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sabato 10 giugno 2017

Merkel nuda con la Brexit

Con la Brexit salta la copertura statistica (e legale) dell’anomalia tedesca, l’eccessivo avanzo commerciale. Nella polemica con gli Usa, già con Obama e peggio con Trump, il governo tedesco si è fatto schermo delle tabelle Wto, l’organizzazione mondiale de commercio. Che, considerando l’Unione Europea un mercato unico, escludendo cioè le posizioni dei suoi vari membri, la danno in sostanziale pareggio (attivo di 3-4 miliardi) e non sbilanciata col resto del mondo. Quindi non censurabile ai sensi delle regole e della correttezza del commercio internazionale.
La Gran Bretagna avendo un deficit commerciale pesante, 230 miliardi, la sua uscita dalla Ue evidenzierà questo artificio statistico. 

La ripresa sarà modesta

Ha fatto subito marcia indietro Draghi: voleva supportare Merkel e Macron vista delle elezioni, ma la vantata “ripresa generalizzata” dell’Europa non c’è. L’Italia ha fato meglio del previsto nel primo trimestre ma giusto per la non più rinviabile ricostituzione delle scorte – la domanda resta debole. Produzione industriale e ordinativi sono anzi in contrazione. La Franca fa peggio del previsto – e peggio perfino dell’Italia. Va un po’ meglio la Spagna ma ha tanto da recuperare, e ha un peso specifico limitato nell’eurozona. La Germania doveva rallentare secondo le previsioni, e così fa nel primo trimestre.
Nelle previsioni più favorevoli, del resto, l’eurozona cresce quest’anno dell’1,7 er cento. Della metà cioè del resto del mondo. Gli Usa crescono del 2,3 per cento, i paesi emergenti del 4,5 (con l’uscita dalla recessione di Brasile, Russia, e Nigeria, fra le maggiori economie dell’area), la Cina cresce del 6,6, l’India del 7,2. La ripresa europea è sempre asfittica, unica grande area economica nell’economia globale.

Una regolata alla globalizzazione

Nell’attivismo di Trump la sua promessa più minacciosa, America First, o Fortezza America, tarda a materializzarsi. Trump ha denunciato  vari accordi multilaterali che Obama aveva avviato, transatlantico, transpacifico, e lo stesso Nafta continentale, ma non è andato oltre. Il suo ministro del Commercio è anzi indignato delle accuse di neo protezionismo.
Gli Usa, che hanno voluto e regolato la globalizzazione, con evidenti benefici, ne risentono da qualche tempo. La disoccupazione è bassa, ma il lavoro è depotenziato e con esso il reddito medio. La reazione che si prepara non è però di chiusura. Caso per caso saranno discusse le posizioni relative con le grandi potenze economiche che, a giudizio di Washington, si avvantaggiano surrettiziamente del grande mercato americano, interno e multinazionale: la Cina, il Giappone, e per l’Europa la Germania.

Problemi di base berlusconiani - 333

spock

Tornano le elezioni e si rifà un monumento a Berlusconi col solito mafioso che straparla? 

E ora che le elezioni si fanno tra un anno, quanto deve parlare Graviano?

Bisogna sbarrare la strada a Berlusconi con le armi, i golpe istituzionali, e i giudici. Ma coi mafiosi?

Con le amanti non  è meglio, il metodo Boccassini? Qualcuno, almeno, si diverte

Come mai non ci sono più processi nuovi per Berlusconi – e anche i vecchi languono? Che fa Boccassini? E la Guardia di Finanza? È per questo che siamo scesi ai mafiosi?

Perché  non prendere Berlusconi sul serio?

Più di D’Alema, per esempio (anche di Grillo)?

Vent’anni, quasi venticinque, e il correttore Word non ha imparato Berlusconi – lo scrive Berlsuconi: è dei nostri anche lui?

Quattro governi di fila non berlusconiani e non eletti sono democratici, o che?

spock@antiit.eu


Il Medio Evo si licenzia trionfante

Il Medio Evo che Amedeo Feniello propone di abolire come periodo storico, per l’autorità (anche) di Huizinga, risplende invece, seppure al tramonto, in questo storico vittima di Hitler. Autore di studi vivi ancora dopo un secolo: “Homo ludens”, “Erasmo”, “Il problema del Rinascimento”, “La crisi dela civiltà” - “L’autunno” è del 1919, contemporaneo al trauma della Grande Guerra.
Il Tre-Quattrocento può avere il senso di fine di una civiltà. Essere ossessionato dala morte. È però anche un’epoca di grande civiltà, estetica e morale. Con le più alte forme di pietà, e la più bassa frequenza storica di atti di crudeltà, sopruso, dissolutezza. Di millenarie invenzioni, linguistiche e artistiche. Di una religiosità vicina all’ascesi, depurata delle forme profane e pagane.
Una delle migliori letture di storia che ancora si possano fare. Ma perché, si può aggiungere, chiudere il Medio Evo nel senso di morte, malgrado la peste, e gli esordi delle guerre dinastiche? È la religiosità libera e creativa di questo Medio Evo che induce al Rinascimento.
Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo, Bur, pp. 598 €11 

venerdì 9 giugno 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (328)

Giuseppe Leuzzi

A  Palermo, nell’ultima giornata di campionato, l’arbitro e il Palermo giocano per l’Empoli. Ma il Palermo batte, suo malgrado, e malgrado l’arbitro, l’Empoli, che va in B. Mentre il Crotone, malgrado l’arbitro, vince di forza e resta in A. C’è un giustizia compensativa, in effetti, sulle “giuste” ingiustizie umane.

Molte lacrime (di coccodrillo?) di mullah e associazioni mussulmane ogni volta che c’è una strage in Europa o negli Usa, a opera di terroristi islamici. Ma mai una denuncia di un terrorista. Che tutti conoscono, poiché non vivono in clandestinità. Sarà qui l’origine dell’omertà? Nei tanti arabi e saraceni che popolarono mezza Sicilia e mezza Puglia, e s’inguattarono su per le montagne in Calabria e nel Cilento?
Del resto nell’islam la taqiyyah, la dissimulazione, è una virtù.

Ma la verità è che non c’è omertà al Sud. E la dissimulazione mussulmana probabilmente non è omertà, è orgoglio. L’Arabia Saudita ne è una prova, che non osserva il minuto di raccoglimento per le vittime australiane della strage di Londra, prima della partita di qualificazione per il Mondiale con l’Australia
La sfida dell’Arabia Saudita poi è stata perdente. L’orgoglio più spesso lo è.

“Tre volte negli ultimi cento anni la letteratura meridionale ha rinnovato la letteratura dell’Italia”, Bruno Migliorini, “Storia della lingua italiana”. Quattro in realtà, il linguista non censiva il romanesco di Gadda e Pasolini – la sua “Storia” esce nel 1960.

Elogio dell’ombra
Meglio la Grecia, per una vacanza di mare anticipata, con la mezza stagione, che la costa turca, pure così affascinante. Perché in Grecia si coltiva l’ombra. Nella piazza, all’osteria, al caffè, al mare, in albergo e anche in bed and breakfast, alle sorgenti, termali e fredde. Si può perfino parcheggiare all’ombra. Olimpia, l’Olimpo, Dodona, in qualche modo anche la costa erta di Delo, perfino il Partenone, si possono visitare con congrui rifugi nell’ombra. Lo stesso Atene e le città. Si vada a Efeso o a Pergamo, per non dire a Istanbul: non c’è riparo.
La “Grecia in Italia” invece non cura l’ombra. Roma, alberata peraltro dai “piemontesi”, con a capo Garibaldi, si può dire una città dell’ombra. Napoli invece no, e non si saprebbe dire il perché. La stessa curiosa differenza si riscontra tra Messina, molto alberata, e Reggio Calabria, col sole invadente, divise solo dallo Stretto e ricostruite entrambe negli anni 1910 dopo il terremoto. Un rovesciamento tanto più incomprensibile in quanto la Sicilia è stata “turca” (araba) e la Calabria invece greca – ancora fino a ieri: dei dieci cognomi più usati nove sono greci e uno arabo (Morabito). Forse nella mescolanza bizantina o neo greca, comune a Napoli e a Reggio, prevale l’elemento “turco”.

