cinese, che di suo era siamese, ora Berlusconi tratta direttamente con cinesi altrettanto fantomatici. I quali hanno pattuito per il Milan un anno fa un miliardo, ma gli hanno dato, forse, trecento milioni. Il che porta Michele Serra a opinare sull’“Espresso” che anche questo acquirente cinese sia Berlusconi. Compratore e venditore non si fanno mai vedere insieme. Berlusconi esce e poco dopo entra un cinese. Che non bara: «Sun Mi», si presenta.

La telenovela della vendita del Milan, prima a un signore thailandese per conto di investitori cinesi,  poi a una invisibile cordata cinese, si fosse svolta a Napoli: De Laurentiis vende il Napoli a invisibili cinesi. Sarebbe stato un serial giornalistico: indagini, ricostruzioni, denunce, pernacchi. A Milano ma anche a Napoli. Qui è la differenza, e non produttiva.

E Barbara Berlusconi, non era l’amministratore delegato del Milan per le attività non sportive – cioè per la cessione? Quando vedremo in scena una Mrs. Bee?
No, la figlia si è stancata, e giustamente riposa.

Si celebra Anna Netrebko nella “Traviata” alla Scala, vecchia produzione, come “la” Violetta di sempre. Tutti 10 dal “Corriere della sera”, a Milano non si parla d’altro. Senza dire che è un Violetta di rincalzo, subentrata alla terza o quarta recita, arrivata a Milano il giorno prima.

I milanesi si lagnano molto. Il banchiere Mattioli così lo spiegava a Piovene nel 1957, “Viaggio in Italia”: “Si sono lagnati e si lagnerebbero sempre… Si lagnano se il governo interviene, e più si lagnano se non interviene. Sono quelli che hanno paura, e soprattutto hanno paura di non avere abbastanza paura”.

Anche i tedeschi, è vero, si lagnano sempre: sarà un fatto di stirpe.
Non sarebbe una forma di scongiuro – absit iniuria? Quanto di napoletano non c’è a Milano – come in Germania (Adorno ce ne trovava molto)?

La mafia dell’antimafia nell’atletica
Dunque, la provetta dell’antidoping di Alex Schwazer sarebbe stata manipolata. Schwazer è il marciatore altoatesino già squalificato, e poi risqualificato sulla base alla vigilia della gara perché non vincesse l’Olimpiade di Rio. La provetta che lo condanna, che ha girato mezzo mondo ed è stata sottoposta a una mezza dozzina di analisi incrociate, sei mesi fa era stata fatta sequestrare a Colonia dalla procura di Bolzano, per essere sottoposta alla prova del Dna. E la prima conclusione sarebbe che è stata manipolata.
Non è ancora certo, la prova del dna non è finita. Ma è probabile: i precedenti sono di mafiosità stupefacente. Basti rileggere la questione come fu presentata ad agosto. I tre giudici del Cas, Consiglio di Arbitrato per lo Sport, dichiaravano accertato nella sentenza che: la provetta del prelievo non era anonima, l’esame era stato fatto con molto ritardo (quando Schwazer si era qualificato al’Olimpiade, n.d.r.) per “debolezze nella catena di custodia” delle provette, che c’erano stati “fattori di confusione nel referto”, e che Schwazer era sotto minaccia, di federazioni e allenatori concorrenti. Ma la loro sentenza era di condanna.
I tre giudici del Cas erano per la gloria: il professor dottor Ulrich Haas, Germania, il professor dottor Michael Geistlinger, Austria, e il signor José Juan Pinto, Spagna  - sarà stato l’amanuense?
Nell’occasione, lo stesso Cas, Consiglio di Arbitrato per lo Sport, invece riabilitava Pierre-Yves Garnier e Jane Boulter, squalificati per aver avallato la sistematica violazione russa delle regole antidoping. Per questo reato erano stati squalificati per tre e sei mesi, pene lievissime nell’atletica.
Garnier e Boulter erano e sono alti dirigenti dello stesso Cas.

