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sabato 13 dicembre 2014

Stupidario economico

L'agenzia di rating Standard and Poor’s declassa l’Italia dopo le riforme a BBB-,  un livello prima del rischio di insolvenza. Oggi peggio di ieri e di avant’ieri?

Il livello BBB- della S and P’s è quello che la stessa attribuisce alla Bulgaria e alla Romania.

S and P’s degrada poi anche le assicurazioni italiane. Ma di Generali, che retrocede da A- a BBB+, migliora la prospettiva, da negativa a stabile. Attribuendo alla compagnia “un profilo di business molto forte e un più che adeguato profilo di rischio finanziario”.

Tutte (quasi) spazzature le assicurazioni italiane per S and P’s. Eccetto la consociata italiana della tedesca Allianz. La Allianz Spa S and P’s valuta molto meglio delle altre, A-, benché abbia bilanci peggiori. Peccato che l’inchiesta su S and P’s sia finita a Trani.

Le assicurazioni vanno declassate in conseguenza del declassamento del debito italiano, spiega S and P’s. Anche Generali, che genera il 73 per ceto dei suoi attivi all’estero.

Secondo l’Osservatorio permanente giovani-editori, nella classifica mondiale della competitività economica, “stilata su 60 paesi in base anche all’educazione finanziaria nelle scuole”, l’Italia è al 44° posto. Gli italiani non sanno fare i conti, la scuola non glielo insegna.

Medaglioni di vuoti

La simpatia di Fernanda Pivano c’è sempre, contagiosa, ma i personaggi schedati no: una raccolta di aneddoti curiosamente anestetizzati. Forse per questo il progetto, del 1947, era stato abbandonato (qui i vecchi testi sono integrati da appunti successivi).
Ci sono tutti quanti (molto Piovene o Guttuso, c’è Moravia, e americani in quantità), e non c’è nessuno. Non si ricorda niente, a parte Moravia che rompe i bicchieri. È come se il secondo Novecento, specie quello italiano, fosse vuoto. A meno che l’operosa Fernanda non incontrasse le persone sbagliate.
Fernanda Pivano, Medaglioni, Skira, pp. 160 € 15,50

venerdì 12 dicembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (229)

Giuseppe Leuzzi

“Bisognava bruciare incensi speciali contro il malocchio per ogni occasione felice che si festeggiava, quando la famiglia si riuniva per una nascita o un matrimonio. Il malocchio – l’occhio del’invidia, l’occhio della cattiveria – era dappertutto e bisognava premunirsi senza sosta. La lotta contro l’«occhio» era permanente”. Nell’Iran di campagna, e anche a Teheran una metropoli, ancora negli anni 1980. (Abnousse Shalmani, “Khomeini, de Sade e io”, p. 43).

La processione sale a Nord
La processione, proibita per l’Assunta in paese, dove si è sempre fatta e un vuoto si apre, si instaura nel quartiere a Roma per l’Immacolata. Col freddo ma non importa. Coi canti, la banda e i fuochi d’artificio. Senza nemmeno i vigili urbani, gli automobilisti volentieri cedono il passo. A opera di preti bergamaschi, a loro è affidata la parrocchia. Non di Bergamo, della Val Brembana, o della Val Camonica. Che vorranno ricreare tra i palazzoni del quartiere un po’ della bellezza dei luoghi natii, ma non senza merito. O non sarà che il Nord è più superstizioso, come opinerebbe il vescovo di Locri, o di Oppido?
La festa è costata poco, questo è vero, pochissimo. Anche se i fuochi artificio sono stati più nutriti e colorati che in paese.

Il Sud è a Est
Volendo,  il problema Nord-Sud, in Italia e in Europa, si può dire un problema di Occidente-Oriente. Avendo da militare imparato pur una cosa, che l’Italia non va tanto da Nord a Sud quanto da Ovest a Est, e così l’Europa: Milano-Venezia, Trieste-Napoli, Bari-Salerno, o Parigi-Praga, Praga-Palermo, Atene-Varsavia, chi sta più a Ovest o più a Nord non è così ovvio - da militare, volendo fare l’ufficiale, bisognava passare un esame, e quello di geografia si faceva con i quiz.
L’Italia è iscritta in un quadrato: dal Gross Klochner a Capo Passero, Pantelleria inclusa, ci sono altrettanti gradi, primi e secondi che fra Bardonecchia e Capo d’Otranto, e Cagliari sta sotto Cosenza. L’Italia non è pendula e molle, come Churchill insinuava, e non potrebbe nemmeno, essendo femmina: è sdraiata. È tanto sdraiata che appesa, ma si sa, la posa longitudinale è languida.

Calabria
“Dove la terra è difficile, la gente cerca il mare. È la storia della Liguria”. È la storia di Corrado Alvaro, “Itinerario italiano”, 114. Il movimento è stato inverso in Calabria: dunque la terra non vi è arcigna? Sarà la “testa” che manca.

Polsi come festa di musica e balli è più vividamente descritta da Francesco Perri, “Emigranti”, alle pp. 94 segg.

Le carditane sono le più graziose e migliori danzatrici in Perri, pp. 206 e 219-220

Perri, autore-attore del suo “Emigranti”, il romanzo del 1927 che anticipò l’Aspromonte di Alvaro,  dice i suoi compaesani in procinto di occupare le terre “gente d’ordine”. Di seguito aggiungendo: “Come tutti del resto in Calabria. La Calabria è il paese classico dei briganti, ma in nessuna regione d’Italia si ha tanto rispetto, o almeno tanta paura, dei poteri costituiti” Ma non, piuttosto, per la riserva anarcoide?

Ma, poi, anche Rocco Bléfari, il segnato di “Emigranti”, ha una resipiscenza, sotto forma di skaz col suo autore: L’anima calabrese è piena di contrasti. Profondamente, e quasi direi violentemente, buona, ha delle singolari aridità. Tutti i buoni frutti del cuore, dalla ospitalità alla fedeltà, dalla devozione al sentimento della famiglia, dalla resistenza al dolore all’abnegazione, all’eroismo, in essa fioriscono spesso con un profumo di poesia soavissimo. Eppure la vita dei Calabresi è triste, dolorosa, angusta. Come il paesaggio, che, pur avendo tanti elementi di bellezza, non sembra bello, o la sua grazia vela di una profonda e dolorosa malinconia”.