La “Grecia in Italia” istituzionale. Quella domestica ha invece giustamente il culto dell’ombra. Nell’orientamento delle case. Nella disposizione delle imposte con la cura principale per la luce eccessiva e il calore. Vivere in casa in penombra nei mesi e stivi è forse la differenza maggiore nel modo di vita tra il Sud e il Nord. Una differenza culturale.

La pazzia che viene dal Nord
La pazzia di Nord-Nordovest è distintamente dell’“Amleto”, atto 2, scena 2. Lo stesso Amleto lo spiega a Guildenstern, che gli chiede: “In che senso, mio signore?”. Amleto: “Non sono pazzo che a Nord-Nordovest.\ Quando il vento è dal Sud, riconosco un falco da un airone”. 
“Intrigo internazionale”, il famoso film di Hitchcock, si intitola in originale “North by Northwest”,
E si basa su tre riferimenti a Shakespeare, all’“Amleto”. Il titolo, derivato dal dialogo fra Guildenstern e il principe. La follia finta – c’è molto nel film che non è quello che sembra. Il tema di fondo, della realtà che si nutre di apparenze, tutte false: il pubblicitario allegrone di Madison Avenue, scambiato per una spia che è anche un freddo killer, una spia inventata dalla Cia per distrarre l’attenzione da un vero infiltrato.

Sicilia
Al museo a Messina - la galleria provinciale, pure ricca di Antonello e Caravaggio - Leo Lomngasei scopre “la tristezza siciliana , antica di secoli, che li lega e ci segue da una stanza all’altra”. Di quadri alle pareti “tutti eguali, scuriti e sinistri, come dipinti dallo stesso artista in secoli diversi”.

Al “gran caffè” di Messina, che sarà stato l’Irrera di piazza Cairoli, all’epoca un monumento fastoso degli anni 1930, rutilante di specchi, marmi, pasticceria policroma, Longanesi trova tutti eccitati dalla sua presenza – dalla presenza del forestiero. “Il caffè è gremito di folla rumorosa e eccitata; tutti guardano noi, nuovi del luogo; e ci guardano insistenti, con occhi desolati e teneri che sembrano celare un amoroso lamento”. Come le bestie allo zoo guardano il visitatore.
Ma è verosimile, non è immagine di maniera: la dipendenza è forte.

Patricia Spence, terza moglie di Bertrand Russell, mollò il filosofo brusca, stanca della sua volagerie, nel 1950 alla fine di un a vacanza in Sicilia. Lui di 78 anni, lei di 40. Nella vacanza lui corteggiava la trentanovenne Daphne Phelps, inglese di rango a Taormina, bisessuale, che aveva ereditato per matrimonio Casa Cuseni, una villa di campagna da lei arredata con gusto e dotata di un giardino – un’attrazione fino a qualche anno fa.

Patricia, che per l’indignazione poi si nascose tutta la vita, anche al figlio che avevano avuto con lord Russell, ne era diventata l’amante in una precedente vacanza in Sicilia, nel 1936. “Peter”, così Patricia veniva chiamata dal filosofo, era stata aggregata come bambinaia per una vacanza offerta da Bertrand Russell alla sua precedente moglie, la scrittrice  Dora Black, con i figli; E con l’amante di Dora, che ne aspettava un figlio. Capelli “rosso fuoco”, “Peter” dormiva col filosofo, Dora con l’amante.

L’antichista illustre Arthur Rosenberg, “Democrazia e lotta di classe”, contava gli schiavi in Sicilia in “milioni”: “In quest’inferno sociale dell’antichità il numero degli schaivi era superiore alla moltitudine degli uomini liberi”. La Sicilia come “inferno sociale”, dunque, all’origine. Sono eredità che non si dimenticano: schiavi e signori.
Luciano Canfora, nel suo saggio su Rosenberg, “Il comunista senza partito”, un suo alter ego, commenta: “È chiaro che Rosenberg pensa qui alle descrizione di Diodoro delle guerre servili siciliane («l’inferno sociale!»), ma stranamente in questo caso accetta gli alti numeri, spesso contestati, di Diodoro”.

Con i Vespri Siciliani si rianima l’opposizione ghibellina in tutta l’Italia. S’interrompe il predominio della langue d’oïl. Si fa strada un accesso diretto, invece che mediato dalle traduzioni francesi, alle fonti latine (Bruno Migliorini, “Storia della lingua italiana”). C’è la Sicilia all’origine dell’Italia.

Poi venne la Spagna, anche in Sicilia. Secoli di Inquisizione, e di rivolte sterili. Pitré, nella raccolta di osservazione sul palazzo Chiaramonte a Palermo, o dello Steri, sede dell’Inquisizione spagnola a Palermo, pubblicato da Sciascia col titolo “Urla senza suono”, individua tra i graffiti delle celle, “sotto la iniziale B.”, “il celebre Francesco Baronio da Monreale”. Che dice “dei più eruditi sacerdoti della Capitale”. Arruolato nel 1647 da un rivoluzionario, “il battiloro Giuseppe D’Alesi, fattosi Capitano del popolo”, e per questo incarcerato. Tutti gli insorti furono poi in vario modo giustiziati.
Il Capitano del Popolo, si sa dalle cronache, si limitava ad andare, da solo, ai Quattro Canti, a cavallo è vero, e qui, sceso da cavallo, sguainata una sciabola, chiedere a squarciagola la cacciata degli spagnoli.

L’erudito sacerdote, dice Pitré, fu inguaiato “allorché sul finire di quell’anno (1646) un certo Placido Serletti calabrese sognò una repubblica siciliana avente a capo il Baronio”.
Serletti, un siciliano calabrese di origine, non era un provocatore, in termini moderni: lui stesso fu carcerato, torturato e strozzato, o decapitato.

leuzzi@antiit.eu 

Italia vs. Trump

“Trump chiese all’Fbi di fermare il Russiagate”: “la Repubblica” ieri, seguita a ruota dal Tg 1. “Comey: vi svelo le bugie di Trump”: “Corriere della sera” oggi, seguito naturalmente dal Tg 1. Mentre il contrario è vero, stando ai media americani più anti-Trump: il tycoon non è colpevole di “ostruzione alla giustizia” né di aver mentito, sulla base della testimonianza dell’ex capo dell’Fbi.
Viene da ridere al militantismo dei media italiani – se la questione non fosse preoccupante. Il giornale milanese addirittura propone con Lévy, una specie di tuttologo francese, tre metodi di abbattimento di Trump. È l’Italia in guerra con gli Usa? Ma non c’è più il vecchio partito Comunista nelle redazioni, o c’è ancora? Siamo in guerra con Trump? Che motivo abbiamo? È un problema di lingua? Ma ci sono bravi interpreti, anche in simultanea.
L’ex capo dell’Fbi non ha fatto buona impressione al Congresso. Non ai repubblicani nemici di Trump e nemmeno ai democratici - a quelli di sinistra. È probabilmente un buon uomo, questo il giudizio prevalente, ma forse un incapace. Si dice certo che la Russia ha interferito sulle presidenziali americane, ma non dice come, dove, quando, nemmeno per indizi, ed è un anno e mezzo ormai che se ne parla.
La questione è preoccupante per l’intreccio di media e servizi segreti. La “Washington Post” di Bezos pubblica regolarmente pizzini della Nsa, la National Security Agency. Il “New York Times” è – era – rifornito da Comey. Un intreccio che si pensava limitato agli Usa. Alla guerra fredda contro la Russia con cui il complesso industriale-militare si era rilanciato sotto Obama. Di cui ora non ha più bisogno, la prima mossa di Trump essendo stata l’aumento della spesa militare. Da qui anche il limbo del Russiagate, delle interferenze russe?
La Nsa è il servizio segreto che ha messo sotto controllo mezzo mondo. Letteralmente, con le cosiddette “resti a strascico” sulle comunicazioni internazionali: siti, tv, giornali, conversazioni, ufficiali e private. Quattro anni fa si è saputo che aveva intercettato per dodici anni tutti i governi alleati, di Angela Merkel perfino il cellulare. Allora con la scusa del terrorismo islamico invece che della Russia.