leuzzi@antiit.eu

L’Occidente è un lungo Medio Evo

“Fare a fette” la storia non è macelleria convincente, si sa. Le Goff, paladino del Medio Evo contro il discredito che lo ha colpito per tutto il Novecento, ha voluto dare come lascito l’ennesima contestazione di questo purgatorio. Prendendola alla larga, con l’ennesima riflessione sulle “diverse maniere di concepire le periodizzazioni storiche: le continuità, le rotture, i modi di pensare la memoria della storia”. Dalle sei età di sant’Agostino, alle quattro di Daniele della Bibbia, Giacomo da Varagine, Voltaire.
L’autore di “Un lungo Medio Evo” è sempre dello stesso parere: il Medio Evo non è una parentesi nella storia bella e progressiva. Anzi, è tutta la nostra storia, di noi europei e occidentali, a partire dal III secolo dopo Cristo fino al Settecento. Se non che: la continuità fa aggio sulla novità? Lo steso Le Goff, tutto meno che dogmatico, si fa spiegare la periodizzazione in questi termini dallo storico americano della filosofia George Boas: “Ciò che chiamiamo periodi corrisponde semplicemente alle innovazioni influenti che si producono costantemente nella storia”.
È una falsa questione: la periodizzazione della storia si può aggiustare. E “farla a fette” alla fine – come si domanda il titolo originale - risulta comodo e anche significante. Ci sono persistenze, e ci sono anticipazioni. Si può trovare oggi una figurazione (immagine, giudizio, pregiudizio, saggezza) del Medio Evo, e nel Medio Evo propriamente detto figurazioni di oggi, c’è continuità nella storia. Ma con caratteri prevalenti rispetto ad altri, che è opportuno tenere a mente. 
L’ultimo saggio di Le Goff è un bel racconto sulla storia, come i tanti suoi precedenti. È anche una rappresentazione dello splendore italiano come ci siamo da tempo dimenticati, in questa Italia delle Seconde, Terze e Quarte Repubbliche, dei mafiosetti a miccia corte invadenti. Attraverso menti robuste: Michelet, Burckhardt, Kristeller, Garin, Panofsky, Delumeau.
È pieno anche di notizie. La storia di come nasce e prende piede la parola e la nozione di Rinascimento, a partire da Michelet, gennaio 1840. Lo stesso Michelet che è l’autore della damnatio del Medio Evo:, come “quel mondo bizzarro e mostruoso, prodigiosamente artificiale”. “Medio Evo” è di conio di Giovanni Andrea Bussi (1417-1475), ma è adottato solo nel Settecento – prima si parlava di “feudalità”, fino a Leibniz e Rousseau. “Umanesimo” non ha corso prima di metà Ottocento, in Prodhon, 1844 - prima, forse, in Germania, ma “Umanisti del Rinascimento” è titolo del 1877.
Jacques Le Goff, Il tempo continuo della storia, Laterza, pp. 156 € 15

martedì 28 marzo 2017

Letture - 297

letterautore

Dante – La “Commedia” Croce, che la poesia leggeva per frammenti, dice però non male “un romanzo teologico, o etico-politico-teologico”

Musica sacra – È tedesca, da Ildegarda di Bingen a, tutto sommato, Arvo Pärt, malgrado le origini estoni. Devozionale. Anche devota, sicuramente in Buxtehude – benché danese di origine - e in Bach e nei suoi figli. Ma anche nell’uomo di mondo Händel. Händel  vi si avventura tardi, e con spirito galante, da compositore e impresario di melodrammi, votato alla gioia più che alla passione e compassione, e tuttavia gli oratori sono parte cospicura e rappresentativa della produzione creativa. Mozart no, è agnostico – fa musica sacra e musica massonica. Beethoven, benché libertario, è intimamente devoto, tanta è la forza della sua produzione devozionale.
Per i compositori italiani è una forma musicale come un’altra, di inni, mottetti, madrigali,…., molto elaborata (Palestrina, Gesualdo da Venosa, Frescobaldi, Monteverdi), poco devota (Orlando di Lasso, Gesualdo, Monteverdi). Tutti hanno una messa, ma come parte del repertorio. Allo steso modo va la fioritura inglese degli anthems, gli inni anglicani. La composizione francese se l’è inibita con la divisione religiosa.

Obbedienza – Era Sciascia massone? Se ne ha a ogni lettura la sensazione, ma sarebbe utile saperlo. Scalfari lo ha dichiarato, ed è un passo utile nel cammino di onestà che ha deciso una volta fuori dagli affari. Perché non c’è una storia della buona massoneria letteraria – compresi i Nobel, per esempio? Anche chi indaga sulla massoneria, i pochi storici, come Mola e Franzinelli, e i giornalisti, si fermano ai politici o agli affaristi. Mentre più importane sarebbe l’influsso sulle idee.