La polizia borbonica imputava ai liberali e patrioti a Napoli “deliri di testa calabrese”. Un brand, dall’abate Gioacchino da Fiore al Campanella.

Fu fortissimo nel regno di Napoli soprattutto in Calabria, tra il 1820 e il 1848, e in Calabria tra i religiosi, l’impegno per la libertà politica e il progresso sociale. Molti religiosi furono per questo massoni, i più noti Padula, Conìa, Leuzzi, Frisina.

Il brigante” al servizio del “galantuomo” è, prima che al processo Stato-mafia, o del bandito Giuliano, di “Antonello capobrigante calabrese”, 1850 circa, dell’abate Padula. Non un dato di fatto ma un ribellismo antiautorirtaio e inconcludente. Un beffardo, anarcoide, odio di classe, che in Calabria ha esentato da una critica reale, e tuttora esime dal lavorare.

“Sono pochi i paesi d’Italia che abbiano conosciuto meglio della Calabria l’ingiustizia, il sopruso, la violenza; eppure, forse per ciò, questa regione tiene al sommo del suo carattere il senso del diritto e del torto, e l’attitudine a giudicare, distinguere, spartire giusto e ingiusto. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore, Francesco da Paola, Tommaso Campanella: non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia”. Corrado Alvaro, calabrese antipatizzante, sempre ritorna alle origini – qui in “Itinerario italiano”.

Paul-Louis Courier è quello che meglio ha capito la Calabria, nota Alvaro in “Itinrario italiano”. È vero. Nel 1807. Da militare anti-Borboni e anti-Inglesi. Sotto le imboscate dei massisti. Non ci voleva dunque un grande sforzo, solo un po’ d’intelligenza e attenzione.
È vero anche che la Calabria è ferma a due secoli fa.

leuzzi@antiit.eu

Il sesso in testa, freddo

Il sesso è tema costante di Moravia, più spesso nella forma dell’iniziazione dell’adolescente. Con un che, anch’esso costante, di meccanico. Non di meccanica fisiologica, degli ormoni o della pubertà, ma di libresco. Di un vissuto come dietro una guida: scritta, critica. Arida: fra i racconti meno vivaci.
La fisiologia e anche la passione non dovevano essere ignote a Moravia, almeno in teoria, stante il gran numero di vittime del suo fascino giovanile. E poi, in età matura, del suo gusto tirabaci dell’abbigliamento, del richiamo remoto sotto le sopracciglia cespugliose, dell’inseminazione magnetica, specie delle dame in età. Nonché di marito, ogni volta, di una più giovane. Vittima si direbbe tipica di quella vague des passions che Chateaubriand denuncia come “male morale” nel “Genio del cristianesimo” - che oggi si ripubblica, evidentemente non a caso: “Lo stato d’animo che precede lo sviluppo delle passioni, quando le nostre facoltà, giovani, attive, integre, ma chiuse, si sono solamente esercitate su stesse, senza scopo e senza oggetto”. O non lo precede, ristagna, in una sorta di onanismo, di compiacimento inesausto.
Il segreto forse l’ha carpito Fernanda Pivano nelle note che fa risalire al 1946, di Moravia a 39 anni, nella raccolta “Medaglioni” - un ritratto più incisivo, se vero, del “Bambino Alberto” di Dacia Maraini. Di un uomo distratto, sempre, in qualsiasi situazione. Introverso al massimo, sotto la socialità esasperata - Moravia lavorava al mattino, dal pomeriggio era sempre fuor, l’autore di “forte produttività e vasto presenzialismo” che inquietava Arbasino, e i romani naturalmente. Che tutto guarda e misura in rapporto a sé, inquieto, irritato, dopo pochi minuti di attenzione.
Il ritratto d Pivano vuole essere cattivo. Ma è freddo anche “L’amore coniugale” moraviano, dopo gli apprendistati. E le promesse di amplesso di questa raccolta. Come sono meccaniche le sue femmes revoltées degli anni tardi – e mogli giovani: la golosa Beatrice Cenci del dramma, la demi-vierge Desideria della “Vita interiore”, o Alice, la vergine di programma del dramma “Voltati, parlami”. Non una mancanza, non fosse che Moravia presenta l’iniziazione al sesso come l’iniziazione alla vita. A una vita spenta?
Alberto Moravia, La villa del venerdì, Bompiani, pp. 228 € 7,80

giovedì 11 dicembre 2014

Vero o falso - 16

Gli Usa hanno voluto il petrolio a 100 dollari per indebolire la Cina. Vero.

Gli Usa hanno voluto il petrolio a 100 dollari per indebolire la Cina ma hanno colpito l’Europa. Vero.

O volevano colpire l’Europa? È possibile.

L’Arabia Saudita ha finanziato il fondamentalismo wahabita-salafita in Usa, Nord Africa e Medio Oriente? Vero

L’Arabia Saudita, gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna hanno finanziato e armato l’Isis in Siria? Vero

Il “respingimento” degli immigrati irregolari è stato introdotto da Napolitano quando era ministro dell’Interno. Vero – la legge Turco-Napolitano, n. 40, del 6 marzo 1998, introduce l’espulsione da parte del prefetto degli immigrati clandestini non aventi diritto d’asilo.

Moratti ha licenziato 21 allenatori in vent’anni. Vero – ne ha licenziati 19, un paio più volte.

Bisogna bere due litri di acqua al giorno. Falso – e anche pericoloso.