Il complotto eccolo qua, è il complotto

L’ex capo dell’Fbi Comey si è detto certo al Congresso dell’interferenza russa nelle presidenziali americane. Ma dopo quasi un anno e mezzo che se ne parla, non ha portato nessuna indizio di questa interferenza. Non ha neanche spiegato come si è, o possa essersi, sviluppata. Un rumour – il vecchio boato (oggi si dice fake news).
Sembra “Intrigo internazionale”, il vecchio film di Hitchcock. Un sociologo brillante, Jean Baudrillard, aveva ipotizzato, un quarto di secolo fa, la guerra-che-non-c’è, quella del Golfo. Pure combattuta con notevolissimo spiegamento di mezzi, a stare ai media. Poiché nessuno l’ha vista, quella guerra – neppure chi l’ha sofferta. Una guerra, diceva il teorico del “Sistema degli Oggetti”, che epitomizza la “violenza del virtuale”: della propaganda, del sistema informativo.
Del Russiagate si fa come se fosse una fake news: la si vuole far sembrare tale. Da parte degli stessi proponenti – un po’ come nel 1991 col presidente Bush che volle la guerra del Golfo. Qualche volta si dice che i russi hanno spesso soldi. Altre volte che sono intervenuti con gli hacker. Altre volte l’una cosa e l’altra. Ma dove, quando, chi, in che maniera, con che effetto, questo è segreto.
Solo che a questo punto è come se fosse sì una guerra agli Usa, alla potenza americana, ma dall’interno. Una guerra civile. Da parte dei combattenti meno nobili, le spie.

Camilleri fa cantare "Berlusconi" in crociera

Otto mini-racconti estivi, per “La Stampa”, 1998. Su temi da giallo classico, da Agatha Christie a una “Stella del Nord” d’anteguerra (che però non è il classico di Simenon): quello che non è chi dice di essere, il fantasma  in cabina sulla nave in mare, il gioco dei gemelli, il furto dei gioielli, il cadavere sparito. Camilleri si riposa su brevi aneddoti con schemi scontati. Non rinuncia al mezzo dialetto, tanto più che Collura è palermitano, quindi a doppia doc, ma con parsimonia. Il Nord non è più qui la fidanzata ma il vice del commissario Collura – commissario di bordo - un triestino servizievole. Con un’intervista curata da Giovanni Capecchi in cui Camilleri dà affascinanti tracce di come ha “lavorato” la commessa della “Stampa”.

Camilleri sa raccontare anche le crociere. Quello-che-non-è-chi-dice-di-essere è un omaggio a Berlusconi l’unico di Camilleri al suo maggior editore, tanti improperi e non velate maledizioni.
Andrea Camilleri, Le inchieste del commissario Collura, Libreria dell’Orso, remainders, pp. 88 € 4 

giovedì 8 giugno 2017

Trump a shale oil

Sulla “New York Review of Books” Tim Parks argomenta che Trump ha privato gli Usa, rifiutando gli accordi di Parigi sul clima, di un salvagente  prezioso più per gli stessi Usa che per gli altri.
I termini dell’argomentazione sono giusti. Trump, che si vuole presidente e primo azionista dell’azienda America, fa un errore escludendo il suo paese dalla leadership del business energia pulita. Però decuplica, moltiplica, le riserve americane di fonti di energia. L’una cosa del resto non esclude l’altra, che è un fatto di tecnologia – dominare il business verde.
Proviamo a ragionare nell’ottica della decisione, dell’abbandono dell’accordo di Parigi. Si apre la possibilità negli Usa di sfruttare il carbone e le altre fonti di energia inquinanti. Soprattutto gli scisti, da cui si ricava un non ottimo petrolio – ma buono da bruciare per fare elettricità -  e un ottimo gas, più calorico del gas naturale. È ben un calcolo da presidente e uomo d’affari, quale Trump si impersona - vedi l’attacco agli europei, che non pagano per la loro difesa, e per di più attaccano il difensore col mercantilismo tedesco (l’euro svalutato, salari da sussistenza, politiche commerciali aggressive, al limite del dumping).
Il Nord America si voleva qualche anno fa, quando il petrolio era salito a 100 dollari al barile, il nuovo Medio Oriente, grazie al petrolio e al gas da scisti bituminosi (shale oil, shale gas). Ancora l’anno scorso, ancora con Obama, gli Stati Uniti si proclamavano il paese con le maggiori riserve mondiali di idrocarburi, più dell’Arabia Saudita. Grazie agli scisti:la metà delle riserve “stimate” erano in unconventional shale oil, petrolio da scisti..
Quelli degli scisti sono giacimenti di cui non si conosce la consistenza, ma valutati enormi, sui tremila miliardi di barili di petrolio. Di riserve quasi tutte in Nord America, tra Stati Uniti e Canada. Le  riserve provate sono un decimo, 345 miliardi di barili. E di questi la quota maggiore è della Russia, 75 miliardi di barili. Seguita da Usa e Pakistan con 58 milioni, e dalla Cina con 32.
In alternativa, o in aggiunta, e ciò può spiegare la speciale sensibilità sul Venezuela, ci sono le riserve da sabbie bituminose. Di cui il Venezuela è il più ricco: le sabbie bituminose dell’Orinoco si stimano potenzialmente le maggiori riserve mondiali di petrolio.
Da quindici annui l’“Oil & Gas Journal” quota gli scisti tra le fonti di energia. Ma lo sfruttamento non è redditizio. Non col greggio a 50 dollari: la soglia di redditività è elevatissima, sui 75-80 dollari a barile. In Europa se ne produce, poco, in Russia, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Francia, ma, paradossalmente, a titolo di fonte alternativa, a prezzo sussidiato.
Il paradosso europeo sta nel fatto che lo sfruttamento degli scisti è inquinante. La forma peggiore di inquinamento da fonte di energia, peggio del carbone. Sia per l’estrazione che per il trattamento. Trump è anche il bambino che dice al re nudo che è nudo. 

Il mondo com'è (306)

astolfo

Germania – Rieccola, con Merkel, praticamente immutata – c’è anche la birreria. Non da ora, dalla riunificazione: la Germania è un’altra. O meglio è quella che era diventata dopo l’unità, un secolo e mezzo fa: lo stesso pattern ha seguito e segue dopo la riunificazione. Tre anni fa G. Leuzzi lo poteva antivedere, “Gentile Germania”, pp. 133-134, senza speciali poteri profetici:

La Germania non è più quella dopo la riunificazione, l’Ue non è più quella. La sconfitta è remota, la Colpa rituale, il paese riunito, seppure monco, il comunismo coi carri armati svanito. Angela Merkel sa di essere la cancelliera di una ritrovata Germania. Dice no a Washington senza patemi, va a Mosca e Pechino quando vuole, e a Parigi se non può evitarlo. La bilancia francotedesca squilibrata, il peso specifico della cancelliera gulliverizza i Sarkozy, gli Hollande.
“L’unificazione ha mutato i fondamentali. Gli Ossi, i tedeschi dell’Est, sono entrati nella federazione esenti dalla Colpa, avendo mutuato la comoda certezza che il nazismo era il fatto del capitalismo - si concedono pure il razzismo. Il Lastenausgleich, il principio costituzionale che “la proprietà ha obblighi”, è accantonato: si contesta ogni redistribuzione del reddito, non solo quelle ai paesi europei in crisi. L’“economia sociale di mercato”, costituzione materiale di Bonn, è in desuetudine. Su iniziativa socialista, d’intesa con i sindacati, il lavoro è libero, la protezione ridotta. È troppo dire che la psicologia è mutata, ma la politica sì. “
Nella Ue lo spirito della concorrenza è ora lo “spirito tedesco”. In termini di superiorità, non di gara alla pari. Che ora si dice leadership ma la Germania chiama egemonia, nei termini della vecchia Dottrina dello Stato: una federazione ha bisogno di uno stato guida. In Germania il dibattito è al solito ultimativo e angosciante: l’egemonia è necessaria in uno Stato federale quale l’Europa si vuole. Rivediamone i termini col saggio paradossale di Christof Schönberger, Egemone controvoglia, su Merkur di ottobre 2012, leggibile online. Paradossale perché Schönberger insegna Fondazioni Culturali dell’Integrazione, materia quasi apostolica, e Merkur, edita dalla rinomata casa Klett-Cotta, si sottotitola Rivista tedesca per il pensiero europeo.
“L’egemonia non è “lo slogan trito di un discorso antimperialista alla Gramsci”, ma “piuttosto una nozione costituzionale passabilmente precisa per un fenomeno che non raramente s’impone negli stati federativi, confederati”. La nozione costituzionale è di Triepel, autore di un’opera famosa, Die Hegemonie. Ein Buch von führenden Staaten, nel ferale ‘38: l’“egemonia naturale”. La guida per gli Stati leader non era intesa per Hitler, ma lo stesso vi si delineava e apprezzava il caso della Germania dalla Prussia. Che i più considerano all’origine del perverso “secolo tedesco” – ma è un secolo e mezzo, partendo da Sedan. Triepel argomenta una funzione naturale di guida per lo Stato più forte della federazione. Naturale, cioè imposta dai fatti.
“Ciò non è avvenuto nello Stato federale più longevo e meglio funzionante, gli Usa. Ma Triepel ignora gli Usa, Schönberger pure. Anche  il “caso tedesco” è ignorato: la Germania Federale, che ha una storia di quasi settanta anni, quasi più lunga del Reich prussiano, ha affrontato passi erti, come la riunificazione e l’euro, senza il bisogno d’im-ùporre un’egemonia o sottostarle. Neanche al suo interno: Amburgo odia la Baviera, il profondo Sud, cattolico per di più, che è lo Stato più innovativo e ricco della Germania e dell’Europa, ma è tutto, non si va oltre il leghismo, non ci sono precettori in questa Germania: di che si parla dunque?
““L’egemonia tedesca in Europa non è tema comodo”, Schönberger si cautela. Gli stessi tedeschi “non mettono a fuoco volentieri il problema”. Ma s’impone: le “significative differenze nelle grandezze relative” dei membri Ue impongono “una ripartizione dei compiti tra Repubblica fe-derale e Francia quale nella Germania di Bismarck fu il caso della Prussia con la Baviera”. Su questa in equivocabile tela di fondo: “L’egemonia tedesca all’interno dell’Ue non è da scambiare col dominio tedesco sull’Europa. Per un vero e proprio dominio la Repubblica Federale è ancora troppo debole”. Per la vecchia solfa “che la Germania è più forte di ciascuno dei suoi vicini, ma non abbastanza da dominarli insieme”. C’è solo da aspettare? E i trattati?”
Immigrazione – Si presenta disordinata e avventurosa, di masse allo sbando, governate al più da  trasportatori cinici. Ma segue, stranamente, i cicli economici. In Italia ha avuto un forte calo, di almeno 300 mila unità, nel 2012, in parallelo con la crisi del debito. L’unica parentesi negativa nel Millennio. Lo stesso negli Stati Uniti, dove l’immigrazione ha avuto una fortissima crescita nel Millennio, negli anni del boom seguito alle presidenze Clinton. Con un quasi blocco nel 2007-2008, per il crac finanziario. E una ripresa dal 2009, con Obama e il ritorno alla crescita.

Islam – La sola religione che riempie i luoghi di culto. Di veri credenti, appassionati, fedeli. Gli altri sono vuoti, chiese e sinagoghe. Meno nei giorni di festa, ma sempre vuoti a fronte dello straripante numero di praticanti islamici. Anche in condizioni difficili, inginocchiati su un marciapiedi, in uno stretto garage, in un magazzino abbandonato, anche per strada. Col culto della preghiera sempre, tutte le volte al giorno comandate. Da parte dei credenti beghini ma anche da parte dei tiepidi e rituali.
Per un esercizio della pietà che è semplice e diretto. Per l’attenzione costante, della comunità e della (relativa) gerarchia all’obolo, alle masse. Dal khomeinismo in poi. Non democratico, e anzi per più aspetti gerarchico e indifferente ai diritti, sia pure negativi, di libertà. In Africa gerarchico anche nell’assetto sociale – specie nel Nord della Nigeria, tra emiri e khan. E  nella penisola arabica.

Fino al 1990, prima dell’integralismo, l’islam arabo, sunnita, aveva soprattutto il bisogno di ammodernare, in Nord Africa e in Medio Oriente.. Lo stesso farà lo sciismo khomeinista. Ammodernare le leggi, gli interdetti, le feste, i digiuni, il diritto di famiglia. Ma il khomeinismo avrà l’effetto di acuire l’integralismo sunnita. Contribuendo così a interrompere l’aggiornamento. Nel mondo arabo, e nei grandi paesi mussulmani dell’Asia profonda, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Malesia, Indonesia.  

Italia – È un’altra con gli immigrati, che ora sono il 10 per cento della popolazione, e nella Padania il 13-14 per cento? Non ancora, ma in una generazione sì. La popolazione immigrata è passata da praticamente zero al 10 per cento in poco più di una generazione, da trent’anni e qualcosa. E si deve agli immigrati se il tasso di natalità è ancora attivo in Italia, se i nati superano i morti – in Germania, per esempio, che pure ha una popolazione immigrata della stessa consistenza in percentuale, il tasso di natalità resta negativo, è per questo che il governo tedesco incrementa gli arrivi.
Non c’erano immigrati al censimento del 1971. Ne furono censiti 211 mila nel 1981, e poco meno del doppio, 356 mila, dieci anni dopo. Ma c’era già una forte presenza di immigrati variamente clandestini: nel 1991, a ridosso del censimento, gli immigrati venivano stimati in un milione, tre volte la cifra ufficiale.
Nel 2001 se ne censivano un milione trecentomila. Poco meno della cifra stimata, un milione e mezzo, comprendendo gli irregolari. A fine 2016 gli immigrati con regolare permesso di soggiorno erano cinque milioni – con gli irregolari tra i 5,5 e i 6 milioni.
Il balzo c’è stato nel primo decennio, da 1,5 a 4,5 milioni. Per la liberalizzazione Ue – la quota di immigrati maggiore è dalla Romania,1,2 milioni. E  per la domanda di manodopera nell’edilizia, nei servizi non qualificati, nei lavori domestici, nonché nel piccolo commercio, che molti immigrati tendono  a rilevare – specie gli asiatici: cinesi, indiani, bengali. C’è stato un saldo negativo forte, di circa 300 mila unità, nel 2012, dopo la crisi del debito. E una consistente ripresa, con quasi un milione di nuovi immigrati dal 2013 al 2016..

Putin – Il suo avvento è stato deciso per porre fine all’anarchia dello sciogliete le righe, l’epoca eltsiniana dell’appropriazione del demanio e del patrimonio pubblico. Dlle mafie e dei boiardi che si appropriavano liberamente di tutto, compresi gli arsenali nucleari. Facendosi fuori senza ritegno. La Russia è tornata con Putin affidabile: una vera potenza nucleare, controllata, governata. E la cosa fu riconosciuta internazionalmente. La Russia tornò rispettabile al punto da essere ammessa al G 7, allargato a 8. Fino al vertice di Pratica d Mare e oltre – prima di Obama. A Pratica di Mare si prospettò perfino una Russia europea, parte del concerto europeo.
Poi è venuto l’indirizzo opposto, di maledire questa Russia, sui diritti civili, in Cecenia (diritti civili in Cecenia…) e in Russia. E di cacciare i russi dall’Ucraina, la metà della popolazione e del territorio. La Russia potenza nucleare controllata e responsabile è un nemico, mentre la Russia delle mafie che si vendevano le atomiche era meglio.
Si sottovaluta il fatto armamenti oggi rispetto ad altri aspetti: si parla ogni giorno, nota Chomsky, delle emissioni nocive più di quanto si parli degli arsenali nucleari in un anno.

astolfo@antiit.eu

Hemingway ecologista armato

Un catalogo illustratissimo, quasi il, catalogo di una mostra, delle armi di cui Hemingway era appassionato. Che deteneva nelle sue case, o aveva utilizzato, in Africa in safari, e altrove. Coi riferimenti per ognuna di esse, quando ci sono stati, nei racconti, nelle interviste e nelle lettere.
Un catalogo impressionmate di armi di ogni tipo. Una raccolta da feticista. Un libro scorrettissimo, ora che la caccia grossa è in abominio. Ma i curatori  possono ancora presentare larsenale come quello di un “cacciatore conservazionista” – uno dei tanti: i cacciatori si vogliono ecologisti.
Non è un paradosso, probabilmente. La passione per le armi e la caccia ha relegato Hemingway al basso dalla classifica della popolarità, e anzi fuori. E perfino la lettura dei suoi pur ottmi racconti ne viene inficiata. Ma non cè altro scrittore americano del Novecento così vicino alla natura - alle Alpi e al Tagliamento, alla savana, al mare, ai fiumi, ai boschi: quella di Steinbeck è artefatta (mitica, mistica), quella rurale (Faulkner, OConnor, McCullers) non ha occhi per il territorio, la condizione urbana è tutto.
Silvio Calabi, Steve Helsley, Roger Sanger, Heminghway’s Guns, Down East Boojs, pp. 181, ill., € 38

mercoledì 7 giugno 2017

Totti non sarà Enea

Ma il futuro di Totti è il passato, Enea: il padre eponimo di Roma. Un altro Ettore, l’eroe che non ha vinto nulla, compassionevole e bonario. Si vede bene in un’apoteosi di un antichista romanista – a Matteo Nucci verrebbe benissimo, che per di più è zemaniano (Zeman è una sorta di Anchise di Totti). Figurerebbe al meglio in un’“Eneide” moderna: vincente tra le batoste, a Milano, a Torino, in Europa, e spesso anche a Roma.
Pallotta non sa che farsene, il presidente della Roma. E lui stesso è confuso. Ma perché non può avere un futuro fuori dal mito: la strada è tracciata.
Mitizzare le sconfitte ha una funzione catartica.  