Il papa argentino in conversazione privilegiata con Scalfari. La massoneria italiana di palazzo Giustiniani, o del Grande Oriente d’Italia, da tempo non è più anticlericale, un mezzo secolo. Se non per questioni pratiche e di concorrenza: un tempo l’immobiliare, poi la finanza, ora il fisco – la chiesa avendo abbandonato l’immobiliare e la finanza.

Quodlibet – È di Bach, J.S.la spensieratezza di un compositore che il germanesimo vuole accigliato. Il termine è inventato dai Bach per la musica delle riunioni annuali di famiglia, improvvisazioni disparate armonizzate insieme.

Skaz  – Resta il canone segreto della narrativa russa, o meglio della critica formalista della narrativa russa. La parola è in sé semplice: è racconto, raccontare, in forma di gergo, come segno di riconoscimento, d’identità – ma non si può dire. Eikhenbaum, che lo ha per primo ipostatizzato, nel 1918, e Sklovskij fanno grande caso di Leskov, e di Gogol: l’autore si cela dietro un narratore fittizio. Di più, nel caso di Gogol: “Il Cappotto” sarebbe la storia di un uomo annichilito mediante l’imitazione del suo skaz, della rivolta dell’uomo annichilito. Allo stesso modo Dostoevskij in “Povera gente”.
Nicoletta Marcialis lo dice “la stilizzazione della narrazione orale all’interno di un testo letterario (finzionale)”. Tynianov dopo Eichenbaum, e Sklovskij, Viktor Vinogradov, e infine il riscoperto Bachtìn ne fanno la chiave, o il tentativo, di attrarre il lettore come parte attiva nella rappresentazione narrativa.
Ma, poi, perché limitarlo alla narrativa russa? Il presupposto è sempre quello di Eickhenbaum, che una cultura è viva se è nazionale, e che una cultura nazionale non si può dare senza un legame robusto con le sue fonti orali – supposte originarie.

Spirito di geometria – O cartesiano: il distintivo della Francia è italiano secondo Michelet, corso al Collège de France sulla storia della Francia, quello del 1841 dedicato al “Rinascimento eterno”: “Il principio italiano che ha fecondato la Francia è sopratutto il genio geometrico, il principio d’ordine applicato alla società civile, la costruzione delle grandi vie di comunicazione”.  

Vichy – Era un gran bel mondo per i letterati, per tutt’e quattro gli anni dell’occupazione tedesca. La carta non mancava – Gallimard ha triplicato il fatturato, uscendo dall’occupazione come l’editore più grande. Né il cibo e ogni sorta di svago, malgrado la guerra infuriasse. Furono realizzati 220 film, più che in quattro anni di pace. Cera la censura preventiva, su film, libri, teatro e ogni attività cuturale pubblica, che però non se ne è fatta frenare. E cera la guerra: la carta, lelettricità, il cibo erano razionati. Ma non mancavano. 
Non si fa la storia della vita quotidiana nella Francia occupata dalla Germania, quattro lunghi anni, che invece avrebbe molti motivi d’interesse. Si sa che la vita scorreva a Parigi e nella Francia di Vichy quasi normale, a parte la persecuzione degli ebrei, nella quale anche i francesi erano attivi. Ma non di dice anche perché non si sa quanto lo era. Un abbozzo è in un vecchio libro, 1965, di uno degli intellettuali più attivi nella Resistenza, Vladimir Jankélévitch (“Perconare’”): “Chi di noi si ricorda quei pomeriggi festivi della zona detta libera pieni di passeggiatori tranquilli e di risa di bambini? Vestiti decenti, calzature nuove, conversazioni indifferenti in cui l’attualità era così stranamente assente… Si sarebbe potuto pensare che non succedeva nulla nel mondo”. Non c’era fame, tutto si trovava a giusto prezzo. L’unico inconveniente erano gli allarmi notturni antiaerei, di tanto in tanto. “I treni circolavano. I borghesi andavano in vacanza e in settimana bianca. I conferenzieri facevano conferenze. I nostri migliori maestri d’orchestra dirigevano con passione, per mantenere il prestigio della musica francese, cicli Wagner a ripetizione, di che rendere gelosi le più famose bacchette wurttemberghesi…. Parigi aveva i suoi eventi letterari, il suo teatro, i suoi camerieri hegeliani e tutto quello che ci vuole a un grande paese per tenere il suo rango. Era decisamente bella la repubblica delle lettere, nel 1944. Era una stagione felice”..  
Hitler aveva preso Parigi il 14 giugno 1940 dopo nemmeno un mese di guerra – i francesi non se n’erano accorti? L’anno non si era chiuso bene per la Germania. La Lutfwaffe era stata sconfitta dalla Raf nella battaglia d’Inghilterra. E l’Inghilterra aveva ottenuto più di un successo nel Mediterraneo, contro l’Italia: a Taranto, in Cirenaica, in Grecia. Prima ancora dell’invasione dell’Unione Sovietica che porterà la Germania alla sconfitta, la guerra non era finita. Ma in Francia erta come se, con i tedeschi in casa. Pochi mesi dopo del resto le sorti sono rovesciate: la flotta inglese è semidistrutta nel porto di Alessandria, Rommel è alla frontiera con l’Egitto. Insomma, la guerra continua. Ma non a Parigi. Da giugno 1940 a giugno 1944, allo sbarco di Normandia, vita beata.