Il mondo com'è (198)

astolfo

Colpa – Si può dire il segno della Germania, il senso di colpa, il pentimento oscuro, se il “Tannhäuser”  è la sua opera eponima, Wagner è la nazione. Anche se rifiuta la Colpa storica - la cancella, ma per non doverla rifiutare: non la elabora, la rimuove.
La colpa risale a Lutero e all’antiromanità. Non c’è altra origine. Prima la Germania era libera, sarcastica, tragica, mangiona, mistica. Lutero tolse ai tedeschi la grandezza, sia pure illusoria, della  romanità, ai governanti e ai suoi vagabondi, i clerici vagantes, che erano numerosi. Prima i suoi re crescevano e vivevano nel mito di Roma, e la cultura era libera – la letteratura, la filosofia, la pittura. Tale rimarrà per il suo più proficuo filone, fino a Händel, Goethe e lo stesso antilatino Thomas Mann. Ma sommersi da un marea avversa: pietista, revanscista, sorda. Specie la filosofia, che si coltivava nelle facoltà di filosofia, e fece di tutto per aggirare lo scoglio, fino a inventarsi la Germania greca di Heidegger e l’ariogermanesimo.

È speculare in Germania al problema della disinvoltura – anch’esso creato dal rifiuto di Roma. Jünger segnò come “data memorabile nel progresso della disinvoltura” il giorno in cui mise una virgola invece del punto esclamativo in una lettera. Il tedesco non sa ridere: difetta di disinvoltura. Questo è un tema della letteratura tedesca sui tedeschi, dal tempo di Goethe e forse prima. Anche se non qualche torto, alle donne tedesche se non agli uomini: prima - prima di Goethe - ci sono molte evidenze di naturalezza muliebre, al limite della disinvoltura. Della monaca Rosvita per esempio, la prima commediografa dell’Europa “volgare”. Della monaca Ildegarda, badessa, mistica, musica, poetessa, che la chiesa non santificò perché ne ebbe paura. Dell’arcitruffatrice e vagabonda, nonché futura madre, Coraggio.
Il complesso della disinvoltura s’è diffuso tra i nobili e i colti col viaggio in Italia, a partire dal Settecento. E nella massa con la Colpa: il tedesco si vergogna, sa che deve vergognarsi, ma non si ritiene colpevole.

Marx – Che analisi avrebbe fatto, che “Capitale” avrebbe scritto, con le teorie filosofiche e le “leggi” economiche connesse, fuori di Londra e Manchester? Lui con Engels. Senza le Trade Unions che furono all’origine e costituirono il nerbo della Prima Internazionale. E senza Engels, naturalmente, filologo e imprenditore.

“L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”, questo lo diceva già Kant visionario. Che però ammoniva: “Il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”. I comunisti sono con Marx finora le sole vittime del Diamat, il materialismo storico. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. Lo spiegava negli anni 1930 anche Arthur Rosenberg, l’antichista apostata: “La concezione materialistica della storia è l’applicazione della critica dialettica a tutti i fenomeni del vivere umano. Tutti i valori, in ogni campo, sono pesati e riscontrati troppo lievi. Ma il fatto di confutarli nei libri non basta a bandire dal mondo lo Stato e la legge borghese del salario. Gli oggetti dell’analisi non diventano chimere per il fatto di essere criticati: non viene abolita l’aria perché il chimico scopre gli elementi da cui essa è costituita. La polizia dello Stato borghese e la cassaforte del capitalista sono amare realtà”.
Il problema di Marx è, si suole dire, il marxismo-leninismo, di cui non ha colpa, l’ideologia. Ma l’ideologia ha la forza dell’immaginario - Althusser avrà ben vissuto anche se solo per dirlo. Dei facitori di parole, i demagoghi, i buoni scrittori anche, e Marx lo è in grado eccellente. La buona scrittura sarà onesta ma per interna coerenza, sul metro della sfuggente verità un po’ simula sempre. Marx, che fu capopartito, lo sapeva, una parola ben detta vale più d’ogni verità, e lo sapevano le sue vittime, che le storie del socialismo faticano a redimere: c’è una verità della fede indigesta a ogni logica.
A monte tuttavia pesa il materialismo dialettico, che confonde la realtà con la dialettica. Mentre una distinzione c’è. Marx distingueva proprio questo: le contraddizioni capitalistiche sono dialettiche ma non reali, meno che mai inevitabili. Una scemenza, riconosciuta pure da Lucio Colletti: “Una filosofia che pretende uno status superiore a quello della scienza è una filosofia edificante, cioè una forma scarsamente mascherata di religione”. Mentre tutti vedevano al mercato più merci e meno care, più grano, più viaggi, più atomiche, più medicine, più minigonne, e più cura. “Meglio liberi che ricchi”, dice von Hayek, liberale Nobel tardivo, ipocrita forse precoce. Ma c’è di peggio: la libertà produce più ricchezza – e l’ingiustizia è più o meno uguale. La ricchezza certo non è tutto. Ma è niente?

OrienteLo inventò, con l’Occidente, la propaganda di Augusto, che per combattere i belli e vincenti Antonio e Cleopatra, nei quali rinasceva la coppia da Cleopatra formata con Cesare, comandò le batterie pesanti di poeti e retori, d’intrighi e dissolutezze. Una moderna campagna d’intossicazione, o il genere del dossier, già sperimentato con successo da Cicerone contro Catilina, altro esempio di virtù. L’Oriente dunque viene da Occidente.
È concetto relativo. La Cina e gli altri continenti asiatici, e così del resto gli Usa e il Brasile, hanno un Oriente e un Occidente, anzi ne hanno più di uno. Il concetto è europeo, di un continente cioè piccolo. Ma forse del’Europa dovrà imparare.