Le spie ignoranti della Nsa

Reality Leigh Winner, contrattista dei servizi segreti Usa, la Nsa, ha passato carte sulle interferenze russe nella campagna presidenziale a un sito di rivelazioni, “Intercept”, che le ha pubblicate, e ora è sotto processo per aver diffuso documenti segreti. È stata individuata per macchie di una certa forma di colori invisibili che nella criptazione Nsa sono come una firma.
Il sistema era descritto nel romanzo di Franzen, “Purity”, al terzo capitolo, “Troppa informazione”. Le “agenzie” usano una “firma” diversa per ogni copia dei documenti: la spaziatura, l’interlinea, puntini, macchie, colori invisibili. Un romanzo di due anni fa, ma Franzen aveva preso l’informazione da pubblicistica anteriore.
Reality, giusto il suo nome (i “reality” sono gli sceneggiati in uso in tv, poveri), poteva non sapere perché non legge. Ma com’è che una che non sa della criptazione dei documenti, ormai di dominio pubblico, fa la spia, seppure a contratto?
Certo, bisogna vedere se la spia a termine non avrà poi un premio.

Lo scandalo Tim

Mario Rivabene deve fare causa alla Tim-Telecom Italia per recuperare qualcosa dei danni che il mancato collegamento ha causato alla sua attività, che riceve per telefono le commesse di lavoro. L’azienda di Bolloré-Cattaneo ci ha messo “cinque mesi per trasferire le linee nella nuova sede dell’azienda, procurando un buco di fatturato enorme”. Su questa denuncia Rivabene ha aperto su change.org un crowdfunding che in poche ore ha ricevuto ottomila sottoscrizioni.
Non c’è italiano, probabilmente, che non abbia un danno da Tim-Telecom Italia. Da ultimo col raddoppio del canone, autorizzato senza nessuna ragione da una compiacente Autorità per le Telecomunicazioni, Agcom. Il raddoppio del canone.
Cinque mesi per un lavoro di poche ore, forse minuti, sono un’esagerazione. Ma non un’eccezione. Tim-Telecom fa difficile tutto, anche un subentro, anche la disdetta. Protetta dal controllo della rete, al cui scorporo continua ad opporsi – l’unica rete nazionale aziendale. Benché non sia in grado di adeguarla alla banda ultralarga.
Una inefficienza di cui il comune cittadino che per sua avventura non ne fosse cliente fa purtroppo esperienza quotidiana, nello stillicidio di chiamate dai più inverosimili call center, con le più arruffate proposte di rientro in Tim-Telecom. E nell’impossibilità di ogni variazione contrattuale: una nuova numerazione, un subentro, una disdetta.
Lo scandalo si completa con la “giustificazione” dell’Agcom per tutti i soprusi Tim: bisogna salvare l’ex Telecom Italia per salvare i crediti delle banche. Un’azienda che Grillo spiegava già fallita nel 2007. E da allora ha visto il fatturato contrarsi di un terzo, da 30 a 20 miliardi.
Uno scandalo colossale, da tutti i punti di vista, degli utenti, della tecnologia, degli assetti istituzionali (il telefono è l’unica rete nazionale aziendale). Di cui però non si parla. Non i gruppi consumeristi, che Tim evidentemente addomestica. Non l’opposizione politica – forse in ragione del fatto che Bolloré, il finanziare francese azionista di maggioranza relativa, è l’unico in grado di rilevare Berlusconi in Mediaset.
Il salvataggio di Tim a spese degli utenti è una novità totale. Un’azienda di nessun rilievo pubblico se non per la rete. Che però tiene nell’inefficienza più turpe.

Dylan non fa letteratura, come Shakespeare

Dylan si difende dai sarcasmi sul Nobel alle canzonette. Si diceva che non avesse gradito il premio, invece si difendeva dalle ferite che sapeva gli sarebero arrivate – gli sono arrivate: il Nobel lo ha soltanto gratificato. Nella lezione ritorna sul tema dell’accettazione, sei emsi fa a Stoccolma, che è il sottinteso dello “scandalo”: sono le canzoni letteratura?
“Mai una volta”, Dylan concludeva l’accettazione, nella lunga vita di cantautore, “mi sono chiesto: sono queste canzoni letteratura?”  Ma, aveva precisato ampiamente prima, alla maniera di Shakespeare. Che era un uomo di teatro, aveva mille cosa da fare, tra attori, impresari, scene e scenografi, spettatori, per chiedersi se stava facendo letteratura: “Le sue parole erano scritte per il palcoscenico. Da dire e non da leggere. Scommetterei che l’ultima cosa nella testa di Shakespeare era la domanda «è letteratura?»”.
A dicembre Dylan si difendeva con uno sberleffo: “Il pensiero che stava scrivendo letteratura non può essergli mai entrato in testa”, non a uno Shakespeare, era l’esordio. Nella lezione cita meno Shakespeare e irride meno i letterati.  Traccia il suo aproccio, giovanisismo, alla musica folk. La musica folk. Le letture formative. Di tre delle quali, “Moby Dick”, “l’“Odiissea” e “All’Ovest niente di nuovo”, espone lunghe riletture, per significare che la creatività, anche letteraria, viene fuori del canone.  
Le canzoni sono letteratura improbabile, concede. Ma, sottintende, come tutta la buona letteratura. Melville cosa voleva dire, chiede, mettendo assieme quel guazzabuglio di persone, storie, nomi, luoghi, citazioni, mondi diversi, alieni, ostili? “Che significa tutto questo? Io e tanti altri cantautori siampo stati influenzati dagli stessissimi temi. Che possono significare tante cose diverse. Se una canzone ti emoziona, questo è importante… Quando Melville mise il suo vecchio testamento, i riferimenti biblici, le teorie scientifiche, le dottrine protestanti, e tutte quelle conoscenze di mari e velieri e balene in una storia, non credo che neanche lui si sia preoccupato – che cosa significa”.
E ritorna alla fine al suo discorso di accettazione di dicembre, tenuto dall’ambasciatrice americana a Stoccolma: “Le canzoni sono letteratura improbabile”. Ma al modo dei drammi di Shakespeare: “Le parole nei drammi di Shakespeare sono da recitare sulla scena. Come le liriche delle canzoni sono da cantare, non da leggere sulla pagina”.
Bob Dylan, 2016 Nobel Lecture in Literature
https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2016/dylan-lecture.html

martedì 6 giugno 2017

Letture - 305

letterautore


Abbreviazioni – Twitter dà a tutti patente di epigrammaticità, dire in un lampo. È un evidenziatore. La vecchia funzione dell’abbreviazione era invece di guadagnare tempo e risparmiare materiali. Specie nell’epoca classica, quando l’abbreviazione era una professione. Allora testimoniava la certezza, oggi l’incertezza – l’immediatezza, la volatilità, la superficialità.