letterautore@antiit.eu 

Hitler non cercava il Graal

“Una volta destato a vita un movimento collettivo si crea una specie di vortice psichico il quale si raccoglie in chi ne è il centro tanto da conferirgli una particolare aureola, percepibile soprattutto da chi sia suggestionabile”. Era incuriosito Evola dalla “ricerca”, allora (1971) in Francia, di Pauwels, Bergier, Alleau, Angebert e altri, “delle relazioni del nazionalsocialismo tedesco con società segrete e organizzazioni iniziatiche, che di esso sarebbero state le ispiratrici, tanto da supporre dei “retroscena occulti” del movimento hitleriano”. Ma sbalordito,  non persuaso.
L’equazione che Pauwels e Bergier, “Il mattino dei maghi”, pongono, nazionalsocialismo = divisioni corazzate + René Guénon, gli sembra giustamente ingiuriosa per lo studioso. L’hitlerismo come fusione di pensiero magico e tecnica ha qualche fondamento, spiegherà, ma intanto gli serve a specificare che c’è “un equivoco”: “L’elemento magico viene scambiato con quello mitico, il quale col primo può non aver nulla a che fare”. Di miti è pieno l’Otto-Novecento, dalla Rivoluzione francese a quella sovietica, al fascismo (Roma, il Duce), al nazismo (il Grande Reich, il Führer, la razza, il suolo e il sangue). Diverso è ipotizzare l’influenza di forze non umane, per di più sotto il velo di “organizzazioni reali, seppure, in vario modo, «segrete»”. I cosiddetti “«Superiori Sconosciuti», i quali avrebbero suscitato il movimento nazista e si sarebbero serviti di Hitler come di un loro medium”. Non si spiega però come, né dove.
Evola ha già presenti i riferimenti che nutriranno la pubblicistica successiva, per ormai quasi mezzo secolo: l’ordine della croce uncinata di Lanzo von Liebenfels, e la Thule Gesellschaft di Rudolf von Sebottendorf. E non discute se questo o quel gerarca, o lo stesso Hitler, ne sono stati membri o comunque influenzati. Ma allora, conclude, visto com’è finita, “bisognerebbe dire che codesti Superiori occulti avevano invero facoltà di preveggenza e poteri ben limitati, per non saper bloccare colui che essi avevano usato come un loro medium”.
Che credito dare a queste ipotesi? Medium si può dire di Hitler, che era o agiva da spiritato: “Quanto alla qualità di medium (che, sia detto per inciso, è opposta a quella di una qualificazione iniziatica), essa può venire riconosciuta, con certe riserve, ad Hitler, in quanto egli sotto più di un riguardo ci si presenta come un invasato (è il tratto che lo distingue, ad esempio, da Mussolini)”. Forte è anche l’elemento mitico – non magico – del nazismo, ma allora del suo supertecnicismo: “Quanto alla “gnosi” nazionalsocialista, ossia ad una presunta dimensione quasi mistica e metafisica, bisogna ricordare il singolare coesistere, in tale movimento e nel Terzo Reich, degli aspetti «mitici» con aspetti apertamente illuministici e perfino scientisti”. Hitler era un modernista, naturalista, materialista.
Per il resto, si entra nelle contraddizioni del nazismo. Hitler, scientista e tutto, “simultaneamente aveva fede in una Provvidenza, della quale credeva essere uno strumento, specie per quel che riguardava le sorti della nazione tedesca”. Alfred Rosenberg “accusava come mistificazioni ogni rito e sacramento” se si trattava di cattolicesimo, schierandosi, “proprio come un illuminista, contro gli «oscurantisti del nostro tempo»”, salvo farsi banditore del “mito del sangue,…di un «mistero» del sangue nordico che avrebbe avuto un valore sacramentale”. Per non dire di Himmler e delle sue SS, che ambiva a formare come un redivivo Ordine dei Cavalieri Teutonici, con il suo ufficio Ahnenerbe, per la ricerca degli avi.
Ma sempre questa purezza veniva ricercata, da Himmler come da Rosenberg, nell’ottica di una “tradizione nordico-atlantica”. Di cui era teorico l’olandese Herman Wirth. “Cio non è rivo di interesse”, conclude Evola, “ma dei «retroscena occulti» sono del tutto inesistenti”. Le rune “furono riesumate su un piano emblematico”, come i fasci littori di Mussolini. Mentre “il programma nazista di creare un uomo superiore risente di una «mistica della biologia», di nuovo, di un orientamento prevalentemente scientista: poteva trattarsi al massimo di un «uomo superiore» nel senso nietzschiano, per nulla nel senso iniziatico”.
La Thule di Sebottendorf è più una fanfaronata. Anche se raccolse molte importanti adesioni, compreso probabilmente lo stesso Hitler,avendo come emblema la croce uncinata e come programma “un deciso antisemitismo e un razzismo germanizzante”.  Era emanazione di un Ordine dei Germani, costituito dallo stesso Sebottendorf nel 1912. Ma non richiama la Thule del “simbolismo nordico polare” cui Evola è affezionato, con le “origini iperboree… della tradizione primordiale”: “Può essere… una località dell’Harz nella quale l'«Ordine dei Germani» nel 1914 aveva organizzato un convegno avente come ordine del giorno la formazione di una organizzazione segreta razzista”, antisemita.
Il bilancio della ricerca è negativo. “Il limite delle divagazioni è costituito dal libro Hitler et la tradition cathare di J. M. Angebert”, dove si cerca il Graal.
Julius Evola, Hitler e le società segrete