Spagna – La guerra civile fu perduta dalla Repubblica più che vinta da Franco. A Barcellona e anche a Madrid. È la verità evidente della guerra di Spagna che si tace, anche nella nuova storiografia spagnola. Fu perduta perché la Repubblica combatteva una guerra civile al suo interno, fra le sue diverse componenti, repubblicana, socialista, comunista, trozkista, anarchica. Che :1) ne indebolì lo schieramento e la manovra nella guerra civile nazionale; 2) la espose agli attacchi di Franco, benché erratici e compositi , ingigantendone lo schieramento – lo schieramento franchista non veniva da lontano, benché sostenuto da Hitler e Mussolini, fu improvvisato. La Repubblica non poteva combattere su due fronti. Di cui uno di sostanziali “quinte colonne”, se non disfattiste.
Le divisioni nella Repubblica non furono l’effetto di cecità politica – dello “stalinismo”. Lo stalinismo – Stalin, la Terza Internazionale – praticava all’epoca la politica dei Fronti popolari, delle alleanze tattiche con le democrazie borghesi, della solidarietà antimperialista. Era l’Internazionale di Willi Münzenberg che nelle “politiche della solidarietà” eccelleva. Che però, per un motivo preciso che non sappiamo, Stalin non volle applicata in Spagna, non all’interno dello schieramento classista. Togliatti, che rappresentava Stalin in Spagna e quindi ne sapeva il perché, non l’ha mai spiegato. I suoi storici non si pongono nemmeno il problema di colmare il buco di memoria.

La distruzione della memoria era cominciata al tempo di Münzenberg, a fine anni 1930. Di “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che spiegava le distruzioni di Togliatti in Spagna, Münzenberg bloccò subito la diffusione col discredito: dopo dieci anni non si erano ancora vendute le 1.500 copie della tiratura, benché da quasi un quinquennio Orwell fosse già autore acclamato della “Fattoria degli animali” (ma la stessa “Fattoria” si era dovuta pubblicare alla macchia, T.S. Eliot, il poeta conservatore direttore editoriale della casa editrice, aveva dubbi sulla “posizione politica” di Orwell). Con Koestler Münzenberg ci era riuscito integralmente: di “Buio a mezzogiorno”, sui gulag e i processi staliniani, aveva comprato e distrutto la tiratura.

astolfo@antiit.eu 

I sogni son desideri

I sogni inseguono la realtà, nelle sue pieghe anche incognite. Un piede fermacarte può così sparire dalla scrivania, per ricongiungersi forse alla gamba della principessa a cui era stato sottratto, nella mummificazione – le morte mummie sono principesse.
Una conferma che i generi letterari sono etnici? L’autore di “Capitan Fracassa” e “Madamigella di e Maupin” sviluppò il gusto per le mummie, in questo e in altri racconti, per rifare E.T.A. Hoffmann in francese, nel momento in cui rifiutava il romanticismo, di cui era stato animatore e teorico. Ma non fa paura, anzi lui stesso sembra sorriderne. Gli elenchi invece sono precisi, minuziosi, delle cose viste e visibili: solo gli oggetti vivono. il futuro stile “Maisons & Jardins”, trattandosi per lo più di drappeggi, fioriere, trumeaux, porcellane, quadrerie – un anticipo del nouveau roman: il romanzo francese si vuole antiromanzo
Théophile Gautier, Il piede della mummia, Armando, pp. 63 € 4

mercoledì 10 dicembre 2014

Problemi di base - 207

spock

Perché il cane non si picchia e il bambino sì?

Perché l’odio è inestinguibile, e l’amore no?

L’odio è una ricarica di energia: positiva?

Perché la generosità costa e l’odio no?

Perché solo il Nord è razzista?

Perché solo il bianco è razzista? 

Perché la pace chiama la guerra?

Perché odiare il presepe? ai non credenti piace

spock@antiit.eu

L'amore dell'Oriente

Tra le grate di un harem, che una circassa dagli occhi verdi buca, e la vita libera dell’amore, tra una guerra che avvicina e una che allontana, l’apprendistato erotico di un ufficiale della Marina francese, attento alla meteorologia. Attorno al 1880, quindi con molte tele di fondo e quadri di genere, mobilio per lo più, e abbigliamento. Tra Salonicco e Stambul, in una Turchia che l’ufficiale, la Marina e lo scrittore privilegiano nel conflitto con la Russia. Anche per i ritrovi che offre di adolescenti disponibili – maschi. Una storia dunque con tutti i sapori dell’esotismo, una mistica che imperverserà fino a Kessel e Lawrence d’Arabia.
In questo suo primo romanzo il futuro normatore dell’orientalismo, il ventinovenne Viaud-“Loti”,  celebra anche la democrazia “tutta islamica” delle frequentazioni miste. Al punto da far opinare ai Goncourt nel “Diario” e a Barthes - che l’aveva in antipatia - nel “Grado zero della scrittura” che Aziyadé sia un bel giovane. Ma è ben una donna – reale anche, si chiamava Hatidjé. E Loti è uno che, in giro spesso con la Marina, ovunque si sposava, dal Giappone ai Paesi Baschi, e qualche volta faceva figli.
No, la “colpa” di Loti è l’invenzione dell’Oriente, dopo il fumato Nerval. Tanto più che ad Aziyadé, che poi si porterà dietro nella bara, fa assicurare dal suo tenente di vascello: “Ti giuro, Aziyadé‚ che lascerei tutto senza rimorso: posizione, nome, paese, amici. Ma vedi, ho una vecchia madre”.
Già edizione di culto Franco Maria Ricci nel 1971, consigliato probabilmente da Borges, o da Giovanni Mariotti, il racconto è ritradotto e presentato per Leone da Luigi Marfé, con ampi riferimenti ai suoi continui successi. È vero. Ma c’è anche da dire che Loti e scrittore “squisito” per Mallarmé, e ha insegnato a scrivere a Proust - e a Gide, che aveva due anni più di Proust.
Pierre Loti, Aziyadé, Leone, pp. 217 € 12
Asterios, pp. 224 € 15

martedì 9 dicembre 2014

Ombre - 247

Niente spettacolo per la prima della Scala su Rai 5, il foyer è stato attentamente evitato dalle telecamere. Niente gioielli né modelli unici, era pieno di scorte e guardaspalle. Dove ci sono le Autorità si fa il vuoto. 

Effetto Marino immediato nelle cronache romane allineate al Pd: oggetto ogni giorno di due e tre campagna demolitorie, con gli arresti è diventato un pilastro di aurorità e saggezza. La museruola c’era prima o è stata indossata dopo?