Camilleri – Approda da Sellerio, e al successo, tardi, quasi settantenne, dopo la morte di Sciascia, nume tutelare della casa editrice palermitana. Sciascia muore nel 1989, “La stagione della caccia,” con cui Camilleri comincia a pubblicare con Elvira Sellerio, è del 1992. Senza successo immediato peraltro, molti, soprattutto in Sicilia, soprattutto nell’agrigentino, contestavano il suo personale dialetto.
Altri due futuri successi Sellerio Carmileri aveva pubblicato nel 1878 con Lali, a conto d’autore (“Il corso delle cose”), e due anni dopo da Garzanti, pronubo Bertolucci (“Un filo di fumo”).
Con Sellerio, vivente Sciascia, aveva potuto pubblicare, un altro futuro successo, “La strage dimenticata”. Ma confinato in una collana marginale, locale, “Quaderni della biblioteca siciliana di storia e letteratura”.
Ignota totalmente la corrispondenza di Sciascia, non se ne conosce il parere che aveva o dava di Camilleri. Nella raccolta dei suoi risvolti o note editoriali Sellerio, “La felicità di fare libri”, non ce n’è traccia. Né nei quattro corposi volumi antologici “Delle cose di Sicilia”.

Femminismo - Il filosofo Victor Cousin, grande importatore nel primo Ottocento della filosofia tedesca in Francia, si era dilettato di numerose biografie-agiografie di donne del Settecento.

Hemingway – Diciottenne traumatizzato dalla guerra (i brandelli di carne umana della polveriera scoppiata a Milano, la disfatta di Caporetto, con le esecuzioni sommarie a vista dei Carabinieri dei soldati dispersi) ha finito per collezionare, e probabilmente utilizzare, un arsenale incredibilmente vasto di armi, di ogni tipo. Per lo più, anzi, non da caccia. Il libro “Hemingway’s Guns” ne riproduce un centinaio. L’elenco comprende:
Browning automatico 5s,
pistole semiautomatiche Colt Woodman,
fucili da caccia the Winchester 21
fucili da caccia tedeschi di precisione Merkel over and under
il sovrapposto Beretta S3, calibrom12
vecchie carabine austro-ungariche Mannlicher- Schoenauer
le cartuccione da caccia grossa .577 Nitro Expres – con cui diceva di voler uccidere il senatore Joe McCarthy, quello della, caccia alle streghe
Mauser di grande calibro
il mitra Thomson con cui pretendeva di sparare ai pescicani
un fucile a pompa Model 12.
La carabina sportiva Griffin and Howe Springfield 30’06.

Internet – È totalitario, una forma di socialismo sovietico? È un pezzo di bravura di Jonathan Franzen, “Purity”, ma non senza pezze d’appoggio. È anche un realtà, perché no, che il Garante della Privacy Soro oggi così sintetizza: “I monopolisti della Rete possono condizionare l’umanità intera”. 
Uno dei personaggi del romanzo, un dissidente della Germania Est che ha creato un wikileaks in Bolivia, protetto da Evo Morales, si arrende su queste basi. Internet è il socialismo di Pankow. “La risposta a ogni problema grande o piccolo era socialismo”, nell’esame di coscienza che il personaggio si fa: “Se sostituisci reti a socialismo, hai Internet”. Non una rivoluzione: “Il segno di una legittima rivoluzione – quella scientifica, per esempio – era che non doveva vantarsi della sua rivoluzionarietà ma semplicemente accadere. Solo i deboli e i paurosi, gli illegittimi, dovevano vantarsi”. I modi dei “funzionari” di Internet gli richiamano quelli dei burocrati dell’Est: “Il Nuovo Regime aveva perfino riciclato le parole chiave della vecchia Repubblica, collettivo, collaborativo. Assiomatico a entrambi era che una nuova specie di umanità stava emergendo… Come i vecchi politburo, i nuovi politburo si presentavano come il nemico della élite e l’amico delle masse, impegnato a dare ai consumatori quello che volevano”. Comune è anche la paura: in Internet “la paura dell’impopolarità e della non tempestività, la paura di non esserci, la paura di essere bruciati o dimenticati”. Siamo tutti degli Snowden, a conoscenza di segreti e pratiche inconfessabili, ma con la paura: “Molto più terrificati dal Nuovo Regime che dal vecchio” socialismo.  
 
Mamma – Sta diventando americana? Capita di vedere il film “Mothers and Daughters” mentre si legge “Purity” di Jonathan Franzen, che sono tutti sulla mamma: la mamma sola, la mamma ansiosa, la mamma cattiva, la mamma sfortunata, quella putativa, quella vera pentita. Sui figli in rapporto alla mamma.
Il film è una compilazione-omaggio per l’8 marzo. Storielle brevi, che tutte si concludono con l’abbfraccio. Ma già farne un tema di film a grande distribuzione è un segno. Franzen scrive seicento pagine su vere storie di mammismo, terrificanti.

Moravia – “Moravia è come le stoffe inglesi, il rovescio è meglio del diritto”, Leo Longanesi a Montanelli, “La sua signora”, p.7. Quando sfugge a se stesso.

Pavese – Del suicidio Longanesi annotava: “Si è affidato a Dio. Perché chi si uccide si affida a Dio”. Avendone colto, in tempi i cui i compagni di strada venivano arruolati muti, la personalità distinta, irriducibile: “Le cose, qui, non sono andare bene, il Paradiso, Togliatti qui non glielo ha dato, non gli ha dato nemmeno la forza dell’odio”.

Scontro di civiltà – Si recano ridendo oggi su “la Repubblica” gli imam mussulmani alla commemorazione delle vittime del London Bridge. Una foto che è un saggio politico. Lo scontro di civiltà c’è anche se non c’è una guerra: perché quella è un’altra civiltà, che si vuole impermeabile. Anche se immigrata, nel bisogno. Anche quando non è aggressiva: è un altro mondo.
Una civiltà, peraltro, in cui la dissimulazione, la taqiyya, è virtuosa.

letterautore@antiit.eu 

Contro l’Iran oppure no

Il contrasto col Qatar si è acuito nella penisola arabica e sul fronte libico dopo la visita di Trump a Riad e la convocazione degli stati generali arabi contro il terrorismo. E in questa chiave potrebbe rientrare. Quello che Trump aveva in mente era la mobilitazione di tutti i regimi arabi, Qatar compreso, che ospita le forze aeree anglo-americane nella base di El Udeid vicino Doha, la capitale,  e ha partecipato a tutte le guerre di Obama.
È vero che il Qatar contraddice anche a un’altra delle linee di politica estera di Trump, l’antagonizzazione dell’Iran. Non da solo, peraltro: anche l’Oman, che pure ospita una base americana, e il Kuwait sono per un rapporto di buon vicinato. Ma una volta messa al centro la sovversione, l’unanimità potrebbe rifarsi tra gli arabi.
Il regime iraniano, che fino a due anni fa limitava le sue interferenze al Libano, tramite gli Hezbollah, si è allargato allo Yemen, dove combatte una vera e propria guerra contro l’Arabia Saudita, alla Siria, all’Irak, e a Bahrein.    

Le divisioni arabe

L’attacco di Arabia Saudita, Emirati (Abi Dhabi, Dubai tra gli altri), Egitto, Bahrein, Libia contro il Qatar è venuto senza ultimatum, ma non improvviso. È lunga e pubblica la polemica degli Emirati e dell’Arabia Saudita, le potenze confinanti, contro il Qatar (e contro la Turchia), per il sostegno pubblico alla Fratellanza Mussulmana, e ad Hamas, e per il finanziaento e la fornitura di armi a gruppi di Al Qaeda in Siria e in Libia, agli Hezbollah libanesi e al talebani in Afghanistan, da ultimo sotto forma di grossi riscatti per il rilascio di ostaggi. Il Qatar, inoltre, tiene aperto il dialogo con l’Iran di là dal Golfo, col quale condivide alcuni giacimenti di gas. E anche questo non piace negli Emirati e in Arabia Saudita, che sono da serpe schierati contro il khomeinismo . contro la carica sovversiva del khomeinismo.
L’Iran però è un falso scopo. Il nodo della controversia è il sostegno all’islam militante. Tra chi tenta di cavalcarlo, il Qatar, e chi invece lo combatte. Entrambe le scelte hanno lo stesso scopo: disinnescare il militantismo all’interno. Che nella penisola arabica sarebbe letale, essendo i regimi locali tutti patrimoniali, senza base politica se non tribale. I due orientamenti non sono antitetici: l’Arabia Saudita ha sostenuto a lungo il militantismo islamico, solo da tre anni ha cambiato orientamento.