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lunedì 27 marzo 2017

Morire per Draghi

È come se la Bce volesse far fallire le banche venete inguaiate e il Monte dei Paschi, posponendone la ricapitalizzazione ora per uno ora per un altro motivo, ora senza motivo. Naturalmente non è così – ci sarà pure chi vuole il fallimento delle banche italiane ma non si espone. Sarà solo inefficienza o stupidità, ma è come se.
Insipienza non è, inimmaginabile - non riscontrabile peraltro in casi di default bancario in altri paese: la Bce discrimina molto. 
È senza precedenti questo traccheggiare interminabile. Non c’è nella prassi delle bache centrali, non c’è neppure nella non virtuosa storia dell’euro e della Bce.
Passi per Mps, che si è già mangiate due ricapitalizzazioni, da 5 miliardi nel 2014, da tre nel 2015, e ora ha bisogno di un’altra, ancora più sostanziosa delle due precedenti, nove miliardi. Ma le banche venete, con duecentomila veri soci, piccoli azionisti?
Le banche naturalmente non falliranno. Ma la crisi continua ha due effetti molto penalizzanti – non voluti? Uno è sui risparmiatori e gli stessi correntisti – nonché sui dipendenti, i numeri non sono da poco. L’altro, più beffardo, è sul debito pubblico, sul quale la crisi perpetuata delle banche si riverbera, sul suo costo.

Problemi di base - 319

spock

Sono tutti infognati nello stadio della Roma, i grillini a Roma, non hanno testa per altro: c’è lo zucchero?

Non hanno degnato il progetto di Olimpiade nemmeno di uno sguardo, gli stessi grillini a Roma: non sono sportivi?

Resta segreto il progetto immobiliare dell’As Roma con Grillo: la pubblicità è solo l’anima del commercio?

Si pesca a strascico col sospetto?

La rete del sospetto non trascina anche i pescatori?

Ora Grillo promette il reddito universale, è tanto ricco?