“Ecco dove colpisce il «disallineamento regolamentare»” tra le banche tedesche e le italiane, Andrea Greco e Andrea Tarquini spiegano, senza ironia, su “Affari & Finanza”: “1.Nei ristrutturati, considerati in bonis in Germania e con un vincolo di permanenza nella classe dei crediti deteriorati che in Italia è invece di due anni; 2) (Ne)i criteri di calcolo del valore delle garanzie, sempre al fair value in Italia, al loro valore nominale nel caso di garanzie immobiliari in Germania”. Da antologia.
Ma non è un indovinello. Tutto pur di non dire che la Germania può barare. All’ombra di Draghi, benedicente.

Greco e Tarquini scoprono finalmente che le banche tedesche sono un colabrodo. Specie le regionali e le casse di risparmio. Qualche anno fa sarebbe stato meglio, anche per apprestare le difese sullo spread (era possibile:  è tutto scritto in “Gentile Germania”, pp 126-128). Non si può fare informazione se non in termini di Italia-Germania, di scontri fra tifoserie?

“Sto male, aiuto!”, adiafora twitta e “il Messaggero” sornione raccoglie: “Ho appena saputo che Carminati aveva un negozio ai Parioli”, dove lei ha comprato una maglietta. I Parioli vogliono essere puri.

La cosa più affliggente dello scandalo romano è il classismo democrat. Le cronache dei giornali democrat.
Le cronache rendono anche evidente, nel disprezzo esibito per i due ex carcerati Buzzi e Carmianti, che il classismo è una forma di compensazione.

Un’inchiesta, Mafia Capitale, che, non fosse per i due compagni di Palermo Pignatone e Prestipino, I Procuratori della Repubblica che sanno come usare le parole, avrebbe dovuto chiamarsi Mafia Democratica.

Nella vecchia e nuova inchiesta sugli sperperi dei consiglieri regionali, la Guardia di Finanza ha dovuto portare le carte dei consiglieri Pd a Rieti, per fare aprire un procedimento.

Un giorno le intercettazioni a Roma nominano Gasbarra, il giorno dopo Bettini. Ma non c’è par condicio fra i due capi del Pd romano, il popolare (democristiano) e il diessino (repubblico-comunista). Di Gasbarra gli inquirenti registrano, accanto all’intercettazione, la smentita. Al nome di Bettini accompagnano invece una dettagliata biografia. Non dicono: ecco l’uomo dei traffici, ma lo dicono, come no.
Sarà questa mafia di Pignatone una faida politica democristiana – democratica ma cristiana?

Il video della cattura di Carminati in Smart, che si sa disarmato, con moglie e figlio, su una stradina di campagna che sembra stretta apposta, da parte di uno squadrone di Carabinieri con antiproiettili e mitra, è uno spot per chi? Carminati ne esce gentiluomo.
La regia anche sa poco di rubato, nelle riprese, gli stacchi, il montaggio, e anzi di ciak ripetuti.

Pignatone e Prestipino, espulsi da Palermo, si sono trovati insieme a Reggio Calabria, e da una paio d’anni infine a Roma. Sono la parte della Procura di Palermo che lavora volentieri con i Ros Carabinieri. Mentre la Procura vincente i Ros li manda sotto processo. Il discorso della mafia è lungo.

Niente più Natale a Londra, scrivono i giornali, solo Buone Feste e Buone Vacanze. Si è passati da Merry Christmas al Xmas, e al niente.


Il 26 settembre Lotito irride al dirigente della Juventus Marotta, che è strabico: “Il suo problema è che con un occhio gioca al biliardo e con l’altro segna i punti”. Bella uscita, benché feroce. Se non che Marotta pretende scuse, non per lo strabismo ma per l’offesa alla sua onestà. Nessuna scusa. Allora chiede alla Fgci di potersi querelare. Niente. Insiste. Niente. Fino al 4 dicembre, quando il presidente della Fgci Tavecchio spiega che Lotito è già stato “punito” - con una multa di pochi euro. Perché tanto ritardo? Perché la multa andava comminata il 3 dicembre, giornata mondiale dei disabili. Iù che gaffeurs, Tavecchio e Lotito altrove si direbbero gaglioffi.

Dice l’ex ministro della Giustizia Flick all’“Espresso”: Con Mani Pulite si rubava soprattutto per fare politica. Oggi è il contrario, molti fanno politica per trovare occasioni di rubare”. L’allora avvocato Flick autore nel 1992 del bon mot: “Mani Pulite per i magistrati, tasche piene per gli avvocati”.

Metà dello scandalo romano era già sull’“Espresso” tre mesi prima, la metà dei “fasciomafiosi”. La censura sull’altra metà è del settimanale, o del suo ufficiale informatore?

“Hai idea di quanto ci guadagno sugli immigrati?, dice Carminati, o Buzzi: “La droga rende meno”. Ci voleva una superindagine per scoprirlo? Dopo vent’anni di “politica degli immigrati”, dai primi barconi albanesi. Cose che sanno anche i bambini.

L’elemosina della colpa

Si esce per Monteverde Vecchio, quartiere di borghesia intellettuale, attorniati da mendicanti. Nei cento metri attorno al mercato, tra la pasticceria Desideri e la piazza Rosolino Pilo se ne incontrano una ventina, nel mercato stesso, davanti ai bar, ai bancomat e al giornalaio, e attorno alla chiesa.
Poiché Monteverde Vecchio è stato privato di mezzi pubblici, capita di dover scendere a prenderli a Trastevere. Ma con un senso di liberazione, malgrado la fatica: a Trastevere, quartiere popolare, non ci sono mendicanti. In nessun  posto, di nessun genere. Al più qualche persona bisognosa.
È una differenza di agiatezza? No, Trastevere è semmai più ricco, dacché è stato rivenduto e restaurato. È un senso diverso del vivere civile, della convivenza: con e senza sensi di colpa.