Il Mediterraneo diviso

Si ripropone questo classico del Mediterraneo in chiave di composizione dei conflitti. Lo storico belga vi sviluppa la tesi che l’Europa si rinchiuse nel Medio evo, cioè nel feudalesimo (frammentazione, guerra di tutti contro tutti), in conseguenza della chiusura del Mediterraneo. Della frattura del Mediterraneo a seguito della conquista islamica, tra un Nord cristiano e un Sud mussulmano nemici inconciliabili. L’Europa invertì la direzione dei suoi flussi culturali e migratori, tricerandosi verso Nord. Ne nacque l’impero carolingio, il sacro romano impero come istituzione continentale.
Una delle ultime fatiche di Ovidio Capitani, il medievista di Bologna, nato e cresciuto al Cairo. Che ne precisa alcune imperfezioni, alla luce della storiografia successiva, ma ne salva l’argomentazione di base.
Henri Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza, pp. XXXVII+293 € 12,50

lunedì 5 giugno 2017

Salviamo Al Jazira, oggi

astolfo


Un divertissement di questo sito agli inizi del 2011, “Salviamo Al Jazira”
anticipava, in forma di raccontino futuribile, gli eventi. L’isolamento oggi del Qatar, l’editore di Al Jazira, avrà ragioni che non sappiamo. Ma è difficile pensare a qualcosa di diverso alla cassa di risonanza mediatica, specie di Al Qaeda al tempo delle teste nmozzate.

Nell’anno 2017 la santa alleanza Al Qaeda-Iran ha avuto ragione della penisola arabica, scacciandone le corrotte plutocrazie. Tutti i residenti del Qatar, quelli che avevano l’aereo personale e anche gli altri, cercano rifugio in Occidente. Il popolo del Qatar in fuga, mezzo milione di persone senza gli immigrati, trecentomila senza gli sciiti iraniani che furono la quinta colonna dell’ivasore, cinquantamila famiglie, forti dei 150 mila dollari di reddito pro capite l’anno, un milione per ogni famiglia, partì sicuro di trovare rifugio in Svizzera, se non in California, dove il mare è tiepido, anche lì. Ma si scoprì che quel reddito esisteva finché esisteva il Qatar. Anzi l’emiro del Qatar. Senza l’emiro il reddito finì nella mani dei nuovi padroni, che se ne servirono per comprarsi in Svizzera e in California batterie multiple di missili di ogni portata, dai venti ai 20 mila chilometri, la metà della circonferenza del globo terrestre, che quindi fu sotto controllo ai punti cardinali, a Est e a Ovest, a Nord e a Sud, fuori portata restando gli apici delle direzioni intermedie, ma trascurabili, le zone vuote del pianeta, con testate di ogni tipo, convenzionali, chimiche, nucleari, batteriologiche.
Una crociata si apre allora, specie in Europa, per salvare al Jazira, i suoi redattori e mezzobusti, alcuni sono leggiadre signore, appena velate, fulcro dell’opinione pubblica negli Emirati e nell’intera penisola. Un’istituzione esemplare, Al Jazira, che pochi titoli del suo indice online bastano a spiegare: “Le amnesie della “Giornata della memoria”, “11 Settembre 2001, inganno globale”, con dvd, e “Perché l’Occidente merita di morire”. Non senza buona volontà. Nel convegno con la rivista “Rest”, sponsorizzata dal magnate della buona coscienza George Soros, che pure sarebbe uno scampato ai lager di Hitler, il 29 febbraio 2008 (la data non è fittizia, il 2008 è stato bisestile), l’emittente si costrinse a un compromesso: il dissolvimento di Israele in uno stato multiconfessionale a maggioranza islamica – l’islam del resto una tradizione ebraica vuole protettore benevolo dell’ebraismo, in Nord Africa, in Turchia e nel Medio Oriente, a differenza del cristianesimo in Europa.
A Bel Air e Pasadena, prima destinazione dei fuggiaschi, non li vogliono. Ci sono stati casi di cannibalismo, di una vezzosa annunciatrice è stato trovato solo il foulard: c’è un Al Qaeda americano che fa sparire i mussulmani. A Londra e in Svizzera li prendono se hanno grossi patrimoni. I grassi emiri e i loro figli sì, che da tempo ve li avevano depositati, uno degli ottomila figli dell’emiro del Dubai ha dichiarato un patrimonio che è il doppio di quello di re Carlo III. Ma i giornalisti, gli intellettuali, e le annunciatrici, benché ricchi per i parametri mediterranei, devono accontentarsi di capitali meno esclusive, Roma, Marbella, Skyantos. Dove è consentito alle donne, coperte dal casto foulard, di andare a prendere il gelato al caffè, seppure voltandosi verso il muro.
Non se la passano male – c’è sempre chi dice che Al Jazira fosse un’invenzione degli americani contro gli americani, una quinta colonna di battone colorate e finocchi. Ma sono isolati, si vedono tra di loro, la protezione è una forma di isolamento, e non si piacciono. La protezione del resto, pur impiegando i paesi europei le loro forze migliori, si rivela in troppi casi inutile. Anche perché, in assenza di una tv benevola, i redattori e i mezzobusti di Al Jazira alimentano sempre il famoso sito in cui non rinunciano a diffondere la verità – negli emirati del Golfo, benché ricchi e dissipati, la verità è sempre stata incontrovertibile: come i servizi segreti israeliani si erano impadroniti di Al Qaeda, e degli ayatollah, per distruggere il vero islam.
(continua)