spock@antiit.eu

Dante etrusco europeo

Il proposito di evitare “un Dante alla dantesca” - un altro - e di ricondurre “Dante sulla terra” è vanificato nei cinquanta capitoletti. Già la scansione è una resa: un personaggio con cinquanta aspetti da trattare è bene “alla dantesca”. Del resto l’iconoclasta confessa subito: “Vedo in lui, oltre il fiorentino del Duecento, un profeta ebreo, un sacerdote etrusco e un imperialista romano”. Il sacerdote etrusco mancava alla panoplia. E tuttavia è un libro che più di altri mancava, nella generale eclisse in cui è piombato Papini.
Un libro papiniano: di umori, e di lampi. Beatrice è anche madre. La sublimazione quasi divina di Beatrice è estranea al cristianesimo e senza precedenti nella poesia di tutti i popoli. La leggenda di Dante è immediata, in Boccaccio, Petrarca, Benvenuto da Imola. Dante è lamentoso e piagnucoloso, e non eroico. Già autore in gioventù, nel 1910, di un “La leggenda di Dante”, contro le tante castronerie di cui Dante viene reso protagonista o testimone, molto di suo Papini aggiunge. Giusto la premessa: un altro Dante, non il solito “companatico di onesti professori o trastullo di ambiziosi dilettanti”. All’ora, 1933, in cui il fascistissimo compaesano di Dante, forse stanco, cominciava a guardare all’Europa.
Questa riedizione – in vista del settecentenario della morte di Dante fra qualche anno - fa dell’europeismo, di Dante e di Papini, la ragione d’essere del libro, ma non senza motivo. Dante è “vivo” anche perché il suo messaggio teologico e etico è quello della chiesa del Novecento:  non più una struttura di potere ma un’istituzione impegnata a insegnare “ad insegnar e agli uomini ad essere perfetti, sì da meritare la pace in terra e la beatitudine in cielo”. E per il suo schieramento per l’impero, per l’unità dei popoli – così come il suo critico, che qualche anno dopo, annota l’editore, “si farà promotore in un celebre discorso per l’appunto di un’Europa unita”. Ma la trattazione non è  melensa.
Dante è antitaliano. Ma è anche il contrario, troppo italiano: litigioso, individualista, vendicativo. È piagnucoloso. Soprattutto nella “Vita Nova”, dove si piange per un terzo delle pagine. E lamentoso, di Firenze, dell’Italia, della sua storia, delle donne, degli uomini, del mondo. È crudele. È giudice parzialissimo. Vendicativo sempre. Papini si diverte a sollevare pietre d’inciampo. È superbo, si sa. E la superbia è un peccato, di cui però lui si assolve. Si fa dare da Cacciaguida la grazia infusa (“Paradiso”, XV, 28-30), “superinfusa”. Che si discuteva allora, e poi per qualche secolo, se non fosse stata privilegio della Madonna, unico. Subito, all’“Inferno”, IV, 100-102, si paragona a Omero, Orazio, Ovidio, Lucano, Virgilio. Interpella e rampogna, condanna, elegge papi e imperatori, cardinali, principi. Corti. Ma questo è quello che lo fa Dante, la “superiorità” del poeta. Di un’arroganza che non dà fastidio.
È anche profetico: “Era nutrito, come tutti i cristiani erano e dovrebbero essere, col midollo della Bibbia. Ma ho il sospetto che si confacesse al suo spirito più il Vecchio testamento che il nuovo. E nel Vecchio doveva sentirsi più vicino ai Profeti”. Per “quel bisogno di avvertire, di ammonire, di minacciare, d’annunziare, in forma simbolica ma spesso irata e cruda, tanto i castighi che le salvazioni future”. Papini trova “le potenti fulminature d’Isaia e di Geremia” anche nelle lettere politiche.
Giovanni Papini, Dante vivo, La Scuola di Pitagora, pp. 348 € 25

domenica 26 marzo 2017

Secondi pensieri- 300

zeulig

Epistemologia – È narrazione. Immaginiamo uno scienziato che intenda ricostruire nei dettagli la storia e gli assetti (sinonimo per trama) del mondo. Una vita è quel mondo. Ma per vivere - e cioè per essere significativo, comunicabile - quel mondo ha bisogno di uno che lo rappresenti e lo comunichi. Anche questo è compito dello scienziato: non solo vivere il mondo ma rappresentarlo.
È questo il problema centrale dell’epistemologia, di quanto mondo e rappresentazione siano obiettivi. Ed è il problema della storia e dell’autore.
Poi però c’è il problema della stessa obiettività: se l’oggetto si definisca in rapporto a se stesso, oppure ad altro dato esterno. In questo secondo caso si entra nel terreno impervio di Dio e della creazione. Nel primo caso c’è il problema della cosa in sé‚ che è il problema del punto di vista. Per quanto accurata una ricostruzione-identificazione possa essere, restano sempre fuori dei residui che necessitano una messa a punto. A volte piccoli spostamenti o mutamenti generano ampi spazi di conoscenza, riconoscimento, svelamento.
Lo stesso scienziato-osservatore comunque è parte della rappresentazione e necessita una messa a punto. Lo scrittore Nabokov ricorda che, quando si firmava Sirin, il critico George Adamovic ne lodava la scrittura in prosa ma invariabilmente ne condannava i versi. Un giorno Nabokov firmò un poema Shishkov - poema peraltro intitolato “I Poeti” - e Adamovic ne fu entusiasta. Una cosa in sé, che è una scrittura caleidoscopica. 