Chi vuole i tagliateste a Damasco

L’autore di “Bella di giorno”, aviatore nella grande Guerra, fece giornalismo di viaggio negli anni successivi. Questa sua prima raccolta non risparmia il pittoresco colonialista, di giovani e puri francesi e serissimi legionari che assoggettano la Siria appena ottenuta in mandato dai trattati di pace, alla dissoluzione del’impero ottomano. E dei loro ascari locali, drusi, beduini, circassi, alauiti, tutti nobili oltre che feroci. Mentre è imbelle la borghesia degli affari a Beirut. Ma il ritratto è agghiacciante delle divisioni tribali e religiose: la crudeltà di oggi non è nient’altro che quella delle vendette e le razzie di cui le tribù di novant’anni fa non potevano privarsi, per lunga consuetudine.
“Nessun paese è più complesso, più difficile, più rivoltato per natura della Siria”, conclude Kessel. Che la Francia volle alle trattative di pace, ma divise male, tra Libano e Siria, e controllò peggio. Su questo Kessel non si censura. Quando la Francia entrò nel Medio Oriente, l’emiro hascemita Hussein, gran muftì e sceriffo della Mecca, re dello Heggiaz (i sauditi lo esproprieranno nel 1924), mandò le sue felicitazioni al presidente francese Deschanel. Non ricevendo risposta, dopo qualche settimana chiese lumi a un francese suo conoscente. Che telegrafò la lagnanza a Parigi. In risposta si ebbe questo messaggio: “Sì, un certo signor Hussein, della Mecca, ha inviato le sue felicitazioni. Se lo ritenete utile, ringraziatelo”.

L’“ignoranza dell’Oriente” è inalterata. Ma inquietante: se la Francia conosce ormai la Siria da quasi un secolo, a che dobbiamo l’insistenza di Sarkozy e Hollande, oltre che degli Usa e di Israele, di riportare il paese alla guerra per bande? E cioè di consegnarlo oggi, come in Libia, agli islamici tagliateste. Che per prima cosa farebbero la guerra a Israele. 
Joseph Kessel, En Syrie, folio, pp. 89 € 5

lunedì 8 dicembre 2014

Merkel-Napoleone 10-0

Schäuble paragona stamane Angela Merkel a Napoleone, in un’intervista con la “Süddeutsche Zeitung”, il giornale – filosocialista, dunque nemico – della sua città, Monaco di Baviera. Il ministro delle Finanze, l’unico sopravissuto della vecchia guardia democristiana al ciclone Merkel, e per l’età avanzata forse versato in questioni storiche (a marzo aveva paragonato Putin in Crimea a Hitler nei Sudeti), dà la pagella al governo di cui fa parte. Di centro-sinistra ora dopo quello di centro-destra. Di Angela Merkel apprezza la leadership: la cancelliera ha mostrato qualità di comando che sono “non così acclamate come per Napoleone, ma più di successo”.
Subito il pomeriggio la “Welt” quotidiano ha sottoposto a esame la questione. In tono semiserio, ma a tutto beneficio di Angela Merkel: la “Welt” della domenica aveva dato la parola alla cancelliera per difendersi da Putin, il quotidiano oggi la fa battere Napoleone per 10-0 – meglio di Germania-Brasile, dunque, che sembrava impossibile (Schäuble ci faccia mente). Li accomunano la rivoluzione (entrambi figli di una rivoluzione), la durata (Merkel a fine legislatura avrà pareggiato, quasi, i sedici anni di Napoleone), i viaggi o spedizioni, la Baviera (entrambi le hanno dato peso politico), la mano dura, i codici, la retorica, l’egemonia, la Russia. Su tutti questi punti, nove, Merkel ha speso meno e guadagnato di più. Poi c’è Waterloo: “Merkel domina in quanto scienziata i principi base della matematica e si astiene dai giochetti. La storia le ha dato finora ragione”.  

Italiani, ancora uno sforzo

Ma cosa ha detto veramente Angela Merkel alla “Welt am Sonntag”? L’intervista era sui rapporti con la Russia. La Merkel si è difesa dall’accusa dei suoi predecessori alla cancelleria, Schröder, Kohl e Schmidt, di essere stata troppo indulgente nella crisi ucraina. Ma ha voluto anche un inciso su Francia e Italia, anche se fuori tema: “Merkel ammonisce Francia e Italia sulle riforme”, sottotitola il settimanale, e intende “ammonisce non solo Putin”.
Questo il testo: “Ma Merkel ammonisce anche i partner crisaioli nella Ue a intraprendere altri sforzi riformistici: «La Commissione Ue ha stabilito un termine, entro cui Francia e Italia devono prendere ulteriori misure. È giusto, giacché entrambi i paesi si trovano già positivamente in un processo riformistico”.
Renszi si è accreditato all’opera all’alba di ieri a twittare trincee e filo spinato contro Merkel. Non faceva prima a farsela tradurre. O pensa anche lui che Italia-Germania paga comunque? 

Licenziare non stanca

“Una volta un certo Sem odiava un certo Cars che lo aveva cacciato dal lavoro.
“Sem visse anni e anni aspettando di vendicarsi, e fece e pensò tante cose che non avrebbe fatto se Cars non fosse mai esistitito…
“Una volta finalmente incontrò Cars in  una strada di campagna. «Buona notte, Sem», disse Cars. Sem con l’occhio lucido gli ricordò che l’aveva cacciato dal lavoro.
“Cars non ricordava questo, veramente, e disse: «Io non ricordo, Sem…»
“Sem tornò a casa a testa bassa. Per tanti anni egli non era mai stato nel pensiero di Cars”.
Cesare Zavattini, “I poveri sono matti”, p. 65.