Ben presto il benevolo intervento europeo per salvare il pluralismo, la libertà di opinione e Al Jazira si rivelò infruttuoso. Le Feste del 2017 e il Capodanno del 2018 furono insanguinati nelle capitali di ripiego, attorno al Mediterraneo, dove i combattenti della libertà del mondo arabo avevano trovato rifugio. Definitivamente lontani dal Golfo, dove l’Alleanza Al Qaeda-Ayatollah si era consolidata col contributo di avveduti manager cinesi, vecchi comunisti dalla mani e il viso di biscuit ma dalla mente rapida e il cuore duro, redattori e mezzobusti dell’emittente persero la speranza e la vita.
L’una dopo l’altra, alcune insieme, le belle annunciatrici furono trovate morte la mattina nel loro letto, seppure senza causa apparente. Qualche giorno più tardi la stessa sorte toccò agli uomini. Il Qatar, il paese dove erano diventati liberi e ricchi, era intanto stato spianato, comprese le loro ville con le piscine e le montagne false. Negli stessi giorni alle Maldive, avamposto appena conquistato dall’Alleanza, fu tagliato il collo agli ultimi turisti nascosti tra le palme, quelli che erano scampati allo tsunami.
Le polizie europee indagarono a lungo per trovare un nesso, ma non lo trovarono, un nesso non c’era. Invece si venne a sapere che non tutti i giornalisti e i redattori dell’emittente erano morti. A un censimento, complesso tra le polizie dei tre paesi, risultò infine che i più militanti si erano salvati. Nel mentre che loro stessi facevano sapere di essersi riorganizzati, seppure sempre con la vecchia sigla del’emittente. Un regolamento di conti tra fazioni evidentemente diverse e avverse, conclusero gli investigatori italiani. Ma nella perplessità generale, il regolamento di conti essendo nozione residua nella Nova Europa,e confinata all’Italia. Inoltre, non fu possibile nascondere a lungo che i morti non erano stati trovati nel loro letto. Ovvero sì, ma in una sorta di lento sgozzamento, che doveva avere provocato per ognuna delle vittime una serie di convulsioni, testimoniate dalle diverse direzioni che il getto del sangue aveva preso. Come se gli assassini, uccidendo lentamente i fratelli di Al Jazira, avessero voluto far rivivere come un incubo, la notte, al buio, gli sgozzamenti che essi per due decenni avevano esibito per dovere di cronaca. Con messaggio subliminale ma forse anche in chiaro: le polizie congiunte d’Italia, Spagna e Grecia non escludevano di ricevere anche loro i famosi video che avevano reso l’emittente autorevole.
Se non che l’attenzione fu presto deviata dal rapido accavallarsi di altri imprevisti eventi. I sopravvissuti riemerso a Zurigo, benché in forma anonima, e Londra. Dove Carlo III venne sfidato dal partito del figlio Guglielmo, che chiedeva l’abdicazione i favore del principe ereditario, e senza attendere lo proclamava monarca col titolo di Guglielmo V. L’insurrezione, avvenuta in contemporanea con l’arrivo a Londra dei sopravvissuti di Al Jazira, fu messa dai legittimisti sul conto della corruzione senza limiti di cui facevano carico all’Alleanza Qaeda-Iran. Ma con riserva: il re di Saint-James essendo anche il grande capo della massoneria, i legittimisti non si vollero precludere i legami con una potenza occulta, quale essa fosse.
Ma non fu la sola novità: altre, di ben più vaste conseguenze, erano intervenute dall’America. E proprio dall’asse Bel Air-Pasadena che era stata la prima scelta dei profughi politici di Al Jazira.
(continua)
(Riassunto delle precedenti puntate: nel sommovimento che rivoluzionò il Golfo nel 2017-8, l’Occidente si era mobilitato per salvare Al Jazira, in omaggio alla libertà di espressione).
Non tutta Al Jazira, si scoprì, era finita nel Sud dell’Europa, tra Roma, Marbella e Skyantos, rifiutata dalla Los Angeles che conta. La struttura dell’emittente, i direttori, i direttori pubblicitari, i direttori finanziari, i direttori dei programmi, e le loro grasse mogli con le figlie avevano evitato l’infida Svizzera, che quando sei in disgrazia ti espone alla persecuzione. Grazie al loro peso politico e patrimoniale, da tempo influente e rispettato nell’industria dell’immagine a Hollywood, avevano potuto occupare le magioni che da tempo avevano acquistato in città – una parte dagli eredi dello scià, una parte dai principi sauditi, o meglio dagli eredi degli ultimi principi finiti nella Grande Mattanza, che si trovavano a non far niente nelle università di Berkeley e Harvard, ma in questo modo erano rimasti in vita e ben dotati.
Questi reduci di Al Jazira conducevano a Los Angeles vita ritirata, a Bel Air e a Pasadena dove si erano rifugiati. Ma la vita riservata non poté durare a lungo. Una serie ripetuta d’inconvenienti costrinse i profughi a ricorrere alle autorità locali. Prima le donne, a una a una, poi scomparvero a gruppi di tre, uomini e donne mescolati, poi di nuovo a uno a uno, ma con più lenta efferatezza. Perché gli illustri profughi scomparivano nel senso che venivano uccisi, in lente operazioni documentate istante per istante da video professionali, di mano sicura, inquadrtire perfette, buona illuminazione. Le donne venivano scannate nude – molte di loro purtroppo non più ben tenute, malgrado la chirurgia e le fisioterapie. Dopo il corpo, la camera indugiava sui volti, mentre la lama prendeva le misure del collo. Dopo il colpo di mannaia, quando la decapitazione veniva completata coi coltelli, l’immagine dissolveva. Ma si faceva vedere il sangue che cola, e il colpo di mano torno torno dei macellai, e si facevano sentire i rumori, le ossa rotte, il fischio del polmone che si affloscia, i gorgogli. Le regie delle esecuzioni erano ripetitive, modellate su tecniche sperimentate da almeno vent’anni nelle immagini e nei tempi.
Il fatto fu d’altra parte presto pubblico, un mercato della mattanza essendosi creato, clandestino ma vasto. La Sunni Airdale fece il pieno, tutte le pay-tv del paese comprarono il programma. Prodotto a costi irrisori, quasi amatoriali: su format della stessa Al Jazira ai tempi d’oro, con personale qaedista a suo tempo addestrato alle esecuzioni, in studi minimi, poco illuminati, con telecamera fissa, manodopera volontaria, tempi eccezionali, mezz’ora di programma si produce in due ore, quasi in tempo reale, senza trattamento, sceneggiatura, piani di produzione, pre-produzione, montaggio, e con post-produzione ridotta. E fu il clou della stagione, con ascolti sempre record, anche in ripetizione, ace di tutti i piani pubblicitari.
Il lavoro maggiore fu da ufficio stampa: creare storie credibili attorno a ognuno dei giustiziandi, di ognuno sottolineare almeno un a colpa anti-americana, incastrare talvolta le singole esecuzioni quasi in un film a episodi. L’industria dei media, non solo la pay-tv, era peraltro partecipata dalla Sunni Bonus Fare, la finanziaria creata, col supporto federale, dagli emiri del Golfo, che anche loro erano dovuti fuggire, ognuno con le sue cento mogli e i mille figli, negli Stati Uniti, dove da tempo avevano indirizzato le loro ricchezze, dopo che l’asse Qaeda-Iran aveva preso possesso della regione.
(continua)

(Riassunto delle precedenti puntate: nel sommovimento che rivoluzionò il Golfo nel 1917-8, l’Occidente si era mobilitato per salvare Al Jazira, in omaggio alla libertà di espressione, ma una serie di decapitazioni si abbatté su giornalisti e mezzobusti dell’emittente, confluendo in una prospera industria dell’horror).
Era l’epoca in America del Tiranno Senza Volto, che il condominio forzoso con la Cina imperiale aveva ridotto a dimensione continentale. Il Tiranno aveva un nome, essendo l’ultimo presidente eletto, succeduto al successore del presidente Obama. Ma da tempo ormai immemorabile era invisibile, dacché aveva decretato la fine delle garanzie costituzionali, e senza sede. Si favoleggiava che stesse in volo, bersaglio mobile imprendibile per il Nemico, in grossi aerei Stealth. Una Legione Volante composita, di Genio Distruttori, contrattualizzati, e kamikaze locali assoldati a poco prezzo, seminava ai suoi ordini il terrore nell’Arco della crisi mediorientale, eretto a Vallum Occidentale, da Ras Khaimah alla Cecenia a San Pietroburgo. E di fronte avanzato contro l’Impero Comunista di Pechino, che facendosi scudo dell’alleanza Qaeda-Iran sterminava i regnicoli del Golfo con false accuse di aggiotaggio, e conseguente impiccagione di massa.
A Ovest del Vallum, nell’Europa orfana del socialismo e di ogni altro potere, la popolazione tentava un’illusoria neutralità. Lavorando alacre giocattoli, cotonate e computer per conto dei monopoli cinesi che controllavano il mercato mondiale. Ma non era inattaccabile al terrore. I commandos americani del Genio Guastatori, che si erano specializzati nella distruzione di monumenti, il Khan Khalil, le Quaranta Colonne, la moschea degli Omayyadi a Damasco, Santa Sofia, si applicavano a distruggere i residui ostacoli alla Difesa Totale, dal Cremlino a San Pietro, che realizzavano con barriere elettroniche, missilistiche, e di ferrocemento. Senza rinunciare al terrorismo di Stato: in proprio, con i contrattualizzati, e con i kamikaze.
A Londra il Pretendente Guglielmo V si allineò all’estrema resistenza anticinese del Tiranno Senza Volto. I guglielmiti suoi volontari ebbero presto ragione dei terzisti, i fautori di suo padre Carlo III. Ma trovarono le porte sbarrate alla Legione Volante. Si applicarono allora a un accetto lavoro di commissariato, facilitando il trasbordo dei nuovi immigranti africani vero l’East Coast, che era anche parte del fiorente commercio della Nuova Schiavitù, volontaria. Folle di africani affluivano in lunghe carovane dal Centro e dal Sud dell’Africa, con ogni mezzo, molti a piedi, alla costa atlantica dell’Europa. Issandosi più in alto possibile, a Cadice, a Lisbona, alla Coruna, da dove, col favore degli alisei e della corrente del Golfo discendente, possenti catamarani li trasportavano di là del’Oceano, in veloce deriva fino a Cuba, quindici o venti gradi più a Sud, che era il cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti. Sotto il timone esperto dei normanni guglielmiti, volenterosi broker dei potenti cartelli americani che gestivano, dal Texas e la California, l’analogo afflusso di latini.
Non per altro la Legione Volante respinse i guglielmiti se non l’inaffidabilità. Non dimenticando che gli inglesi sono sempre stati spie e traditori. Dovendo a un certo punto supplire ai kamikaze, la cui tecnica non si riuscì a migliorare, malgrado ogni addestramento e il miglior oppio, mentre l’attività diventava più febbrile, la Legione si adattò a innescare una serie nuovissima di robot da macello, altrettanto precisi e distruttivi. Ma presto la campagna d’informazione della Sunni Airdale, benché non ufficiale, alimentò un forte e costante afflusso di volontari islamici, decisi a vendicare con la morte le vittime della Headcutting Serie contro le ingerenza del fronte Qaeda-Iran e dei suoi padroni cinesi.

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