Estinzione – È la parola ricorrente: di animali, specie, sentimenti, oggetti, funzioni. Dell’amore, della fede. Dell’intelligenza, che pure questa estinzione e l’idea stessa di estinzione in vari modi genera. Dell’immortalità (aldilà) e dell’infinito. Si ipotizza anche l’estinzione del genere umano – finisce l’acqua, finisce l’aria. Mentre l’evoluzione sembra essersi fermata, resta Darwin ma non se ne trova traccia nella storia, nulla cresce tutto deperisce. Una forma di scongiuro, ma un forte senso di decadenza, di fine – è la cultura della crisi.
Si moltiplica, sotto questa deriva, il reimpianto di specie animali ovunque, anche in habitat non adatto e non precedente, per prevenirne l’estinzione – si vorrebbe, si spera, di ricreare i dinosauri. Anche se dannosi all’ambiente e alla salute. E di specie vegetali anche infestanti.

Heidegger – Jankélévitch, 1965, “L’imprescriptible”, ha i “galimatias” di Heidegger, le manfrine, oltre che “i discorsi senza capo né coda” che si propongono per “profondità filosofiche”. Per camuffare, sostiene, il pensiero nazionalsciovinista.  
In effetti i pensieri di Heidegger hanno capo e coda, e anche trasparenti. Ma “manfrine” non è male.

Ora che l’antisemitismo di Heidegger è dimostrato, non se ne parla. Non quello storico-metafisico dei “Quaderni Neri”, che ha anzi aperto l’ennesimo filone di pensiero heideggeriano. Quello bieco e pratico, dell’uomo comune, del “Mein Kampf”. Che non era ignoto, ma ora viene incontestato nello stesso volume “Heidegger und der Antisemitismus”, che il nipote Arnulf ha pubblicato qualche mese fa. In cui fa spazio a studiosi pro e contro, ma pubblica alcune delle 500 lettere scambiate dal filosofo col fratello Fritz (le lettere, depositate all’archivio di Marbach, sono ancora in proprietà agli eredi) che l’antisemitismo del filosofo e il fervore hitleriano documentano di prima mano. Specie di fronte alla riserva di Fritz, antirepubblicano, pure lui, ma non entusiasta di Hitler. Che, curiosamente, a un certo punto assomiglia al fratello: “Non so se è una fantasia: tanti atteggiamenti e lo sguardo di Hitler nelle immagini di oggi mi ricordano te”.
Gli apprezzamenti heideggeriani del futuro Führer corrono a partire dal 1930. Per Natale del 1931 il filosofo manda a Fritz in regalo il “Mein Kampf”, con una serie di elogi di Hitler. Subito dopo il governo centrista minoritario di von Papen, del centro cattolico, presenta come una congiura ebraica. Il 13 aprile 1933, tre mesi dopo l’avvento di Hitler, nota di passaggio: “Tre ebrei sono scomparsi qui nel mio dipartimento”. L’astio trapela anche dopo la guerra: “Una Heine Strasse mi sembra proprio del tutto eccessiva, oltre che senza senso a Messkirch”, il paese della famiglia Heidegger, scrive il 31 luglio 1945. Ma, poi, già nella corrispondenza nota con la moglie, in una delle prime lettere, da fidanzati, lamenta nel 1916 la “Verjudung”, l’ebraizzazione, “delle nostre cultura e università”.  Il pregiudizio non muta la lettura filosofica?

Resta naturalmente da conoscere la corrispondenza, se c’è stata, con i tanti allievi ebrei poi divenuti filosofi di professione, oltre che con l’innamorata Hannah Arendt: Löwith, Marcuse, Jonas, Leo Strauss, Elisabeth Blochmann, Werner Brock, il suo assistente fino al 1933.