Il 1944 della Repubblica

Singolare saggio storico-politico, redatto e pubblicato nel corso degli eventi, il 1944, “l’anno più tragico della nostra storia”. Singolare perché lucido allora malgrado l’occupazione, la divisione dell’Italia, e la guerra civile – che si sarebbe prolungata con l’estromissione del Pci dal governo. E oggi, alla seconda riedizione in questi anni tragici di “Seconda Repubblica”, più vero, storicamente, politicamente, che mai.
Oggi vent’anni di crisi, economica e politica, come allora vent’anni di fascismo, sembrano aver cancellato “la solidarietà e il patriottismo”. E forse li hanno cancellati per davvero. Mortificati, in una con la perdita del “senso della responsabilità individuale” – basta vedere la tv, un qualsiasi talk-show tra politici-banditi, benché leggiadri.
La crisi è tutta ascrivibile alle classi dirigenti. Politiche anzitutto, e istituzionali - l’apparato burocratico, quello giudiziario, quello repressivo. Per opportunismo, cinismo, incapacità. Di articolare un disegno e realizzarlo. Partendo dal basso: una classe dirigente “a cui non è mai importato che l’Italia avesse un popolo più o meno civile, più o meno costituito in nazione”.
La divisione fra le due Italie, “latente fin dalle origini dell’assetto nazionale”, si è venuta acuendo con l’unità. “I risultati della politica italiana in settant’anni di vita nazionale sono, nel 1944, pervenuti a questo: che non solamente l’Italia è cancellata dal novero delle grandi e libere nazioni, presumibilmente per molti anni, ma sta rischiando la sua stessa unità nazionale”. Alvaro ha anche una chiave tuttora accettabile per il ritardo del Sud: lo scollamento masse-élites, popolo-Stato, si traduce in un parassitismo rassegnato, che infetta il Sud e la stessa Italia. Con una nota di Mario Isnenghi.
Corrado Alvaro, L’Italia rinunzia?, Donzelli, pp. 84 € 13

domenica 7 dicembre 2014

Carminati, copioni deviati

Chi fossero Buzzi e Carminati si sapeva, non possono parlare e regolarsi diversamente da come hanno fatto per tutta la vita, in prigione e fuori: adattarsi. Lo scandalo è che gli ex detenuti debbano pagare mazzette ai politici. E più per essere ex detenuti: la corruzione come ricatto.
I fatti erano noti agli inquirenti, poiché erano noti a Roma. Ma non sono stati perseguiti fino alla videocampagna in corso. Questo è un secondo scandalo.
Carminati videoregistrato è un personaggio tragico, e vittima più che reo: la casa incendiata due volte quando aveva quattordici anni, perché era di destra, e obbligato a girare con la pistola, senza un occhio a trent’anni per la pistolettata di un carabiniere a bruciapelo, senza che lui sparasse. Ladro di banche, ma contrario alle droghe e alle bande. Incolpato dell’assassinio di Pecorelli, in compagnia di Andreotti, senza che c’entrasse: per perdere tempo e evitare il vero processo – il copione piazza Fontana.
Che i giornalisti e il partito Democratico pensino e parlino da benpensanti, contro “questi delinquenti”, anche questo è uno scandalo. Ma fatti loro. È brutto invece, e anche losco, che gli inquirenti, con tutta la loro arte dei “copioni deviati”, non sappiano gestire il caso, poiché fanno di Carminati una vittima – o lo sanno? Invece che deliziarci col  romanesco degli ex carcerati - che parlano come sanno, come altro dovrebbero parlare – una vera stangata alla corruttela sarebbe stato intercettare la politica corrotta. I singoli e le strutture, coi loro feudi ormai consolidati, i Casamonica, i Tredicine etc.: non si chiedono mazzette solo agli ex carcerati.
 

I sassi hanno un'anima?

“Sarebbe bello almeno per un giorno avere tutti lo stesso pensiero: i sassi hanno un’anima?” E: “Bisognerebbe morire e pi tornare al mondo un attimo per dire era vero. Se no, non importa che avvengano”. Sono testi brevi, che però si rileggono sempre con sorprese, pieni di cose. Per esempio di “padri che diventeranno polvere e non incontreranno mai un re”.
Non la parodia ma la rappresentazione – è più malinconica che ilare – della vita ordinaria, quotidiana. In veste di calco, di mimesi stinta, e invece piena di umori. Nella stessa improvvisazione o casualità che ne è la sostanza: l’uscita da casa, o il rientro, il tram, la fermata giusta, la fermata sbagliata, i capufficio, i colleghi di lavoro, che invidiano, si assentano, muoiono o fanno l’amore, la moglie, il figlio.
Singolare riedizione, che a ogni pagina della seconda parte rifila un refuso. Qualcuno zavattiniano: “l’uomo che scostava un muto”, “non possono spiegarmi perché non sano le mie parole”… Zavattini sarà un altro sopravvissuto alle macerie del Novecento, che con lentezza si scavano. Vittima del neo realismo, di cui ha coniato il genere e creato la tradizione, presto però ridotta al fenotipo sovietico.
Questo è il secondo dei suoi “tre libri” degli anni 1930, altrettanto fortunato che il primo, “Parliamo tanto di me”, 1931. Il terzo è “Io sono il diavolo”, 1941. “I poveri sono matti” è del 1937, e non riguarda i poveri. Zavattini si diverte con gli uffici Rizzoli da cui stava per licenziarsi – ideatore del “Bertoldo”, Rizzoli non volle affidarglielo. I personaggi riducendo a monosillabi, interiezioni fumettistiche. Ma il fatto è inconseguente, se non per l’ambientazione. I racconti stessi del resto sono brevi e brevissimi, accenni e lampi più che storie. In forma elementare: di diari di scuola e temi in classe, di allievo dissociato. Dilettante di giochi. Di parole: slittamenti, omofonie, cacofonie. E di rovesciamenti: di prospettiva o punto di vista, e di senso, di situazioni - il narratore narrato, il tempo sostanziato, non più metronomo o tela di fondo, il donatore debitore. Barilli evoca per lui nella presentazione lo “straniamento” poi teorizzato da Brecht. Ma c’è qui anche il “teatro dell’assurdo” parigino del dopoguerra: la formula del suo umorismo, e molte scene.
Sono rappresentazioni surreali, e forse surrealiste – di Zavattini lo spessore culturale, che è notevolissimo, non è stato indagato. Zavattini è narratore frammentario, visionario, onirico. E variabile: gioca sempre, ama le sorprese, situazionali (il padre che si presenta a casa da estraneo) e linguistiche. Uno sperimentatore, certamente, con o senza surrealismo: del linguaggio al limite del dissolvimento.
Cesare Zavattini, I poveri sono matti, Bompiani, pp. XVI-94 € 10

Secondi pensieri - 198

zeulig

Antifilosofia  - Registrata nel 1774, da un “Dictionnaire antiphilosophie” di Louis-Mayeul Chaudon in forma di rifiuto dell’illuminismo. Espressione della reazione, cattolica più che conservatrice: contro Voltaire, il materialismo, l’Enciclopedia, e tutta la filosofia illuminista, meccanicista, materialista.
È della filosofia che si teme allora di più l’irreligione, mentre con l’ateismo il “confronto” è aperto. Con l’edonismo decolpevolizzato, che ne è l’etica, col naturalismo, col materialismo.    

Corpo – È sparito dall’immaginario e nella figurazione. Nella pittura – ma è sparita anche la pittura. E nel cinema, che continua a non saperlo leggere, ormai sono cent’anni – e più nella pornografia. Svanisce se mostrato (esibito)?

Dio  - È la ragione.

È la luce sempre diversa, dice Leonardo. Può bastare.

Se Dio fosse nel processo di negazione e oltrepassamento, allora sarebbe un serial killer: una cosa è o non è. Lo vede ognuno che l’io protestante, o idealismo, è l’umiliazione dell’individuo, per quella rivolta contro l’oggetto che è invece il soggetto, una moltitudine di soggetti, mai riducibili a oggetti, anche perché lavorano insieme alacri per approfondirsi e moltiplicarsi - cosa di cui il Vaticano e la chiesa sempre sono stati al corrente.

Lucus a non lucendo - “Vi prego”, dice a un certo punto Mérimée a Stendhal, “lasciatemi scrivere couillons e non cuyons come vuole il vocabolario: deriva da couille, come lucus a non lucendo”. Che potrebbe allora essere l’una o l’altra delle parti basse, o entrambe, il lucus e il non lucendo. Ingegnoso, la luce che viene da posti dove non prende mai il sole – che però non sono pallidi ma rosa o nerastri: bisognerà rivedere il concetto di bianco per i greci, e di nero. Senza contare che lucus a non lucendo”, l’unico latinorum di Heidegger, ha quella sinistra parentela con lykos, che in greco è lupo.

La “radura dell’essere” che sta al centro di Heidegger è anche in Moravia. Il formichino solerte mai sorpreso l’ha trovato in Africa – ma lui dopo Heidegger e la vulgata: “È un buio assoluto; il buio della boscaglia africana; quel buio totale cui pare alludere, i maniera paradossale, il detto latino sulla foresta: lucus a non lucendo”.
In tema anche Gabriello Chiabrera, quando inneggia a santa Lucia alla Marina di Savona: “Lucida lucenti lucescis, Lucia, luce,\Lux mea luceat, Lucia, luce tua”.

Sia il mondo il “lucus a non lucendo” di Heidegger, il bosco senza luce, seppure sacro. Per la Treccani è uno scherzo. Esempio ricorrente lo dice delle etimologie a contrariis, antifrastiche, o varroniane, assurde insomma, sanzionato per primo da Quintiliano severo – “accetteremo anche che alcuni vocaboli derivino dai loro contrari, come lucus, perché opaco nell’ombra che ha poca luce?” E tuttavia che dire? Lux è indoeuropeo per luce e, in greco, bianco, leukos. Ma in molti derivati della stessa radice il senso è “radura”, l’antico indiano lokah, il lituano laukas, lo stesso latino lucus. Da cui poi il latino lucus come bosco – e nei derivati lucu, corso, luo, sardo-barbaricino, lugo asturiano, luku basco.

Male –Se è inevitabile – se è la condizione umana – tanto vale sdoganarlo, redimerlo. C’è nella rilettura in corso di Sade questo paradosso: se il male è proprio dell’uomo, tanto male non dev’essere. A valere possibilmente - probabilmente in Sade, scrittore indomabilmente ambizioso, malgrado le persecuzioni e le sfortune.

Marx -  Di suo Marx era ed è realista, della borghesia sapendo che non può non rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, e quindi i rapporti di produzione. E ha risolto l’incoerenza del pensiero liberale: il progresso va coordinato con l’esaltazione della storia di Hegel, il regno della libertà è nella società senza odio, classi, sfruttamento. Il liberalismo legando ai lumi. Superbo alfiere della ragione, tanto più in tempi di decadenza, benché non abbia letto Tocqueville, e neppure tutto Hegel, là dove anticipano Heidegger, “solo un Dio ci può salvare”. Se un rimprovero si può fargli è di non aver letto Belle van Zuylen quando rimbecca Diderot, che la religione voleva ridotta a sovrastruttura delle classi dominanti. Anche se le classi dominanti, si sa, più intelligenti in questo di Marx, di solito non trascurano la religione, che è l’esercizio più sublime dell’immaginazione. “Un Dio s’incontra nel reale”, dice bene Lacan.

Morte – “Morte immortale” reca (in greco) una lapide nel Duomo di Lucca. Della vita che combatte il tempo. Dell’eterno inizio, a ogni istante, a ogni atto , o guizzo della mente.

La danza macabra, o trionfo della morte, al Cimitero di Pisa è incomprensibile. Oltralpe è genere diffuso, di pietà popolare. Può essere una questione di paralleli, ma è un altro modo di vedere la vita: la vita per la morte di Heidegger, invece che per la vita.

Natura – La natura naturalmente distruttiva è la filosofia di Sade, e naturalmente un paradosso - una sfida, con note anche chiare di sarcasmo. La selezione naturale, la sopravivenza del più adatto, la protezione della specie sono peraltro valutazioni e “norme” sovrapposte alla natura. Che è in effetti naturalmente distruttiva, non solo in Sade – il quale di suo distrugge la natura per conoscerla, come il bambino smonta l’orologio.

Verità – È buona dea, generosa, che una sola cosa rifiuta agli adoratori, la certezza. Ma la certezza non è verità, un sistema di certezze è la fine della filosofia. E si arriva al “niente è vero, tutto è permesso”, che è la legge del Vecchio della Montagna, il padre di tutti i terrorismi.

zeulig@antiit.eu