Limbo – È in via di eliminazione, l’esilio perpetuo dalla beatitudine divina dei fanciulli morti senza il battesimo, e luogo di “beatitudine naturale” per gli spiriti magni venuti prima del Cristo. Si elimina come tutto ciò che attiene all’aldilà, in un’epoca che si vuole razionale – la cancellazione del limbo non manda i suoi piccoli in paradiso. E soprattutto come le mezze misure, o sfumature: una cosa è oppure non è, questa è la razionalità semplice che si vuole. Che è la ratio dell’utile e dell’inutile. Non nel senso dell’utilitarismo ma della “verità. Nel cui nome si abolisce anche l’immanenza, e ogni senso di religiosità, per una forma di libertà analoga a quella di verità, dal timore, la fede, la speranza. Senza radici, e senza fronde.

La chiesa lo elimina anche nel quadro di una revisione radicale del concetto di peccato originale, della nascita nel peccato. A fronte delle non nascite, e della pratica comune dell’aborto. Già in passato era successo: il limbo non era stato abolito ma attenuato molto - per motivi di opportunità se non demografici come oggi - con i cosiddetti “santuari della resurrezione”, dove gli infanti morti senza battesimo si “resuscitavano” il tempo necessario per impartire loro il battesimo e salvarli per sempre. Oggi la colpa si trasferisce sui genitori, se la morte interviene per aborto.

Medea – Ritorna mentre si abolisce la gelosia – Giulia Sissa ne fa il primo capitolo del suo trattato  “La gelosia”.  Ritorna malgrado i femminicidi, come quella che non ha il senso della maternità – che attesta un certo femminismo, quella della non diversità, della non differenza fisiologica (e in questo senso di può dire incarnata nella vicenda di un noto politico, che la moglie ha denunciato ai suoi nemici come violentatore, senza peraltro occuparsi dei figli avuti con lui: non sanguinaria come quella di Euripide ma altrettanto aliena dai figli e vendicativa contro il coniuge). E come quella la cui gelosia non ha mezze misure: la Medea di Euripide, di Seneca, e da ultimo di Corneille. Non si fa caso della “Medea” di Corrado Alvaro, e questo è un limite.
Le Medea sono molte. Quella di Grillparzer per esempio è retrattile, debole, vulnerabile, che finisce per far sua, benché da vittima, la colpa e la pena – si vorrebbe dirla generosa, ma allora martire. Quella di Alvaro è politica – come lui vuole, che la dice “antenata di tante donne che hanno subito una persecuzione razziale, e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione”. Ma sul fondamento originario della Medea che ai Corinzi e allo stesso Creonte si presenta aliena: straniera, “barbara”, “ostracizzata”. Una lettura che ha con la realtà, la contemporaneità.
Il genere (femminismo) non s mescola con la storia – gli avvenimenti – ma senza è solo una petizione di principio, innocua.

Narrazione - Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla, è come un pilastro portante nella costruzione che si sbriciola - menzogna come non rispondenza di un gesto, evento, discorso. Lo stesso effetto ha la ridondanza. La verità della narrazione è proporzione. Rispondenza ai ritmi e alle misure interne.

Punto di vista - Vernon Lee: nei romanzi di avventure, da Omero a Boccaccio, e alla “Mille e una notte”, e nelle favole, il punto di vista è di nessuno.
Popper direbbe il contrario, ma la narrazione si appartiene. Il punto di vista vi è stato introdotto come una variazione.

Ricorsi – Avviene di leggere in ritardo di cinque anni le memorie di Edna O’Brien, “Country Girl”, ricevute in regalo appena uscite. Di scoprirla autrice di “La ragazza dagli occhi verdi” – tardo premio, dopo trent’anni, Grinzane Cavour. Da cui il ricordo emerge di un film memorabile con Virginia McKenna, uno dei ricordi più vividi del cinema domenica che si proiettava in collegio dopo la parita – dopo la radiocronaca delle partite. Salvo che “La ragazza dagli occhi verdi” è successivo, di quando il collegio era preistoria. E nel film è Rita Tushingham. Mentre nessun titolo della filmografia di Virginia McKenna ricorda qualcosa di analogo.
Ma,di più, in “Country Girl” è questione di Side e Aisling. Sidhe Cosetta Cavalcante, la traduttrice, certifica essere in gaelico “collina” – “e nella tradizione dei miti celtici Sidhe”, così come Aos sì, “indica il «popolo delle colline», folletti e spiriti dotati di poteri magici e soprannaturali”. Aisling O’Brien dice “sogno, visione”. Ora, succede anche di aver coaturato quattro anni fa un romanzo “irlandese”, dal titolo Sidhe”, in cui molto è questione di Aisling. Sono parole ricorrenti, tipo banshee, etc.? È possibile.

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